sabato 31 ottobre 2009

Atlantide, colpa di uno tsunami


di SARA FICOCELLI


UNA esplosione vulcanica gigantesca in mezzo al mare, un'onda che viaggia per centinaia di chilometri fino a raggiungere e sommergere una grossa isola dell'arcipelago greco. E' questo l'episodio apocalittico che avrebbe ispirato la leggenda di Atlantide, l'isola scomparsa di cui parlò per la prima volta Platone dei suoi Dialoghi. Secondo uno studio, a provocare l'episodio ispiratore sarebbe stato proprio uno tsunami, l'onda anomala che dal 2006 ci è tristemente familiare e che ha provocato 547 morti in Indonesia e più di 100 nelle isole Samoa.

Le isole dell'arcipelago di Santorini, 200 chilometri a sud della Grecia, sono oggi ciò che resta di quella che un tempo era un'unica isola, poi distrutta da uno dei più grandi fenomeni vulcanici della storia, la cosiddetta "eruzione minoica di Thera". Le onde si sarebbero diffuse in tutto il bacino dell'Egeo in sole due ore, raggiungendo un'altezza di circa trenta metri, ed entro due giorni sarebbero arrivate anche le ceneri riversate dall'esplosione vulcanica.

Fu insomma questo uno dei più terrificanti eventi vulcanici mai accaduti, che devastò l'isola di Thera (oggi Santorini) e con lei l'insediamento minoico ad Akrotiri. L'episodio si verificò fra il 1630 e il 1550 a. C. e secondo una ricerca dell'Istituto Interuniversitario di Scienze Marine di Eilat, in Israele, avrebbe ispirato a Platone la storia della civiltà sommersa, un tempo ricchissima e potente.

"Innanzi a quella foce stretta che si chiama colonne d'Ercole, c'era un'isola. E quest'isola era più grande della Libia e dell'Asia insieme...": con queste parole, nel 421 a. C., il filosofo greco descrisse nel Timeo la leggenda di Atlantide ed è probabile che a impressionarlo sia stata proprio la catastrofe di 1000 anni prima. Gli studosi israeliani hanno infatti scoperto che lo tsunami che colpì Santorini provocò un'onda capace di estendersi per oltre 1000 chilometri, quanto basta per raggiungere le coste israeliane.

Ricercatori hanno analizzato proprio le spiagge di Israele, scavando a 20 metri sotto il livello del suolo, fino a trovare resti di sedimentazioni risalenti al momento dell'eruzione vulcanica. "Abbiamo ricostruito cosa accadde - spiega a Livescience il geoarcheologo marino Beverly Goodman - e quello che abbiamo trovato sottoterra può essere solo il risultato del deposito provocato da un'onda anomala".

Una teoria analoga è stata avanzata anche dal giornalista italiano Sergio Frau nel suo libro Le colonne d'Ercole in cui spiega che le colonne di cui parla Platone andrebbero in realtà identificate con il canale di Sicilia, e che dunque l'isola di Atlantide sarebbe in realtà la Sardegna. La scoperta, secondo i ricercatori israeliani, potrebbe in ogni caso aiutare a capire meglio gli tsunami di oggi. Un evento di portata così devastante è infatti non solo in grado di sommergere un territorio ma un'intera civiltà e, conclude Goodman, non è escluso che non possa ripetersi in futuro proprio nel Mediterraneo.

(12 ottobre 2009)

Di destra o di sinistra?


ENRICO FRANCESCHINI


Di sinistra si nasce o si diventa? La medesima domanda, naturalmente, vale per chi è di destra. E la risposta è duplice: di destra, o di sinistra, si nasce e si diventa. La novità è che nuove ricerche sul cervello e sullo studio del comportamento umano vengono incorporate nell'analisi politica, per capire cosa spinge un elettore a votare in un senso o nell'altro. L'annuncio che David Cameron, leader dei conservatori britannici e, stando agli attuali sondaggi, prossimo primo ministro dopo le elezioni della primavera 2010, ha arruolato tra i suoi consiglieri degli esperti di neuroscienza e di economia comportamentale è un segnale dell'importanza che questo genere di studi hanno assunto nelle sfide elettorali del ventunesimo secolo. "Lo facevamo anche noi", rivela Matthew Taylor, ex-collaboratore di Tony Blair a Downing street.

In un articolo per il mensile Prospect Taylor racconta che negli anni del blairismo il governo laburista prendeva come modello l'Homo economicus: "Offri alla gente una scelta e la gente agirà nel proprio interesse, e nel fare ciò farà anche funzionare il sistema in modo migliore per tutti". Ma oggi, sostiene il politologo, la scienza ha fatto un ulteriore passo avanti, permettendo ai politici di analizzare le caratteristiche che spingono un cervello a simpatizzare per la sinistra piuttosto che per la destra, o viceversa. Finora, afferma, i dibattiti sulla natura umana erano ristretti ai comportamenti criminali e ad altre patologie. Adesso le reazioni "cerebrali" vengono studiate anche in relazione alle scelte politiche.

Prendiamo il Cervello Progressista. "L'altruismo ci rende felici", osserva Taylor. "Una comunità solidale crea persone migliori. Ineguaglianza e discriminazione ci privano di questo potenziale. Una buona guida ci aiuta a compiere decisioni sagge per il lungo termine". Morale: se una persona si sente sicura del proprio destino e assistita da uno stato e da una comunità solidali e ben funzionanti, è più propensa a votare per una politica che si identifica con questi valori. L'analisi del Cervello Conservatore secondo Taylor parte dalla constatazione che la morale ha una base neurologica: un forte istinto di giustizia che il nuovo leader dei Tory intende sfruttare per fare avanzare il suo progetto di un "conservatorismo sociale", intenzionato ad apparire moderno sulle questioni sociali e sulla scienza pur riaffermando i valori tradizionali della destra in difesa delle virtù civiche, delle istituzioni e delle tradizioni.

Il precedente tentativo di superare la divisione ideologica destra-sinistra e individuare un nuovo interlocutore era stato la Terza Via, l'idea del sociologo Anthony Giddens che ha portato al potere il New Labour di Blair in Gran Bretagna e forze riformiste in tutta Europa. Il concetto che i cittadini d'oggi non si vedono come oggetti di religioni, partiti, ma come autori delle proprie vite. L'ingresso della neuroscienza in politica, prevede Matthew Taylor, rappresenta un ulteriore passo avanti. Non bastano gli spin-master, gli esperti di manipolazione mediatica, per vincere le elezioni: servono anche gli psicologi del comportamento umano.

(23 ottobre 2009)

Polo Nord, è caos clima


di LUIGI BIGNAMI


"Forse non ci stiamo realmente rendendo conto di cosa significa la perdita dei ghiacci del Polo Nord. L'artico infatti, è uno dei luoghi più fragili del nostro pianeta", ha detto Jane Lubchenco del NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) presentando l'Artic Report Card, ossia lo stato dell'ambiente artico del 2009. Nonostante che durante l'estate appena trascorsa i ghiacci non abbiano raggiunto i livelli minimi del 2007 e del 2008, i ricercatori si trovano di fronte a cambiamenti estremamente drastici rispetto a soli 5 anni fa e con trasformazioni che avvengono assai più velocemente del previsto.

"Lassù - ha continuato Lubchenco - i cambiamenti ambientali avvengono ad una velocità assai più elevata rispetto al resto del pianeta con ricadute che si fanno sentire anche molto lontano". Al Polo Nord dunque si sta verificando qualcosa che va ben al di là del semplice scioglimento dei ghiacci e da alcuni anni a questa parte si sono innescate situazioni che erano del tutto imprevedibili solo 5 anni fa.

Un esempio, sono i cambiamenti su larga scala dei venti. Negli ultimi anni infatti, si è creata una anomala alta pressione sul lato artico che si affaccia al Nord America e una bassa pressione verso l'area euroasiatica. Il tutto certamente connesso con la mancanza di ghiacci durante il periodo estivo. Nella complessa evoluzione meteorologica dell'artico ciò determina la formazione di venti più prolungati che soffiano da sud verso nord, i quali incrementano il trasporto di calore sull'Oceano Artico.

Nel Nord America vi è stata un forte riduzione delle precipitazioni nevose, mentre in Siberia si è notato un aumento delle piogge. Nell'America del Nord infatti, durante le stagioni invernali 2007/08 e 2008/09 la stagione nevosa si è notevolmente ridotta con un anticipo della primavera che ha portato allo scioglimento la poca neve caduta. La temperatura del permafrost (lo strato di terreno permanentemente ghiacciato) è salito di 2°C negli ultimi 35 anni, di cui un grado nell'arco dell'ultimo quinquennio.

Profondi sono stati anche i cambiamenti negli ambienti ecologici. Per quanto riguarda i grossi mammiferi ad esempio, si sta notando una forte discesa nel numero di renne e caribù, anche se il fenomeno era già in atto da tempo. Tra gli scienziati c'è ancor più apprensione per la vita marina, in quanto si hanno pochi dati a disposizione per capire se le comunità di animali siano diminuite o si siano spostate. "Senza dubbio - spiega Michael Simpkins del Fisheries Service del NOAA - sono a rischio balene, beluga, narvali e orsi bianchi".

E a cornice di tutto questo vi è lo scioglimento dei ghiacci che oltre all'artico interessa fortemente anche la Groenlandia. Ciò che ha colpito particolarmente i ricercatori è il fatto che nonostante un inverno più freddo delle medie, l'estate appena trascorsa è stata così calda da elidere totalmente la neve caduta durante la stagione invernale e ha fatto ritirare i ghiacciai che giungono in mare per oltre 106 km quadrati, portando a quasi 1.000 km quadrati quelli persi dal 2000 ad oggi.

(28 ottobre 2009)

Montanelli, antifascista rifiutato


C'è una scena madre nell’inatteso e inedito ritratto autobiografico di In­dro Montanelli che la casa editrice Le Lettere manda in libreria martedì nella collana Il salotto di Clio con il titolo Le passioni di un anarco conservatore (prefazione di Francesco Perfetti, pagine 88, 9,50 euro). È l’episo­dio centrale per capire la vita e la visione storica che del Novecento ebbe il nostro maggiore gior­nalista.

