lunedì 31 gennaio 2011

NON MI PIACE

FRANZ90

DAL BLOG “TURCHINO”

http://belafonte-franz90.blogspot.com/

A costo di attirarmi le ire di tutta la compagnia, devo dire che non mi piace. Non mi piace tutta questa volgarità offensiva, e non parlo di parole, ma, per dirla così, di idee. Anche se sappiamo bene tutti di chi è la colpa.

"Culo flaccido".

Tutte queste puttanelle che la danno al primo venuto: non gli fa "ribrezzo" quando ricevono soldi sonanti, gioielli, poltrone o poltroncine.. quando gli fa comodo non vanno tanto per il sottile.

Mi dispiace ma io sto dalla parte del rispetto dell'uomo, qualunque uomo, compreso Berlusconi, in questi frangenti o donna, si capisce.

E già che ci sono, come mai la Melandri (PD) è diventata così stupida? si è inventata che sua figlia (già stronza a 12 anni) le ha chiesto, mentre chiacchierava con le sue "amichette": mamma, ma è normale che una persona così anziana vada (notare il verbo) con delle minorenni? (notare il termine "tecnico").

Vorrei suggerire a quella bamboccia di chiedere a sua mamma: E' normale che un uomo vada con un altro uomo? e poi riferire in direzione del PD la risposta della Mamma.

Minetti, blitz in Procura "Sì, gestivo io l'Olgettina"


PAOLO COLONNELLO

Tre ore e mezzo d’interrogatorio, a tratti teso, talvolta più rilassato, e con svariati «mi avvolgo della facoltà di non rispondere», soprattutto per quanto riguardava la posizione di Silvio Berlusconi. Nicole Minetti, a sorpresa, ieri pomeriggio alle 14,30 si è presentata negli uffici deserti della Procura a Palazzo di Giustizia per anticipare di due giorni l’interrogatorio fissato con l’invito a comparire recapitatole mercoledì. Una decisione presa in accordo con il suo legale, l’avvocato Daria Pesce, non tanto per accelerare i tempi di chiusura dell’inchiesta su Silvio Berlusconi quanto per dribblare, come auspicato dallo stesso avvocato, la presenza dei giornalisti che per martedì si prevedeva imponente e ingestibile per l’ordine pubblico. Così, in una città appiedata per l’inquinamento e sferzata da un nevischio gelido, la bella Nicole ha fatto il suo ingresso negli uffici degli inquirenti al quarto piano nell’ufficio di Ilda Boccassini dove ad attenderla c’era anche il pm Antonio Sangermano.

Che la consigliere regionale, ex igienista dentale del Cavaliere, fosse intenzionata a presentarsi e, in parte, a rispondere era ormai cosa nota. Nicole Minetti lo aveva detto ormai in tutte le interviste. Come sia andato il confronto con i pm però lo si vedrà compiutamente soltanto quando il verbale d’interrogatorio sarà depositato agli atti. Di certo i magistrati non si aspettavano grandi ammissioni o confessioni plateali e così è stato. La difesa della Minetti si è basata soprattutto sull’elemento psicologico del reato: l’inconsapevolezza cioè, che il comportamento della giovane «favorita» del Presidente comportasse la commissione di reati. «Ho solo 25 anni...», aveva insistito nelle sue interviste dell’ultima settimana la giovane esponente regionale del Pdl. Dunque Minetti ha ammesso di aver preso in gestione gli appartamenti di via Olgettina (ben 4 intestati a lei) per ospitarvi le ragazze che frequentavano i festini di Arcore, nonchè di aver ricevuto i pagamenti per gli affitti da Giuseppe Spinelli, il contabile di Berlusconi. E del resto, sia le intercettazioni che il lavoro sulle celle telefoniche, nonchè i documenti delle ricevute sui canoni trovati nella sua abitazione, non lasciavano molto spazio ad altre giustificazioni. L’ex ballerina di Colorado Cafè ha ammesso anche di aver telefonato e fissato appuntamenti alle giovani prescelte («delle amiche») che volta per volta avrebbero dovuto animare i dopocena hard del Presidente. Ma ha respinto il ruolo di «maitresse» della situazione sostenendo che tutto ciò lo avrebbe fatto senza rendersi conto che avrebbe comportato il favoreggiamento e l’induzione della prostituzione, reato di cui è accusata insieme a Emilio Fede e Lele Mora. Il fatto poi che Berlusconi pagasse le sue ospiti, Minetti l’avrebbe spiegato con la consueta «generosità» del Presidente di cui, come emerge anche dalle intercettazioni («Lui non mi telefona...non mi parla, deve capire che io non sono come tutte le altre») ha subito anche una certa infatuazione («Il Presidente a tavola volle la Minetti vicino a sè...», ha raccontato T.N., una delle due testimoni capitate per caso ad Arcore e fuggite "disgustate"). Insomma: un po’ inguenua, un po’ amante inconsapevole. Infine, sulle domande relative alle richieste del Premier o ai «bunga bunga», si sarebbe avvalsa della facoltà di non rispondere.

Ovviamente non si sa quanto questa versione abbia convinto i pubblici ministeri che, secondo voci non confermate, avrebbero deciso di secretare i verbali e di non riconvocarla una seconda volta. Ma certo la scelta della Minetti di presentarsi all’interrogatorio l’ha costretta a camminare su un sentiero molto stretto e difficile: ammettere qualcosa, giocare sulla mancanza del cosiddetto «elemento soggettivo», ovvero la consapevolezza del reato, e, soprattutto, evitare di scaricare Silvio Berlusconi. Il quale, oltre a pagare il suo avvocato, proprio recentemente era intervenuto nella trasmissione di Gad Lerner per difenderla pubblicamente e farle sapere, visto che Minetti era stata l’unica a non aver voluto presentarsi ad Arcore due giorni dopo le perquisizioni, che a sua volta non l’avrebbe abbandonata. A questo punto, terminate l’acquisizione delle ultime prove e sistemate le carte, i pm potrebbero chiedere già questa settimana il giudizio immediato per il Premier.

Federalismo, i nuovi oppositori


LUCA RICOLFI

«Item di tipo Thurstone». Nella disciplina alquanto esoterica che insegno all’università (Analisi dei dati) si parla di «item di tipo Thurstone» quando, su un certo tema, si può essere ostili a qualcosa per ragioni opposte. In politica, ad esempio, fascisti e comunisti erano entrambi ostili alla Dc, ma su sponde antitetiche. E oggi, per fare un altro esempio, chi è contro l’Unione europea può esserlo perché rimpiange gli Stati nazionali indipendenti, o viceversa perché vorrebbe un vero governo sovrannazionale, con più e non meno poteri dell’attuale Parlamento europeo.

Da qualche giorno questo genere di pensieri mi ronza nella mente, e non solo perché sto per iniziare il mio corso. È la traiettoria del federalismo che me li sta imponendo. Presi dal caso Ruby non ce ne stiamo accorgendo, ma sotto i nostri occhi si sta delineando un nuovo tipo di opposizione al federalismo. Un’opposizione diversa da quella classica, perché basata su argomenti non semplicemente diversi, ma del tutto antitetici a quelli degli anti-federalisti tradizionali. Il federalismo sta diventando un «item di tipo Thurstone».

Vediamo un po’. Finora il nucleo dell’opposizione al federalismo è sempre stato di matrice sudista-solidarista. I nemici del federalismo, più che combatterlo, cercavano di frenarlo, mitigarlo o temperarlo. Il timore era che il federalismo potesse funzionare fin troppo bene, con la conseguenza di spostare risorse dai territori attualmente privilegiati (Mezzogiorno e regioni a Statuto speciale del Nord) verso le grandi regioni del Nord, attualmente gravemente penalizzate dagli sprechi e dall’evasione fiscale di quasi tutte le altre.

Oggi non è più così. Da alcune settimane, accanto a questa opposizione classica al federalismo fiscale se ne sta costituendo una nuova, di segno del tutto opposto. Gli alfieri di questa nuova opposizione non sono i nemici storici del federalismo, ma alcuni fra i suoi più convinti sostenitori. Persone che da anni si occupano del problema, che hanno sempre difeso le buone ragioni del progetto federalista, ma ora vedono con raccapriccio che quello che si sta consumando a Roma, fra infinite riunioni, tavoli tecnici, negoziati non è l’ultimo passaggio di un lungo cammino, ma è una mesta, lenta e non detta agonia del sogno federalista. I dubbi degli studiosi sulla legge 42 e sui decreti delegati non sono una novità, e sono stati espressi più volte in questi anni nelle sedi più diverse (alcuni dei miei sono raccolti sul sito www.polena.net). A tali dubbi, nelle ultime settimane, se ne sono aggiunti molti altri, e due in particolare hanno allarmato un po’ tutti: il timore che l’esigenza, tutta politica, di ottenere l’ok dell’Anci (l’associazione dei Comuni) porti a un ulteriore aumento della pressione fiscale; l’obbrobrio anti-federalista per cui i comuni si finanzieranno con tasse pagate dai non residenti (imposta di soggiorno e Imu sulle seconde case), con tanti saluti al principio del controllo dei cittadini sui loro amministratori. Un frutto avvelenato, quest’ultimo, dell’abolizione dell’Ici sulla prima casa, provvedimento demagogico voluto dal governo Prodi e completato dal governo Berlusconi.

