venerdì 30 aprile 2010

PUNTI DI VISTA

CITAZIONE AGGIORNATA

Collusioni e schiena dritta


di Luigi De Magistris

Se il potere politico elimina l’autonomia e l’indipendenza della magistratura crolla lo Stato di diritto, muore la democrazia. Solo un magistrato libero può dare concretezza all’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Solo un magistrato che intende essere indipendente può esercitare il controllo di legalità; quando, invece, la magistratura partecipa alla gestione del potere diviene fondamenta del sistema intriso di corruzione e mafia.

L’Italia ha già conosciuto diverse magistrature. Il procuratore della Repubblica di Palermo, Gaetano Costa, ammazzato da Cosa Nostra perché lasciato solo dai magistrati della sua stessa Procura che non vollero firmare con lui gli ordini di cattura contro i mafiosi. Il consigliere Rocco Chinnici – capo dell’ufficio istruzione di Palermo – dilaniato da un’autobomba mentre parte della magistratura palermitana voleva che affossasse con fascicoli il giudice istruttore Giovanni Falcone in modo tale che non si potesse occupare di Cosa Nostra. Quest’ultimo e Paolo Borsellino osteggiati e dileggiati nel Palazzo di Giustizia di Palermo, poi divenuto noto come “il palazzo dei veleni”, quali giudici protagonisti. Erano protagonisti della lotta alla mafia, organizzazione che, invece, veniva protetta da ambienti giudiziari palermitani.

Oggi, vi sono magistrati collocati in uffici direttivi strategici che si rendono autori di fughe di notizie per favorire indagati eccellenti; che operano per ostacolare indagini condotte da altri magistrati; che sottraggono fascicoli; che colludono per distruggere i veri servitori dello Stato.

Magistrati che applicano la Costituzione e altri che la mortificano; alcuni indipendenti e altri che nell’andare a braccetto con la politica si accomodano nelle stanze dei bottoni dei ministeri; magistrati dell’associazione nazionale magistrati e del Csm che invece di tutelare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura prendono “ordini” dai poteri forti, non di rado massonici, anche per ostacolare altri magistrati.

Magistrati controllori e controllati allo stesso tempo. Lo scandalo degli incarichi extra-giudiziari dei magistrati del Tar e del Consiglio di Stato è illuminante. Un’enormità di magistrati che invece di esercitare la giurisdizione nell’interesse dei cittadini si piegano a logiche di potere per consolidare il loro e per rimpinguare le loro tasche. 2000 incarichi l’anno per meno di 500 magistrati. Uno scandalo.

Filamenti gelatinosi di un variegato giro di affari che necessita delle coperture formali dell’amministrazione che foraggia lautamente. Man mano che l’organizzazione extra-istituzionale si espande, nella giustizia amministrativa si comprime, fino a mete lillipuziane, l’organizzazione giurisdizionale. Quando la toga diviene un mezzo per indossare un altro vestito la sua misura e forma si deve adattare. Udienze e sentenze dovranno essere disciplinate in ossequio alle esigenze degli incarichi extra.

Molti giudici vivono carriere parallele: quella grigia in magistratura e quella aurea nei vellutati piani nobili ministeriali, come consulenti, quali capi degli uffici legislativi o capi di gabinetto, sempre più in alto e più lontano dalla giurisdizione. Carriere parallele e guadagni paralleli.

Talvolta basta conquistare un arbitrato “giusto” per ricavare più che da dieci anni di stipendio. Giustificazione del regime: gli incarichi extragiudiziari si devono dare ai magistrati e non ad altri perché i magistrati sono indipendenti. Già, ma così diventano dipendenti da chi glieli fa avere, mantenere e aumentare. Questo è il Paese in cui diventa consigliere di Stato l’ex capo del Sismi Pollari, coinvolto in gravissime vicende giudiziarie; in cui diviene giudice del Tar l’ufficiale della Guardia di finanza Brunella Bruno, già coinvolta nell’indagine Why not illegalmente sottratta proprio da magistrati collusi con i poteri; questo è il Paese dei togati coinvolti nelle recenti indagini, tra cui quelle delle Procure di Firenze e Perugia: magistrati della Procura di Roma, del Consiglio di Stato, della Corte dei Conti. Un’orgia del potere.

Chi osa indagare sul marcio esistente anche in magistratura salta, come dinamite. Chi osa viene ghettizzato e additato quale scheggia impazzita; massacrato da uno stillicidio di procedimenti disciplinari da santa inquisizione del Terzo millennio; con la violenza di piegare il dissenziente, l’onesto, intimidire la massa, rafforzare i pavidi e garantire l’impunità ai corrotti.

Nella magistratura amministrativa chi non accetta di entrare nel “sistema” non volendo gli incarichi extragiudiziari è un deviato che va punito.

Nella magistratura ordinaria chi indaga sui colleghi che sono nel sistema criminale va fermato: con lo scippo delle inchieste, i trasferimenti illegittimi, la sottrazione delle funzioni. Chi osa denunciare pubblicamente questo sistema criminale viene, a sua volta, criminalizzato. Ad un magistrato che afferma che una parte della magistratura in Calabria è collusa – come ha dimostrato la Procura di Salerno verificando che le inchieste Poseidone e Why not erano state sottratte in maniera criminale a quello stesso magistrato –, in uno dei tanti procedimenti disciplinari ai quali era stato sottoposto, la Procura generale della Cassazione – ufficio nel quale vi sono alcuni magistrati che praticano le tecniche di neutralizzazione di quelli onesti che si oppongono al sistema – ha sostenuto che denunciare l’illegalità significava rendersi responsabile del reato di cui all’art. 290 c.p., in quanto si disprezzava l’intera magistratura.

No, signor procuratore generale: si difendeva l’indipendenza della magistratura che non piega la schiena come vuole la Costituzione nata dalla Resistenza.

Occhio alla penna


di Marco Travaglio

Diciamo subito, a scanso di equivoci, che il presidente della Repubblica ha fatto benissimo a respingere al mittente, sia pure soltanto per qualche chiarimento, il decreto Bondi sui teatri lirici.

Il nome dell’autore, James Bondi, che l’altra sera abbiamo visto in stato particolarmente confusionale a Ballarò, è una garanzia di non promulgabilità. Più in generale, l’espressione “respinto al mittente” associato al nome Napolitano a proposito di un qualunque provvedimento governativo, è musica celestiale per le nostre orecchie: tanto più celestiale in quanto rara.

Ma qualche domanda, a questo punto, s’impone. Il decreto sui teatri d’opera era in gestazione da mesi, tant’è che aveva sollevato le proteste di tutti gli enti interessati, a cominciare dagli orchestrali di Bologna. C’era insomma tutto il tempo per esercitare la famosa “moral suasion”: quella prassi, da noi più volte criticata, che vede il capo dello Stato impegnato a persuadere il governo a cambiare una legge o un decreto prima che venga approvata/o, onde evitare uno “scontro istituzionale” al momento della firma o della non-firma.

Questa volta, invece, pare che nessuna moral suasion sia scattata e che il presidente abbia lasciato andare il ministro fino in fondo, salvo poi respingergli la legge. Dobbiamo dedurne che è finita l’èra della moral suasion, o che sulla decisione hanno influito le uova che l’altro giorno volavano ad altezza uomo all’ingresso del Teatro alla Scala, presidiato dalle maestranze inferocite?

