giovedì 31 dicembre 2009

Le bombette di Calderoli


di Marco Travaglio


Immaginiamo che Berlusconi riceva a domicilio un pacco bomba, si salvi per miracolo dalla fiammata che ne scaturisce e un leader del centrosinistra ironizzi sull'attentato, parlando di "farsa". Come un sol uomo, la Guardia Repubblicana e gli house organ di Arcore, i tg a reti unificate e le migliori penne terziste del 'Corriere della Sera' tornerebbero a tuonare contro la "campagna di odio", l'"antiberlusconismo" e il "terrorismo mediatico" dei "cattivi maestri" della sinistra.
Invece il pacco bomba esplose sei anni fa, ma fortunatamente in casa di Romano Prodi, a Bologna. Era il 27 dicembre 2003. L'allora presidente della Commissione europea, nel mirino del centrodestra e del 'Giornale' per il falso scandalo della Telekom Serbia, aprì il plico e scampò per un soffio alla lingua di fuoco che ne scaturì. Subito il vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli, ironizzò: "Se nessuno si è scottato almeno un dito, forse si è trattato di una bomba intelligente! Complimenti a Prodi: immediatamente dopo l'evento, ha rilasciato interviste da vero Nembo Kid".
Gli inquirenti puntarono il dito non contro uno squilibrato isolato, ma nell'area del terrorismo anarco-insurrezionalista. L'autorevole numero due della Lega Nord, però, batteva tutt'altra pista: "Questo episodio sembra ricordare il periodo in cui a mandarti la bomba era l'amico o l'amico degli amici. Prodi non dà alcun fastidio ai combattenti per il comunismo né per l'anarco-insurrezione, ammesso che esistano. Fossi in lui, mi guarderei più dagli amici che dai nemici o dai presunti terroristi".

Il governo Berlusconi prese l'attentato talmente sul serio che, al dibattito in un Senato semideserto (tre della maggioranza e 12 dell'opposizione), il ministro dell'Interno Beppe Pisanu non si presentò e il sottosegretario Ventucci minimizzò: "Opera di quattro cretini". Una settimana dopo, a riprova di una campagna terroristica su vasta scala, altri cinque pacchi bomba furono recapitati a una serie di autorità europee.
Ma Calderoli seguitò a fare lo spiritoso: "La lettera-bombetta a Prodi già sembrava cosa sospetta. Il fatto che, dopo quattro episodi analoghi, oggi tranquillamente un identico pacco, sempre proveniente da Bologna, sia potuto entrare nell'Europarlamento sembra veramente una farsa. Continuo a pensare che dietro i sedicenti anarco-insurrezionalisti antieuropei si nasconda chi cerca di recuperare la strada dell'Europa Superstato in vista delle prossime elezioni europee".
Naturalmente nessuno, men che meno il 'Corriere', accusò Calderoli di fomentare l'"antiprodismo" né collegò l'attentato a Prodi con la "campagna d'odio" di Telekom Serbia, che continuò.
Fino a quando, rivinte le elezioni nel 2006, Prodi tornò al governo.
E Berlusconi: "Io tornare a Palazzo Chigi? Magari! Ma non è facile, c'è Prodi. Ci vorrebbe un regicidio. Ma basta soltanto aspettare, arriverà il momento giusto" (Ansa, 14 giugno 2007).
Il Partito dell'Amore, appunto.

(29 dicembre 2009)

E' tornato Talleyrand


di Michele Serra


Il monito di Napolitano ha reso possibile un nuovo clima politico. Berlusconi non parla più di comunisti ma affettuosamente di 'comu', Casini e Rutelli sono d'accordo con tutti, dai trozkisti ai nazisti e Calderoli non usa più la forchetta per pulirsi i denti a fine pasto

Un nuovo clima, finalmente. Il 2010 della politica italiana comincia con il fermo monito di Napolitano: "Bisogna attuare tutti quei ragionevoli accorgimenti che consentano di instaurare tra i partiti ogni possibile forma di collaborazione allo scopo di stabilire quali siano le migliori forme di intesa per arrivare a formulare di comune accordo proposte atte a ripensare una più concorde piattaforma programmatica riguardo gli snodi nevralgici dei rapporti istituzionali tra i diversi e autonomi poteri dello Stato, nel rispetto delle funzioni di ciascuno". Per questa dichiarazione il Capo dello Stato ha vinto il Premio Sprint, assegnato dalla stampa parlamentare.

D'Alema È il grande tessitore dei nuovi rapporti tra i partiti. La sede della Fondazione Diciamo, da lui presieduta, è meta ininterrotta dei vari leader. D'Alema si è dimostrato abilissimo nell'evitare che i suoi ospiti si incontrassero già in ascensore, mandandosi affanculo e rovinando tutto. Per questa ragione alcuni sono stati dirottati per le scale, altri sono saliti dalle scale antincendio, altri ancora hanno atteso in macchina, in un sapiente mix ispirato dal celebre testo classico di Talleyrand, 'Come fa un barcaiolo a traghettare un lupo, una capra e un cavolo sull'altra sponda del fiume?'. Alla fine di defatiganti giornate di lavoro, D'Alema ha incontrato separatamente i rappresentanti di tutti i partiti: ognuno gli ha detto l'esatto contrario degli altri, ma lui è stato abilissimo a non dirlo a nessuno.

Calderoli Politico navigatissimo, ha sorpreso tutti per il grande sforzo diplomatico. Non si pulisce più i denti con la forchetta durante i pranzi di lavoro e ha promesso che la Lega non insisterà nella proposta di fare eleggere direttamente dal popolo il farmacista, il veterinario e il sacrestano. Sui minareti propone un compromesso: dovranno essere alti al massimo un metro,in modo da poter agevolmente ospitare muezzin nani.

Casini e Rutelli Si sono detti d'accordo con tutti, dal trotzkista frazionista Gianni Sperduto, che propone uno sciopero generale di un mese, al neonazista altoatesino Hansi Strudel, che chiede di vietare ai negri le gare di slalom (possono partecipare solo alla discesa libera, ma su un percorso parallelo in mezzo ai larici). Hanno proposto di modificare la Costituzione, ma anche di lasciarla così com'è, ottenendo così due Costituzioni, in grado di soddisfare ogni esigenza.

Di Pietro Non partecipa agli incontri, che ha definito "un letamaio, una fogna putrida". In una successiva dichiarazione, in segno di rispetto per il Capo dello Stato, ha parzialmente corretto le sue parole: "un letamaio e una fogna, ma non putrida". Ha preso alloggio in una pensione di fronte alle finestre della Fondazione di D'Alema e si affaccia spesso alla finestra gridando fortissimo per disturbare i colloqui.

Fini Mantiene un altissimo profilo istituzionale. Intrattiene i suoi interlocutori sulla storia dei diritti umani, sull'emancipazione dei popoli, sull'habeas corpus a partire dalla Magna Charta. Nonostante il parere contrario del capo protocollo della Camera, ha presieduto le ultime sedute con il sari del Mahatma Ghandi, acquistato a un'asta su eBay. Su tutto il resto preferisce non pronunciarsi, la bassa cucina non fa più parte del suo orizzonte.

Berlusconi Segue i lavori dalla sua villa di Arcore, nella nuova Sala della Gommapiuma allestita dai suoi collaboratori per evitargli qualunque possibile incidente. I nuovi denti, espiantati da una fanciulla vergine, ne hanno ulteriormente ringiovanito l'aspetto. Ha perdonato il suo assalitore e ha promesso di assecondare il nuovo clima rinunciando ai toni aggressivi. Non dice più "comunisti", usa l'affettuoso diminutivo "comu" e ha anche promesso che si farà processare, ma in un tribunale privato delle Isole Cayman.

(29 dicembre 2009)

ROMANITA'


NON ESAGERIAMO ...


Napoleoni: «Mi candido per ripulire il Lazio»


di Felicia Masocco


Mi hanno chiamato la notte di Natale, mi hanno proposto di candidarmi. Ho pensato che fosse mio dovere, sono anni che dico che bisogna tornare alla società civile e che il sistema ha bisogno di rinnovamento, non potevo tirarmi indietro, non era logico». Loretta Napoleoni è esperta di economia internazionale e di terrorismo internazionale, il suo curriculum è un lungo elenco di titoli accademici ottenuti in prestigiose università, collaborazioni con amministrazioni e testate giornalistiche (anche l'Unità). È nata è cresciuta a Roma oggi vive a Londra con frequenti viaggi su e giù per il mondo.

Attraverso Facebook, un gruppo di persone la candida alle primarie del centrosinistra per la presidenza del Lazio «perché - scrivono- pensiamo che la sua candidatura possa favorire la partecipazione e quel rinnovamento della politica di cui l’elettorato, non solo di centrosinistra, sente imprescindibile bisogno».
Come ha reagito a questa proposta?
«Mi ha fatto molto piacere, sono anni che dico che bisogna tornare alla società civile, che il sistema ha bisogno di un rinnovamento: e dato che dall’alto non è venuto, è bene che arrivi dal basso. Trovo inoltre fantastico l’uso di Internet, di Facebook, dà la possibilità di raggiungere chiunque, è profondamente democratico. Ha un potenziale enorme, si è visto nell’elezione di Barack Obama».