Dunque oggi fra coloro che si oppongono ai decreti sul federalismo ci sono, è vero, i «soliti noti» di sempre, a partire dai partiti del Terzo polo, tutti insediati più al Sud che al Nord, ma ci sono per la prima volta anche i veri federalisti, coloro che al federalismo hanno sempre creduto più della Lega stessa.

Politici, amministratori, studiosi, commentatori politici, il cui timore non è che il federalismo possa funzionare, eliminando ogni forma di parassitismo e assistenzialismo, ma che il federalismo possa non funzionare affatto, lasciando le cose così come sono, o addirittura peggiorandole, ad esempio con più tasse e più spese, o semplicemente con una selva di norme ancora più barocche e intricate di quelle che cerchiamo di lasciarci alle spalle. Oggi capita sempre più frequente di leggere e di sentir dire, non già «sono contro il federalismo, quindi mi oppongo al decreto sul federalismo municipale», ma piuttosto, «sono federalista, quindi non posso votare questo decreto».

Naturalmente mi rendo conto che, dietro all’appoggio come dietro all’opposizione al federalismo, ci possono essere e ci sono le ragioni meno nobili. I comuni possono approvarlo solo perché sono riusciti a strappare più quattrini allo Stato centrale, il Pd può affossarlo solo perché la cosa può aiutare a far cadere Berlusconi (come ha velatamente riconosciuto Sergio Chiamparino in un’intervista a Repubblica). E tuttavia vorrei fare presente che, accanto a chi strumentalizza la questione a fini politici, esistono anche i federalisti sinceramente, disinteressatamente e motivatamente preoccupati.

Preoccupati che la riforma non passi, ma anche preoccupati che non funzioni, o che dia frutti perversi. Perché la novità è questa: oggi chi è veramente federalista non può non chiedersi se sia meglio (meno peggio) che il federalismo «a la Calderoli» passi, o sia meglio che tutto venga affossato per l’ennesima volta. Io, che ho sempre difeso il federalismo, il dubbio ce l’ho. E vi posso dire che altri federalisti convinti, almeno in privato, confessano di augurarsi che tutto si blocchi, tali e tante sono le concessioni che gli artefici del federalismo sono stati costretti a fare alla rivolta degli interessi costituiti e alla miopia del ceto politico locale.

È una conclusione amarissima. Perché non è dettata da alcuna convinzione specifica pro o contro l’idea federalista, ma solo dalla constatazione che la classe politica non è capace di discutere una riforma così cruciale per il futuro di tutti noi sollevandosi, almeno un pochino, al di sopra dei propri meschini interessi di bottega. Pensando per un attimo solo al bene dell’Italia, di cui pure si appresta a celebrare il 150esimo anno dall’Unità.

No, purtroppo i nostri parlamentari non ce la faranno a guardare un po’ oltre. È inutile farsi illusioni. Sia il decisivo voto di giovedì sul federalismo municipale, sia gli appuntamenti parlamentari successivi, saranno governati dai calcoli del governo per restare in sella, e da quelli delle opposizioni per disarcionarlo. È triste ammetterlo, ma anche su questo, su una riforma che aspettiamo da vent’anni, siamo nelle mani di Ruby.

“La misura è colma, democrazia a rischio”


di Gian Carlo Caselli

Il 12 gennaio 2002, in questa stessa aula, inaugurando anche allora l’Anno giudiziario, Maurizio Laudi – parlando a nome dell’Associazione magistrati – ebbe a dire: “Ci indigna che il capo del governo, in sede internazionale, rappresenti l’azione di alcuni uffici giudiziari come atto di persecuzione politica. Ci indigna perché queste accuse non sono vere e perché vengono ripetute come verità acquisite che non richiedono di essere provate”.

Parole coraggiose, necessarie per arginare una pericolosa deriva già allora in atto. Deriva che, peraltro, è continuata. Come fosse ossessionato dai suoi problemi giudiziari, il presidente Berlusconi ha moltiplicato gli interventi volti ad indurre, nei più, l’immagine della giustizia come “campo di battaglia” fra interessi contrapposti, anziché luogo di tutela di diritti in base a regole prestabilite; contribuendo così alla devastazione di tale immagine. La tecnica della ripetizione assillante che trasforma in verità anche i falsi grossolani continua a essere applicata in modo implacabile . E dopo aver proclamato la necessità di istituire una commissione parlamentare d’indagine per accertare se la magistratura opera con fini eversivi, il capo del governo ha sostenuto (in un videomessaggio trasmesso a reti unificate) che i Pm devono essere “puniti”, mentre si preannunziano manifestazioni di piazza contro i giudici “politicizzati” per il prossimo 13 febbraio.

Così la misura è colma. Non la misura della nostra pazienza (l’impopolarità dei magistrati nelle stanze del potere è fisiologica e talora necessaria per una giurisdizione indipendente: la provarono in vita anche Falcone e Borsellino...). Vicina al livello di guardia è la misura della compatibilità con le regole di convivenza istituzionale proprie di un sistema democratico.

Nessun leader democratico al mondo ha mai osato sostenere che “per fare il lavoro (di magistrati) bisogna essere malati di mente; se fanno questo lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana”. Il presidente Berlusconi invece lo ha sostenuto.

Nessun leader democratico al mondo (ancorché inquisito) ha mai osato parlare di “complotto giudiziario” ordito ai suoi danni da magistrati indicati come “avversari politici”. Le reazioni dei personaggi pubblici inquisiti – all’estero – sono le più svariate, ma sempre contenute in un ambito di accettazione e rispetto della giurisdizione. Solo in Italia si lanciano contro la magistratura, senza prove, grottesche accuse di macchinazione o persecuzione; quando si deve leggere, piuttosto, insofferenza per il controllo di legalità e per la rigorosa applicazione del principio di obbligatorietà dell’azione penale.

Nessun leader democratico al mondo coinvolto in vicende giudiziarie si è mai sognato di difendersi DAL processo anziché NEL processo. In Italia, invece, il premier ha sperimentato una strategia di contestazione del processo in sé, quasi una sorta di impropria riedizione del cosiddetto processo di rottura da altri praticato in passato.

Sotto nessun cielo democratico del mondo il potere politico ha mai operato sui giudici interventi per ottenere una certa interpretazione della legge o si è sostituito ad essi nell’interpretazione. Sarebbe un vulnus intollerabile al principio della separazione dei poteri. Solo in Italia si registrano simili strappi. Basti ricordare la mozione approvata dalla maggioranza del Senato il 5 ottobre 2001, per indicare ai giudici (testualmente) “l’esatta interpretazione della legge” dopo una pronunzia di tribunale in tema di rogatorie non gradita al Palazzo. Oppure la decisione di due giorni fa della Giunta per le autorizzazioni di Montecitorio, che ha stabilito quale ufficio giudiziario sia competente a procedere in una specifica indagine (ovviamente qui non si fa questione di merito, ma solo – per così dire – di titolarità della competenza a stabilire la competenza).

Invece di indulgere a un riequilibrio dei poteri a danno delle prerogative costituzionali della magistratura (quella requirente in particolare); sarebbe tempo di pensare, finalmente, a una vera riforma della giustizia, capace di migliorare l’efficienza del sistema e di ridurre i tempi dei processi.

Infine, chi parla a vanvera di “partito dei giudici”, voglia prendere atto che un “partito dei giudici” esiste davvero, ma nell’accezione dello storico Salvatore Lupo, secondo cui è “attraverso l’impegno di alcuni e (purtroppo) il martirio di altri, che l’idea del partito dei giudici prende forma. Nasce dalla sorpresa che, in un’Italia senza senso della patria e dello Stato, ci siano funzionari disposti a morire per il loro dovere, per questa patria e per questo stato. Ad ogni funerale, ad ogni commemorazione prende forma l’idea di per sé contraddittoria dei magistrati come rivoluzionari, in quanto portatori di legalità”. Ecco: definire “cospiratori” coloro che sono semplicemente portatori di legalità, non è solo offensivo. È soprattutto profondamente ingiusto.

(Questo è il testo integrale dell’intervento del procuratore capo di Torino, Gian Carlo Caselli pronunciato ieri all’inaugurazione dell’anno giudiziario).

