mercoledì 30 novembre 2011

“Il contagio continua”, dalla crisi alla paura per la dissoluzione dell’Euro


ELEONORA BIANCHINI

Dopo gli sviluppi economici degli ultimi mesi, con la propagazione della crisi a tutti i paesi della zona euro e lo spettro del default italiano, la scrittrice ed economista Loretta Napoleoni ha deciso di aggiornare il suo libro. L'ebook sarà disponibile da domani. Oggi, in anteprima su ilfattoquotidiano.it le nuove conclusioni, scaricabili in pdf

“Nel libro parlavo di default e dissoluzione dell’euro, ma non mi aspettavo che la situazione degenerasse così in fretta. Le nostre proiezioni si sono già avverate”. Loretta Napoleoni, economista e autrice de Il Contagio, dopo gli eventi politici ed economici dei recenti mesi di crisi, ha deciso di aggiornare il suo ebook in vendita sugli e-store e sul sito di Rcs con le nuove conclusioni scaricabili gratuitamente sui siti di tutte le librerie. Entrambi disponibili da domani.

Dall’uscita del saggio a settembre infatti “il contagio rivoluzionario ha infettato l’Europa, attraversato l’Atlantico e appestato il mondo intero” e se nei paesi del Maghreb questo si è tradotto nel rovesciamento dei governi non democratici, dalla Tunisia all’Egitto, in Europa ha significato dire basta a una classe politica corrotta e inadeguata di fronte alla crisi dell’euro. “Il 20 ottobre Gheddafi è finito come Mussolini, trucidato dalla sua stessa gente, il 16 novembre Silvio Berlusconi si è dimesso da presidente del Consiglio” e in Grecia Luca Papademos è subentrato a George Papandreou. A questo si aggiunge l’aumento dello spread con l’ipotesi di default multipli nell’eurozona che ha scosso gli assetti finanziari dei paesi. Primi su tutti Grecia e Italia, con l’uscita dei paesi dell’area mediterranea dalla moneta unica.

“L’insediamento di Monti non era previsto nel libro – spiega l’autrice – ma un esecutivo di tecnocrati non potrà migliorare la situazione perché è un governo neoliberista che persegue la stessa politica della Grecia. Abbiamo bisogno di uomini che abbiano la forza di presentare alternative, anziché andare a Bruxelles”. Ad esempio? “Il deficit dei paesi a rischio default è una loro grande forza, non un punto di debolezza. Perché i paesi creditori hanno tutto l’interesse di farsi restituire il denaro che hanno prestato”.

Secondo Napoleoni, la politica di austerity sarà inefficace e i leader come Papandreou hanno “negoziato con la Germania senza parlare ai cittadini, e quindi creato una condizione di sudditanza che risiede nella dipendenza dal direttorio franco-tedesco”. L’Ue, leggiamo nelle nuove conclusioni, “difende a spada tratta l’euro, senza curarsi del fatto che questa politica impoverisce i Paesi mediterranei dell’Unione, portandoli verso il default incontrollato”. La storia, di fatto, insegna: “Meno di un secolo fa gli americani hanno dimostrato la stessa cocciutaggine quando all’indomani del 1929 si sono ostinati a difendere la parità aurea del dollaro, politica che gettava nella miseria milioni di cittadini. Anche il finale di questa storia è noto: crollo delle banche, disoccupazione dilagante e avvento della Grande Depressione”.

Sono proprio i mercati e le piazze a dirci quello “che nessuno di noi vuole sentire: se le cose non cambiano questi Paesi non ce la faranno a sostenere un debito tanto elevato” e abbiamo avuto la conferma che non basta “il cambio della guardia di politici e coalizioni” dato che “l’effetto Monti” è durato meno di una giornata. Il tecnico infatti “non è un prestigiatore né uno stregone, e le misure poste all’Italia sono contrarre la spesa pubblica e aumentare la pressione fiscale. Ma questa politica di austerità porterà alla contrazione delle entrate pubbliche e quindi all’aumento in valori percentuali del debito rispetto al Pil, anche perché gli interessi sul debito rimarranno elevati”. A questo punto non rimane che l’uscita dall’euro o la creazione di una moneta “doppia”: “Dovrebbe essere l’Ue – scrive Napoleoni – ad approvare e guidare l’uscita temporanea dei Piigs dall’euro e la svalutazione delle monete nazionali per riequilibrare le economie, ancor meglio sarebbe creare un euro a due velocità. E stabilire parametri più realistici (e controlli più efficienti) per il reingresso nel futuro”.

“Lo scorso giugno sono stata la prima a parlare di default dell’Italia e nessuno ci aveva creduto”, conclude l’autrice. Ma ora sembra davvero che il contagio, tra lo spread alle stelle e i sacrifici richiesti ai cittadini, sia arrivato a un bivio.

Clementina Forleo torna a Milano Via libera dal plenum del Csm


Torna a fare il Gip a Milano Clementina Forleo, il magistrato che nel 2008 era stato trasferito d’ufficio per incompatibilità ambientale dal Csm per le sue dichiarazioni ad Annozero sui “poteri forti”. Prendendo atto della sentenza del Consiglio di Stato, che aveva annullato quel trasferimento, il plenum del Csm ha riassegnato Forleo allo stesso ruolo che ha ricoperto fino al 2008. La decisione è passata all’unanimità, con la sola astensione del togato del Movimento per la giustizia Nello Nappi.

Forleo era il Gip nell’inchiesta milanese sulle scalate bancarie, quando venne trasferita dal Csm. E le sue dichiarazioni ad “Annozero” si riferivano ai “poteri forti” che avrebbero concorso alla scalata della Bnl. Il suo fu il primo trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale deciso dal Csm dopo la riforma dell’ordinamento giudiziario, che ha fortemente ristretto i casi di applicazione di questo istituto. Nel 2009 Forleo raggiunse una prima vittoria, ottenendo l’annullamento della decisione del Csm da parte del Tar del Lazio. Quest’anno, a maggio, anche il Consiglio di Stato le ha dato ragione. Di qui la scelta obbligata del Csm, che intanto l’aveva trasferita al tribunale di Cremona, con le stesse funzioni di giudice.

La "Gioconda nordica" salvi l'euro


ENZO BETTIZA

Il Financial Times concede al vascello dell’euro alla deriva non più d’una decina di giorni prima di affondare. Ne sapremo qualcosa, per il meglio o il peggio, entro nove giorni, allorché a Bruxelles si riunirà il vertice dei capi di Stato e di governo per discutere, secondo il presidente dell’Ue Van Rompuy, il progetto di «una vera e propria road map» di salvataggio della moneta comune.

Il timore diffuso è che Angela Merkel non cerchi, anche in questa occasione, d’imprimere alla mappa una strategia conforme agli interessi nazionali tedeschi o ai suoi personalissimi calcoli elettorali.

