sabato 31 gennaio 2009

Il kamikaze Dominioni

Son passati ben tre giorni da Piazza Farnese, giorno in cui fui accusato da media e politici, contrariamente al vero, di aver oltraggiato il Presidente della Repubblica. Quel che dovevo ribattere su questa menzogna l'ho già scritto e detto abbondantemente. Non mi ripeterò.

Invito solo i cittadini a leggere i miei articoli di questi giorni, ma soprattutto a guardare i numerosi video del mio intervento in quella piazza presenti in Rete. Ma il professore Oreste Dominioni, che sostiene di "non essere amico di questo o di quel governo", ma che è anche avvocato di famiglia Berlusconi oltre che Presidente dell'Unione delle camere Penali, non è soddisfatto delle evidenze, ed ha deciso di intentare una causa contro il sottoscritto per vilipendio al Capo dello Stato.

Una mossa puramente politica. Nessun uomo di giustizia preparato, ascoltando il mio discorso, avrebbe proceduto in perfetto stile kamikaze. Ma a Dominioni non interessa vincere, ne a lui ne a chi gli ha chiesto di porre in essere la denuncia. Quel che conta è l'articolo a pagina 14 del Corriere della Sera, per la sentenza poi passeranno anni e gli italiani dimenticheranno.

Sono certo che vincero' la causa per tre buone ragioni.

La prima perche' non ho mai accusato il Capo dello Stato di essere mafioso, ne' l'ho mai pensato (la registrazione integrale del mio intervento ne sara' la prova).

La seconda perche' nell'aver rispettosamente sostenuto che, a mio avviso, il Capo dello Stato non sempre si sarebbe dimostrato imparziale, ho esercitato un legittimo diritto di critica che la Carta costituzionale garantisce a tutti i cittadini nei confronti di ogni autorita'.

La terza perche', a prova del predetto diritto di critica, portero' in tribunale una copiosa rassegna stampa, di ben piu' ampio spessore, riguardante numerosi casi di critica nei confronti di altri presidenti della Repubblica (tra questi cito Cossiga, Ciampi e soprattutto Scalfaro), senza che nessuno abbia sollevato tale e tanto clamore come quello scatenatosi nei miei confronti solo perche' non sono allineato al sistema e non mi rassegno ad abbassare la testa.

Una cosa, da subito, posso assicurare al professore Dominioni che in alcun modo, non chiedero',che mi sia riservata l'insindacabilita' delle dichiarazioni rese come parlamentare. Se qualcuno vuole il processo, e' bene che ci sia perche' i principi costituzionali, come la liberta' di pensiero e di espressione, vengano riaffermati.

Inoltre, ricordo che le denunce sono come i cerini: una volta accesi devi essere sicuro di non scottarti.

Di Pietro denunciato per vilipendio

LA STAMPA
31/1/2009

«Accetto ben volentieri la sfida che il presidente dell’Unione delle camere penali, Oreste Dominioni - persona che rispetto e stimo sia sul piano personale che sul piano professionale - mi lancia dichiarando di denunciarmi per vilipendio al Capo dello Stato in relazione al mio intervento alla manifestazione promossa dall’Associazione familiari vittime della mafia».

Lo afferma il leader del’IdV, Antonio Di Pietro, che aggiunge: «Sono certo che vincerò la causa per tre buone ragioni:
la prima perchè non ho mai accusato il Capo dello Stato di essere mafioso nè l’ho mai pensato (la registrazione integrale del mio intervento ne sarà la prova);
la seconda perchè nell’aver rispettosamente sostenuto che, a mio avviso, il Capo dello Stato non sempre si sarebbe dimostrato imparziale, ho esercitato un legittimo diritto di critica che la Carta costituzionale garantisce a tutti i cittadini nei confronti di ogni autorità;
la terza perchè, a prova del predetto diritto di critica (di ben più ampio spessore), porterò in tribunale una copiosa rassegna stampa riguardante numerosi casi di critica nei confronti di altri presidenti della Repubblica (Cossiga e Ciampi), senza che nessuno abbia sollevato tale e tanto clamore come quello scatenatosi nei miei confronti solo perchè non sono allineato al sistema e non mi rassegno ad abbassare la testa.

Una cosa, da subito, posso assicurare all’amico Dominioni che non chiederò, in alcun modo, che mi sia riservata l’insindacabilità delle dichiarazioni rese come parlamentare. Se qualcuno vuole il processo - conclude Di Pietro - è bene che ci sia perchè i principi costituzionali, come la libertà di pensiero e di espressione, vengano riaffermati».

Il Pd salva Cosentino

L'ESPRESSO

Una mozione alla Camera per chiedere le dimissioni del sottosegretario accusato di Camorra. Bocciata per le astensioni e le fughe di molti parlamentari Pd. Ecco i nomi, uno per uno

Mercoledì scorso la Camera ha respinto una mozione (presentata da esponenti del Pd, dell'Idv e dell'Udc) per far dimettere il sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino, accusato da sei pentiti - come ha scritto "L'espresso" nelle scorse settimane - di fiancheggiare il clan camorrista dei Casalesi. Nella mozione, di cui il democratico Soro è stato primo firmatario, si ricordano le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, l'inchiesta della Procura di Napoli, i presunti patti elettorali tra l'esponente di Forza Italia e i boss di Casal di Principe. "A prescindere dall'eventuale responsabilità penale dell'onorevole Cosentino, su cui farà piena luce la magistratura", recitava la mozione, "è evidente come la sua permanenza nelle funzioni di Sottosegretario di Stato leda gravemente non solo il prestigio del Governo italiano, ma anche e soprattutto la dignità del Paese; ragioni di opportunità e di precauzione dovrebbero indurre il Governo ad evitare che una persona sottoposta ad indagini per così gravi delitti, espressivi di una collusione tra politica e sodalizi criminosi, in attesa di dimostrare la sua piena innocenza, possa continuare ad esercitare le proprie funzioni di Governo, peraltro in un ruolo così delicato, concernente tra l'altro la funzionalità del Cipe". La mozione impegnava il Governo ad invitare l'onorevole avvocato Nicola Cosentino a rassegnare le dimissioni da Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze.

La mozione non è passata perché, se la maggioranza di centrodestra ha difeso compatta il sottosegretario, molti esponenti del Partito democratico si sono astenuti, mentre altri hanno preferito uscire dall'aula e non votare. Tra l'altro, date le molte assenze nelle file del Pdl, se il Pd avesse votato compattamente per la sua mozione questa avrebbe avuto ottime possibilità di passare. Spicca in modo particolare l'assenza dal voto del segretario del Pd Walter Veltroni, che in un'intervista a L'espresso aveva chiesto le dimissioni di Cosentino.
In 22 erano assenti, altri sette risultavano in missione. Alcuni dei presenti sono addirittura rientrati subito dopo la bocciatura, e hanno ripreso a votare altre risoluzioni.

Nella lista qui sotto - diffusa Sinistra democratica - i parlamentari Pd, che con il loro voto contrario, la loro astensione o la loro assenza hanno determinato l'esito della votazione.
Hanno votato contro gli onorevoli: Capano e Sposetti.
Si sono astenuti gli onorevoli: Bachelet, Cuperlo, Parisi, La Forgia, Bernardini, Madia, Mantini, Maran, Boccia, Capodicasa, Concia, Coscioni, Ferrari, Giachetti, Ginefra, Marini, Mecacci, Recchia, Sarubbi, Schirru, Tempestini, Turco Maurizio, Vannucci, Viola, Zamparutti Zunino.
Non hanno partecipato al voto, nonostante in giornata fossero presenti in aula, gli onorevoli: Tenaglia (ministro ombra della giustizia), Calearo, Fioroni, Gasbarra, Lanzilotta, Letta Enrico, Morassut ,Bobba, Sereni, Vassallo, Merloni, Boffa, Bonavitacola, Bressa, Bucchino, Carra, Castagnetti, Corsini,Cuomo, D'Antona, De Pasquale, De Torre, Fadda, Ferranti, Fiano, Fiorio, Genovese, Giacomelli, Giovannelli, Gozi, Losacco, Lovelli, Lulli, Marantelli, Margiotta, Mosca, Murer, Narducci, Pedoto, Piccolo, Rosato, Russo, Samperi, Scarpetti, Servodio, Testa, Vaccaro, Vassallo, Vernetti, Vico.
Erano assenti gli onorevoli: Veltroni, Bersani, Colannino, D'Alema, Lusetti, Melandri, Pistelli, Touad, Ventura, Gentiloni, Beltrandi, Calvisi, Cenni, Colombo Furio, Damiano, Gaglione, Luongo, Lusetti, Marroccu, Melis, Motta, Portas, Tullo, Calipari.
Risultavano "in missione" gli onorevoli: Fassino, Migliavacca, Bindi, Albonetti, Barbi, Farina, Rigoni.
(30 gennaio 2009)

Il Mago di Oz-Somewhere Over the Rainbow

UGUALE PER TUTTI: L’A.N.M. al tempo della restaurazione ovvero un tema da approfondire seriamente

UGUALE PER TUTTI: L’A.N.M. al tempo della restaurazione ovvero un tema da approfondire seriamente

ANALISI DEI MALI DI SAN VITTORE E PROSPETTAZIONE DI RIMEDI

(Luigi Pagano all'interno di Bollate)