Arrivato in Svizzera attraverso la frontie­ra di Bellinzona, nell’agosto 1944, dopo l’evasio­ne dal carcere di San Vittore per fuggire dalla condanna a morte, venne ac­colto con grande freddezza nel circolo dei fuorusciti. «In quella fine del 1944 i tem­pi erano davvero duri, so­prattutto in Italia, e capisco che anche i fuorusciti avesse­ro i nervi a fior di pelle. Mi trattarono con sospetto, qualcuno addirittura si spin­se ad accusarmi di 'apologia di fascismo'. A me, che ave­vo appena rischiato la pelle, quell’accusa giunse davvero inaspettata. Poi capii: erano loro che non capivano, non potevano, che noi giovani, da soli, avevamo fatto nasce­re, dal di dentro del fasci­smo, un altro antifascismo, ben diverso da quello di quanti erano andati in esi­lio». Questa confessione è il nu­cleo centrale della lunga e appassionante intervista, che ci restituisce un Montanelli in tutto il suo sti­le e carattere, realizzata da Marcello Staglieno nel maggio 2000. Quel dialogo doveva fare da in­troduzione ai Diari 1945-1950 di un’altra grande penna del Novecento, Giovanni Ansaldo, con cui Montanelli aveva collaborato alla redazione di Omnibus, nella casa editrice Longanesi e nell’avventura del primo Borghese, quando un gruppo di intellettuali inseguiva il sogno di una destra normale. Una destra che aveva come numi tutelari Quintino Sella e Max Weber. Niente a che fare con la linea missina che il settimanale avrebbe poi assunto sotto la direzione di Mario Tedeschi.

Dopo aver fatto la lunga intervista e averla sottoposta anche all’approvazione del figlio di Ansaldo, Giovanni Battista, Montanelli si tirò indietro, ricordando una norma del contratto che lo legava alla Rizzoli: non poteva pubblicare per altri editori testi memorialistici. Così pregò l’amico Staglieno, che per anni aveva diretto le pagine culturali del suo Giornale, di lasciar perdere. L’intervista rimase inedita e i Diari di Ansaldo uscirono nel 2003 dal Mulino con un singolare testo introduttivo: la memoria scritta che lo stes­so Ansaldo aveva reso alla polizia italiana, quan­do fu arrestato al ritorno in Italia dalla prigionia in Germania.

«Il tempo delle chimere» aveva definito An­saldo il primo quinquennio del secondo dopo­guerra. Montanelli condivide il giudizio dello scrittore e giornalista genovese, che reputa il principe dei memorialisti. Un conservatore che era arrivato al fascismo quando questo era diven­tato regime e si era identificato con lo Stato, do­po un’iniziale opposizione dalle colonne della Rivoluzione Liberale e il confino nel 1927 nel­l’isola di Lipari. Un fascista atipico, come lo era diventato, per motivi e in modi diversi, il più gio­vane Montanelli. Attraverso il racconto dell’amicizia con Ansal­do («perenne conservatore» che faceva soggezio­ne allo stesso Mussolini), con Berto Ricci, di cui era stato collaboratore al gruppo dell’Universa­le dove si coltivava l’utopia di un «italiano nuo­vo», e soprattutto con il geniale Leo Longanesi («esempio — rarissimo in Italia — di uomo indi­pendente», «fosse stato vivo nel ’74, non ho dub­bi che a dirigere 'il Giornale' sarebbe stato lui»), Montanelli traccia la propria autobiografia. Dalla giovanile adesione al fascismo e all’avventura in Africa, da cui nacque XX battaglione eritreo, alla precoce disillusione per il regime, poi testimo­niata in Qui non riposano.

Che Montanelli non fosse proprio in linea con la retorica di regime lo aveva dimostrato già nella corrispondenza per il Messaggero dalla Spagna, definendo la batta­glia di Santander «una lunga passeggiata milita­re con un solo nemico: il caldo». Una battuta che gli costò la radiazione dal Pnf, ma che non inter­ruppe la sua carriera, grazie soprattutto alla sti­ma del direttore del Corriere della Sera, Aldo Borelli. Il primo servizio per il Corriere fu dal­l’Albania, ribattezzata «Grandu­cato di Toscana» per via degli «investimenti che vi avevano fatto Ciano, Benini e altri fasci­sti livornesi». Poi i viaggi in Estonia, Lettonia, Lituania, Fin­landia durante il conflitto con l’Urss («le mie corrispondenze da Helsinki, tutte a favore dei finlandesi, entusiasmarono gli italiani»), Norvegia e Svezia. «A Stoccolma — racconta Monta­nelli — unico straniero invitato a un banchetto di giornalisti an­glo-francesi per festeggiare l’av­vento al potere del 'giornalista' Churchill, ricevetti una propo­sta che avrebbe potuto cambiar­mi il destino: lascia l’Italia, rifu­giati a Londra e collabora alla propaganda antifascista... Rifiu­tai e non me ne pento: anche se poi, dopo i rimproveri ricevuti in Svizzera nel 1944, a Milano a fine giugno 1945 qualcuno che era venuto con gli americani a bombardare le città italiane ebbe la faccia tosta di rinfacciarmelo...».

Torniamo alla scena madre in Svizzera davanti «al Sant’Uffizio di stampo azionista»: «Ch’io fos­si scampato alla fucilazione nazista poco impor­tava, avevo il difetto di esistere, di essere genera­zionalmente cresciuto nel ventennio. E nessuno voleva certo ricordare, in quello strisciante neo­conformismo, che io mai gradito alla gerarchia fascista, non lo ero stato soprattutto durante la Repubblica di Salò». In una puntuale appendice all’intervista, Mar­cello Staglieno contesta i sospetti avanzati da al­cuni biografi del grande giornalista sulla reale esistenza della sentenza di condanna a morte e sull’effettiva presenza di Montanelli in piazzale Loreto il 29 aprile 1945, come testimone della «macelleria messicana». Veleni, cui rispondono i documenti.

Dino Messina
05 ottobre 2009

Morti affidati alle istituzioni

ANTONIO DI PIETRO
31 ottobre 2009

Il caso Cucchi mi ricorda il caso Bianzino di cui Italia dei Valori si è occupata con un’interrogazione parlamentare e su cui non abbiamo ancora ricevuto alcuna risposta dal ministero competente, quello della Giustizia, da cui il corpo di Polizia Penitenziaria dipende (guarda il video). Mi ricorda anche la vicenda di Federico Aldrovandi. Sia Cucchi che Aldrovandi che Bianzino sono morti mentre erano in mano alle Istituzioni, carcerarie e dell’ordine che siano. Tutti e tre erano dei ragazzi, Bianzino anche sposato con un bambino poi rimasto solo quando, dopo qualche tempo, mancarono anche la nonna e la mamma.

Cucchi viene arrestato per possesso di 20 grammi di hashish nella notte tra il 15 ed il 16 ottobre, e finisce all’obitorio sei giorni dopo con il corpo martoriato da fratture e contusioni multiple. Le foto pubblicate in internet di Stefano e l’intervista nel blog di Grillo ad Ilaria e Giovanni Cucchi, rispettivamente sorella e padre del ragazzo, sono documenti sconvolgenti.

Non si può finire in carcere per uno spinello, o una pianta di marijuana, e uscirne in una bara di mogano senza che siano certificate e riscontate le cause eccezionalmente straordinarie all'origine del triste epilogo. E non senza che sia provata l’estraneità delle Forze dell’Ordine dalle cause dell’incidente.

Sia nel caso Cucchi che in quello Bianzino le circostanze sono tutt’altro che chiare, e naturali, e in entrambi i casi la responsabilità dei decessi punta dritto verso organi delle istituzioni.

Io credo nell'integrità delle istituzioni, credo nel lavoro delle Forze dell'Ordine e credo anche che, dentro di esse, ci possano essere mele marce che usano la mano pesante, fino ad ammazzare, o girano filmati con cui riccattano il prossimo. Lo Stato non deve cadere nella tentazione di assolvere queste mele marce, ed il cittadino in quella di fare di un'erba un fascio.

Una relazione del ministro Angelino Alfano riporta che Cucchi è “morto in seguito ad una caduta accidentale e al rifiuto di ospedalizzarsi” . Una relazione indegna che mi auguro venga valutata insieme agli altri atti all’interno del processo che seguirà la vicenda. Quelle del ministro della Giustizia sono parole gravi, superficiali, che nel peggiore dei casi possono addirittura rappresentare un tentativo di insabbiare un’omicidio. Non si possono liquidare referti medici come quelli di Cucchi con una "caduta accidentale", come non si può chiudere un caso di decesso in carcere con una relazione in cui non si siano accertati i fatti di cui si scrive. In un caso o nell'altro Alfano non ne uscirà con un "mi ero fidato di verbali e dichiarazioni del primo che passava".

L’Italia non può diventare nè un paese dove se entri in una vettura delle Forze dell’Ordine viene il timore che non farai rientro a casa, né una giungla in cui la vita vale meno di 20 grammi di hashish per colpa di mele marce.

Questo non è il paese del film di Alan Parker: fuga di mezzanotte. Non si muore in carcere così per caso o per circostanze smentite dalle autopsie. Queste vicende, la superficialità con cui vengono affrontate, queste foto, lo scarica barile di governo che da una parte offre, con La Russa, “assoluta fiducia nei Carabinieri” e dall'altra, con Alfano, liquida “morto per una caduta” un corpo straziato come quello di Cucchi, sono elementi che distruggono la credibilità delle istituzioni.
"Isoleremo le mele marce che si vestono con una divisa per umiliare le istituzioni che rappresentano", questa la prima dichiarazione che avrei voluto sentire, se non l'unica da fare in una situazione così delicata.

Caso Cucchi, Alfano riferirà al Senato e i Nas acquisiscono la cartella medica


Martedì prossimo il ministro della Giustizia Angelino Alfano riferirà in Senato sulla misteriosa morte di Stefano Cucchi, il trentunenne romano arrestato per il possesso di una ventina di grammi di droga e deceduto in carcere. Intanto, i Nas hanno acquisito al Pertini la cartella con la documentazione sul ricovero del ragazzo, su richiesta della commissione parlamentare d'inchiesta sul servizio sanitario nazionale.

Il ministro della Giustizia interverrà dopo che la presidente del gruppo democratico, Anna Finocchiaro, aveva chiesto che il governo riferisse urgentemente in Parlamento. La sua voce si è unita a quella dei tanti che, in questi giorni, dopo avere visto le foto diffuse dalla famiglia hanno chiesto di accertare le responsabilità sulla morte del giovane ricostruendo gli ultimi suoi giorni di vita.