Sinora infatti nella sala macchine dell’Eurozona, coi motori fermi, si è sentito solo il rimbombo dei veti della cancelliera, il cui pugno di ferro emerge sempre più scoperto fuori dal guanto di velluto. Il repertorio è noto. No durissimi alla Grecia disprezzata; mezzi no all’Italia prima incalzata, poi blandita con l’arrivo di Monti, infine apparentemente promossa con la partecipazione, assieme alla Germania e alla Francia, al progetto di una «unione della stabilità» che non si sa bene come funzionerà; assoluti no al lancio nella burrasca di salvagenti d’emergenza, chiamati eurobond. E soprattutto no ad un intervento autonomo e risolutivo, sulle operazioni di salvataggio, della Banca centrale europea che dà invece l’impressione di agire come una semifiliale della vetocratica Bundesbank tedesca.

Ma chi è, in fondo in fondo, da dove spunta, dove si è plasmata, con quali ideali o ambizioni è cresciuta Angela Dorothea Kasner (Merkel è nome preso dal primo marito) che veniva dal freddo e che, dopo la caduta del Muro, era conosciuta solo da pochi notabili dei partiti cristiani Cdu e Csu che ne determineranno la fulminea ascesa ai vertici della Germania riunificata? Quando nel 2005 diventa il primo cancelliere donna della storia tedesca, «Der Spiegel» la presenta al pubblico occidentale come una massaia conservatrice, di tradizione luterana, dal «sorriso enigmatico di una Gioconda nordica». Ma alle spalle della cancelliera cinquantenne, se non «la vita degli altri» in senso deleterio e cinematografico, c’era stata la vita di un’altra Angela, un’altra persona, la quale mai avrebbe potuto immaginare di essere destinata - lei, partorita quasi per caso in un oscuro villaggio della Ddr - a rappresentare un giorno sulla scena mondiale ottanta milioni di tedeschi riuniti.

Suo padre, il pastore protestante Horst Kasner, detto da qualcuno «il prete rosso», si spostava spesso tra le due Germanie intrattenendo buoni rapporti, in quella comunista, sia con gli antichi insediamenti evangelici che con le nuove autorità ulbrichtiane. La penuria di pastori spingeva prelati volenterosi alle missioni nell’Est; ma non sempre la cosa veniva vista di buon occhio da Ovest, anche perché l’epoca era già segnata dalle fughe in direzione opposta, verso la Repubblica federale, di milioni e milioni di tedeschi orientali. Angela Kasner era nata in quell’epoca e aveva continuato a vivere «di là» senza troppe inquietudini ideologiche o bovaristiche, sempre in tranquilla o apparente pace con tutti. Con se stessa, con la religione del padre, con lealtà neutrale nei confronti del regime, perfino con le organizzazioni giovanili comuniste di cui, pur cristiana osservante, fece per qualche tempo parte attiva. Da noi si usava una volta il termine «cattocomunista»; forse, per la giovane Angela, scaltra, attenta, duplice, sfuggente, si sarebbe potuto adoperare con dovuta cautela quello di «luterocomunista». Imparò alla perfezione il russo, ammirando in particolare la superzarina, Caterina la Grande, nata come lei in Germania orientale. Studiò con profitto fisica all’università di Lipsia e, più tardi, operò anche all’Istituto per la chimica fisica dell’Accademia delle scienze di Berlino Est. Insomma, una studiosa capace, integrata nel sistema, alla quale mai sarebbe venuto in mente di rompere le righe e rischiare il salto del Muro per raggiungere la libertà nel settore occidentale dell’ex capitale. Non a caso dice di se stessa: «Ho bisogno di tempi lunghi e cerco quanto più possibile di riflettere prima di agire».

Aspettò che il comunismo e il Muro cadessero, o implodessero da soli, prima di tuffarsi con un piccolo ma influente movimento, «Risveglio democratico», nell’arena politica di una Germania in parte sconvolta e in gran parte esaltata dall’imminente riunificazione nazionale. Fu in quel clima di cambi della guardia, di fusioni monetarie, di processi volatili, di assoluzioni facili, d’embrassons-nous, che l’aspirante scienziata Kasner si mutò d’un colpo nell’aspirante cancelliera Merkel e compì, nel giro di quindici anni, la più inattesa e straordinaria carriera politica del Duemila. Si potrebbe evocare lo scatto metamorfico di una folgore fredda. Porta il suo movimento dell’Est ad allearsi e fondersi nella Cdu, entra nelle grazie di Helmut Kohl, che presiede lo storico partito democristiano e già prepara il cambio del marco orientale e la riunificazione; dopodiché passerà indifferente sopra il cadavere politico di Kohl, celebrato dal mondo intero, ma travolto da uno scandalo finanziario. Dirà senza batter ciglio: «E’ ora che se ne vada». E’ lei, das Mädchen, «la ragazza», come bonariamente o ipocritamente la chiamano seguaci e rivali all’interno della Cdu, che non intende andarsene più via; è lei, non più ostacolata dalla mole protettiva e dai meriti storici di Kohl, che si accinge alla conquista di due cancellierati uno dopo l’altro, coalizzandosi prima con i socialdemocratici e in seguito alleandosi da posizioni di forza con i liberali; è lei, già esperta di chimica, che adesso comincia a trattare come «molecole» problemi e personaggi coinvolti nel gioco politico.

A questo punto si sarà forse capito con che razza di animale politico imprevedibile, inafferrabile, caparbio, avranno a che fare il 9 dicembre soprattutto quei capi di governo più interessati a salvare dal naufragio l’euro e l’Europa comunitaria in quanto tale. Kohl, l’ultimo dei cancellieri europeisti di cui Adenauer fu il primo, un Kohl pressoché dimenticato, sulla sedia a rotelle, col fantasma di una moglie suicida dietro le spalle, si è già preso una rivincita attaccando l’ex pupilla scavalcatrice sul giornale «Der Tagesspiegel»: «La cancelliera, con la sua linea molto pericolosa nei confronti dell’euro, sta distruggendo la mia Europa». Voleva dire l’Europa occidentale dei renani, cattolica dei bavaresi, vicina a uomini di frontiera come l’alsaziano Schuman o il trentino De Gasperi; un’Europa che probabilmente non ha mai ispirato, ma piuttosto ingessato, le mosse di una protestante, una puntigliosa nordica, una quasi prussiana, cresciuta in scuole d’impianto scientifico e manicheo, culturalmente sensibile ai mondi e agli idiomi slavi. Kohl ha poi smentito di averlo detto, ma si sa che le smentite, in sede di giornalismo politico, equivalgono spesso a una riconferma rafforzata. Vedremo a giorni, nella capitale virtuale dell’Ue, se Angela Merkel si comporterà allo stesso modo con cui, ancora bambina o quasi, affrontava le prove di nuoto ai margini della piscina. Una sua biografa ufficiale, Margaret Heckel, scrive che la piccola scolara poteva passare un’intera lezione accovacciata e immota sul trampolino. Solo quando le giungeva dalla palestra lo squillo finale del campanello, riusciva a trovare il coraggio di fare il salto nell’acqua.

