domenica 31 ottobre 2010

Chi ha paura della Rete?


31 Ottobre 2010

Il 96.1 per cento delle famiglie italiane ha almeno un televisore in casa. Internet, invece, arriva solo al 47 per cento. Si spiega anche con questi numeri il fatto che il satrapo nostrano, per tentare inutilmente di mantenere il consenso, non vorrebbe cambiare questo stato delle cose. Ho appena finito di leggere un libro sull’argomento che parte proprio da questa considerazione, “I nemici della rete”dei giornalisti-blogger Alessandro Giglioli e Arturo Di Corinto. Vi consiglio di leggerlo perchè è fondamentale capire l’importanza di quanti ogni giorno si informano in internet: se l’impero del Caimano è fondato sulle tv, l’aumento dell’informazione in rete segna inevitabilmente il suo declino.
Purtroppo questa è una percentuale ancora minoritaria nel nostro Paese, al contrario di quello che accade in quasi tutto il resto d'Europa.
E non certo perchè vogliamo, semplicemente perchè non possiamo.
Non possiamo perchè abbiamo una situazione della banda larga realmente da paese del terzo mondo. E dove sono finite le roboanti promesse delle “tre I” di Berlusconi (Inglese, Internet e Impresa)? O il fantomatico “Piano Romani”, lanciato dall'attuale ministro dello Sviluppo Economico, che aveva l'obiettivo di investire per portare un collegamento internet di buona qualità al 96% della popolazione italiana? Parole al vento, promesse mai mantenute che non si è mai avuto intenzione di mantenere.
Il motivo è semplice: Berlusconi vuole mantenere il controllo su una parte dei cittadini italiani con metodi da regime ditattoriale e – per farlo – deve poter manipolare l'informazione come vuole. Non può permettersi che gli italiani cerchino le informazioni su internet, più si estende l'utilizzo della Rete e meno potere ha lui didiffondere le sue bugie su tutto quello che il suo Governo non riesce a fare per il Paese. Ma i cittadini non rimangono con le mani in mano e utilizzano proprio la Rete per raccontare quello che sta accadendo in Italia e che gran parte della TV pubblica non vuole più mostrare, per non parlare delle Tv personali del premier. La vera scoperta – per chi ha voglia di leggere il libro di Di Corinto e Giglioli – è che nonostante i tentativi di mettere il bavaglio alla Rete, le persone si stanno organizzando, utilizzando i social network come Facebook per raccogliere tutte le informazioni che non si trovano da altre parti (un esempio è la pagina Informare per Resistere), oppure i propri blog per diffondere i programmi televisivi censurati dalla RAI (Rai per una notte), o ancora per promuovere ed organizzare mobilitazioni (Il Popolo Viola).
A volte si scopre che anche alcuni esponenti dell'opposizione non amano una Rete libera. E così oltre alle proposte dei parlamentari del PdL Romani - che tenta di mettere sotto stretto controllo i contenuti multimediali di Internet -, Lauro - la famosa “legge Tartaglia” - e Alfano - la Legge Bavaglio che ha portato il web ed i giornalisti a mobilitarsi per mesi - ci sono anche le iniziative di Gianpiero D'Alia, dell’UDC, sul controllo e possibile chiusura, da parte del Governo, dei siti internet su semplice segnalazione ai PM da parte di qualsiasi cittadino o il decreto che “minacciava” l’obbligo per i bloggers di registrarsi ad un registro speciale. Su quest'ultima norma io stesso – durante l’ultimo Governo Prodi – ho minacciato le dimissioni da Ministro finchè non fosse stata ritirata.
Insomma i nemici della Rete si annidano ovunque. Proprio per questo noi dell'Italia dei Valori non solo terremo un occhio vigile, ma ci faremo promotori – come abbiamo fatto in questi anni – di iniziative che consentano ai cittadini di continuare adutilizzare il Web come strumento democratico (anche in politica) e ci opporremo sempre ai tentativi di censura o bavaglio. Uno dei prossimi obiettivi sarà quello di liberare le connessioni WiFi che in Italia sono ancora sottomesse all’obbligo di riconoscimento dell'identità per chi si voglia collegare alle reti senza fili. Su questo ho presentato un'interpellanza parlamentare (e l'IDV con l'On Massimo Donadi ha presentato una specifica proposta di legge per abrogare questa parte del decreto Pisanu) e stiamo pensando ad iniziative di mobilitazione che consentano al nostro Paese di tornare alla civiltà.
So bene che per Berlusconi tutto questo potrà essere pericoloso, un motivo in più per impegnarsi con sempre maggiori forze.

DUBBIO AMLETICO

FA PIU' PAURA

Il bunga bunga che segna la fine di un regno


di EUGENIO SCALFARI

Le recenti cronache dell'Italia berlusconiana che raccontano l'ennesimo scandalo ormai generalmente etichettato "bunga bunga" mi hanno lasciato al tempo stesso indifferente e stupefatto.
L'indifferenza deriva dal fatto che conosco da trent'anni Silvio Berlusconi e sono da tempo arrivato alla conclusione che il nostro presidente del Consiglio rappresenta per molti aspetti il prototipo dei vizi italiani, latenti nel carattere nazionale insieme alle virtù che certamente non mancano. Siamo laboriosi, pazienti, adattabili, ospitali.
Ma anche furbi, vittimisti, millantatori, anarcoidi, insofferenti di regole, commedianti. Egoismo e generosità si fronteggiano e così pure trasformismo e coerenza, disprezzo delle istituzioni e sentimenti di patriottismo.
Berlusconi possiede l'indubbia e perversa capacità di aver evocato gli istinti peggiori del paese. I vizi latenti sono emersi in superficie ed hanno inquinato l'intera società nazionale ricacciando nel fondo la nostra parte migliore.
È stato messo in moto un vero e proprio processo di diseducazione di massa che dura da trent'anni avvalendosi delle moderne tecnologie della comunicazione e deturpando la mentalità delle persone e il funzionamento delle istituzioni.

Lo scandalo "bunga bunga" non è che l'ennesima conferma di questa pedagogia al rovescio. Perciò non ha ai miei occhi nulla di sorprendente.

Da quando avviò la sua attività immobiliare con denari di misteriosa provenienza, a quando con l'appoggio di Craxi costruì il suo impero televisivo ignorando le ripetute sentenze della Corte costituzionale, a quando organizzò il partito-azienda sulle ceneri della Prima Repubblica logorata dalla corruzione diventata sistema di governo.
A sua volta, su quelle ceneri, il berlusconismo è diventato sistema o regime che dir si voglia: un potere che aveva promesso di modernizzare il paese, sburocratizzarlo, far funzionare liberamente il mercato, diminuire equamente il peso fiscale, sbaraccare le confraternite e rifondare lo Stato.

Il programma era ambizioso ma fu attuato in minima parte negli otto anni di governo della destra ai quali di fatto se ne debbono aggiungere i due dell'ultimo governo Prodi durante i quali il peso dell'opposizione sul paese fu preponderante.
Ma non solo il programma rimase di fatto lettera morta, accadde di peggio. Accadde che il programma fu contraddetto. Il sistema-regime è stato tutto fuorché una modernizzazione liberale, tutto fuorché una visione coerente del bene comune.

Per dieci anni l'istituzione "governo" ha perseguito il solo scopo di difendere la persona di Berlusconi dalle misure di giustizia per i molti reati commessi da lui e dalle sue aziende prima e durante il suo ingresso in politica. Nel frattempo l'istituzione "Parlamento" è stata asservita al potere esecutivo mentre il potere giudiziario è stato quotidianamente bombardato di insulti, pressioni e minacce che si sono anche abbattute sulla Corte costituzionale, sul Csm, sulle Autorità di garanzia e sul Capo dello Stato.
Il "Capo" e i suoi vassalli hanno tentato e tentano di costruire una costituzione materiale incardinata sul presupposto che il Capo deriva la sua autorità dal voto del popolo ed è pertanto sovra-ordinato rispetto ad ogni potere di controllo e di garanzia.

Questa situazione ha avuto il sostegno di quell'Italia che la diseducazione di massa aveva privato d'ogni discernimento critico e che vedeva nel Capo l'esempio da imitare e sostenere.
Il cortocircuito che questa situazione ha determinato nel carattere di una certa Italia ha fatto sì che Berlusconi esibisca i propri vizi, la propria ricchezza, la sistematica violazione delle regole istituzionali e perfino del buongusto e della buona educazione come altrettanti pregi.
Non passa giorno che non si vanti di quei comportamenti, di quella ricchezza, del numero delle sue ville, del suo amore per le donne giovani e belle, dei festini che organizza "per rilassarsi", degli insulti e delle minacce che lancia a chi non inalbera la sua bandiera. E non c'è giorno in cui quell'Italia da lui evocata e imposta non lo ricopra di applausi e non gli rinnovi la sua fiducia.