La polemica. L'ultimo a intervenire è Maurizio Gasparri, capogruppo del Pdl al Senato: "Ammiro gli esponenti dell'Arma dei carabinieri che hanno escluso con immediatezza qualsiasi responsabilità, ma francamente al loro posto non avrei le stesse certezze. Le verifiche vanno condotte a 360 gradi. Nessuno si deve indignare, ma bisogna capire che cosa è successo. Ci sono troppe cose inspiegabili e nessun reato può portare a esiti così drammatici e inaccettabili. Assumeremo iniziative anche in Parlamento affinchè con immediatezza si faccia luce su questa morte. E invitiamo le forze dell'ordine ad un atteggiamento di piena e leale collaborazione. Negli ultimi tempi a Roma sono accadute troppe cose strane e non si può archiviare tutto con superficialità. Un giorno le mele marce, un giorno un'altra vicenda. Siamo purtroppo in un brutto momento. Ed il modo migliore è sempre quello di fare emergere tutta la verità. In ogni caso noi in questa direzione agiremo senza fare sconti a nessuno, chiunque sia".

Una posizione differente rispetto a quella assunta dal ministro della Difesa Ignazio La Russa che pur premettendo di non avere elementi si era detto certo della correttezza dei militari. Posizione che aveva sollevato lo sdegno anche della polizia carceraria. "Nessuno ha mai detto che la responsabilità della morte di Stefano Cucchi sia dei carabinieri, ma di certo non è della polizia penitenziaria", dice Leo Beneducci, segretario generale del sindacato di polizia Osapp, che rende noti alcuni particolari su cui potrebbe incentrarsi l'attenzione della Procura: dopo essere stato consegnato dai carabinieri alla polizia penitenziaria, attorno alle 13.30 del 16 ottobre, Cucchi fu visitato dal medico del Tribunale di piazzale Clodio, dove era stato accompagnato in mattinata per il processo per direttissima. Una volta terminata la visita sanitaria, Cucchi non venne immediatamente trasferito al carcere di Regina Coeli, ma "fu di nuovo accompagnato in una delle camere di sicurezza del Tribunale, questa volta non sotto il controllo dei carabinieri ma della polizia penitenziaria, e lì rimase per un'ora e mezza. Non era solo, ma assieme ad altri arrestati". I due agenti penitenziari che presero in consegna Cucchi sarebbero stati ascoltati ieri dalla Procura che ha aperto un'inchiesta contro ignoti per omicidio preterintenzionale.

I Nas al Pertini. Il presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sul Servizio sanitario nazionale, Ignazio Marino, ha inviato il nucleo dei carabinieri dei Nas al reparto controllato dell'ospedale Pertini, quello riservato ai detenuti in cui è deceduto Cucchi. "Mi auguro che dall'analisi del lavoro effettuato dai medici al momento del ricovero di Stefano Cucchi possano emergere elementi che aiutino a fare chiarezza su cosa sia realmente accaduto - spiega Marino -. Nei prossimi giorni la commissione deciderà anche se aprire formalmente un'inchiesta sulla vicenda dal punto di vista dell'efficienza, dell'efficacia e della qualità dell'assistenza medica".

(31 ottobre 2009)

Marrazzo, accertamenti sulla morte di Cafasso


La procura di Roma ha disposto accertamenti sulla morte di Gianguarino Cafasso, lo spacciatore indicato come il "confidente" da uno dei carabinieri indagati con l'accusa di aver ricattato l'ex governatore del Lazio Piero Marrazzo. Cafasso è morto a settembre per un arresto cardiaco provocato probabilmente dall'assunzione di droga. Allo stato non sussistono elementi per ipotizzare una morte violenta dell'uomo, ma gli inquirenti vogliono comunque far luce su quel decesso. Per questo sono in attesa del completamento dell'esame autoptico e delle risultanze delle analisi tossicologiche. Cafasso, legato a una transessuale di nome Jennifer, era molto conosciuto negli ambienti dei viados che gravitano nella zona di via Gradoli dove, a luglio, l'ex governatore del Lazio era stato sorpreso in compagnia di una trans.

La procura si opporrà alla scarcerazione dei quattro carabinieri detenuti a Regina Coeli. La posizione dei pm sarà formalizzata il 4 novembre durante l'udienza del Tribunale del riesame sulle istanze di scarcerazione presentate dai legali di Carlo Tagliente, Luciano Simeone, Antonio Tamburrino e Nicola Testini. Prima dell'udienza i magistrati sentiranno di nuovo i quattro carabinieri detenuti e il quinto militare indagato, Donato D'Autilia, coinvolto in passato in un'indagine per pedofilia e ora iscritto nel registro degli indagati per l'ipotesi di reato di ricettazione.

Il Gruppo Tosinvest ha intanto querelato Repubblica per la ricostruzione della vicenda pubblicata oggi. In una nota la società degli Angelucci smentisce il contenuto degli articoli, annuncia che ha dato "mandato ai propri legali di procedere in tutte le sedi opportune alla richiesta di 30 milioni di euro a titolo di risarcimento dei danni" e comunica che "tutto quanto dovesse essere riconosciuto al Gruppo come indennizzo dagli organi competenti verrà interamente devoluto in beneficenza".

(31 ottobre 2009)

Casini: «Bene l'uscita di Rutelli dal Pd, Insieme possiamo raddoppiare i voti»


Francesco Rutelli lascia il Pd e il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini, considera questa una buona notizia. «La accolgo positivamente - dice Casini a margine di un convegno della fondazione Liberal -. Si può realizzare un percorso comune. Non è un problema di destra, di sinistra o di centro perchè bisogna parlare agli italiani un linguaggio di senso che vada nella direzione di modernizzare il Paese in modo da ancorarlo a valori seri in un momento di degrado». A chi gli chiede se con l'ipotesi di avviare un percorso comune con l'ex leader della Margherita ci sia la possibilità di raddoppiare i consensi, l'ex presidente della Camera risponde: «È il minimo sennò sarebbe un insuccesso». «Francesco Rutelli - commenta poi il segretario dell'Udc, Lorenzo Cesa - sta facendo un lavoro positivo che va nello stesso verso nostro, nella nostra stessa direzione».

«SUPERARE IL BIPOLARISMO» - Per Casini, poi, occorre «riformare la legge elettorale» per superare una «sistema bipolare in cui risultano vincenti le ali esterne e i populisti». Il bipolarismo, per Casini, ha «consegnato la politica italiana ai ricatti da una parte di un populismo giustizialista di Di Pietro, che finisce per dare voce ai peggiori istinti di un'opposizione politica, e dall'altra ha messo la golden share della politica italiana in mano alla Lega, che la esercita con la spregiudicatezza e l'intelligenza che ha». Anche per questo, in vista delle prossime elezioni regionali, la scelta dei centristi sarà chiara: «L'Udc non si alleerá mai con coalizioni che sostengano un presidente della Lega».

BERSANI - E da Piacenza, dove sta festeggiando l'elezione a segretario Pd, Pierluigi Bersani commenta con i cronisti l'addio di Francesco Rutelli, che ha parlato di promesse tradite e del Pd come di un partito mai nato. «A me spiace - dice ancora Bersani - ma stiamo appunto cercando di fare il bambino nuovo, come ci hanno detto di fare 3 milioni di persone. Questo è quello in cui siamo impegnati. Mi dispiace - conclude - che non se ne possa discutere anche con Rutelli». «Non facciamo cose antiche. Stiamo cercando di fare il progetto nuovo, il bambino nuovo sotto la spinta di una grande partecipazione».

LE CRITICHE DAL PD - Ma la scelta di Rutelli è commentata anche da altri esponenti del centrosinistra. Roberto Della Seta e Francesco Ferrante, esponenti della corrente ecodem del Pd, mandano un messaggio chiaro al presidente del Copasir: «Caro Francesco stai sbagliando». Secondo i due esponenti democratici è il Pd che «incarna la speranza di milioni di cittadini che vogliono cambiare questo paese con la costruzione di una forza riformista e moderna che non guardi al 900 ma alle sfide del futuro». E per questo la sua scelta di abbandonare «ci pare francamente di difficile comprensione, tanto più alla luce di un approdo in una forza che vedrebbe come interlocutore privilegiato l'Udc di Casini e Cuffaro». Per l'ex ministro Arturo Parisi, prodiano e ulivista doc, «nell'uscita di Rutelli dal Pd c'è una nettezza e una nitidezza che va riconosciuta e apprezzata. Se la scelta è netta e nitide sono le spiegazioni, lo stesso non si può certo dire per la prospettiva». In particolare, per Parisi «non è con una iniziativa di centro e inevitabilmente centrista che si può mettere riparo al danno fatto da tanti e innanzitutto dallo stesso Rutelli, ma riproponendo con forza la domanda di un partito nuovo».