Tanti oggi sperano che la zarina dell’Unione, che sulla scrivania tiene un ritratto settecentesco di Caterina la Grande, trovi il coraggio di tuffarsi in extremis fra i marosi per trarre in salvo l’euro. Basterebbe, per esempio, che cessasse di opporsi a quello che i politici più responsabili e gli osservatori più acuti chiedono da tempo: concedere alla Banca di Francoforte il ruolo di prestatore di ultima istanza ai Paesi indebitati. Anche in termini fonetici quel drammatico ruolo può evocare l’ultima bombola d’ossigeno in una stanza di rianimazione: basta talora il ritardo di un minuto secondo, uno solo, a spegnere il rantolo del malato grave e farlo morire.

LO STATO TRATTÒ PER CANCELLARE IL 41-BIS


L’ex Dap Ardita: “Organi di polizia di alto livello valutarono di toglierlo”

di Giuseppe Lo Bianco

Nel mezzo della stagione delle stragi, nel ’93, “organi di Polizia ad alto livello’’ discutevano se togliere il 41-bis ai detenuti mafiosi. Lo ha rivelato il funzionario del Dap Sebastiano Ardita, ed è un’ulteriore conferma, per i pm di Palermo, che nei Palazzi istituzionali il mantenimento del carcere duro, a un solo anno dagli eccidi di Falcone e Borsellino, non era un fatto scontato ma era, invece, oggetto di un dibattito aperto e articolato, come ha dimostrato, peraltro, la nota riservata del capo del Dap, Adalberto Capriotti, inviata il 26 giugno del 1993 al ministro con la proposta di ridurre il numero dei detenuti al 41-bis del 10 per cento.

UNA RIDUZIONE singolare perché quantitativa e non, come sarebbe logico supporre, sulla base del grado di pericolosità dei detenuti. Non fu, dunque, una decisione presa “in solitudine’’, quella dell’ex ministro Conso di togliere il 41-bis a 140 mafiosi rinchiusi in cella nel novembre 1993 e per questa ragione i pm della Dda che indagano sulla trattativa Stato-mafia hanno deciso di riascoltare i protagonisti istituzionali di quella stagione per sollecitarne la memoria, a cominciare dall’ex ministro Giovanni Conso, che si è addossato tutta la responsabilità della revoca in perfetta “solitudine”.

Prende corpo, dunque, l’ipotesi di una “bugia istituzionale” per coprire altre responsabilità, ed è quello che vogliono accertare i pm Antonio Ingroia e Nino Di Matteo dopo avere interrogato il 7 novembre scorso Sebastiano Ardita, che ha diretto fino a giugno l’ufficio detenuti del Dap. “Ho avuto il piacere di conoscere il comandante dell’epoca di Sicurpena (l’organismo di sicurezza delle carceri dei carabinieri, ndr) – ha detto Ardita – il generale Mastropietro, con il quale ho avuto modo di parlare; lui stesso mi rappresentava come ci fosse stata una sorta di emarginazione da parte del Dap dell’epoca, di questa struttura. Mi disse che c’erano state delle riunioni, appunto in quell’epoca, nel corso delle quali si era parlato della possibilità di togliere il 41-bis. Lui aveva saputo di queste riunioni, ma non era stato invitato. Si parlò di una riunione ad alto livello, però non mi specificò chi partecipò: magari lo ricorda ancora, possibilmente insomma... riunioni con organi di polizia, non con magistrati’’.

NEL SUO interrogatorio Ardita, che è un magistrato, ha ricostruito tutti i passaggi decisionali di quegli anni sul 41-bis, segnati da numerose anomalie, rivelando che il vicedirettore di Capriotti, Francesco Di Maggio, da molti considerato il dominus delle scelte dell’ufficio, al momento della sua nomina non aveva i titoli per ricoprire l’incarico: era un magistrato di Tribunale, mentre per quel ruolo era necessaria la qualifica di magistrato di Cassazione. Ed a sanare la situazione, ha detto Ardita, arrivò un decreto del presidente della Repubblica Scalfaro, che nominò Di Maggio nell’organico dei consiglieri della Presidenza del Consiglio dei ministri, parificandolo a un dirigente generale dello Stato.

Anomalie antiche, ma altre più recenti, come la notizia falsa, pubblicata in prima pagina da un importante quotidiano al momento dell’arresto di Provenzano, con Giovanni Riina, figlio del capo dei capi, che avrebbe apostrofato il boss al suo ingresso nel carcere di Terni con l’espressione: “Che ci fa qui stu sbirrazzu?”. Una soffiata fasulla lanciata ai giornalisti da Massimo Ciancimino, avrebbe confessato in seguito il figlio di don Vito, su input del misterioso signor Franco.

Ora Ardita rivela che l’11 aprile del 2006, il giorno dell’arresto del boss corleonese, il capo dell’ufficio ispettivo del Dap, Salvatore Leopardi, e il comandante del Gom, generale D’Amico, gli telefonarono per suggerirgli un carcere alternativo, L’Aquila o Rebibbia. “Io a entrambi dissi che questa è una scelta dell’ufficio che mi competeva – ha detto Ardita – pertanto avrei valutato in base ai miei dati e rinviai alla decisione che avrei adottato nell’arco della stessa giornata e che fu quella di assegnare il detenuto a Terni”. Per sincerarsi delle condizioni di sicurezza di Terni Ardita fa un sopralluogo in carcere, accompagnato dal vice direttore del Dap Di Somma, “e verificai che Provenzano era in perfette condizioni di allocazione’’.

“DOPO UNO-DUE giorni – prosegue il magistrato – venne pubblicata questa notizia con parecchia enfasi, e una volta che ebbi contezza che era falsa nulla mutò nel mio quadro. Tuttavia ricevetti un incarto abbastanza corposo, era presente anche una nota del procuratore nazionale antimafia, che prudentemente ci chiedeva di valutare anche l’impatto di questa notizia, benché falsa, sulla sicurezza penitenziaria. Io scrissi una nota di un paio di cartelle in cui spiegai che non c’era alcuna ragione per spostare Provenzano”.

MICIDIALE !

La sovranità tedesca


di BARBARA SPINELLI

Sta diventando uno dei luoghi comuni dei nostri tempi: l'idea che l'Europa, costretta a difendere con brutali austerità la sua moneta unica, sia incompatibile con la democrazia fin qui conosciuta. Uno dopo l'altro si consumano governi, partiti, e nuovi leader vanno al comando. Son detti tecnocrati: più semplicemente, sono uomini spinti ad apprendere presto, a caldo, una nuova arte della politica. La vera questione non è l'assenza di democrazia, non è il famoso deficit democratico. Lo slogan è una magica litania, un mantra escogitato per scompigliare gli animi nascondendo loro la realtà: non la democrazia è minacciata, ma la sovranità che le nazioni europee pretendono di possedere. Tutte le nazioni, compresa quella che più di altre sembra padrona di sé e dell'Europa: la nazione tedesca.