In entrambi i casi, c’è di che esultare: sia nel caso in cui il presidente abbia deciso di attendere silente i provvedimenti del governo e del Parlamento e di giudicarli soltanto alla fine, senza partecipare con improprie “consulenze” che lo trascinano nella confezione delle leggi e dei decreti, lo trasformano in coautore dei medesimi e lo condizionano al momento della valutazione finale; sia nel caso in cui abbia ascoltato la rabbia della piazza.

Nel secondo caso, si dimostrerebbe che è cosa buona e giusta “tirarlo per la giacca”, condotta sempre aborrita come disdicevole e quasi eversiva dai giornali pompieri e dai diversamente concordi del Pd.

Già che ci siamo, azzardiamo un secondo interrogativo tutt’altro che impertinente: fermo restando che Napolitano fa benissimo a respingere un decreto che non lo aggrada, siamo proprio sicuri che abbia fatto benissimo a firmarne tanti altri? Possibile mai che le uniche leggi meritevoli di non essere firmate, in quattro anni di presidenza Napolitano, fossero quella sull’arbitrato nei contratti di lavoro e quella sugli enti lirici? E le norme razziste sulla schedatura dei bambini rom? Sul reato, anzi sul non reato di clandestinità? Sugli aumenti di pena per i delitti degli extracomunitari, puniti più severamente degli stessi reati commessi dagli italiani? E il recente decreto salva-liste che addirittura modificava le norme elettorali in piena campagna elettorale, in barba alla legge del 1988 che proibisce la decretazione in materia elettorale e al principio cardine per cui le leggi regionali non sono riformabili dal governo centrale? È solo un caso se le uniche due leggi respinte dal Quirinale sono fra le pochissime che non riguardano gl’interessi aziendali, processuali o elettorali del presidente del Consiglio?

Ieri Massimo D’Alema, intervistato dal Corriere, è riuscito a dare ragione a Napolitano anche a proposito dell’intemerata dell’altro giorno ai magistrati: non si può “difendere tutto quello che fanno i magistrati”, bisogna avere il coraggio di criticarli quando “diventano parte del gioco politico”.

Ecco, sarebbe interessante sapere quando, chi e come, nella magistratura, ha invaso il sacro suolo della politica: indagando affaristi che, in combutta con politici, scalano illegalmente banche, o rubano fondi pubblici in Calabria, o procurano case gratis a ministri? Non sarà che, più che magistrati che invadono il campo politico, abbiamo politici che invadono il codice penale? Così, tanto per sapere.

LA MIA VITA DENTRO. Le memorie di un direttore di carceri

a cura di Francesco De Filippo, Roberto Ormanni

Anno: 2010

Euro: € 14,00

N° pagine: 203

Edizioni: Infinito

È la prima volta che a parlare del carcere è un direttore di professione che di penitenziari ne ha visti di tutti i tipi: Luigi Morsello per 36 anni è stato direttore di sette case di reclusione, un istituto minorile ed è stato in “missione” come funzionario dirigente in altre ventidue carceri italiane. Dai penitenziari di massima sicurezza a quelli di “custodia attenuata” per il reinserimento dei detenuti. La storia passa anche attraverso le prigioni e gli anni raccontati dall’integerrimo direttore sono quelli che vanno dal 1969 al 2005, anni bui per l’Italia e per il carcere. Istituzioni totali, così sono qualificati gli istituti penitenziari da numerosi studiosi, ma la definizione non coglie il flusso della vita che si svolge dentro “l’interscambio tra custodi e custoditi” e trascura anche la considerazione del “vissuto di ogni detenuto prima del suo ingresso nell’istituto e che egli porta, irrimediabilmente e spesso faticosamente, con sé”.

Cosa fa un direttore di carcere, quale è la sua ‘missione’ quali i rapporti tra direttore e agenti di custodia? Parte con il rispondere a queste domande il testo, poi, mano a mano si inoltra nei luoghi del carcere e nell’esperienza di lavoro di Morsello che percorrono anche gli anni di Piombo.

Il direttore parla di sé del male oscuro che lo ha colpito negli anni, la depressione, dei suoi istinti suicidi, del tentato suicidio nel carcere di Pavia nel 1992, delle continue vessazioni subite e della malattia che il 21 gennaio del 2003 gli diagnosticarono “disturbo bipolare dell’umore”. Custodire e rieducare, una difficile sintesi, due finalità che sembrano in contrasto tra loro e che solo rigore e umanità possono comporre. “L’autore che di istituti ne ha diretti tanti in diverse regioni d’Italia, abbraccia circa mezzo secolo – scrive nella postfazione Pierluigi Morini, psicologo consulente della Casa circondariale di San Vittore – svela i sottili particolari del complesso e solo apparentemente caotico dispositivo carcere con una testimonianza storica lucida e attenta al contesto sociale e culturale del ‘fuori’.

http://www.infinitoedizioni.it/

REATI INFORMATICI E DIFFAMAZIONE A MEZZO INTERNET

Un lettore racconta che su un forum è stata inserita la storia che vedeva contrapposti due conoscenti a causa di un torto che l’uno aveva fatto all’altro. La vicenda veniva riportata sotto il titolo “ti sputtano” e nonostante, successivamente, i due erano giunti ad un accordo e il torto “sanato”. Dunque, il lettore si chiedeva se in questi casi la “vittima” di questa storia, lo “sputtanato”, avesse potuto presentare una denuncia per diffamazione. La richiesta ci offre l’occasione per fare il punto su diffamazione e internet. Una questione che di questi tempi assume sempre più spesso rilevanza.

di Roberto Ormanni

Anzitutto va chiarito che tra reati informatici e diffamazione via Internet non c'è alcun nesso. I reati informatici (a proposito: un reato è sempre e solo penale, dunque parlare di "reato penale" è sbagliato e tautologico) sono alcuni reati "nuovi" possibili attraverso l'uso della specifica tecnologia (la clonazione della carte di credito, il phishing, il furto d'identità ecc.) nonché alcune fattispecie di reato "antiche" (truffa, minacce, violazione di segreti industriali ecc) che però assumono nuove connotazioni attraverso Internet.

In questo caso il fatto di aver commesso uno di questi reati grazie a Internet costituisce un'aggravante della pena. Questo perché il legislatore, giustamente, ha ritenuto che la Rete costituisca uno strumento che, di per sé neutro, può diventare un pericoloso "grimaldello" per entrare nella vita delle persone proprio approfittando dell'affidamento che esse ripongono in un mondo, quello telematico, che viene normalmente inteso come utile. E' un po' come l'aggravante prevista per i casi di violenza su minori quando questa violenza è esercitata da maestri, istruttori, istitutori o da coloro che li hanno in affidamento e cura. Come dire: tu sei quello che devi proteggerli e proprio tu te ne approfitti facendo leva sul senso di affidamento e sicurezza che i ragazzi riponogno in te? Allora paga più caro la tua malefatta.

Venendo al caso, certamente si può configurare la diffamazione, ma non perché sia stato adoperato il termine "sputtano", o almeno questa non è la questione principale. La parola in sè non è mai diffamatoria o ingiuriosa, a meno che non sia tra quelle comunemente ritenute volgari e gratuitamente offensive. La parola, filosoficamente parlando, è come la ricerca sull'atomo (o come Internet): di per sé è neutra, ciò che conta è l'uso che se ne fa. E guai se non fosse così.

In questo caso il punto è un altro: affinché si configuri diffamazione è necessario che la reputazione di qualcuno venga danneggiata agli occhi di più persone contemporaneamente (se si trattasse invece di una sola persona sarebbe ingiuria).