31 ottobre 2009

LA FOLLIA “ORDINARIA” DI UN ASSISTENTE DELLA POLIZIA PENITENZIARIA

di ROBERTO ORMANNI
DIRETTORE DE IL PARLAMENTARE


Antonio Palazzo è un assistente di polizia penitenziaria in servizio alla casa circondariale di Lodi. È nato a Milano da genitori meridionali della provincia di Caserta, ha trentotto anni. Il padre gestiva un bar a Casanova di Carinola. Ha una sorella disabile, la madre è bracciante agricola.
Da ragazzo è cresciuto sulla strada e conosce la legge della strada, com’era un tempo, imperniata sul concetto di lealtà.
Alla fina degli anni ’80 il padre muore a 42 anni d’infarto. Antonio è militare, torna a casa, la madre gli dice che il padre stava ancora dormendo e di andarlo a svegliare perché s’era fatto tardi e doveva scendere al bar per darle il cambio.
Succedeva che il padre, gran lavoratore, ogni tanto dormiva un po’ di più, per recuperare.
Antonio va in camera da letto, ma il padre non si sveglia, era morto e il decesso lo scopre il figlio, Antonio.
Il ragazzo conosce le regole di sopravvivenza nella strada, ma non sa come si gestisce un bar, la madre neppure e in breve tempo il bar deve essere venduto.
Antonio Palazzo si arruola nel corpo egli agenti di custodia. Dopo un periodo di ‘svezzamento’ in un carcere, viene assegnato a Pavia, nuova casa circondariale. Il direttore si chiama Luigi Morsello, non c’è: è stato sospeso dal servizio alla fine del 1993 e ci resta per oltre due anni, ha in corso ben tre procedimenti penali, collegati fra loro.
Alla fine del 1992 Morsello aveva tentato il suicidio, sparandosi un colpo di pistola al cuore, ma era miracolosamente sopravvissuto. I motivi di tale gesto non sono oggetto di questo racconto. Morsello li ha raccontati sul suo blog e sulla testata giornalistica IL PARLAMENTARE. Assieme ad altre avventure-disavventure, sono raccontati un libro di memorie di prossima pubblicazione.
Agli inizi del 1996 Morsello, riammesso in servizio (tutti i procedimenti penali si erano conclusi con la piena assoluzione nel terzo grado di giudizio) ha modo di conoscere questo giovane agente che prestava servizio a turno. L’impressione è ottima, ma dopo alcuni mesi Morsello viene trasferito nuovamente e approda alla casa circondariale di Lodi. Anche Antonio Palazzo presenta domanda di trasferimento a Lodi e viene trasferito. Il direttore Morsello lo prende come autista della direzione, in sostituzione di una unità trasferita a domanda.
Il Palazzo svolge il proprio compito con molta accortezza, rappresentando le esigenze dei colleghi presso il direttore, il quale alla fine di gennaio 2005 va in pensione. Palazzo conosce bene l’ambiente del carcere, è sveglio, intelligente e un mese prima del pensionamento di Morsello, chiede di essere rimesso al servizio a turno. Passano quattro direttori senza problemi, ma il quinto (è una donna), ha da togliersi qualche sassolino dalla scarpa nei confronti di Morsello, conosciuto a Pavia agli inizi del 1996, quando lasciava il carcere con un distacco a quello di Voghera.
Palazzo ha la schiena dritta, lo aveva dimostrato anche a Pavia col comandante di reparto e poi a Lodi con lo stesso Morsello. E sa fare bene il proprio lavoro.
La sua vita privata. E’ divorziato, risposato e separato, ha un figlio dalla prima moglie ed una figlia da una relazione con una collega, morta l’anno scorso dopo essere stata investita sulle strisce pedonali.
Non ha avuto buona sorte il Palazzo. La prima moglie, giovane, non riusciva a vivere a Pavia e se ne tornò nel casertano. La seconda compagna era ossessionata dalla gelosia. Non aveva tutti i torti. In ogni caso questo fu il motivo che spinse la collega a rompere un rapporto che stava approdando a un matrimonio.
Questa ‘intrusione’ nella sua vita privata può bastare.
Torniamo al lavoro in carcere, con quella direttrice che a Lodi ha fatto ridipingere le pareti dell’ufficio del direttore in rosso cardinale: lo aveva già fatto a Voghera. Che sa che Antonio Palazzo è stato autista del suo predecessore per sette anni.
Il racconto che segue è tutto confortato da documenti e dalla testimonianza dell’ex direttore Morsello.
Va ancora detto in via preliminare che l’ambiente del carcere in Italia ha subito un netto peggioramento, che non mette conto di chiarire in questa sede.
Mercoledì 3 giugno 2009 Antonio Palazzo era smontante (come si dice in gergo) dal turno di servizio notturno (dalla mezzanotte alle otto) dopo avere svolto nei giorni immediatamente precedenti: lunedì il turno 16,00/24,00; martedì 08,00/16,00 per poi svolgere l’ulteriore turno notturno, iniziato alla mezzanotte tra il 2 e il 3 giugno e terminato alle ore 8 del 3 giugno.
Certo il 3 giugno Palazzo non era “fresco” come lo sarebbe stato dopo tre giorni di ferie.
Palazzo abita a Dovera, un piccolo centro in provincia di Cremona, pagando regolare affitto per un alloggio riservato alle Forze di Polizia. Rientra a casa per riposarsi, ma riceve una telefonata dell’assistente Cristian Iselle, addetto al servizio agenti, che gli propone di partecipare alla traduzione a Napoli di un detenuto il sabato successivo 6 giugno 2009. Palazzo accetta e poi chiede al collega di pregare l’infermiere professionale Santo Ferrari – quella mattina in servizio al carcere di Lodi - di telefonargli. Il Palazzo spiega che vuole accordarsi per andare in pizzeria una delle sere successive, proposito del quale s’era parlato nei giorni precedenti.
Il Palazzo ha la voce un po’ impastata: riferisce di una prescrizione medica di due anni addietro e di una confezione di Tavor da 2,5 mg acquistata in quella circostanza. Tale dichiarazione verrà poi rilasciata alla psichiatra della Commissione medica ospedaliera di prima istanza. Riferisce ancora che per vincere l’insonnia dovuta ad accumulo di stanchezza, aveva ingerito una, si ripete, una compressa da quella confezione e aveva bevuto circa mezza bottiglietta piccola di birra, ossia meno di un bicchiere.
Ferrari telefona dopo un po’, quando Palazzo stava già dormendo, evidentemente in una fase di sonno leggero visto che risponde al telefono.
Ferrari è un vecchio infermiere professionale, in pensione, convenzionato dall’Amministrazione Penitenziaria e, come tutti i vecchi infermieri professionali, si sente un po’ medico. Ecco perché indaga circa la ‘stranezza’ della voce di Palazzo, al quale chiede come sta. E Palazzo replica con una battuta: guarda, sono a pezzi (per il lavoro dei giorni precedenti, ndr). E aggiunge: “adesso predo 10 compresse di Tavor, bevo 10 bottiglie di birra e me ne torno a dormire”.
Frasi scherzose ma incaute, che mettono in allarme Ferrari il quale anziché informare dei suoi dubbi il comandante di reparto del carcere, prende una iniziativa del tutto inusuale: allerta il 118!
Dalla scheda rilasciata dal 118 si deduce che la chiamata è delle 12.03 del 3 giugno 2009.
La ricostruzione dei fatti è basata sulla relazione del Comandante della Stazione Carabinieri di Pandino.
Quando il 118 si presenta a casa di Palazzo (“… una persona segnalata per avere assunto alcool e farmaci e verosimilmente in pericolo di vita”), questa persona, cioè Palazzo, era così “verosimilmente in pericolo di vita” da andare alla porta d’ingresso di casa sua, aprire e vedere con somma sorpresa il 118, dire ai sanitari: “chi vi ha chiamato?” mandandoli via.
Ma questo basta, ai sanitari, per “constatare che il Palazzo appare barcollante”, e così riferiscono ai carabinieri.
Non sanno i sanitari del 118 nulla del presunto paziente, non sanno che viene da una notte di lavoro quel signore a casa del quale si presentano chiamati da un estraneo giudicato attendibile solo perché infermiere professionale (in pensione).
Non sapendo che fare, fanno peggio, chiamano la centrale operativa del comando compagnia dei Carabinieri di Crema, che rimbalza la chiamata al comando stazione carabinieri di Pandino, i quali contattano l’infermiere Ferrari per chiedere lumi e questi dice che prima di chiamare il 118 aveva comunicato la decisione all’infermeria del carcere e in particolare al dottor Guglielmo Drago che “ne avallava l’operato”. Ma il dottor Guglielmo Drago, un medico notoriamente laureatosi all’età di 54 anni, non era il SANITARIO del carcere, (l’unico che può e deve valutare, con certificazioni aventi valore medico-legale, il personale di Polizia penitenziaria e che non è stato chiamato ad intervenire), è un medico di guardia, che ha competenza solo sulla salute dei detenuti; sul personale in servizio deve intervenire solo quando il non intervento si qualifica come omissione di soccorso e quindi in presenza del soggetto da soccorrere. In ogni caso non esiste agli atti del registro malattie del personale di polizia penitenziaria alcuna certificazione del dottor Drago, che confermi quanto riferito dall’infermiere Ferrari.
Sia come sia, i carabinieri della stazione locale tornano alla “carica” convinti di dover salvare da se stesso un pazzo aspirante suicida.
Intanto però il Palazzo, convinto di avere liquidato il 118, che non aveva chiamato e del quale non aveva bisogno, se ne torna a dormire e si addormenta profondamente.
È questo il motivo per il quale non sente più alcun richiamo, né il bussare alla porta né il telefono, anche per l’effetto di una sola compressa di Tavor e del modesto quantitativo di birra (alcool a 4,5°) bevuto.
A questo punto vanno in tilt tutti.
Il comandante della stazione carabinieri di Pandino fa chiudere l’erogazione del gas e dell’energia elettrica dell’abitazione di Palazzo, chiama i Vigili del Fuoco di Crema, fa chiedere al comandante di reparto del carcere se la pistola d’ordinanza del Palazzo è in armeria mentre la Centrale operativa di Crema fa convergere sotto casa di Palazzo personale del Nucleo operativo e del Radiomobile.
In tutto otto militari equipaggiati anche con la mitraglietta M12.
I vigili del fuoco approntano una scala meccanica, attraverso la quale si riversano all’interno dell’appartamento: a) il comandante di stazione dei carabinieri di Pandino, b) il comandante del Nucleo operativo di Crema, c) altro personale vario e variegato. La “task force” può così accertare che Palazzo è in camera da letto e sta dormendo della grossa. Ma niente paura, la task force ha un asso nella manica: recuperate le chiavi della porta d’ingresso, fa entrare il personale del 118 che “somministra ossigeno al paziente aiutandolo nella respirazione” (così specifica il verbale). Quindi i carabinieri eseguono una “ispezione” (strano modo di definire una perquisizione domiciliare) “nei comodini della camera da letto”, accertamento che non consente di rinvenire l’arma”: la pistola d’ordinanza infatti non c’era e lo stesso Palazzo, ormai sufficientemente “ossigenato”, spiega che non la porta mai quando non è in servizio e la lascia all’armeria del carcere. I carabinieri intanto trovano “una confezione di Tavor, mancante di alcune pasticche (ma non si dice quante e comunque la confezione non era stata acquistata quello stesso giorno, ndr) e una bottiglia di birra da cl. 33 quasi vuota”.
Mentre accade tutto questo, gli stessi carabinieri annotano che “Palazzo appariva evidentemente disorientato e irritato della presenza sia del personale medico che dei carabinieri”. Ma guarda un po’: chiunque sarebbe stato disorientato ma in questo caso il “disorientamento” costituisce una “prova” del fatto che non ci sta con la testa. Finalmente arriva dal carcere la conferma che la pistola è in armeria.
A questo punto appare inspiegabile l’invito, reiterato, al Palazzo di sottoporsi a visita presso l’ospedale di Crema, invito rifiutato; in un primo momento l’assistente di polizia rifiuta anche di firmare il referto medico stilato dal personale del 118 ma dopo l’arrivo, e le insistenze, del comandante di reparto del carcere, il referto viene firmato.
In ogni caso quel referto indica che i parametri vitali del Palazzo sono nella norma ed incompatibili con l’assunzione massiccia di psicofarmaci.
Ciò che però appare inspiegabile è l’insistenza con la quale il Palazzo viene invitato a recarsi in ospedale, circostanza riferita non solo dal solo comandante di stazione ma anche dal comandante di reparto del carcere.
Il comandante di reparto è venuto per comunicare ufficialmente a Palazzo che è stato collocato d’ufficio in congedo ordinario dal giorno seguente, il 4 giugno, e per invitarlo a recarsi in carcere a ritirare l’arma d’ordinanza. In realtà Palazzo, dal momento che era in congedo, non avrebbe dovuto ritirare l’arma e firmare il verbale di ritiro perché la firma sul verbale presuppone che l’agente sia in servizio attivo. Comunque, Palazzo in buona fede fa ciò che gli viene detto.
In realtà però non sta bene.
La notte fra il 3 e il 4 giugno telefona al cellulare del suo precedente direttore, Luigi Morsello, che non risponde perché non sente la chiamata ma la nota un’ora più tardi. Morsello richiama e Palazzo gli dice di essere stato malmenato. Dice, in particolare, di essere stato picchiato al momento dell’irruzione in casa sua. Morsello non gli crede e lui insiste: spiega che quando si è svegliato accerchiato da carabinieri armati, ha reagito male e da qui la reazione.
In ogni caso, il giorno dopo questa telefonata, il 4 giugno, Palazzo va in carcere per ritirare la pistola e il comandante di reparto, Ciaramella, riferisce alla direttrice, Stefania Musso. Quest’ultima, in calce alla relazione del comandante, così annota: “Il gesto, le modalità, e le conseguenze che ne sarebbero potute derivare impongono cautela e attenta valutazione della salute dell’Ass. capo e della sua tenuta psichica”.
Ma dove ha trovato la direttrice gli elementi che le consentono di affermare con tanta disinvoltura, pur non essendo un medico, né uno psicologo o criminologo: “…valutazione … della sua tenuta psichica”?
Analogo interrogativo si pone con riferimento alla decisione del provveditore regionale che autorizza l’invio di Palazzo dinanzi alla Commissione medica ospedaliera di Milano.
A tal proposito va osservato che in presenza di una sospetta patologia psichiatrica le disposizioni vigenti impongono l’immediato invio del paziente in Ospedale Militare, a cura della direzione del carcere, senza chiedere ed attendere alcuna autorizzazione.
Le stesse disposizioni impongono il contestuale ritiro dell’armamento individuale, solo se un sanitario (medico di base o del carcere) certifica una sospetta patologia psichiatrica: agli atti però non esistono certificazioni di tal genere. Anzi: Palazzo, che aveva lasciato la pistola in istituto, è obbligato a riprendersela.
Con la sua pistola ormai ritirata, Palazzo si reca al Pronto Soccorso dell’Ospedale Civile di Lodi, dove viene radiograficamente accertata una frattura scomposta dell’ottava costola destra.
Il Palazzo dichiara al Pronto Soccorso di essere caduto accidentalmente in casa, evidentemente considera poco opportuno riferire quanto aveva detto invece al suo ex direttore.
Alla fine di settembre scorso la commissione medica, in prima istanza, ha dichiarato l’assistente della polizia penitenziaria Antonio Palazzo “inadeguato” al servizio per almeno 120 giorni. Tra gli atti c’è una relazione psichiatrica nella quale tra l’altro è riportato: “il Palazzo nega di avere tentato il suicidio e anche di avere assunto incongrua quantità di alcool e lorazepam (Tavor 2,5 mg). Sostiene di essere vittima di soprusi da parte delle forze dell’ordine e dei Vigili del Fuoco. Ammette di avere bevuto una birra (in realtà solo una parte della bottiglietta, come recita la relazione dei Carabinieri di Pandino) e assunto 1 Tavor da 2,5 mg per riposare dopo una settimana “massacrante” . E poi: “Attualmente è irritato per l’accaduto e in ansia per le conseguenze…”. Certo che è in ansia per le conseguenze. Sono 5 mesi che tra una visita e l’altra resta fuori servizio con uno stipendio dimezzato.
Ora Antonio Palazzo è in attesa del giudizio della commissione medica di seconda istanza. In pratica, della valutazione del ricorso che ha presentato contro la prima decisione. Nell’istanza di revisione è chiaramente detto che quel pomeriggio qualcuno gli ha rotto l’ottava costola destra.
Il 18 novembre prossimo la commissione medica di secondo grado dovrà stabilire se è fondata la conclusione alla quale sono giunti i primi esperti: “sospetto disturbo di personalità N.A.S. da indagare”. In questo caso NAS non indica i carabinieri che combattono le frodi alimentari, ma significa “Non Altrimenti Specificato”. Come dire: sospetto disturbo di personalità che non rientra in nessun caso clinico conosciuto. E infatti: un caso come quello dell’assistente della polizia penitenziaria Antonio Palazzo non si è mai visto.