Luigi Morsello *

ANALISI DEI MALI DI SAN VITTORE - PROSPETTAZIONE DI RIMEDI

Le considerazioni che seguono rispecchiano fedelmente il pensiero del dr. Luigi Pagano **, provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria in Milano, e sono state oggetto di appropriate proposte all’amministrazione di appartenenza.
La difficoltà della Casa Circondariale di Milano San Vittore di contenere e accogliere il flusso di ingressi provenienti tanto dalla libertà quanto da altre sedi del territorio regionale e nazionale – vuoi per motivi di giustizia, vuoi per motivi di salute correlati alla presenza del Centro Clinico e del Centro di Osservazione Neuropsichiatria - affonda ormai le sue radici in un tempo collocabile in circa un ventennio.
Numerosi sono stati gli interventi proposti nell’arco degli anni, che hanno spaziato dalla individuazione di un circuito interno tra alcuni istituti regionali alla delega conferita al Provveditorato Regionale per la disposizione dei trasferimenti anche su sedi extraterritoriali, tutti risultati, dopo i primi momenti deflattivi, se non vani, quantomeno insufficienti.
A ciò si aggiunge la vetustà della struttura - già da tempo dichiarata dismissibile – che se da una parte facilita il contenimento grazie alla possibilità di recuperare spazi “in verticale” (sovrapponendo più letti a castello), dall’altra presenta tutti i limiti da ciò derivanti, che possono essere brevemente riassunti nell’impossibilità di garantire servizi minimi essenziali (docce, passeggi, movimento all’interno delle stanze detentive), nella difficoltà di mantenere livelli igienici accettabili, nell’impossibilità di svolgere una adeguata e costante manutenzione, anche a causa della nota carenza di fondi.
Di contro, gli interventi di ristrutturazione e adeguamento al Regolamento Penitenziario 230/2000, già operati sul terzo e sul quinto reparto, hanno necessariamente determinato una riduzione delle capienze, mentre la progettazione della “Cittadella della Giustizia” ha comportato una stasi nel proseguimento degli ulteriori interventi, di cui taluni non procrastinabili, tanto che due dei sei raggi dell’istituto (il secondo ed il quarto) si è reso necessario chiuderli e puntellarli per grave inagibilità strutturale.
Non può sottovalutarsi come gravino anche sul personale le gravi condizioni strutturali, per inidoneità dei luoghi di lavoro e soprattutto della caserma, sino ad ieri non dissimile dalle sezioni detentive, sulla quale soltanto ora si sta intervenendo con interventi di ristrutturazione.
Con l’apertura delle due nuove case di reclusione cittadine (Opera nell’anno 1987 e Bollate nell’anno 2001) si riteneva poter in qualche modo sopperire a tale difficoltà, l’aumentare della popolazione detenuta - sul cui numero hanno profondamente inciso i rilevanti fenomeni migratori, correlati al sempre maggior ricorso alla pena detentiva – hanno nella concretezza lasciato immutata, se non peggiorata, la situazione dell’istituto.
Data la situazione creatasi, al fine di ottimizzare le risorse disponibili, il Provveditorato ha allora ritenuto opportuno creare un circuito tra gli istituti della provincia milanese, ridefininendo tra di essi la distribuzione dei detenuti, non sottovalutando la rilevanza di prestare attenzione alla presa in carico delle persone in esecuzione penale ed all’individuazione di un trattamento adeguato.
La Casa Circondariale di Milano è stata riservata alla ricezione/permanenza di soli soggetti giudicabili e appellanti, prevedendo per quanti con posizione giuridica di ricorrente e definitivo il trasferimento presso le due case di reclusione, in particolare, presso la C.R. Bollate dei soggetti con scadenza pena a medio termine (entro gli otto anni) e presso la C.R. Opera di quelli con scadenza pena a lungo termine.
Non si può ovviamente sottacere come l’organizzazione del Circuito, pur alleviando la situazione dell’Istituto, non appare in sé risolutiva, per la saturazione delle due Case di Reclusione, così come di tutti i rimanenti Istituti della Regione Lombardia, presso i quali, compatibilmente con la ricettività, vengono assegnati i detenuti residenti nel territorio. Numerose sono, infatti, le richieste di sfollamento avanzate al centrale ufficio dipartimentale per sedi extraregionali.
I dati disponibili confermano quanto sopra; dalla C. C. di Milano infatti:

  1. nell’anno 2007 sono stati trasferiti in sedi regionali 1329 detenuti ed in sedi nazionali 1406 detenuti;
  2. nell’anno 2008 sono stati trasferiti in sedi regionali 854 detenuti ed in sedi nazionali 1534 detenuti.

Proposte operative

La situazione della Casa Circondariale milanese appare di nuovo fortemente critica – come le cronache degli ultimi giorni hanno ampiamente posto in evidenza – e si rende necessario, pur nella consapevolezza che ogni intervento assume soltanto un valore temporaneo, individuare possibili soluzioni atte a consentire non soltanto una immediata deflazione dell’istituto, ma anche a creare un possibile flusso in uscita con caratteristiche di continuità.
Ciò posto è stata avanzata una proposta operativa che potrebbe consistere nell’utilizzo del nuovo reparto recentemente ultimato presso la Casa di Reclusione di Bollate , la cui capienza regolamentare è attestata in circa 300 posti, destinandolo a detenuti comuni appartenenti al circuito “protetti”, mediante assegnazione del necessario contingente di personale Dirigenziale, del Comparto Ministeri (con particolare riferimento agli Educatori, che potrebbero essere attinti dalla graduatoria del concorso recentemente conclusosi) e di Polizia Penitenziaria (circa 100 unità), l’accordo con la locale Azienda Ospedaliera per i servizi sanitari, l’assegnazione delle risorse economiche necessarie al completamento dell’allestimento .
Com’è noto la Casa di Reclusione di Bollate fonda la sua operatività su una impostazione generale “a trattamento avanzato”, ove al regime ordinario di sorveglianza viene a sostituirsi un regime di sorveglianza attiva, fortemente centrato sul trattamento del detenuto mediante un importante intervento del territorio e del terzo settore e con alto coinvolgimento del personale di polizia penitenziaria; solo in virtù di ciò si riesce a garantire la custodia di circa 800 detenuti con un più che ridotto organico di Polizia Penitenziaria (che si attesta intorno alle 300 unità), tenendo peraltro conto del basso livello di sicurezza strutturale dell’istituto.
Si ritiene che l’utilizzo del nuovo reparto per la tipologia di detenuti “protetta” possa porsi in linea con la programmazione di fondo, posto che nei confronti della stessa appare applicabile, con i dovuti correttivi, una modalità gestionale analoga, differentemente da altre categorie , quali ad esempio i detenuti A.S. o i detenuti comuni non selezionati, per i quali si renderebbero necessari altri presidi di sicurezza e altri contingenti di personale.
Tale ipotesi consentirebbe:
· di ridurre sensibilmente le presenze presso il secondo piano del sesto reparto della Casa Circondariale di San Vittore, dove attualmente vengono ubicati i detenuti “protetti”, dal quale verrebbero trasferite nell’immediato circa 130 unità;
· spostando nella nuova sede anche i 150 detenuti protetti ristretti presso la Casa di Reclusione di Milano Opera, di rendere fruibile presso quest’ultimo istituto la sezione attualmente a ciò adibita, presso la quale potrebbero essere assegnati con continuità, i detenuti ristretti presso la Casa Circondariale condannati con giudizio “direttissimo”, per i quali è ragionevole ipotizzare un passaggio in tempi brevi alla posizione giuridica di “definitivo”, motivo per cui potrebbero accelerarsi le procedure d’osservazione e quindi la possibilità di procedere alla definizione di programmi di trattamento propedeutici all’inserimento presso le sezioni ordinarie dell’istituto stesso, ovvero presso il progetto di trattamento avanzato attuato presso la Casa di Reclusione di Bollate.
Non è temerario affermare che l’ingresso di Luigi Pagano alla direzione del Provveditorato di Milano ha dato un apporto significativo di svecchiamento delle filosofie di gestione.
Non a casa Pagano, laureato in giurisprudenza, ha discusso una tesi di laurea in criminologia con il prof. Alfredo Paolella, docente di antropologia criminale presso l’università Federico II di Napoli, ucciso dalle B.R. il giorno 11 ottobre 1978 in Napoli.
Luigi Pagano proprio a ridosso di questa data luttuosa assumeva servizio presso la casa di reclusione di Pianosa Isola (arcipelago toscano) oggi soppressa e sede di un osservatorio radar ad alta tecnologia, denominato “L’occhio di Poseidone”, iniziando il suo non breve percorso nell’amministrazione penitenziaria, culminato con l’attuale incarico di grande prestigio ed estrema utilità per la sua amministrazione.
Uno dei pochi rarissimi casi in Italia dell’”uomo giusto al posto giusto”.

* ispettore generale dell'Amministrazione penitenziaria, in pensione

** Dirigente Generale dell'Amministrazione penitenziaria

Dalla parte dei lettori

PETER GOMEZ

Qualcosa di straordinario sta accadendo in questi giorni. Per la prima volta la rete e la sua "memoria" rischiano di scalfire seriamente il paludato mondo dell'informazione italiana. Per un giorno e mezzo le pagine web dei commenti di Corriere della Sera e della Repubblica sono state intasate da centinaia e centinaia di messaggi di lettori indignati per il modo con cui era stata seguita dai due quotidiani la manifestazione di piazza Farnese. Solo uno sciocco potrebbe dire che si trattava esclusivamente di sostenitori di Di Pietro decisi ad assediare con le loro proteste le redazioni dei giornali. Certo, tra di loro i dipietristi non mancavano. Ma la verità è un'altra. Anche in Italia esiste ormai un pubblico nuovo che cerca d'informarsi attraverso la rete.

I giornali scrivono che Di Pietro ha attaccato Napolitano dandogli del mafioso? Si va sul web, si rivede il suo intervento. E ci si fa un'opinione.

All'improvviso il re resta nudo. La realtà non è più mediata. È immediata. Ciascuno può giudicare, almeno per quanto riguarda eventi pubblici come questi, se i cronisti hanno riportato fedelmente i fatti, o meno. Se gli opinionisti ragionano sulla realtà o su quella che loro vorrebbero essere la realtà.

Rispetto a questa rivoluzione le classi dirigenti del Paese sembrano vecchie di molti secoli. Del resto proprio i quotidiani ieri ci hanno spiegato che Napolitano aveva deciso di replicare con un comunicato a Di Pietro dopo aver letto i dispacci delle agenzie su quanto stava accadendo in piazza. È stato lì, su un take di agenzia, che lo staff del Presidente ha trovato la prima ricostruzione sbagliata degli avvenimenti (la frase sul «silenzio mafioso» veniva impropriamente accostata ad altre). Ed è stato in quel momento che è scattata la reazione. Un corto circuito mediatico, insomma, facilitato dall'ormai evidente avversione del Quirinale per le voci che cantano fuori dal coro Pd-Pdl, ma pur sempre un corto circuito.

La stampa su tutto questo deve riflettere. I quotidiani sono in crisi, perdono copie ogni giorno, mentre le loro pagine web doppiano ormai come diffusione quelle di carta. Prendere sotto gamba il popolo della rete insomma è pericoloso. Anche perché la pubblicità, vera linfa vitale dei media, è destinata a spostarsi sempre più su internet. E in futuro vicinissimo le vere battaglie per la conquista del mercato si giocheranno lì.

Quello che è accaduto negli Usa, dove Obama ha raccolto attraverso il web milioni e milioni di dollari per la sua campagna elettorale e dove giornali dalla storia centenaria rischiano di chiudere, è un segnale di quanto avverrà da noi. Quello che è successo con gli articoli su piazza Farnese è invece un monito per molti giornalisti che dovrebbero ricominciare a ricordare di avere un solo padrone: il lettore.