Attenzione: il diffamato non deve dimostrare che effettivamente più persone abbiano in concreto letto l'affermazione diffamatoria. E' sufficiente che lo strumento adoperato per divulgarla sia potenzialmente capace di raggiungere più persone contemporaneamente e indipendentemente dalla volontà di chi scrive o parla. Come nel caso di Internet.

Detto questo, come si evince anche dalla ricerca fatta da Madda, affinché vi sia diffamazione in teoria non ha importanza che il fatto narrato sia vero o falso. Ciò che importa è che il fatto, anche se vero, "oggettivamente" danneggi la reputazione del soggetto di cui si parla ("contro" cui è raccontato). A questo punto però intervengono, giustamente, delle garanzie, costituzionalmente protette, relative alla libertà di espressione (siccome si tratta di garanzie costituzionali, nella cosiddetta "scala delle leggi" - quella che Calamandrei chiamava scala di durezza delle norme - le garanzie sono più forti, dure, resistenti di quelle apprestate da una legge ordinaria, come la legge sulla stampa del 1948 e le sue successive modifiche).

Tali garanzie prevedono che, in sede di giudzio, il giudice possa valutare la verità del fatto narrato come "scriminante della pena", ossia come causa in base alla quale, pur configurandosi il reato, non viene applicata alcuna sanzione perché, in soldoni, non sarebbe giusto punire qualcuno per aver detto la verità.

Il discorso però non è così semplice: affinché infatti possa essere evitata la punizione, occorre che vi sia un interesse oggettivo e pubblico alla conoscenza di quel fatto. Ad esempio se io racconto che il signor B ha messo le corna alla moglie, anche se ciò è vero non eviterò la pena perché alla gente non frega niente di sapere le faccende private del signor B. Ma se il signor B è, ad esempio, il sindaco, e le corna gliele ha messe usufruendo del potere che gli deriva dall'essere rappresentante dei cittadini, questa circostanza rende il fatto degno di essere narrato e fa sorgere da un lato il diritto di quei cittadini a conoscerlo per poter esercitare il loro potere di controllo e di valutazione dei propri rappresentanti, e dall'altro il diritto di chi lo racconta a raccontarlo. Il fatto che poi da ciò derivi anche un danno alla reputazione del sindaco, passa - in pratica - in secondo piano: cede il passo al superiore interesse dei cittadini a conoscerlo. E dunque elimina la possibilità di essere puniti per averlo raccontato.

Esiste inoltre un ulteriore diritto di chi racconta fatti che riguardano "pubblici ufficiali", ossia coloro che agiscono in nome e per conto della pubblica amministrazione o comunque di un ente di interesse pubblico: il diritto a provare la verità del fatto. La prova della verità è ammessa soltanto quando il diffamato ha la qualfica di pubblico ufficiale: rappresentante politico, amministrativo, magistrato, funzionario, poliziotto, carabiniere, vigile urbano e così via. Attenzione però: questo non vuol dire che si possono raccontare i fatti privati dei pubblici ufficiali in qualunque caso. E' sempre necessario che tali fatti, anche e privati, abbiano una "ricaduta" sul ruolo, sulla funzione o sui comportamenti. Ad esempio un architetto o un ingegnere, o un geologo che deposita una perizia relativa allo stato di un terreno, attraverso la quale il proprietario del suolo ottiene il permesso di costruire, è un privato cittadino ma relativamente al suo ruolo di "certificatore", di perito, è un pubblico ufficiale. Se dunque si scoprisse che quella perizia dice il falso perché in cambio il proprietario del terreno, oltre a pagargli l'onorario legittimo per il lavoro, ha regalato una crociera all'ingegnere, o gli ha fatto trascorrere una notte con una donna bella e disponibile, questo fatto può essere raccontato perché c'è una stretta relazione tra le due cose.

Anche un medico è, per esempio, pubblico ufficiale limitatamente a ciò che attesta nel referto o sulla cartella clinica.

E allora, tornando al forum dove si racconta del torto, il punto non è che il torto sia stato o meno eliminato e riparato (si può anche raccontare di qualcosa che è successo tanti anni fa) ma che non c'è alcun interesse pubblico a conoscere quella vicenda. E se il racconto causa un danno all'immagine, alla reputazione, del "protagonista", allora c'è diffamazione anche se la storia è vera ed è stata raccontata correttamente.

Diverso sarebbe stato se invece che in Rete la vicenda fosse stata raccontata in una lettera da un amico. Quando la comunicazione è diretta a una sola persona, si "scende" dalla diffamazione all'ingiuria: per esserci ingiuria il fatto raccontato DEVE essere falso.

La natura "ontologica", come si dice in gergo tecnico, dell'ingiuria è la stessa della calunnia: si ha ingiuria quando la falsità su una persona viene raccontata ad un soggetto, si ha calunnia quando da un lato quel soggetto al quale viene raccontata è un'autorità di polizia o giudiziaria, dall'altro quando la falsità costituisce anche un'ipotesi di reato o di illecito civile o amministrativo. Ad esempio: Antonio ha un'amante può essere ingiuria se è falso, ma mai calunnia perché avere un'amante (per fortuna...) non è vietato da alcuna norma. "Antonio ha una relazione sessuale con una quindicenne" può essere invece, se è falso, ingiuria se viene scritto in una lettera indirizzata a Francesco, calunnia se la lettera viene spedita all'autorità giudiziaria (fino a 16 anni è reato). Se invece è vero non è ingiuria, non è calunnia ma, paradossalmente, potrebbe essere diffamazione se lo scrivo in Internet o sul giornale e Antonio è una persona di cui non frega niente a nessuno e il fatto che se la faccia con una quindicenne (oltre ad essere un reato, naturalmente) non incide in alcun modo su interessi collettivi. Ovviamente se invece Antonio viene processato in seguito a questa sua relazione, è chiaro che si può raccontare la storia (sempre con correttezza e senza esagerare con le parole e i contenuti: la diffamazione c'è anche quando le "forme" del racconto eccedono il... giusto).

Un'ultima osservazione: anche se l'autore del forum avesse eliminato il thread, ciò non avrebbe cancellato la diffamazione. Il reato di diffamazione infatti viene definito tecnicamente "istantaneo" e si consuma nello stesso momento in cui appare la notizia e questa è potenzialmente leggibile da chiunque. Eliminarla, così come correggerla o chiedere scusa, può incidere sull'irrogazione della pena o sulla sua determinazione, ma non sulla sussistenza del reato. E' come se un rapinatore, dopo aver svaligiato una banca, si presentasse dai carabinieri a confessare e restituire il denaro: questo non farebbe venire meno il reato di rapina, ma certamente inciderebbe, positivamente, sulla pena. Spero di essere stato chiaro, anche se un po' lungo...