Lo scandalo "bunga bunga" è stato l'ennesima riprova di tutto questo. La magistratura sta indagando sugli aspetti tuttora oscuri di questa incredibile vicenda della quale tuttavia due punti risultano ormai chiari e ammessi dallo stesso Berlusconi: la sua telefonata al capo gabinetto del Questore di Milano nella quale chiedeva il pronto rilascio della minorenne marocchina sua amica nelle mani "sicure" di un'altra sua amica da lui fatta inserire da Formigoni nel Consiglio della Regione lombarda, e l'informazione da lui data alla Questura che la minorenne in questione era la nipote del presidente egiziano Mubarak.
Queste circostanze ormai acclarate superano ogni immaginazione e troverebbero adeguato posto nell'ultimo romanzo di Umberto Eco dove il protagonista ricalca per alcuni aspetti "mister B" per le sue capacità d'inventare il non inventabile facendolo diventare realtà.
La cosa sorprendente e stupefacente non è nella pervicacia con la quale Berlusconi resta aggrappato alla sua poltrona e neppure la solidarietà di tutto il gruppo dirigente del suo partito e della sua Corte, che fa quadrato attorno a lui ben sapendo che la sua uscita di scena sarebbe la rovina per tutti loro. La cosa sorprendente è che - sia pure con segnali di logoramento e di sfaldamento - ci sia ancora quella certa Italia il cui consenso nei suoi confronti resiste di fronte alla grottesca evidenza di quanto accade. Questo è l'aspetto sorprendente, anzi sconvolgente, che ci dà la misura del male che è stato iniettato e coltivato nelle vene della società e questo è il lascito, il solo lascito, di Silvio Berlusconi.
Sua moglie Veronica, in una lettera pubblicata un anno e mezzo fa, lo scolpì in poche righe, stigmatizzò l'uso che il marito faceva del potere e delle istituzioni, i criteri di reclutamento della "sua" classe politica imbottita di "veline" e di attricette che avevano "ceduto i loro corpi al drago" e concluse scrivendo: "Mio marito è ammalato e i suoi amici dovrebbero aiutarlo a curarsi seriamente".
Quello che sta accadendo lo dimostra e lo conferma: quest'uomo è gravemente ammalato, l'attrazione verso donne giovani e giovanissime è diventata una dipendenza che gli altera la mente e manda a pezzi i suoi freni inibitori.
Dovrebbe esser seguito da medici e da psico-terapeuti che lo aiutassero a riprendersi; ma sembra di capire che sia seguito da persone reclutate con tutt'altro criterio: quello di immortalare le apparenze della sua giovinezza in tutti i sensi. Ma così non fanno che aggravare il male.

* * *

È ormai evidente agli italiani normali e normalmente raziocinanti, il cui numero sta fortunatamente aumentando, che questa situazione non può continuare. In qualunque altro paese dell'Occidente democratico sarebbe terminata da un pezzo per decisione dello stesso interessato e del gruppo dirigente che lo attornia. Ma qui le cose vanno in un altro modo e sappiamo perché. Tra lui e i suoi accoliti, uomini e donne che siano, esistono vincoli che non si possono sciogliere perché ciascuno di loro (quelli che contano veramente) ha le sue carte sul Capo e lui ha le sue carte su tutti gli altri. Così per Previti, così per Dell'Utri, così per Scajola, così per Verdini, così per Brambilla ed altri ancora.
A questo punto tocca a tutti coloro che ritengono necessario ed urgente porre fine al "bunga bunga" politico, costituzionale e istituzionale, staccare la spina.
Presentare una mozione di sfiducia che vada da Bersani a Fini e da Casini a Di Pietro, che abbia la funzione che in Germania si chiamerebbe "sfiducia costruttiva". Esponga cioè il programma che quell'arco di forze vuole attuare subito dopo che la sfiducia sia stata approvata e che si può riassumere così:

1. Indicare al Presidente della Repubblica l'esistenza di una maggioranza alternativa che gli consenta di nominare un nuovo governo, come la Costituzione prevede.

2. Elencare alcuni temi programmatici a cominciare dal restauro costituzionale, indispensabile dopo la devastazione compiuta in questi anni e, a seguire, alcune urgenti misure economiche e sociali, un federalismo serio che rafforzi l'unità nazionale e la modernizzazione della società articolandola secondo un disegno federale, una riforma della giustizia che sia utile ai cittadini, una nuova legge elettorale che restituisca ai cittadini il potere di eleggere i propri rappresentanti nei vari modi con i quali quest'obiettivo può essere realizzato.
Uno sbocco di questo genere sarebbe estremamente positivo per il paese e dovrebbe essere guidato da qui alla fine naturale della legislatura da un "Mister X" che abbia le caratteristiche e la competenza necessaria al recupero dei valori etici e politici che la Costituzione contiene nella sua prima parte, ammodernandola nella seconda in conformità alle esigenze che una società moderna richiede.
Noi riteniamo che questo percorso vada intrapreso al più presto anche per riconciliare con le istituzioni un paese stanco e disilluso dal tristissimo spettacolo che è sotto gli occhi di tutti.
Non si tratta di utilizzare lo scandalo della minorenne marocchina strumentalizzandolo per fini politici. Si tratta invece di metter fine ad una rovinosa gestione governativa del "non fare" e del "malfare", che non è riuscito ad aprire un cantiere, a sostenere i consumi e il potere d'acquisto, a recuperare un centesimo di avanzo nel bilancio delle partite correnti, ad invertire il trend negativo dell'occupazione, a fare un solo passo avanti nella buona riforma della giustizia e del federalismo.
Infine a smantellare la "cricca" che da quindici anni non fa che rafforzarsi prendendo in giro i gonzi con il racconto d'una improbabile favola a lieto fine.
La storia italiana ha visto più volte analoghe "cricche" al vertice del paese. Quando ciò è accaduto, la favola è sempre terminata male o malissimo. L'esperienza dovrebbe aiutarci ad interrompere questo percorso in fondo al quale c'è inevitabilmente la rovina sociale e il degrado morale.

(31 ottobre 2010)

Ecco i falsi della Questura dopo le pressioni del premier


di PIERO COLAPRICO e GIUSEPPE D'AVANZO

L'abuso di potere di Berlusconi raggiunge il suo scopo nella notte tra il 27 e il 28 maggio. Con una menzogna (quella minorenne è nipote di Hosni Mubarak) e un avvertimento (potrebbe venirne fuori una crisi internazionale), il presidente del consiglio pretende che la sua giovanissima amica Karima El Mahroug, alias Karima Heyek, alias Ruby Rubacuori, 17 anni, accusata di furto, priva di documenti, in fuga dalla famiglia e scappata da una comunità, sia subito lasciata libera. E affidata a una persona di sua fiducia, Nicole Minetti, che si presenta come "consigliere regionale della Regione Lombardia con incarico presso la presidenza del consiglio dei ministri".
Il Cavaliere teme - di quella cubista che ha ospitato ad Arcore in più occasioni - i ricordi, la lingua lunga, la volubilità: potrebbero questa volta metterlo davvero nei pasticci. Spaventati e intimiditi dalla pressione,
i funzionari di polizia si fanno complici dell'interferenza illegale del capo del governo. Aggiustano le carte. Non applicano, come dovrebbero, le disposizioni del magistrato, che vuole la minorenne affidata a una comunità protetta. Trafficano tra Milano e Messina per consegnare Ruby a Nicole Minetti. Come appunto ha chiesto il presidente del Consiglio alle 23 del 27 maggio, con una telefonata al capo di gabinetto della questura di Milano, Pietro Ostuni.
Poi, i funzionari di via Fatebenefratelli "nascondono" al sostituto procuratore Annamaria Fiorillo il fascicolo e - solo per un caso - il magistrato dei minori riesce a leggerlo parecchi giorni dopo, quando Ruby viene di nuovo fermata.
L'abuso di potere di Silvio Berlusconi oggi si può raccontare proponendo anche gli stralci di due documenti e la ricostruzione delle disposizioni impartite quella notte alla polizia dalla magistratura.

* * *
Il primo documento è la relazione di servizio firmata dall'assistente di polizia Landolfi e dall'agente Ferrazzano della "Volante Monforte bis del 4° turno" al dirigente del commissariato Monforte-Vittoria il 28 luglio, cioè due mesi dopo un primo rapporto. In questura e in questo commissariato le voci di quanto è accaduto quella notte si sono rincorse, provocando un deluso disagio.
Un vicequestore ha voluto sapere come sono andate le cose. Lo raccontano due testimoni diretti. Leggiamo:
Gli agenti ricordano "di aver preso in carico El Mahroug Karima, nata in Marocco il 01.11.1992" per "procedere al fotosegnalamento della minore e provvedere alla collocazione della ragazza presso una struttura di accoglienza per minori". Durante le fasi di quest'operazione, "l'assistente Landolfi veniva raggiunto di gran corsa, presso gli uffici della terza sezione, dal commissario capo dott. ssa Giorgia Iafrate, la quale riferiva di aver ricevuto una comunicazione telefonica da parte del capo di gabinetto della questura, dott. Ostuni, dove si doveva lasciar andare la minore e che non andava foto segnalata".

