domenica 31 gennaio 2010

Lo Stato disossato e i pasticci elettorali


di EUGENIO SCALFARI


OGGI dovrei occuparmi delle elezioni regionali e infatti ne parlerò tra poco, ma prima c'è un tema che merita di esser posto come introduzione: si sta disossando lo Stato. Mentre si discute di riforme costituzionali, la struttura dello Stato sta infatti cambiando sotto i nostri occhi distratti: lo Stato si sta "esternalizzando" con conseguenze gravi sulla dislocazione del potere e sugli equilibri istituzionali.

Negli scorsi giorni, nella disattenzione generale, è stata approvata la creazione della "Difesa Spa" che centralizzerà gli acquisti e gli approvvigionamenti necessari al funzionamento di tutte le Forze armate in una società per azioni. Analoga operazione verrà discussa e probabilmente approvata in Senato mercoledì prossimo per la creazione della "Protezione Spa", responsabile di tutte le operazioni di qualsivoglia tipo effettuate dalla Protezione civile. Immaginiamo che altre società sorgeranno nei vari settori della Pubblica amministrazione. Le operazioni di queste nuove entità, la provvista dei fondi necessari, l'accensione di mutui bancari e tutto ciò che è necessario al loro funzionamento saranno disposti mediante ordinanze, veri e propri decreti legge che non approdano in Parlamento ma diventano immediatamente esecutivi. La loro firma spetta al ministro competente o addirittura al presidente del Consiglio e, oltre a scavalcare il Parlamento, scavalca anche il Capo dello Stato. La Corte dei conti interviene più come organo di consulenza che come organo di controllo.

Le somme in gioco sono enormi. Il capo della Protezione civile, che è al tempo stesso sottosegretario in attesa di esser elevato al rango di ministro, in un'intervista di qualche giorno fa al nostro giornale ha quantificato gli interessi che la Protezione civile paga annualmente sui debiti esistenti con le banche: 850 milioni. In termini di capitale si tratta di un debito tra i 20 e 25 miliardi di euro, una somma enorme decisa al di fuori della normale contabilità e dei normali controlli di forma e di merito. Per di più è scritta nel disegno di legge l'esenzione di ogni responsabilità penale del capo della Protezione civile il quale è esentato dal doversi sottoporre alle normali regole della Pubblica amministrazione per quanto riguarda appalti e commesse.

È superfluo segnalare che queste società sono amministrate da propri consigli d'amministrazione; lo "spoil system" ne risulta ampliato senza alcun controllo parlamentare sulle nomine e sugli eventuali conflitti d'interesse.

C'è dunque un mutamento vistoso in questo modo di gestione: rapidità nel decidere, impressionante rafforzamento del potere esecutivo. Berlusconi anticipa il suo ideale: l'uscita dalla Repubblica parlamentare e l'ingresso nella democrazia autoritaria; una legge elettorale blindata, una maggioranza parlamentare di "replicanti", gli organi di controllo ridotti a puro simbolo senza poteri. Faceva effetto vederlo l'altro giorno a L'Aquila abbracciato a Guido Bertolaso reclinando la testa sulle spalle del "protettore". "Che faremmo senza Guido?" ha detto mentre annunciava la sua promozione a ministro senza neppure averne informato i membri del governo e tanto meno il Capo dello Stato.

Già, che farebbe senza Guido che allo stato dei fatti è il controllore-controllato per eccellenza? Bertolaso è la sua protesi e così saranno i capi delle future Spa pubbliche. La prova generale (auspice Tremonti) fu fatta qualche anno fa con la Cassa Depositi e Prestiti. Perché - bisogna ricordarlo - i flussi finanziari che alimentano il sistema "esternalizzato" sfuggono a tutti salvo che al superministro dell'Economia. Giulio e Guido, un'accoppiata perfetta, con la differenza che Guido è una protesi di B., mentre Giulio lavora per sé.
Lo Stato di diritto è a pezzi.

* * *

In questo contesto si preparano le elezioni regionali e quella per il comune di Bologna. Qui i protagonisti sono numerosi: Berlusconi ovviamente, Casini, D'Alema, Bersani, Vendola. Quella più interessante da esaminare è la situazione pugliese perché i suoi effetti hanno avuto ed avranno ripercussioni importanti sul quadro politico nazionale.

In Puglia andava infatti in scena uno dei punti essenziali del programma con il quale Bersani ha conquistato la guida del Partito democratico: l'alleanza tra le varie forze d'opposizione in vista di un'alternativa al centrodestra, ma in particolare l'alleanza con l'Udc, alla quale D'Alema attribuiva una importanza speciale.
Finora Casini ha sempre escluso un'alleanza nazionale del suo partito con altre forze. Il centro non può che stare al centro, così ha sempre detto. Però fare alleanze in elezioni regionali e locali quando vi siano convergenze sui programmi e sui candidati, è possibile in diverse direzioni affinché si bilancino reciprocamente.

Il ragionamento è chiaro. Parrebbe tuttavia che negli ultimi tempi questo schema di lavoro sia cambiato sotto l'urto dei fatti. Parrebbe cioè che Casini consideri possibile un'alleanza con il Pd in vista delle elezioni politiche del 2013. Giudica irrecuperabile Berlusconi, giudica sempre più necessaria una riforma della legge elettorale in senso proporzionale, senza di che l'Udc sarebbe condannata all'irrilevanza.

In vista di questi obiettivi ancora remoti, il leader dell'Udc ha interesse ad una sconfitta ai punti di Berlusconi nelle prossime regionali. Su 13 Regioni in palio, spera che almeno 7 vadano alle opposizioni e non più di 6 allo schieramento governativo. Di qui le alleanze con il Pd in parecchie situazioni.

Il caso pugliese era il più significativo di tutti: è una regione importante nel Mezzogiorno continentale, economicamente dinamica, stava a cuore a Massimo D'Alema che è il maggior fautore dell'alleanza con il centro. Perciò la Puglia, ma non con Vendola candidato. Troppo a sinistra. Qualunque altro, ma Vendola no.
E' andata male. Ora il candidato del Pd, dopo una serie di scossoni, marce avanti e marce indietro, primarie e non primarie, è proprio Vendola. Ma nonostante le profferte di Berlusconi, Casini non è passato dall'altra parte. Si presenterà da solo con un candidato forte che farà razzia di voti a destra. Indirettamente favorirà Vendola, sempre che Berlusconi non decida di confluire su Casini, ma sembra difficile che possa farlo.
Più di questo il leader del centro, in questa tornata elettorale, non poteva fare. Il dopo si vedrà dopo.

* * *

Ci sono stati parecchi errori in Puglia, compiuti da Bersani e da D'Alema sull'altare dell'alleanza con l'Udc, da loro giudicata indispensabile per la vittoria elettorale. Una sottovalutazione di Vendola. L'accettazione del veto di Casini sul nome del governatore uscente. L'irre-orre sulle primarie. Ma l'errore principale e non scusabile è stato quello di schierarsi e fare campagna in favore di uno dei due candidati alle primarie impegnando così sulla sua vittoria o sconfitta la segreteria nazionale del partito.

Le primarie sono un metodo discutibile ma, una volta decise dagli organi regionali e accettate dalla direzione nazionale di un partito, è regola che il gruppo dirigente non si schieri con un candidato contro l'altro. Dovrebbe restare rigorosamente neutrale e poi appoggiare compattamente il vincitore che affronterà l'avversario del partito. Questa seconda mossa Bersani e D'Alema l'hanno fatta e sicuramente il loro appoggio a Vendola sarà pieno e - speriamo - efficace; ma la botta alla loro credibilità politica è stata tosta e ne porteranno i lividi per un bel po'. Anche perché quell'ondivago comportamento ha incoraggiato una sorta di ribellismo locale che non è sana autonomia e neppure dissenso politico rispetto alla linea che vinse il congresso del Pd, ma esplosione di ambizioni e vanità personali che sono esattamente il contrario della funzione di un partito politico.
Si potrebbe dire che nel centrodestra avvengono fatti analoghi, ma questa constatazione non è affatto consolatoria.

La questione nel Pd riguarda in particolare Bersani. Sembra un cacciatore con il falcone D'Alema sulla spalla. Non è questo il segretario di cui il partito (ogni partito) ha bisogno. Il falcone parte prima del cacciatore, anzi è lui stesso che snida la preda e poi torna ad appollaiarsi sulla spalla del padrone. In un partito democratico questo meccanismo non può funzionare e infatti non funziona.

* * *

Ci sono nel Pd parecchi altri impacci elettorali ancora in corso. Altri altrettanto gravi ce ne sono nel Pdl. Berlusconi è nei guai in Puglia. Nel Lazio la partita è apertissima e il candidato risponde più a Fini che a lui. In Sicilia, anche se in questa regione non si vota, non ne parliamo. La competizione con la Lega è aspra in tutto il Nord.

Nonostante tutto, l'ipotesi di un risultato 7 a 6 in favore del centrosinistra è dunque ancora ipotizzabile. Ma poi bisognerà passare dalla tattica alla strategia.

Quella larga parte di italiani ai quali stanno a cuore le sorti del paese oltreché la propria, capiscono che non si può continuare così. Un capo di governo che in ogni luogo racconta barzellette e le comunica ai giornalisti affinché ne parlino sui loro giornali; un capo di governo che promuove un Bertolaso ministro dopo averlo pubblicamente censurato per le sue gaffe internazionali; un capo di governo che si occupa solo dei suoi guai giudiziari e degli affari delle sue società (private e pubbliche); un capo di governo che insulta ogni giorno i magistrati e prepara riforme a suo personale uso e consumo obbligando i magistrati ad una civilissima quanto gravissima manifestazione di protesta; un capo di governo che ogni mattina si fa dipingere i capelli in testa; un capo di governo che è una macchietta se non fosse una tragedia nazionale, ha l'aria d'essere arrivato alle ultime battute. Il suo declino potrà anche essere lungo ma è senz'altro cominciato.