Roberto Ormanni

Scajola, le nuove accuse L'appartamento e 4 testimoni contro


Quattro testimoni smentiscono la versione fornita dal ministro Claudio Scajola sull’appartamento acquistato a Roma, zona Colosseo, nel 2004. «Fu lui — dicono — a consegnare gli ottanta assegni circolari per un totale di 900.000 euro». Soldi che sarebbero stati messi a sua disposizione dal costruttore Diego Anemone. Si allarga l’indagine della magistratura di Perugia. E si concentra su 240 conti correnti gestiti dall’architetto Angelo Zampolini, al quale il costruttore si era affidato per alcune operazioni riservate. «Trasferimenti di denaro - dice l’accusa - effettuati nell’ambito di un’associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e al riciclaggio». Un percorso che li avrebbe già fatti approdare in alcune finanziarie di San Marino e in altri istituti all’estero. Gli investigatori della Guardia di Finanza hanno acquisito l’elenco degli appalti pubblici affidati al Gruppo Anemone, ma anche quello dei lavori effettuati privatamente per personaggi inseriti nelle amministrazioni dello Stato. Vogliono verificare se siano stati pagati da chi ne ha beneficiato o se invece siano la contropartita per favori ricevuti. Capitolo a parte riguarda alcune commesse che il giovane imprenditore — tuttora in carcere insieme ai funzionari delegati ai Grandi Eventi Angelo Balducci, Fabio De Santis e Mauro Della Giovampaola— avrebbe ottenuto dalla Santa Sede. Proprio come avvenuto con la cassaforte del sacerdote missionario don Evaldo, il sospetto è che in alcuni casi fosse riuscito a crearsi provviste di soldi contanti da distribuire in caso di urgenza.

Il doppio sopralluogo Il 6 luglio 2004 l’appuntamento tra Scajola e le due sorelle Papa proprietarie dell’appartamento per la stipula del rogito, venne fissato al ministero delle Attività produttive. «Avevo prelevato i circolari presso la Deutsche Bank e li portai al ministro», racconta ora Zampolini. Il resto lo aggiungono le venditrici: «Fu proprio Scajola a prendere i titoli e a consegnarceli. Ma nell’atto non figura questo passaggio perché ci eravamo accordati per denunciare soltanto 600.000 euro». La conferma arriva dal notaio Napoleone, interrogato qualche giorno dopo. Ma i controlli rivelano pure l’esistenza di un altro passaggio di soldi in contanti, ammesso dalle due donne: «Al momento di stipulare il preliminare, Scajola ci consegnò 200.000 euro, che noi ci dividemmo in parti uguali». Denaro di cui al momento i finanzieri ignorano la provenienza e del quale si chiederà conto proprio al ministro. A conti fatti, c’è dunque la dimostrazione che la casa costò un milione e 700 mila euro e non 600.000 come Scajola aveva invece pubblicamente dichiarato la scorsa settimana. È stato proprio Zampolini a rivelare di fronte ai pubblici ministeri i dettagli della trattativa. «Diego Anemone — ha messo a verbale —mi incaricò di trovare un appartamento per Scajola. Di questa vicenda era informato anche Angelo Balducci. Inizialmente visionammo un altro immobile nella zona del Gianicolo, ma il ministro mi spiegò che non gli piaceva e così gli proposi quello al Colosseo che poi effettivamente venne acquistato. La procedura fu quella seguita solitamente: versai sul mio conto corrente i soldi messi a disposizione da Anemone e poi provvidi a prelevarli sotto forma di assegni circolari».

Le provviste segrete I 240 conti che l’architetto utilizzava per «mascherare» le operazioni, potrebbero adesso rivelare se ci siano altri politici e uomini pubblici beneficiati da Anemone. Messo di fronte alle evidenze che emergono dai tabulati acquisiti presso le banche, Zampolini ha accettato di collaborare con gli inquirenti e questo potrebbe anche convincere i pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi a sollecitare davanti al Riesame una misura diversa dalla custodia cautelare in carcere, come invece era stato inizialmente richiesto. Il giudice ha respinto l’istanza — che riguardava pure il commercialista Stefano Gazzani e il commissario dei Mondiali di nuoto Claudio Rinaldi—ritenendo che questa parte dell’inchiesta debba essere trasmessa a Roma per competenza e il 13 maggio si pronuncerà il collegio del tribunale. Al momento è stato scoperto l’acquisto di quattro appartamenti: oltre a quello di Scajola, due sono stati intestati al generale delle Fiamme gialle in servizio all’Aisi Francesco Pittorru, e uno a Lorenzo Balducci, il figlio del Provveditore che di professione fa l’attore. Il sospetto è che quelle centinaia di depositi intestati all’architetto siano stati in realtà utilizzati da Anemone per altri acquisiti immobiliari o comunque per versare tangenti in cambio degli appalti ottenuti. L’imprenditore ha ottenuto negli anni passati il Nos, il certificato di "nulla osta di segretezza" che gli ha consentito di aggiudicarsi lavori cosiddetti "sensibili", vale a dire la ristrutturazione o la costruzione di edifici per il ministero dell’Interno, per quello della Giustizia comprese alcune carceri, e per i servizi segreti. Ora si stanno riesaminando le procedure di affidamento dei lavori pubblici. Ma si sta anche analizzando l’elenco degli incarichi "privati" portati a termine dal gruppo per stabilire se possano rappresentare una contropartita.

Gli immobili del Vaticano Con alcuni prelati, così come confermato nelle scorse settimane anche da Don Evaldo - economo della Congregazione del preziosissimo sangue - Anemone aveva certamente buoni rapporti. Conoscenze ereditate da suo padre e probabilmente agevolate anche da Balducci — fino all’arresto gentiluomo di Sua Santità—che gli hanno consentito di ottenere l’incarico di ristrutturare interi stabili e anche di costruire alcuni palazzi. I magistrati vogliono accertare se — proprio come accaduto con don Evaldo — anche in altri casi Anemone abbia preferito non farsi pagare subito riuscendo così a crearsi una provvista di soldi contanti da utilizzare per eventuali emergenze. Con il sacerdote sono state registrate numerose conversazioni telefoniche e durante uno di questi colloqui, che precedeva di poco un appuntamento con il capo della Protezione civile Guido Bertolaso, l’imprenditore disse che aveva bisogno urgente di 20.000 euro.

Fiorenza Sarzanini

30 aprile 2010

Da Scajola chiarimenti necessari Dopo sospetti e nuove accuse


Una settimana fa, quando si è parlato per la prima volta della somma di 900.000 euro che l'imprenditore Diego Anemone gli avrebbe messo a disposizione nel 2004 per comprare un appartamento a Roma, il ministro Claudio Scajola ha affermato che la notizia «è destituita di ogni fondamento». Ora che l’architetto Angelo Zampolini, accusato di aver fatto da mediatore nell’operazione immobiliare, ha confermato di fronte ai pubblici ministeri di Perugia il passaggio del denaro svelandone i dettagli, lo stesso ministro parla di «attacco senza precedenti a me e alla mia famiglia».

Poi avverte: «Non mi lascerò intimidire». Capita spesso che i politici e i funzionari dello Stato coinvolti in indagini giudiziarie gridino al complotto senza però indicare chi sarebbero i burattinai che tessono oscure trame. «Non sono indagato», sottolinea Scajola. È vero, almeno per quanto risulta sino ad ora. Le carte processuali rivelano che la Guardia di Finanza era stata delegata ad esplorare i conti correnti di alcuni professionisti sospettati di aver gestito, e in qualche caso riciclato, i soldi di Anemone. Nell'ambito di questo accertamento è saltato fuori il documento di acquisto di quella casa. E si è deciso di saperne di più acquisendo gli atti notarili e interrogando le persone che avevano preso parte alla compravendita. Comprese le due sorelle, benestanti signore romane, che avevano venduto l'immobile. Sono state proprio loro a ricordare di aver ricevuto direttamente dal ministro ottanta assegni circolari per un totale di 900 mila euro che servivano a perfezionare l'accordo. E in questo modo hanno confermato come il ministro fosse consapevole di utilizzare una cifra messa a disposizione dal costruttore. Scajola afferma di aver «troppo rispetto per la magistratura per entrare nel merito della vicenda».