Dunque accetta, sembra entusiasta, lo vuole fare?
«Sì, lo faccio perché è il mio impegno civile. Non posso andare in giro per il mondo a dire mobilitiamo la società civile e poi ritrarmi se mi tirano in campo. Non mi sembrerebbe logico. Lo faccio come dovere, la politica deve ritornare al concetto di dovere, il politico è un servitore del cittadino». Un tempo si diceva per spirito di servizio... «Si, per questo. Per me è un sacrificio, vivo a Londra, ho una famiglia e altri impegni, ma non intendo vivere l’impegno politico solo a parole. Mi chiedono di fare la mia parte, andrò fino in fondo, poi tornerò a essere un cittadino normale. Non è mia intenzione fare il politico professionista, anzi trovo che questo sia uno dei problemi che abbiamo». Raccoglie la sfida che, peraltro, la potrebbe portare a competere con un’altra donna.

Dovesse farcela, che giunta sarebbe la sua?
«Una giunta con una forte presenza di donne professioniste, una giunta tecnica in un certo senso, di persone che non hanno tessere in tasca, ma con solide carriere, competenze da spendere per rimettere a posto le cose e rilanciare la politica. Bisogna cambiare. Investire sulle donne potrebbe sembrare un cambio di facciata, invece no è un elemento catalizzante, il vero cambiamento è politico». E i contenuti? Ha pensato a due, tre punti? «Occorre una pulizia generale, come le pulizie di casa, buttare via la zavorra che è dentro la macchina amministrativa, si spreca troppo, si spende in modo sbagliato. Torniamo alla buona gestione e al risparmio. Secondo: aiuto e attenzione ai giovani, sono il nostro futuro, se non riescono a inserirsi che cosa faremo tra vent’anni? Infine la lotta al crimine organizzato: tendiamo a sottovalutare l’influenza della penetrazione del crimine organizzato nella nostra società. E purtroppo negli ultimi 20 anni si è vista un’avanzata progressiva. Il Lazio non è una regione tranquilla, lo sembra, ma la presenza del crimine organizzato è capillare».

Vive viaggiando, il suo è un curriculum prestigioso e globale. La sua è una candidatura sofisticata. Ma si presta a un’obiezione: che cosa c’entra Loretta Napoleoni con la regione Lazio?
«Credo che la mia esperienza internazionale sia più un vantaggio che un limite. Ho visto da fuori l’evoluzione o l’involuzione del mondo occidentale quindi posso fare dei paragoni: il modo in cui, ad esempio, viene amministrato lo stato di Washington offre moltissimi spunti, apriamoci un attimo, non stiamo sempre chiusi nel nostro giardinetto, guardiamo al mondo, tante iniziative prese fuori possono essere riportate qui. Collaboro con le forze di polizia di Barcellona, ho visto come l’amministrazione ha potenziato la città, come le ha dato un nuovo respiro anche affrontando grossi problemi come l'immigrazione musulmana o il crimine organizzato. Ho un’esperienza internazionale su quei tre punti che dicevo che può essere positiva per una riforma. Anzi, direi, per un rinascimento della regione Lazio».
31 dicembre 2009

Craxi, Letizia Moratti e l'insulto agli elettori

29 dicembre 2009
Peter Gomez


La decisione del sindaco di Milano, Letizia Moratti, di intitolare una via o un parco pubblico a Bettino Craxi è destinata a segnare un'epoca. Potremmo spendere centinaia di parole per ricostruire, con carte e testimonianze alla mano, i molti crimini contro la cosa pubblica commessi
dall'ex segretario del Psi, morto latitante in Tunisia. O potremmo ricordare un suo celebre intervento in Parlamento in cui, nel luglio del 1993, lui stesso ammetteva che durante gli Settanta, Ottanta e Novanta si era "diffusa nel paese, nella vita delle istituzioni e delle pubbliche amministrazioni una rete di corruttele grandi e piccole", dimenticandosi però di aggiungere come né lui, né gli altri leader politici (spesso a pieno titolo complici del sistema), avessero fatto nulla per cercare d'invertire la rotta.

Ma il punto oggi è un altro. Al di là del contenuto delle sentenze, a Milano, come nel resto d'Italia, una parte rilevante dei cittadini (probabilmente la maggioranza) ritiene Craxi un politico corrotto. E questa pessima reputazione è diffusa anche tra chi considera l'ex segretario del garofano uno dei pochi parlamentari italiani di quegli anni dotati di respiro e leadership internazionale.
Per questo la scelta di Letizia Moratti segna un'epoca. Dimostra infatti che le nostre classi dirigenti sono sempre più scollegate dal Paese. E che, anche quando sono al governo, non hanno nessuna intenzione di prendere decisioni condivise, ma preferiscono adottare provvedimenti che dividono, invece che unire. Il fatto poi che una presa di posizione del genere arrivi dal sindaco di una città in cui ancora tutti ricordano come, durante gli anni della Milano da bere, le casse del comune fossero vuote perché ogni appalto pubblico (vedi, ad esempio, la costruzione della metropolitana, in cui il pentapartito si spartiva le mazzette con il Pci) costava il doppio del normale a causa del sovrapprezzo delle tangenti, non può che spaventare.

In Italia, spiega la Banca Mondiale, la corruzione costa ai cittadini circa 50 miliardi di euro l'anno. Una parte importante del denaro dei contribuenti se ne va per foraggiare cacicchi, pseudo imprenditori, burocrazie e amministrazioni (corrotte) di destra e di sinistra. Erigere monumenti, o intitolare vie, a chi è diventato simbolo di questo modo di governare (male), non è insomma solo un insulto all'etica o alla morale. Ma all'intelligenza (e alle tasche) degli elettori.

I capodogli della Puglia

30 dicembre 2009,
Pino Corrias


Se lo spettacolo che offre il partito democratico in Puglia fosse stato scritto (o suggerito, o finanziato) dai tirapiedi del Cavaliere non risulterebbe cosi’ spietatamente grottesco.
L’istantanea e’ pura commedia dell’arte, il sindaco Michele Emiliano e il presidente Nichi Vendola, due brave persone in tempi normali, che si afferrano al collo dalla mattina presto per contendersi la candidatura alla prossime elezioni amministrative come solo farebbero due autentici perdenti. Che si riempiono di lividi e di improperi, ma disquisendo di democrazia diretta e regole. Che strillano, pretendono primarie, rifiutano primarie, dettano ultimatum, chiedono proroghe, minacciano sfracelli.
Se lo spettacolo fosse stato scritto (o suggerito o finanziato) dai tirapiedi del Cavaliere, sarebbe una eccellente operazione di killeraggio politico dell’avversario, sulla quale formare le future generazioni di guastatori della liberta’. Invece no. E’ un malinconico doppio suicidio. Capace di innescarne tanti altri per vincolo di casta o semplice emulazione. Fino al suicidio collettivo. Di quelli previsti nelle culture arcaiche, quando il raccolto o l’umore degli dei sono andati in malora. Di quelli praticati dalle comunita’ di capodogli quando perdono l’orientamento e l’ossigeno, come ci suggerisce la sconsolata cronaca di questi giorni.

Appelli, primarie, "No B Day". Un anno di politica via Internet


di CARMINE SAVIANO


Internet e la politica. Un binomio che nel 2009 ha fatto breccia anche nel nostro Paese. Con la rete che ha commentato, criticato e a volte dettato l'agenda nazionale. Dalle 10 domande di Repubblica a Berlusconi al congresso del Pd, dal video virale che ha lanciato la Serracchiani fino al No B Day. Facebook e Twitter, la variegata galassia dei blog e i forum dei partiti. Luoghi virtuali dove si è sviluppata la più reale delle pratiche: la discussione politica. Migliaia di interventi e iniziative, a delineare una nuova dimensione della partecipazione democratica. Con vizi e virtù: dal qualunquismo dei 'fan di Massimo Tartaglia' alla forza dei volti delle migliaia di 'donne offese dal premier'.

Eluana. La rete inizia a trasmettere segnali all'inizio di febbraio, quando tutti gli occhi sono puntati sulla clinica 'La Quiete' di Udine. Molti utilizzano il web per manifestare solidarietà ai genitori di Eluana Englaro, che hanno deciso di applicare alla figlia il protocollo terapeutico che sospende le cure. Si promuovono petizioni per sostenere la scelta di Beppino Englaro, la cui pagina su Facebook raggiunge in poco tempo i 12mila fan. Altri gruppi nascono per manifestare il proprio apprezzamento al presidente Napolitano che non firma il decreto del governo che impone l'alimentazione forzata. Centinaia di blogger si mobilitano per realizzare sit-in a Palazzo Chigi. Una protesta che si spegne in silenzio la sera del 6 febbraio.

Serracchiani. Il 21 marzo 2009 inizia a girare su Youtube un video che in pochi giorni sarà cliccato da quasi cento mila utenti. E' l'intervento di tredici minuti con cui Debora Serracchiani striglia Dario Franceschini e il Partito Democratico. Il filmato diventa un cult su Twitter e Facebook e il giovane avvocato di Udine diventa simbolo di un possibile rinnovamento del Pd. Arrivano interviste e inviti sui media nazionali e internazionali. E non si tratta di un fuoco di paglia. A giugno la Serracchiani diventa europarlamentare con 144mila preferenze e a ottobre è eletta segretario regionale del Pd in Friuli Venezia Giulia.

Noemi. Alla fine di aprile una delle foto più ritoccate del web è quella che mostra Silvio Berlusconi alla festa per il 18° compleanno di Noemi Letizia. E' il Casoriagate, il primo di una serie di scandali che coinvolgono il premier. Che nel tentativo di difendersi cambia più volte versione dei fatti. Contraddizioni che portano Repubblica a rivolgergli 10 domande. Al silenzio di Berlusconi fa da contraltare l'urlo della rete. E' un onda digitale: le dieci domande vengono pubblicate ovunque, tradotte in decine di lingue. Su Facebook in 120mila chiedono a Berlusconi delle risposte. Il tam tam continua per mesi. Migliaia di gruppi prendono di mira prima i silenzi di 'Papi', poi gli attacchi che il presidente del Consiglio rivolge alla stampa. Il 14 luglio, anniversario della presa della Bastiglia, i blogger proclamano il loro primo sciopero generale. Per un giorno la rete è silenziosa. Poi si ricomincia.