Dunque, c'è un'operazione di pura routine, quella notte uguale a tante altre. Una minore senza documenti, va identificata e le si deve cercare un ricovero sicuro. Arriva una telefonata. Di Berlusconi. Il meccanismo si ferma. La minore deve essere liberata. E non deve restare traccia negli archivi del suo passaggio. Lo stravagante capovolgimento della prassi incuriosisce. Leggiamo:
"L'assistente Landolfi chiedeva spiegazioni alla dott.ssa Iafrate. Il commissario riferiva che, detta telefonata, le era pervenuta da parte del capo di gabinetto che, a sua volta, era stato contattato telefonicamente da parte della presidenza presso il consiglio di ministri, dove era stato specificato che la ragazza fermata era la nipote del Presidente Moubarach (sic) e quindi doveva essere lasciata andare. La dott. ssa Iafrate continuava a ricevere numerose telefonate da parte del capo di gabinetto che sollecitava il rilascio della giovane donna, poiché egli aveva dato comunicazione alla presidenza del consiglio dei ministri dell'avvenuto rilascio della ragazza".
Berlusconi non si limita ad abusare del suo potere per chiedere che subito sia liberata Ruby. Mente sapendo di mentire, quando dice che la ragazza è la nipote di un capo di Stato. L'inganno gli serve per dare pressione al funzionario della questura. Suona come una minaccia all'interesse nazionale. Se non la libera subito, quel funzionario potrebbe diventare il responsabile di un incidente diplomatico. Berlusconi deliberatamente lo lascia frollare in quel timore quando ripete lentamente "lei capisce, vero?, non le dovrebbero sfuggire le possibili conseguenze". Il capo del governo, alimentata la tensione, offre la strada per liberare il campo da ogni preoccupazione. Arriverà da voi presto un consigliere regionale, affidatele la minorenne. Il piano ha una sua sincronia. Leggiamo: "... giungeva tramite il centralino del corpo di guardia della questura comunicazione che all'ingresso erano giunte due amiche della minore, e cioè la signora Nicole Minetti, consigliere regionale della Regione Lombardia, con incarico presso la presidenza del consiglio dei ministri e la inquilina della minore, tale Coincecao Santos Oliveira Michele, nata il Brasile il 03.05.1978, residente a Milano in via V., che chiedevano un colloquio con gli operanti per conto della minore. (...) La signora Minetti si offriva di prendere in affidamento la minore e di provvedere per ogni necessità a carico della stessa".

Si vedrà soltanto sei ore dopo quanto fosse concreta la disponibilità di Nicole ad occuparsi della ragazzina. Una volta "esfiltrata" dalla questura, Nicole l'abbonderà al suo destino di randagia.
Come se avvertissero dietro quell'arrivo improvviso un oscuro pericolo, i poliziotti ci vanno cauti. Leggiamo:
"Gli operanti chiedevano alla dott.ssa Iafrate se il pm di turno dei minori era stato informato della nuova situazione. E cioè del fatto che la ragazza era la nipote del presidente Moubarach (sic) e che la signora Minetti si era resa disponibile a prendere in affidamento la ragazza. La dott.ssa Iafrate chiedeva ai sottoscritti di contattare il pm.
Il pm disponeva comunque l'affido della minore a una comunità o la temporanea custodia della minore presso gli uffici della questura".

Ingannati da Berlusconi, i funzionari trasmettono quell'inganno al magistrato. Le dicono: è la nipote di un capo di stato, la frenesia che è stata iniettata dal primo piano della questura, dal capo di gabinetto, viene rovesciata sulle spalle del sostituto procuratore, immaginando che quello accetti la rapida soluzione di liberarsi della ragazza, affidandola al consigliere regionale annunciato dal capo del governo. Ma il sostituto procuratore non cede di un passo e pretende - capo di Stato o no - che sia cercato per Ruby un ricovero sicuro o, in alternativa, una notte in questura. Le insistenze riprendono. Leggiamo:
"L'assistente Landolfi comunicava alla dott.ssa Iafrate quanto disposto dal pm e la dott.ssa Iafrate contattava telefonicamente il pm e raggiungeva il seguente accordo, e cioè bisognava avere la copia di un documento d'identità della minore per poi poterla affidare alla Minetti e lasciarla andare". Ma qual è l'identità del minore? È la nipote di Mubarak, come dice Berlusconi, o una randagia, nata in Marocco, da una famiglia poverissima, come in questura a Milano sanno? Infatti, stando alle carte, l'ispettore superiore Colletti contatta il commissariato di Letojanni, Messina, dove abitano i genitori di Ruby, e poi una volante arriva persino a casa loro, nel cuore della notte. Né il padre né la madre hanno alcun documento della ragazza. Inutile dire che una ricerca di questo genere è del tutto fuori dell'ordinario. In nessuna questura c'è un tale spiegamento di forze per trovare una carta d'identità. Un po' avventurosamente, il questore di Milano
Vincenzo Indolfi ha sostenuto l'ordinarietà del caso, proprio appellandosi alle lunghe ore del soggiorno di Ruby in questura. In realtà, il tempo passa per darsi da fare, al di là di ogni routine, per ottemperare ai requisiti imposti dal magistrato.

Ritorniamo in questura. Ora l'assistente Landolfi contatta telefonicamente una casa famiglia, sempre a Messina, che aveva ospitato Ruby e chiede se conservano copia di un suo documento. La responsabile della struttura non è in ufficio. Risponde che il giorno dopo lo avrebbe inviato per fax. A questo punto, viene data per acquisita l'identificazione della ragazza, grazie alla copia di un documento che fisicamente non c'è e che forse arriverà. Ma, leggiamo, sembra sufficiente alla Iafrate, "come da accordi intercorsi con il capo di gabinetto e il pm di turno, per affidare la minore a Nicole Minetti".
L'imbroglio potrebbe essere alla sua conclusione. Berlusconi ha ottenuto quello che voleva. Abusando del suo potere, ha ottenuto Ruby. Quell'imbroglio è un sapore amaro nella bocca di chi è consapevole di aver aggirato le leggi, e soprattutto violato le regole di una leale collaborazione istituzionale. Non tutti sono disposti a buttar giù quel boccone. Leggiamo:
"Si precisa che gli operanti una volta stilato il verbale di affidamento della minore alla Nicole Minetti, lo sottoponevano per la firma alla dott.ssa Iafrate, ma questa non lo firmava".

Il trucco è nudo. Vediamo. Il pubblico ministero dei minori indica tre strade. La prima, una comunità protetta. La seconda, il soggiorno notturno in questura in attesa di un posto libero in una comunità. Terza possibilità, identificare Ruby con certezza e affidarla alla consigliera regionale, in considerazione del fatto - fasullissimo - che è "affine" di un capo di stato straniero. È questa menzogna, s'indignano ancora oggi al tribunale dei minori, che viene offerta al sostituto Annamaria Fiorillo. Un inganno lucido, dicono, perché in questura sanno che Ruby è marocchina e non egiziana; figlia di un modestissimo ambulante, sempre in fuga dalle comunità di accoglienza e dall'accusa di essere una ladra abituale. A nessuno è venuta la voglia di riferire al magistrato le condizioni di quella famiglia, decisamente contraddittorie rispetto allo status e ai privilegi del presidente egiziano. Bisogna dunque dar conto delle ragioni - anzi dello sconcerto - della magistratura dei minori di Milano.

Il pubblico ministero minorile viene molto spesso chiamato a intervenire in una situazione d'emergenza. L'intervento è obbligatorio sia se un minore commette un reato, come per esempio è il caso di Ruby, accusata di un furto di tremila euro. Sia se si tratta di un "minore non accompagnato e senza documenti", ed è sempre il caso di Ruby. Sia per minori con un pregiudizio familiare, che vanno "segnalati obbligatoriamente", e anche questo è il caso di Ruby. Che può fare il pm di turno minori, Annamaria Fiorillo, chiamata a dare le prime disposizioni - sono circa le 19 - e a stabilire che cosa fare di questa ragazza, se non ordinare di definire se "sia la persona che dice di essere"? La casa di Milano, dove potrebbe essere il suo passaporto, è chiusa e Ruby non ha le chiavi.
Non resta che passare allo Sdi, il cervello elettronico che dalle impronte digitali riesce a "leggere" anche le vite giudiziarie delle persone. E così Ruby ritorna a essere "Karima El Mahroug", con la sua vita difficile. Quindi, non ci sono dubbi: deve andare in una comunità "protetta", dove sia "reperibile". "È una disposizione normale, ribadita a più riprese, ma non viene ottemperata quella notte", dicono alla procura dei minori.

Annamaria Fiorillo finisce il turno il giorno dopo e non riceve nulla dalla questura, ovviamente pensa che sia tutto a posto. Ma tutto a posto non è. Karima è uscita con Nicole Minetti, se n'è andata via insieme con l'amica Michele Coincecao. Poco tempo dopo, un furibondo litigio tra le due fa intervenire di nuovo una volante di polizia e Ruby incappa di nuovo nella rete dei controlli. Nuova identificazione, nuovo verbale, che si aggiunge ai primi, quelli del 27 maggio, e tutto quanto arriva sul tavolo di un altro pm della procura minori. Che legge le carte e sobbalza sulla sedia. Chiama la collega. Avvisano il procuratore capo dei minori, che a sua volta avvisa il procuratore della repubblica a palazzo di giustizia. "Ma io non ho mai saputo come avevano descritto il mio intervento", si lamenta con i colleghi il sostituto Fiorillo. La sua amarezza è palese e anche in questi giorni tutti i magistrati - le carte sono chiarissime - confermano una dinamica distorta: "È incredibile che un pm dia disposizioni su un minore e sembra che non importi a chi le deve eseguire, noi siamo abituati ad avere a che fare con cittadini che violano la legge. Ma se a violare la legge è la polizia, si spezza la fiducia, il principio di legalità viene violato all'interno stesso del sistema".