Post Scriptum.
Adriano Celentano in un articolo sul Corriere della Sera di giovedì scorso, dopo aver constatato che il governo non funziona e che i problemi dei cittadini restano da anni irrisolti, ha proposto che Berlusconi sia definitivamente liberato da tutti i suoi guai giudiziari ed abbia così il tempo di dedicarsi al bene comune.
Nei programmi di Berlusconi campeggia anche la costruzione di 25 centrali nucleari. Il ragazzo della via Gluck avrebbe fatto un pandemonio per impedirlo. Adesso reclama un salvacondotto definitivo per il leader nuclearista. Caro Adriano, trent'anni fa eri "rock", adesso sei lento assai.

(31 gennaio 2010)

Giornata frenetica, poi la resa tramonta l'era di Bassolino


di CONCHITA SANNINO


Quando la disfatta è davvero vicina, ti accarezza con parole di pietas. Un nuovo accento che affiora, per la prima volta in quindici anni, ieri sera, sulle labbra di Vincenzo De Luca, unico candidato ufficiale del Pd in Campania, quando si rivolge al suo acerrimo nemico e grande assente, Antonio Bassolino.

Dopo una giornata tesissima, che aveva sancito il ritiro dell'ultimo bassoliniano contro De Luca in un imbarazzante balletto sulle primarie - convocate, per tre volte rinviate e ieri, di fatto, vinte "a tavolino" dal rivale - il sindaco di Salerno può permettersi di non infierire. Gli basta promettere "rinnovamento radicale nelle politiche regionali". E poi: "Basta duelli, basta caricature, vorrei rivolgere un saluto a Bassolino", esorta. Prima di passare all'opera di archiviazione: "Al di là delle luci e delle ombre di quindici anni di governo, la vicenda di Bassolino appartiene alla storia democratica e civile di questo Paese e del Mezzogiorno. Lui stesso ha detto in passato una cosa importante: "Non ce l'abbiamo fatta". Noi tutti non ce l'abbiamo fatta, non solo lui". E così sia. Voglia di un nuovo inizio. In un Pd che resta diviso, ma sta già cambiando leadership.

La fine dell'era bassoliniana in Campania, comunque vadano queste elezioni regionali, è scoccata alle sei della sera, sotto un cielo piovoso, nella sala gremita di un albergo sul lungomare. Davanti a una platea trasversale ecco il calcio d'inizio di De Luca, il primo cittadino-sceriffo che dota di manganelli i vigili urbani di Salerno, l'amministratore outsider dei democratici, la spina nel fianco di Bassolino per quasi tre lustri, ma anche di Pierluigi Bersani negli ultimi due mesi. Combattente in cerca di sfide, il sindaco già si riconquistò la sua rielezione con una corsa tutta in salita, nel giugno del 2006: vincendo, con un cartello di liste civiche, contro il designato ufficiale di Ds e della Margherita, l'europarlamentare Alfonso Andria, voluto da Bassolino e De Mita. Accadeva una vita fa. Con Prodi che si apprestava a riconquistare Palazzo Chigi e il potere bassoliniano in sella. All'hotel Vesuvio, quando De Luca entra tra due ali di folla e dalla platea si alza proprio Andria per abbracciarlo, scatta la prima standing ovation. Un'ora di discorso a braccio, diciotto lunghi applausi.

De Luca non si fa "impressionare" dall'avversione già dichiarata dall'Idv e della Sinistra che considerano la sua candidatura "improponibile" e gli chiedono di fare un passo indietro per salvare "la coalizione". Ipotesi lunare per il candidato, soprannominato anche Vincenzo 'o pazzo da chi ne apprezza il piglio decisionista. Improbabile anche l'ultima ratio a cui si appellano i bassoliniani, quando argomentano che il regolamento delle primarie prevede che "in assenza di un'intesa con tutti gli alleati, il candidato rimetta l'ultima parola al partito". È l'esile speranza di Bassolino: un improbabile intervento da Roma. Mentre De Luca è già lanciatissimo contro il centrodestra, cui non lesina attacchi.

"In questi cinque anni l'opposizione c'era? Virtuale. Ora noi dobbiamo stare uniti, tutti", quasi grida. "Vincere qui e ora, ce la possiamo fare. Perché se non superiamo questa sfida, la Campania finisce in mano alla camorra". Sala in delirio. De Luca non chiude la porta ai potenziali alleati. "Ma prima di stare con i partiti, voglio stare con i cittadini, i giovani in cerca di lavoro, gli onesti padri di famiglia". Parole dure per Antonio Di Pietro e Luigi De Magistris che gli avevano ricordato di essere rinviato a giudizio per vicende amministrative. "I magistrati non devono guardare in faccia a nessuno. Ma nessuno venga a darmi lezioni di legalità. Casomai, ne do". Nel suo pantheon di oggi, De Luca mette Napolitano e la Chiesa. "Dietro di me non ho correnti, non ho potentati economici, non ho burattinai. Sono un uomo libero. Se devo scegliere tra la verità e la bandiera di partito, scelgo la verità".

(31 gennaio 2010)

Il vortice polare che farà slittare la primavera fino ad aprile


Farà un freddo polare e non è tanto per dire. Perché le bordate di aria gelida che stanno per abbracciare l’Italia vengono proprio da lì: dai ghiacci monumentali del Polo Nord. Sarà così a febbraio e pure a marzo, per i tepori primaverili si dovrà aspettare aprile e non è una prospettiva che rallegri. Tanto più che non si tratta della previsione di un meteorologo (a volte pure loro sbagliano) ma di uno studio scientifico dell’Ibimet, l’istituto di Biometeorologia del Cnr, datato quattro giorni fa e controfirmato in sei: Messeri, Crisci, Meneguzzo, Pasqui, Piani e Primicerio. Il fenomeno da cui comincia tutto si chiama meteor strat warming, poiché prevede una fase di riscaldamento, ma il nome è ingannevole visto che l’effetto per noi sarà l’esatto contrario. In pratica gli studiosi hanno intercettato un’anomalia del vortice polare, quell’enorme mulinello d’aria che ruota intorno al Polo Artico in ogni stagione. Normalmente è vigoroso, in questo momento invece si è indebolito nella stratosfera, ovvero intorno agli 8/10mila metri.

Oltre a questo, accade che la temperatura della stratosfera sia salita all’improvviso e di parecchio (per sbalzi fino a 50 gradi si parla di major warming). Le due circostanze combinate provocheranno «blocchi della circolazione zonale» nella troposfera, che è quella parte di atmosfera da 0 metri in su, dove siamo noi. «Masse d’aria fredda di origine subpolare, che di solito toccano Siberia e Nord Europa, si spingeranno fino alle medie latitudini», spiega Massimiliano Pasqui dell’Ibimet. «E gli effetti sul clima si sentiranno per 60 giorni». Le «anomalie termiche negative » cominceranno la prossima settimana e ci lasceranno, se va bene, a fine marzo. Le folate gelide viaggiano da destra a sinistra. A rischio congelamento l’Europa dell’Est, specialmente Bulgaria, Romania, Ungheria e Polonia, che però ci sono più abituate. «Stavolta però il fenomeno toccherà anche la fascia mediterranea centrale», precisa Pasqui. «Italia e Grecia, meno la Spagna, al riparo Francia e Inghilterra». L’aria made in Polo non sarà imparziale. Le più colpite saranno le regioni del Nord Est e del Centro-Nord. A parte qualche rinfrescata in Puglia, il Centro-Sud se la caverà con lievi danni, poca cosa sarà per Campania, Sicilia e Calabria, in Sardegna non se ne accorgeranno nemmeno. Questo evento meteorologico è naturale: i danni ambientali stavolta non c’entrano. E non è raro.

«È già accaduto nel 1985, fu l’anno della neve a Roma e della minima a Firenze che arrivava a meno 23» , suggerisce l’esperto del Cnr. Un inverno freddissimo (esiste una voce specifica pure su Wikipedia) che viene ancora ricordato come quello della nevicata più imponente del XX secolo, lunga 72 ore. A Milano (tra il 14 e il 17 gennaio) caddero qualcosa come 80/120 centimetri di fiocchi. La città rimase bloccata per tre giorni. Inagibili autostrade e aeroporti, si sprecarono le interpellanze parlamentari. Venticinque anni dopo, ci risiamo. E Pasqui ha una sola consolazione da offrire: «Non saranno due mesi continui di gelo ininterrotto. Si verificheranno più episodi di freddo molto intenso. Ciascuna ondata potrà durare una, massimo due settimane». Il dato statistico parla di un grado in meno in media e sembra niente. Ma bisogna considerarlo rispetto alla temperatura mensile. Avverte Pasqui: «Significa che si potranno registrare minime giornaliere fino a 10 gradi in meno e quindi, in alcune località del Nord, si potranno sfiorare anche i meno 15». Che sono la temperatura media in Siberia nella stagione autunnale. Possibilità che quelli del Cnr-Ibimet si siano sbagliati: scarse. «Tra ieri e oggi il vortice polare si è già indebolito».

Giovanna Cavalli
31 gennaio 2010

Campania, De Luca candidato del Pd.Di Pietro non ci sta: «Improponibile»


Niente primarie del Pd in Campania, dal momento che c'è un solo candidato alle Regionali: è Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno, che ha il sostegno di Verdi e Alleanza per l'Italia. Sabato mattina Riccardo Marone, attuale assessore al Turismo della Regione Campania ed ex sindaco di Napoli, ha rinunciato alla corsa auspicando di trovare «una candidatura condivisa». Ma il centrosinistra si spacca sul nome del primo cittadino di Salerno. L'Italia dei Valori, con Di Pietro che parla di «scelta isolazionista che non possiamo accettare». Paolo Ferrero (Federazione della sinistra) parla di «una vera e propria farsa». Ora bisognerà capire se De Luca otterrà il via libera definitiva da quella parte del suo stesso partito, legata al governatore uscente Antonio Bassolino, che lo ha sempre avversato.