La costituzione immateriale


Uno dei quesiti messi in eviden­za dalla sentenza della Corte costi­tuzionale sul lodo Alfano è se il capo del governo sia, in Italia, un primus inter pa­res oppure un primus super pares. In nome della «costi­tuzione formale» (il testo della costituzione vigente) la Corte ha ribadito che è un «primo tra pari». Ma in Ita­lia viene invece diffusa l’idea che la costituzione for­male sia oramai superata da una «costituzione materia­le » per la quale Berlusconi incarna la volontà della mag­gioranza degli italiani; il che gli attribuisce il diritto, in nome del popolo, di sca­valcare, occorrendo, la vo­lontà degli organi che non sono eletti dal popolo (tra i quali la Corte costituzionale e il capo dello Stato). Ora, la distinzione tra costituzione formale e costituzione mate­riale, e cioè la prassi costitu­zionale, è una distinzione largamente accolta dalla dottrina. Ma si applica al ca­so in esame?

Precisiamo bene la tesi. Intemperanze verbali a par­te, la tesi di fondo di Berlu­sconi è che lui ha il diritto di prevalere su tutti gli altri po­teri dello Stato (questione di diritto), perché lui e soltan­to lui è «eletto direttamente dal popolo» (questione di fatto). Va da sé che se l’asser­zione di fatto è falsa, anche la tesi giuridica che ne deri­va risulta infondata. Allora, Berlusconi è davvero un pre­mier insediato «direttamen­te » dalla volontà popolare?

Per Ilvo Diamanti questa asserzione è «quantomeno dubbia» perché è smentita da tutti i dati dei quali dispo­niamo. Purtroppo è vero che sulla scheda elettorale viene indicato il nome del premier designato dai parti­ti (un colpo di mano che fu a suo tempo lasciato incau­tamente passare dal presi­dente Ciampi); ma il fatto re­sta che il voto viene dato ai partiti. Pertanto il voto per Berlusconi è in realtà soltan­to il voto conseguito dal Pdl. Che ha ottenuto nel 2008 (cito Diamanti) «il 37,4% dei voti validi, ma il 35,9% dei votanti e il 28,9% degli aventi diritto. Insom­ma, intorno a un terzo del 'popolo'». Aggiungi che in questa maggiore minoranza (o maggioranza relativa) so­no inclusi i voti di An, in buona parte ancora fedeli a Fini; e che se guardiamo agli anni precedenti FI non ha mai superato il 30%. De­ve anche essere chiaro che il voto per FI, e ora per il Pdl, non equivale automati­camente ad un voto per Ber­lusconi. Una parte degli elet­tori di destra vota contro la sinistra, non necessariamen­te per Berlusconi. Fa una bella differenza.

Dunque la tesi del popolo che si identifica, quantome­no nella sua maggioranza as­soluta di almeno il 51%, con un leader che vorrebbe onni­potente (o quasi), è di fatto falsa. Chi la sostiene è un im­broglione oppure un imbro­gliato. E questa conclusione è dettata dai numeri.

Ciò fermato, torniamo al­la costituzione materiale. In sede di Consulta gli avvocati di Berlusconi hanno soste­nuto che per la costituzione vivente (come dicono gli in­glesi) il principio che vale per Berlusconi è che sta «so­pra », che è un primus su­per pares. E siccome è possi­bile che questa formula l’ab­bia inventata io in un libro del 1994, mi preme che non venga storpiata. Io l’ho usa­ta per precisare la differen­za tra parlamentarismo clas­sico e la sua variante inglese e anche tedesca del premie­rato. Ma in Italia il fatto è che questa variante non è mai stata messa in pratica. E dunque in Italia non c’è dif­ferenza, a questo proposito, tra costituzione formale e costituzione materiale. Co­me dicevo, la tesi del pre­mierato di Berlusconi volu­to dal popolo è seppellita dai numeri. Sul punto, il punto è soltanto questo.

Giovanni Sartori
31 ottobre 2009

D'Alema: "Grato al governo per l'appoggio ma con il premier non farò inciuci"


di MASSIMO GIANNINI


"BASTA, basta, basta. Voglio uscire dal pollaio italiano...". Lo ripete da quell'11 ottobre all'Hotel Marriott, quando si incarognì il duello tra Bersani e Franceschini per la guida del Pd. Pierluigi parlò "da leader", Dario fece "un comiziaccio". Massimo D'Alema si infuriò: "Se vincono loro mi tocca fondare un altro partito, per salvare la sinistra italiana. Ma sono sicuro, vinciamo noi. E dopo nessuna resa dei conti: faccio un passo indietro. Mi piacerebbe un incarico internazionale...". Ora sembra finalmente arrivata, la grande occasione dell'eterno Lider Maximo, che sta sempre lì anche quando perde e decide tutto anche quando non comanda.

La candidatura a "Mister Pesc", il ministro degli Esteri dell'Unione, non è ancora formalizzata. In Europa la battaglia, soprattutto tra i Paesi fondatori, è ancora lunga e difficile. Ma da Roma arrivano segnali positivi. Berlusconi non ha posto veti. Anzi, Palazzo Chigi si dichiara pronto a sostenere l'eventuale candidatura italiana. Tanto basta, per l'ex premier ed ex titolare della Farnesina ai tempi del governo Prodi, per giocarsi la partita. Una partita dura, ai limiti del proibitivo: l'Italia è ininfluente e screditata nella comunità internazionale. Ma se per qualche fortunata combinazione del destino finisse bene, sarebbe un ottimo risultato per il Paese.

D'Alema tesse la sua ragnatela da tempo, con i suoi referenti nel Partito socialista europeo. "Pochi giorni fa", diceva ieri sera, ricostruendo con il suo staff le tappe delle trattative in corso, "c'è stato un primo accordo tra i capi di governo popolari e socialisti, da Zapatero alla Merkel, da Brown a Sarkozy: ai primi toccherà il presidente, ai secondi il ministro degli Esteri d'Europa. A quel punto il Pse ha incaricato un "terzetto", formato da Zapatero, Rassmussen e Werner Faymann, di formare una rosa di nomi per "Mister Pesc", e negoziarla con i popolari. Io sono in quella rosa, e questo è un primo passo, solo un primo passo...".