È un altro esito di questa vicenda che va afferrato. L'intervento illegittimo di Berlusconi deforma i comportamenti della polizia, che rifiuta di rispettare i primi ordini della magistratura. È il mondo che il capo del governo immagina. Lui è lassù. Decide. L'intera sua vita privata diventa pubblica. I suoi interessi sono pubblici e pubblica diventa anche la personalissima urgenza di contenere le pericolose esuberanze di una giovanissima amica. Manipola accortamente i fatti per rendere il suo comando meno indigesto. Le burocrazie dello Stato ubbidiscono. Anche a costo di entrare in conflitto con istituzioni di controllo come la magistratura. E non solo con quella, e per rendersene conto bisogna leggere un secondo documento.
È la relazione che la questura di Milano invia al Viminale in questi giorni, a scandalo scoppiato: sarebbe diventato la bozza dell'intervento del ministro dell'Interno. Leggiamo:
"... essendo stata identificata la minore e che la stessa aveva dato il consenso conoscendo la Minetti, si procedeva ad affidare la minore d'intesa con l'Autorità Giudiziaria".
Una sola frase, due frottole. Uno. Identificata la minore? Come? Con l'identità stabilita al telefono dal presidente del Consiglio? O con quella, indiscutibile, assicurata dal cervello elettronico del Viminale? Egiziana o marocchina? Due. Di quale "intesa con l'autorità giudiziaria" si discute? Il pubblico ministero ha indicato, come suo dovere, la via maestra: una comunità protetta, capace di alleggerire il disagio del minore. Dove finisce Ruby? In mezzo a una strada. E chi ce l'ha cacciata? Lo stesso tipo che dice oggi di essersi comportato "come un buon padre di famiglia". In questa storia, tra gli inganni organizzati da Silvio Berlusconi, 74 anni, quest'ultimo è il più deprimente.
(ha collaborato Massimo Pisa)

(31 ottobre 2010)

Fini: ''Italia dilaniata e in imbarazzo''

sabato 30 ottobre 2010

Ruby, l'assordante silenzio dei finiani


di Fabio Chiusi

L'opposizione chiede la testa di Berlusconi, Famiglia Cristiana gli dà del matto. La stampa estera è sconsolata. L'unica voce che manca sulla vicenda della minorenne e il Presidente è quella di Futuro e Libertà

(29 ottobre 2010)

Il Pdl fa quadrato intorno al suo padre-padrone mentre l'opposizione ne chiede la testa. Famiglia Cristiana gli dà del matto e la stampa estera si produce in un "ci risiamo". Ma sulla vicenda della minorenne che avrebbe frequentato feste ad alto tasso di "bunga bunga" ad Arcore insieme al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi manca una voce: quella di Futuro e Libertà. Che fine hanno fatto i professionisti della dichiarazione, Italo Bocchino, Fabio Granata e Carmelo Briguglio?

L'ala definita addirittura "giustizialista" dai giornali di famiglia del premier oggi tace. Così come tace il sito di Generazione Italia, solitamente pronto a cogliere al balzo la palla della polemica con l'odiato egoarca.

Nemmeno una parola sulle peripezie di Ruby. Niente sulle telefonate in Questura che Berlusconi, tramite il suo staff o direttamente, avrebbe effettuato per chiedere il rilascio della controversa cubista accusata di furto, con precedenti, senza documenti e diciassettenne. Attribuendole addirittura lo status di nipote di Hosni Mubarak, il capo di Stato egiziano che, tuttavia, con la disinibita aspirante carabiniere non ha nulla a che fare. Gianmario Mariniello, direttore del sito, si è limitato a uno status su Facebook: «Il bunga bunga della libertà».

Anche l'altro ariete dell'area finiana, il webmagazine della fondazione Farefuturo, non si sbilancia. C'è solo un pezzo apparso sul Secolo d'Italia in cui ci si limita ad osservare, genericamente ma non troppo, che «le alte cariche dovrebbero essere indipendenti da vizi privati». E il direttore, Filippo Rossi, è lapidario: «È una vicenda che raccontiamo ma non commentiamo». E loro, i "giustizialisti", che pensano al riguardo? Briguglio si cuce la bocca, anche se controvoglia: «Non voglio commentare questa vicenda, non in questo frangente».

Eppure qualcosa gli scappa: «Posso dirle che la ritengo molto squallida, e che se emergeranno elementi che possano in qualche modo riguardare la sicurezza della persona del premier allora, così come ho fatto per villa Certosa, chiederò che nelle sedi competenti, a cominciare dal Copasir, si affronti la questione. Ma limitatamente a questo aspetto». Dunque il premier è ricattabile? «Le ho già risposto». Bocchino è più loquace, ma non meno cauto: «Preferiamo non entrare proprio in questa vicenda, riguarda i comportamenti personali del premier e non sono oggetto di valutazione politica». Ma la telefonata in Questura? «Se si provasse l'intervento diretto e personale del premier sulla Questura per favorire il rilascio della ragazza, dicendo per giunta il falso sull'identità di un familiare di un capo di Stato estero, allora la questione porrebbe problemi molto più gravi al governo. Allo stato attuale lasciamo giudicare al cittadino».

Ma alla domanda sulla ricattabilità del premier, Bocchino risponde con un lungo sospiro e una certa titubanza. Prima di sfoderare un politichese impeccabile: « Io penso che il presidente del Consiglio abbia il dovere di governare, e prima attuerà il programma meglio sarà per tutti». Chi si sbottona è, al solito, Fabio Granata, falco tra i falchi finiani: «Un altro tassello si unisce a un panorama non certo esaltante», dice a L'espresso. E se il membro della commissione Antimafia invita a non dare troppa importanza alla questione («ci sono cose ben più gravi», sospira), dall'altro è costretto a registrare il continuo riproporsi di «episodi in cui l'immagine complessiva della politica e del presidente del Consiglio escono fortemente danneggiate». Il comportamento di Berlusconi, dunque, è stato ancora una volta «tutt'altro che attento e rigoroso» come si converrebbe al ruolo istituzionale che ricopre.

L'aspetto più negativo in tal senso? «La telefonata in Questura non è certamente un gesto che può essere addotto ad esempio». Poca cosa, dunque. Soprattutto se si commisura alla forte impronta che il nascente partito vorrebbe lasciare nel solco dell'etica pubblica e della legalità. La posizione questa volta è compatta: la questione non è politica. Lo ribadisce Benedetto Della Vedova, che invita ad «occuparsi di altro»: «Già quando facciamo politica siamo costretti a parlare solo di giustizia...», rivela con insofferenza. Come a far intendere che se di crisi si deve trattare, non sarà per del "ciarpame senza pudore", ma per una riforma e, più in generale, un'agenda politica che a Gianfranco Fini e ai suoi fedelissimi proprio non piace.

Nell'attesa che il divorzio si consumi, e le premesse ci sono tutte, si registra la posizione più dura sull'affaire Ruby. E viene proprio da uno stretto collaboratore parlamentare dell'ex radicale, Piercamillo Falasca. Che accusa: «Ognuno ha il diritto alla propria vita privata, alla propria sessualità e ai propri bunga bunga party. Ma governare un paese significa anzitutto rinunciare ad una parte della propria sfera personale, accettando le convenzioni morali della democrazia». Il finale è col botto: «Da centrodestra, la butto lì: non sarebbe il caso che Berlusconi lasciasse a Tremonti la presidenza del Consiglio?».

Chissà quanti, nel partito, la pensano come lui ma non possono dirlo.

'Firme false per Nicole'


di Alessandro Capriccioli

Le irregolarità nella presentazione della lista Formigoni sono connesse con la volontà del premier di inserire a tutti i costi la candidata Minetti, oggi indagata per le feste ad Arcore. La denuncia del radicale Cappato

(29 ottobre 2010)

C'è un collegamento molto diretto tra le attività per le quali oggi è indagata Nicole Minetti (l'ex igienista dentale del San Raffaele eletta nel marzo scorso consigliere regionale in Lombardia) e le gravi irregolarità con cui alle regionali è stata presentata la lista Formigoni. E quanto sostiene il radicale Marco Cappato, promotore, insieme agli altri radicali, della denuncia sulle irregolarità nel listino di Formigoni.

Allora, Cappato, che c'entra il "bunga bunga" con le firme irregolari di Formigoni?
«Te lo dico in cinque minuti, ma per farlo c'è bisogno di un passo indietro».

Facciamolo.
«Bene, allora ti faccio una domanda io: secondo te è plausibile che una coalizione come quella di centrodestra (Pdl più Lega) che in Lombardia è fortissima, non sia riuscita a raccogliere 3.500 firme regolari in una regione di 12 milioni di abitanti, avendo per giunta a disposizione decine di migliaia di consiglieri comunali e regionali da usare come autenticatori?»

In effetti sembrerebbe un compito facile facile...
«Direi ridicolo. Quindi se non ce l'hanno fatta a portarlo a termine regolarmente dev'esserci un motivo preciso. E sai qual è? Fino all'ultimo giorno prima del deposito delle liste si sono scannati per inserire nei posti migliori - quelli blindati nella parte alta del listino bloccato - i candidati sponsorizzati da questo o da quell'altro».

Addirittura scannati?
«Certo. Le cronache locali raccontano addirittura che nell'ultima riunione siano volati schiaffoni, e non metaforici: da un lato c'erano i candidati graditi al Cavaliere, dall'altro i leghisti che volevano garantirsi quante più poltrone possibili...».

E quindi?
«E quindi fino all'ultimo non si sapeva su quali nomi raccogliere le firme: se avessero iniziato a farlo dopo la chiusura delle liste, come impone la legge, avrebbero avuto a disposizione solo poche ore. Una missione impossibile perfino per una coalizione così forte, perchè comunque un po' di tempo ci vuole, non foss'altro che per far certificare le firme dai comuni. Così, vista l'aria che tirava, qualcuno ha pensato di avvantaggiarsi, raccogliendo in anticipo le firme su liste "in bianco" (sono più della metà), e qualcun altro ha avuto l'alzata d'ingegno di falsificarle nel poco tempo che rimaneva tra la chiusura delle liste e il termine di presentazione. Poi c'è anche chi si è avvantaggiato falsificando, ma qua stiamo parlando dei fuoriclasse...e infine ci sono pure i "veggenti", che hanno chiesto ai comuni i certificati elettorali di gente che non aveva ancora firmato e che poi -guarda caso- firmerà nello stesso esatto ordine di emissione dei certificati (il mago Otelma in confronto non è nessuno)».