L'esempio più lampante di questa
confusione fra crisi della democrazia e crisi della sovranità è infatti la Germania di Angela Merkel, che grazie alla sua potenza sta mettendo a rischio con rigido dogmatismo non solo l'Euro, ma la Comunità nata nel dopoguerra. È in nome della democrazia, della supremazia assoluta del popolo sovrano e dei vincoli impliciti in tale supremazia, che il Cancelliere si adopera perché non nasca una solidarietà attiva tra gli Stati della zona euro. Il dilemma, qui come altrove, non è oggi tra democrazia e tecnocrazia ma tra democrazia nazionale e democrazia europea.

Le iniziative tedesche degli ultimi anni (dalla sentenza della Corte costituzionale del 30 giugno 2009, da quella emessa già nel '93) mirano a questo: dare preminenza alle istituzioni rappresentative nazionali (in primis il Parlamento) e rifiutare un'Unione più solidale in nome del deficit democratico che essa implicherebbe. I populisti sono i primi a profittare di quest'emiplegico rapporto con la realtà, e ben contenti si appropriano del mantra dimenticando che la democrazia va oggi governata con tutto il corpo della politica: nazionale ed europeo. La professione di fede democratica è divenuta per i populismi di destra e sinistra un sotterfugio per svilire l'Unione europea. Per nobilitare passioni non nobili e occultare, appunto, i fatti che ci stanno davanti. Le chiusure tedesche hanno molto in comune con i populismi, che sequestrano la democrazia rattrappendola come una stoffa mal lavata.

La crisi sta mostrando che ben altro è il dilemma: non lo spegnersi democratico, non l'Europa delle élite. Quel che la crisi sta estraendo dall'ombra in cui è relegata, con la violenza di un forcipe, è
l'incapacità degli Stati di capire che le sovranità hanno cessato da tempo di essere assolute, che ogni cittadino e ogni Stato è immerso ormai in una scena cosmopolitica cui Habermas dà il nome di "politica interna mondiale". Henrik Enderlein, un economista socialdemocratico che da tempo critica il nazionalismo del proprio governo, parla di inattitudine a riconoscere la "comunità di destino" europea, e a darle sostanza. Confondere la questione della democrazia con quella della sovranità nazionale significa schivare il compito più urgente: reinventare democrazia e politica nelle nazioni e in Europa, contemporaneamente.
Può stupire che proprio la Germania sia all'avanguardia in questo nascondimento del reale: il paese che con più vigore, dal dopoguerra, non solo consentì a drastiche deleghe di sovranità ma le invocò, sperando nell'Europa politica. Quella passione non è seppellita ma è entrata in un letargo intriso di esitazioni, lentezze, tentazioni populiste. Questa è l'emiplegia inasprita dalla Merkel: solo l'occhio nazionale vede, giudica. Solo le rappresentanze nazionali contano - Corte costituzionale, Parlamento federale, Banca centrale tedesca - a scapito di organi sovranazionali nati dal consenso di popoli e Stati come
la Commissione, il Parlamento europeo, la Banca centrale di Francoforte.

Se così stanno le cose vuol dire che anche l'immagine della Germania-condottiera europea è affatto inappropriata: Berlino comanda, sì, ma non dirige. Il ministro degli Esteri Sikorski ha parlato chiaro ai tedeschi, lunedì a Berlino: "Sarò probabilmente il primo ministro polacco a dirlo: temo assai meno la potenza della Germania che la sua inattività. Siete divenuti nazione indispensabile in Europa: non potete fallire nella guida". È il peccato di nolitio, non volontà, che Berlino commette. Due forze la dominano, solo in apparenza dissimili:
i sondaggi e la Bundesbank, un'istituzione mitizzata perché tutte le paure tedesche trovano in essa conforto, da oltre mezzo secolo. Anche in patria dunque la Merkel non è leader. Niente a vedere con Kohl, che assieme a Mitterrand creò la moneta unica e non esitò a contrastare l'allora governatore della Bundesbank, Tietmeyer. Niente a vedere con l'ex cancelliere Schmidt, che nel '96 scrisse una durissima lettera aperta a Tietmeyer, e accusò la Bundesbank di essere "uno Stato nello Stato".
Oggi sta accadendo esattamente quel che Schmidt paventava: se l'Europa vede in Berlino un gendarme arrogante, è a causa delle paure che la Bundesbank attizza in patria e fuori. In Germania mi dicono: è come se la politica tedesca avesse perso la battaglia condotta anni fa con i guardiani del Marco, e quegli stessi guardiani (quello Stato nello Stato) pilotassero la barca. Come se prendessero una rivincita, sfruttando la più profonda delle passioni tedesche: la paura.
Se davvero la Merkel ascoltasse la democrazia, oggi dovrebbe tener conto che la paura di un'Unione europea più stretta non è affatto dominante in Germania. Il Cancelliere è confortato da sondaggi, industriali, esperti. Ma altre forze, in casa ed Europa, gli resistono. In casa, è criticato aspramente da socialdemocratici e Verdi. Secondo Sigmar Gabriel, capo della Spd, solo un governo economico europeo e gli eurobond eviteranno la rovina: la Merkel è paragonata a Brüning, il Cancelliere che aprì la via a Hitler con politiche deflazionistiche. Ma obiettano anche molti democristiani. Kohl per primo: il 24 agosto, ha detto che il Paese "ha perso il compasso, dilapidato il capitale di fiducia" in Europa. Werner Langen, presidente del gruppo Cdu/Csu al Parlamento europeo, dichiara che per fronteggiare l'odierna speculazione "la decisione spetta alla Bce (dunque alle istituzioni europee legittimate a farlo, ndr) che deve custodire la stabilità dei prezzi ma anche la messa in sicuro della liquidità sui mercati". Elmar Brok, esperto Cdu di politica europea, dice: "C'è qualcosa nella discussione tedesca sul ruolo della Bce che mi sfugge completamente".

Ancora più forte l'opposizione europea, e non solo di paesi contagiati come Italia o Grecia. Nei giorni scorsi, hanno preso le distanze da Berlino governi sin qui devoti alla Merkel: il ministro delle finanze olandese e finlandese chiedono ora quel che a Berlino è eresia: un "ruolo più attivo" della Bce. In sostanza, chiedono l'abbandono della dottrina tedesca della "casa in ordine", imperante in Germania da quasi un secolo: la dottrina secondo cui prima va ripulita la propria casa, e solo dopo scatta la solidarietà internazionale o sovranazionale.