ALLEANZA E PROGRAMMA - In una nota, firmata dal segretario regionale del Pd Enzo Amendola, dal commissario regionale dei Verdi Francesco Emilio Borrelli e dal coordinatore campano di Alleanza per l’Italia Bruno Cesario, viene spiegato che «sono state presentate le firme a sostegno di un unico candidato, Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno. Per questo, in base alle regole statutarie le primarie non saranno svolte. Avendo scelto all’unanimità, nei rispettivi partiti, il metodo delle primarie di coalizione e preso atto dell’assenza di altre candidature, affidiamo a De Luca il compito di rappresentare la coalizione come candidato presidente». Pd, Verdi e Api si impegnano a lavorare con De Luca «all’ampliamento della coalizione e alla definizione programmatica di un’alleanza in vista delle prossime elezioni regionali».

ITALIA DEI VALORI E PRC - Una scelta duramente criticata dall'Idv. «Ci dispiace che il Pd abbia deciso di correre in Campania con un candidato che non rappresenta la discontinuità - dice Antonio Di Pietro -. Ci auguriamo che questa scelta isolazionista venga rivista e che il Pd faccia un gesto di responsabilità ritirando questa proposta di candidatura. L'Idv non rinuncia alla possibilità di costruire una coalizione per battere le destre, ma se questo non sarà possibile per la Campania presenteremo un candidato presidente alternativo che rappresenti le istanze del territorio e sia bandiera di un nuovo modo di fare politica». Luigi De Magistris (Idv) fa appello alla questione morale: «De Luca è improponibile perché su di lui è in corso un processo su fatti delicatissimi. La questione morale non può partire da lui». Secondo Paolo Ferrero, portavoce della Federazione della sinistra, «in Campania il Pd ha consumato una vera e propria farsa. L'unico nome rimasto in lizza è per noi improponibile, sia per le politiche attuate sia perché non rappresenta un segno di discontinuità con la gestione attuale della Campania. Così facendo - prosegue - il Pd si è assunto la responsabilità di rompere la coalizione». E Claudio Fava, coordinatore di Sinistra e Libertà: «La scelta del Pd su De Luca è sbagliata e perdente. Invece di unire il centrosinistra rischia di dividere definitivamente la coalizione e di regalare la regione alla destra».

«L'UDC NON VADA A DESTRA» - Sempre sul fronte delle alleanze Rutelli, chiudendo l'assemblea nazionale dell'ApI che si è svolta proprio a Napoli, ha fatto un appello all'Udc perché non si associ al Pdl: «All'Udc campano rivolgiamo un appello a non andare a destra, ma a lavorare a quella discontinuità di cui ha parlato il sindaco De Luca». Al momento sembra invece probabile un accordo a sostegno di Stefano Caldoro, che sabato ha incontrato il coordinatore e vicecoordinatore regionali del Pdl Nicola Cosentino e Mario Landolfi e i deputati Ciriaco De Mita e Domenico Zinzi, in rappresentanza dell'Udc. Una nota sottolinea che «si sono registrate significative convergenze sugli indirizzi politico-programmatici» e che la conclusione dell'accordo avverrà con la definizione del programma.

Redazione online
30 gennaio 2010

Bologna, la tentazione di Prodi.


«È vero. Mi stanno martellando…». Romano Prodi ha un sorriso triste. L’altro giorno ha perso Giovanni, il matematico della Normale, il più anziano tra i suoi fratelli. Il telefono in via Gerusalemme squilla di continuo: vecchi amici, notabili cittadini, sacerdoti. Tutti gli fanno le condoglianze. Tutti o quasi aggiungono una frase: «Sei l’ultima speranza di Bologna… Pensaci».

Prodi non risponde né sì, né no. Fino a qualche giorno fa, fare il sindaco era l’ultimo dei suoi pensieri. Ora qualcosa è cambiato. Il quarantenne a lui più vicino, Filippo Andreatta, con cui Prodi ha un rapporto quasi paterno, spiega che la suggestione non è più improponibile; e il motivo sono i bolognesi. «È impressionante quanta gente stia facendo pressione su Romano, dai colleghi ai sacerdoti, dai conoscenti ai passanti. Gli elettori del Pd, e non solo loro, percepiscono l’anomalia di un politico che ha mollato tutto davvero, che in Africa è andato sul serio. E ora che la sbornia per i professionisti della politica che hanno preso in mano il Pd è finita in pochi mesi, l’idea del ritorno di Prodi appare alla gente opportuna se non inevitabile. Anche perché, per come sono messe le cose dopo l’addio di Delbono, Prodi è l’unico sicuro di vincere».

«Prodi sindaco? Magari — dice Fabio Roversi Monaco, storico rettore dell’università, presidente della Fondazione Carisbo, uno degli uomini più influenti in città —. La sua candidatura sarebbe un evento significativo per Bologna. Non voglio mancare di rispetto a nessuno, ma è evidente che con lui navighiamo a un livello superiore rispetto a qualsiasi altro nome. Prodi è uomo di caratura internazionale, ha intuito tra i primi le potenzialità della Cina dove oggi è noto quasi come in Italia, conosce l’Europa e gli Stati Uniti. Sarebbe una grande chance per la città».

L’alternativa a sinistra sono uomini popolari sotto i portici ma quasi sconosciuti fuoriporta: Luciano Sita, uomo delle Coop, ex manager di Granarolo; Duccio Campagnoli, già segretario della Camera del lavoro, da 15 anni assessore in Regione; Maurizio Cevenini, detto Cev Guevara, molto popolare per aver celebrato 5 mila matrimoni e per la costanza con cui ogni anno invia le felicitazioni alle coppie che hanno resistito. Casini esclude di dare una mano al Pd e, più che al ritorno di Guazzaloca, pensa a lanciare in pista Galletti. Il Pdl ha dirottato su Bologna Giancarlo Mazzuca, già candidato alla Regione, l’ex direttore del Carlino. Ma ieri i giornali locali erano pieni di giudizi sull’ipotesi Prodi. Alessandro Haber, attore: «Firmerei subito un appello per Romano sindaco». Alberto Vacchi, imprenditore: «Sarebbe un valore aggiunto, cercherei di convincerlo». Franco Colomba, allenatore del Bologna: «Serve una persona di grande valore ed esperienza, e Prodi ha queste qualità». Renato Villalta, ex azzurro di basket: «È l’uomo giusto». Carlo Lucarelli, scrittore: «Per Bologna Romano è come un padre». E Stefano Bonaga, filosofo: «Io l’ho detto per primo due anni fa, quando cadde il suo governo, che Prodi deve fare il sindaco di Bologna».

Un coro quasi imbarazzante
. Per questo il professore spiega di essere colpito e commosso dalle attestazioni di stima e dalle telefonate, tra cui ieri è arrivata quella di Lucio Dalla, che sul Corriere aveva proposto la sua candidatura: «Romano, io piuttosto di andare a Palazzo d’Accursio in un momento come questo mi farei tagliare una mano, ma tu sei migliore di me…». «Lucio, mi hai messo nei guai, però ti ringrazio lo stesso» è stata la risposta. Un «martellamento», appunto; che però è l’unico modo per stanarlo. «È evidente che l’unico a poter togliere le castagne dal fuoco al centrosinistra è lui – spiega Massimo Bergami, il direttore di Almaweb scuola master dell’università, altro quarantenne molto vicino a Prodi —.

Sia per le chance di vittoria, sia per dare alla città un profilo non strettamente municipale. Romano sindaco vuol dire agganciare Bologna all’Europa. Ma per lui sarebbe un sacrificio personale non indifferente. Serve una supplica corale per convincerlo a questo passo».

Nel silenzio di via Gerusalemme, nell’ora del lutto in cui la famiglia si riunisce e si ritrovano le radici, Prodi sta maturando la decisione. Il colpo di scena resta improbabile, ma non è più impossibile. In via santa Caterina, Giuliano Mongiorgi, 84 anni, ha affisso i suoi manifestini: «Romano Prodi sindaco». Tra i suoi amici ieri sera girava un sms: «Continuiamo a spingere, perché il prof comincia a sperare di essere convinto».

Aldo Cazzullo
31 gennaio 2010

Blocco del traffico? Multato un ciclista


Il blocco del traffico a Milano porta con sè anche le inevitabili contravvenzioni. Una di queste, però, non è andata a un'auto, bensì ad un ciclista. Protagonista della vicenda è Gianfranco Giardina, un giornalista milanese che percorreva via Gallarate in bicicletta e si è visto affibbiare una contravvenzione per «guida senza mani»: «La strada era completamente deserta e ho tenuto le mani in tasca per un tratto di circa 300 metri perchè avevo freddo» ha raccontato. Fermato dalla polizia stradale, Giardina si è visto comminare 23 euro di multa.

«FERMATO SOLO IO» - «Non è per i soldi, ma trovo ridicolo che nella domenica senza auto, fermino proprio me che ero uscito in bici per rispettare il blocco» ha commentato il cronista. Sul verbale della contravvenzione sono state anche riportate le rimostranze del malcapitato che ha chiesto ai poliziotti se non avessero niente di meglio da fare che multare una bici. «Nel quarto d'ora in cui sono stati fermi con me, nessuno ha controllato le macchine che passavano» ha sottolineato Giardina. (Fonte: Ansa)

31 gennaio 2010

MA STA SORRIDENDO?


sabato 30 gennaio 2010

Gymnopedie No.1 - Satie

Erik Satie: Gymnopedie No. 1.