Un quadretto edificante, non c'è che dire: ma continua a sfuggirmi cosa c'entri col "bunga bunga".
«Uno dei candidati per cui la battaglia è stata più aspra fino all'ultimo era Nicole Minetti, l'igienista dentale di Berlusconi che ora è indagata per favoreggiamento della prostituzione».

Anche lei fu inserita al fotofinish?
«Certo, e la cosa è documentata. C'è un'intervista del 25 febbraio (parliamo di 48 ore dal termine di deposito delle liste) in cui lei stessa ammette che "non c'è nulla di definito". E le prime firme sul listino sono state raccolte e autenticate il 13 febbraio, vale a dire dodici giorni prima. Si chiama falso ideologico, e tutto per poterla infilare dentro all'ultimo secondo lei e un altro...».

Poi, due mesi dopo, la ritroviamo nell'anticamera della questura nella quale Ruby è stata fermata, proprio mentre arriva la telefonata della presidenza del Consiglio che fa pressioni per liberarla...
«Già. Ma fosse solo questa, la telefonata... ».

Prego?
«In questa storia ce ne sono tante, di telefonate. E anche di visite. Per esempio quella di Pasquale Lombardi, presunto faccendiere della cosiddetta P3, che va a trovare il giudice Marra...»

Il presidente della Corte d'Appello che si è dimesso per "ristabilire la verità" sulla P3?
«Proprio lui. Lombardi lo va a trovare dopo che l'ufficio elettorale ha sospeso il listino di Formigoni in seguito alla denuncia dei radicali: e ci va, come riporta Marra, con il ricorso dei legali di Formigoni in mano, tanto perché siano chiari i motivi della visita».

Non pare esattamente ineccepibile...
«Non lo è. Ma non è tutto. C'è anche la telefonata, sempre a Marra, del Prefetto di Milano, che si informa sulla questione delle firme false e gli riporta voce secondo le quali la decisione dell'ufficio elettorale di accogliere il ricorso dei Radicali sarebbe "infondata". Proprio come Palazzo Chigi ha confermato la telefonata per Ruby, anche la Prefettura ha confermato la telefonata per Formy, dicendo che "rientrava nell'ordinarietà" dei rapporti istituzionali».

E tutto per inserire la Minetti in lista?
«Tutto per manovrare posti fino all'ultimo, Minetti inclusa. E sai cosa? Il "bunga bunga" sarà tormentone a reti unificate delle prossime settimane, ma della truffa contro gli elettori lombardi si continua a parlare solo nelle cronaca milanesi di qualche giornale».

Vincerò, così come sono


di Denise Pardo

«Con il mio aspetto che a molti non piace. Con la mia omosessualità dichiarata. Con la mia fede cattolica. Contro tutti i pregiudizi». Parla Nichi Vendola. Che vuole seriamente diventare presidente del Consiglio

(28 ottobre 2010)

Alla fine, la frase e la chiave anche politica torna su quel cerchietto d'oro bianco illuminato da microscopici brillantini. Eppure l'orecchino di Nichi Vendola non gli ha certo impedito nella corsa a governatore della Puglia, che non è la Svezia, di sconfiggere per ben due volte esemplari senza orecchino ma con il doppiopetto berlusconiano d'ordinanza - Raffaele Fitto oggi perfino ministro e Rocco Palese - e di far saltare il banco del potere dalemiano che sembrava invincibile. Lui, leader e presidente di Sinistra ecologia e libertà, autocandidato alle primarie di coalizione, reduce dai successi del congresso di Firenze e da un pranzo con Pierluigi Bersani primo ponte per possibili alleanze dopo un lungo periodo di gelo, l'orecchino l'ha sempre portato. Ma ora che sul tavolo elettorale la posta in gioco è altissima, sondaggi floridi, popolarità e credibilità crescente, molta attenzione dal mondo anglosassone e molta vicinanza da quello cattolico, l'orecchino, un tempo d'oro, ora più prezioso, regalo del suo compagno per i suoi cinquant'anni, è diventato oggetto di editoriali, interpretazioni, votazioni, disapprovazioni. Una faccenda politica, terribilmente seria. Vendola dice: "È parte di me". E ne "narra", per usare il suo verbo prediletto, la parabola, la filosofia, la modernità, la semantica e il segno politico.

Quando si parla di Vendola, prima o poi qualcuno segnala il famigerato orecchino di Nichi: ma come si fa?, dicono...
"Lo so. Ma qualcuno ricorda che nel 1994 l'Italia ha avuto come presidente della Camera dei deputati Irene Pivetti? E che Pivetti girava con la croce della Vandea al collo? E cos'è mai quella croce se non uno di quei simboli che hanno un carattere escludente, indicano un confine che discrimina chi non è all'interno, un'appartenenza autoreferenziale anche autistica e un'aspirazione carica di intolleranza, cioè l'affermazione di una verità che considera tutte le altre verità delle menzogne?".

L'orecchino invece?
"È un simbolo che attraversa culture ed ere. Il ciclo semantico legato all'orecchino ha delle evoluzioni storiche paradossali, zigzaganti. Improvvisamente in un'epoca, l'orecchino diventa simbolo di effeminatezza, nonostante il fatto che nell'epoca immediatamente precedente fosse un simbolo di virilità. È l'immagine degli zingari, quindi di un machismo anarchico e vitale. I pirati portavano l'orecchino."

I pirati. Ma non i premier magari al G20.
"Al G20 stanno con grande padronanza della scena e con grande tranquillità premier che hanno dietro la propria carriera ombre pesanti come quelle di duecento giornalisti ammazzati e premier gonfi di società offshore e di transazioni finanziarie al di sotto di ogni sospetto. In un clima di pornografia al potere, è francamente insopportabile che l'orecchino possa apparire un impedimento all'esercizio autorevole dei doveri pubblici. E perché poi? La forma è anche sostanza, io lo so bene, ma si tratta di una forma che non ha dentro di sé il codice di violenza".

Vuol dire che è un segno di modernità, un antidoto alle maschere del potere?
"È un segno che umanizza, che desacralizza il ruolo, dà enfasi alla persona. Non è una dichiarazione di orientamento sessuale, se questo è quello che qualcuno vuole sapere. Il problema è nella cultura dominante che vuole etichettare, catalogare tutto ma la vita invece è così multiforme. Considero minacciosi i doppipetto o i girocollo di Berlusconi, che pure trovo una persona simpatica. Anche certi gilet, per esempio, o certe scarpe".

Scarpe? Si riferisce a quelle di D'Alema?
" No. Non lo dirò mai".

Crede che D'Alema o Berlusconi potrebbero mai mettersi l'orecchino?
"Oh, Gesù! Speriamo di no. Berlusconi potrebbe farlo, ma sarebbe un altro pezzo di un canovaccio noto. Io non voglio capovolgere il problema e dire che il problema è il non orecchino. Vorrei semplicemente che non ci fosse il problema.".

Invece a quanto pare esiste. Quando ha deciso di portarlo?

"Nella modestia materiale delle condizioni della mia famiglia, ho costruito la mia immagine attraverso la letteratura e le suggestioni estetiche che soprattutto la grande letteratura ispanica mi ispirava. Il prototipo umano che mi impressionava era l'andaluso, il gitano cantato da Federico Garcia Lorca. Quella figura ha l'orecchino. È bellissimo proprio perché, piuttosto che indicare effeminatezza, rompe la circolarità maschile, apre una via di fuga verso gli altri. Non a caso l'orecchino, come direbbe Roland Barthes, è il punctum, la cosa che ti punge e che ti attira. Qualcosa di irregolare, soprattutto quando vive nell'asimmetria della sua solitudine, lui che era nato per essere simmetrico con il suo gemello. Lo volevo. Lo dissi a mia madre".

Come reagì?
"Avevo 25 anni, alcuni dei miei amici sparsi per l'Italia lo avevano, le spiegai: "Mamma, mi piacerebbe avere l'orecchino come Italo", Italo era Italo Nunziata, il regista, un amico del cuore di tanti anni fa. Lei non battè ciglio: "E mettitelo. Anticamente, tanti uomini venivano con l'orecchino, i carrettieri venivano con l'orecchino", così mi disse. Ricordo la sensazione di infinita libertà nell'andare a cercare un orecchino adeguato alle mie tasche, un semplice cerchietto d'oro, e il dolore del buco fatto in gioielleria, lì capii quanto la bellezza nasca nel grembo del dolore. L'orecchino è stato il completamento del mio corpo. Il tocco che c'ho messo io, una firma. Questa firma mi aiuta a uscire da me stesso ".

Per alcuni è un simbolo politico contemporaneo, altri lo usano anche come un'arma politica contro di lei.
"A fasi alterne, è sempre stato un pezzo del dibattito che mi ha accompagnato. La prima polemica forte ha avuto come autore Raffaele Fitto, il mio sfidante nella campagna elettorale del 2005. Mi attaccò sostenendo che avevo nascosto l'orecchino nei manifesti elettorali. Si vedeva appena appena, in effetti, nei grande poster con la scritta: "Pericoloso". Oppure: "Diverso". Che mi vergognassi di mostrare l'orecchino era davvero ridicolo. Ma era un modo per ricordare allo sguardo assuefatto dei pugliesi, che mi vogliono bene, ormai non ci fanno più caso, che c'era in me qualcosa di trasgressivo, di oscuro, di minaccioso. Appunto, un orecchino!".