In realtà una spiegazione sembrerebbe a questo punto opportuna, viste le nubi che rischiano di addensarsi sul passato incarico di ministro dell'Interno e sull’attuale carica di responsabile del governo per lo Sviluppo Economico. Soprattutto tenendo conto che nel corso degli anni Anemone ha gestito per conto del Viminale, e non solo, svariati lavori. Pur con le dovute cautele di fronte a un'indagine ancora in corso, gli elementi che stanno emergendo richiederebbero un chiarimento su quanto è davvero accaduto. Anche perché il solo sospetto di aver ricevuto soldi da un imprenditore che ha ottenuto appalti milionari, spesso a trattativa privata, è un’ombra che un uomo pubblico dovrebbe rimuovere al più presto.

Fiorenza Sarzanini

30 aprile 2010

Siamo tutti gattopardi


di Leonardo Sciascia

La sera del 9 luglio 1943, nel caffè che ormai da mesi il proprietario apriva soltanto per amore della conversazione, altro non offrendo agli avventori che gazose, il signor Chiarenza, impiegato municipale, accese la radio, girò la lancetta velocemente cogliendo un orizzonte di note e di sillabe, d’improvviso la fermò su una parola italiana, una frase, un discorso. La voce era lontana, soffocata; sembrava galleggiare su un mare in tempesta. Ma quel che diceva della guerra, del fascismo, di Hitler sembrava abbastanza sensato, abbastanza vero. Il signor Chiarenza approvava muovendo la testa, gli altri si facevano attenti. Il più pronto a prendere coscienza di quel che stava accadendo fu il brigadiere. Una prontezza professionale. Si alzò e spense la radio con un colpo secco; girò terribile sguardo sulle facce degli avventori, lo fermò su quella, innocente e sorpresa, del signor Chiarenza. «Lei ha preso radio Londra» disse, sibilando collera. «Davvero? » fece il signor Chiarenza. «Radio Londra» disse ancora il brigadiere. «Non lo sapevo» disse l’altro. «Non lo sapeva, ma approvava» disse il brigadiere. «Per approvare, approvavo»; ammise il signor Chiarenza «però credevo fosse una stazione italiana». «Una stazione italiana!» il brigadiere quasi soffocava. «E le cose che ha sentito lei crede che potessero venire da una stazione nostra?». «Le abbiamo sentite tutti» precisò il signor Chiarenza. «Già» disse il brigadiere: e nella sua espressione la collera si ritirò per cedere alla preoccupazione, all’indecisione. «Se vuole» offrì con angelica comprensione il signor Chiarenza «posso rompere la radio». Il brigadiere si precipitò fuori. Così a R., paese a una ventina di chilometri dal mare di Porto Empedocle e a poco più da quello di Licata, qualche ora prima che le forze alleate mettessero piede sulle spiagge siciliane, il fascismo finiva.

E come tutti sentissero preciso avvertimento dell’ora che stava per scattare, non è possibile capire attraverso una giustapposizione di elementi concreti. Si sentiva, ecco tutto. E gli storici possono rompersi la testa, a tentare di capire comemai un segreto rigorosamente custodito al vertice degli eserciti alleati non fosse per tanti siciliani un segreto. Verso la mezzanotte, dai balconi e dalle terrazze del paese, tutti quelli che vi si attardavano per cogliere, dopo l’affocata giornata, i freschi refoli notturni, videro dalla parte di Licata il cielo farsi luminoso. Pareva che la luna si fosse schiantata alla marina, che continuasse a bruciare del suo tranquillo fuoco bianco sull’orlo dell’isola. Gli americani stavano sbarcando, ne fummo tutti certi. E si aveva il senso che quella luce lontana fosse come di una festa; che gli americani— gli zii, i nipoti, i cugini d’America — facessero splendere la volta notturna in gloria di quei santi neri e barbuti per i quali sempre avevano mandato, tra i foglietti delle lettere ai parenti o al parroco, il biglietto da cinque o da dieci dollari. L’alba spense quella luce. Ma dello sbarco degli americani ebbero certa notizia i carabinieri, i soldati. Le campane suonarono a martello, il banditore gridò per le strade lo stato di emergenza. Il cielo cominciò a vibrare del ronzio di un aereo: si avvicinava e svaniva, continuamente, senza che si riuscisse a scorgerlo; e finalmente, con un breve crepitio di mitraglia, comparve tra le case. Era di forma inconsueta, a due code (si chiamava, seppimo dopo, B 29): e doveva, per tutta una settimana, rappresentare una specie di legame tra il paese, isolato e ansioso, e la realtà della guerra, della invasione, della presenza americana. E che quella breve sventagliata di mitraglia avesse, al margine del paese, ucciso un carrettiere e ferito un bambino, i più erano disposti a considerarlo un errore: l’americano si era ingannato; dall’alto chi sa che gli era parso, quel carretto.

I soldati, intanto, non sapevano che fare. Ad ogni buon conto, si misero in giro a cercare vestiti. Bussavano con esitazione, timidamente chiedevano: si accontentavano di un pantalone, di una camicia; col caldo che c’era non avevano bisogno di giacca. Pensando ai figli lontani, ai mariti, ai fratelli — e che altrove, dovunque si trovassero, su loro si riversasse uguale pietà — le donne del paese tiravano fuori dagli armadi e dalle casse vestiti vecchi e nuovi. E il riconoscimento di coloro che appena avevano lasciato la divisa militare poteva essere fatto a fiuto, per il dolciastro odore di naftalina che quei vestiti emanavano. Quel giorno, nell’ora in cui tutti si sedevano per buttar giù le quattro forchettate di lasagne fatte in casa, si sentì per le strade la voce di un vecchio fascista, irreale, patetica, gridare: «Li abbiamo respinti, li abbiamo ributtati a mare». In ogni casa la notizia fu, con lievi varianti, commentata da un ironico e compassionevole: «Sì, con le corna che hai in testa». E scendendo infatti la controra, la sonnolenza e il silenzio che qui sempre succede al pasto meridiano, affiorò netto il tonfo delle cannonate: e non c’era dubbio, secondo quelli che avevano fatto una guerra, che quei colpi cadessero a non più di quindici chilometri, in linea d’aria. Del tutto rassicuranti furono poi le notizie che portò un venditore ambulante. Era scappato, all’alba, da Licata: un po’ a piedi, un po’ su un camion militare, era riuscito a tornare a casa. Pieno di stupore, quasi allucinato, raccontava di aver visto il mare, fin dove l’occhio arrivava, fitto di navi. Ripeteva: «Cornuto! E come voleva vincere?». Quelli che lo ascoltavano, quasi tutti sorridevano con approvazione; qualche fanatico, che ancora c’era, fingeva di non capire a chi quell’insulto fosse diretto. All’ospedale del paese, verso sera, arrivarono una ventina di feriti. Erano del X Bersaglieri, quasi tutti veneti. Il reggimento (o forse un solo battaglione) valorosamente aveva resistito a più di un urto, ma poi era stato annientato. I feriti, quasi tutti in grado di camminare, sembravano più smarriti che sofferenti. E avevano fame. Poi passarono i tedeschi: seduti per quattro sugli autocarri, l’arma al piede, zuppi di sudore ma immobili, impassibili. Venivano dalla parte di Aragona e andavano verso il fronte di Licata. La gente, preoccupata, contò gli autocarri: cinque, sei, un’automobile scoperta con due ufficiali. «Non ce la fanno... Ma vedi però che ordine».