Erik Satie - Gymnopedie No.1 (Orchestrated by Debussy)

Erik Satie - Gymnopédie No.1 ( Orchestra )

Erik Satie - Gymnopédie No.1

LIBERTA' PROVVISORIA A RISCHIO


UN SIGNORE D'ALTRI TEMPI


Qualche tempo fa sono venuto in contatto sul blog “TOGLIETEVI LE SCARPE” con un blogger col quale ho iniziato a dialogare, sia pure con qualche incertezza iniziale, in modo molto significativo.
Il blogger si chiama Alessandro Bruschi e rivendicava, orgogliosamente e, dopo aver letto, a buon diritto un padre che aveva mostrato lungo tutta la sua vita una dirittura morale oggi impensabile.
La persona di cui voglio scrivere si chiama Giovanni Bruschi, è venuto meno all’affetto dei suoi familiari il 4 dicembre 2008, aveva 76 anni.
Il quotidiano IL TIRRENO dava la notizia con questo articolo:
“Era difficile essere livornesi e non conoscere Giovanni Bruschi. I più anziani lo avranno incrociato durante gli anni della sua attività politica e sindacale, i più giovani hanno avuto modo di incontrarlo nel periodo in cui è stato presidente provinciale dell’Avis e, ancora più recentemente, impegnato nel Cesvot, il Centro servizi del volontariato, un mondo che i giovani in città frequentano con sempre maggiore passione. Giovanni Bruschi è morto ieri pomeriggio, fulminato da un infarto. Aveva compiuto 76 anni, molti dei quali spesi per i diritti dei cittadini. Pensionato, ex dipendente dell’Enel, attivo nel sindacato, la Cgil di categoria, era un fiero militante del Partito comunista, eletto più volte nel Comitato federale. Dette vita, da segretario della sezione «Centro» del Pci, al Centro culturale Marrazzo e all’associazione Alice. In quegli anni, vi fu anche l’esperienza di «Radio Alice», emittente radiofonica locale legata al Pci. Sciolto il Partito comunista, Giovanni decise di aderire a Rifondazione comunista. Fra i fondatori del partito, assai legato alla figura di Edda Fagni, Bruschi ottenne, per il prestigio di cui godeva e la rettitudine cristallina che lo contraddistingueva, l’incarico di tesoriere di una forza politica che stava nascendo, in mezzo a mille difficoltà, anche e soprattutto di carattere economico. La sua attenzione al mondo del volontariato non è cosa recente. Negli anni ’90 è stato presidente provinciale dell’Avis, l’associazione dei donatori di sangue, alla quale ha dedicato grande impegno. I funerali di Giovanni Bruschi, curati dal servizio funebre della Svs, si svolgeranno oggi, alle 16, partendo dalla sua abitazione di via dei Lanzi. La salma sarà portata al cimitero dei Lupi dove sarà tenuta una breve cerimonia nella sala del commiato, prima della cremazione.”
Lo stesso quotidiano il giorno 5.12.2008 dedicava un secondo servizio dedicato a Giovanni Bruschi, che titolava “L'addio a Bruschi, signore d'altri tempi”, proseguendo:
“Prima la figlia Antonella, poi Pardo Fornaciari, quindi il segretario di Rifondazione Alessandro Trotta, il presidente dell’Avis Giovanni Belfiore e la vicepresidente della Provincia Laura Bandini. Cinque interventi, tutti commossi e davvero sentiti, per salutare Giovanni Bruschi, militante comunista e uomo impegnato nel volontariato. Troppo piccola la sala del commiato della Cremazione, al cimitero dei Lupi, per contenere tutti quelli che avrebbero voluto ascoltare le parole pronunciate. «Vedere qui tutte queste persone - ha detto Antonella Bruschi, la figlia di Giovanni - mi fa capire che a mio padre hanno voluto bene in tanti. E di questo ringrazio tutti». Commossi anche tutti gli altri: da Pardo Fornaciari, che ha voluto sottolineare come Bruschi sia stato «un esempio di uomo che non ha mai approfittato personalmente degli incarichi che ha avuto», ad Alessandro Trotta, a Laura Bandini, che alla veste istituzionale ha saputo unire una carica di umanità sempre meno diffusa. Giovanni Belfiore, presidente dell’Avis, oltre a intervenire al cimitero ha anche scritto una appassionata riflessione sulla figura di Giovanni Bruschi, nella quale ha messo in luce alcuni aspetti fondamentali del legame fra l’uomo e l’associazione che raggruppa i donatori del sangue. «Giovanni - ricorda Belfiore - prediligeva sempre il rapporto con i giovani con i quali riusciva ad instaurare un feeling particolare grazie alle sue idee sempre innovative, credo che resterà nella storia il gruppo giovani presente in associazione durante la sua presidenza con la pietra miliare della crociera in Corsica per un gemellaggio con i donatori corsi. Negli ultimi tempi, nonostante gli acciacchi, Giovanni continuava ad essere presente ogni volta che ritenevamo utile un suo parere o consiglio e ci seguiva come responsabile locale del Cesvot con continui suggerimenti per migliorare le nostre attività. Insomma, non si è mai risparmiato sino all’ultimo». Insieme ai gonfaloni dell’Avis, il volontariato livornese era presente con delegazioni dell’Arci e di altre associazioni. C’erano i consiglieri comunali Otello Chelli e Rosalba Volpi, c’erano medici del centro trasfusionale dell’ospedale, c’erano vecchi lavoratori dell’Enel e tante persone, semplici e normali, che hanno conosciuto Bruschi sulla frontiera che nella sua vita ha frequentato più spesso, quella della lot
ta per i diritti di tutti.”.
Sono stato in Toscana, per ragioni del mio lavoro, dal 1967 al 1981, conosco la gente toscana e riconosco un “signore d’altri tempi”, persone ahimè delle quali si è credo totalmente persa la specie.
Tanto per chiarirci, mio nonno paterno, mio omonimo, per non volersi piegare al fascismo rifiutandosi ostinatamente di iscriversi al partito fascista, fu messo in pensione d’autorità, una misera pensione, ma alla caduta del fascismo fu il primo sindaco repubblicano del paesello dov’era nato. Continuando, mio suocero, anch’egli fiero antifascista, per lo stesso motivo fu cacciato via, nella più totale indigenza. Con l’avvento della Repubblica italiana ebbe lavoro e stima fino alla morte.
Ecco perché io so cosa vuol dire “signore d’altri tempi”.
Trascorso un anno esatto dalla morte del padre, il figlio Alessandro scrisse un articolo sulla figura di suo padre, che merita di essere letto, per cui lo riporto fedelmente, senza ulteriori commenti.
“Signori di altri tempi nella società moderna
di Alessandro Bruschi, giovedì 3 dicembre 2009
Il 5 dicembre del 2008 il giornale Il Tirreno, nella cronaca locale, titolava così l’articolo sulla morte di mio padre: "signore di altri tempi".
Sulle prime il titolo mi lasciò un po’ perplesso, rimandandomi a pensieri su persone bacchettone e moraliste, ma in realtà il tono del pezzo era diverso, come quello del giorno prima.
La storia di mio padre in sintesi ripercorre il cammino di un uomo di sinistra, influenzato in gioventù dallo zio, (persona colta, sensibile, intelligente, ufficiale dell’esercito italiano di stanza in Jugoslavia, dopo l’8 settembre ‘43 si era unito ai partigiani di Tito, fu ucciso in combattimento da una pattuglia delle ss), che dopo aver vissuto sulla sua pelle di "balilla" i disastri del fascismo,si era iscritto giovanissimo al partito comunista.
A quei tempi, per iscriversi a quel partito, era necessario essere presentati da un iscritto più anziano che garantisse per il rigore morale integerrimo del nuovo candidato.
Eletto più volte nel comitato federale, associò all’impegno politico quello sindacale, arrivando negli anni’70, ai vertici regionali della cgil di categoria.
Quello però che, secondo me, ha reso straordinaria la sua esperienza, è stato il totale rifiuto del compromesso politico, della logica del nepotismo e delle raccomandazioni,del raggiungimento di fini personali approfittando della posizione. Questo approccio onesto alla politica, al sindacato, alla cosa pubblica in genere, se all’inizio lo fece prevalere, a lungo andare lo rese figura "scomoda" agli apparati.
Mi ricordo ancora i suoi scontri con la federazione del partito a causa della sua apertura, nella sezione centro del PCI della quale era segretario, ad una radio libera gestita da giovani non iscritti, a seminari su energia e ambiente molto partecipati da cittadini ed esperti del settore, ma sgraditi appunto ai vertici perché ritenuti contrastanti con le linee del partito.
Ricordo i turni festivi di lavoro saltati volontariamente, per recuperare i giorni di permesso sindacale che lo impegnavano fuori città, evitando i “privilegi” che il suo incarico gli avrebbe permesso.
In prima persona posso ricordarmi, per esempio, dei miei primi lunghi periodi da disoccupato, quando per uno nella sua posizione, seguendo le sgradevoli logiche dell’italietta, sarebbe bastata una telefonata per trovarmi un lavoro.
E infatti, anche nei primi anni ‘80, non lo capivo. Non capivo la sua ostinazione a non adeguarsi, come la maggioranza della società, al "cambiamento dei tempi", al rifiutare il consumismo dilagante, il modernismo rampante della società dell’immagine, dell’impoverimento culturale nei media, nella televisione. I suoi tentativi di far ripudiare ad un adolescente quale ero, i vestiti alla moda, il motorino di marca, i primi programmi televisivi dell’era berlusconiana, erano per me patetici, erano il segno che i suoi valori erano "vecchi" e non sarebbero più stati utili per noi giovani. Non capivo che il suo fine non era tanto rifiutare quelle cose in quanto tali, ma le idee, i concetti che rappresentavano, parte di quel declino culturale che avuto l’epilogo nell’egemonia del pensiero unico che viviamo oggi. Poi l’ho capito.
Nemmeno il suo partito, il suo sindacato corrispondevano più a lui, che incarnava la parte della sinistra "radicale", operaista, poco incline ai compromessi del periodo "migliorista". Infatti sul finire degli anni ‘80, arrivato alla pensione, lasciò il sindacato e, sciolto il PCI, aderì con entusiasmo a Rifondazione comunista. Anche qui a Livorno la mia città, ri-nasceva 70 anni dopo da una scissione, tra mille difficoltà, un nuovo partito comunista e mio padre a 60 anni suonati raccoglieva la sfida di ripartire da zero. Ancora una volta, negli organismi dirigenti e come tesoriere data la sua "rettitudine cristallina".
Questi aggettivi, benché appropriati, se scollegati dal contesto della persona davano un immagine di lui come un moralista, invece della persona curiosa e aperta verso ogni differenza quale era.
Il suo rapportarsi strettamente più con le nuove generazioni che con i coetanei, fece sì che il suo impegno nel volontariato si traducesse in 2 mandati consecutivi alla presidenza provinciale dell’AVIS donatori sangue e del CESVOT poi. Il centro servizi volontariato gestisce i finanziamenti da destinare a progetti validi di attività di formazione e volontariato appunto, per cui, è inevitabile che il rigore morale di chi lo presiede sia ineccepibile.
Ma gli impegni personali in politica e nel volontariato non avevano contrastato in lui la consapevolezza della deriva culturale e morale del nostro paese. Negli ultimi tempi della sua vita avvertivo in lui la somatizzazione in dolore fisico del dilagare dell’indifferenza, dell’individualismo, dell’egoismo, dell’ignoranza della società italiana.
Lo vedevo soffrire nel prendere coscienza della sconfitta delle battaglie faticose e dolorose di una vita i cui risultati, in fondo, si erano vanificati e involuti nel giro di pochi anni. La curva del bilancio di conquiste dei diritti civili, sul lavoro, della partecipazione politica e sociale delle persone che aveva raggiunto l’apice negli anni 70, volgeva ora inevitabilmente al basso, in negativo. Ogni notizia di questo riflusso involutivo la sentiva personalmente sulla sua pelle, come un peso in più da portare.
Ma la consapevolezza che "un altro mondo era possibile" non lo faceva arrendere completamente e la partecipazione ad eventi tipo Genova 2001 erano ricariche al suo entusiasmo.
A 75 anni lo sentivo discutere con i coetanei in privato e in pubblico di apertura mentale verso le differenze,gli omosessuali,i migranti,i rom,di vera uguaglianza con le donne;di un altro metodo di sviluppo che non presupponesse produrre sempre di più per consumare sempre di più;di ricercare una nuova politica coerente e onesta meno di apparato e più vicina ai giovani,alla gente.
Parole che si infrangevano su mentalità ristrette dal qualunquismo, maschilismo, ignoranza, razzismo, di menti rincoglionite dalla televisione.
D’altronde si sentiva sempre più spinto al di fuori del sentire e del vivere comune, quasi un estraneo, con le sue centinaia di libri, con i suoi 2 o 3 quotidiani al giorno e internet, ai quali, la maggioranza della sua generazione, contrapponevano tanta televisione e partitine a carte al barrino.
Era quasi strano, quest’uomo che in tutta la vita aveva fatto quello che aveva pensato e detto di fare, che aveva mantenuto inalterati i suoi valori, non plasmandoli per adattarli di volta in volta agli eventi.
Per questo era inorridito da una cosa su tutte: l’indifferenza. Era come il nuovo sinonimo del "fascismo", dilagato indifferentemente in tutti i ceti sociali, a destra e a sinistra, come un virus.
Tornò sconvolto dalla commemorazione dei 4 bambini rom morti carbonizzati nella loro roulotte per un incidente, nella periferia della nostra città.
I commenti che aveva sentito da alcuni dei presenti (ma perché non se ne tornano a casa loro… tanto da grandi avrebbero rubato sicuramente…) lo avevano nauseato e ancora una volta, reso consapevole di una società sempre più rozza e ignorante, della quale non si sentiva più parte.
Con tutti i suoi limiti e difetti, di uomo "normale" non di eroe, tutti i suoi errori e debolezze e i dovuti paragoni, quanto dista questa figura da molte di quelle politiche e pubbliche attuali.
Che distanze siderali dalla "normalità" sentiamo oggi nella malafede e nel servilismo verso il potere o il potente nei loro discorsi nauseanti.
E’ ancora possibile in questo paese per un uomo "normale", sentirsi parte integrante di una società e poter avere incarichi relativamente di rilievo senza dover per forza, nel migliore dei casi, rimestare nel fango, non avere scrupoli, schiacciare tutto e tutti per i propri interessi.
La cronaca recente ha evidenziato, se mai ce ne fosse bisogno, che il degrado e l’aggettivo più democratico del nostro paese, delle nostre classi dirigenti, è bipartisan, ben spalmato ovunque.
Come ovunque sono le chiacchiere sulle questioni morali, che nessuno ha veramente volontà di affrontare, nemmeno il popolo italiano che volentieri assume con ammirazione, i comportamenti ignobili di chi sta ai vertici.
Mi manca, mio padre, mi mancano i suoi punti di vista, i suoi commenti, la sua esperienza, dalla quale partivo e mi rapportavo per cercare di comprendere meglio le cose.
Pensieri che non necessariamente condividevo ma che tenevo ben in evidenza perché sicuro che erano frutto di un ragionamento obbiettivo e coerente e non il risultato di opportunismi e faziosità nascoste.
Mi manca, ma non solo inevitabilmente per l’affetto di figlio, ma per l’esempio che mi trovavo sempre accanto che ho condiviso con tanti, ma sfruttato troppo poco.
L’esempio che incarichi pubblici e rigore morale possono stare nella stessa persona.
Che coerenza,onestà e obbiettività non sono un optional ma valori da tenere sempre in primo piano.
Che si può continuare a lottare anche dopo la sconfitta dell’impegno e del sogno di una vita.
Un esempio che paradossalmente risultava a volte troppo ingombrante anche per me.
La figura di un uomo "normale" e proprio per questo oggi, straordinaria.
Alessandro Bruschi su