Un bonifico allunga la vita


“Il denaro – diceva uno spettacolare Michael Douglas in Wall Streetnon dorme mai”. Nel nostro caso, simpaticamente, si traveste anche da poliziotta e da infermiera. Fra i piccoli grandi dettagli che in queste ore vengono rimossi con cura dai pretoriani mediatici incaricati dell’operazione Lifting mediatico per “culo flaccido”, c’è il particolare non indifferente dei bonifici. Ovvero dei pagamenti che – anche dopo l’inizio dell’inchiesta, e persino dopo la pubblicazione delle prime intercettazioni – continuano a confluire generosamente sui conti correnti delle mantenute dell’Olgettina.

Fra i dettagli che gli oppositori di sua maestà (su tutti il campione di trasparenza, il noto guerrigliero bersaniano Andrea Orlando) tralasciano di ricordare, quando si fanno scudisciare da Daniela Santanchè a Porta a Porta, c’è la figura quasi letteraria del ragionier Spinelli, quello che intrattiene la contabilità delle seratine e delle prestazioni, quello che si vedeva arrivare davanti Ruby come una iena (“Mi servono solo 5 mila euro, ma subito!”), quello che erogava 10 mila euro al mese alla pia fanciullina Alessandra Sorcinelli, uno stipendio da manager. Fra le cose che stranamente non colpiscono l’attenzione degli oppositori esangui, c’è la meravigliosa dichiarazione di Barbara Faggioli, trovata con trentamila euro sotto il cuscino: “Sono soldi miei, i risparmi di una vita”.

Insomma, fra risparmi ortopedici e vitalizi siliconati, fra stipendi del gruppo e bonifici a prestazione, se ci si chiede come mai il corpo di ballo di Arcore non abbia abbandonato il suo Papi, e un coro di opinionisti incuranti del ridicolo continui a spiegarci che il Bunga bunga è una barzelletta spiritosa, e che le minorenni erano lì per parlare di filosofia hegeliana, il motivo è molto semplice. Silvio continua a pagare, e anche generosamente. Un bonifico, come è noto, allunga la vita.

Il Fatto Quotidiano, 30 gennaio 2011

La banda larga


di Marco Travaglio

Ogni tanto qualche cretino che crede di essere à la page se ne esce a dire che la magistratura deve rientrare nei ranghi per restituire alla politica il suo primato e comunque bisogna rifuggire la “via giudiziaria” perché non sta bene sperare che siano i giudici, e non la politica, a liberarci della banda larga che occupa lo Stato.

Bellissime parole. Di fatto, cazzate.

Dove sarebbe la politica? Lasciamo perdere una volta tanto B., che comunque teme solo i giudici, e occupiamoci di quell’altro bel tipino di Guido Bertolaso. Fino a due anni fa era leccato da tutta la stampa che conta come un santo sceso in terra per fermare le calamità naturali con le nude mani, anzi con la sola forza del pensiero. Un genio che tutto il mondo ci invidia. Il volto umano del berlusconismo. Un civil servant bipartisan con cui si può, anzi si deve dialogare in nome dell’interesse “nazionale”. Dietro quell’unanimismo naturalmente si celavano interessi tanto inconfessabili quanto trasversali: non a caso San Guido, come Gromyko, è sopravvissuto a una dozzina di governi, Prima e Seconda Repubblica, destra-sinistra-centro, più Vaticano (vedi Giubileo 2000) e altri poteri forti. Ma il Superman della Protezione civile godeva di una popolarità – rivelò un sondaggio – addirittura superiore a quella del Papa.

Ora finalmente s’è scoperto chi era, cosa faceva e perché piaceva a tutti. Tant’è che prima passava da un talk-show all’altro e adesso non osa più metter naso fuori di casa. E grazie a chi? Alla “politica”? Alla terribile opposizione che ha fatto le pulci a lui e alla sua cricca?

No (a parte cani sciolti come Tommaso Sodano): a qualche raro giornalista, tipo Gatti dell’Espresso e ai cronisti di Report e Annozero; e soprattutto alla magistratura.

La Procura di Firenze ha beccato Bertolaso col sorcio in bocca e quella di Perugia, ereditato il fascicolo per competenza, ha chiuso le indagini confermando in pieno le accuse iniziali di corruzione: appalti in cambio di sesso, soldi e favori.

Intanto la Procura di Napoli che indaga sullo scandalo monnezza ha fatto arrestare il suo braccio destro, Marta Di Gennaro, già indagata per lo scandalo dei “Cdr”: stavolta è raggiunta con una decina di gentiluomini da accuse che vanno dall’associazione a delinquere al disastro ambientale, dal traffico illecito di rifiuti alla truffa e al falso. Nelle intercettazioni, purtroppo non ancora abolite dal governo del fare, la parola più usata dagli indagati è “merda”.

“Dalle spiagge – dice uno degli arrestati – nessuno si lamenta, ma fino a luglio han buttato a mare tonnellate di merda al giorno. Se su questa storia ci mette le mani un pm, ci faremo male tutti. Io mi faccio massimo qualche settimana a Poggioreale ma qualcun altro salta per aria”. Ora è a Poggioreale.

Ancora nel 2008-2009, mentre B. con la ramazza in mano annunciava ogni due per tre di aver risolto l’emergenza rifiuti in Campania grazie a quel gran genio di San Guido, i bertolaidi del Commissariato alla monnezza sperimentavano una tecnica di smaltimento davvero avveniristica: il percolato velenoso prodotto dalle discariche lo sversavano in mare. Così chi ha fatto il bagno dal 2006 al 2009 sulle coste del Casertano e della Campania del Sud scopre di aver nuotato nei veleni tossici (e magari si spiega finalmente perché, all’imbrunire, diventava fosforescente). Del resto, in una memorabile conferenza stampa a Napoli, B. citò ripetutamente il “pergolato” con l’aria di chi narra scene bucoliche in giardini profumati.

Ora qualcuno lamenterà l’ennesima invasione di campo delle procure. Perché, la politica che ha fatto? Si è data alla fuga: 17 anni di commissariamenti e consorzi lottizzati da tutti. Infatti sono indagati pure Bassolino e i suoi. Così nessuno può chieder conto al governo perché, tanto per cambiare, c’entra pure il Pd. Anziché andare a nascondersi, Bassolino pubblica le sue memorie e tenta di rioccupare il Comune tramite il suo clone Cozzolino. Anche con primarie taroccate. E le primarie, almeno per l’Italia, le ha inventate il Pd: infatti o le trucca o le perde.

La Lega ha deciso: il tempo di Berlusconi è finito


Il passaggio sul federalismo segna il traguardo del premier. Il Carroccio è pronto a mollare il Cavaliere che, ridotto ai telemessaggi, invia una lettera per invocare l'aiuto del Pd. "Proposta tardiva, discuteremo con un altro premier", ribatte Enrico Letta

La Lega ha deciso: il tempo di Berlusconi è finito. Nonostante abbia seguito l’invito di Umberto Bossi: “Vada in vacanza, qui ci pensiamo noi”. Di fatto il Cavaliere da due settimane è rintanato nel bunker di Palazzo Grazioli, ridotto ad apparire solo con dei video messaggi. La lettera che ha inviato al Corriere della Sera è l’ultimo gesto di un politico in evidente difficoltà. Nella missiva Silvio Berlusconi si rivolge al “comunista” Pierluigi Bersani, invocandone l’aiuto. “Agire insieme in parlamento, in forme da concordare, per discutere senza pregiudizi ed esclusivismi un grande piano bipartisan dell’economia italiana”. Il Pd, per una volta, risponde in coro: “Tempo scaduto, discutiamo ma con un altro premier”. Per il Cavaliere del resto il nemico oggi è l’ex alleato di ferro.

Roberto Maroni, in un’intervista sempre al quotidiano di via Solferino, formalizza la posizione del Carroccio. Condivide le preoccupazioni di Giorgio Napolitano (“se decide di sciogliere le Camere ne prenderemo atto”), ricorda che ciò che conta è solo approvare il federalismo e annuncia: “Alle urne saremo con il Pdl e se il premier non si candiderà più, il centrodestra ha altri nomi”. Il senatùr ha dettato la linea, durante il vertice di oggi pomeriggio nel quartier generale di via Bellerio sarà confermata: blindiamo l’accordo con il Terzo polo per far passare il federalismo subito e impegniamoci con loro e con il Colle a sostenere un percorso condiviso per creare un governo alternativo a Berlusconi. Le urne? Se passa il federalismo la Lega è pronta a sostenere un eventuale esecutivo guidato da Giulio Tremonti o anche da Gianni Letta. Le elezioni anticipate rimangono una eventualità concreta, ma c’è il rischio di veder morire il federalismo: se si votasse, infatti, la data utile è il 15 maggio. La legge delega scade il 21 maggio e, per quanto le commissioni lavorino anche a Camere sciolte, sarebbe impossibile tornare al governo per approvare in via definitiva il federalismo. Per questo il Carroccio sta valutando l’alternativa proposta dal Terzo polo: posticipare la validità della legge delega di sei mesi. La certezza è che Berlusconi non esiste più neanche nei calcoli leghisti.