Terrorismo e ipocrisie

LA STAMPA
31/1/2009
CESARE MARTINETTI

Alla fine ci toccherà ringraziarlo, questo Battisti perché confessando di essere fuggito dalla Francia con l’aiuto dei servizi segreti della République ha rivelato un segreto di Pulcinella (anche in francese si dice così) e strappato il primo velo di una grande ipocrisia franco-italiana che dura esattamente da 24 anni, un’ipocrisia passata alla storia con il nome di «dottrina Mitterrand».

E che si sarebbe dovuta chiamare Craxi-Mitterrand. Ma non basta perché con la sua lettera di ieri il fuggitivo italiano che il Brasile ha incredibilmente fregiato del titolo di «rifugiato politico» ha indicato i nomi dei «veri» killer che con la sigla di Pac consumarono i delitti per i quali lui è stato condannato. Vero o non vero si vedrà. Ma ben venga anche la sua voce nella ricostruzione della verità storica e processuale degli Anni di piombo.

Partiamo dal nodo storico che è all’origine di tutto, quell’intesa tra i due leader socialisti, siglata all’Eliseo nell’85, annunciata dal Presidente francese con uno di quegli interminabili giri di parole per i quali andava famoso. Nella sostanza Mitterrand disse che i ricercati italiani non colpevoli né complici di «crimini di sangue» che da anni si erano stabiliti in Francia, tagliando i ponti con il passato e che vivevano alla luce del sole non sarebbero stati estradati. Erano allora più o meno trecentocinquanta.

Perché lo fece? Gilles Martinet, all’epoca ambasciatore francese a Roma, nel 2004 aveva rivelato a La Stampa che fu Craxi a chiederglielo: non voleva gestire il problema e soprattutto preferiva tenere Toni Negri lontano dall’Italia. Ora Jean Musitelli, uno dei consiglieri di Mitterrand, in un’intervista di ieri a Repubblica, conferma l’intesa, precisando che Mitterrand non aveva però alcuna intenzione di nascondere assassini né di dar loro lo status di rifugiati «politici». Perché allora siamo ancora qui a discutere dei casi Petrella e Battisti? Musitelli risponde con eleganza: per dieci anni ho assistito a tutti i vertici italo-francesi e mai il governo italiano ha chiesto a quello francese di restituire i latitanti. Solo De Mita, dice Musitelli, lo fece «senza insistenza».

Dettagli e retroscena che escono solo ora e che raccontano un’altra storia rispetto a quella che si credeva nota e cioè la solita Francia generosa con i «ribelli» altrui, la «seconda patria» di ogni uomo libero, come disse un fuggitivo famoso, Franco Piperno, che però venne rapidamente rispedito in Italia.

Il pasticcio Craxi-Mitterrand è diventato «dottrina» per un’inerzia che faceva comodo a Roma come a Parigi. Un’ipocrisia, appunto che solo un ministro postideologico come il leghista Roberto Castelli (Guardasigilli del governo Berlusconi nel 2001) ha poi tentato di scardinare accordandosi con il collega Perben sulla chiusura definitiva della «pratica rifugiati» con un altro accordo che prevedeva la «restituzione» all’Italia di quelli condannati per omicidio (una dozzina di persone) e il sostanziale oblio per gli altri. Ma era troppo tardi. Ormai la «dottrina» si era talmente depositata che nemmeno un altro politico post ideologico come Sarkozy ha potuto liberarsene, come dimostrano i casi Petrella e Battisti. Quest’ultimo - com’è nel diritto di qualunque accusato - si batte per la sua libertà. Rivelando l’aiuto degli 007 francesi nella fuga imbarazza Parigi. Raccontando la sua verità sui delitti dei «Proletari armati» riapre quei processi consumati negli anni dell’emergenza e potrebbe imbarazzare Roma. Ma gli scandali sono spesso opportuni.

Economisti contro politici

LA STAMPA
31/1/2009
MARIO DEAGLIO

La riduzione del prodotto lordo americano nell’ultimo trimestre del 2008 è la peggiore da ventisei anni, ma per valutarla in maniera appropriata occorre correggere ancora al ribasso questo dato perché una parte considerevole di quanto l’industria americana ha prodotto non è stata acquistata da nessuno ma giace nei magazzini. Secondo un calcolo sommario, nel corso della settimana lavorativa che oggi si chiude, la crisi ha distrutto all’incirca un milione di posti di lavoro nei Paesi ricchi (più di 50 mila nella giornata di mercoledì tra le sole grandi imprese americane) e un numero imprecisato, ma sicuramente maggiore, di lavoratori è passato dal lavoro a tempo pieno al lavoro a tempo parziale. Il presidente degli Stati Uniti ha parlato di un «disastro che non accenna a finire» per le famiglie dei lavoratori americani.

Di fronte a una situazione di questo genere c’è poco da disquisire, il politico con responsabilità di governo è come un medico di fronte a una grave emorragia: deve prima di tutto cercare di bloccarla. Poco importa se la cura può avere effetti collaterali dannosi perché l’alternativa è che il malato muoia. Non ci si deve quindi stupire che, in un modo o nell’altro, i governi di tutti i Paesi stiano mettendo da parte i principi del libero mercato e interferiscano apertamente con gli ingranaggi più delicati dell’economia, fino a due mesi fa considerati intoccabili. Molte volte lo fanno controvoglia, sono dei «socialisti riluttanti», secondo la definizione coniata trent’anni fa dallo studioso americano Michael Novak.

L’elenco di queste interferenze è lunghissimo; si va dal piano Obama per lo stimolo fiscale (uno stimolo che dovrebbe derivare da denari che non ci sono) per il quale il neo-presidente degli Stati Uniti ha esplicitamente chiesto la collaborazione dei sindacati, al finanziamento francese di cinque miliardi alle esportazioni di Airbus, un sostegno appena velatamente mascherato; dai massicci e generalizzati sussidi per il settore automobilistico in quasi tutti i Paesi produttori, all’abbozzo di specifiche misure protezioniste, come quella con cui gli Stati Uniti vorrebbero impedire l’utilizzo di acciaio importato per il gigantesco programma di infrastrutture pubbliche che la nuova amministrazione di Washington sta preparando.

Ovunque, quando ce n’è bisogno, le grandi banche vengono salvate con imponenti iniezioni di denaro pubblico e talvolta persino ufficialmente nazionalizzate; il salvataggio negato, in nome dei principi del libero mercato, alla banca americana Lehman Brothers ha peggiorato la crisi rendendola assai più difficile da controllare. Quasi sempre, nei casi di sostegno pubblico a istituti bancari si afferma solennemente la natura privata e l’autonomia degli istituti di credito ma è certo che nessuna banca nei fatti seguirà una politica contraria a quella indicata da un governo «salvatore». In altre parole, mentre si proclama solennemente che il sistema di mercato non cambierà, la natura del sistema è di fatto già cambiata. Dal liberismo siamo già passati a una forma di post-liberismo, dal sistema di mercato, così come si è venuto sviluppando negli ultimi 15-20 anni, siamo già passati a un incerto «post-mercato». Gli oltre duecento economisti americani, tenacissimi sostenitori di un liberismo intransigente, che hanno firmato un manifesto di critica al piano Obama forse vivono in un ambiente scientifico troppo astratto per percepire le difficoltà e le complessità delle situazioni reali e forse per questo sono piuttosto lontani dai problemi umani, oltre che economici, che la crisi finanziaria ha cominciato a porre con grande urgenza.

La difficoltà di far convivere principi e necessità appare evidente nel discorso pronunciato ieri dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel al World Economic Forum di Davos, l’ormai tradizionale luogo d’incontro tra i vertici delle imprese, della finanza e dei governi, quest’anno, non a caso, un po’ sotto tono. In un intervento di largo respiro, quale raramente si sente in un’Europa tutta ripiegata sui propri problemi contingenti, Merkel ha parlato di un «capitalismo diverso» e ha delineato un intreccio tra pubblico e privato, tra mercato e non mercato ben diverso da quel capitalismo americano arrogante e aggressivo che è rimasto di fatto sepolto sotto la montagna di titoli «tossici» che ha esso stesso creato.

Naturalmente, la posizione di Merkel, come quelle di Obama e Sarkozy è piena di contraddizioni, ma tutti i governanti devono muoversi con fatica in una realtà contraddittoria; il Cancelliere tedesco ha inneggiato alla libertà d’iniziativa ma il suo governo non ha avuto alcuna esitazione a salvare istituti bancari in crisi e a lanciare imponenti misure di sostegno per i settori in difficoltà come l’auto. Il fatto è che i capi di Stato e di governo non devono scrivere saggi scientifici ma cercare di far funzionare Paesi molto complicati. La speranza di oggi sta nel pragmatismo dei politici che può alleviare una crisi di entità sconosciuta; per i saggi scientifici ci sarà tempo dopo.

mario.deaglio@unito.it

Le tre libertà

LA STAMPA
31/1/2009
LUCA RICOLFI<>
Sulle intercettazioni gli altolà al governo si sprecano. Ieri, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario, sono intervenuti nientemeno che il Procuratore generale della Cassazione (Vitaliano Esposito), il primo presidente della Cassazione (Vincenzo Carbone), il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura (Nicola Mancino), il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati (Luca Palamara). Nei giorni scorsi era già intervenuto il presidente della Corte Costituzionale (Giovanni Maria Flick). Tutti, in un modo o nell’altro, hanno espresso preoccupazioni per le possibili conseguenze del disegno di legge governativo. Sono fondate tutte queste preoccupazioni? Dipende dal bene che si intende tutelare.

Se il bene è il diritto alla privacy, le preoccupazioni sono ovviamente infondate, perché il disegno di legge - limitando i casi in cui si può intercettare e pubblicare - ha precisamente lo scopo di aumentare le garanzie dei cittadini in materia di privacy e segretezza delle comunicazioni, garanzie esplicitamente previste dalla Costituzione (art. 15) ma di fatto sospese ogni qual volta il superiore interesse delle indagini autorizza i magistrati a usare l’arma impropria delle intercettazioni.

Se il bene da tutelare è il diritto all’informazione le cose si fanno più complicate. Indubbiamente le norme di cui si discute limitano gravemente il diritto dei cittadini a essere informati tempestivamente sul corso delle indagini, anche se si potrebbe obiettare che attualmente, quando scoppia uno scandalo, quella che viene fornita dai mezzi di comunicazione di massa è tutto tranne che un’informazione accurata, imparziale, completa. Detto altrimenti: la scelta effettiva non è fra sapere e non sapere, ma fra sapere solo dopo l’inizio del processo (come vorrebbe il governo), o avere fin da subito dei frammenti arbitrari di informazione - talora utili, talora fuorvianti - come oggi accade.