LA CURA IMMAGINARIA


DI GIUSEPPE D'AVANZO


Modesto esercizio definitorio: di che cosa parliamo, quando parliamo di «riforma della giustizia»? Non certo della giustizia, come "servizio", la prestazione che uno Stato ha il dovere di offrire ai cittadini e, i cittadini, il diritto di avere dallo Stato. Quel "servizio", e non da oggi, è un arnese arrugginito. Non serve a nessuno. Né al cittadino né allo Stato. Né al «presunto innocente» né alla vittima del reato. Né a una strategia di fiducia reciproca tra i cittadini o tra il cittadino e lo Stato né allo sviluppo economico del Paese (i ritardi della giustizia "costano" a imprese e consumatori 2,3 miliardi di euro, ogni anno).

Nel 2008, dopo il fallimento della XIV legislatura, Berlusconi si presenta agli elettori con un ambizioso programma: restituire efficienza alla giustizia italiana. Da allora, a ogni sortita pubblica, il suo ministro, Angelino Alfano, annuncia contro le lentezze e l'impotenza della machina iustitiae mirabilie e successi a portata di mano. Anche nell'inaugurazione dell'anno giudiziario non ha lesinato «consigli per gli acquisti». Dovunque intervenga, le frasi del guardasigilli suonano sempre più o meno così: «Entro l'anno... entro pochi mesi... già la prossima settimana... approveremo... la riforma del processo penale, la riforma del processo civile, misure di efficienza di rango non legislativo, interventi sul sistema carcerario, una riforma della magistratura ordinaria, una riforma delle professioni del comparto giuridico economico...».

Sistematicamente, nonostante i numeri predominanti della destra in Parlamento, il catalogo propagandistico dei trionfi finisce confinato nel registro delle buone intenzioni destinate all'inerzia. Non si scorge nessuna riforma di sistema. Nessuna correzione. Nessuna cura. Non vedono la luce neppure provvedimenti a basso impatto economico come la revisione delle ottocentesche circoscrizioni (sono 165, potrebbero diventare 60). O l'introduzione della posta elettronica per l'esecuzione delle notifiche (cinquemila cancellieri ne consegnano brevi manu agli avvocati 28 milioni ogni anno). O una depenalizzazione dei reati minori che consenta di riservare il processo penale, che costa molto, alle questioni di maggiore allarme sociale. O il rinnovamento della professione forense: «più avvocati, più cause» e gli avvocati in Italia sono 230mila, 290 ogni 100 mila abitanti, contro 4.503 magistrati giudicanti in un rapporto avvocato/giudice strabiliante che demolisce il processo civile.

Inutile dire della riforma di un processo penale, al tempo stesso obeso e avvizzito, che ibrida tutti i difetti dei possibili modelli (inquisitorio, accusatorio) trasformandolo in un gioco dell'oca interminabile e incoerente. Gli atti dell'indagine non valgono per dibattimento (in coerenza con la logica del processo accusatorio) però le garanzie del dibattimento sono state estese alle indagini preliminari (in contraddizione con la logica accusatoria). Così oggi l'indagine ? e non il processo ? è un dibattimento anticipato mentre il rinvio a giudizio, più che essere una valutazione della necessità di un dibattimento, è diventato una sentenza sull'istruttoria (sul lavoro del pubblico ministero). Il processo ne è soffocato. La sovrabbondanza di assillanti formalismi lo disintegrano in una rosa di microprocessi. Giudizio sull'inazione (archiviazione). Giudizio sui tempi dell'azione. Giudizio sulle modalità dell'azione (misure cautelari). Giudizio sulla completezza delle indagini e sul fondamento dell'azione (udienza preliminare). Un processo, in cui ogni atto può generare un microprocesso, che richiede avvisi, notifiche, discussioni, deliberazioni e consente ripetute impugnazioni, non potrà avere mai una «ragionevole durata». Figurarsi se può essere «breve» come vuole, per amore di se stesso, Silvio Berlusconi.