In nome del popolo e dei sondaggi, dunque di una visione solo nazionale della democrazia, Angela Merkel sta minando l'Europa, la natura sovranazionale del suo ordine democratico. Il 23 novembre ha aggredito Barroso - definendo "inquietanti e sconvenienti" le sue proposte sugli eurobond - violando il diritto di proposta conferito dai Trattati all'esecutivo europeo. Dicono che il Cancelliere preferisce la tecnocrazia alla democrazia. Non è vero: abusando della democrazia, ne fa un'arma della paura. Schmidt denunciò proprio questo, nella lettera del '96, quando evocò la "monomaniaca ideologia deflazionistica della Banca centrale che negli anni '30-32 preparò l'avvento di Hitler". E quando denunciò le "ipocondriache paure tedesche di fronte all'innovazione".

(30 novembre 2011)

"Allarme banche, non c'è più liquidità così l'Italia rischia il fallimento"


MASSIMO GIANNINI

IN ITALIA c'è un allarme banche. Non circola più denaro. Il rischio principale è che si diffonda il credit crunch. Rispetto a questo scenario, il fallimento di qualche banca diventa addirittura un rischio secondario. Se l'illiquidità del sistema porta al blocco dell'economia, allora non fallisce un singolo operatore, ma fallisce l'Italia". Giuseppe Vegas, presidente della Consob, lancia un monito e chiama a raccolta governo, Bce e Banca d'Italia: "Bisogna agire, o sarà troppo tardi".

Presidente Vegas, dunque ha ragione Alessandro Penati, che su "Repubblica" parla di una vera e propria "questione bancaria"?
"Sulle banche italiane c'è un problema, che non può non preoccuparci tutti. Il nostro sistema creditizio, tra i suoi asset, ha titoli di Stato italiani per 160 miliardi, e titoli di Stato degli altri 'Pigs' per 3 miliardi. A fronte di questo, le nostre banche hanno titoli "tossici" (essenzialmente mutui subprime) per una quota pari al 6,8% del patrimonio di vigilanza, contro una media europea del 65,3%. Ora, secondo le nuove norme di valutazione degli asset stabilite dall'Eba, siamo al paradosso: i titoli di Stato in portafoglio vengono considerati 'tossici' per le banche italiane, peggio di quanto non lo siano i "subprime"per le banche straniere".

Toccava al governo italiano intervenire, nei mesi scorsi. Perché non l'ha fatto?
"Non sta a me rispondere. Io so solo che i criteri stabiliti dall'Eba sono oggettivamente discutibili. Ci stiamo confrontando con la Banca d'Italia, per sollecitare un intervento e per indurre un ripensamento, anche nell'Esma. Ma non è facile. Il pericolo è che vada definitivamente in tilt il circuito finanza-economia reale. In base ai criteri Eba, le banche devono rafforzare il patrimonio e ricapitalizzare. Per farlo hanno due strade: o vanno sul mercato a cercare soldi, o vendono asset. In entrambi i casi, il sentiero è strettissimo: vendere asset vuol dire ridimensionare comunque l'operatività. Ma trovare capitali sul mercato, adesso, è ancora più difficile: vuol dire limitare il circolante, rinunciare alla leva, ridurre i prestiti, e dunque strozzare il credito. E qui c'è il possibile corto-circuito: che effetto ha tutto questo su un Paese che ha bisogno come il pane della crescita?".

Un effetto devastante, che stiamo già vedendo. Ma come pensate di far cambiare all'Eba i suoi criteri? E come si fa a evitare la recessione nel 2012, già prevista dall'Fmi?
"Questi sono i nodi da sciogliere. Sui criteri Eba il Sistema-Paese deve battersi, a tutti i livelli: non si può avere un approccio khomeinista alla contabilità, che è un mezzo e non un fine, essendo il vero fine il benessere dei cittadini. Quanto alla recessione, l'Italia deve far bene i "compiti a casa", come ha detto giustamente Monti. Questo vuol dire risanamento dei conti, tirando il freno a mano alla spesa pubblica. E poi sostegno allo sviluppo".

La dimensione della crisi non è solo italiana. Lei, da regolatore nazionale, che giudizio dà del ruolo della Bce? Fa abbastanza per fronteggiare l'emergenza?
"Finora, con le regole esistenti, ha fatto quello che ha potuto. Ma è evidente che l'acquisto dei titoli di Stato dei Paesi periferici, sul solo mercato secondario, non basta più. Così come non basta più l'approccio puramente anti-inflazionistico della politica monetaria: capisco che i tedeschi abbiano lo scheletro di Weimer nell'armadio, ma adesso serve un salto di qualità".

Sta dicendo che Draghi deve trasformare la Bce in un prestatore di ultima istanza, stampando moneta senza limiti?
"Sto dicendo che anche su questi temi serve un approccio nuovo, e adeguato alla fase. C'è a monte un problema di sovranità politica e di coordinamento delle politiche fiscali nazionali. Ma c'è anche un problema di Trattati e di Statuti da rivedere. La Fed e la Banca d'Inghilterra stampano moneta. La Bce non può farlo. Questa disparità va risolta. Allora, o cambiamo il ruolo della Bce, oppure dobbiamo accettare il rischio che l'euro salti, e ogni Paese torni alla sua valuta nazionale".

È un'ipotesi realistica, secondo lei? C'è addirittura chi ipotizza un piano segreto dei governi, per un change-over dall'euro alle vecchie valute nazionali a cavallo di Capodanno...
"Non credo alle voci. Ma certo il rischio che la moneta unica non regga, in queste condizioni, esiste. Sarebbe un disastro, ideale e materiale. Sta a Draghi evitarlo, insieme a Merkel, Sarkozy e adesso anche Monti, che fa giustamente da terzo incomodo nel direttorio franco-tedesco".

In questi mesi la Consob ha cercato di arginare la speculazione, tra il divieto di vendite allo scoperto e i limiti agli scambi ad altissima velocità. Tutto inutile: da luglio la Borsa ha perso il 32,1%, e i titoli bancari il 45,6%.
"Noi ci siamo posti l'obiettivo di fondo di non far disconnettere il link tra risparmio e economia reale. La speculazione fa parte del gioco. Ma oggettivamente alcune cose non funzionano. E su queste abbiamo cercato di intervenire. Le vendite allo scoperto sono un tema controverso. Ma una cosa è sicura: aumentano la volatilità del sistema, e hanno una funzione sempre pro-ciclica. Per questo, dal primo dicembre estenderemo la norma: per tutte le categorie di titoli, le vendite allo scoperto dovranno avere almeno il prestito dei titoli sottostanti, e oltre una certa soglia dovranno essere denunciate all'Autorità".