È il primo passo, perché il secondo non tocca all'Europa, ma all'Italia. I socialisti francesi e quelli tedeschi hanno chiesto a D'Alema: "Ma se noi ti designiamo, poi il tuo governo ti sostiene oppure no? Perché se ti scarica, allora è inutile che ti mettiamo nella rosa...". L'ex ministro, sul punto, ha alzato le mani. "Capisco il problema: Barroso viene nominato con l'appoggio del governo socialista, è chiaro. Io non so che cosa ha in testa Berlusconi. Una cosa è certa: io non gli chiedo niente. È lui che deve valutare se un italiano, seduto su quella poltrona, è una cosa buona per il nostro Paese oppure no". Il "terzetto" ha capito. E a quel punto si è mosso in autonomia.

Il cancelliere austriaco, ieri, ha telefonato personalmente a Berlusconi e Frattini, per sondare "in via preliminare" gli umori del governo italiano. E ha trovato una disponibilità inaspettata. Così è nata la nota di Palazzo Chigi in cui si dice che "il governo valuterà con serietà e responsabilità le candidature capaci di assicurare all'Italia un incarico di così alto prestigio". Così è nata la replica di D'Alema, che si dichiara "grato al governo italiano" per questa disponibilità.

Ma questo, ancora, è solo il secondo passo. Ora manca il terzo, quello decisivo. Il sostegno di Roma non basta. E anche questo D'Alema lo sa bene. "Adesso si apre il confronto tra i partner", raccontava ai suoi collaboratori ieri sera, "e lì la strada per me è tutta in salita...". Gli inglesi sono rimasti bruciati sulla presidenza per Blair, e ora cercano una compensazione su "Mister Pesc" con Miliband. Al tempo stesso i francesi sono sparati sul loro candidato, Hubert Vedrine, che è già stato ministro degli Esteri. Poi ci sono i tedeschi, con l'altro ex ministro, Frank Walter Steinmeier. "Insomma", ragionava D'Alema, "io rischio di essere il classico vaso di coccio...". E questo rischio, ovviamente, cresce nella misura in cui non c'è un sostegno convinto da parte del governo di Roma.

In attesa di capirlo meglio, D'Alema incassa intanto il "mancato veto", che nelle condizioni date è già qualcosa. La posta in gioco è alta, più che per il Lider Maximo, per l'Italia. In questi giorni è stato il presidente della Camera, Gianfranco Fini, a spiegarlo in tutti i modi al Cavaliere e a Gianni Letta, dopo aver parlato a lungo proprio con D'Alema, durante il convegno di Asolo sull'immigrazione: "Caro Silvio, metti da parte le logiche politiche: questa nomina conta per il Paese".

Forse il premier si è convinto. Ma come sempre (Bicamerale docet) quando in ballo ci sono Berlusconi e D'Alema si moltiplicano, inevitabili, i soliti sospetti. Quale "inciucio" c'è dietro, stavolta? Il dubbio alligna a destra, dove un ministro leghista come Calderoli lo alimenta: "Ora, finalmente, sarà possibile fumare il calumet della pace, e fare insieme le riforme che servono al Paese". Ma lavora come un tarlo anche a sinistra, dove un pezzo di Pd (Franceschini in testa) lo va ripetendo da due mesi: "Se vince Bersani, la grande tregua sarà cosa fatta. E la nomina di D'Alema a Mister Pesc sarà il suggello del nuovo patto...".

Adesso che il patto si profila, e secondo molti sa un'altra volta di "crostata", i malpensanti lavorano di fantasia, e cercano di immaginare su quale terreno sia avvenuto, o avverrà, lo "scambio" tra Silvio e Massimo. Fini lo ha predetto a D'Alema, sempre nei colloqui riservati di Asolo: "Capisco che aspiri a quell'incarico internazionale, ma sai meglio di me che, se Berlusconi te lo offrirà, un minuto dopo ti chiederà una contropartita. E tu, di nuovo, sai meglio di me che quella contropartita si chiama riforma della giustizia...". D'Alema era preparato, e non ci ha pensato un attimo: "E tu sai meglio di me, caro Gianfranco, che se il Cavaliere mi facesse un discorso del genere io non potrei che rispondergli un no grosso come una casa...".

Nonostante questo, nel Pd fa scuola la trita massima andreottiana: a pensar male... con tutto quel che segue. Anche su questo D'Alema sembra preparato: "Capisco tutto: la battaglia congressuale, lo scontro sulle primarie, tutto quello che volete. Ma io con Berlusconi non ho fatto e non farò mai nessun inciucio. Di "Mister Pesc" non gli ho mai parlato e non gli parlerò mai. Una nomina italiana a ministro degli Esteri d'Europa è una questione di grande interesse nazionale, non un pastrocchio da piccolo interesse di bottega. Se qualche imbecille non lo capisce, peggio per lui".
(31 ottobre 2009)

Berlusconi a Vespa: "Anche se condannato resterei al mio posto per la democrazia"


In caso di eventuale condanna nei processi ancora in corso a suo carico, Silvio Berlusconi non si dimetterà da presidente del Consiglio dei ministri. E sulla condanna a Mills, è certo che la sentenza verrà annullata in Cassazione. Il premier parla di questo e altro con Bruno Vespa, che ha raccolto domande e risposte nel suo libro Donne di cuori (in uscita da Rai Eri-Mondadori dal 6 novembre).

Giustizia. "Ho ancora fiducia nell'esistenza di magistrati seri che pronunciano sentenze serie, basate sui fatti. Se ci fosse una condanna in processi come questi, saremmo di fronte a un tale sovvertimento della verità che a maggior ragione sentirei il dovere di resistere al mio posto per difendere la democrazia e lo stato di diritto". Vespa ricorda a Berlusconi che l'avvocato Mills è stato condannato anche in appello. "E' una sentenza che certo sarà annullata dalla Corte di Cassazione", è la risposta.

Repubblica e l'Espresso. Il conduttore di Porta a porta chiede poi al premier come spieghi la campagna internazionale che si è scatenata su di lui da maggio in poi. "E' partita da Repubblica e l'Espresso - risponde il presidente del Consiglio - e su sollecitazioni di questo gruppo si è estesa ai giornali e ai giornalisti 'amici'. Per gettare fango su di me ha finito col gettare fango sul nostro Paese e sulla nostra democrazia".

Murdoch e Sky. Il Times di Londra, obietta Vespa, non è un giornale di sinistra ed è il più duro con lei. Cinque articoli in un solo giorno quando il 7 ottobre è stato bocciato il lodo Alfano. Frutto della guerra con Rupert Murdoch, che ne è proprietario, per i contrasti su Sky Italia? "La coincidenza fa riflettere - risponde Berlusconi - ma sono cose che io non farei mai, e quindi sono portato a credere che non le facciano neppure gli altri".

Obama e Fox News. Non c'è possibilità di un accordo con Murdoch, visto che Berlusconi è il presidente del Consiglio italiano e lui una potenza mediatica mondiale?, chiede infine Vespa. "Non è il caso di esagerare. Da mesi negli Usa è polemica ferocissima tra Fox News, una rete televisiva del gruppo Murdoch, e il presidente Obama. Non mi pare che ne derivi un problema grave per gli Stati Uniti".

(31 ottobre 2009)

Rutelli: sì, lascio il Pd


Francesco Rutelli, 55 anni, volta di nuovo pagina.

Lascia il Partito democratico?

«Sì».

Eppure lei è stato uno dei fondatori di que­sto partito, nato da pochissimo tempo. La cre­atura è ancora piccola e lei va già via di casa?

«Il Pd non è mai nato. Nonostante la passio­ne e la disponibilità di tanti cittadini, non è il nuovo partito per cui abbiamo sciolto la Mar­gherita e i Ds. Non ho nulla contro un partito democratico di sinistra, ma non può essere il mio partito».

Si è pentito di aver sciolto la Margherita?

«Vede, abbiamo posto tre condizioni, sospen­dendo l’attività della Margherita: niente appro­do nel socialismo europeo; ma siamo finiti lì. Basta collateralismo, basta vecchie cinghie di trasmissione tra politica, corpi sociali, interessi economici; ma le file organizzate di pensionati Cgil, alle primarie, dimostrano che non ne sia­mo fuori. Pluralismo politico; ma anziché crea­re un pensiero originale, si oscilla tra babele cul­turale e voglia di mettere all’angolo chi dissen­te. La promessa, dunque, non è mantenuta: non c’è un partito nuovo, ma il ceppo del Pds con molti indipendenti di centrosinistra».

La Margherita può rispuntare?

«No. Ma occorre riflettere su quelle tre condi­zioni politiche. Erano tassative. E non sono sta­te rispettate».

Perché aborre la socialdemocrazia?

«Non aborro assolutamente la socialdemo­crazia. Anzi: se fossimo nel 1982, le direi che la ammiro. Ma siamo nel 2009: è un’esperienza storica che non ha alcuna possibilità di parlare ai contemporanei. Non ci sono più le fabbriche, i sindacati, le strutture sociali del Novecento».

Quando va via ufficialmente?

«Subito, anche se con dolore. Il Pd è stato il sogno di molti anni. C’è però una cosa che mi angoscia: l’incomprensione della gravità assolu­ta della condizione del Paese. È possibile uscir­ne, è possibile, come dice il nostro Manifesto per il cambiamento e il buongoverno, trovare le soluzioni giuste per l’economia, il lavoro, le piccole imprese, la crescita e la coesione del Pae­se.
Ma se non cambia quest’offerta politica, tut­to è già scritto: vince una destra dominata dal patto Berlusconi-Lega».

Quali sono le prospettive politiche?

«Cambiare l’offerta politica significa unire forze democratiche, liberali, popolari. Contrap­porsi al populismo di destra, alla xenofobia, al radicalismo di sinistra, al giustizialismo. E defi­nire una proposta credibile. Io la mia decisione l’ho presa. La manterrei, anche se fossi solo. Ma non sarò solo. Vedo molte forze che erano in fuga dalla politica tornare in campo. Quindi, una crescita per tutti».

La meta è la fine del bipolarismo e la nasci­ta di un nuovo centro?

«L’alternanza, in democrazia, è indispensabi­le. Il Pd era concepito per riconquistare il cuo­re, il centro della società italiana. Il suo sposta­mento a sinistra impone che altri assolvano questo impegno fondamentale. Oggi, né la sini­stra, né il cosiddetto centrismo parlano ai giova­ni, alle partite Iva, alle persone sensibili all’am­biente. Occorrono progetti pragmatici, ed emo­zioni. Occorre un’onestà senza macchie. Una lai­cità senza intolleranza».