Hanno affrontato la questione Giovanni Valentini, Giampaolo Rugarli, Renato Mannheimer, Don Verzè, Daria Bignardi...
"Penso che questo paese sia molto più ipocrita, molto più bigotto nella rappresentazione che ne danno le classi dirigenti. Viviamo in una società completamente secolarizzata; la maggior parte delle giovani coppie, nutrite a dosi omeopatiche di Grande Fratello, fanno usare ai propri figli di tre anni la brillantina e l'orecchino. Credo che l'opinione pubblica abbia preso confidenza con molte tipologie di diversità, l'orecchino è entrato nell'immaginario collettivo - pensi ai calciatori - a volte come simbolo di potenza e di ricchezza".

Per un elettorato più moderato, l'orecchino può essere troppo hard?
"Solo una volta in un paese del Sud, un posto di montagna, quando arrivai davanti al circolo di Rifondazione, le persone che mi aspettavano, tutti anziani con mantelli neri e cappelli a falde larghe, non mi vennero incontro, mi guardarono lungamente e uno di loro mi disse in dialetto: "Nun penserai mica di fare il parlamento con l'arecchino!". Mi fecero salire sul palco, mi presentarono, scesero tutti e mi lasciarono solo. Alla fine di quel comizio, che fu strepitoso, può immaginare la voglia che mi venne di conquistarli uno ad uno, c'era la fila per abbracciarmi. Credo sia stata l'unica volta. Invece, negli incontri affettuosissimi con le nonne e le madri, tra le mie fan più scatenate, capita che mi dicano: "Quanto è bello il tuo orecchino"".

Nessun guru della comunicazione, nessuno dei suoi consiglieri le ha mai suggerito di abbandonarlo?
"No. Ma ho sempre dichiarato che non ero disposto a mutilarmi di ciò a cui attribuivo un significato, privato o pubblico: non della mia fede, non del mio orientamento sessuale, non della libertà di mettermi al mondo come credo, di giorno in giorno. Chi mi stava intorno sapeva che non avrebbe avuto un gancio per questo tipo di discussione. La persona è più importante del personaggio, e per quanto io senta il dovere di comportarmi sulla scena pubblica con compostezza e con il rispetto delle forme, questo non può portare la soggezione a un codice ipocrita e superficiale di decoro".

Neanche se in ballo ci fosse qualcosa di molto importante? Perché alla fine la domanda è: votereste un premier con l'orecchino?

"Ci sono già passato. Sono stato due volte a capo di una coalizione e l'argomento, che poteva implicitamente inglobare il tema dell'orecchino, era che avevo un'immagine politica estrema e radicale. Quindi interdiva la prospettiva della vittoria elettorale. Una previsione imperfetta, chiamiamola così, non voglio dire altro. Considero la domanda improponibile. Non riesco a capirla. Se allude agli effetti sull'elettorato, penso che contenga un'analisi sbagliata di come si determinano gli orientamenti elettorali; se invece è un alibi che copre un pregiudizio, insomma, è bene che ci abituiamo. Quando parlo la gente capisce che non mento. Io sono autentico così. Se mi tolgo l'orecchino mi sento nudo. Se lo dimentico, semplicemente manca una parte di me".

SEGNALI DI IMMINENTE FINE DEL MONDO

di Luigi Morsello

Qualche anno fa Michele Serra (scrittore satirico, Roma 1954) curava in un programma televisivo una partecipazione dal titolo “Segni inequivocabili della imminente fine del mondo”. Mi sembra fosse quello il titolo. In quello spazio televisivo ‘denunciava’ tutte le stramberie, le bizzarrie, le meschinità e gli egoismi dei quali l’uomo è capace.

Leggo oggi che a Menaggio (Como) l’autista di uno scuolabus, con alla mano il provvedimento dell’autorità comunale, ha fatto scendere due fratellini (maschio e femmina) di origine magrebina, che erano saliti alla solita fermata di via Poletti, direzione asilo comunale. Motivo: i suoi genitori erano morosi di retta dell’asilo e servizio scuolabus, importo duemila euro.

Quella amministrazione comunale (lista civica per Menaggio), portavoce l’assessore alla cultura (!), si è giustificata dicendo che la famiglia era stata informata del (solo) divieto di salire sullo scuolabus, tramite un vigile (!), divieto che sarebbe scattato l’indomani mattina, ma … né i genitori né tampoco i bambini parlano italiano!

La notizia giornalistica del quotidiano La Provincia di Como fa risalire l’episodio allo scorso 13 ottobre. L’amministrazione comunale si giustificata dichiarando che i genitori erano stati invitati più volte a regolare il lodo debito, che sarebbe stato già scontato dei due terzi. Il servizio sociale del comune poi si era già occupato della famiglia trovando loro una casa.

Il paradosso è che il capofamiglia il suo debito l’aveva già saldato ma il suddetto assessore dichiara, con finto candore e forse senza imbarazzo alcuno, che la circostanza non era nota. E i bambini sono stati fatti scendere!

Quindi i due bambini sono stati sottoposti ad una inutile umiliazione, fermo restando che queste umiliazioni non dovrebbero essere inflitte a nessuno, specie se bambini.

Viene spontaneo chiedersi come è stato possibile scadere a un livello così basso della scala dei valori umani. La domanda è ancor più angosciosa, solo che si considera che episodi analoghi si sono verificati anche a Brescia, Vicenza e Varese.

L’episodio più noto si è verificato ad Adro (Brescia), il cui sindaco Oscar Lancini, divenuto poi ben noto anche per altro (i 700 simboli del ‘sole delle Alpi’ sparpagliati dappertutto nel nuovo polo scolastico), lasciò a digiuno i bambini di alcune famiglie morose, anche italiane, escludendoli dalla mensa scolastica.

Il caso ha fatto scuola, come si vede. A Montecchio Superiore (Vicenza) l’amministrazione comunale lascia a pane e acqua i bambini di nove famiglie morose, due italiane, mentre a Gerenzano (Varese) addirittura viene varato un provvedimento per il quale le famiglie che accumulano un debito di 40 euro non solo non potranno utilizzare il servizio di ristorazione ma dovranno ritirare i propri figli durante l’orario della ristorazione. L’assessore (donna) all’istruzione dichiara: “Vogliamo lanciare un segnale forte, chi non salda i debiti può portare suo figlio a mangiare a casa.”.

Non saranno questi segnali da fine del mondo, ma sono segnali certi di un arretramento culturale spaventoso, per cui nella popolazione non sopravvive più nessun sentimento di solidarietà umana né di pietà, che induce (dovrebbe indurre) l’uomo ad amare e rispettare il prossimo.

La misericordia (sentimento generato dalla compassione per la miseria altrui morale o spirituale) è l’unico sentimento che mi sento di provare, per coloro che non rispettano nemmeno i bambini.

Ruby, Marcegaglia: "Politica senza dignità" Avvenire: "Il decoro è un dovere del premier"


"Il Paese è in preda alla paralisi, l'azione del governo non c'è in un momento molto difficile per l'economia. Serve cambiamento di passo". Emma Marcegaglia spara una bordata contro l'esecutivo che fa rumore. Soprattutto perché, nel pieno del caso Ruby , pronuncia parole che suonano come un monito al premier: "E' necessario ritrovare il senso delle istituzioni e il senso della dignità, altrimenti non si va avanti".

"A Genova avevo detto che la nostra pazienza stava finendo - ricorda il numero uno degli industriali - a Prato avevo detto che finalmente che qualche cosa si era mosso, era stato fatto, anche con l'elezione del ministro dello Sviluppo economico, ma ora ci risiamo". Segnali isolati a quanto pare. "Ora ci risiamo, si è riaperto uno
scontro interno alla maggioranza con molta violenza, una nuova ondata di fango, lambisce la credibilità delle Istituzioni e del Governo". Ed ancora: "E' piuttosto squallido che molti deputati della maggioranza pensino a loro futuro piuttosto che all'oggi del Paese. E questo è inaccettabile. Non possiamo pensare a gente che pensa ad andare di qua e di là".

Sono duri i toni usati dal leader degli industriali. Che rimarca la distanza tra la necessità di una crescita e il livello attuale del dibattito politico. "Per non perdere posizioni competitive il Paese non deve perdere il senso di sè e in questo momento il rischio mi sembra forte. Se ogni giorno il dibattito politico viene travolto da questioni che nulla hanno a che fare con un'agenda seria, noi ci arrabbiamo e ci indigniamo" scandisce Emma Marcegaglia. Che chiede anche di riprendere "l'agenda delle riforme vere per ridare crescita e occupazione al Paese". Secondo Marcegaglia, tuttavia, "Confindustria non dice che la responsabilità è del presidente del Consiglio. Bisogna che la politica nel suo complesso reagisca". Non con il voto, però: "Continuo a pensare che andare a votare in questa situazione è molto complicato. Resto dell'idea che non si debba andare alle elezioni, perchè ad aprile c'è il piano di crescita e competitività da approvare in Europa. Abbiamo bisogno di serietà e che si facciano le cose per il Paese".

Ed è vibrante anche il richiamo del quotidiano dei vescovi italiani Avvenire al premier, che ieri ha pubblicamente rivendicato la libertà e difeso con orgoglio il proprio stile di vita e il suo rapporto con le donne, sottolineando di non essere intenzionato a cambiare alcunchè.