In un esercizio definitorio, si può essere allora tranchant: quando il governo dice che, con la «riforma», vuole restituire efficacia, equilibrio e ragionevolezza all'amministrazione della giustizia, sappiate che mente a gola piena. Quando parla di «riforma della giustizia», Berlusconi, il suo ministro, la maggioranza alludono o si riferiscono a un obiettivo preliminare: un provvedimento-salvacondotto che assicuri l'immunità al capo del governo. Oggi, all'esame del Parlamento non c'è alcuna proposta di riforma sistemica, ma «processo breve», «legittimo impedimento», intercettazioni telefoniche, una riforma del processo che vieta ai pubblici ministeri di «cercare» notizie di reato, lavoro che viene assegnato al poliziotto non più alle dipendenze delle procure, ma del ministro dell'Interno. Alla luce del sole, l'esecutivo lavora soltanto a espedienti che possano proteggere l'Eletto dalla legge, per il passato e il presente, e metterlo in sicurezza per il futuro. La «riforma della giustizia» può attendere.

Quel che accadrà è trasparente come un cristallo. Berlusconi non metterà mai la machina iustitiae in condizione di funzionare meglio nell'interesse del cittadino, fino a quando una nuova Costituzione, nel suo interesse, restaurerà «la legittimazione della politica» («finalità positiva» anche per alcune oligarchie del centro-sinistra) ridefinendo a vantaggio dell'Esecutivo i poteri della magistratura. Per dirla con un oligarca della destra, «il premier va messo in grado di governare tutelandolo dall'ordalia delle procure politicizzate, e la volontà popolare va protetta insieme a lui» (Denis Verdini). Non c'è altra intenzione dietro le parole di Alfano quando dichiara: «I giudici sono soggetti soltanto alla legge e la legge la fa il Parlamento». Traduciamo.

Il diritto si appresta a diventare soltanto legge e la legge soltanto potere, strumento di un'avventura del potere. «La "forza di legge", di per sé - scrive Gustavo Zagrebelsky guardando alla storia - non distingue diritto da delitto. Affaristi, avventurieri, ideologhi fanatici e perfino movimenti criminali, organizzati con tecniche efficaci per la conquista spregiudicata del potere, hanno preteso legittimità per le loro azioni alla stregua di leggi fatte da loro stessi, per mezzo del controllo totale delle condizioni della produzione legislativa. Con la conseguenza che i poteri, ch'essi venivano attribuendosi, potevano certo dirsi legittimi nel senso di legali, essendo al contempo scientificamente qualificabili come usurpazioni, cioè poteri autoproclamati e autoconferiti» (Intorno alla legge). È quel che accadrà in Italia, nei tre anni che chiuderanno la XVI legislatura?

(30 gennaio 2010)

"Io con Berlusconi, macché complotto". La D'Addario smentisce "Panorama".


di GABRIELLA DE MATTEIS E GIULIANO FOSCHINI


Nessun complotto. «Su quella notte con Silvio Berlusconi ho raccontato tutta la verità». Patrizia D'Addario passa al contrattacco smentendo categoricamente l'ipotesi di una macchinazione contro il premier avanzata sul numero di Panorama oggi in edicola. «Leggo - dice la D'Addario in un comunicato trasmesso dal suo avvocato, Maria Pia Vigilante - che sarei al centro di questo complotto ai danni del presidente del Consiglio e che per questa ragione avrei ricevuto un compenso. Apprendo anche di indagini su questo fantasioso complotto architettato da me ed altri non meglio specificati soggetti. Non mi resta che smentire ancora una volta tutti gli aspetti di tale teorema nonché augurarmi che la magistratura faccia chiarezza su tutta la vicenda nel più breve tempo possibile per fugare ogni dubbio».

La dichiarazione della D'Addario arriva poche ore dopo una nota ufficiale della procura di Bari che smentisce - seppur con un ostico lessico tecnico-giuridico che ha fatto storcere il naso a qualche magistrato - l'esistenza di un'indagine, per lo meno nei termini in cui la racconta il settimanale. «In merito alla notizia di stampa apparsa su Panorama - si legge nel documento - e relativa alla pretesa ipotesi di accordi fraudolenti miranti ad una calunniosa rappresentazione processuale, con conseguente iscrizione nel registro degli indagati di magistrati, politici, giornalisti o professionisti, questa Procura smentisce che vi siano iscrizioni di notizie di reato aventi tale contenuto». Ma Panorama conferma tutto parlando di «riscontri autorevoli e conferme granitiche» sulla presenza dell'inchiesta e ricordando come «nell'articolo non si sostiene dell'avvenuta iscrizione nel registro degli indagati di magistrati, politici o giornalisti ma che questi soggetti "compaiono a vario titolo" nell'inchiesta».

Intanto però la bolla è scoppiata. Ieri il procuratore capo Antonio Laudati era a Roma per l'inaugurazione dell'anno giudiziario ma tra i suoi sostituti c'era grande fermento, che è continuato anche dopo la pubblicazione della nota. È cosa risaputa da tempo dell'esistenza di un'indagine seria e delicata sulle fughe di notizie. Così come non era un mistero che, dopo le denunce dell'ex convivente della D'Addario, Giuseppe Barba (detto "Pinuccio Spaghetto") - pregiudicato barese accusato di essere stato lo sfruttatore di Patrizia - le indagini si erano concentrate proprio su Patrizia e sulla sua vita privata. Al momento però non ci sarebbero stati riscontri alle dichiarazioni dell'uomo.

Sarebbero in corso, invece, alcuni approfondimenti su alcuni incontri della D'Addario nei giorni precedenti al 31 maggio quando fu respinta dalle guardie del corpo di Berlusconi, in campagna elettorale a Bari, e decise di raccontare la sua storia. La vicenda ha già avuto ripercussioni politiche ed è entrata nella campagna elettorale. In mattinata il governatore Nichi Vendola ha ironizzato: «È nota l'ingenuità del presidente del Consiglio, quindi se qualcuno ha ordito un tale complotto bisogna sentirsi solidali nei confronti di un uomo che nonostante sia uno degli uomini ricchi e più potenti continua a coltivare un grado di ingenuità così spinto». Immediata la risposta del candidato del Pdl, Rocco Palese: «Vendola si vergogni: non si può fare ironia su cose così serie».

(30 gennaio 2010)

ANGELINO "IL BREVE"


IL MINISTERO IDEALE PER B.


Sky insiste: Berlusconi e Bersani vengano a una sfida tv



di Giuseppe Caruso

Un faccia a faccia tra Silvio Berlusconi e Pier Luigi Bersani come prova democratica per il paese. Ieri Sky Tg 24 ha rilanciato la sua proposta attraverso un seminario organizzato all’Università Cattolica di Milano, forse nel tentativo di strappare un sì al presidente del Consiglio, che non vuole proprio accettare l’invito ad un confronto con il leader del principale partito di opposizione.
Del resto Silvio Berlusconi non ama l’emittente di proprietà di Rupert Murdoch: Sky ormai è diventata il terzo incomodo tra Rai e Mediaset, e prima negli incassi. Gli uomini di Berlusconi hanno sferrato diversi attacchi contro il gruppo australiano, come l’aumento dell’Iva sulle pay-tv dal 10 al 20 per cento, il rifiuto di trasmettere le pubblicità di Sky su Mediaset (per di più in periodo natalizio), le autorizzazioni per Cielo, il canale free di Sky, arrivate con molto ritardo. Anche la Rai fa i dispetti (autolesionisti) e prepara la lenta sparizione dei suoi canali dalla piattaforma satellitare (ma Sky, grazie alla chiavetta digitale, li trasmetterà lo stesso, risparmiando oltretutto 7 milioni di euro l’anno che avrebbe pagato a viale Mazzini come compenso).
Ieri Emilio Carelli, direttore di Sky Tg 24, nell’introdurre i lavori del seminario ha parlato del faccia a faccia televisivo tra leader politici come di “una consuetudine di tutte le democrazie occidentali avanzate, che in Italia non si è ancora affermata come costume democratico, come diritto consolidato degli elettori”. Dello stesso avviso Ruggero Eugeni, professore di Semiotica dei media presso l’Università Cattolica, che ha ricordato come le difficoltà a organizzare incontri tra leader derivino dalla “incapacità a pensare il sistema dei media italiano in quanto guidato da regole condivise e da media policy”.
Più scettici i giornalisti presenti all’incontro, come Enrico Mentana, il fondatore del Tg5, che aveva condotto il primo faccia a faccia tra leader in campagna elettorale, quello tra Silvio Berlusconi e Achille Occhetto nel 1994. Secondo Mentana oggi “il faccia a faccia non è più giornalismo, perché la politica richiede troppi vincoli e troppe regole. Ai tempi del confronto tra Occhetto e Berlusconi la politica era debole e c’era molta più libertà, i candidati per esempio non conoscevano prima le domande”.
Anche per Aldo Grasso del Corriere della Sera il faccia a faccia “è uno strumento obsoleto, che ha fatto il suo tempo, eppure televisivamente continua a ottenere grandi ascolti, quasi che gli spettatori siano in attesa di quel colpo da ko che però non arriva mai”.