Dopo l'estate l'occhio di internet resta puntato sulle vicende del premier. Le escort, le feste a Villa Certosa e a Palazzo Grazioli. Opacità cui i cittadini chiedono conto attraverso il web. Una community che si materializza anche nelle iniziative di Repubblica. it. Milioni di firme e migliaia di foto per sottoscrivere la propria distanza dai comportamenti pubblici e privati del Presidente del Consiglio. I lettori di Repubblica firmano e diffondono gli appelli dei giuristi per la libertà di stampa e di Roberto Saviano contro il processo breve. In risposta a Berlusconi inviano migliaia di foto nelle quali si dichiarano farabutti. E quando il premier offende Rosy Bindi, il presidente del Pd riceve la solidarietà delle lettrici che si dichiarano 'donne offese dal premier'.

Le primarie del Pd. Il web entra da protagonista anche nella vita dei partiti. I tre aspiranti al ruolo di segretario del Pd realizzano online una sfida nella sfida. Da Youtube a Facebook, dai siti dedicati alle proposte degli elettori alle web-tv, Bersani, Franceschini e Marino inondano il web di slogan e proposte. Con il neosegretario che annuncia su Twitter la propria vittoria. Ma i forum raccolgono anche voci che criticano la linea ufficiale dei partiti. Come Spazio Azzurro, il forum ufficiale del Pdl zeppo di attacchi al presidente della Camera Gianfranco Fini; o PdNetwork che in varie occasioni - dalla querelle sulle posizioni della Binetti in merito alla legge sull'omofobia alla partecipazione del partito di Bersani al No B Day - dà voce ai dissidenti interni. Un modo 'sanò di utilizzare la rete, che si contrappone a quello di gruppi come "Uccidiamo Berlusconi".

No B Day. Il No B Day è il momento in cui si manifesta al meglio l'intreccio tra web e politica. Il 5 dicembre un milione di persone è a Roma in Piazza San Giovanni per chiedere le dimissioni del presidente del Consiglio. E' il popolo viola, nato due mesi prima, il 7 ottobre, all'indomani delle esternazioni di Berlusconi dopo la sentenza della Corte Costituzionale che aveva bocciato il Lodo Alfano. Un gruppo di blogger crea una pagina Facebook che in poco più di due settimane raggiunge le 250mila adesioni. Creando scompiglio tra tutte le forze politiche.

L'aggressione a Berlusconi. E appartengono ancora alla cronaca le recenti polemiche scatenate dai gruppi Facebook che raccolgono 'fan di Massimo Tartaglia', l'uomo che la sera del 14 dicembre ferisce Berlusconi in Piazza Duomo a Milano. O quelli che inneggiano a Susanna Maiolo, la venticinquenne che tenta di aggredire Benedetto XVI la sera del 24 dicembre. E polemiche a non finire, sempre sul social network, per i gruppi a cui i sostenitori del premier cambiano oggetto per "appropiarsi" di decine di migliaia di firme. Con internet che diventa il primo punto dell'agenda politica tra richieste di chiusura e difesa a oltranza.

Una trama complessa quella tra web e politica. Un rapporto problematico e affascinante. Da affrontare, come è stato scritto, con un'unica certezza. Che "la rete è il nostro specchio" e non un "luogo di terrorismo". E che nessuno troverà mai "arsenali su internet".

(31 dicembre 2009)

Puglia, Emiliano ritira la candidatura. "Ma la mia non è una rinuncia"


Michele Emiliano rinuncia alla candidatura a governatore della Puglia. O meglio, pone condizioni (l'approvazione di una norma che permetta al sindaco di Bari di scendere in lizza) che, allo stato, sembrano irrealizzabili. "Senza la modifica alla legge elettorale regionale non si può fare nulla: nessuno può costringermi a candidarmi contro l'interesse di Bari". Così Emiliano spiega la sua decisione di ritirare la disponibilità a partecipare alle le primarie del centrosinistra contro il governatore uscente Nichi Vendola.

Il sindaco di Bari descrive la complessa situazione in una lettera al segretario regionale del Pd Sergio Blasi:
"Ho cercato innanzitutto, nella lettera inviata al segretario regionale del mio partito - aggiunge Emiliano - di ripristinare la verità perchè in questi giorni io sono stato interpretato come una persona che si autopromuoveva invece mi è sembrato giusto spiegare che tutto quello che ho fatto mi è stato chiesto dal mio partito per ragioni che io ritengo giustificate. Ma la mia generosità nei confronti del mio partito trova un ostacolo che è costituito dal mio dovere verso la città di Bari".

"Certo - sottolinea anche Emiliano - per Bari una mia eventuale presidenza della Regione Puglia sarebbe stata una occasione storica. Ma non stiamo in borsa o progettando un affare". "Ci sono delle regole istituzionali - continua il sindaco - che non possono essere superate in nessuna parte d'Italia, non si può interrompere una amministrazione senza almeno un anno di preavviso".

Ma il sindaco del capoluogo di regione pugliese puntualizza anche che la sua lettera non può essere interpretata come un ritiro dalla corsa alla candidatura: "Non mi pare proprio che esprima una rinuncia ad alcunchè: si tratta solo di considerazioni politiche che riservatamente avevo trasmesso al segretario del mio partito e che lui ha reso pubbliche con il mio consenso".

"Sono dell'opinione - chiarisce ancora Emiliano - che questa partita come avevo sempre detto in precedenza non è la mia, ma è quella del presidente uscente che adesso deve decidere se consentire la formazione di un'ampia coalizione indicando un altro candidato oppure se ritiene la sua candidatura indispensabile, raccogliere comunque la coalizione più corta e cominciare immediatamente la campagna elettorale".

(31 dicembre 2009)

Puglia, Emiliano: «Niente primarie senza una legge "salva-Bari"»


«Senza la modifica alla legge elettorale regionale non si può fare nulla: nessuno può costringermi a candidarmi». Così il sindaco di Bari e presidente dell'assemblea regionale del Pd, Michele Emiliano, spiega la decisione di ritirare la sua disponibilità a tenere le primarie del centrosinistra per decidere il candidato presidente alla Regione Puglia per le regionali del 2010. «Ho cercato innanzitutto, nella lettera inviata al segretario regionale del mio partito - aggiunge Emiliano - di ripristinare la verità, perché in questi giorni io sono stato interpretato come una persona che si auto-promuoveva. Invece mi è sembrato giusto spiegare che tutto quello che ho fatto mi è stato chiesto dal mio partito per ragioni che io ritengo giustificate». «Certo - sottolinea Emiliano - per Bari una mia eventuale presidenza della Regione Puglia sarebbe stata una occasione storica. Ma non stiamo in borsa o progettando un affare. Ci sono delle regole istituzionali che non possono essere superate in nessuna parte d'Italia, non si può interrompere una amministrazione senza almeno un anno di preavviso. Ciò posto ho detto al segretario che data l'indisponibilità alla legge 'salva Bari' (vale a dire una modifica alla legge elettorale in vigore che gli impone le dimissioni da sindaco per candidarsi alla Regione, ndr), io devo difendere Bari. Anche contro gli interessi del mio partito».

LA LETTERA - Una spiegazione, quella di Emiliano, arrivata dopo la diffusione della lettera scritta al segretario regionale del Pd, Sergio Blasi. Nella missiva il primo cittadino di Bari ripercorre i passaggi che lo hanno portato alla ribalta come candidato alternativo al presidente uscente Nichi Vendola e torna ad attaccare quest’ultimo, perché «oggi ritiene che la sua candidatura sia più importante» dell'alleanza con l’Udc. Emiliano precisa di essere stato candidato da Blasi «in totale solitudine e senza consultarmi e ciononostante - aggiunge - non ho potuto rifiutarmi ancora perché altrimenti, per ragioni opposte e contrarie a quelle del presidente della Regione, avrei definitivamente assunto su di me la responsabilità di avere distrutto la coalizione che può farci vincere le elezioni». Emiliano descrive a questo punto uno scenario per lui inaccettabile: «Potrei andare avanti - scrive - dimettermi da sindaco, come correttamente mi chiede Fitto, gestire durante le primarie la violenta reazione di tutte le centinaia di eletti che perderebbero il posto e che certamente, destra e sinistra, non voterebbero per me alle primarie, fare le primarie anomale con il presidente uscente, e poi cominciare la campagna elettorale, sperando che i sostenitori più accesi del mio antagonista abbiano accettato veramente il risultato delle primarie e sperando che nel frattempo Io sud, Udc ed Idv non si siano stancati di noi e del nostro dramma». «Io non sono - rivendica Emiliano - un politicante senza mestiere incapace di capire che non sono più in grado di rappresentare il progetto politico necessario alla costruzione del bene comune. Io sono un magistrato, un sindaco, il Presidente del mio partito, sono una persona seria ed in queste qualità io ti dico che a questo punto, al Tuo posto, andrei dal presidente uscente e gli direi che vista la situazione di disfacimento nella quale ci troviamo lasci a lui la decisione. O si fa da parte e ci lascia indicare il candidato con maggiori possibilità di vittoria oppure assuma la guida del centrosinistra o di quel che ne rimane, e cominci la campagna elettorale subito, senza ulteriori perdite di tempo».