Non è un modo per chiudere la falla di una diga con un dito?
"Non penso che siano norme salvifiche, ma segnalano un'attenzione del regolatore. La stessa cosa vale per l'High Frequency Trading, cioè gli scambi di titoli ad altissima velocità attraverso gli algoritmi. Un algoritmo può essere impazzito o hackerato. Un mercato non può essere condizionato troppo da queste variabili incontrollate: per questo abbiamo chiesto a Borsa Italiana di far pagare almeno un "fee", quando si lancia un ordine oltre un certo importo, e poi non lo si esegue. Anche qui, siamo ai piccoli correttivi, che non risolvono il problema, però nemmeno lo ignorano. Ed è la stessa cosa che potrei dire per il controllo sui Cds cosiddetti "nudi", cioè quelli che si comprano senza il possesso dei titoli di Stato sottostanti. Nella nuova Mifid saranno vietati: ci vorrà tempo, ma è già un passo avanti".

Un altro nervo scoperto è la difesa dell'italianità delle aziende. Stiamo per perdere anche il "bastione" della golden share. Anche su questo avete provato qualche intervento, ma è stato tutto inutile: basta vedere il caso Parmalat.
"Proprio il caso Parmalat è un paradigma del dramma italiano: nessun "campione nazionale" si è fatto avanti. Questo è il nostro vero punto debole. L'intera Borsa italiana capitalizza poco più di Microsoft e Apple messi insieme. Siamo esposti allo shopping straniero. E ora rischiamo anche di più, senza la "golden share". Diciamolo chiaro: sul piano giuridico e normativo, non abbiamo più strumenti per difenderci".

Quindi? Come si evita che l'Italia, già depauperata del suo tessuto industriale, diventi un gigantesco outlet?
"Fa sorridere dirlo adesso, ma l'unica soluzione è allargare il mercato azionario, far entrare in Borsa nuovi operatori e nuovi imprenditori".

Intanto obbligherete almeno Edf a lanciare l'Opa su Edison?
"Stiamo esaminando il quesito. Non abbiamo ancora maturato una scelta: abbiamo un mese di tempo".

Risposta un po' "democristiana". E su Finmeccanica cosa avete in serbo? Possibile che possa accadere uno scandalo simile, e che nessuno possa intervenire?
"C'è un'inchiesta penale in corso. I nostri poteri sono limitati, e riguardano solo il collegio sindacale. Anche in questo caso, stiamo valutando".

Presidente Vegas, voi valutate pure. Ma qui il pericolo è che tra un mese sul mercato non rimanga più niente.
"Noi faremo la nostra parte. Ma certo, per il prossimo futuro, in Italia e in Europa, la responsabilità è nelle mani della politica. Ho fiducia in Monti".

m.giannini@repubblica.it

(30 novembre 2011)

Rehn: "Da ora periodo critico per la risposta Ue alla crisi"

Olli Rehn

L'Europa sta entrando "nel periodo critico di 10 giorni per il completamento della risposta Ue alla crisi": lo ha detto, al suo arrivo all'Ecofin, il vicepresidente della Commissione Ue Olli Rehn. Il 9 dicembre è infatti in calendario il vertice dei capi di Stato e di governo dei 27. "Dobbiamo continuare a lavorare soprattutto su due fronti - ha aggiunto Rehn - da un lato assicurare di avere delle barriere antincendio sufficienti, ma allo stesso tempo dobbiamo rafforzare la nostra governance economica".

Rehn ha parlato anche di eurobond: "saranno possibili soltanto quando avremo una governance più forte", ha detto. "Vogliamo aumentare le risorse del Fondo monetario internazionale e stiamo discutendo con la Lagarde di questo", ha poi aggiunto il commissario agli Affari economici, precisando che occorre però il sostegno di tutti gli Stati del Fmi.

La riunione dei 27 ministri delle Finanze dell'Ue si tiene a Palazzo Justus Lipsius. Per la prima volta l'Italia è rappresentata dal premier Mario Monti, al suo secondo giorno brussellese dopo la serata dedicata alla riunione dell'Eurogruppo. Alla riunione, presieduta per l'ultima volta dal ministro polacco Jacek Rostowski, partecipa anche il presidente della Bce Mario Draghi, oltre al vicepresidente della Commissione Ue Olli Rehn. Al termine dei lavori, nel pomeriggio, Mario Monti dovrebbe tenere una conferenza stampa.

La crisi del debito sovrano nell'eurozona è ormai sistemica e, per risolverla, serve una risposta sistemica. A ribadirlo è stato il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy, durante un incontro con i rappresentanti permanenti dei 27 all'Unione Europea. "
Le difficoltà sono diventate sistemiche. Stiamo assistendo ad una devastante crisi di fiducia", ha detto Van Rompuy, osservando che per alcuni "potrebbe essere colpa dell'irrazionalità dei mercati". "Ma è un fatto - ha scandito - e abbiamo bisogno di affrontarla". "Per stare in una zona Euro che abbia una struttura credibile occorre sacrificare la sovranità nazionale", ha detto ancora il presidente.

Dopo l'Ecofin di oggi, che si occuperà fra l'altro della ricapitalizzazione delle banche e del raccordo fra le iniziative dei diciassette dell'euro e il contesto più generale dell'Ue a ventisette, sono attesi per la risposta alla crisi due interventi pubblici del presidente francese, Nicolas Sarkozy, domani a Tolone, e della cancelliera tedesca, Angela Merkel, venerdì a Berlino. I dieci giorni "cruciali" a cui Rehn fa riferimento si concluderanno quindi con il vertice europeo dei capi di stato e di governo, l'8 e il 9 dicembre a Bruxelles.

(30 novembre 2011)

CONTRIBUTIVO ORA I PARLAMENTARI DOMANI TUTTI

Cicciolina a vita Sabato Illona Staller, l’ex pornostar Cicciolina, ha compiuto 60 anni iniziando così a ricevere il vitalizio per la sua legislatura da parlamentare dal 1987 al 1992

La riforma Fornero delle pensioni parte dai vitalizi di Camera e Senato

di Salvatore Cannavò

Nel giorno in cui si chiariscono le indiscrezioni sulla riforma pensionistica per i lavoratori dipendenti il governo, di concerto con i presidenti di Camera e Senato, inizia a intervenire anche sui vitalizi parlamentari.

Anche se gli interventi non sono perfettamente allineati. Per i dipendenti, infatti, si parla di blocco del recupero dell'inflazione per tutte le pensioni in essere e revisione delle aliquote per eliminare le disparità tra le diverse categorie (circa 5-6 miliardi di risorse aggiuntive). A questo dovrebbe aggiungersi l'estensione del contributivo pro rata per tutti fino alla stretta sulle anzianità con un aumento delle quote età più contributi (adesso a 96 per i dipendenti con un minimo di 60 anni e quindi con 36 anni di contributi) per arrivare a quota 100 (60 e 40) nel 2015 ma soprattutto con l'ipotesi, ancora solo allo studio, di un aumento della soglia minima di contributi fino a 41 o addirittura 43 anni.