Se infine il bene da tutelare è il diritto alla sicurezza dei cittadini le preoccupazioni espresse dalle maggiori cariche dell’ordine giudiziario mi paiono pienamente giustificate. Non v’è dubbio, infatti, che la drastica riduzione delle possibilità di intercettare prevista dal disegno di legge governativo in molti casi diminuirà la possibilità di scoprire e punire i colpevoli di reati.

È inutile pensare che ci sia una posizione giusta, o una soluzione ottimale. Le tre libertà che ci stanno a cuore - non essere spiati, venire informati, essere sicuri - non possono essere tutelate tutte e tre contemporaneamente e nella stessa misura. La drastica limitazione delle intercettazioni che si profila all’orizzonte rafforzerà la nostra privacy, ridurrà le nostre informazioni (non necessariamente vere, ma pur sempre informazioni), diminuirà la nostra sicurezza. Se teniamo più alla privacy che alla sicurezza possiamo anche rallegrarci con il governo, se teniamo più alla sicurezza che alla privacy non possiamo che condividere le preoccupazioni dei vertici della magistratura.

Personalmente mi sento più in sintonia con le preoccupazioni dei magistrati che con gli improvvisi aneliti libertari del governo. Vorrei aggiungere un’osservazione, però. Le obiezioni dei magistrati sarebbero più convincenti se essi, oltre a ripetere a iosa la verità - e cioè che senza intercettazioni moltissimi colpevoli non verrebbero individuati -, mostrassero di rendersi conto che gli abusi ci sono stati, ci sono, e un qualche mezzo per limitarli andrà comunque trovato. I dati sulle intercettazioni non sono molti e non sono di grande qualità, ma quei pochi di cui disponiamo ci permettono di dire alcune cose.

Nei due periodi per cui esistono dati relativamente omogenei, ossia il quinquennio 1992-1996 e il settennio 2001-2007, il numero di intercettazioni è esploso: nel primo periodo sono più che raddoppiate, nel secondo sono più che quintuplicate. Una parte di questo aumento si può giustificare con l’aumento dei delitti, un’altra parte con la crescita del numero di utenze a persona, ma siamo sicuri che una parte non sia dovuta al fatto che l’intercettazione è semplicemente il mezzo più comodo (e anche più economico, checché ne dicano i suoi detrattori) per raccogliere prove?

Le intercettazioni possono sembrare poche se commisurate al numero totale dei procedimenti (una statistica spesso astutamente usata dai magistrati per minimizzare il problema) ma non sono affatto poche se le commisuriamo al numero di procedimenti penali, e peggio ancora se le commisuriamo ai procedimenti per reati che le autorizzano (non tutti i reati sono intercettabili).

Infine, la distribuzione territoriale. Gli ultimi dati disponibili, relativi al 2007, mostrano che nei 29 distretti di corte d’Appello in cui è diviso il territorio italiano la propensione a intercettare ha una variabilità enorme: il distretto che intercetta di più lo fa 13-14 volte di più di quello che intercetta di meno. E anche all’interno delle grandi zone geopolitiche le differenze sono enormi, con distretti meridionali che intercettano 10 volte di più di altri situati nella medesima area geografica.

Insomma i magistrati hanno ragione, ma sembrano vedere solo una faccia della Luna. Quanto alle forze politiche principali, la mia impressione è che nessuna di esse abbia intenzione di trovare un compromesso ragionevole. Con un singolare scambio di ruoli, il centro-destra si fa paladino della privacy, e in questo improvviso afflato libertario si trascina dietro il drappello dei radicali; mentre il Pd, con Veltroni, ribadisce una linea già espressa nel programma elettorale: «La nostra posizione è per la massima libertà di intercettare, evitando però che il contenuto delle telefonate finisca impropriamente sui giornali, e questa è una posizione del Pd e anche, vorrei ricordarlo, dell’Italia dei valori».

Così il governo cerca di nascondere che le sue proposte produrranno più criminalità, il Partito democratico sembra non comprendere il grave vulnus alla libertà che l’esistenza stessa delle intercettazioni comporta. Il primo vincerà perché ha i numeri, il secondo si salverà l’anima votando contro. A noi spettatori resterà solo un dubbio: perché il Partito democratico non confluisce nell’Italia dei valori? P>

Veltroni ricomincia da Torino il 'Viaggio nell'Italia profonda'

LA REPUBBLICA

TORINO - E' iniziato il 'Viaggio nell'Italia profonda' di Walter Veltroni. Ed è iniziato da Torino, la stessa città dove pronunciò il primo discorso da segretario del Pd. "Volevo che partisse da qui - ha detto Veltroni - perché c'è l'Italia che lavora, che innova e ricerca, che intraprende, è una città colta, con una grande amministrazione e che ha in sé il Dna delle regole che vanno rispettate".

La visita allo studente di Rivoli. L'agenda torinese di Veltroni, arrivato ieri sera in città, è iniziata questa mattina con la visita di carattere personale al giovane Andrea Macrì, lo studente rimasto coinvolto nel crollo della Scuola Darwin di Rivoli e ancora ricoverato all'Unità Spinale del Cto per una lenta riabilitazione.

Turismo. Veltroni è poi intervenuto al convegno 'Destinazione Italia 2020' promosso da Confturismo e fondazione Rosselli. "La sicurezza - ha detto - aiuta il turismo, ma la presenza di militari ovunque non accresce l'appetibilità di un paese".

"Basta annunci". "Non possiamo andare avanti ad annunci, fino a qualche giorno fa a qualche settimana fa si diceva che non si doveva fare, ora da Davos si parla di riforma. Si venga in Parlamento con delle idee e con delle proposte", ha detto Veltroni a proposito delle dichiarazioni fatte dal ministro dell'Economia Tremonti, in particolare sulla riforma delle pensioni. "Si venga con idee e proposte che siano ispirate ad un principio - ha aggiunto - in questo momento alle persone che soffrono, che vivono di pensioni e di salari, bisogna garantire qualche risorsa in più, non qualche risorsa in meno".

Interventi sull'auto. "Sull'auto - ha spiegato - si è già perso troppo tempo. E non c'è cosa peggiore in un settore come questo di non far seguire subito gli annunci dalle iniziative concrete perché i consumatori fermano gli acquisti in attesa dei provvedimenti".

La contestazione. Il segretario del Pd ha poi inaugurato una nuova sede del partito. Ma ad attenderlo ha trovato un presidio di una cinquantina di militanti di Rifondazione Comunista e del Pdc che urlavano slogan contro l'accordo sullo sbarramento elettorale per le elezioni europee. Veltroni ha incontrato i manifestanti, auspicando che la sinistra Radicale si unisca in vista delle elezioni perché così facendo "supererà ampiamente il 4 per cento".

Caso Battisti. "Certamente i rapporti Italia-Brasile sono ottimi, come quelli tra Italia e Francia. E' giusto chiedere ad un governo amico come quello francese se sono vere le cose che Battisti ha detto", ha sostenuto il leader del Pd. "Noi - ha sottolineato - dobbiamo ottenere che Battisti venga a scontare in una grande Paese democratico come l'Italia la pena che gli è stata comminata. Quindi il governo italiano si deve impegnare ad operare in tutte le sedi perchè questo obiettivo si realizzi. Ma anche qui, basta con le battute. Dire che non si fa la partita Italia-Brasile è solo per andare sui giornali".

Crisi. Il governo e la coalizione che lo sostiene "fanno finta di non vedere che la crisi economica è ogni giorno più drammatica, la più grave da diverse decine di anni", ha affermato Veltroni. "Il Pd è l'alternativa al disinteresse di Berlusconi e del suo governo - ha ribadito Veltroni - e il premier farebbe bene, invece che passare tutti i weekend in Sardegna, a lavorare nei fine settimana come fanno i presidenti del Consiglio degli altri paesi".

Intercettazioni. "E' un grave errore permettere le intercettazioni solo se ricorrono le condizioni di gravi indizi di colpevolezza, così si rischia che i magistrati non possano indagare". Veltroni ha sottolineato che "la proposta del Pdl non va proprio bene. Le intercettazioni si fanno - ha detto - per appurare se esistano questi indizi di colpevolezza. La nostra proposta è che i magistrati le usino per tutti i reati allo scopo di accertare la verità. E che non debbano finire sui giornali è un elementare norma di tutela e di garanzia della privacy e dell'onorabilità dei cittadini".

"Chiesto a Berlusconi incontro pubblico". "Ho chiesto a Berlusconi un incontro pubblico perché sono convinto che il governo sia assolutamente inadeguato a fronteggiare questa crisi", ha affermato Veltroni. "Negli altri paesi - ha aggiunto - sono i presidenti del consiglio che chiedono all'opposizione di concorrere, insieme alle forze sociali, ad un grande piano nazionale. In Italia, invece, il premier dice che gli viene l'itterizia se parla con l'opposizione".

Sussidio unico di disoccupazione. Serve un sussidio unico di disoccupazione, ha detto il leader del Pd, definendo inaccettabile che i precari escano dal mondo del lavoro senza alcun ammortizzatore. "Ho l'impressione - ha sottolineato Veltroni - che la destra non abbia la sensibilità e la consapevolezza del disagio sociale per affrontare le nuove sfide dell'innovazione".

Alleanza riformista. Il Pd "e un'alleanza coesa e davvero riformista sono l'unica alternativa possibile alla destra. Tutto il resto è molto difficile che possa diventare maggioranza in questo Paese", ha detto Walter Veltroni. "Sui giornali si raccontano tante cose - dice - ma il Pd ha un radicamento reale di donne e uomini che, di fronte alla drammatica crisi, tornano ad avere la consapevolezza della potenzialità e della forza che, unici, abbiamo di fronte alle sfide della modernizzazione".

"Temo ripercussioni sulla democrazia". "Sono preoccupato per il rapporto tra questa crisi e la democrazia. Quando c'è una profonda crisi economica e sociale c'è il rischio molto serio che si possano invocare soluzioni di semplificazione della cosa pubblica", ha affermato Veltroni. "Non c'è mai stata una crisi sociale che non abbia avuto ripercussioni sul piano politico", ha aggiunto.

Genitori e figli. Il leader del Pd ha poi aggiunto: "E' la prima volta nella storia che molti italiani pensano che i loro figli se lo faranno, faranno un lavoro peggiore del loro per questo c'è bisogno di riassumere la questione sociale in ogni azione del governo e, per quanto ci riguarda dell'opposizione".