Il Pdl reagisce in modo a dir poco scomposto.
Gianfranco Rotondi, ministro per l’Attuazione del programma, si scaglia contro il collega Maroni: “Non daremo alla Lega nessuna emozione nuova, Berlusconi è il nostro premier e in caso di elezioni sarà il nostro candidato”. Franco Frattini, ministro degli Esteri fino a venerdì impegnato a produrre documenti in linea con le tesi de Il Giornale sulla proprietà della casa di Montecarlo, si rimangia la richiesta di dimissioni di Gianfranco Fini da presidente della Camera: “Abbiamo detto più volte che questa è una valutazione che l’interessato può fare”. Parlando poi della sua informativa sulla vicenda, ha aggiunto: “Ho avuto il dovere istituzionale di rispondere al Parlamento. Non sta a me trarre le conclusioni”. E se Maurizio Gasparri, scoprendosi moderato, invita ad accettare il confronto proposto dal governo, l’iperberlusconiano ministro della Cultura, Sandro Bondi, invoca “la collaborazione nell’interesse del Paese” del Partito Democratico.

“Siamo alla farsa”, commenta
David Sassoli. Per il Verde, Bonelli, quella di Berlusconi è “la provocazione di un disperato”, mentre Beppe Fioroni non prende neanche in considerazione la proposta del Cavaliere. “A Berlusconi non può sfuggire che dopo aver demolito, ora bisogna che altri ricostruiscano”. Fioroni poi cita la Bibbia, il libro del Qoelet: “Per ogni cosa c’è il suo momento: c’è un tempo per demolire e un tempo per costruire. E’ un passo della Bibbia su cui Berlusconi dovrebbe meditare”. Complice la Lega, a breve il premier avrà tempo anche per i vangeli. “Maroni lo ha licenziato”, dice Fioroni. Opinione condivisa da Italia dei Valori, Api e Futuro e Libertà. Adolfo Urso bolla il premier come “confuso e poco credibile”, Italo Bocchino sostiene che “dovrà dimettersi come Ben Ali” mentre per Nichi Vendola di Sel, gli appelli del Cavaliere sono “tardivi e patetici”. A leggere i commenti appare evidente il punto su cui opposizione e Lega sono in accordo: Berlusconi ha fatto il suo tempo.

Arnoldo Foà, confessione di una sconfitta



Il sorriso conserva l'innocenza disarmante di un bambino. E la voce è sempre quella, sembra uscire da una caverna preistorica. «La mia voce? - dice - Non me ne frega niente. Eppure ha avuto il suo successo. Non l'ho scoperta io, l'hanno scoperta gli altri. In casa, nessuno ha mai detto di ammirare la mia voce. Non mi ricordo. Mia moglie sì...». Anna ricambia il sorriso: «La voce? No, non è stata la prima cosa, direi di no...». Seduto alla sua scrivania, la pipa accesa tra le dita di una mano, il manico del bastone nell'altra, Arnoldo Foà sfoglia la sua Autobiografia di un artista burbero (Sellerio). «Perché burbero? Sono buono come il pane. Burbero è uno che anche quando dovrebbe comportarsi dolcemente si comporta con cattiveria. Sono burbero?». Anna lo guarda con dolcezza.

Non è un tipo facile, Foà. Non è facile intervistarlo. Gli piace mostrarsi scontroso per poi sorridere, sbuffare, magari mandarti a quel paese. A 95 anni (compiuti la scorsa settimana), può permetterselo. Suo padre lo guarda severo da una grande fotografia appesa a una parete dello studio: «Papà mio è... lassù, c'è un ritratto, e io me lo guardo con grande affetto. Mia mamma amava tanto mio fratello Piero e poco me, non so perché... Una volta che decise di andarsene con Piero, mi disse: tu sei figlio di tuo padre, resta con lui!». Il piccolo Arnoldo si aggrappò alla sua gonna per non farla partire e ricevette uno schiaffo. «Papà era un uomo, non lo chiamerei in un altro modo, bello, simpatico. Gli piacevano le donne e l'amore di mamma per papà non era una gran cosa».

Memorie d'Autore: Arnoldo Foà
di Paolo Di Stefano e G.M.Alari

Foà abbassa lo sguardo alla pipa e aggiusta il tabacco con la punta annerita delle dita. Ricorda quando da ragazzo, a Firenze, lavorava nel negozio di ferramenta di suo padre: «Papà non era molto brillante negli affari, ma lavorare in un negozio significa conoscere l'umanità, conoscere la vita e io da ragazzo la vita l'ho conosciuta abbastanza presto. Altre cose da chiedere?». Quanto conta la psicologia per la recitazione? Nietzsche diceva che se provasse davvero il sentimento che esprime, l'attore sarebbe perduto. «È tutto, l'uomo si esprime psicologicamente con la sua sostanza, per quello che è. L'incontro con un personaggio, come con una persona, ti obbliga a una comprensione profonda. Ma lei tanto non capisce niente...». Risata. I personaggi in cui si è riconosciuto di più? Pausa di riflessione. «Tutti, perché quando faccio un personaggio sono lui, in un modo talmente profondo che non si esprime solo con le parole, ma anche con gli sguardi, i gesti, i rapporti con gli altri».

Le amicizie forse sono un po' la stessa cosa. Richiedono comprensione, e la comprensione richiede conoscenza. Amici nell'ambiente teatrale? «Nessuno. Con Gassman abbiamo avuto un rapporto amichevole, non proprio di amicizia. Vittorio era una cara persona la quale aveva un tale amore per se stesso da lasciare un po' in osservazione gli altri. Con Mastroianni, grande stima, era un bravo attore». Rivolto ad Anna: «Tu ti ricordi qualcosa?». Anna non può ricordarselo, giovane com'è. Ma fa i nomi di Amedeo Nazzari e di Alberto Lupo, e gli occhi di Foà si illuminano. E poi Rina Morelli: «Adoravo la sua semplicità, la grazia, la freschezza. Non era un'attrice. Era lei dentro il personaggio. Che bella che era, Rina!». Giorgio Strehler è il ricordo lontano di un litigio: «Mi tagliò una battuta e gli dissi che non ero d'accordo. Rispose: il regista sono io. Quando poi voleva restaurarla, gli dissi di no: perché io sono l'attore... A distanza di anni, disse: ho un debito con Foà».

Anche con Luchino Visconti le cose non andarono troppo bene: Foà fece tre spettacoli con la sua regia. Era da tempo che non si vedevano e incontrandolo un giorno sul Tevere, Visconti gli chiese: «Perché non mi telefoni mai». Risposta: «Tu hai il mio numero, se hai una parte da offrirmi puoi chiamarmi». Passarono cinque o sei anni di silenzio e si rividero a Londra, una sera, dopo la prima de Le notti bianche. Luchino chiese un parere ad Arnoldo e la risposta fu franca al punto che lì si chiusero per sempre i rapporti tra il regista e l'attore. Non è un tipo facile, Foà. Burbero? Qualcosa del genere.

Nel libro racconta di essere fuggito di casa giovanissimo, poi ricorda il tempo delle leggi razziali che lo costrinsero, giovane ebreo, a lasciare il Centro sperimentale di cinematografia e a recitare con lo pseudonimo nel Giulio Cesare diretto da Giovacchino Forzano a Verona. Quando il regista gli sentì recitare le prime battute nel provino, si commosse: «Ma tu sei Bruto!», esclamò. Ricorda Foà: «Alla prima, essendo ebreo, mi fu proibito di uscire per raccogliere l'applauso. Fu per me uno dei momenti di tragedia, ma la gente impazzita veniva nel camerino a congratularsi». Dopo la guerra, Paolo Grassi gli disse di aver visto, qualche anno prima, un paio di bravissimi attori, vecchi e giovani, che non conosceva: era sempre Foà, che recitava sotto falso nome per le leggi razziali. Racconta che ancora adesso gli capita di sognare Mussolini e di svegliarsi prestissimo ricordando di averlo visto, da ragazzo, fiero e impettito a cavallo. Come ha vissuto la discriminazione razziale? «Con un misto di consapevolezza e di incapacità di capire. Poi, studiando le colpe, sono arrivato a giudicare. Ho dovuto soffrire, questo sì, perché non ho mai negato di essere ebreo. Ma lei non capisce...».