LETTA - Intanto, Enrico Letta, vicesegretario del Pd, ribadisce la chiusura del suo partito al governatore uscente Nichi Vendola: «Per vincere bisogna allargare all'Udc e all'Idv - spiega - ebbene entrambi i partiti dicono no a Vendola». Quanto al sindaco di Bari Michele Emiliano, finora l'uomo indicato dai democratici in alternativa a Vendola, per Letta è un «candidato più forte e aggregante di Nichi», tuttavia «deve essere chiaro: il Pd non è il centrodestra e di leggi "ad personam", di cambiamenti di norme elettorali a due mesi dal voto non ne facciamo. Dopodiché, si vada al più presto alle primarie».

31 dicembre 2009

COITO ERGO SUM


“MI APPELLO ALLA COSCIENZA DI CHI L’HA UCCISO”


Ilaria Cucchi: “Sull’omicidio di Stefano ancora troppe ombre”
di Silvia D’Onghia


“Proprio l’altro giorno stavo guardando le foto di Stefano accanto all’albero di Natale. Mio fratello amava le tradizioni. Per lui era importante ritrovarsi la mattina del 25 dicembre per scambiarsi i regali. Pur non disponendo di grandi risorse, ci teneva a fare un regalo a tutti noi”.
Natale è stato un giorno più triste degli altri per la famiglia Cucchi: Stefano non c’è dal 22 ottobre. Ilaria, la sorella, ce ne parla con la solita calma, con i toni sereni ma determinati cui ci ha abituato in questi mesi. Mai una parola fuori luogo, mai uno sfogo di rabbia. La volontà, quella sì, che sulla vicenda sia fatta presto chiarezza. Una famiglia che ha mostrato un grande senso delle istituzioni e dello Stato, nonostante lo Stato abbia restituito loro un fratello, un figlio, uscito di casa con le sue gambe il 15 ottobre e tornato in una bara, pestato a sangue e lasciato morire di incuria in un ospedale romano.
“Stefano era legatissimo a mio figlio – racconta Ilaria - Anche quest’anno gli aveva promesso un bel regalo per Natale. E il 25 mio figlio se ne è ricordato e ci è rimasto male. Tanto che ho pensato di fargli trovare un pacchettino nascosto in qualche angolo della casa”. A due mesi di distanza la famiglia Cucchi sta cominciando a realizzare quanto accaduto: “All’inizio, dopo che i riflettori mediatici si sono accesi, i miei genitori non si rendevano ancora conto di aver perso un figlio. E di averlo perso in quel modo. Adesso sono a pezzi, ed è soltanto l’inizio”. Quando i riflettori si abbassano, il dolore privato diventa insopportabile. È anche per questo che la morte di Stefano Cucchi non deve essere dimenticata, per rendere giustizia a lui e alla sua famiglia, e perché quanto successo non si possa ripetere. “Ci sono cose positive in questa vicenda – prosegue Ilaria – la prima, che mi ha colpito molto, è stato l’interessamento di molti politici e della gente comune, che ci ha dimostrato grande solidarietà. La seconda è che le persone stanno prendendo coscienza del problema”. Una parola di ammirazione va alla polizia penitenziaria: “Per esempio ci ha scritto il vice comandante del carcere di Treviso per esprimerci la propria vicinanza. Poi c’è soprattutto l’inchiesta interna del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, da cui sono emersi segnali positivi”. Per esempio che dalla morte di Stefano in poi ha trovato attuazione l’ordine di servizio che prevede, tra l’altro, il dovere di “registrare su apposita tabella giornaliera i nominativi degli arrestati allocati nelle camere di sicurezza ed annotarne i movimenti”. Cosa che il 16 ottobre, giorno in cui Cucchi è comparso davanti al giudice per essere processato per direttissima per spaccio di droga, non è accaduto. E invece proprio quella mattina, poche ore dopo il suo arresto da parte dei carabinieri, in tribunale aveva già segni di tumefazioni sotto gli occhi e lamentava “dolori alla deambulazione” (come è scritto nel primo referto medico). “Le conclusioni cui giunge l’inchiesta amministrativa – continua Ilaria – sono però inquietanti. La cosa più evidente è la totale assenza di umanità, come sottolinea anche il dott. Ardita (capo della Direzione generale dei detenuti e del trattamento del Dap, ndr), ma io aggiungo anche di professionalità. Sembrerebbe che più di una persona si sia resa conto che mio fratello stava male; ma nessuno si è posto il problema di denunciare quanto stava accadendo. In tutto questo le colpe mediche sono le più evidenti”. Qualche settimana fa, la Procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati tre nuovi medici dell’ospedale Pertini, portando così a 9 il numero totale degli indagati (tre agenti penitenziari e altri tre medici della stessa struttura). “Ma senza le botte Stefano non sarebbe arrivato lì, per questo bisogna indagare a monte. Per fortuna l’inchiesta sta procedendo con una certa rapidità e ci auguriamo che presto si possa arrivare alle prime conclusioni”.
Intanto sono agli sgoccioli le perizie medico-legali. La seconda autopsia sul corpo del ragazzo ha evidenziato le fratture alle vertebre e la lesione alla mandibola. Elementi che nel primo esame autoptico non erano stranamente venuti fuori. La salma non è ancora stata restituita alla famiglia Cucchi: “A Natale non abbiamo potuto portargli neanche un fiore al cimitero. Un sacrificio pagato alla sete di giustizia”. Giustizia, appunto, non vendetta: “Se avessi davanti a me i presunti colpevoli, farei appello alle loro coscienze. Io voglio sperare che la morte di mio fratello non resti senza risposte, che ci siano persone che si assumano le proprie responsabilità e che le istituzioni si adoperino per individuare i responsabili”.

INSISTO, IL BIG BANG È L’UNICA VIA


di Paolo Flores d’Arcais


Caro Gianni, come ti viene in mente che la mia proposta abbia a che fare, anche solo alla lontana, con un rassemblement di “signori delle tessere” e con “trattative con piccole burocrazie moribonde pronte a confluire per ricominciare a scannarsi tra di loro”? Questo è quello che continuano a fare le ennesime “rifondazioni” e neoconfederate SEL (credo significhi “sinistra ecologia libertà”), tristemente autoreferenziali e praticamente clandestine. Se la mia proposta avesse anche una pallida parentela con tali mestizie, perché mai avrei dovuto usare la metafora del Big Bang?
Del resto, io sono convinto da oltre trent’anni, e sempre più me ne convinco alla luce dei fatti (cioè sconfitte su sconfitte), che la malattia inguaribile della sinistra si chiama partitocrazia, nomenklatura, monopolio dei “mestieranti” della politica (nobilitati a “professionisti”, chissà perché, visto che fuori della politica sono squisitamente “senza arte né parte”), che la sottraggono ai cittadini esattamente come la “casta” di destra. Per guarire da questa tabe è necessaria una dose massiccia, preponderante, di “politica come bricolage”, una forza politica dove i “professionisti” che la praticano come carriera esclusiva siano una esigua, esiguissima minoranza, altrimenti i “politici a vita” si trasformano inevitabilmente in casta, malgrado le migliori intenzioni e l’alta caratura morale di partenza.
È necessaria insomma una rivoluzione nel modo stesso di praticare la politica, che incrementi drasticamente - per ragioni strutturali - un comportamento disinteressato, la politica come servizio invece che promozione sociale personale. Il che è raggiungibile se questa nuova forza (che chiamo partito della Costituzione perché “sinistra”, se può far pensare ancora a D’Alema e Bertinotti, è termine sinistro) saprà imporre che la politica, in quanto dirigenti di partito o rappresentanti nelle assemblee elettive, la si fa a tempo parziale, rigorosamente parziale: un solo mandato e poi si torna al proprio lavoro nella società civile, e a fare i militanti “senza potere” nei ritagli di tempo. Tranne le rarissime eccezioni di cui sopra, proprie quelle deroghe “carismatiche” che ti stanno tanto a cuore e che oggi (ma non pregiudichiamo il futuro) sono effettivamente inevitabili.
Ammetterai, del resto, che anche la logica carismatica, soprattutto se priva di energici correttivi, qualche difetto lo produce. Lasciamo pure stare l’alto tasso di devozione acritica che si diffonde tra “militanti” sempre meno distinguibili da “fedeli” e altri salmodianti. Il fatto è che la fedeltà come suprema virtù moltiplica inevitabilmente gli “yes men” nelle strutture di comando ramificate, il che è appunto quanto ancora oggi accade nell’Italia dei valori in quasi tutte le regioni e province, con eccezioni che davvero si possono contare sulle dita di una sola mano. Proprio questo impedisce di fatto quelle “porte aperte a tutti” che tu dai per acquisite e che invece hanno riguardano solo le candidature per le europee (e qualche singolarissimo caso alle politiche precedenti). Episodi che non sottovaluto affatto, che anzi ho pubblicamente salutato con entusiasmo e come l’inizio di una svolta, potenzialmente grande e promettente. Ma che ha evidenziato ancora di più lo scollamento tra quanto avviene a livello locale e nell’immagine (e realtà) nazionale dell’Idv.
Naturalmente si può negare per patriottismo di partito che il ceto politico locale dell’Idv sia (con eccezioni, certamente: ma davvero rare) tra il deprimente e l’imbarazzante, eppure è proprio questa situazione, tangibile a chiunque vada a spulciare regione per regione quanta insipienza, quanto carrierismo, quanto inciucio beatamente fioriscano all’ombra del gabbiano, che spiega il paradosso di movimenti che coinvolgono centinaia di migliaia di giovani, soprattutto delle nuove generazioni, ma quasi nessun nuovo iscritto. Eppure, trattandosi degli stessi valori - nelle piazze e nelle meritevoli esternazioni di Di Pietro - i nuovi iscritti si dovrebbero contare, fra i manifestanti, a decine e decine di migliaia. È perciò solo un’immagine di Epinal, un rassicurante santino, dire, come fai tu, che “IdV è (già) il partito di opposizione senza compromessi e fedele alla Costituzione” di cui io parlo. No, non lo è, e non potrà mai diventarlo per aggiunte successive, che la mediocrità locale scoraggia. Ecco perché spero che Antonio Di Pietro proponga non un allargamento ma un Big Bang. Come? Basterebbe che dicesse che vuole fondare una nuova forza politica azzerando tutte le attuali strutture di potere, stabilendo che tutti i vertici locali andranno rinnovati, e non solo per questa volta ma strutturalmente, ogni quattro anni, e su questa base si rivolgesse alla società civile dei movimenti, invitandola a moltiplicare club e associazioni di co-fondatori. Se lanciato con convinzione adamantina e con inflessibile tenacia, credo che questo appello di Di Pietro farebbe da catalizzatore a un bisogno e una disponibilità che nella società civile democratica sono oggi vastissimi, e forse scalpitanti. Bisogna però essere convinti – per non accontentarsi di un 7% che diventa 9%, e avvertire la necessità di una grande nuova opposizione, che sostituisca un Pd ormai definitivamente inservibile - che la situazione italiana sia non più sul ciglio di un precipizio, ma ormai dentro un regime orwelliano. Che si sta radicando talmente, e con accelerazione esponenziale, da non essere più percepito come tale. Ma è proprio l’assuefazione ad un incubo che genera mostri. L’immobilismo dei “piccoli passi” non potrà contrastarli.