Tornarono indietro che era già notte: evidentemente, avevano visto persa la partita. Da quella sera, per sei giorni di fila, non ci fu che il lontano tuonare delle cannonate e quell’aereo a due code che ogni tanto, per rompere la noia, scendeva a sgranare quattro colpi sempre oltre le ultime case: sui fichidindia, sui covoni di grano ammonticchiati nelle aie. La corrente elettrica non c’era più, nessuno si arrischiava a uscire dal paese: non si aveva notizia alcuna della guerra che dilagava nell’isola, soltanto il 14 (o il 15) uno era riuscito, da una radio a galena che aveva un soldato di passaggio, a sentire il bollettino di Roma: e che le forze d’invasione, superata la fascia costiera, si addentravano nella zona montuosa della Sicilia. E si era privi di tutto: di farina, non funzionando più i mulini; di verdura, ché gli orti erano appunto al margine del paese, dove il B 29 cercava bersagli; di frutta, grande risorsa che la stagione ci offriva per sopravvivere. Cominciavano a diventare cornuti gli americani, che non venivano. Il 16 luglio, di pomeriggio, gli americani finalmente apparvero. Fu davvero un’apparizione, quasi incredibile. All’estremità del corso, dove la facciata della Matrice lo chiude, davanti al caffè, una ventina di persone stava a godersi la striscia d’ombra che cominciava a cadere dalle case, e anche i carabinieri: ed ecco che all’altro estremo, nella deserta e abbagliante prospettiva, tenendosi al centro con un suo passo lento e guardingo, spuntò l’americano. Ai suoi lati, camminando sotto i balconi e coi fucili puntati alle imposte chiuse, c’erano altri soldati. Tutta la nostra attenzione era però incentrata su quello che camminava al centro: alto; il passo leggermente «fianchino», da cow boy; le braccia indolentemente scostate dal corpo, le mani quasi sospese: ma pronte, si sentiva, braccia e mani a scattare, a fare affiorare l’arma, il fuoco.

Gary Cooper quell’entrata non l’avrebbe fatta meglio. E per quei due o tre minuti che ci vollero perché la pattuglia arrivasse davanti al caffè, ci sentimmo come al cinema, che la visione sorgesse da uno schermo e magicamente penetrasse nella realtà. Gli americani puntarono i fucili sui carabinieri, che si erano alzati in piedi: la faccia pallida, affilata; lo sguardo sperso. Uno della pattuglia girò dietro a loro, con destrezza li disarmò delle pistole. Tutto si era svolto così velocemente, e in così attonito silenzio, che il grido di Gasparino Firetto «Viva la libertà!» fu come un crollo. Gasparino più volte aveva avuto a che fare coi carabinieri, piccole truffe, piccoli furti: e a vederli disarmare l’evviva alla libertà gli era venuto dal profondo. E il momento della sua più grande gioia stava per essere l’ultimo della sua vita, se il capo della pattuglia non avesse fermato il soldato che, credendo quel grido fosse di allarme, di resistenza, con una faccia improvvisamente stravolta di paura, fu sul punto di impiombarlo. Dal grido di Gasparino alla grande festa fu questione di minuti. Il corso si riempì di gente che pareva una domenica del tempo di pace, una grande bandiera a stelle e strisce ondeggiò sulla folla, cannate piene di vino la sorvolarono fino a raggiungere gli americani. «Viva la repubblica stellata!» gridò l’avvocato Calafato, con una voce che non aveva perduto timbro e forza da quando, sei anni prima, alla stazione, era riuscito a salire sul predellino del treno per gridare «Duce, per te la vita!» sotto lo sguardo fiero e paterno di Mussolini.

30 aprile 2010

giovedì 29 aprile 2010

Un nuovo rebus per Napolitano


di Lorenza Carlassare

La pervicacia della maggioranza di governo nel riproporre leggi dirette al medesimo scopo - salvare Silvio Berlusconi dai processi - sarebbe veramente apprezzabile se indirizzata a più nobili fini nell’interesse del paese. Più che l’arroganza colpisce la determinazione cieca con cui la maggioranza procede senza concedersi soste. È del 7 aprile la legge sul ‘legittimo impedimento’ - provvisoria, si legge ( art.2), in attesa di una legge costituzionale - che ripropone norme dichiarate illegittime già sottoposte dai giudici di Milano, come le precedenti, al controllo di costituzionalità. Una mossa e una contromossa si susseguono in questo pericoloso gioco che ha per posta il rispetto delle regole di una democrazia costituzionale. Il ricorso alla legge costituzionale sarebbe la mossa vincente che chiude definitivamente la partita a vantaggio della maggioranza la quale, usando il procedimento dell’art.138, ha l’ultima parola.

È proprio vero? È vero, come oggi si legge, che la scelta del ddl costituzionale risponde alle indicazioni della Corte Costituzionale che aveva bocciato il ‘Lodo Alfano’ perché approvato con legge ordinaria?

Alcune precisazioni sono necessarie. Da tempo (1988) e a più riprese la Corte costituzionale ha affermato che esistono limiti alla revisione costituzionale: i diritti fondamentali e i principi supremi.

Che il principio di eguaglianza sia fra questi non v’è dubbio alcuno. Nelle sentenze sui due ‘lodi’ precedenti ha affermato (n.24/2004) e ribadito (n. 262/2009) che “alle origini della formazione dello stato di diritto sta il principio della parità di trattamento rispetto alla giurisdizione”.

Va ancora sottolineato che in tali decisioni non è mai stato detto che se adottate con legge costituzionale quelle norme sarebbero state legittime, ha solo detto – rispondendo a ciò che le era stato chiesto com’è obbligata a fare - che la legge ordinaria non poteva regolare la materia delle prerogative, disciplinata dada norme di rango costituzionale. Ma soprattutto vi è un passaggio della sentenza che va sottolineato: gli istituti di protezione delle funzioni (immunità e simili) “non solo implicano necessariamente una deroga al principio di eguaglianza, ma sono anche diretti a realizzare un delicato e complesso equilibrio tra i diversi poteri dello Stato” E la “complessiva architettura costituzionale, ispirata al principio della divisione dei poteri e del loro equilibrio esige che la disciplina delle prerogative debba essere intesa come uno specifico sistema normativo, frutto di un particolare bilanciamento e assetto di interessi costituzionali”.

Vale a dire - mi sembra - che ogni modifica non solo spetta a leggi costituzionali, ma deve inquadrarsi in un sistema armonicamente, non rompendone la trama. Ora, tutta la materia delle ‘prerogative’ è strutturata sulla considerazione dei soli reati commessi nell’esercizio delle funzioni, non sui reati comuni. Potremmo pensare che il Presidente, immune possa, ad esempio, sparare da uno dei Palazzi sui passanti molesti? Una simile disarmonia non romperebbe il delicato ‘sistema’? Ammesso che i limiti alla revisione rendano incostituzionale la legge eventualmente approvata, quali sono i rimedi?

Il primo, questa volta, non è il presidente della Repubblica, ma il ‘popolo sovrano’: sulla legge costituzionale può essere chiesto un referendum entro tre mesi dalla seconda approvazione.

I cittadini che nel 2006 hanno bocciato la riforma pensata dai ‘saggi’ a Lorenzago ora potrebbero dire no alle immunità; non è neppure immaginabile che la seconda approvazione avvenga a maggioranza dei due terzi (che escluderebbe il referendum). In questo catastrofico caso, al momento di promulgare il presidente della Repubblica si troverebbe in una difficile posizione.