Tutto questo arriva fino all’intervento sui vitalizi dei parlamentari deciso ieri dai presidenti delle Camere, Fini e Schifani, di concerto con la ministra Elsa Fornero. “In forza di tale modifica - si legge nella nota diramata delle presidenze di Camera e Senato - dal primo gennaio 2012 sarà introdotto il sistema di calcolo contributivo, in analogia con quanto previsto per la generalità dei lavoratori. Tale sistema opererà per intero per i deputati e i senatori che entreranno in Parlamento dopo tale data e pro rata per quanti attualmente esercitano il mandato parlamentare”. “Sempre dal 1° gennaio 2012 – si legge ancora - per i parlamentari cessati dal mandato sarà possibile percepire il trattamento di quiescenza non prima del compimento dei 60 anni di età per chi abbia esercitato il mandato per più di una intera legislatura e al compimento dei 65 anni di età per chi abbia versato i contributi per una sola intera legislatura”.

DALLA LETTURA del testo si capisce, dunque, che nessun intervento verrà effettuato sui vitalizi in essere, definiti ogni volta “diritti acquisiti” anche se costituiscono un privilegio evidente.

“Un interventicchio” lo definisce quindi il deputato Idv, Antonio Borghesi. L’introduzione del contributivo significherà, nel tempo, una riduzione progressiva dell’importo del vitalizio stesso che non si avvertirà per coloro che hanno un gran numero di legislature alle spalle.

La modifica, infatti, prevede che fino alla fine di quest’anno i parlamentari beneficeranno dell’attuale sistema, retributivo, e solo dal 2012, per gli anni restanti di legislatura, si vedranno effettuare il calcolo contributivo.

Solo gli eletti nella prossima legislatura si vedranno applicare il nuovo sistema mentre quelli che sono al primo mandato nell’attuale Parlamento si vedranno ridurre il vitalizio futuro. Sostiene il questore della Camera, Gabriele Albonetti che “se oggi un vitalizio lordo per 5 anni di legislatura è di 2800 euro, in futuro sarà di soli 900”. Obietta infatti il deputato dell’Idv, Antonio Borghesi: la riforma prevede che nel nuovo sistema contributivo i deputati siano equiparati ai lavoratori dipendenti che versano il 33 per cento del loro reddito in contributi così suddivisi: un terzo a carico dei lavoratori e due terzi a carico delle aziende. Attualmente i deputati si vedono prelevare l’8,6 per cento dell’indennità lorda (per un contributo pari a 1.006,51 euro). “Con il nuovo sistema - conferma Albonetti- verseranno il 9,16 per cento, ma circa 2000 euro – cioè i rimanenti due terzi – saranno versati loro direttamente dalla Camera”. In realtà, aggiunge Albonetti “sono contributi figurativi, e quindi non pesano sul bilancio della Camera”. Ma pesano comunque sul bilancio dello Stato. Quindi l’importo complessivo non cambierebbe, mentre il costo per il Parlamento potrebbe addirittura aumentare. Chi invece sembra debba pagare per la nuova norma sono alcuni parlamentari che sono stati eletti giovani nelle legislature fino al 1996. Fino ad allora, infatti, la pensione veniva erogata a 60 anni, ma si scalavano cinque anni per ogni legislatura di mandato. Così, deputati come Irene Pivetti, Giovanna Melandri o Italo Bocchino (questi ultimi 2 ancora parlamentari) potevano accedere al vitalizio a 50 anni grazie a due legislature parlamentari. A essere eliminata oggi, è solo questa possibilità il resto rimane com’è oggi: con una legislatura alle spalle si va in pensione a 65 anni mentre con più mandati si può accedere al vitalizio già a 60 anni.

È CHIARO che gli effetti saranno molto più duri per i lavoratori dipendenti. Infatti, per chi ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato, la quota dei versati contributi difficilmente può aumentare visto che la soglia attuale del 33% già molto alta per le aziende. Non vengono toccati dunque i vitalizi in corso ma nemmeno viene introdotta l’unica riforma possibile, l’equiparazione dei vitalizi alle normali pensioni.

Braga lui o Braga l’altro? La nomina-indovinello


MONTI ASSICURA: GOVERNO TRASPARENTE MA SCOPPIA IL CAOS ALL’AGRICOLTURA

di Caterina Perniconi e Paola Zanca

Di sicuro io sono il Francesco Braga di cui ha parlato il ministro esprimendo profonda stima per le mie capacità professionali, almeno come riportato dalle interviste sui media. Penso però che un mio collega omonimo (Ing. Franco Braga della Sapienza) sia la persona che vi interessa”.

La lettera arriva dall’America al Fatto Quotidiano, dopo le perplessità sulla nomina del sottosegretario alle Politiche agricole. Ieri a Palazzo Chigi Braga non si è visto. Era uno dei quattro assenti al giuramento. Ma non sembra che a fermarlo sia stato un impegno improvviso. È che nessuno ha capito quale Braga sia stato nominato. Il ministro Mario Catania, parlando con i giornalisti, ha espresso la sua soddisfazione per l’incarico a un professore che “conosco di fama per la competenza scientifica di alto livello e l’attività nel Nordamerica”.

IL CURRICULUM citato corrisponde a quello dell’economista agro-alimentare Braga, proveniente dalla Cattolica di Milano e docente negli Stati Uniti. Ma il nominato, come confermano da Palazzo Chigi, è un altro, il Braga ingegnere civile esperto di costruzioni antisismiche. Che, con le Politiche agricole, però, ha poco a che fare.

Vista la situazione, ha fatto bene ieri mattina Saverio Ruperto a reagire così dopo la nomina a sottosegretario all’Interno: ha stretto la mano a Monti, ha rivolto uno sguardo al cielo e si è fatto il segno della croce. Che Dio la mandi buona a questi nuovi 28 membri del governo. Il loro premier li ha difesi dai (rarissimi) attacchi della stampa: “Attenti a parlare di conflitto di interessi, saremo di un’assoluta trasparenza”. Ma nel caso Braga più che di trasparenza bisognerebbe parlare di nebbia fitta. Quando ieri mattina in commissione Agricoltura a Montecitorio non hanno visto arrivare nessuno, e hanno scoperto che il loro referente nel governo non aveva neanche giurato, si sono chiesti perché. Forse doveva tornare dall’America? Ma no, non è quel Francesco Braga. È il Franco Braga romano, detto Francesco, quello nominato. Sicuri? Le riviste di settore dicono il contrario. E per la gioia degli agricoltori, il dubbio non sono riusciti a risolverlo. “Non hanno notizie neanche i miei colleghi più esperti – dice sconsolato il deputato Pd Marco Carra – abbiamo cercato su Google, ci pare sia l’ingegnere, non ci sarebbe nulla di male, però non abbiamo conferma che sia lui”.