GIÙ LE MANI DA DI PIETRO


di Gianni Vattimo


Caro Paolo (e caro Di Pietro, che è il nostro interlocutore comune), come ti viene in mente, proprio il giorno in cui a Bari è successo quel che è successo tra le varie “anime” (si fa per dire) del Pd, e mentre in vista delle regionali si assiste a risse di ogni tipo all’interno di partiti, coalizioni, gruppi, - come ti viene in mente, ti domando (con la consuete amicizia) di proporre a Di Pietro lo scioglimento del suo partito in vista della creazione di una ennesima “cosa” da comporre attraverso l’unione di gruppi, movimenti, (frammenti di) partiti, società civile eccetera, per avere finalmente un vera e forte opposizione capace di battere il grande corruttore? Sarà che tu, come mi ricordi sempre, hai un passato trotzkista – immagino di mitologie rivoluzionarie, e dunque forse anche “centraliste” - e perciò stesso diffidi di ogni struttura politica che non sia fondata su primarie, secondarie, terziarie, una testa un voto, ecc.
Io che prima d’ora non sono mai stato comunista e non so nemmeno bene la differenza fra trotzkisti, leninisti, stalinisti, trovo non solo irrealistica ma anche suicida la tua proposta. Il partito di Di Pietro è nato coagulandosi spontaneamente intorno a un personaggio carismatico che finora lo ha condotto a divenire una grande forza nel panorama politico italiano. Vogliamo davvero farne una ennesima formazione i cui lottino “democraticamente” signori delle tessere e piccole burocrazie, conducendo agli esiti che sono sotto gli occhi di tutti? Non sarebbe ora di guardare realisticamente a che cosa succede a queste formazioni dilaniate da “democratiche” lotte intestine, da campagne “primarie” (sì, parlo anche del Pd) i cui strascichi si vedono anche nelle situazioni come quella di Bari? So bene che mi obietterai che questi problemi sono inevitabili se si vogliono partiti (e anche stati) democratici. Ma io ti invito a guardare alla situazione italiana: i soli partiti che “reggono” sono quelli, permettimi la semplificazione, “carismatici”. Il Partito Radicale è Pannella, la Lega è Bossi, Forza Italia e derivati sono Berlusconi e IdV è Di Pietro. Neanche a me, pieno di pregiudizi “democraticistici” piace constatare tutto ciò: ma confesso che comincio a mettere in dubbio proprio questi pregiudizi. IdV è il partito di opposizione senza compromessi e fedele alla Costituzione di cui tu parli. Che cosa vi aggiungerebbe il fatto di sciogliersi e invitare altri a comporsi in una nuova forza? Finora l’esperienza dice che simili iniziative hanno avuto esiti disastrosi (penso sempre al Pd). Ci sarebbe di nuovo solo una ennesima trattativa con piccole burocrazie moribonde pronte a confluire per ricominciare a scannarsi tra di loro. Quel che Di Pietro può e deve fare è lanciare dal suo congresso un appello a tutti gli spiriti liberi perché entrino in IdV. Del resto già ora le candidature sono decise sulla base del libero invio di curriculum, le porte sono aperte a tutti, io stesso sono un esempio di questa apertura: sono stato accolto dal partito, eletto da indipendente e con chiare posizioni comuniste.
Ripeto, c’è del “carismatico” in questa idea: non mi vergogno di ammetterlo, del resto sono un devoto ammiratore di Castro, di Chavez (peraltro sempre eletto democraticamente), ma sono anche consapevole che i dirigenti del CLN (è di questo che ora dobbiamo riparlare) non furono eletti in regolari congressi.
Il loro illuminismo era per fortuna temperato da una buona dose di decisionismo, e questo forse si chiama, appunto, carisma.

LA PARABOLA DEI LOTHAR







...e quella di Mandrake (ovvero di D’Alema).
Dieci anni di carriere, sesso, soldi, successo: fino a scaricare il leader
di Luca Telese


Non se n’è accorto nessuno, ma ridendo e scherzando sono passati dieci anni. Infatti, secondo il primo vero storico della seconda repubblica, Filippo Ceccarelli, “i lothar dalemiani” nacquero dieci anni fa. Oggi, l’anniversario è curioso: qualcuno si è fatto ricrescere i capelli, altri si sono divisi, qualcuno ha persino litigato. Il leader che allora era in ascesa è appannato, e contende la poltrona del Copasir ad un suo discepolo.
Un biglietto fatale. Lo scenario invece, allora era questo. Natale 1999: nelle redazioni e nelle caselle postali che contano della politica arrivò un biglietto di auguri firmato in modo inconsueto: “Lo staff”. Il gruppo era in pista dal 1997, ma quello era un ingresso in scena, un atto di nascita. Il sottointeso era che si trattava del suo staff, quello del lìder maximo, lo stesso Massimo D’Alema che in quel turbolento anno passava dalla leadership dei Ds a Palazzo Chigi.
Foto posate. In quei giorni almeno tre dei fotografi più à la page della politica italiana - Roberto Koch, Augusto Casasoli, e Antonio Scattolon - iniziarono a portare sulle scrivanie delle redazioni delle foto posate, informali e curiose. Solitamente in mezzo c’era D’Alema; intorno, in posa conviviale, a metà fra un ipotetico brain storming e il cazzeggio c’erano loro. Lothar perché tutti rasati a zero. Una trovata di look, ovviamente. Anche se poi, per minimizzare, Claudio Velardi ha spiegato: “Fesserìe! Ci radevamo perché non avevamo capelli”. Ma intanto, visti tutti insieme un po’ di impressione la facevano. Alcuni erano collaboratori, altri - come Marco Minniti - dirigenti politici, altri ancora collaboratori che - come Nicola Latorre - grazie allo staff diventavano politici. Ma tutti (tranne uno, Gianni Cuperlo, anche lui deputato, oggi) avevano teste lucide come palle di biliardo, in omaggio al Lothar di Mandrake. Erano oggetto di amore (poco) e di disamore (tanto). Poco amati dalla base, invidiati dai dirigenti, oggetto degli strali degli opinion leader.
Pezze al culo. In una storica assemblea dei girotondi, a Testaccio, Marco Travaglio disse: “C’è gente che è entrata a Palazzo Chigi con le pezze al culo, e ne è uscita miliardaria”. Il soggetto nominale non era precisato, ma si risentirono almeno in due: D’Alema annunciò querela (ma non andò a fondo) e Velardi (che la fece davvero). Nulla di fatto, ovviamente. Anche perché poco dopo Fabrizio Rondolino, che di D’Alema fu portavoce, disinnescò qualunque possibile causa con una candida autocertificazione: “Per me, disse a Claudio Sabelli Fioretti, era cominciata una vita nuova. Una benedizione. Come consulente di Palazzo Chigi guadagnavo 70 milioni lordi l’anno. Adesso denuncio 300 milioni l’anno, sono “famoso”, il mio narcisismo è soddisfatto”. Erano così: un epifenomeno della politica che cambiava, a sinistra. Dicevano quello che molti altri nel loro ambiente pensavano ma per pudore tacevano. Che dire di questo ritrattino di D’Alema fatto da Velardi? “Il leader è un narcisista, una persona totalmente autocentrata. Chi gli sta vicino deve evitare che esageri. D’Alema si lamentava perché alle 8.30 avevo letto i giornali e cominciavo a dargli addosso: “Hai sbagliato tutto”… “Hai fatto tutte cazzate”… “Ti stai fottendo”.
Libri & capezzoli. Rondolino, mentre era a Palazzo Chigi pubblicò un libro per la Einaudi, Secondo Avviso, che conteneva due capitoli con pagine fortemente erotiche. Furono anticipate, nello stupore generale, da un articolo anonimo de Il Foglio e da uno di Concita De Gregorio su La Repubblica. Il primo era previsto (Rondolino mi confessò: “L’avevo passato io stesso a Ferrara, per una calcolata autopromozione”). Il secondo invece no, e conteneva brani come questo: “Lo spettacolo del membro di Giovanni arrossato piantato in mezzo alle chiappe di Beatrice è straordinario. Ezio non resiste e spruzza in faccia alla troia”. Era troppo anche per gli standard non troppo puritani della seconda repubblica. La penna perfida di Vincino disegnò un cranio lothariano con un capezzolo in testa. Poi su Panorama uscì un’intervista (non autorizzata) di Giancarlo Perna a Simona Ercolani, moglie di Rondolino: “Ogni volta che esce una nuova rivista porno in edicola io e Fabrizio la compriamo e la leggiamo insieme”. Il 20 febbraio, il giorno dopo, Rondolino si dimetteva. Non fu una sciagura personale ma - come ha raccontato lui stesso - l’inizio di una nuova vita. Carriere. Anche Latorre faceva carriera: da segretario di D’Alema a senatore (elezioni suppletive) e oggi vicecapogruppo Pd a Palazzo Madama. Anche Minniti fece un balzo in avanti: da dirigente locale a deputato, presidente della Viola Basket di Reggio Calabria (“Quando c’ero io trionfava”, precisa adesso) a sottosegretario alla difesa, con tanto di volo con tuta sui Tornado. Il paradosso dei Lothar è che - piano piano - inziarono a fare ombra anche a Mandrake. Ognuno seguendo la sua vocazione, certo, ma passando dal ruolo di portatori a quello di protagonisti. Velardi dopo palazzo Chigi divenne consulente di immagine con la sua agenzia Runner, poi grand commis con Reti, infine editore con il Riformista, venduto agli Angelucci: “Feci un sacco di soldi, non c’è dubbio”. Gli venne persino in mente di tornare alla politica. Da assessore al Turismo in Campania invitò a “non andare a votare”. Troppo anche per lui. “Era un mio collaboratore 12 anni fa - disse D’Alema - adesso deve dimettersi”. L’ultima perla è uscita postuma. Fu la giornalista Alessandra Sardoni a pubblicare nel suo bel libro sulla crisi del centrosinistra (Il fantasma del leader, Marsilio) un documento inedito dei tempi di Palazzo Chigi. Lo avevano scritto, nel luglio 1997, sempre loro: Velardi e Rondolino. Profetizzava una strategia per portare il lìder al Quirinale: Ma era il tono dell’analisi prospettata a D’Alema a suonare choccante: “Il partito, inteso come ceto politico, è un cane morto. Il suo stato - si leggeva nel testo - è sotto ogni punto di vista desolante: il gruppo dirigente nazionale è in buona parte formato da inetti, i gruppi dirigenti locali sono del tutto al di sotto della funzione. Sarebbe illusorio credere che la nascita della Cosa 2 possa diventare l'occasione per una rifondazione del partito, che non può essere rianimato. Dobbiamo aggirare l'ostacolo. Si potrebbe parlare di una crescente ‘staffizzazione’ del Pds. Dobbiamo pensare il Pds come una delle componenti del comitato elettorale di Massimo D'Alema”. Questo intento riuscì, ma non giovò né al leader, né alla coalizione, né al partito. Mentre non c’è dubbio che i Lothar abbiano trionfato. L’ultima notizia è che D’Alema oggi aspira alla presidenza del Copasir, il comitato sui servizi che è stato scippato da Francesco Rutelli ad Arturo Parisi e a cui ora aspirava (legittimamente), anche Minniti. Ancora una volta chi sale e chi scende. È vero che Minniti nell’ultimo congresso ha sostenuto Franceschini. Ma il dato simbolico è un altro: per uno che è stato candidato alla presidenza di Montecitorio, della Repubblica, al ministero degli Esteri europeo (senza mai arrivarci) competere con un suo ex lothar - forse - è una certificazione malinconica.