Tanti amori, quattro mogli, cinque figlie, Annalisa morta giovane. Un bilancio: ha prevalso il dolore o l'amore? «Direi che ha prevalso l'amore, sì. Ho una tendenza all'amore, non fisico con una donna, ma l'amore per le persone, per gli spiriti, per le personalità, che sono le cose più belle sulla faccia della terra, perché sono diverse l'una dall'altra. Lei è diverso da me. Per fortuna. Mia, ovviamente». Ovvio. Amore tutto terreno, si direbbe, se è vero che la dimensione trascendentale non è mai entrata nel suo panorama mentale, spirituale, neanche in vecchiaia: «L'ateismo non l'ho maturato, mi sentivo ateo fin da ragazzino. Mio padre era religiosissimo quando le cose gli andavano bene, molto meno quando gli andavano male».

Il passaggio da figlio a padre? «Da padre ho capito di essere debole e di non essere importante come avrei dovuto. Me ne vergogno. Non sono stato autoritario. Mi è mancato tutto, non sono un padre, sono un fratello delle mie figlie, un compagno. Non è bello». La fuga alle Seychelles per quattro anni, con il primo governo Berlusconi, è stata raccontata come un esilio politico: dopo aver sofferto il fascismo, gli ex fascisti tornavano al potere... «In realtà decisi di rimanerci, più che di andarci. Mentre l'Europa è un'espressione della civiltà, le Seychelles sono un'espressione della natura, gli uomini somigliano alle piante, agli animali, agli uomini, è un modo di vivere naturale. In Europa si vive artificialmente, devi pensare a chi sei, a cosa pensi, a chi credi. Belle le Seychelles, belle! Ho fatto un quadro in cui ci sono un uomo e una donna nudi che parlano, non c'è altro, sono veri, tranquilli, non c'è desiderio, parlano... Faglielo vedere, Anna, tiralo giù, che ci vuole?».

Negli anni Sessanta Foà fu consigliere comunale per il Partito radicale. La politica oggi? «Mi ha sempre interessato pochissimo. Interessa agli imbecilli, la politica. Se è fatta bene, non chiamiamola politica. Vederla in televisione, poi... mi dà fastidio». Risata. «Adesso ancora più di prima». Nuova risata. «A parte l'amore che ho per Silvio, per quest'uomo meraviglioso, stupendo. Un attore? No, no, c'è una differenza, l'attore cambia, fa diversi personaggi, lui purtroppo ne fa uno solo». Pipa, tosse, nuova risata. «Adesso basta, mi faccia l'ultima domanda e basta». Eccola, l'ultima.

Quanto pesa la vecchiaia? «L'età non mi pesa, la vita sì. Non mia moglie, non il passato. Mi pesano i minori interessi che ho adesso e che prima erano tanti, la pittura, la scultura, la poesia. Per fortuna c'è la musica, Beethoven mi piace da morire. E poi leggo... i libri di Foà... Poesie non ne scrivo più. Anzi, ne ho scritta una bellissima che dice: "Gli anni li compi, ahimè, una volta sola...". E adesso basta». Rimpianti? «Avere accettato questa intervista».

Paolo Di Stefano
31 gennaio 2011

CHE SQUALLORE!

Ruby, la Procura va avanti in settimana richiesta di rito immediato


Sarà formalizzata in settimana la richiesta di processo con rito immediato per Silvio Berlusconi. E' quanto si apprende da fonti della Procura di Milano in relazione all'inchiesta sul caso Ruby che vede indagato il premier per prostituzione minorile e concussione. L'interrogatorio di Nicole Minetti, avvenuto ieri, ha rappresentato dunque l'ultimo atto di indagine prima della richiesta di giudizio per il premier. La richiesta dei pm comprende sia le 600 pagine di atti inviati in due successive tranche alla Camera ma anche altre imprecisate 'carte'.

L'ultima parola sul destino processuale del premier spettera' proprio al Gip: sara' Cristina Di Censo a decidere se accogliere la richiesta della Procura o se predisporre un processo a rito ordinario nei confronti del presidente del Consiglio. Avrà cinque giorni di tempo per decidere ma il termine non è perentorio.

Interrogatorio Minetti.
L'interrogatorio della consigliera regionale è un atto istruttorio giudicato da fonti giudiziarie al momento esaustivo. L'ex igienista dentale del premier, insomma, al momento non sarà risentita. Durante l'interrogatorio di ieri, Nicole Minetti avrebbe risposto alle domande del pm soprattutto in relazione ai suoi rapporti personali con Berlusconi. Secondo quanto si è appreso, Nicole Minetti si sarebbe avvalsa della facoltà di non rispondere relativamente ai rapporti con le cosiddette ragazze di via Olgettina e sull'organizzazione delle feste nella residenza del premier ad Arcore.

(31 gennaio 2011)

Le donne dicono basta Se non ora, quando?


di MICHELA MARZANO

Bella immagine dell'Italia! Per chi sembrava ossessionato dall'idea che ci si poteva fare all'estero del nostro Paese, accusando alcuni intellettuali di "tradire l'Italia" con i propri libri e i propri articoli, il risultato è eccellente.
Perché ovunque, ormai, non si parla d'altro che delle serate "bunga-bunga" del nostro premier. Di Ruby e di Iris. Di seni e di raccomandazioni. Di prostitute minorenni "ricoperte d'oro" per tenere la bocca chiusa... Bella immagine della donna. Ma anche dell'Italia, che per anni ha chiuso gli occhi di fronte al baratro in cui le donne stavano precipitando. Perché ormai non si tratta nemmeno più della semplice trasformazione della donna in un corpo-immagine, ma della sua progressiva e inevitabile riduzione ad un corpo "usa e getta". Ormai ci siamo. Di nuovo impigliati nelle patetiche reti degli Arcana Imperii: segreti, corruzione, orge. Forse è per questo che non si può più restare zitti, e che nei prossimi giorni ci saranno numerosi appuntamenti per dire "basta". Basta, lo diranno tra gli altri Eco, Saviano e Zagrebelsky il 5 febbraio a Milano, durante la manifestazione organizzata da Libertà e Giustizia. Basta, lo ripeterà il giorno dopo il Popolo Viola. Basta, lo dirà la Procura di Milano, lo scandiranno tantissime donne, in tutte le città italiane, il 13 febbraio... Il re è ormai nudo. Se non scendiamo in piazza ora per difendere dignità, uguaglianza e rispetto, quando?

Negli ultimi anni, sembra di aver assistito ad un film X senza fine. Un interminabile film pornografico in cui tutto si riduce a "ripetizione", "performance" e "accumulazione". In cui uomini e donne sono perfettamente complementari: attività e passività; potere e disponibilità. In cui si moltiplicano le scene dove "i maschi si accaniscono su un pezzo di carne femminile", per usare le parole di John B. Root, il celebre produttore francese di film X, quando descrive la propria "opera". In cui "una vale l'altra", l'una "scaccia" l'altra, e nessuna, in fondo, conta granché. Perché sono solo gingilli intercambiabili. E quando qualcuna non serve più, c'è subito una new entry. Peccato, però, che non si tratti di una semplice fiction. Peccato che sia la fotografia, questa volta non ritoccata dal nostro premier, dell'Italia di oggi...

Ed è inutile che qualche moralista da strapazzo commenti cinicamente che tutto ciò non è altro che il risultato della liberazione sessuale, la conseguenza inevitabile dell'io sono mia. Perché quando le donne si sono battute per rivendicare la libertà di disposizione del proprio corpo, lo scopo era quello di riappropriarsi del proprio destino, di diventare attrici della propria vita, di evitare che altri decidessero al posto loro come vivere, cosa fare, come comportarsi. Ma affinché la libertà non resti solo un valore astratto e non si trasformi, col tempo, in una nuova forma di "servitù volontaria", come spiegava già nel XVI secolo il filosofo francese Etienne de La Boétie, è necessario organizzare le condizioni adatte al suo esercizio, prima tra le quali l'uguaglianza. Se le donne non hanno gli stessi diritti che hanno gli uomini e se non hanno la possibilità materiale di farli valere, automaticamente non possono essere libere di scegliere ciò che vogliono o di realizzare ciò che desiderano. Che libertà esiste allora in un paese che tratta le donne come merce, che le umilia quando si ribellano, che le "ricopre d'oro" quando si prostituiscono ancora minorenni perché tacciano?