Manifestazioni. "Le manifestazioni si possono fare contro le scelte del governo, ma anche contro la mancanza di un piano. La crisi è esplosa in estate e non ci sono provvedimenti per affrontarla. Il Paese è fermo e non cresce", ha detto Veltroni incontrando i lavoratori e i rappresentanti dei sindacati.

Sacconi e Tremonti. "Ieri Tremonti ha affermato che bisogna fare la riforma delle pensioni, oggi Sacconi ha detto che non è il momento, eppure fanno parte dello stesso governo - ha sottolineato il segretario del Pd - Nel giro di poche ore - ha aggiunto - un ministro smentisce l'altro, e poi parlano delle divisioni nel Pd".

Attacco al premier. "L'Italia merita un presidente del Consiglio che si occupi del Paese, invece il nostro premier è scomparso, l'Italia avrebbe bisogno di un capo del governo che unisse il Paese e non lo dividesse, che stesse tutto il giorno seduto al tavolo a cercare le risorse per uscire dalla crisi. C'è bisogno - ha aggiunto - di un presidente del Consiglio che di fronte ad una situazione di emergenza vera chiami al tavolo il capo dell'opposizione, i sindacati, le parti sociali per vedere come risolvere questa crisi".

Prossime elezioni. "Vinceremo le prossime elezioni perché l'Italia di fronte alla crisi ha capito che ha bisogno di essere guidata da una grande forza riformista", ha affermato il segretario del Pd parlando a Settimo davanti ad un migliaio di persone, in tre sale collegate da un circuito video.

(30 gennaio 2009)

Negli Usa l'economia è in ginocchio, ma i manager vengono premiati

IL CORRIERE DELLA SERA

WASHINGTON – La finanza e l’industria licenziano migliaia di dipendenti al giorno – ben 71 mila lunedì scorso – e gli scandali alla Madoff, il finanziere che truffò 50 miliardi di dollari, si moltiplicano. Ma i responsabili del disastro finanziario ed economico americano non solo sembrano godere d’immunità, continuano anche a percepire stipendi e premi enormi. Da un sondaggio, soltanto 1 su 10 dei “big” delle banche e delle aziende finite in bancarotta o salvate dal denaro pubblico ha perso il posto. Da un altro, il 79 per cento ha intascato un pingue premio per il 2008, per la metà di loro superiore a quello del 2007. Sono scandali che suscitano indignazione nel Paese.

IL CASO DI JOHN THAIN - Il New York Times ha denunciato il caso di John Thain, l’ex presidente della Banca d’affari Merrill Lynch, che in autunno fu comprata dalla Bank of America. Thain, uno dei pochi a venire licenziato, spese 1 milione 200 mila dollari per abbellire il proprio ufficio e fece distribuire in anticipo 4 miliardi di dollari di premi a sé e ad altri dirigenti sebbene la Merrill Lynch avesse registrato un passivo di 15 miliardi di dollari nello ultimo trimestre del 2008. Il procuratore dello stato di New York Andrew Cuomo lo ha inquisito per recuperare parte dei soldi. A suo giudizio, i padroni del mondo, come lo scrittore Tom Wolfe chiamò Thain e i colleghi ne “Il falò delle vanità”, non hanno imparato la lezione. Qualche volta, il governo ha vietato lussi inaccettabili come l’acquisto da parte del Citigroup di un jet per 12 “big” per 50 milioni di dollari: il Citigroup ha ottenuto dallo stato 345 miliardi di dollari in sussidi e garanzie, una somma folle, ma non si è rassegnato a risparmiare. Qualche altra, il governo ha confiscato le proprietà dei truffatori, come è accaduto a Madoff, cosa che ha spinto Fuld, l’ex presidente della Lehman Brothers, scomparsa a settembre, a vendere per 10 dollari alla moglie un palazzo in Florida del valore di 13 miliardi e mezzo di dollari. Ma in massima parte, i “big” hanno conservato i loro privilegi.
Un fenomeno che Obama intende stroncare.

I POCHI ARRESTI - Un giro di vite vero e proprio è in corso solo contro i “MiniMadoff”, come gli imitatori del re dei truffatori in borsa, che rimane agli arresti domiciliari su cauzione di 10 milioni di dollari, sono stati battezzati. Si segnalano tra i tanti l’arresto di Nicholas Cosmo, un finanziere newyorchese già imprigionato nel ’97 che avrebbe defraudato di 370 milioni gli investitori; quello di Arthur Nadel, un finanziere della Florida che si sarebbe appropriato di 30 milioni; nonché l’incriminazione da parte della Sec, la Commissione di controllo della borsa, di Joseph Forte, un finanziere di Filadelfia, per un ammanco di 50 milioni. L’America non conosceva scandali del genere dall’età d’oro del 1900 – 1930.

DISUGUAGLIANZA SOCIALE - Come allora, l’1 per cento più ricco della popolazione possiede il 7 per cento della ricchezza nazionale, più di tutto il 90 per cento meno privilegiato della popolazione. Mentre in termini reali il reddito dell' americano medio è venuto diminuendo anche prima della crisi, i super manager hanno continuato a intascano fino a 100 - 150 milioni di dollari l’anno, e a riscuotere liquidazioni di oltre 200 milioni

Ennio Caretto
(29 gennaio 2009)

Contratti matrimoniali Usa: se non ti mantieni in salute, rischi il divorzio

IL CORRIERE DELLA SERA

WASHINGTON – Fino a poco fa, i prenuptial agreements o contratti prematrimoniali, sempre più di moda negli Stati Uniti, riguardavano per lo più le finanze della coppia, e in minore misura l’educazione dei figli. Adesso concernono anche la salute, addirittura la forma fisica degli sposi. Riferisce su Us News and world report l’esperta Michelle Andrews che fioriscono i contratti in cui si stabilisce l’obbligo dei futuri coniugi di fare dieta ed esercizio, si fissa un limite all’eventuale aumento di peso di lei e lui nel corso degli anni, si vieta di fumare o di bere, e così via. Teoricamente, anche la violazione di una solo clausola potrebbe essere causa di divorzio.

La Andrews cita Raoul Felder, un noto avvocato di New York, secondo cui in questi contratti è il sesso l’arma più di frequente prevista per il coniuge che rispetta i patti contro il coniuge che li trasgredisce. Racconta Felder che una sposa stipulò «niente sesso» con lo sposo finché non avesse perso i 20 chili che aveva di troppo, e un’altra lo stipulò se non smetteva di fumare. Le variazioni sul tema sono molte, da una settimana di astinenza sessuale per ogni chilo in più di lei o lui, alla clausola – eccessiva - «niente figli» se la coppia non è salutista. Una moda che incomincia a porre seri problemi agli americani obesi e non sportivi, quasi un quarto della popolazione.

Stando a Violet Woodhouse, un’avvocatessa di Los Angeles autrice del libro Divorzio e denaro, contratti del genere sono dovuti alle carenze della sanità pubblica americana. «La sanità privata costa un occhio delle testa, di qui il bisogno dei coniugi di mantenersi in buona salute», spiega. «In America inoltre quasi 50 milioni di persone sono prive di assistenza sanitaria pubblica o privata: alcune coppie si sposano perché uno dei due ce l'ha». Una delle clausole più popolari, rileva Woodhouse, è che il coniuge divorziato conserva il diritto all’assicurazione medica dell’altro. L'avvocatessa ammonisce tuttavia che non sempre i tribunali riconoscono i prenutptial agreements. Così diffusi sono i contratti prematrimoniali – li si può scaricare da internet - che una radio ha condotto un sondaggio per stabilire se debbano diventare obbligatori in America. Fortunatamente, il 75 per cento ha risposto di no, molti lamentando che riducano il matrimonio a una questione di affari e che siano l’anticamera del divorzio. Ma attorno a essi, che vanno stampati e firmati in triplice copia, è fiorita tutta un’industria di studi legali specializzati in contratti per il primo matrimonio e in contratti per quelli successivi, e via di seguito.

Ennio Caretto
30 gennaio 2009

Algeri, 007 americano accusato di stupro: drogava le ragazze e le violentava

IL CORRIERE DELLA SERA

WASHINGTON – Il capo della "stazione" Cia ad Algeri è stato richiamato negli Stati Uniti ed è oggetto di un'indagine dopo essere stato accusato di violenza su due donne. Da tempo in servizio nel paese nord africano, 41 anni, convertito all'Islam, lo 007 avrebbe drogato le ragazze per poi abusarne.

IL RACCONTO - «Mi ha offerto un cocktail di Cola e whiskey – ha raccontato la prima – E dopo un po' ho provato un senso di nausea, stavo male. Mi sono risvegliata il giorno dopo ed ero completamente nuda. Solo allora ho capito di aver avuto un rapporto sessuale, anche se non ricordavo nulla». Quasi identico il racconto della seconda ragazza.

VIDEO - Le vittime, secondo l'Abc che ha rivelato la storia, sostengono che le violenze sarebbero avvenute nella residenza del funzionario ad Algeri. Durante una perquisizione sono state trovate – ha aggiunto la rete tv – delle videocassette che mostrano lo 007 impegnato a fare sesso con una dozzina di donne diverse. Inoltre sono stati recuperati dei sonniferi che potrebbero essere stati usati per preparare i cocktail. L’alto funzionario, una volta rientrato negli Usa, si è difeso sostenendo che non vi è stata alcuna violenza: «Erano rapporti consensuali».

LE INDAGINI - L'inchiesta è stata affidata al Dipartimento della Giustizia americano che ora sta raccogliendo prove ed elementi per accertare la fondatezza delle gravi accuse. È probabile che nelle prossime ore l'indagine si estenda anche all’Egitto, altro paese dove l’uomo dell’intelligence ha lavorato in passato.

LOTTA AL TERRORISMO - I servizi segreti algerini e la Cia, insieme ad altri apparati occidentali, collaborano da tempo nella lotta al terrorismo. In particolare contro «Al Qaeda nella terra del Maghreb», una formazione eversiva locale che ha dichiarato nel 2006 fedeltà ad Osama.