Granata:“Pomicino meglio di Cosentino”


IL FINIANO RIBADISCE: FACCIA UN PASSO INDIETRO
di Caterina Perniconi


Chi ha responsabilità di governo, in questi casi, deve fare un passo indietro. La mia posizione su Cosentino resta identica e anzi, è rafforzata”. La posizione in questione è quella di Fabio Granata, vicepresidente della Commissione parlamentare Antimafia in quota Pdl. Politicamente vicino al presidente della Camera Gianfranco Fini, Granata a novembre, in occasione della richiesta di arresto da parte del gip di Napoli per il sottosegretario all’Economia, Nicola Cosentino, accusato di concorso esterno in associazione camorristica e rapporti con il clan dei Casalesi, chiese le dimissioni dell’esponente di governo.
Onorevole Granata, dopo la sentenza della Cassazione che conferma l’ordinanza di custodia cautelare per Cosentino, il suo parere è rimasto lo stesso?
“La mia risposta sarà lapidaria: ritengo inopportuna la permanenza nel governo di un esponente politico gravato da queste accuse”.
Ma la Camera ha negato l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti.
“Io non metto assolutamente in discussione la presunzione d’innocenza di Cosentino bensì la sua appartenenza al governo con una funzione delicata. Davanti ad accuse di questo genere bisogna fare un passo indietro fino a quando non si dimostra la propria innocenza”.
Adesso cosa auspica?
“Che la palla passi in mano alla politica. Non vorrei rimpiangere la Prima Repubblica quando Cirino Pomicino si dimise per un avviso di garanzia con l’accusa di abuso d’ufficio”.
Ieri, insieme alla sua compagna di partito, Angela Napoli, ha proposto un “certificato antimafia”. Di cosa si tratta?
“Di un controllo preventivo sulle candidature, a partire dalle prossime elezioni regionali”.
Allora siete d’accordo con Beppe Grillo quando chiede ai pregiudicati di non partecipare alla vita politica.
“Secondo noi non è più sufficiente non mettere in lista pregiudicati, ma bisogna anche evitare di candidare o dare responsabilità dirigenziali a soggetti che, per contesto familiare o sociale, hanno contatti con le organizzazioni mafiose. Non capisco perché una persona che non può fare l’imprenditore possa fare il consigliere regionale. Solo con classi dirigenti rinnovate ed al di sopra di ogni sospetto, la politica potrà fare un passo avanti decisivo nella lotta alle mafie”.
A chi vorreste estenderlo?
Alla selezione delle rappresentanze parlamentari, di governo e di partito.
Quindi secondo lei anche Berlusconi dovrebbe fare un passo indietro?
“Sul premier credo che sia necessario introdurre il legittimo impedimento. Alla fine del suo mandato si farà poi processare”.
Si è parlato anche d’immunità. Se fosse in vigore, Cosentino non solo non sarebbe stato arrestato, ma nemmeno indagato.
“Non credo che quella sia la soluzione giusta, anche se è presente in quasi tutti i paesi europei. Comunque la preferisco al processo breve”.
Lei è uno dei pochi nemici giurati del processo breve nel centrodestra. Perché?
“Il processo breve rompe l’equilibrio del sistema giudiziario senza migliorarlo. Semplicemente è da evitare”.

IL SITO NON PERDONA


Il caso di Renata Polverini fa scandalo sul web nel silenzio della politica
di Marco Lillo


Il caso di Renata Polverini conferma la teoria di Beppe Grillo: internet è spietato. Puoi mentire persino al notaio, come ha fatto la leader del sindacato Ugl per evadere le tasse, ma non puoi mentire alla rete. È impressionante la lettura del sito www.renatapolve  rini.it. Sono tantissimi i commenti al blog (ne riportiamo tre, ma sono almeno dieci volte di più) di persone comuni che scrivono per chiedere conto al candidato delle notizie pubblicate dal Fatto Quotidiano. Il caso dovrebbe essere studiato nelle scuole di comunicazione. L’apertura al web doveva essere la carta vincente della campagna obamiana della sindacalista di destra prestata alla politica. Purtroppo, alla vigilia dell’inaugurazione del sito, è uscita l’inchiesta del nostro giornale: Renata Polverini ha comprato a prezzo stracciato dallo Ior nel dicembre del 2002 (272 mila euro per sei stanze tre bagni e due box vicino all’Aventino) e non soddisfatta dell’affarone ha anche mentito al notaio per avere l’agevolazione prima casa e pagare il 3 per cento di tasse invece del 10. La sindacalista, infatti, aveva già comprato 9 mesi prima un’altra casa dall’Inpdap, a un prezzo ancora più basso: 148mila euro per sette vani catastali e un box al Torrino, vicino all’Eur.
Oggi siamo in grado di aggiungere un dato: anche sull’acquisto di quella prima casa dall’Inpdap c’è qualcosa che non va. Almeno dal punto di vista etico-politico.
Renata Polverini compra con lo sconto in qualità di inquilina dell’Inpdap ma è costretta a fare una donazione alla mamma di un’altra casa che aveva già comprato nel 2001, perché altrimenti non avrebbe avuto diritto a comprare con lo sconto. Anzi non avrebbe avuto diritto proprio a quella casa che sarebbe così rimasta nel patrimonio dell’ente che ne avrebbe tratto molti più soldi mettendola all’asta.
La storia della casa dell’Inpdap è poco chiara dall’inizio. Dopo lo scandalo Affittopoli, il ministro Tiziano Treu nel 1997 aveva emanato una circolare vincolante. Le case in affitto dovevano andare prima a poveri, handicappati, sfrattati, militari e giovani coppie. Non è chiaro come abbia fatto Renata Polverini ad avere quella casa. Lo abbiamo chiesto al presidente dell’ente, Paolo Crescimbeni, ex consigliere regionale umbro di An (stessa area della candidata). Ovviamente non ci ha risposto, seguendo l’esempio di Renata Polverini, alla quale abbiamo chiesto ripetutamente un’intervista. Inutilmente. Eppure sono molte le cose da spiegare: dall’evasione fiscale all’affitto dall’Inpdap.
Il silenzio è aiutato dall’atteggiamento della stampa. Tutti tacciono. Compreso Il Giornale di Vittorio Feltri e Libero di Maurizio Belpietro.
Erano stati i protagonisti di Affittopoli quando bisognava stanare dai loro appartamenti Massimo D’Alema e Franco Marini.
Ora scoprono una politica-sindacalista furbissima che ha dribblato tutti ottenendo una casa con lo sconto e poi ne ha presa una seconda dichiarando il falso per non pagare le tasse. E loro muti. Ma tra i lettori ci sono molte persone che hanno lavorato una vita per comprare la casa e pagare le tasse. Per fortuna ci sono i blog.

“SMENTISCO TUTTO IL TEOREMA”



Non ha mai nascosto la sua professione: escort, il pudore che chiede aiuto all'inglese. Vuol dire accompagnatrice a pagamento.
Aspetta il comunicato della Procura di Bari che smonta la copertina di “Panorama”, e poi Patrizia D’Addario aggiunge la sua rettifica al servizio: “Ho letto di essere al centro di un complotto ai danni del presidente Berlusconi. Per questa ragione – dice in una nota diffusa in serata dai suoi avvocati - avrei ricevuto un compenso. Apprendo anche di indagini su questo fantasioso complotto architettato da me ed altri non meglio specificati soggetti. Non mi resta che smentire ancora una volta tutti gli aspetti di tale teorema nonché augurarmi che la magistratura faccia chiarezza su tutta la vicenda nel più breve tempo possibile per fugare ogni dubbio”.
La D’Addario ha sempre ammesso di aver ricevuto mille euro per trascorrere una serata con il presidente del Consiglio e poi – intervistata da “Annozero” – ha aggiunto: “Berlusconi sapeva che ero una escort”.
Già nella sua prima intervista al “Corriere della Sera”, quando Tarantini era soltanto Giampaolo, la D’Addario aveva fornito una prima versione della sua “visita” a Palazzo Grazioli, della cooptazione, mai più corretta o cambiata: “Un mio amico di Bari mi ha detto che – spiegava il 17 giugno scorso - voleva farmi parlare con una persona che conosceva, per partecipare a una cena che si sarebbe svolta a Roma. Io gli ho spiegato che per muovermi avrebbero dovuto pagarmi e ci siamo accordati per 2.000 euro. Allora mi ha presentato un certo Giampaolo”.

COME AL SOLITO NEL MIRINO I GIORNALISTI


La Procura di Bari indaga per la “fuga di notizie”. E’ tutto in mano a Laudati
di Antonio Massari