Quale sarà il nome del nuovo partito? Chi vi finanzia? E dove sarà la sede?

«È troppo presto per parlare di nomi, di fi­nanziamenti e di sedi. La scelta politica è fatta, per il resto c’è tempo».

Lei, come ha scritto Pierluigi Battista, ha al­le spalle una storia di partiti cambiati o ab­bandonati. I radicali, i Verdi, la Margherita. Ma è possibile, nel volgere di pochi lustri, par­lare di una sempre nuova offerta politica o, come disse una volta, di un nuovo conio, sen­za che si capisca mai bene il portato ideale di questi mutamenti?

«Sì, in trent’anni mi onoro di aver aderito ai radicali, ai Verdi, alla Margherita. E allora? Quanti ex fascisti non vengono interpellati allo stesso modo? Quanti ex rivoluzionari di sini­stra oggi siedono nel governo Berlusconi? Che vengano da destra o da sinistra, nel Pdl sanno che il loro potere non sopravvivrà nel dopo Ber­lusconi. Guardando a sinistra, ho ricordato che molti altri hanno avuto almeno tre partiti, pri­ma del Pd: Pci, Pds, Ds. La differenza è che in cuor loro si sentono in perfetta continuità. Ec­co: questa mancata discontinuità è uno dei maggiori problemi che avrà il Pd. Però gli augu­ro sinceramente il meglio, nell’interesse del Pa­ese e dell’alternativa al populismo di destra».

Come risponde alle accuse d'incoerenza o di opportunismo?

«Su di me si esercita una polemica che non finisce mai. Ricorda, ai tempi del Giubileo, 'l’ex-radicale che è diventato amico di Giovan­ni Paolo II'? Come se non si potesse essere cre­denti, secondo certi laicisti furiosi — come ha scritto Giancarlo Bosetti — senza stringere pat­ti di potere con le gerarchie vaticane! C’è una contraddizione di fondo, però, in queste pole­miche contro di me: essere un laico cristiano risponde a una scelta di opportunismo? Oppu­re è il contrario, visto che per difendere alcune convinzioni ho certamente pagato, e tuttora pa­go, un prezzo molto maggiore dei supposti be­nefici? » .

Se avesse vinto Dario Franceschini, sareb­be rimasto nel Pd? O aveva già deciso prima di conoscere l’esito delle primarie?

«Guardi, l’esito del congresso era chiaro da parecchi mesi. E l’ho anticipato nel mio libro, La svolta » .

Qual è il suo giudizio su Pier Luigi Bersani?

«Persona seria. Non so come intenda fare il suo lavoro d’inclusione nel partito che guida. A me, ad esempio, da quando si è candidato, non ha fatto neppure una telefonata. Ma non mi of­fendo certo: è politica».

Che cosa le ha detto Massimo D'Alema nel colloquio dell’altro giorno?

«Abbiamo parlato di economia, dell’incredi­bile caso Marrazzo, della sua candidatura — che giudico eccellente — per la guida della poli­tica estera europea. Quanto al Pd, mi ha garbata­mente detto che ci sarebbe spazio per me, ma gli ho spiegato che questo non è il Pd che avrei voluto far nascere. Potremo collaborare da po­stazioni diverse, e ho fiducia che questo amplie­rà le forze».

Chi l’ha chiamata in questi giorni? Chi ha cercato di frenarla e chi al contrario l’ha solle­citata a fare questa traumatica scelta?

«Ho ricevuto migliaia di messaggi d’incorag­giamento, adesioni, sostegni. Molti, prestigio­si. Tante email di critiche da elettori del Pd: cer­cherò, nei prossimi giorni, di rispondere a tut­ti. A frenarmi? Alcuni amici di lungo corso, co­me Paolo Gentiloni. Ma è stato più formale che altro. Sanno perfettamente, da anni, che non sa­rei mai entrato in un Pd post-Pci. Quanto a lo­ro, purtroppo, s’illudono».

Ha parlato con Silvio Berlusconi?

«No».

Qual è il suo stato d’animo?

«Determinazione, e desiderio di far crescere una squadra: assolutamente, non un 'partito di Rutelli'. Del resto, i nomi di Bruno Tabacci, Lo­renzo Dellai, Linda Lanzillotta, già dicono mol­to. Le firme al Manifesto indicano una potenzia­lità enorme, che può raggiungere anche settori moderati, e in sofferenza, del centrodestra».

Pier Ferdinando Casini sostiene che assie­me potreste prendere cinque milioni di voti. È il leader dell’Udc il suo alleato naturale?

«Casini è un interlocutore essenziale. Ed è giusto guardare lontano: con proposte serie, si può puntare a unire molte altre energie. Sino a creare, in alcuni anni, la prima forza del Paese».

Marco Cianca
31 ottobre 2009

Casini apre a Rutelli dopo l'addio al Pd. "Un percorso comune ora è possibile"


Il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini esprime grande apprezzamento per la decisione di Francesco Rutelli di lasciare il Pd, annunciata oggi in un'intervista al Corriere della Sera, e apre a una futura alleanza: "Si può realizzare un percorso comune. - dice, a margine di un convegno della fondazione Liberal - Non è un problema di destra, di sinistra o di centro perchè bisogna parlare agli italiani un linguaggio di senso che vada nella direzione di modernizzare il Paese in modo da ancorarlo a valori seri in un momento di degrado".

Il convegno di Liberal ha come tema quello dell'unità nazionale, e gli interventi dei due leader attaccano entrambi la Lega. Infatti per Rutelli "la Lega non è solo folclore. La Lega ha un potere dirimente nell'attuale coalizione di governo. E' contraria ai valori che hanno determinato l'unità d'Italia. Dobbiamo lavorare ad un documento comune in vista dei 150 anni dell'unità d'Italia che cadranno nel 2011: penso che Fini condividerebbe questa iniziativa. Serve uno sforzo per far emergere l'insostenibilità della presenza della Lega nelle istituzioni".

Mentre Casini rimarca: "Alle prossime regionali l'Udc non si alleerà mai con coalizioni che sostengano un Presidente della Lega". Per il leader Udc "la Lega ha una golden share nella politica italiana. La presenza della Lega ha addirittura prodotto un effetto emulativo, per cui al Sud scimmiottano con la Lega sud. Tutto questo è la fine dello Stato, la fine dell'Italia".

A margine del convegno, decisamente prove di alleanza tra i due leader politici. A chi gli chiede se con l'ipotesi di avviare un percorso comune con l'ex leader della Margherità ci sia la possibilità di raddoppiare i consensi, Casini risponde: "E' il minimo, sennò sarebbe un insuccesso".

Nell'intervista al Corriere Rutelli ha detto che "il Pd non è mai nato" e che c'è spazio per costruire una nuova forza politica "unendo forze liberali, democratiche, popolari in una sola proposta credibile: non sarò solo". E in particolare, riferendosi all'Udc, ha detto: "Casini è un interlocutore essenziale. Ed è giusto guardare lontano: con proposte serie, si può puntare a unire molte altre energie. Sino a creare, in alcuni anni, la prima forza del Paese".

Mentre Massimo D'Alema ha rifiutato di commentare la decisione annunciata da Rutelli: avvicinato dai giornalisti a margine di un convegno, il presidente di "ItalianiEuropei" ha voluto parlare solo dell'ipotesi di una sua candidatura a responsabile della politica estera della Ue.

(31 ottobre 2009)

"BUONE NOTIZIE"


PRESIDENTE, FACCIA I NOMI


di Massimo Fini


Intervenendo a Ballarò l'onnipresente Berlusconi ha affermato che l'anomalia in Italia sono «i pubblici ministeri e i giudici comunisti di Milano». Ormai il cavaliere ci ha abituato a tali e tante violazioni di ogni regola istituzionale che quest'affermazione, gravissima, è stata accolta come normale, o quasi, solo Di Pietro l'ha definita per quello che è: eversiva. Infatti le cose sono due. O Berlusconi ha le prove di quel che afferma e allora il suo dovere di cittadino, prima ancora che di premier, è di fare i nomi dei pm e dei giudici felloni alla procura della Repubblica competente perché autori del più grave reato che un magistrato possa commettere: non aver applicato la legge o averla manipolata per fini che con la giustizia non hanno nulla a che fare (questo sottintendono i termini "comunisti", "complotto", "sentenza politica"). Oppure è un volgare calunniatore. Ma c'è di più. Perché Berlusconi non denuncia alla magistratura i pm e i giudici che ritiene corrotti? Perché, evidentemente, ritiene corrotta l'intera magistratura. Non la ritiene legittimata a giudicarlo. È come se ogni volta che viene colpito da un provvedimento giudiziario Berlusconi si dichiarasse "prigioniero politico", come facevano i brigatisti. Ecco perché le dichiarazioni di Berlusconi (quella dell'altro giorno e le infinite altre dello stesso tenore) sono eversive. Se il presidente del Consiglio è il primo a non credere alla Magistratura, alle leggi che è chiamata ad applicare, allo Stato che egli rappresenta in prima persona, perché mai dovremmo crederci noi cittadini? Perché dovremmo credere alla legittimità della Magistratura, delle leggi, dello Stato che le emana e dello stesso premier che da questo sistema corrotto è stato espresso? È il motivo per cui né Andreotti né Forlani hanno mai parlato di "complotto". Perché Andreotti e Forlani saranno stati quello che saranno stati, ma avevano il senso di essere classe dirigente e una classe dirigente non delegittima le Istituzioni perché così delegittimerebbe anche se stessa. Berlusconi invece è solo un avventuriero. Après moi le deluge.
Ed è grottesco che un simile personaggio, che disprezza la Magistratura in toto («i magistrati sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana») che, come minimo, non ne capisce il ruolo fondamentale, si appresti ora a varare la riforma della Giustizia. E infatti già da adesso si sa che questa riforma non affronterà la vera, gravissima, anomalia della giustizia italiana, l'abnorme durata dei processi penali, che mortifica gli innocenti, premia i colpevoli e ha catastrofiche conseguenze sulla certezza della pena, su un'equa durata della carcerazione preventiva, sulla possibilità di tutelare il segreto istruttorio, ma inzepperà i Codici di norme ad hoc (ulteriore abbreviamento dei tempi di prescrizione, trasferimento a Roma dei processi "alle più alte cariche dello Stato") per salvare Berlusconi da quelli che, pudicamente, vengono chiamati i suoi "guai giudiziari".
www.massimofini.it