Guido Olimpio
29 gennaio 2009

Andrea Camilleri lancia il partito dei senza partito

Pianosa accende il "Grande Occhio" e il mare diventa trasparente

IL CORRIERE DELLA SERA

PORTOFERRAIO (Isola d’Elba) – Il Grande Occhio è già stato installato sull’isola piatta, Pianosa, una volta inferno per i mafiosi colpiti dal 41 bis, oggi cuore del Parco dell’Arcipelago con un futuro legato all’ambiente e all’ecologia. E’ un radar collegato a un sofisticato sistema wireless, capace di scandagliare e controllare e dare l’allarme in un raggio di oltre sessanta miglia marine, ovvero dalla Gorgona sino all’Argentario, sfiorando la Corsica che resta di competenza francese. Come un improbabile Poseidone e per la prima volta in Italia, il super radar avrà il dominio hi-tech del mare. «Scandaglierà ogni piccola porzione di questo tratto di Tirreno – spiega il comandante della Capitaneria di porto di Portoferraio, Nerio Busdraghi – e individuerà natanti anche di piccole dimensioni che violano lo spazio delle aree protette, contribuirà a fermare ogni attacco alla legalità».

CHI VIOLA LE LEGGE - Attacchi contro la legge del mare che si ripetono ogni anno, soprattutto in estate. I responsabili? Pescatori di frodo (lo scorso anno la Capitaneria ha sequestrato tre chilometri e mezzo di reti illegali), ma anche turisti che vogliono violare i segreti ambientali di isole parco, come per esempio Montecristo, o alcune parti di Giannutri, Pianosa, Gorgona, Cerboli, tanto per citare alcune delle zone più a rischio. Montecristo, per esempio, è una riserva biogenetica ed è vietato non solo attraccare con qualsiasi imbarcazione, ma neppure fare il bagno. Sull’isola di Dumas, vive un guardiano con la famiglia e c’è un piccolo museo. Ogni anno possono accedere solo un migliaio di persone (necessario fare domande e frequentare un corso), ma gli attacchi di natanti e pescatori di frodo sono sempre in agguato. E con essi se ne va un pezzo di ecologia da lasciare alle generazioni future. Violazioni a volte dolose e a volte provocate da imperizia o poca conoscenza delle norme. Come è accaduto questa estate a personaggi illustri come il presidente della Camera, Gianfranco Fini, sorpreso durante un’immersione in una zona protetta dell’isola di Giannutri e per questo multato. Adesso nessuna svista sarà possibile. O meglio, chi viola le normative dolosamente e colposamente sarà immediatamente individuato, bloccato e sanzionato. In futuro si prevede anche un collegamento tra navigatori satellitari e sistema. Un po’ come avviene oggi con i navigatori da auto di nuova generazione che segnalano sensi unici o divieti di svolta.

ALLARME SUGLI ABUSI IN TEMPO REALE
- “L’occhio di Poseidone” avrà la capacità di individuare in tempo reale imbarcazioni anche di piccole dimensioni (tre o quattro metri) e lanciare automaticamente l’allarme alle motovedette. Un database informerà gli uomini della capitaneria sul nome del natante, dimensioni, immatricolazioni, proprietà che non potrà mai più sfuggire ai controlli e alle eventuali sanzioni che, nei casi più gravi, prevedono sequestri e denunce penali (14 quelle presentate nel 2008, 45 i sequestri, 404 i verbali).

LA SALA CONTROLLO - A Pianosa, nell’edificio condiviso da Forestale e Finanza, è stata installata anche una sala di controllo. Qui opereranno, 24 ore su 24, gli esperti della guardia costiera «Il nostro sistema sarà integrato con Argomarine, un sistema satellitare – spiega ancora Busdraghi – che sarà attivato a maggio e in futuro si connetterà con il Vts nazionale, un sistema che dal 2011 permetterà di controllare il mare come si fa con gli spazi aerei dagli aeroporti». E allora il Tirreno sarà il mare più controllato al mondo. «Senza inutili proibizionismi – commenta Umberto Mazzantini, responsabile di Legambiente Arcipelago – ma nel rispetto delle regole e soprattutto della natura. I furbetti del mare sono avvertiti». Giudizio positivo è stato espresso anche dal presidente del Parco, il ricercatore del Cnr e conduttore televisivo Mario Tozzi: “Speriamo di poter far partire il radar prima dell’estate e dare un segnale forte a tutti gli abusivi”.

Marco Gasperetti
(27 gennaio 2009)

E i controllori del governo finirono sotto controllo

IL CORRIERE DELLA SERA

«Mi ricorderò di te alle prossime elezioni! » sibila il solito prepotente al bravo sceriffo in ogni film di cowboy. Così era il Far West. Anche nella legge italiana, però, sta per essere infilato un tarlo simile. Che rischia di divorare l’autonomia della Corte dei conti fino al punto che il governo (il controllato) si sceglierà di fatto il controllore, cioè chi deve esaminare come sono spesi i soldi pubblici. Il tarlo, come tutti gli insetti che si rispettino, non è facile da scovare. Proprio come il dirottamento ad «amici» di un mucchio di soldi per lavori stradali marchigiani venne infilato anni fa in un decreto sulle «arance invendute in Sicilia», anche questo tarlo è stato nascosto dove poteva passare inosservato.

Nel disegno di legge 847 noto come «Brunetta»: «Delega al governo finalizzata all’ottimizzazione della produttività del lavoro pubblico». L’ideale, nella scia della popolarità del ministro in guerra coi fannulloni, per collocare un boccone che, come tutti i bocconi avvelenati, è inodore e insapore. È l’articolo 9, dedicato al Consiglio di Presidenza della Corte dei conti. Il Csm, diciamo così, dei giudici contabili. Che costituzionalmente consente anche a questa magistratura, come a quella ordinaria e a quella amministrativa, di decidere da sé della propria vita, al riparo da interferenze politiche. Un principio ovvio e sacrosanto: chi comanda non può volta per volta scegliersi il controllore. Dice dunque quell’articolo, inserito da Carlo Vizzini (che come presidente della commissione Affari costituzionali del Senato ha di fatto agito per il governo), che quel
Consiglio di Presidenza, composto oggi da 13 magistrati contabili (i vertici della Corte dei conti più dieci eletti dai circa 450 colleghi) più due esperti nominati dalla Camera e due dal Senato (totale: 17) non va più bene.

D’ora in avanti dovranno essere 11, con un taglio dei giudici eletti da 10 a 4 e le «new entry» del segretario generale della Corte e del capo di gabinetto, che in certi casi possono pure votare. Somma finale: i rappresentanti scelti dei colleghi precipiterebbero da 10 su 17 (larga maggioranza) a 4 su 13 (netta minoranza). Ma non basta. La perdita di potere del «Consiglio», sempre più esposto agli spifferi politici, sarebbe aggravata da una grandinata di poteri in più concessi al presidente. Come quello di stabilire l’«indirizzo politico-istituzionale ». Vale a dire: puntiamo di più su questi o quegli altri reati, concentriamoci di più su questi o quegli altri sprechi. Quindi meno su questo e quello. Peggio: il presidente «provvede» o «revoca» come gli pare «gli incarichi extraistituzionali, con o senza collocamento in posizione di fuori ruolo o aspettativa».
Traduzione: diventa il padrone assoluto della distribuzione ai suoi sottoposti («tu sì, tu no») dei soldi extra e delle carriere parallele.

Cosa vuol dire? Moltissimo: il capo di gabinetto di un ministro cumula insieme lo stipendio nuovo (senza più il tetto di 289 mila euro inserito da Prodi e abolito da Berlusconi) con quello vecchio di magistrato «parcheggiato» altrove. E un solo «arbitrato» (quella specie di giustizia parallela, più veloce, su alcuni contratti pubblici) può regalare a un giudice guadagni di centinaia di migliaia di euro. Il che significa che il nuovo presidente, dicendo solo «tu sì, tu no», può cambiare letteralmente la vita dei suoi «dipendenti». Diventando il Dominus assoluto. Senza più il minimo controllo, scusate il bisticcio, dell’organo di autocontrollo, ormai esonerato. Poteri pieni. Totali. Un progetto pericoloso, attacca l’opposizione. Il controllo, denuncia Felice Casson, «verrebbe a essere asservito e subordinato ai governi centrali e locali ».

Il coordinamento dei magistrati ordinari, amministrativi e contabili, in una lettera mandata ieri a Napolitano, denuncia «un gravissimo vulnus ai quei fondamentali principi costituzionali che sono stati alla base della istituzione stessa degli organi di autogoverno». E l’Associazione nazionale dei magistrati contabili è arrivata a ipotizzare all’unanimità l’espulsione dello stesso presidente, Tullio Lazzaro. C’è chi dirà: allarmi esagerati. E giurerà che si tratta di «ritocchi» organizzativi che renderanno «efficiente» un organo che costa cinque volte più dello spagnolo Tribunal de cuentas. Che non limiteranno affatto le denunce sulla malagestione dei pubblici denari come gli sprechi della sanità in Sicilia, le troppe consulenze «conferite intuitu personae » (cioè a capriccio), i soldi buttati dalle regioni, dalle municipalizzate, dai comuni o perfino dalla Croce Rossa.

Sarà. Ma nel progetto c’è scritto proprio così: il presidente della Corte dei conti diventa «organo di governo dell’istituto» e il Consiglio di presidenza viene degradato a «organo di amministrazione del personale». Nero su bianco. E lo sapete quando è stato inserito, il «ritocco» che stravolgerebbe senza passaggi costituzionali l’autogoverno dei giudici contabili? Poco dopo che il procuratore generale aveva denunciato il surreale tentativo di introdurre nell’accordo sulla nuova Alitalia un codicillo che prevedeva «l’esonero preventivo e generalizzato» per i nuovi soci «da responsabilità astrattamente esteso fino a coprire eventuali comportamenti dolosi, con effetti retroattivi». Cioè l’assoluzione concordata prima ancora che fosse commesso l’eventuale peccato. Pensa un po’ che coincidenza...

Gian Antonio Stella
30 gennaio 2009

venerdì 30 gennaio 2009

UGUALE PER TUTTI: E i controllori del governo finirono sotto controllo. Le mani del “potere” su tutto.

UGUALE PER TUTTI: E i controllori del governo finirono sotto controllo. Le mani del “potere” su tutto.

Ecco il «più infernale» dei pianeti

IL CORRIERE DELLA SERA

MILANO - C'è vita nell'Universo? Sul pianeta HD80606b no di certo. Ricercatori americani hanno osservato per la prima volta i cambiamenti atmosferici di un esopianeta (ossia un pianeta che orbita intorno ad una stella che non è il Sole). E di tutti i corpi celesti esaminati finora questo è senz'altro quello meno vivibile: nel giro di sei ore la sua temperatura si alza di più di 650 gradi Celsius - un tempo infernale nel vero senso della parola.