Dal "sii bella e stai zitta" siamo arrivati al "venditi e taci": dimenticati di essere una persona, spogliati, fammi gioire ed io farò di te una donna ricca e famosa! Se fai la brava, potresti anche ottenere un seggio in parlamento... Non c'è bisogno di essere filosofi per rendersi conto del ricatto. Per capire quanto disprezzo circonda oggi la donna. Come se, nonostante tutte le battaglie fatte nel corso degli anni Sessanta e Settanta per garantire alla donna uguaglianza e dignità, per liberarla dal giogo millenario della sottomissione e dell'inferiorità, la donna non potesse essere altro che un oggetto di cui l'uomo deve poter disporre a piacimento. "Tutto" è semplice. "Tutto" va da sé. Inutile perdere tempo con ridicole manfrine...

Quello che ognuno di noi fa nella propria camera da letto, col proprio uomo o con la propria donna, non riguarda nessuno. Ma quando la sessualità diventa una tangente, quando si utilizza il proprio potere per fare della donna un giocattolo, quando si pensa di farla franca perché in fondo le donne non contano niente... allora è in atto un processo di disintegrazione della società. Perché, per parafrasare Albert Camus, il valore di una società dipende anche da come vengono trattate le donne. Dall'immagine che se ne ha. Dal margine di manovra di cui dispongono. Come giudicare allora un paese in cui, trattando la donna come una semplice merce, vengono umiliare tutte coloro che si battono quotidianamente per difendere la propria dignità, per acquisire le competenze necessarie per ottenere posti di responsabilità, per mostrare che sono efficienti e affidabili? "Più è disperata meglio è, per lui", avrebbe detto Nicole Minetti, oggi indagata con il premier per induzione alla pornografia. Bella lezione di civiltà per le nostre giovani!

Ma ormai il tempo del silenzio è finito. Perché le donne che si indignano sono sempre più numerose e vogliono farlo sapere. E molte si stanno mobilizzando per la manifestazione del 13 febbraio in tutte le città italiane. Le organizzatrici hanno d'altronde ragione: se non ora, quando? Nonostante le intimidazioni. Nonostante le derisioni. "È tutta colpa della gnocca", sproloquiava Il Giornale qualche mese fa. "Scusi in che senso?" chiedevo a Feltri recentemente durante una puntata dell'Infedele. Ma l'Italia di oggi è ancora questo. Cambiare le carte in tavola. Far passare gli aguzzini per le vittime. Colpevolizzare di nuovo, e sempre, le donne. Dopo aver rubato loro l'anima. Dopo averle ridotte a "corpi usa e getta". Allora sì, è il momento di reagire e di trasformare l'indignazione in azione. Se non ora, quando?

(31 gennaio 2011)

Dalla Buy alla Bongiorno tutte mobilitate "Il caso Ruby devasta la nostra dignità"

CRISTINA COMENCINI

ANNA BANDETTINI

Reclamano quello che in un paese normale, dicono, sarebbe ovvio, assodato, naturale: la dignità delle donne. "Il modello di relazione tra donne e uomini ostentato da una delle massime cariche dello Stato (...) - hanno scritto in un appello - legittima comportamenti lesivi della dignità delle donne e delle istituzioni. Chi vuole continuare a tacere, sostenere, giustificare, ridurre a vicende private il presente stato di cose, lo faccia assumendosene la pesante responsabilità, anche di fronte alla comunità internazionale. Noi chiediamo a tutte le donne, senza alcuna distinzione, di difendere il valore della loro, della nostra dignità e diciamo agli uomini: se non ora, quando?". Il 13 febbraio: le donne italiane si stanno mobilitando per organizzare quel giorno manifestazioni in tutte le città italiane. Donne celebri e donne qualunque, associazioni, "Di Nuovo" il gruppo romano che ha lanciato l'appello e, tra i primi firmatari, "Usciamo dal silenzio" che ha organizzato la manifestazione di sabato scorso a Milano, ma soprattutto donne di sensibilità, età, orientamenti, professioni e appartenenza politica diversa, da sinistra a destra, da Cristina Comencini, che è stata una delle artefici, a Giulia Bongiorno, da Susanna Camusso a Flavia Perina, direttrice del Secolo d'Italia, da Lorella Zanardo, autrice di "Il corpo delle donne", a Silvia Costa, e poi Rosellina Archinto, Gae Aulenti, Licia Colò. Angela Finocchiaro, Inge Feltrinelli, Anna Finocchiaro, Donata Francescato,Rosetta Loy, Laura Morante, Claudia Mori. Anche una suora, anche se speciale, come suor Eugenia Bonetti.

"Ci accomuna la rabbia perché nelle vicende private del presidente del Consiglio trova la sua massima espressione una immagine degradata delle donne, che non ci corrisponde", dice Cristina Comencini, tra le fondatrici del gruppo "Di Nuovo". "Io ci sarò - annuncia l'attrice Margherita Buy - perché bisogna far sentire la voce contro questo modo di rappresentare la femminilità che ha scalzato anni di battaglie". Tra le firmatarie più agguerrite, Giulia Bongiorno, di Futuro e Libertà: "Questa manifestazione rivendica un principio basilare della società: la dignità delle donne, che forse solo nella preistoria non era riconosciuta. Ma è proprio questo che ci deve far capire la gravità del problema: tornare a difendere quel principio ci fa tornare indietro di secoli. E la cosa ancor più grave è che nel nostro paese c'è una pesante sottovalutazione di questo: la dignità delle donne è sentita come una cosa antiquata, e l'opzione harem qualcosa da archiviare come un fatto privato. Non è così. E' politica perché ha un riverbero nella società: se una donna non viene scelta o non va avanti nella sua professione è anche un riflesso di quello che stiamo vedendo in questi settimane. Ed è per questo che le donne sentono l'urgenza di ribadire la propria dignità, perché sentono che il contesto è negativo, viviamo una situazione oggettiva che, e lo dico da avvocato, non è nemmeno importante capire se ha o meno una rilevanza penale. Anzi da garantista mi auguro che non ci sia. Quello che conta è la devastazione della dignità femminile che se ne sta facendo ed è questo che dobbiamo fermare".

Concorda Silvia Costa, parlamentare europeo. "Anche per questo da cattolica voglio che ci sia un'operazione verità, non prudenza e infatti dal mondo cattolico mi aspetterei più reattività. Ma mi colpisce di più la piaggeria delle donne della destra. Segno che la politica del sultano continua". "Berlusconi dovrebbe dimettersi, ma al di là del berlusconismo c'è bisogno di uno sforzo morale ed etico da parte di tutti, anche dagli uomini - dice l'attrice Isabella Ferrari-. .. Siamo tutti parte di un teatrino che ci è sfuggito di mano". Ma l'appello della manifestazione è anche per gli uomini. Lo spiega Francesca Izzo docente universitaria tra le fondatrici di "Di Nuovo": "Si coglie poco in questo paese quanto sia importante la dignità delle donne. Il nostro appello chiede la mobilitazione anche degli uomini, perché in mezzo ci sono anche loro e quello che sta succedendo chiama alla responsabilità tutto il paese".

(31 gennaio 2011)

"Soldi da Berlusconi a Nicole" la nuova pista dei magistrati


EMILIO RANDACIO

Versamenti di denaro diretti. Partiti da uno dei conti bancari del presidente del Consiglio (amministrato dal ragioniere personale Giuseppe Spinelli), beneficiario Nicole Minetti. Gli importi? Svariate decine di migliaia di euro. L'amara sorpresa il consigliere regionale del Pdl l'ha avuta ieri, durante le quasi tre ore di interrogatorio davanti ai pm di Milano Ilda Boccassini e Antonio Sangermano. Un asso che la procura, dopo le dichiarazioni pubbliche dell'ex igienista dentale del Cavaliere, ha sfoderato come ulteriore tassello che rafforza l'intero quadro accusatorio.

Dunque, da ieri nel fascicolo dell'inchiesta sul Rubygate non c'è più solo il denaro che la Minetti avrebbe ottenuto dal ragioniere di Berlusconi. Quel fiume di soldi che sarebbero serviti per pagare affitti e bollette alle più assidue frequentatrici del bunga bunga presidenziale.
Ora spuntano versamenti che avrebbero, sempre seguendo la linea dell'accusa, un'unica ragion d'essere: arruolare prostitute. Fino a oggi, di contributi diretti del premier si erano scoperti quelli indirizzati alla stellina Alessandra Sarcinelli, destinataria di oltre 130mila euro, in parte bonificati direttamente da Silvio Berlusconi, con la causale: "Prestito infruttifero". Ora anche l'esponente regionale del Pdl è chiamata a spiegare il motivo di tanta generosità.

Nicole Minetti emerge dalle intercettazioni come la "factotum" delle serate allegre del Cavaliere. Capace di rispondere a ogni esigenza delle invitate, delle prescelte. Di chiamare Spinelli per assicurarsi che le pratiche per pagare gli affitti dei sette appartamenti in via Olgettina 65 fossero a posto. Capace di rimanere attaccata al telefono con l'agente immobiliare dello stabile per ore, per sistemare le pratiche, ottenere in pochi minuti la disponibilità di un trilocale, far spostare una ragazza che soffre di vertigini da un appartamento all'ultimo piano a quello al piano terra.