Il rifiuto assoluto gli è consentito soltanto nel caso estremo di attentato alla Costituzione, e questo non lo è.

È anche discusso se il potere sospendere la promulgazione rinviando la legge alle Camere sia esercitabile quando si tratti di una legge costituzionale; per la complessità della procedura che dovrebbe rimettersi in moto e, qualcuno dice, perché di fronte ad un’eventuale maggioranza dei due terzi col consenso delle opposizioni non sembra che egli possa formulare obiezioni.

Questo argomento convince poco: il consenso delle opposizioni, l’accordo condiviso, riguarda il piano politico ma non significa nulla sul piano della legittimità. Su alcune cose, le ‘protezioni’ e gli ‘scudi’ in particolare (ha ricordato Franco Cordero in un’intervista a questo giornale) non sono mancate responsabilità ‘condivise’.

SPERANZA FONDATA?

Sabina folgorata sulla strada dell'Aquila


di Alessandra Mammì

Il dolore dei terremotati. La speculazione. Il potere della propaganda. Il ruolo di Berlusconi. La Guzzanti parla del nuovo film: 'In Abruzzo si capisce come si può costruire una dittatura'. Colloquio con Sabina Guzzanti

Nei giorni del terremoto, ci avevo creduto anch'io che il governo stesse reagendo bene all'emergenza. Tenevo a bada il mio antiberlusconismo, e mi ripetevo: chissà, stavolta, forse...".

Poi, però, è partita per l'Aquila Sabina Guzzanti. Partita, come dice nel suo film, dopo i grandi della Terra, le suore, i boy scout, gli studenti e George Clooney. Partita in luglio a vedere quel terremoto che si era trasformato in evento mediatico e in gigantesca occasione di propaganda per un Berlusconi che, grazie alla tragedia, risaliva lentamente nei sondaggi.

Così, era partita la Guzzanti, senza un gran progetto, con una vaga idea di film, una troupe fatta di tre donne e una camera digitale, nessuna particolare aspettativa. Certo non quella di rimanerci impigliata quasi un anno, di accumulare 700 ore di girato, di vivere un'esperienza che lascia il segno e infine di conquistare un posto d'onore (special screening) al Festival di Cannes.

Ed ecco 'Draquila': un film che non fa ridere nonostante la nota e feroce capacità di satira della regista e il titolo apparentemente ironico. Un film che non fa piangere nonostante il tema e il sottotitolo 'L'Italia che trema'. Un film sul potere e non sul dolore. Un film duro, a volte sarcastico, ma strettamente logico che porta avanti come un treno la sua tesi. Ovvero: l'Aquila è un laboratorio; un test che dimostra come si possano cambiare i patti sociali, alterare i principi costituzionali e di fatto sparare allo Stato col silenziatore, in modo che i cittadini non se ne accorgano. Il tutto spiegato stavolta senza urli faziosi, ma con raggelata pacatezza. Ed è piaciuto ai selezionatori di Cannes questo linguaggio secco a ciglio asciutto, con una punta acida, da sana scuola Michael Moore: stessa voce fuori campo, stesse domande tanto pertinenti da diventare impertinenti, stessi siparietti grafici con fatti e numeri, stesso montaggio serrato di testimonianze, opinioni e facce diverse, ma tutte travolte dal soffio della storia.

Uomini e donne in tendopoli militarizzate costretti a seguire la dieta dell''attendato' (no alcol, né caffè, né Coca-Cola); i senzatetto con nuova casa assegnata dal premier innamorati persi di Berlusconi; il vecchio professore che fa resistenza barricandosi nel suo appartamento: "Se quelli ti pigliano sei finito"; l'urbanista, teorico delle newtown, che spiega come un centro commerciale è molto meglio di un centro storico e una feroce sequenza sulla tenda del Pd vuota di uomini ma con molta spazzatura e avanzo marcito di panino con frittata.

Niente sinistra, Protezione civile militarizzata e un premier che spopola. Cominciamo dalla solitudine del panino?

"Troppo splatter, tutto verde e muffo. Questo è un film rigoroso, il panino non l'abbiamo inquadrato".

Rigoroso e spietato. J'accuse di 93 minuti che va ben oltre L'Aquila...

"Questa è l'intenzione. L'Aquila è una cartina di tornasole del malessere del Paese intero. Ho visto tutti gli ingredienti della nostra crisi: l'assenza di un'opposizione; il dilagare della propaganda; la speculazione; la criminalità organizzata; l'indifferenza della gente; l'impotenza di chi cerca di far qualcosa e resta solo; lo Stato parallelo che nasce mentre quello vero neanche se ne rende conto. È un film su come si costruisce una dittatura".

Anche 'Viva Zapatero' era un film sull'arroganza del potere. Cosa cambia qui?

"Noi: popolo italiano. In cinque anni siamo cambiati molto. Non si vede più una capacità di reazione, si è affievolito il ricordo della vita democratica, se ne è persa finanche la nostalgia. Si reagisce all'indignazione adattandosi, ci si costruisce una vita parallela, piccole strategie di resistenza. È così che se all'Aquila ti dicono 'questo lo decide il capocampo', non ti viene da rispondere: 'Ma chi è il capocampo? Chi lo ha nominato? Che rappresenta? In base a cosa è pubblico ufficiale?'. Si obbedisce come se fossimo finiti tutti nel club di Topolino".

Che cosa le fa più paura in Berlusconi?

"A me non fa nessuna paura Berlusconi. Penso che sia uno squalo che come tale mangia tutto ciò che trova intorno. Non ho niente contro gli squali, sono creature come le altre, basta che stiano al loro posto in fondo all'Oceano. Se invece uno squalo passeggia in via del Corso, mi preoccupo".

Spiegazione della metafora?

"Berlusconi non è arrivato al potere con strumenti democratici, perché in democrazia non si può fare il premier controllando tv e giornali e gestendo in prima persona la propaganda. La cosa che più mi ha colpito all'Aquila è quanto la televisione sia stata più forte del terremoto. La gente non distingue più tra realtà e finzione, anzi la realtà televisiva è spesso più forte di quel che vedono e sentono. Donne raccontavano di aver imparato dai loro nonni a fuggire alla prima scossa, ma il 6 aprile sono rimaste nelle loro case, solo perché il telegiornale le aveva rassicurate. Un uomo ha perso due figli perché quella notte li ha rimessi nei loro lettini, convinto dai media che non ci fosse alcun pericolo. Terribile dirlo, ma la propaganda all'Aquila è stata più forte degli antenati e persino dell'istinto di sopravvivenza. Quando sono le gambe prima ancora del pensiero a farti scappare se la terra trema. È chiaro adesso di che potere sto parlando?".

Chiaro. Ma allora come mai nel film ha fatto parlare tanti berlusconiani pazzi del premier che mostravano la meraviglia della casa assegnata con tanto di pentole e spumante in frigo?

"Perché non sono faziosa come si dice. E volevo capire e ascoltare. Capire come si possa rinunciare a una bellissima città, fatta di persone e monumenti, di vita e memoria per sostituirla con diciannove quartieri senz'anima, spuntati dal nulla, ai bordi di una strada statale, lontani fra loro che aspettano solo un centro commerciale. Un tempo mi era impossibile anche pensare di parlare con uno che vota Berlusconi. L'Aquila mi ha cambiato, voglio parlare con tutti. E tutti avevano una gran voglia di parlare. Nessuna intervista è durata meno di un'ora. Spesso si dilungavano fino a tre, quattro ore. Ancor più spesso me ne andavo io, se no si faceva notte. È così che sono arrivata a 700 ore di girato".