ORSA MAGGIORE - HD80606b, situato in direzione della costellazione dell'Orsa Maggiore e dista da noi circa 190 anni luce. La massa di questo corpo celeste è pari a circa un quarto di quella di Giove e orbita attorno alla sua stella in circa 111 giorni. Secondo le stime di Gregory Laughlin dell'osservatorio astronomico Lick di proprietà dell'Università della California, la temperatura media su questo pianeta dovrebbe essere abitualmente di circa 526 gradi. HD80606b, segue un'orbita particolarmente eccentrica: in intervalli regolari è molto distante dal suo sole, poi nuovamente più vicino. In certi periodi è più prossimo alla sua stella madre di quanto non sia Mercurio al nostro Sole. Ed qui che il pianeta si trasforma in una vera e propria «tempesta di fuoco» con temperature di 1.226 gradi Celsius. In questo lasso di tempo la radiazione ha una potenza che è 825 volte superiore al momento di maggiore distanza dalla stella madre. Inoltre, a causa del notevole surriscaldamento atmosferico si manifestano forti venti sul lato illuminato di HD80606b, con velocità che raggiungono i cinque chilometri al secondo. Questi s'indeboliscono poi una volta che il pianeta s'allontana dalla sua stella.

«VENERE? UN BEL POSTICINO» - HD80606b è un cosidetto pianeta gioviano caldo, ovvero fa parte di quei pianeti molto grandi e vicini al loro sole. «E' un pianeta assai curioso, dove le temperature oscillano tra un "caldo d'inferno" e un calore che si può definire "super-infernale"», ha detto l'astronomo Alan Boss. «Questo posto fa sembrare Venere quasi un bel posticino dove vivere - e scusate se è poco».

Elmar Burchia
29 gennaio 2009

Ötzi, fu un omicidio in due atti

IL CORRIERE DELLA SERA

Dal 1991 intorno a Ötzi, la mummia del Similaun, si sono avvicendati archeologi, antropologi, storici e scienziati di ogni tipo. I resti di quest'uomo vissuto più di 5 mila anni fa sono una fonte infinita e unica di informazioni e la sua morte misteriosa lo ha reso un oggetto di studio ancora più affascinante. Per ricostruire le ultime ore di vita e l'omicidio di Ötzi ci sono voluti una serie di studi così minuziosi da far invidia alla migliore squadra di polizia scientifica di CSI. L'ultima scoperta riguarda la datazione e la cronologia delle varie ferite presenti sulla mummia, che hanno svelato il mistero su cosa lo avesse ucciso.

DUE ATTACCHI MORTALI - L'uomo del Similaun è la più antica mummia mai trovata, portata alla luce dal movimento del ghiacciaio in cui era rimasta sepolta per migliaia di anni. Grazie alla sua straordinaria conservazione, un team di ricercatori dell'Università LMU di Monaco, guidato dal Professor Andreas Nerlich, in collaborazione con l'Istituto di Patologia di Bolzano, ha potuto analizzare minuziosamente tutte le ferite individuate sul corpo: «Risulta che Ötzi sia stato colpito mortalmente almeno due volte nei suoi ultimi giorni di vita, il che vorrebbe dire che subì due attacchi separati», racconta Nerlich.

UN TAGLIO, UNA FRECCIA E UN COLPO ALLA SCHIENA - Le ferite individuate e collocate in ordine cronologico sono tre: un profondo taglio su una mano, che risale ad alcuni giorni precedenti al decesso e quindi a un primo assalto. Il giorno della morte, un secondo attacco ha lasciato i segni attraverso la ferita di entrata di una freccia, la cui punta è stata trovata conficcata sotto l'ascella sinistra: la freccia avrebbe reciso un'arteria principale causando il lento dissanguamento di Ötzi e lasciandogli ormai poche speranze di sopravvivenza. Ma a finirlo, pochi minuti - o forse poche ore - più tardi, sembra sia stato un colpo alla schiena, sferrato con un oggetto smussato, che ha lasciato un altro segno sul dorso del nostro sfortunato antenato.

Valentina Tubino
29 gennaio 2009

Vigilanza Rai, Donadi e Belisario nominati d'ufficio da Schifani e Fini

LA REPUBBLICA

Nuova polemica sulla Vigilanza Rai. Scoppia dopo la nomina d'ufficio dei rappresentati dell'Idv in Commissione. Oggi i presidenti di Camera e Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani hanno nominato, rispettivamente il capogruppo Idv a Montecitorio, Massimo Donadi e quello di Palazzo Madama, Felice Belisario componenti della commissione in rappresentanza del loro gruppo. Una decisione che ha suscitato l'ira dei due esponenti del partito di Di Pietro. La decisione è arrivata dopo che l'Idv si era più volte rifiutata di procedere all'indicazione dei propri commissari necessaria per la formazione della nuova commissione di garanzia. E ha suscitato la nuova e decisa protesta degli interessati

Dopo la nomina i presidenti di Camera e Senato hanno convocato la prima riunione della nuova Commissione di vigilanza alle ore 14 di mercoledì 4 febbraio. Così, dopo due mesi di stallo per diserzione delle sedute di Vigilanza da parte, prima della sola opposizione, poi della maggioranza - in protesta con Villari contestato per non essersi dimesso come da precedenti accordi con la sua allora parte politica, il Partito democratico - i presidenti di Camera e Senato hanno dunque nominato i nuovi componenti. Tutti identici a prima, tranne, gli esponenti dell'Italia dei Valori. Il partito di Di Pietro protesta per il veto che ha impedito a Leoluca Orlando, suo candidato presidente, condiviso anche dalle altre opposizioni, di essere eletto al massimo soglio della Vigilanza.

A questo punto, se sarà rispettata l'intesa raggiunta tra Pdl e Pd nelle settimane scorse, il primo atto della nuova Commissione sarà l'elezione del nuovo presidente, Sergio Zavoli, entrato nella rosa dei membri in novembre, a pochi giorni dall'elezione del presidente, Riccardo Villari e al posto di Nicola Latorre, anch'egli senatore.

A sbloccare lo stallo sono stati i presidenti delle Camere che hanno integrato la mancata indicazione da parte dell'Italia dei valori (che diserta la vigilanza) dei loro rappresentanti, con la nomina di ufficio nella commissione bicamerale dei due capigruppo dipietristi alla Camera e al Senato, che però non nascondono la loro contrarietà

"Prendiamo atto della nomina dei presidenti Fini e Schifani - ha detto il capogruppo dell'Idv Massimo Donadi - ma la situazione che ci ha portato alla scelta di non partecipare ai lavori della Vigilanza, permane, per cui continueremo a non partecipare".

"Speravo che il presidente del Senato non facesse un altro atto di prepotenza nei confronti dell'IdV, ma ormai l'autoritarismo la fa da padrone", è stato il commento del presidente del gruppo dell'IdV al Senato, Felice Belisario. "Anziché rispettare una forza politica che ha manifestato un forte dissenso nelle procedure di revoca e di nomina della Commissione di Vigilanza - ha sottolineato Belisario - i presidenti delle Camere, ovviamente sempre interpretando a loro comodo una presunta e consolidata prassi parlamentare, provvedono a nomine di natura commissariale".

(30 gennaio 2009)

Vigilanza Rai, Donadi e Belisario nominati d'ufficio. «Non andiamo»

IL CORRIERE DELLA SERA

ROMA - Massimo Donadi e Felice Belisario sono stati nominati componenti della Commissione di Vigilanza Rai, che nel frattempo è stata convocata per mercoledì 4 febbraio. La scelta è stata comunicata dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, e dal presidente del Senato, Renato Schifani. Il capogruppo dell'Italia dei valori alla Camera e il suo collega al Senato sono stati scelti «d'ufficio» dopo che i dipietristi non avevano indicato nessun nome.

LA LETTERA - «Onorevole presidente, come già preannunciato nelle mie precedenti lettere del 26 e 28 gennaio scorso - si legge nella lettera inviata a Donadi e Belisario -, le comunico che, al fine di garantire la tempestiva ricostituzione della Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, ed in mancanza, da parte sua, della designazione prevista dall'articolo 2, comma 1, del regolamento della commissione, ho proceduto alla sua nomina a componente della commissione medesima».

LA RISPOSTA - Immediata però la replica di Donadi e Belisario: «Non abbiamo la volontà di impedire il funzionamento della commissione di Vigilanza Rai. Prendiamo atto della nomina ma non andremo alla riunione». «Non parteciperemo ai lavori- aggiunge Donadi- e siccome non abbiamo intenzione di prendervi parte né di nominare i sostituti, è irrilevante che ci dimettiamo o meno».

30 gennaio 2009

I guardaspalle dei carnefici

ANTONIO DI PIETRO
30 Gennaio 2009

Di Piazza Farnese è stato taciuto tutto, ad eccezione dell’inutile. E da oggi è calato il silenzio, la Rete ha zittito le menzogne.


Repubblica ha ricevuto migliaia di commenti di cittadini indignati, l’Unità e Corriere idem. Venti minuti dopo la fine di Piazza Farnese tutta la manifestazione era su You Tube, mentre le redazioni correvano affannate a costruire la loro notizia. Questo non era stato previsto dai direttori dei media.


Nessuno, se non la Rete, ha parlato dell’Associazione Nazionale Vittime di Mafia, nessuno ha riportato le parole di Salvatore Borsellino, di Beppe Lumia, di Sonia Alfano, di Beppe Grillo, nessuno ha riportato i nomi fatti in quella piazza, né dei "cattivi" quali Marcello Dell’Utri, Vittorio Mangano, Angelino Alfano, Cesare Previti, né dei "buoni", Luigi De Magistris, Luigi Apicella, Clementina Forleo. Nessuno ha parlato di mafia, di camorra,’ndrangheta e di finanziamenti europei. Nessuno ha parlato della luna, solo del dito.


Si è parlato solo delle mie presunte offese a Napolitano, offese che non c’erano, mai esistite. Di critiche invece si, ne ho fatte, e le ribadisco. Così come ne hanno fatte l’85% degli italiani non ritenendolo un buon “custode della Costituzione” (guarda il sondaggio di MicroMega).


La luna ieri si chiamava Piazza Farnese, ma cambia nome ogni giorno. Oggi sono le intercettazioni che i cittadini vogliono (guarda il sondaggio del Sole24Ore), ma che il Parlamento (senza Italia dei Valori ovviamente) si accinge ad eliminare nei fatti con una legge che cambierà la storia del Paese e lo consegnerà a spacciatori, assassini, bancarottieri, camorristi, corruttori, e politici deviati. Una legge dagli effetti devastanti e di gran lunga peggiori di quelli dell’indulto.