"Noi siamo convinti - scrive il giornale della Cei in un editoriale siglato dal direttore Mario Tarquinio dedicato al 'caso Ruby' - che l'Italia e gli italiani si aspettino da chi siede al vertice delle istituzioni dello Stato la dimostrazione di sentirsi gravato oltre che di un indubbio e legittimo potere, di doveri stringenti. Sobrietà personala e decoroso rispetto di ciò che si rappresenta sono quelli minimini. E riguardano tanto il linguaggio quanto lo stile di vita".

"Non ci piace guardare dal buco della serratura - continua l'editoriale - e del personale stato di salute dei nostri politici ci interessiamo con sommo rispetto e soltanto lo stretto necessario. Ma lo sguardo che riserviamo ai fatti della nostra politica è diretto e attento. E lo stato di salute delle istituzioni repubblicane ci preme moltissimo". Per il giornale dei vescovi un altro "punto nodale" è se Silvio Berlusconi "in qualità di primo responsabile del potere esecutivo della Repubblica abbia operato o meno una inconcepibile pressione indebita sulla Questura di Milano".

Urso: "Ha ragione".
"La Marcegaglia ha pienamente ragione cosi' non si puo' andare avanti, e come maggioranza abbiamo il dovere di rispondere all'appello drammatico delle imprese con atti concreti''. Così Adolfo Urso, vice Ministro allo sviluppo economico e coordinatore nazionale del comitato promotore di Futuro e Liberta'.

Sacconi: "Nessuna paralisi".
"Sette inchieste in venti giorni attorno al premier costituiscono di per sè una dimensione che non può non far pensare ad un accanimento organizzato o quantomeno convergente di tutti quei settori economici, politici e istituzionali che non hanno mai accettato l'esito del voto popolare, che aspirano al potere senza la fatica e la responsabilità del consenso". Lo afferma il ministro del lavoro e delle politiche sociali, Maurizio Sacconi che replica alle parole della Marcegaglia: "Tutto si può forse dire tranne che il governo sia paralizzato".

Bersani: "Berlusconi se ne vada". "Le notizie che emergono da Milano ci dicono una cosa chiara: Berlusconi non può stare un minuto di più in un ruolo pubblico che ha indecorosamente tradito" dice il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. "L'Italia - sottolinea Bersani - ha una dignità che non può essere messa a repentaglio davanti al mondo. L'Italia ha dei problemi che devono essere finalmente affrontati in un clima di serietà e di impegno. Ormai il tempo è finito. Bisogna aprire una fase nuova".

Di Pietro: "Umiliata la Questura".
L'aspetto più deplorevole è "l'umiliazione a cui il presidente del Consiglio ha sottoposto i funzionari della questura di Milano" afferma Antonio Di Pietro. "Cos'altro deve aspettare il Parlamento - si chiede l'ex magistrato - prima di togliere la fiducia a questo satrapo nostrano?".

Schifani: "No all'instabilità".
"In un momento così complesso e di crisi è forte il rischio di speculazione. Il paese non può permettersi fasi di instabilità, incertezza, contrapposizione politica forzata" afferma il presidente del Senato, Renato Schifani, intervenendo al convegno dei giovani imprenditori di Confindustria. "E' bene - aggiunge - evitare crisi di sistema irreversibili e ciascuno, di ogni ordine e grado è chiamato all'esercizio del buon senso e della ragionevolezza".

(30 ottobre 2010)

Berlusconi: "I love life and women" Il "media trash" sulla stampa estera


Non è bastata una notte a spazzare via Ruby e le feste di Berlusconi dalle pagine della stampa estera. Neanche l'allarme terrorismo è riuscito a cancellare il segno dell'ennesimo scandalo. E oggi in Gran Bretagna il Guardian parla infatti di "ennesimo": "Uno scandalo di troppo?" titola il quotidiano britannico, e riprende la vicenda che riguarda il nostro premier. Non solo. Articoli oggi sono usciti anche su Mail e Daily Telegraph. La particolarità è che i giornali inglesi a differenza dei nostri, pubblicano le foto della ragazza minorenne senza celarne il viso.

Il New York Times ripercorre l'intera vicenda di "Mr. Berlusconi", parte dalla telefonata in procura e arriva alla difesa del premier sull'essere fiero del suo stile di vita. "Sono una persona allegra. Amo la vita e amo le donne" riporta il sito del giornale online americano. E spazzatura mediatica suona anche meglio, "media trash". Come leggere di Fede, l'unico giornale straniero a citarlo.

Sul MailOnline la foto che campeggia offre a chi volesse, uno sguardo su Ruby senza pixel a ingarbugliarle il viso. Ruby Heartrobber, Ruby Rubacuori, come scrivono si definisca lei stessa, si troverebbe secondo le parole dell'avvocato della minorenne, Luca Giuliante, "in un affare troppo più grande di lei".

Più stanco di dover ripetere le gesta del nostro presidente del Consiglio l'Hindustan Times , tra i più importanti quotidiani in lingua inglese letti in India. "Playboy Berlusconi won't change", il Berlusconi playboy non cambierà, titola il giornale e parte dalla difesa del "plurimiliardario" premier italiano. Recidivo e felice di esserlo. "Non cambierò modo di vivere. E' un attacco sul quale, come al solito, sorrido", citano. Per poi chiudere l'articolo con un riassunto sulle puntate precedenti. Dal divorzio con Veronica Lario a Noemi Letizia, dal soprannome Papi fino a Patrizia D'Addario. Il tutto in meno di dieci righe.

Sul Times Of India , Berlusconi nel titolo diventa "Berlo" e la vicenda è seguita con gli onori di una telenovela. L'articolo affronta solo le parole di difesa del premier. "Sono un tipo allegro e sorridente, pieno di vita", citano attribuendo al "74enne" (senza mettere il nome o la carica accanto all'età) aggiungendo la sua giustificazione a chiusa dell'articolo: "Dopo le mie giornate di lavoro, se ogni tanto sento il bisogno di rilassarmi la sera, di dire qualche barzelletta, come terapia mentale, per pulire la testa dalle mie preoccupazioni, credo di potermelo permettere. E' parte della mia personalità". To be continued.

(30 ottobre 2010)

Il popolo del Bunga Bunga incontenibile gara di ironia


di TIZIANO TONIUTTI

A SILVIO Berlusconi la Rete non nega mai una replica. E puntualmente con il caso del "Bunga Bunga", arrivano le prese in giro, i remix e le battute nate sotto lo sguardo sarcastico e spietato di internet, che rielabora la nuova formula magica in infinite varianti e adattamenti. Ne abbiamo già parlato ieri, ma oggi registriamo il picco.

Social Network. Su Facebook è già attivo un partito istantaneo, "il Popolo del Bunga Bunga". Il manifesto fondativo è chiaro: "Se anche a te capita di avere il sospetto che chi ci governa ce lo stia mettendo (omissis), sappi che da oggi c'è un nuovo simbolo in cui noi italiani ci possiamo riconoscere". Ovviamente il contenuto più condiviso è l'inarrivabile versione di "Waka waka" di Elio e le Storie Tese 2, appunto "Bunga Bunga", ma non va male neanche l'argomento "Gente che si meriterebbe il Bunga Bunga" (qui ), con un podio formato da facce di D'Alema, Minzolini, e Borghezio. Sempre frequentatissimo il gruppo "Silvio aiuta anche noi", con un'invocazione al "Presidente di cuore: pagami la bolletta".

Su Twitter, tra un "pensavo fosse amore e invece era un bungabunga" e un "gli italiani adorano il bungabunga, se lo fanno fare da sempre" gli utenti si chiedono quale sarà la prima azienda a sfruttare l'onda lunga delle parole magiche (pare esista già un olio da massaggio con il nome Bunga Bunga). Intanto tra gli allegri "cinguettii" degli utenti rimbalza un articolo meno faceto del Wall Street Journal, in cui si racconta di un'Italia "stufa di pensare al debito e dedita al Bunga bunga".

Musica, video e tormentoni. Chi ricorda "Mmmbop" degli Hanson, una hit di qualche tempo fa, non potrà non sorridere con la versione realizzata dal dj Paolo Monti, che ha ricalibrato il brano sulle due parole più famose del momento. Qualcuno con memoria di classifiche ancora precedenti ha invece pensato di rispolverare "Andavo a cento all'ora" di Gianni Morandi, che all'inizio del brano canta le parole "Dunga dunga". E parte il dibattito su un'ipotesi: dato per assodato che una consonante è un errore trascurabile, Morandi sapeva già tutto? Su Youtube c'è da vedere anche il video di Sarx88, una vera e propria celebrazione pagana del Bunga Bunga, con un epilogo straziante basato sulla legge del contrappasso. tra Sul fronte delle battute, il web non si risparmia, eccone una: Berlusconi incontra la ragazza e le chiede come si chiama. Lei risponde "Ruby". E lui, "anche tu lo sai!". Fulminanti quelle di Spinoza.it, come sempre all'avanguardia: "Già si pensa a un lodo all'ano", si legge sul perfido sito di satira. O anche "Berlusconi: amo la vita. E tutto quello che c'è sotto".

Google. Dopo aver digitato Bunga Bunga, il motore di ricerca restituisce 12 milioni e mezzo di risultati. Che diventano molti meno semplicemente cercando "bunga bunga" tra virgolette, circostanziando i risultati possibili ai casi in cui le due parole appaiono scritte proprio così, vicine e uguali. Tra i dodici milioni ci sono tanti "Unga bunga" (una variante, utilizzata per raccontare la famosa barzelletta dei selvaggi amanti dell'altra porta dell'amore), qualche "Bunga Bungala" e anche un virus per computer, che non a caso si introduce nel sistema attraverso una "backdoor". Viene anche fuori la mappa di Dunga Bunga nel Punjab, ma è anche vero che immettendo volutamente un errore cercando "bunga cunga", Google ci informa che forse volevamo cercare "Bunga bunga". La tecnologia ci fa presente che l'argomento esiste, eccome.