Via Craxi, l’esilio della giustizia


di Bruno Tinti


Sicché avremo una via o un parco dedicati a Bettino Craxi; pare che lo abbia deciso Letizia Moratti, sindaco di Milano. E io vorrei provare a spiegarle perché si tratta di un’iniziativa proprio sbagliata.
Craxi è morto in Tunisia, dove era fuggito per sottrarsi a ordini di cattura, processi e condanne a pesanti pene detentive. In effetti Craxi è stato condannato per corruzione e finanziamento illecito dei partiti, che erano e sono tuttora reati. Lo stesso Craxi, che non ha voluto difendersi nei processi, ha però confessato le sue responsabilità: ha detto in Parlamento (era la sede giusta per un politico) che, era vero, aveva rubato e che, come lui, tutti avevano rubato. Se fosse stato davvero un grande statista, avrebbe affrontato i processi, sarebbe stato un collaboratore di giustizia, avrebbe contribuito in maniera decisiva al risanamento etico e giuridico della classe politica italiana; e, da lì, sarebbe partita una stagione di prosperità e rigore che lo avrebbe potuto vedere protagonista, ruolo a cui il suo “pentimento” (mai come in questo caso questa parola sarebbe stata adoperata legittimamente) gli avrebbe dato piena legittimazione. Invece è fuggito ed ha vissuto i suoi ultimi anni in latitanza, eludendo le leggi del suo Paese. Non è stata persona di cui essere orgogliosi.
Allora perché? Io credo che la ragione stia, ancora una volta, nella miopia della classe politica, nella sua incapacità di identificare correttamente il proprio ruolo. E provo a spiegarmi con un esempio.
Qualche anno fa, quando facevo il Procuratore della Repubblica, mi occupai delle indagini del cosiddetto processo Telekom Serbia. A un certo punto fu necessario interrogare l’onorevole Italo Bocchino. Lo citai come persona informata sui fatti, come testimone; e quindi ci incontrammo in Roma, dove mi recai apposta per sentirlo. L’onorevole Bocchino appariva seccato e perplesso. Mi disse che intendeva, prima di rispondere alle mie domande, conferire con il Presidente della Camera. Obbiettai che questa sua richiesta non era prevista dal codice di procedura penale e che non esistevano norme che attribuissero ai parlamentari un privilegio del genere. Alla fine lo invitai, fermamente, a testimoniare; cosa che lui fece. Ora, perché l’onorevole Bocchino mi rivolse (con insistenza) questa richiesta? Io sono convinto che egli non intendesse sottrarsi alla testimonianza e nemmeno concertarla con altri. D’altra parte, egli era persona abile e intelligente e conosceva benissimo sia l’argomento su cui lo interrogavo sia le risposte che avrebbe dovuto fornire; e, probabilmente, quelle che era disposto a fornire. Io credo che, all’origine di questo suo atteggiamento, ci fosse l’intenzione di affermare un supposto primato del parlamentare nei confronti del magistrato, uno status che lo differenziava da ogni altro cittadino, una piccola vittoria nella lunga battaglia (che tale non era ma lui non sembrava capirlo) tra giustizia e politica.
Ecco, io credo che questo sia il fondamento della proposta del sindaco Moratti: affermare il primato della politica, rendere evidente che i reati commessi da Craxi, le condanne che gli sono state inflitte (nessuno ha mai detto che Craxi fosse innocente, al più si sostiene che si trattava di reati politici, dunque non perseguibili) non hanno nulla a che fare con il suo essere uomo politico di primo piano, con il suo ruolo (molto pubblicizzato, io non sono attrezzato per esprimere un’opinione) di statista eccellente.
E in questo sta il tragico equivoco della classe politica italiana, quello che ci ha portato qui dove siamo finiti: nel non capire che nessuno è al di sopra della legge; che non ci può essere lotta tra istituzioni e legge, tra cittadini, quale che sia il loro ruolo, e legge; che tanto più un uomo politico è rispettabile, degno di fiducia, grande statista (sì, statista) quanto più si sottopone alla legge e afferma il proprio buon diritto, la sua innocenza, nelle sedi e con i metodi che la legge prevede; nel non capire che anche un uomo politico può commettere errori, perfino reati; e che ritroverà la sua legittimazione a occuparsi di politica, che vuol dire essere al servizio dei cittadini, accettando la sentenza che sarà emanata nei suoi confronti e rispettando dunque la legge.
Io non credo che siano state intitolate vie, piazze, corsi e parchi a persone riconosciute responsabili di reati; e sarebbe importante che il sindaco Moratti si rendesse conto delle conseguenze della sua iniziativa, del disprezzo per la legalità che essa comporta e che induce nei cittadini. Ma la signora è intelligente e a queste cose ci avrà pensato; evidentemente ha deciso di perseverare. Così le propongo un compromesso.
Nella mia città, Torino, il Palazzo di Giustizia è dedicato a Bruno Caccia, Procuratore della Repubblica ucciso dalla mafia. L’aula magna del palazzo è dedicata a Fulvio Croce, Presidente dell’Ordine degli Avvocati che fu ucciso dalle Brigate Rosse perché aveva accettato l’incarico di difensore di ufficio, pur minacciato di morte se lo avesse fatto: “accettò consapevole morte”, c’è scritto nella lapide che lo ricorda. Le due strade che delimitano a est e ovest il Palazzo di Giustizia sono dedicate a Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. A Milano, il carcere di San Vittore è delimitato, a nord, da una via dedicata a un sacerdote, Matteo Bandello; non credo che se ne avrà a male se sarà spostato altrove perché questa via possa essere dedicata, in maniera appropriata, a Bettino Craxi.