La luna oggi è anche il Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) presieduto da Francesco Rutelli che ha convocato De Magistris per le intercettazioni dell'archivio Genchi predisposte dal pm. Un atto intimidatorio compiuto dall’alto di un’istituzione. Oltre ad essere, il presidente del Copasir Francesco Rutelli è colui che vorrebbe denunciare De Magistris.


Quante lune e quanti disinformatori ci sono in Italia?


Se è vero che Il Giornale rappresenta la macchietta dell’informazione, da altre testate ci si aspetta la denuncia di simili porcate. Da Il Corriere della Sera, da Repubblica i cittadini si aspettano un’informazione imparziale, almeno vagamente imparziale.


Ho il dovere di ricordare a chi fa informazione che il palo del delinquente in una rapina, il "guardaspalle del carnefice" in una mattanza, ha le stesse responsabilità di chi compie il reato.

ARTICOLO 27. AGENZIA REGIONALE PROMOZIONE LAVORO PENITENZIARIO



LUIGI MORSELLO *

ARTICOLO 27. AGENZIA REGIONALE PROMOZIONE LAVORO PENITENZIARIO

“Ab immemorabili” la casa circondariale (già carcere giudiziario) di San Vittore in Milano è una struttura penitenziaria simbolo, di una antica concezione del carcere a raggiera, dell’occupazione tedesca e della resistenza, vi sono stati detenuti un giovanotto italo-americano di belle speranze – Mike Bongiorno -, una grandissima firma del giornalismo italiano – Indro Montanelli, è stato teatro di una famosa rivolta, definita la più grave del dopoguerra, in coincidenza con la Pasqua del 21 aprile 1946.
La rivolta scoppiò mentre i detenuti stavano mettendo insieme una «rappresentazione comico-allegorica» nella quale «la Madonna comparve con la testa di una capra, corteggiata da un Dio con una testa di capro». Fu lì che «d' improvviso Ezio pretese silenzio. Avanzò nella luce piena di un riflettore, si concentrò (...) uscì dal suo raccoglimento e prese a fischiare modulato, rivolto verso i bracci dove i reclusi, a centinaia, si affacciavano dalle celle, impugnando le sbarre». Il carcere s'infiammò in un istante, le poche guardie rimaste per Pasqua furono sopraffatte e tutti ma proprio tutti se ne sarebbero andati sfociando nella piazza e di lì nella città sonnolenta se un piccolo eroe, Salvatore Rap, non avesse afferrato una mitragliatrice pesante e non avesse bloccato l' evasione, da solo, per il tempo necessario alla polizia, ai carabinieri e alla Celere e poi addirittura a un reparto d' assalto della Folgore per circondare il penitenziario.
Un gesto pagato con la vita. Durò quattro giorni, la sommossa. Quattro giorni di sparatorie e trattative, trattative e sparatorie. Finché gli assedianti non si decisero a usare il cannone. Bastò un colpo, uno solo, su una torretta che si sbriciolò, per far capire ai rivoltosi che l'Italia appena uscita dalla guerra si era stufata di essere in ostaggio di una nuova violenza ed era pronta a usare la mano pesante. Si arresero. Furono giorni di sangue, conclusi con un bilancio di cinque morti (tre detenuti e due guardie).
Alberto Bevilacqua scrisse a ricordo di quei quattro giorni di sangue, di violenza e di lutto il libro “La Pasqua Rossa” edito nel 2003.
In un modo o nell’altro è stata protagonista della vita milanese, durante il terrorismo del decennio degli anni di piombo, durante la stagione ormai storica di “Mani Pulite”.
Ebbene, proprio ieri 29 gen
naio 2009 è tornata agli onori della cronaca per una frase pronunciata da Giuseppe Grechi Presidente della Corte d’Appello di Milano: «A San Vittore si esercita la tortura», frase choc che non si riferisce agli agenti di polizia penitenziaria ma alle condizioni inumane di detenzione: «Dove si tengono otto persone in una cella, dove sei persone stanno sui lettini e due alternativamente in piedi, credo che questo sia una tortura» precisa il magistrato, intervenuto all´inaugurazione dell´anno giudiziario organizzato dagli avvocati penalisti.
La scossa di Grechi - che tra l´altro riprende un suo allarme di qualche mese fa - punta a produrre un effetto - «accelerare i tempi per la realizzazione della Cittadella della giustizia» - ipotizzando una fase in due tempi: anticipare la costruzione dell´istituto penitenziario, rimandando a un momento successivo - comunque entro il 2015 - l´edificazione dei nuovi uffici giudiziari. «Il carcere deve essere la soluzione prioritaria - insiste Grechi - e questo è ben presente al ministro Alfano, che ha ventilato la possibilità di stralciare una somma dal piano carceri per il trasferimento di San Vittore nell´area di Porto di Mare». Bisogna fare presto, però: «C´è un´atmosfera di scetticismo sul rispetto dei tempi. Dal 31 luglio 2007, data in cui fu lanciata in Regione l´idea, è passato un anno e mezzo. E oltre a finanziare lo studio di fattibilità - l´uno per mille dei soldi necessari - non è stato fatto nulla. E il dramma vero non lo vivono né i magistrati né gli avvocati: lo vivono i detenuti».
Nicola La Bella, sindacalista del Sappe, è contrario a soluzioni-tampone: «San Vittore andrebbe semplicemente chiuso. Il problema è che del trasferimento della nuova sede si parla ormai da molti anni, senza mai passare al dunque». Nel frattempo ci sono «reparti che scoppiano, come il sesto, che non è mai stato ristrutturato». E i reclusi, rincara la dose Giorgio Bertazzini, garante dei detenuti della Provincia di Milano, «sono costretti a dormire su materassi buttati a terra». Cibo e carta igienica scarseggiano, le docce, in alcune sezioni, sono fuori uso. Senza parlare delle caserme che ospitano gli agenti, piene di amianto e così fatiscenti che piove dentro.
Uno scenario così drammatico l´hanno rappresentato al ministro Alfano anche gli avvocati penalisti in una lettera, firmata dal presidente Vinicio Nardo, nella quale parlano del «costante aumento della popolazione detenuta» e della carenza «del vitto e di altri beni di prima necessità». E chiedono che il carcere di San Vittore non regredisca allo stato di «galera». Nardo, però, pensa a una soluzione diversa da quella prospettata da Grechi: «Siamo contrari al trasferimento. Noi vorremmo che fosse restaurato e reso vivibile, in modo da non separare quella parte di popolazione dal resto della città: la detenzione non dev´essere solo segregazione ma anche risocializzazione».(La Repubblica – Milano – 29 gennaio 2009).
“Le strade dell’Inferno sono lastricare di buone intenzioni”. Questo antico proverbio dev’essere uscito di mente a coloro i quali, a vario titolo, parlano di San Vittore, che attualmente ospita 1.300 persone.
Intervistato ieri da La Repubblica, il dr. Luigi Pagano, storico direttore di San Vittore per oltre quindici anni e oggi Provveditore Regionale dell’amministrazione penitenziaria in Milano, che ha dovuto registrare durante la sua gestione del carcere milanese punte di 2.200-2.300 detenuti, ha avute parole prudenti di commento, dichiarando che a San Vittore possono arrivare ogni giorno 20-30 e persino 50 detenuti al giorno.
Appare evidente che l’affermazione del pres. Grechi era strumentale alla sollecitazione della costruzione di questa c.d. “cittadella giudiziaria”, espressione che chi scrive ha sentito pronunciare tante volte e in varie sedi di servizio.
Ma gli addetti ai lavori non ignorano che il sovraffollamento costituisce una situazione di potenziale e immanente pericolo, che in passato si concretizzava in improvvise e rovinose fiammate di rivolta.
Vero è che dal 1986 e per effetto della c.d. “legge Gozzini”, che introduceva lo strumento giuridico principe per il controllo ed il mantenimento della disciplina, il permesso-premio, grosse manifestazioni di indisciplina non sono state registrate nelle carceri italiane, lungo l’arco di ventitre anni, ma è anche vero che, come osservava Pagano, la composizione della popolazione detenuta è cambiata, oggi a San Vittore il 75% dei detenuti sono stranieri.
Pagano non lo dice esplicitamente, ma lo dico io, sono persone molto difficili da gestire, può bastare un nonnulla per provocare una scintilla per incendiare la situazione ed innescare manifestazioni di violenza, specialmente se è vero, com’è vero, che "I detenuti poveri hanno fame" (La Repubblica del 14 dicembre 2008).
A digiuno. Senza carta igienica. Privi di sapone per lavarsi. Da alcuni mesi sono queste le condizioni di vita dei reclusi di San Vittore. Tornato ai livelli pre-indulto, con una popolazione carceraria di 1.400 detenuti.
«In alcune sezioni del sesto raggio, su 140 detenuti si è riusciti a garantire il pasto a 90», precisa Giorgio Bertazzini, garante dei detenuti della provincia di Milano.
Inoltre, proprio il 29 corrente ci sarebbe stata presso la Sala Convegno “Di Cataldo” del carcere di San Vittore una cerimonia di presentazione della “Agenzia Regionale promozione lavoro penitenziario”, denominata Articolo 27, con chiaro riferimento alla norma costituzionale, alla presenza del capo del Dipartimento Franco Ionta e del presidente della regione Lombardia Roberto Formigoni, caratterizzata dal riavvio
l’enorme orologio, oramai fermo da oltre trent’anni, posto all’ingresso della rotonda di San Vittore, gesto di enorme valore simbolico.
La reazione di Franco Ionta non si faceva attendere. "Sono parole forti e inaccettabili. Le parole hanno un peso e non possono essere utilizzate impropriamente".
Ionta, pur senza citare le parole dell'alto magistrato, le ha giudicate "inaccettabili perché le parole hanno un peso". "Mi auguro - ha detto - che servano a sollevare un problema: è vero che degli istituti soffrono di sovraffollamento e abbiano delle difficoltà, ma certe parole rischiano di essere percepite come un'offesa per uomini e donne che, in divisa o senza divisa, compiono grandi sacrifici all'interno degli istituti di pena".
Il pres. Ionta, da poco alla guida dell’amministrazione penitenziaria, ha colto un aspetto concreto delle possibili reazioni, che però possono andare ben oltre, perché la parola tortura e ciò che significa è presente in tutte le lingue che si parlano in San Vittore.
Tuttavia l’incidente non ha turbato la cerimonia, che si è svolta regolarmente, con grande soddisfazione degli intervenuti. Ma sopratutto del dr. Luigi Pagano, che l’ha fortissimamente voluta.

* ispettore generale dell'amministrazione penitenziaria