Non solo. Visto che il pacchetto prevedeva anche le spese delle bollette di energia elettrica e gas, con cadenza trimestrale la premurosissima Minetti si accollava l'onere di andarle a ritirare di persona in via Olgettina e di portarle personalmente nelle mani di Spinelli. Il ragioniere, ottenuto il preventivo e indispensabile via libera direttamente dal presidente del Consiglio, obbediva.
Fino all'interrogatorio di ieri, però, un canale diretto di denaro tra il premier e la consigliera regionale non era mai emerso. Anche se, sempre stando a quanto captato dagli investigatori, tra le carte emerse fino a oggi si intuiva che per tutto questo disturbo la Minetti aspettasse il momento giusto per passare all'incasso.

Il 15 ottobre scorso, comunicando attraverso sms con il padre, la ragazza manifestava tutta la sua ira contro il premier. "Sono molto arrabbiata perché ho scoperto che ha comprato a una ragazza una casa da 1,2 milioni di euro". Lei, oltre ai circa 10mila euro di compenso ottenuto con l'incarico nel Consiglio del Pirellone, non risultava avere altri canali di approvvigionamento. Anzi. Durante una conversazione, la Minetti confidava di essere in rosso in banca "perché ho prestato 35mila euro a mia sorella che doveva comprarsi casa".
Ma che, in realtà, la venticinquenne riminese puntasse anche a un gesto di estrema generosità da parte del suo padrino politico lo si poteva dedurre da altre telefonate registrate dagli investigatori. Come quando, il 23 settembre scorso, all'amica e compagna di serate ad Arcore,
Barbara Faggioli confidava: "Io mi sto già muovendo adesso, sto cercando... mi sono fatta mandare via email tutti i dettagli di uno stabile a Milano, però intero, chiaramente". Minetti e Faggioli, solo quattro mesi fa, avevano l'intenzione di individuare "due progetti qualsiasi, due a cazzo... con la mia faccia da culo io gli dico (al Cavaliere, ndr) "guarda, abbiamo trovato questi, ci aiuti?"".

Un prezzo, insomma, la riminese sembra pretenderlo da Berlusconi. Anche perché, come con rabbia confidava alla vigilia delle perquisizioni in via Olgettina, l'11 gennaio scorso al telefono alla sua segretaria, questo "brutto stronzo mi ha rovinato la vita". "Tu - e il riferimento è diretto a Berlusconi - mi hai rovinato la reputazione".

(31 gennaio 2011)

domenica 30 gennaio 2011

Lo stallone italiano


ANGELA VITALIANO

Nina Burleigh, in un articolo pubblicato dal Washington Post (uno dei tanti che la stampa straniera in questi giorni dedica alle vicende del nostro paese) si riferisce al premier Berlusconi con il “nome d’arte” usato, in maniera meno negativa, per il più famoso pugile hollywoodiano Rocky Balboa, interpretato da Sylvester Stallone.

Ciò che trovo particolarmente interessante nell’analisi della Burleigh è l’amaro resoconto che lei fa delle donne italiane e della loro “complicità” nelle vicende del neo imperatore romano d’Arcore. Scrive la giornalista “l’attitudine del presidente nei confronti delle donne è la versione ufficiale di ciò che è la norma in Italia, paese classificato al 74mo posto, su 134, nell’indice globale dell’eguaglianza di genere, stilato dal World Economic Forum del 2010. Tanto per capire la drammaticità della nostra situazione, va notato che l’Italia segue nazioni come il Kazakhstan e il Ghana. La Burleigh, citando l’esempio della signora Mara Carfagna e della squadra di veline candidate alle elezioni europee dal Pdl, sottolinea come la visione berlusconiana del genere femminile corrisponda, al 100%, con quella di colui che in America viene definito lo “sugar daddy”, che ripaga abbondantemente i piaceri offerti delle sue “favorite”.

E tanto per fare luce sull’allegra combriccola di “amici” su cui il presidente può contare per una difesa anche contro l’indifendibile, la giornalista riporta, virgolettate, le parole di un’intervista rilasciata da Vittorio Sgarbi a Radio 24 in cui il sempre pacato “critico d’arte” afferma che “
avere un appetito sessuale normale non è scioccante. Non capisco perché Berlusconi neghi questo fatto. Credo che il sesso ci faccia sentire meglio. Chi fa l’amore governa meglio. Il sesso, guarisce. Kennedy è il modello di Berlusconi. Non Obama o Clinton. Kennedy aveva una ragazza al giorno ed è stato il presidente di tutti i tempi, quasi un santo. Berlusconi rappresenta l’Italia che abbraccia il sesso
”. Senza neppure un commento a tale dichiarazione che in se stessa racchiude tutto lo scempio di chi, giullare di corte, continua a difendere il suo “signore”, la Burleigh evidenzia come in Italia sia ormai acclarata l’illusione che gli uomini di potere possano “usare” le donne a loro piacimento senza subire alcuna conseguenza.

Con il plauso dei più, aggiungerei io.

L’analisi del Washington Post mi ha colpito particolarmente perché rappresenta la condizione della donna italiana in maniera esemplare e terrificante. Non riesco a immaginare quanti anni e quali azioni ci vorranno affinché a noi donne sia consentito riacquistare la nostra dignità di genere e riconquistare un posto nel mercato del lavoro e del “potere” che sia completamente sganciato dall’apparenza fisica.

Ciò che vorrei aggiungere al pensiero della Burleigh, e che mi rende ancor più triste e preoccupata, è che Berlusconi e i suoi cortigiani hanno sicuramente amplificato una visione machista, sessista e volgare che ha raggiunto livelli intollerabili. Ma non l’hanno inventata. Esisteva prima e esisteva anche a sinistra. La mercificazione del corpo femminile è un cancro che il nostro paese non riesce a curare perché lo scambia per una medaglia al merito.

Il silenzio delle donne, molte solo ora timidamente iniziano a farsi sentire, è la prova più devastante di un sistema che trova proprio nel genere femminile la massima complicità.

Faccio un esempio piccolo. In America è proibito inserire, negli annunci di lavoro, la parola “bella presenza” o un limite d’età. Un curriculum non deve assolutamente contenere alcun riferimento all’età, alla nazionalità o allo stato civile. Un curriculum in America, per uomini e donne, deve contenere solo ed esclusivamente informazioni relative alle competenze richieste.

E che non si praticano sotto le scrivanie. Ma guardandosi in faccia. Da pari.

Con Travaglio e Santoro per la Costituzione


Il 13 febbraio sarò a Milano e parteciperò alla silenziosa manifestazione di fronte alla Procura convocata da Beppe Giulietti, Federico Orlando e Articolo 21 e poi rilanciata ieri da Barbara Spinelli, Michele Santoro e Marco Travaglio. Ci sarò e ci saremo noi tutti dell’Italia dei Valori perché pensiamo che non si possa più rimanere inerti di fronte alle manovre sempre più sfacciatamente golpiste dell’uomo che indegnamente ricopre la carica di Presidente del Consiglio e che ormai, pur di sfuggire alla giustizia, è pronto davvero a tutto.
Se fossi solo io – che sono il responsabile di un partito dell’opposizione al governo e alle politiche di Silvio Berlusconi - a dire che non è più possibile e che è addirittura indignitoso e vergognoso che l’Italia democratica non faccia sentire la sua voce di fronte all’enormità di quello che sta succedendo, si può pensare che lo faccia per propaganda e per tirare acqua al mio mulino.

Ma se questa domanda se la fa tutto il mondo democratico, se addirittura un grande giornale come il New York Times fa un intero inserto speciale per chiedersi cosa sta succedendo all’Italia e agli italiani e perché sopportano quello che nessun paese democratico sopporterebbe, è segno che a pensare che la misura sia colma non sono più solo Antonio Di Pietro, l’Italia dei valori e l’opposizione. E’ tutto il mondo civile e democratico.
Per il 13 febbraio, sempre a Milano, Silvio Berlusconi ha convocato una manifestazione nazionale in difesa di se stesso. Di lui tutto si può dire ma non che non sia furbo. Adesso che è stato colto con le mani nel sacco e che i suoi comportamenti indegni sono stati scoperti, lo sa benissimo che per difendersi dalla vergogna, dal discredito e dalle conseguenze penali delle sue azioni deve buttarla in politica. Cercherà di far credere agli italiani che in gioco non ci sia il suo tentativo di farla franca ancora una volta, come fa da vent’anni a questa parte, ma un complotto organizzato dai suoi nemici politici.