Patrizia D’Addario protagonista di un “complotto” ordito ai danni del premier. Complotto orchestrato e agito con la collaborazione – o la regia – di avvocati, politici, giornalisti, magistrati. Una dozzina di indagati. E tra questi anche la D’Addario. Ipotesi di reato gravissime: attentato contro gli organi costituzionali dello Stato. È questa la notizia pubblicata ieri da Panorama, che annuncia un seguito, e dichiara d’avere prove “granitiche” nel cassetto. Dopo una mattinata di riflessione – mentre il procuratore capo di Bari, Antonio Laudati, è a Roma – la Procura di Bari scrive poche righe di smentita. Una smentita che è necessario leggere con attenzione: “In merito alla notizia apparsa oggi su Panorama, relativa alla pretesa ipotesi di accordi fraudolenti, miranti a una calunniosa rappresentazione processuale, con conseguente iscrizione nel registro degli indagati di magistrati, politici, giornalisti o professionisti, questa procura smentisce che vi siano iscrizioni di reato aventi tale contenuto”.
Una smentita – come spesso accade in queste settimane nella Procura di Bari – tagliente. Affilata per tutta la mattinata, come se fosse un bisturi, perché è necessaria la massima precisione, quando si deve smentire ciò che è falso, ma soprattutto: non rivelare ciò che è vero. E allora il punto è: smentiti gli “accordi fraudolenti”, orditi da “magistrati, politici, giornalisti o professionisti”, che non sarebbero indagati per questa “iscrizione di reato”, esistono altre iscrizioni di reato, a loro carico? Oppure - più correttamente - vi sono indagini che li coinvolgono? La risposta è una: sì. Gli indagati sarebbero per lo più giornalisti. Nel mirino, i loro rapporti con magistrati, polizia giudiziaria, avvocati. Una “semplice” inchiesta per fuga di notizie. E, per quanto risulta al Fatto Quotidiano, l’indagine è nelle mani di una sola persona: Antonio Laudati, il capo della Procura di Bari, ed è svolta nel massimo riserbo, con forze di polizia giudiziaria chiamate anche da altre sedi, prevalentemente della polizia di Stato, che stanno monitorando il comportamento dei cronisti, con intercettazioni e pedinamenti, per comprendere quali siano le loro fonti. E sciogliere un dubbio: le rivelazioni sulla relazione tra Berlusconi e Patrizia D’Addario, pubblicate la scorsa estate - principalmente da Corriere della Sera, L’espresso, Repubblica – erano semplicemente degli scoop? O qualcuno forniva informazioni ai giornalisti con un secondo fine?
Il nodo della questione, quindi, è proprio l’indagine sulla fuga di notizie.
In apparenza, un’inchiesta come tante. In realtà, un’inchiesta grimaldello. Risalire la china delle fonti, comprendere chi passa le notizie a chi - e soprattutto: perché - è il compito che Laudati ha voluto assumere. In prima persona. Nelle maglie dell’indagine, l’investigatore potrebbe chiedersi, però, se Patrizia D’Addario sia stata manovrata; se abbia voluto ricavare dalla sua esperienza delle utilità, in maniera illecita; se qualcun altro abbia provato a ricavare vantaggi dalla sua storia; se vi sia stato un interessamento della politica, o dei servizi segreti, nella divulgazione delle notizie o addirittura nella loro “gestione”. E ancora: perché Patrizia D’Addario decide di parlare, per la prima volta, con il Corriere della Sera. Oppure quanto conta la vicinanza del suo avvocato, Maria Pia Vigilante, con gli ambienti del Pd. Quali siano stati gli incontri della D’Addario, a ridosso della divulgazione della notizia, e quando, come e perché, ha scelto i propri interlocutori. E ancora: quanto e come la D’Addario abbia guadagnato, in termini economici, da tutta questa storia. Tutti interrogativi legittimi. Non smentiti dal comunicato della procura, ma ancora tutti da verificare e che, alla fine dell’indagine, potrebbero concludersi con un nulla di fatto. Per risolverli, quella stessa procura ha deciso di sfruttare principalmente una pista: indagare i cronisti.

SE IL PREMIER È RICATTABILE




Ora si grida al complotto, ma la vicenda D’Addario dimostra solo la leggerezza istituzionale di Berlusconi
di Peter Gomez

La parola chiave è “ricattabilità”. Si, perché comunque la si giri questa strana storia di Patrizia D'Addario, la escort che adesso, secondo il settimanale Panorama, sarebbe considerata dal procuratore di Bari Antonio Laudati una sorta di Mata Hari di provincia inviata a Palazzo Grazioli per incastrare il premier, dimostra con quanta leggerezza Silvio Berlusconi abbia ricoperto il suo ruolo istituzionale di presidente del Consiglio di tutti gli italiani.
Ogni protagonista dell’inchiesta pugliese, e persino il premier in persona, ha confermato che, almeno fino allo scorso maggio, l’accesso nelle abitazioni del Cavaliere, equiparate per legge a residenze di Stato, era totalmente incontrollato. Così frotte di donne, molte delle quali straniere o a pagamento (ufficialmente erano ragazze immagine) cenavano, cantavano, ballavano e, in qualche caso facevano pure dell’altro, con Berlusconi senza che nessuno sapesse chi erano e da dove venivano. Una falla importante nella sicurezza del capo del governo, visto che il ricatto o lo scandalo sessuale sta nell’Abc dei manuali di spionaggio. Una qualsiasi potenza straniera, o qualsiasi avversario politico particolarmente spregiudicato, avrebbe insomma avuto campo libero per screditarlo o, addirittura, per condizionare le sue decisioni. Se davvero, come sostiene il settimanale edito da Berlusconi, le cose sono andate in questo modo, di chi è la responsabilità? Riandando con la moviola della memoria a quei giorni convulsi di inizio estate è facile scoprirlo. È di Silvio Berlusconi .
Il 25 giugno, quando sui giornali sono già apparse le rivelazioni della D’Addario sulla sua notte di passione con il premier (Il Corriere della Sera la intervista il 17), ma ancora L’Espresso non ha messo in rete parte delle registrazioni, effettuate dalla escort nella camera da letto presidenziale, che confermavano in toto il suo racconto, il Cavaliere dice: “Non ho mai immaginato di chiedere a un mio ospite di privarsi del suo telefonino”.
In quel momento la preoccupazione maggiore del capo del governo, che in un’intervista a Chi ha da poco sostenuto di non avere “alcun ricordo” della D’Addario, è ancora per gli scatti effettuati nei bagni di Palazzo Grazioli, e pubblicati su Repubblica da due amiche della escort: Barbara Montereale e Lucia Rossini, presenti con lei a Palazzo Grazioli nella prima parte della serata del 4 novembre del 2008, poi conclusa da Patrizia “sul lettone di Putin”. Le due ragazze, risultate legate a doppio filo con uomini della mafia barese – la Montereale, a cui Berlusconi ha regalato 10.000 euro era la fidanzata del giovane Radames Parisi, ultimo rampollo dell’omonimo clan, mentre la Rossini ha un fratello spacciatore – potrebbero avere altre immagini. Berlusconi, così, rassicura gli elettori: “Tutto ciò che avviene in mia presenza non può essere men che morale, men che normale . Dopodiché se qualche cena mia sia divertente, perché io sono un grande mattatore e un intrattenitore, lo posso dare per scontato. [...] Se arrivano delle intruse che sotto mentite spoglie e portate da un ospite si meravigliano di quello che vedono non è colpa mia”. È la conferma dell’assoluta imprudenza del premier. Che facendo entrare in casa chiunque sia dotato di belle gambe e ampio sorriso, mette a rischio la sua sicurezza e quella dello Stato.
Ma per il momento la linea difensiva con i media è quella. E Berlusconi non è disposto ad arretrare di un millimetro: “Io sono fatto così e non cambio. Se mi vogliono così mi vogliono. E gli italiani mi vogliono, ho il 61%. Mi vogliono perché sentono che sono buono, generoso, sincero, leale, che mantengo le promesse”, dice senza chiarire di che tipo di promesse stia parlando. Poi, riferendosi a Giampaolo “Giampi” Tarantini, il giovane imprenditore specializzata nella vendita di protesi sanitarie a colpi di mazzette e di forniture di belle donne a primari e politici (anche del centrosinistra), il Cavaliere ribadisce il concetto: “Purtroppo abbiamo sbagliato l'ospite , e lui ha sbagliato l'ospite dell'ospite. Ma sono cose che capitano con le centinaia di persone che mi è capitato di avere alla mia tavola”.
La faccenda però è seria. Terribilmente seria. E non tanto perché l’intensissima vita sessuale e mondana del premier, stride con l’immagine politica che fino a quel momento aveva voluto dare di sé ergendosi a paladino dei valori tradizionali e partecipando a manifestazioni tipo il Family Day. Il punto è un altro. La slavina di fango che Berlusconi si è trascinato addosso, prima frequentando la minorenne napoletana Noemi Letizia, poi organizzando feste da mille e una notte per solo donne a villa La Certosa (fotografate dal reporter Antonello Zappadu) e, infine, vedendo di continuo Tarantini e le sue avvenenti e disponibili amiche, provoca al Paese un danno d’immagine sul piano internazionale, per riprendersi dal quale ci vorranno anni. E soprattutto finisce per distrarre Berlusconi dai suoi doveri istituzionali di capo del governo. In totale sono una ventina le ragazze introdotte da Giampi Tarantini alla corte del presidente del Consiglio. Ricostruendo, sulla base dei loro racconti, le date delle cene, delle feste e dei fine settimana trascorsi con Berlusconi, si scopre infatti come, sovente, il “terribile mal di schiena” che lo ha spinto a far saltare una lunga serie di impegni ufficiali, sia solo un modo elegante per dire: il Cavaliere ha fatto o deve fare baldoria. Accade, per esempio, proprio la sera in cui Patrizia D’Addario trascorre la notte a Palazzo Grazioli. Il premier è previsto ospite dell’ambasciata Usa per seguire le presidenziali americane. Ma non ci va. Niente di nuovo. Qualche settima prima in settembre aveva rinunciato all’ultimo momento addirittura a un viaggio a New York, dove avrebbe dovuto parlare all’assemblea dell’Onu. Ma Tarantini gli aveva procurato un bel set di ragazze.
Così il 23 settembre ecco il Cavaliere che ospita, tra le altre, Terry De Nicolò, già messa a disposizione di una assessore pugliese del centro-sinistra dal giovane imprenditore. Con lei, Giampi, e Carolina Marconi, ex del "GF" più Geraldine Semeghini, all’epoca responsabile del privè del Billionaire, Berlusconi fa le quattro del mattino. Poi dice a tutti che resterà in Italia per occuparsi della crisi Alitalia, ma invece si rifugia in un centro benessere con le amiche. E ci resta per quattro giorni. Vasco Rossi direbbe che la sua è una vita esagerata e spericolata. Per questo adesso le ipotesi di complotto lasciano il tempo che trovano. Anche se la D’Addario fosse stata pagata da qualcuno, una cosa è certa. Silvio Berlusconi si è incastrato da solo.