Vizi privati, pubbliche bugie


di Paolo Flores d’Arcais


Sono mesi che l’organo “colto” del regime berlusconiano, “Il Foglio” di Giuliano Ferrara, accusa il giornalismo-giornalismo di moralismo bigotto e di sessuofobia da beghine, per la campagna sulle escort e il sesso in cambio di “denaro o altra utilità”. Eppure Ferrara sa benissimo come stanno le cose, da un punto di vista democratico, laico e perfino libertino. Proviamo a rinfrescargli la memoria.
Gli usi e le preferenze sessuali, se tra adulti e consenzienti, sono strettamente privati, per i media dovrebbero essere un tabù, per accontentare Ferrara che ci ritiene dei “giustizialisti” possiamo perfino aggiungere che le punizioni per chi viola tale privacy non saranno mai abbastanza severe. Le eccezioni a questo principio le stabiliscono solo i diretti interessati. Ferrara sa benissimo in che senso: un tempo, prima di diventare un ateo devoto, frequentava filosofia e logica.
Esemplifichiamo. Se un politico dichiara che l’omosessualità è contro natura (non importa se in obbedienza al catechismo di Ratzinger, o per suo “ragionamento” personale) sottrae questo tema alla sfera della privacy perché ne fa una battaglia politica, e non può quindi impedire l’esame della coerenza, che qualsiasi rappresentato è in diritto di esigere dal suo rappresentante. Di un politico che pratica quello che condanna, il cittadino ha tutto il diritto di non fidarsi, infatti. Analogamente per un politico che abbia dichiarato guerra alla prostituzione, e voglia stabilire o inasprire pene per chi la esercita (magari anche per il cliente). Se viene sorpreso in un rapporto sessuale mercenario e la cosa verrà resa pubblica non potrà indignarsi per la privacy violata, perché quel tema è lui stesso ad averlo reso pubblico, sperando di lucrarvi facili consensi elettorali. Più che mai, se la sua “crociata” si è concentrata solo su alcuni segmenti “estremi” dell’amore a pagamento, le “trans” per dire. La fedeltà coniugale è per antonomasia cosa privata, privatissima, ma cessa di essere tale per un qualsiasi politico che si esibisca in un “family day” o altre indecenti (secondo il mio modesto parere di laico) campagne che mirano a mietere voti proprio col “moralismo”. Non parliamo poi dell’aborto: cosa di più intimo e privato di una decisione che per la donna è comunque dolorosa (ma anche per il suo compagno, spesso)? Eppure, se qualcuno contro l’aborto comincia ad agitare gli strali ratzingeriani dell’ “olocausto dei nostri tempi”, non potrà lamentarsi nel caso la sua partecipazione ad un aborto, come paziente, come medico, come compagno della paziente, finisca in prima pagina. Sulla privacy, insomma, ciascun politico stabilisce i confini che lo riguardano proprio con la sua attività di politico, a partire dalle scelte con cui trasforma qualche tema di morale personale in una proposta politica, dunque pubblica. Berlusconi, campione del “family day” e delle apologie riccamente illustrate della propria esemplare vita familiare, inviate in decine di milioni di copie in prossimità delle scadenze elettorali, non può dunque invocare nessuna privacy per le orgette nelle sue varie residenze.
Del resto non è per queste clamorose incoerenze che sembra destinato a perdere voti: la parte dell’Italia che si stringe attorno a lui per continuare ad evadere il fisco e a praticare illegalità piccole e grandi ha sufficiente cinismo per perdonarlo e perfino invidiarlo, anche quando si tratti di elettori ostentatamente baciapile (lo osannano anche quando fa l’apologia del mafioso Mangano, figuriamoci). Nel caso di Berlusconi, semmai, c’è da domandarsi perché non sia mai scattata un’indagine giudiziaria, vista la plateale “notitia criminis” di qualche mese fa: in tv (“Porta a Porta”, se la memoria non mi tradisce) uno dei suoi parlamentari, la onorevole Mussolini, alla domanda “che differenza vede tra Berlusconi e Mussolini”, rispose: “mio nonno non ha mai nominato la Petacci ministro”. Confermando con ciò quanto Sabina Guzzanti aveva sottolineato dal palco di piazza Navona, sui “meriti” extracurriculari di alcune delle ministre in carica. Il commercio di beni pubblici “in cambio di denaro o altra utilità” è fattispecie delittuosa con il nome di “concussione” (a meno che non mi sia perso qualche lodoalfani, lodoghedini o legge ad personam nel frattempo intervenuta), e da che mondo è mondo il sesso è la più ricercata “altra utilità”.
Lo scandalo Marrazzo, invece, non c’entra nulla (non dovrebbe, se i media fossero coerenti) con la sua predilezione per le “trans”. Nasce esclusivamente dal fatto, inaccettabile in un politico, di essersi piegato al ricatto anziché denunciarlo. Eppure, subire un ricatto non è un reato, chi subisce è una vittima. Ma da un politico, giustamente, si pretende qualcosa di più. Ferrara naturalmente non è d’accordo, ha sempre preteso qualcosa di meno: in un dialogo con Piercamillo Davigo (MicroMega, 1/2002, p.140) scriveva infatti: “non è che tu (politico) devi essere capace di ricattare, è che devi essere ricattabile…”

SVIZZERA E BERLUSCONI LA MINACCIA DI RACCONTARE TUTTO


Frasi anonime sulla stampa elvetica contro il Cavaliere
di Stefano Feltri


Sul tabloid svizzero “Blick” compare ieri una frase che lascia intendere, al di là della sua fondatezza, quale potrebbe essere il prossimo livello dello scontro diplomatico tra Svizzera e Italia innescato dallo scudo fiscale. “Se io parlassi, il governo italiano cadrebbe in un giorno, non c’è alcun esponente del governo, nessuno nel mondo dell’economia italiana che non abbia un conto in Svizzera”. E soprattutto: “Grazie al silenzio degli avvocati e delle banche ticinesi non è ancora chiaro da dove sono arrivati i milioni che hanno permesso il sorgere dell’ impero costruito attorno alla Fininvest”. Sono frasi attribuite a un banchiere anonimo che si sarebbe confidato con “Blick”, ma indicano che ormai la guerra con la Svizzera è passata a un altro livello. La miccia l’hanno accesa le perquisizioni di questi ultimi giorni nelle filiali italiane di alcune banche svizzere, con la Finanza che cerca di spaventare gli evasori per convincerli a regolarizzare la propria posizione pagando allo Stato la penale (5 per cento della somma). Il fatto che siano stati violati anche gli uffici di banche ovattate e di riferimento di ricchi clienti piemontesi e lombardi, come Pictet, non ha lasciato indifferenti.
Poco importa se le dichiarazioni anonime di “Blick” siano davvero di un banchiere o ispirate da ambienti diplomatici che vogliono mandare un messaggio al governo italiano. Perché Berlusconi ha davvero rapporti con la Svizzera, e gli svizzeri - se vogliono - sanno creare problemi. Se n’è accorta anche Veronica Lario, moglie di Berlusconi ora sulla via del divorzio, che da mesi riceve ispezioni delle autorità comunali nella casa (intestata alla madre, Flora Bartolini) che ha a Schanf in Engadina. I lavori di ristrutturazione dell’immobile dovevano essere completati entro ottobre perché il paese non tollera cantieri eterni che ne turbano l’armonia ma, forse per le procedure di divorzio, stanno andando per le lunghe. Queste sono minuzie, però, rispetto ai problemi che potrebbero derivare al Cavaliere dalle banche svizzere. “Nessuna banca svizzera seria vuole avere a che fare con un cliente come Berlusconi, ma escludo che qualcuno si spinga a rivelare le sue operazioni riservate, visto che il segreto bancario per la Svizzera è ancora fondamentale”, dice al “Fatto Quotidiano” un private banker di un istituto svizzero che opera in Italia.
La banca Arner, con la sede principale a Lugano e filiali da Dubai alle Bahamas, è quella a cui si affida da anni Berlusconi a Milano per la gestione del suo patrimonio personale e, anche se il suo slogan è “facciamo emergere i vostri valori”, mai rivelerebbe qualcosa degli affari berlusconiani negoziati nelle sue stanze. La Arner è stata coinvolta in una recente inchiesta per riciclaggio e Nicola Bravetti (direttore fino al 2007 della filiale italiana) è stato arrestato a maggio 2008 su richiesta della procura Antimafia di Palermo per i suoi rapporti professionali con un imprenditore siculo condannato per associazione mafiosa. Dopo il commissariamento da parte della Banca d’Italia, è finito sotto inchiesta anche il commissario mandato da Mario Draghi, Alessandro Marcheselli per anomalie nella gestione. Alla Arner bank, come ha rivelato Peter Gomez, Silvio Berlusconi ha il conto numero uno. E infatti la banca è coinvolta nel processo al Cavaliere e a David Mills, appena condannato in appello, per i diritti cinematografici comprati a prezzi gonfiati a Mediaset (con il conseguente sospetto di fondi neri accumulati all’estero).
Il vero pericolo, quindi, per Berlusconi e il suo governo è che nel dibattito pubblico entrino i trascorsi personali, i rapporti con i paradisi fiscali che si è cercato di far dimenticare. Visto che, dal G8 al G20 (dove si invocavano sanzioni ai Paesi non cooperativi con l’Ocse su trasparenza e segreto bancario), la posizione dell’Italia è sempre stata a parole molto dura. Se si comincia a parlare del passato, potrebbero riemergere storie professionali, legittime ma politicamente forse inopportune da rievocare in questo momento, come quella di Giulio Tremonti. Oggi è il ministro dell’Economia che invoca standard legali per le buone prassi finanziarie e che, per garantire l’efficacia dello scudo, va alla guerra contro le banche dei paradisi fiscali scatenando l’Agenzia delle entrate addirittura contro la famiglia Agnelli. Nel 1995, però, quando ancora la sua carriera politica era agli inizi, il professor Tremonti lavorava per la Banca centrale di San Marino come “ispettore vigilanza credito e valute” (con un compenso annuale di 78 milioni di lire) insieme ad Aldo Loperfido e al professor Giovanni Manghetti. Un rapporto cominciato - secondo quanto risulta al “Fatto” - già dieci dieci anni prima, nel giugno del 1985, quando il nome di Tremonti compare per la prima volta nella rosa dei candidati all’Ispettorato per il credito e le valute i cui membri vengono nominati dal Consiglio Grande e Generale (il parlamento sanmarinese). Oggi il ministro non è più molto ben visto nel paradiso fiscale romagnolo. “Ci trattano malissimo, siamo indignati”, si è sfogato di recente un esponente del governo di San Marino.