L’AFFARE DI VILLA POLLARI




Le carte dell’inchiesta: le raccomandazioni di Pompa a don Verzè e il mistero della sede Sismi
di Marco Lillo


Su Internet una villa simile si trova in vendita a 2 milioni di euro. Eppure l’uomo più fidato del premier Silvio Berlusconi quando si parla di intelligence, Nicolò Pollari, l’ha pagata 500mila euro nel luglio del 2005. Un generale di lungo corso passato da 8 anni ai servizi segreti dove si si incassano stipendi ben più sontuosi di quelli delle Fiamme gialle probabilmente può disporre di 500mila euro più altri 3-400mila per la ristrutturazione di questa villa da 400 metri quadrati coperti più 1400 scoperti con piscina e trampolino. Quello che rende questa storia, scoperta da Il Fatto quotidiano, davvero oscura non è l’origine dei soldi ma l’origine dei rapporti tra i due contraenti e l’incrocio di interessi privati e pubblici che l’affare nasconde.
A vendere quella villa a Pollari è stato il San Raffale di don Verzé. E di Pio Pompa.
Per capire cosa si nasconde dietro la siepe di alloro che circonda la villa bisogna partire dall’inizio.
Pollari, l’uomo che ha guidato il servizio segreto militare dal 2001 al novembre 2006, è indagato a Perugia insieme con il suo braccio destro, Pio Pompa, che era stato prima consulente di Pollari e poi funzionario assunto in pianta stabile nel Sismi dal 2004. Nel suo ufficio segreto di via Nazionale Pompa raccoglieva dossier sui magistrati e i giornalisti considerati ostili a Berlusconi. Il pm di Perugia Sergio Sottani ha inviato un mese fa l’avviso che chiude le indagini e prelude solitamente a una richiesta di rinvio a giudizio. Pollari e Pompa sono accusati di aver distratto "somme di denaro, risorse umane e materiali" per fini diversi da quelli istituzionali, come la redazione di “analisi sulle presunte opinioni politiche, sui contatti e sulle iniziative di magistrati, funzionari dello Stato, associazioni di magistrati anche europei, giornalisti e parlamentari”. Ai due ex funzionari è stata contestata anche l’indebita intrusione nella vita privata delle persone schedate. Come Il Fatto ha rivelato, sulla vicenda, per proteggere i segreti di Pompa e Pollari, Silvio Berlusconi ha opposto il segreto di Stato. Il premier non ha voluto rivelare alla Procura di Perugia (che indaga perché tra le vittime dei dossier ci sono i pm di Roma) se il Sismi avesse pagato per quelle attività e chi le avesse ordinate.
Nessun quotidiano, a parte il nostro, si è degnato di approfondire una vicenda scandalosa nella quale un premier appone il segreto per proteggere le attività di intelligence abusiva fatte dai suoi servizi proprio per tutelarlo dalle attività di inchiesta sulle sue malefatte a parte dei due contropoteri di ogni democrazia che funzioni: magistratura e stampa. In splendida solitudine Il Fatto ha cominciato a raccontare cosa c’è nelle carte dell’archivio di via Nazionale allestito con i soldi pubblici e sotto il coordinamento del capo del Sismi.
Tra i documenti inediti spicca la cartellina contenente il carteggio, risalente al 2001, tra Pio Pompa e don Luigi Maria Verzé, il sacerdote imprenditore amico di Silvio Berlusconi. Quando Pompa non era ancora entrato al Sismi ed era solo un consulente di Pollari, allora numero due del Cesis, l’aspirante agente segreto lavorava per il sacerdote che ha creato il San Raffaele di Milano e che voleva espandersi a Roma e in tutto il mondo.
Pompa, mentre vergava analisi contro i pm per convincere Pollari ad assumerlo nei servizi, scriveva a don Verzé per convincerlo a raccomandare Pollari come capo del Sismi a Berlusconi.
Nella lettera a don Verzé, sequestrata in via Nazionale, Pompa dichiara di appartenere a una lobby, che somiglia a una setta: “i raffaeliani”. Tutti amici di don Verzé, tutti pronti a muoversi all’unisono per ottenere fondi pubblici, cambi di destinazione per i terreni, e nomine. Nella lettera si legge “Caro presidente ... la direzione dell’importante Organismo (il Sismi Ndr) per noi Raffaeliani consiste nella possibilità di sostenere adeguatamente i progetti di consolidamento economico e sviluppo futuro attraverso interventi che potranno assumere la seguente articolazione...”. Tra i sette progetti prioritari, Pompa indicava al punto 3 (come si può leggere sotto) quello di Mostacciano: “costituzione di un ‘centro studi’ utilizzando in affitto la villa limitrofa al Parco biomedico. Da tale struttura sarà anche possibile dare un forte impulso allo sviluppo delle attività di ricerca e del business complessivo del Parco... in considerazione soprattutto delle prospettive e della mission sottese a Castel Romano. In tal senso abbiamo la possibilità di avvalerci degli ottimi rapporti di amicizia resi disponibili dall’amico N. (Pollari Ndr) con i vertici del Polo tecnologico, il Presidente Geronzi e i responsabili degli organismi deputati al finanziamento dei progetti di ricerca”.
Pompa, in sostanza, sta dicendo: “caro don Verzé, tu fai nominare Pollari al Sismi e, grazie a lui, riusciremo a fare tanti affari. Per esempio, potremo metterci insieme al Sismi per fare ricerca con fondi pubblici da usare anche per sviluppare il campus che stiamo costruendo a Castel romano, vicino a Roma. Non solo: potremo prendere due piccioni con una fava, usando come ufficio per la ricerca comune (affittandola) la villetta che sorge accanto alla sede del Parco biomedico del San Raffaele a Mostacciano”.
Pompa nei suoi documenti nomina altre tre operazioni immobiliari da effettuarsi a Roma e Olbia. Questi affari, avevano insospettito anche la Procura di Milano, che scrive nel dicembre 2006: “ deve essere devoluta alla valutazione della Procura di Roma la valutazione di documenti riguardanti operazioni immobiliari, pure sequestrati in via Nazionale a Roma, apparendone opportuno l’approfondimento”. A Roma però nessuno avvista la storia di villa Pollari. Ma cosa accade dopo quella lettera di Pompa dell’estate 2001? Berlusconi sceglie Pollari come capo del Sismi a settembre. Nel 2002 parte il campus del San Raffaele a Castel Romano. Nel 2004 Pollari assume Poma e, da capo del Sismi gradito ai “Raffaeliani”, compra una villa dal San Raffaele proprio accanto alla sede del parco biomedico che sembra proprio quella descritta da Pompa nella lettera del 2001. Nel 2006 Francesco Bonazzi su “L’espresso” scrive che in quella villa è attiva una sede del Sismi, in affitto da don Verzé. Sarà quella di Pollari?
Il Fatto Quotidiano ha contattato l’avvocato Titta Madia, legale di Pollari, che - dopo essersi consultato con il cliente - replica: “È un errore. La villa acquistata dal generale non è quella”. Sarà. Resta il fatto che i “raffaeliani”, dopo aver perorato la nomina di Pollari, hanno fatto un affare con lui. E resta un dubbio: la villetta di Pollari è stata venduta a un prezzo basso al generale per essere poi ristrutturata e usata dal Sismi?
Ieri nel cortile della villa si vedeva una casetta e un canestro giocattolo. Ma non c’erano bimbi. Solo una station wagon, una Bmw Roadster Z4 cabrio e un furgone blu.
Chissà chi ci vive. Una cosa è certa Pollari ha fatto un affarone. La magione di Mostacciano è disposta su quattro livelli: due ingressi, due saloni, sei camere, due soggiorni, cinque bagni, due vani guardaroba, lavanderia e garage, tre terrazze, giardino di 1.400 metri e una bella piscina con trampolino. La villa era stata comprata nel 1994 dal San Raffaele a un prezzo di 2 miliardi e 400 milioni, più del doppio di quanto ha pagato Pollari. Quando il 28 luglio del 2005, davanti al notaio Giancarlo Mazza, acquista la casa, il generale rappresenta con apposita procura anche la moglie. Nell’abitazione sono stati eseguiti alcuni abusi edilizi e il San Raffaele garantisce che, se il condono presentato negli anni ottanta non andrà a buon fine, Pollari non tirerà fuori un euro per integrare la sanatoria. Probabilmente per giustificare il prezzo basso, i contraenti allegano una perizia dell’ingegnere Santino Tosini nella quale si fa notare lo stato pietoso dell’immobile: gli infissi divelti dagli occupanti abusivi della casa, abbandonata per anni dal San Raffaele, gli impianti non funzionanti, le erbacce e il cancello divelto. La perizia si conclude con una frase: “lo stato del fabbricato sito in Roma, ..., è totalmente fatiscente e sicuramente non agibile a meno dell’effettuazione di radicali lavori di ripristino strutturale e di rifacimento di pavimentazioni, impianti, infissi, ecc..”. Che sono stati fatti senza badare a spese. Chissà chi li ha pagati.

"Bettino fu un capro espiatorio"


31/12/2009
FABIO MARTINI


Piero Fassino che da giovane dirigente del Pci, non criminalizzò mai il Psi di Craxi, ora può sobriamente citarsi: «Sette anni fa, in un libro che in alcuni passaggi sembrò eretico, provai ad uscire dagli opposti manicheismi nei confronti di Craxi. Continuo a pensare che dipingerlo come un criminale sia una caricatura sciocca e inaccettabile. Così come descriverlo come la vittima di una congiura».

In Craxi ci sono i prodromi di Berlusconi o restò un uomo di sinistra?
«Non ci sono dubbi. Craxi è stato un politico della sinistra, nel solco della storia del socialismo riformista. Ha rivitalizzato il Psi, ha intuito prima di altri quanto l’Italia avesse bisogno di una modernizzazione economica ed istituzionale, su questo sfidò due grandi forze come la Dc e il Pci ed avvertendo il rischio di non farcela, non sfuggì alla tentazione di un alleanza con i poteri forti, come la P2 di Gelli, terreno sul quale è maturata la degenerazione e la corruzione».