(29 ottobre 2010)

Milano, la scelta del pm dei minori "Ruby doveva andare in comunità"


Il pm dei minori di Milano Annamaria Fiorillo, che era di turno il 27 maggio scorso quando Ruby venne fermata e portata in Questura , diede disposizione affinchè la ragazza, più volte ospite di Silvio Berlusconi ad Arcore, venisse collocata in una comunità protetta in attesa dell'intervento del Tribunale per i minorenni. Una disposizione che venne disattesa dopo l'ormai nota telefonata di Berlusconi che annunciò che Ruby sarebbe stata presa in consegna da Nicole Minetti, l'ex igenista dentale (adesso consigliere regionale), del premier.

LE FOTO


L'inchiesta che vede al centro la minorenne nasce da due spunti investigativi diversi per favoreggiamento della prostituzione. A quanto si è appreso da fonti giudiziarie qualificate, nell'inchiesta sono confluite le segnalazioni del Tribunale dei Minorenni al Procuratore aggiunto Piero Forno sui trascorsi della giovane e le indagini del pm Antonio Sangermano nate dopo il fermo di Ruby in Questura del 27 maggio scorso per il presunto furto di tremila euro e di alcuni orologi.

La notte del 27 maggio, Ruby era stata affidata a Nicole Minetti in seguito a una telefonata di Berlusconi al capo di gabinetto della Questura di Milano. Telefonata agli atti dell'inchiesta dove si sosteneva che la ragazza era parente del presidente egiziano Mubarak e che dunque sarebbe stato opportuno evitare il trasferimento in una struttura di accoglienza". Poco dopo toccò alla Minetti prendersi cura della giovane. Cosa che, però, durò pochissimo.

Dopo pochi giorni Ruby venne trovata in giro per Milano in "atteggiamenti non adeguati". Venne di nuovo identificata e collocata in via d'urgenza in una comunità da cui poi scappò nuovamente. Oggi la Minetti resta sul vago: "A me la decisione del pm non risulta e onestamente non voglio commentare nè dire più nulla su questa vicenda"

Nel frattempo la minorenne (lunedì diventerà maggiorenne), che si trova ancora a Genova, torna sulla vicenda: "Con il premier Berlusconi c'è stata conoscenza e non amicizia. Perchè io do molto valore all'amicizia e non posso definire amico chi ho conosciuto solo per una sera". Infine l'annuncio di un suo prossimo libro di cui c'è già il titolo ("Il mio specchio") e la trama: "racconterò della mia infanzia e del Kinderheim, della casa-famiglia di Sant'Ilario ma anche del pm milanese Pietro Forno e di Berlusconi".

(30 ottobre 2010)

Carceri: è emergenza umanitaria

Rai, Santoro mantiene Vespa


Porta a Porta costa il doppio di Annozero, ma Bruno guadagna 5 volte Michele. Il costo di Porta a Porta per ogni mille ascoltatori è quasi il doppio di quello di Annozero

Sarà anche un’azienda pubblica, ma è pur sempre una società per azioni. Eppure scoprire quali sono i prodotti di successo della Rai e quali i bidoni è impresa da agenti segreti, perché i costi (e le perdite) dei singoli programmi sono tra i segreti meglio custoditi del Paese. Ma incrociando i dati ufficiali, si riesce comunque a rompere il muro di riservatezza che circonda viale Mazzini.
Se consideriamo il 2009, ognuna delle 29 puntate annue di Annozero costa 194 mila euro e viene vista in media da quasi cinque milioni di persone (4.942.370) con uno share del 20,08 per cento. I costi vengono interamente coperti dai ricavi pubblicitari, che sono più del triplo: consultando il listino prezzi della Sipra, la concessionaria per la pubblicità della Rai, vediamo che ogni spot di Annozero della durata di 30 secondi, nell’autunno 2009, è stato venduto a prezzi oscillanti tra i 59 mila e i 66 mila euro. Annozero vende di media 20 spot per un totale di 600 secondi a serata.

Il listino prezzi degli spot

Su Rai1 Porta a Porta, il programma di Bruno Vespa, va in onda 110 volte all’anno più speciali estivi. Il costo della trasmissione è 70 mila euro a puntata, che lievitano a 84 mila quando passa in prima serata. L’ascolto medio è del 16,44 per cento di share con 1 milione e mezzo di telespettatori (1.410.314). Porta a porta riesce a vendere in media soltanto 360 secondi di pubblicità a serata al prezzo (dati Sipra dell’autunno 2009) di 28 mila euro ogni 30 secondi. 28 mila euro contro circa 60 mila: ma il confronto tra la “redditività” di Santoro e quella di Vespa deve tener conto del fatto che vanno in onda in orari e su reti diverse, Rai1 è più forte di Rai2, ma la seconda serata per gli inserzionisti vale molto meno del prime time . Si può però calcolare quanto devono pagare i telespettatori che pagano il canone per ciascuna delle due trasmissioni. I costi diAnnozero, spalmati sui contribuenti, sono di 30 centesimi di euro ogni mille ascoltatori, per Porta a porta si spendono invece 50 centesimi. Solo L’Ultima parola, la trasmissione settimanale di Gianluigi Paragone in seconda serata su Rai2, costa più di quella di Vespa tra i programmi di informazione: 70 centesimi ogni mille ascoltatori se consideriamo i dati forniti dal conduttore stesso, 98 centesimi secondo quanto risulta al Fatto Quotidiano. Le altre principali trasmissioni d’informazione della Rai sono, in proporzione, meno care: Report di Milena Gabanelli costa 40 centesimi ogni mille ascoltatori (e 139 mila euro a puntata) e Ballarò di Giovanni Floris 27 centesimi (e 110 mila a puntata). Ecco gli ascolti: quasi 4 milioni in media col 15,54 per cento di share per Ballarò, e quasi tre milioni per Report (12,22 per cento di share), entrambi su Rai3.
Nonostante la Sipra si rifiuti di fornire i dati complessivi e dettagliati, sappiamo che Report, a novembre dell’anno scorso, ha venduto 720 secondi di pubblicità per ogni puntata. Prezzo: 55mila euro ogni 30 secondi. Ballarò ha venduto 360 secondi, proprio come Porta a porta, con la differenza però che gli inserzionisti hanno pagato per Floris 54mila euro ogni 30 secondi, circa il doppio che per Vespa. C’è però una variabile cruciale, e dunque riservatissima, per valutare nel concreto se un programma per la Rai è un affare o una palla al piede.

Lo sconto top secret

Quando l’azienda vende gli spazi pubblicitari agli inserzionisti, infatti, concede sconti del 40 o 50, persino 60 per cento. Si possono solo fare ipotesi: il pubblico di Santoro, per esempio, è più pregiato perché più giovane (nella fascia 43-53 anni), in quello di Vespa abbondano invece i pensionati, a basso reddito e dunque target secondario per la pubblicità. E’ fisiologico, quindi, che la Rai cerchi di incoraggiare l’acquisto di blocchi pubblicitari là dove sono meno redditizi, con vendite in blocco a prezzi scontati (possibili perché Porta a Porta va in onda molto spesso). Infatti al contrario di tutti gli altri programmi, che sono settimanali, Vespa occupa quattro sere a settimana (quando hanno cercato di ridurle a tre, Vespa ha risposto “lascio la Rai”). Un monopolio dell’informazione di Rai1, che non lascia spazio ad altre iniziative, nonostante gli ascolti inferiori agli standard della rete: se la media di Rai1 è del 21,15 per cento di share, Vespa col suo 16,44 per cento di ascolti va sotto quasi di cinque punti.

Anche l’Ultima parola abbassa la media di rete (di 1,1 punti di share) portando a casa 759 mila spettatori a fronte della media di 976 mila che ha Rai2 in seconda serata. Perde anche Lucia Annunziata su Rai3: il suo In mezz’ora, in onda nella fascia difficile della domenica pomeriggio (su Rai1 e Canale 5 ci sono i contenitori di varietà) , viene seguito dal 7,77 per cento di share rispetto a una media di rete dell’8,54 per cento. Ma la trasmissione dell’Annunziata non viene interrotta da break pubblicitari, inizia subito dopo il tg e viene seguita solo da promo di altri programmi di Rai3, dunque non pagati. Questo significa che i 25 mila euro lordi, cioè il costo di ogni puntata, non vengono coperti da alcun ricavo.

Gli stipendi non sono però proporzionati ai risultati di ascolto: in testa c’è infatti Bruno Vespa, con i suoi 2,12 milioni di euro all’anno. Vespa ha aumentano il suo stipendio base da 1,2 a 1,6 milioni di euro per 100 puntate, a cui aggiungere gli extra per le prime serate. Nella classifica seguono Santoro (662 mila euro) e Floris (500 mila euro di media). Anche se ha raccontato in diretta di guadagnare “solo mille euro lordi a puntate”, Paragone somma il gettone per la conduzione all’ingaggio da 160 mila euro lorde per la vicedirezione di Raidue. Lucia Annunziata incassa invece 8 mila euro lordi a puntata, la Gabanelli soltanto 150 mila all’anno, sempre lordi.
(1. Continua)

Di Beatrice Borromeo e Carlo Tecce