Ma non la riconoscevano? Non la identificavano come un nemico?

"Non mi riconosceva quasi nessuno. Non apparendo su Canale 5, ho questo vantaggio. Mi chiedevano solo: 'Lei di che televisione è?'. Io rispondevo: 'Nessuna, stiamo facendo cinema'. E loro: 'Brava! E quando va in onda?'. Non c'era verso. Persino ai posti di blocco i militari insistevano: 'Va bene cinema, ma cinema di che rete?'".

Nelle note di regia però lei ha scritto: "Ho scoperto di amare questo Paese". Perché?

"Perché come l'Aquila questo Paese lo stiamo distruggendo. E come spesso accade, ti accorgi di quanto ami qualcuno e di quanto sia prezioso, solo quando lo stai perdendo. Oddio, non sarò mica diventata patriottica!".

(29 aprile 2010)

Perché la sinistra fa il tifo per quelli non di sinistra?


di Francesco Piccolo

In un’intervista data al Corriere della Sera di martedì, sono stato un po’ sbrigativo. È colpa mia: non sono bravo a dare interviste, mi immergo in discorsi lunghissimi e complicati e poi mi meraviglio se il giornalista prende il succo e non dà spazio a tutte le motivazioni (che sul Corriere prenderebbero forse lo stesso spazio che veniva concesso a Oriana Fallaci dopo i fatti dell’11 settembre). Però, insomma, mi sembra che venga fuori che per me uno dei problemi di questo paese sia Marco Travaglio (ipotesi molto suggestiva, tra l’altro, ma non veritiera). Il problema di questo Paese, è bene dirlo una volta per tutte, è Silvio Berlusconi.

Da lì, come un detonatore, derivano tutti gli altri. Insisto da tempo col dire che ci sono modi e modi di affrontare questo problema, e che questi modi segnano una diversità tra coloro che compongono la squadra del resto del mondo. E ho indicato, a proposito del tifo scomposto che stiamo facendo per Fini, coloro che non sono di sinistra e ai quali pure la sinistra si è completamente affidata. Ho citato Di Pietro e Grillo, motivando la mia incomprensione. E poi Travaglio, senza motivarla. Ecco. Ci tengo molto a chiarire questa cosa. Volevo soltanto dire che Travaglio, per la sua storia e anche per sua convinzione più volte espressa, non è di sinistra. E volevo dire che trovo molto curioso che tutto il popolo della sinistra si affidi ormai a persone che di sinistra non sono – e quindi procedono per ragionamenti piuttosto dissimili.

Cerco di fare un esempio: credo, come credono in molti, che Travaglio sia un giornalista di grande livello, per questo motivo mi è sembrato imperdonabile essere sbrigativo; mi ha impressionato, quelle poche volte che ci ho chiacchierato, la sua capacità di tenere a memoria tutti i fatti che accadono a tutti gli italiani con qualche forma di potere; come se li controllasse, tutti. Non credo di dire una cosa azzardata se affermo che la sua ossessione professionale siano i processi, in particolare quelli di Berlusconi. Bene, su questo informa fin nei dettagli nascosti.

Molte volte non condivido quello che scrive, più volte non condivido il modo derisorio con cui affronta la questione: sono convinto che chiamare Berlusconi «Al Tappone» crei certo complicità con il lettore, ma allo stesso tempo finisca per neutralizzare una percentuale di informazione seria che sta dando con dovizia di fatti (ma questa è un’opinione, fa parte di un confronto dialettico). Il grande (nel senso quantitativo) popolo della sinistra che lo segue da anni, un tempo si sarebbe fermato sulla soglia della questione politica - come nella sostanza aveva fatto perfino con Craxi, fino alle monetine (comprese): è o non è degno di essere il nostro presidente del Consiglio, di sedere in Parlamento, di svolgere attività pubbliche?

La risposta sarebbe stata chiara piuttosto presto, e da lì sarebbe dovuta partire una lotta democratica e tutta politica. Invece, articolo dopo articolo, complicità dopo complicità, il popolo di sinistra ha seguito Travaglio fin nelle sue ossessioni, che per lui sono professionali, ma per i suoi lettori rimangono ossessioni e basta. Il risultato è che adesso tutti parlano di processi, testimonianze, cassazione, prescrizione eccetera. Il risultato è che finisce per avere più importanza la motivazione del legittimo impedimento grazie al quale ogni volta Berlusconi non si presenta in aula, che tutte le questioni politiche di cui si rende colpevole ogni giorno. Non è un problema di Travaglio, ma di quello che la gente di sinistra è disposta a fare; quello che mi preoccupa (e che non mi piace) è ciò che Travaglio rappresenta, non la sua capacità di fare giornalismo. Ed è il risultato, inutile dirlo, del vuoto dentro il quale si trova la sinistra per la politica (non) espressa in tutti questi anni.

Bersani a Fini: "Noi disperati? Lui sia coerente" E il leader Pd attacca il ddl intercettazioni


Polemizza con Fini che definisce la sinistra "disperata". E annuncia una opposizione durissima al dl intercettazioni. Il leader democratico Pier Luigi Bersani, dai microfoni di Rainews24 parla anche di riforme e del "patto repubblicano" attorno alla Costituzione. "E' un appello che ho rivolto non solo al presidente della Camera e prima del suo strappo. Servono riforme ancorate alla Costituzione ed intorno ad essa si può costruire un patto repubblicano".

Sulle mosse del presidente della Camera si interroga anche Massimo D'Alema. Che, intervistato dal Corriere della Sera, sostiene che sarebbe un "errore" non comprendere che Fini è un interlocutore". Bersani, invece, è più freddo: "Faccia quello che ritiene, io credo però che debba mostrare la sua coerenza in passaggi parlamentari come i temi economici o norme come quella sulle intercettazioni e la giustizia". Il presidente della Camera, secondo Bersani, "solleva problemi veri ma dentro uno schieramento dove è impossibile risolverli, quindi questo battibecco avrà scarsi esiti pratici". Ma D'Alema la vede diversamente: "'La crisi che si e' aperta nel centrodestra è vera e profonda, non è uno scontro personale o una sceneggiata, e ci sono alcuni temi su cui serve uno "spirito bipartisan".

Poi il segretario del Pd torna sul tema della riforme. Le stesse che D'Alema giudica "impossibili" in questa legislatura. "La nostra proposta nasce dal tema: ci vogliamo convincere che il meccanismo di deformazione populista della nostra democrazia, che prometteva decisioni, è la ragione vera per cui le decisioni non le prendiamo? Vogliamo accelerare in curva, discutendo la bozza Calderoli? Io rivolgo a tutte le forze attente a questo problema, politiche, sociali e culturali, un tema di attenzione: dobbiamo riformare un meccanismo istituzionale ancorandolo saldamente ai principi della nostra costituzione. Attorno a questo bisogna fare il patto repubblicano, che agirà negli appuntamenti parlamentari e mi auguro anche nel Paese" dice Bersani. Per D'Alema, invece, I'ostacolo vero non è Fini "ma la posizione di Berlusconi. Per fare riforme serie e stabili è del detto evidente che serva un dialogo vero fra le forze politiche. Mentre Berlusconi vuole un monologo, non un dialogo".

Infine, sul dl intercettazioni, il segretario del Pd definisce la la norma "fin qui insufficiente". Per Bersani "non si può indebolire uno strumento essenziale per indagini come quelle di mafia. Se resta così sarà opposizione dura".

(29 aprile 2010)