Craxi, che non era un santo, ha finito per diventare un capro espiatorio? «Probabilmente sì. Intendiamoci. Tangentopoli non è stata un’invenzione della magistratura, le tangenti, le corruzioni e le concussioni c’erano e sono state provate e non si poteva chiedere ai magistrati di guardare dall’altra parte. Ma al di là delle responsabilità penali, la dimensione giudiziaria ha finito per sovrastare la riflessione politica».

L’intervento alla Camera col quale Craxi chiamò tutti i partiti a confessare le proprie colpe, cadde in un silenzio ipocrita che si traformò in odio anche da parte vostra...
«Rivisto oggi, non c’è dubbio che ci fu un silenzio assolutamente reticente e ambiguo da parte di tutta la classe politica davanti al discorso che Craxi fece alla Camera e nel quale disse con parole crude che il problema del finanziamento illegale non riguardava soltanto il Psi ma l’intero sistema politico».

Sostanzialmente era così?
«Difficile negarlo, anche se c’era e c’è una differenza tra finanziamento illecito e corruzione. Ciò non poteva significare assoluzione giudiziaria, ma neppure rimozione politica. In ogni caso quel che allora mancò fu una seria riflessione sul finanziamento della politica e su come renderlo trasparente».

Lei la intitolerebbe una strada a Craxi? Il nome di una via non è qualcosa che dovrebbe essere «sentito» dai cittadini e non imposto a maggioranza?
«Non mi pare davvero utile infilarsi adesso in un referendum pro o contro la proposta della Moratti. Deciderà il Consiglio comunale di Milano, ma nei panni del sindaco, avrei colto l’occasione del decennale per proporre un impegnativo convegno sulla figura di Craxi, chiamando politici, economisti, giuristi, sindacalisti, per riflettere seriamente su un uomo che, tra luci e ombre, è stato un protagonista della politica italiana».

Uomo di Stato lo fu oggettivamente. Ma fu anche statista, uomo di governo con forte senso dello Stato?
«Lo fu quando si assunse la responsabilità di decisioni difficili e conflittuali come, per fare un esempio, l’intervento sulla scala mobile. Ma anche quando fece significative scelte internazionali, da Sigonella alla strategia dell’attenzione verso l’Est europeo alla vigilia della caduta del Muro».

Uno statista può sottrarsi alla giustizia del proprio Paese?
«Certamente no, anche se, quando un uomo si trova nella bufera, intervengono fattori di natura umana e personale sui quali penso che occorra avere prudenza di giudizio».

Sarebbe simbolicamente giusto che una delegazione del Pd partecipasse ad una delle manifestazioni programmate ad Hammamet?
«Sono tanti i modi per rendere esplicito un nostro giudizio più meditato, ma le forme più opportune sarà Bersani a deciderle». Craxi non ebbe complessi di inferiorità verso Dc e Pci né paura di avere nemici a sinistra: una lezione per il Pd? «Sì, Craxi ebbe queste caratteristiche ma sul piano della cultura politica si tratta di “complessi” che la nostra tradizione ha oramai superato».

L'irripetibile congiunzione astrale delle riforme


31/12/2009
LUCA RICOLFI


Con la fine del 2009 si chiude il peggior anno dalla fine della Seconda Guerra mondiale, non solo in Italia ma in tutte le economie sviluppate. Difficile dire se, quando e come ne usciremo sul piano economico, perché dipenderà poco da noi e molto dal resto del mondo. Sul piano politico, invece, qualcosa si riesce a intuire fin da ora.

A prima vista si direbbe che, dopo l'aggressione a Berlusconi, qualcosa stia cambiando nel clima politico generale, che gli inviti alla ragionevolezza e al rispetto reciproco qualche risultato lo stiano ottenendo. Si riparla di «riforme condivise» e qualcuno, forse immemore degli innumerevoli fallimenti passati, si spinge persino a parlare di «legislatura costituente», auspicando che - finalmente - destra e sinistra riescano a mettersi d'accordo sulle regole del gioco: poteri del premier, assetto istituzionale, rapporti fra politica e giustizia, legge elettorale.

E tuttavia l'aggressione al premier non è, a mio parere, la ragione principale per cui la politica, in questi ultimi scampoli del 2009, sta mostrando un volto più civile. La ragione di fondo è che l'Italia, per la prima volta da oltre 30 anni, sta per entrare in una congiuntura astrale specialissima e difficilmente ripetibile: un triennio senza elezioni di portata nazionale, e dunque senza micidiali occasioni di contrapposizione e di scontro. Gli appuntamenti elettorali con valenza politica nazionale sono infatti solo di tre tipi: le elezioni politiche, le elezioni regionali, le elezioni europee. Ebbene, noi ci siamo appena lasciati alle spalle sia le elezioni europee (nel 2009) sia le elezioni politiche (nel 2008) e fra meno di tre mesi, ossia alla fine del prossimo mese di marzo, ci saremo lasciati alle spalle anche le elezioni regionali. Dopo il 21 marzo 2010, quando rinnoveremo la maggior parte dei consigli regionali, per oltre tre anni la politica italiana sarà del tutto priva di test elettorali nazionali: un’occasione unica per iniziare un confronto politico non inquinato dall’obbligo di litigare in vista delle prossime elezioni.

Che cosa succederà dunque a partire dal 2010?

Fino al 21 marzo 2010, data dello scontro per le Regionali, possiamo star certi che non succederà nulla di significativo. I partiti torneranno a combattersi più o meno aspramente, il governo non rivelerà in quali regioni intende costruire le centrali nucleari, il federalismo resterà ibernato come lo è rimasto in tutta questa prima parte della legislatura. Poi, però, a partire dalla primavera del nuovo anno, cominceremo a vedere le carte dei giocatori in campo. La maggioranza, che finora ha navigato a vista e non ha certo grandi risultati da esibire, dovrà usare i tre anni che le rimangono per convincere gli italiani a confermarle la fiducia che le hanno finora concesso. La Lega, in particolare, non può permettersi di arrivare al 2013 senza qualche prova tangibile che il federalismo dà i suoi frutti: meno tasse, servizi migliori, più crescita. Quanto all'opposizione, finora anch’essa ha navigato a vista, ed è impensabile che si presenti all'appuntamento del 2013 senza un profilo assai più chiaro di quello di oggi. Se Bersani non dovesse riuscire in un simile compito, le uniche chance della sinistra di tornare al governo risiederebbero nel fallimento del centro-destra e nella stanchezza degli elettori, una ben triste prospettiva per tutti noi.

L’immobilismo, dunque, non serve né agli uni né agli altri. Questo però non basta a garantire che qualcosa si muoverà. Lo scenario più verosimile, a mio parere, è che le divisioni interne ad entrambi i campi paralizzino sia il governo sia l'opposizione. A sinistra l'ossessione di «farla pagare» a Berlusconi renderà difficile il confronto anche sulle cose su cui un accordo sarebbe possibile, ossia su alcune regole del gioco e su tutte le più importanti riforme economico-sociali. E’ strano che se ne parli così poco, ma già oggi maggioranza e opposizione dialogano (o hanno dialogato) sulla riforma della Pubblica amministrazione, sul federalismo, sull’Università, sui nuovi ammortizzatori sociali, sulle pensioni (è di questi giorni una proposta comune Pd-Pdl, a firma Cazzola e Treu). E sulle regole del gioco l'unico ostacolo veramente insormontabile sono le leggi ad personam (legittimo impedimento e «lodo Alfano costituzionale»), che la destra non sembra disposta ad abbandonare e la sinistra non sembra disposta a stralciare da tutto il resto.

A destra la tentazione di far da soli è sempre molto forte, anche se si presenta talora in vesti curiose. Marcello Pera, ad esempio, qualche giorno fa ha duramente criticato la dottrina delle «riforme condivise», e ha contrapposto ad essa il progetto di fare finalmente - a colpi di maggioranza - la «rivoluzione liberale» promessa da Berlusconi fin dal 1994 e mai attuata né allora, né nel 2001-2006, né oggi. L'ex presidente del Senato, tuttavia, non ci spiega come mai tale rivoluzione non sia mai stata attuata, né perché proprio ora il centro-destra dovrebbe trovare la determinazione che gli è sempre mancata finora.

Una possibile risposta a questa domanda è che i fautori di una rivoluzione liberale sono minoranza sia nel centro-destra sia nel centro-sinistra. In entrambi gli schieramenti la tentazione egemone, quella che finora ha prevalso, è stata sempre quella di aumentare l'interposizione pubblica - tasse, spesa, deficit pubblico - in modo da rafforzare il potere discrezionale della politica. Si può ritenere che, anche alleandosi fra loro, i liberali dei due schieramenti peserebbero comunque troppo poco, così come si può paventare che siano gli elettori stessi a preferire le promesse di protezione ai rischi di una autentica rivoluzione liberale, che valorizzasse il merito e la responsabilità individuale. Ma è lecito dubitare che una simile rivoluzione il centro-destra sarebbe in grado di attuarla senza una sponda sul versante del Partito democratico, che dopotutto come segretario ha appena eletto Bersani, il più liberale fra i suoi uomini che contano.

Come cittadino, mi auguro naturalmente che i due schieramenti si mettano d'accordo sulle regole del gioco. Ma ancora di più mi auguro che, anziché continuare a delegittimarsi a vicenda, approfittino della miracolosa congiunzione astrale che ci attende - tre anni senza elezioni - per competere fra loro nel compito che entrambi assegnano a se stessi, quello di rendere l'Italia di domani un po’ più moderna e più libera dell'Italia di oggi.