In tutto il mondo queste menzogne ridicole vengono prese per quello che sono: il disperato tentativo di un dittatorello al tramonto di salvarsi in qualunque modo. Ma in Italia Berlusconi ha il suo codazzo di servi pronti a ripetere ogni bugia, anche le più assurde, fregandosene della figura che fanno loro stessi. Ha le sue televisioni che lanciano i suoi videomessaggi, naturalmente senza alcun contraddittorio, i suoi comunicati e le sue “risoluzioni strategiche”. Controlla anche le televisioni che non sono sue ma nostre, che paghiamo noi cittadini, può dare ordini a un direttore generale della Rai che in un paese libero sarebbe già stato cacciato da un pezzo a pedate nel sedere.
Quello che fa ridere e che indigna tutto il mondo, qui da noi in Italia può essere preso sul serio grazie ai mezzi di cui il satrapo dispone e grazie al servilismo che lo circonda. A questo serve la manifestazione contro i giudici che Berlusconi vuole organizzare, a questo servono le sceneggiate dei suoi deputati-maggiordomi in televisione, le sue pubbliche escandescenze, come nella oscena telefonata a Lerner, e i suoi comunicati televisivi. Tanto è sicuro che la piazza riuscirà a riempirla, anche perché male che vada può sempre affittare dei manifestanti, come si affitta ogni sera decine di ragazze compiacenti per illudersi di essere amato.

Purtroppo però non è solo un patetico gioco e di mezzo non rischia di andarci solo l’uguaglianza di tutti di fronte alla legge ma la stessa democrazia italiana. Quello di Berlusconi è un attentato continuo e ormai metodico alla nostra Costituzione, della quale se vincerà non resterà più nulla.
E succederà se gli italiani, se noi italiani democratici e liberi non cominciamo a farci sentire, non usciamo da questo sonno che stupisce il mondo. Per questo noi parteciperemo a tutte le manifestazioni che sono state e che saranno convocate in difesa della Costituzione, della libertà d’informazione e dell’uguaglianza di tutti di fronte alla legge. Questa eguaglianza, senza la quale il diritto se ne va a ramengo, non è minacciata solo dalle pretese di impunità dell'impunito di Arcore, ma anche dalla inettitudine e dal disinteresse per i cittadini del suo governo.

Ieri il pg della Cassazione Vitaliano Esposito, nella sua relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario, ha denunciato la “situazione fallimentare” della giustizia e dei suoi tempi. Ha detto che ormai “non siamo nemmeno più in grado di pagare gli indennizzi dovuti per la violazione dei canoni di un giusto e celere processo”.
Oggi gli ha risposto il ministro Alfano, e ha detto che invece “tutto va bene madama la marchesa”, che il governo ha fatto miracoli e che se qualcosa ancora non va perfettamente la colpa è degli altri, delle “resistenze corporative che ostacolano qualsiasi tentativo di riforma del sistema giudiziario”.

Per il Presidente del Consiglio e per i suoi ministri la colpa è sempre degli altri. Invece la colpa è solo loro, perché sono loro quelli che dovrebbero governare e non lo fanno. Sono loro quelli troppo occupati a pensare sì alla giustizia, però non a quella che interessa i cittadini, ma quella da cui deve difendersi Berlusconi. Ma quando, per colpa dell'insipienza del governo, la macchina della giustizia diventa lentissima e inefficiente non si può più parlare di uguaglianza di fronte alla legge: perché alcuni, i più ricchi e i più potenti, i privilegiati, possono nuotare anche in quelle acque, mentre chi non è ricco e potente ci affoga e deve rassegnarsi a non ottenere mai giustizia.

Per tutti questi motivi, saremo presenti a Milano il 13 febbraio insieme a Santoro, Travaglio e art. 21, e lo saremo ancora e prima, il 29 gennaio sempre a Milano per la manifestazione indetta dalle donne “Mobilitiamoci per ridare dignità all’italia”. E ancora il 5 febbraio a Milano, alla manifestazione di Libertà e Giustizia “Dimettiti. Per un’Italia libera e giusta”, e il 6 ad Arcore, a quella indetta dal Popolo viola, per chiedere le dimissioni di Berlusconi e di nuovo il 12 febbraio “Adesso Basta! Berlusconi dimettiti”, in tutta Italia.

Ci saremo sempre e ovunque perché è ora di rompere l’incantesimo grazie al quale Silvio Berlusconi tiene in ostaggio questo paese, e non lo si può più fare restandosene chiusi in casa.
Ci saremo anche perché non vogliamo che la rabbia che cresce in questo paese tra le vittime di una crisi che il governo fa pagare solo ai poveracci, ai lavoratori, ai precari e ai giovani esploda nelle piazze. E sappiamo che questo rischio c’è. Può essere scongiurato solo da una mobilitazione pacifica, democratica e non violenta. E al tempo stesso ferma, coraggiosa e decisa, talmente forte da riportare libertà e dignità in Italia.
Insomma partecipiamo e mobilitiamo l’indignazione collettiva per evitare la rivolta violenta che oramai è alle porte, se non ci diamo una mossa a liberare il paese dal nostro piccolo meschino dittatorello di Arcore.

Contro il ricatto del caiamano, elezioni subito


Alla buon’ora! Sembra che alla fine anche i dirigenti del Pd si stiano rendendo conto che la crisi di governo non è affatto il peggiore di tutti i mali e che al punto in cui è arrivato questo Paese, il più basso nella storia della Repubblica, non ci si può che affidare alle elezioni.
Meglio tardi che mai, però meglio ancora sarebbe stato se in questi ultimi due mesi una parte dell’opposizione non avesse dato una mano a Berlusconi dipingendo la crisi e le elezioni come un disastro. Questi amici sembra che non si vogliano rendere conto di avere a che fare con un uomo tanto bugiardo e disonesto quanto furbo. Dare un dito a Silvio Berlusconi vuol dire ritrovarsi un secondo dopo senza la mano.
E infatti sono mesi che ci prende in giro tutti usando l’arma della crisi di governo come se fosse l’asso di briscola. Quando gli fa comodo la minaccia, la usa come strumento di ricatto nei confronti di tutti quei parlamentari che pensano prima alla rielezione, alla pensione e al loro interesse personale e poi a quello del Paese. Se però cambia il vento, non ci mette niente a rivoltare la frittata. Adesso quella crisi che fino a ieri era lui a minacciare è diventata una tragedia per tutto il Paese e chi vuole le elezioni lo fa “solo per interesse personale”.
Ma come? Non erano proprio lui e i suoi ministri che fino a ieri ripetevano in tutte le trasmissioni televisive, come un disco rotto, che se la situazione non permetteva la governabilità bisognava andare alle elezioni? Cos’è successo per fargli cambiare così improvvisamente idea?
La risposta la sappiamo tutti. Anche se sventola i suoi sondaggi taroccati, il tiranno sa benissimo che la sua popolarità sta crollando e che, se l’opposizione riuscirà a darsi una mossa e offrire al Paese un’alternativa, le elezioni finirà per perderle. Usa il fantasma della crisi come un’arma per condizionare, ricattare e mettere paura ma è proprio lui ad avere un interesse personalissimo nell’evitare le elezioni e a voler restare attaccato con la colla alla poltrona di presidente del Consiglio.
Questa arma gli va tolta. Bisogna che tutte le opposizioni dicano con la più grande chiarezza che il pericolo per il futuro e per la nostra economia non sono le elezioni ma è il restare in questo letamaio. Quello che sta sputtanando e screditando il nostro Paese agli occhi di tutto il mondo non è la possibilità di nuove elezioni, è il contrario, è il fatto che nonostante tutto quello che sta venendo fuori il presidente del Consiglio può fare finta di niente e restare al suo posto come se nulla fosse. Forse dovrebbero essere anche le massime istituzioni dello Stato a dire apertamente che la chiarezza democratica delle elezioni anticipate è molto meglio della melma in cui il governo del caimano sta facendo affondare l’Italia.
Però smontare il ricatto di Berlusconi e chiedere senza più paura le elezioni non basta. Bisogna che il centrosinistra dica che cosa vuole fare, presenti la sua coalizione, il suo candidato, i punti essenziali del suo programma, non cinquecento ma cinque, che bastano e avanzano se si vogliono fare le cose sul serio. Lo dobbiamo fare rivolgendoci a tutti i cittadini, non solo quelli di centrosinistra ma a tutti coloro che chiedono un'alternativa credibile.
Le elezioni non dobbiamo solo chiederle. Dobbiamo anche prepararci a vincerle. Possiamo farlo a patto che ci rendiamo credibili agli occhi di tutti gli elettori, soprattutto quelli dell'area “non voto” che non aspettano altro.