Al telefono del suo ufficio il professor Braga (l’ingegnere) non risponde. Un ragazzo al centralino spiega di non sapere della nomina: “Me la state dando voi questa notizia”. Alla Sapienza accolgono la domanda con stupore, sia al Rettorato che in Facoltà. Non sono a conoscenza dell’incarico a un professore dell’ateneo, e ritengono ancor più incredibile che “un ingegnere strutturale di stretta osservanza” possa diventare sottosegretario al ministero di via XX Settembre. Lì dentro, giurano che qualcuno la risposta ce l’ha. Ma non all’ufficio stampa: “Siamo in attesa di una comunicazione degli uffici competenti” . L’attesa dura fino alle 9 di sera: niente da fare, del curriculum del “vero” sottosegretario non c’è traccia. E a Montecitorio le voci si rincorrono: “Il Braga ingegnere non è interessato a quel posto, semmai alle Infrastrutture. Vedrete che rinuncerà all’incarico”. Ma ormai la frittata è fatta.

D’altronde il caso Braga non è l’unico ad aver provocato versioni discordanti. Anche sul ministro Filippo Patroni Griffi non tutti la pensano allo stesso modo. Per l’ex ministro Brunetta, “è il più bravo che c’è”. Pietro Ichino, senatore Pd, invece non commenta. Dice solo: “Andatevi a vedere quello che c’è pubblicato sul mio sito”. Giura che adesso “ha perdonato”. Ma gli archivi non perdonano. La notizia campeggia nel blog del senatore e porta la data del febbraio scorso. Racconta che per Patroni Griffi, l’ex ministro Brunetta si inventò il “comma 12-decies”: i dipendenti pubblici (come il neo ministro, magistrato al Consiglio di Stato) che sono anche membri del Civit – la Commissione per la Valutazione, l’Integrità e la Trasparenza istituita dalla legge Brunetta – non sono più obbligati a lasciare il loro incarico nella pubblica amministrazione. Lasciano la poltrona solo se ne hanno voglia. Non solo 150 mila euro lordi in più ogni anno, ma un rischio per l’indipendenza della Civit, diceva Ichino.

SPULCIANDO il sito del senatore Pd, però, il neo ministro non è l’unico a spuntare dagli archivi. C’è anche Michel Martone, altro fresco ingresso al governo. Qui la notizia è del novembre 2010: Ichino il giorno 26 presenta un’interrogazione scritta al ministro, sempre Renato Brunetta. Che ha combinato stavolta? Ha assegnato a Michel, figlio del presidente del Civit Antonio Martone, “un compenso vistosamente sproporzionato (40 mila euro, ndr) per una consulenza vistosamente inutile”. Ichino oggi precisa: inopportuno non era lui, ma la consulenza. D’altronde Michel c’era rimasto male già allora: “Il prof mi conosce dai tempi della laurea”. Figuriamoci ora che uno sta al governo e l’altro nella maggioranza che lo sostiene.

Giù il cappuccio


di Marco Travaglio

Noi, sia chiaro, ci sentiamo più che mai coesi intorno al governissimo che fa benissimo, sobri come e più di Monti e della sua signora, sempre tesi all’afflato patriottico di solidarietà nazionale che spira dal Colle, ma soprattutto molto tecnici per il bene supremo della Nazione.

Ciò premesso, e reso il dovuto omaggio a Gianni Letta che ormai è monumento nazionale (sempre sia lodato), vorremmo sapere, se ancora è permesso fare domande, che diavolo c’entra l’emergenza finanziaria col neosottosegretario alla Difesa Filippo Milone, già portaborse di ‘Gnazio La Russa che un anno fa telefonava a un dirigente di Finmeccanica per scucirgli un finanziamento per la festa del Pdl, ma soprattutto ex factotum della Grassetto Costruzioni di don Salvatore Ligresti, arrestato nel '92 per le mazzette nelle Asl torinesi, pregiudicato per abuso d’ufficio nella Tangentopoli dell’ospedale di Asti (una stecca di 6 miliardi di lire promessa a vari politici in cambio dell’appalto); e poi ancora indagato ad Aosta, a Napoli e a Padova per altri scandali ligrestiani, da cui uscì sempre indenne fra prescrizioni e assoluzioni. Viste le volte che ha dovuto difendersi in tribunale, è chiaro perché l’han messo alla Difesa. Ma resta un mistero in che senso sia un “tecnico”: forse in fatto di bustarelle?

Chissà la festa a Palazzo Chigi, ieri, quando ha incontrato il collega sottosegretario agli Interni Giovanni Ferrara, che fino a due giorni fa era procuratore capo di Roma e indagava sulla sua telefonata a Finmeccanica. Ferrara aveva indagato pure Roberto Cecchi per abuso d’ufficio e ora se lo ritrova al fianco, sottosegretario ai Beni culturali: altra bella rimpatriata, al giuramento di ieri.

Monti – come già Passera, che giura di non avere conflitti d’interessi perché ha smesso di fare il banchiere mentre diventava ministro allo Sviluppo economico e a tante altre cose – garantisce che nel suo governo non ci sono conflitti d’interessi: Ferrara infatti non indaga più (ammesso che lo facesse prima) e Milone (almeno si spera) non telefona più a Finmeccanica per conto di La Russa. Il quale comunque, a scanso di equivoci, ha subito detto che i sottosegretari gli stanno bene, tappando la bocca a Gasparri che eccepiva sulla tecnicità del sottosegretario D’Andrea, ex onorevole margherito. Anche perché nel governo tecnico è entrato un altro tecnico che meno tecnico non si può, ma di centrodestra: Magri, eletto senatore dell’Udc nel 2001, ma solo per un errore di calcolo dei voti, è rimasto per due anni sulla poltrona abusiva finché fu risarcito con un posto di sottosegretario nel secondo governo B. Nessun conflitto d’interessi nemmeno per Ciaccia, che mentre diventa sottosegretario alle Infrastrutture nel ministero dello Sviluppo smette di dirigere Banca Intesa Infrastrutture e Sviluppo, da dove fino all’altroieri finanziava le infrastrutture che ora dovrà controllare. E tantomeno per Carlo Malinconico Castriota Scanderbeg (imparentato con la contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare e il marchese Giovanmaria Catalan Belmonte): lui era solo il presidente della Federazione Editori e ora dovrà vigilare sugli editori come sottosegretario all’Editoria, così almeno avrà da fare e non andrà più in ferie all’Argentario a spese di Anemone.

Ecco, esimi presidente Napolitano e professor Monti: che razza di governo tecnico è questo, se i tecnici li scelgono i politici? Basta levare il cappuccio ai sottosegretari, e in fronte a ciascuno comparirà l’etichetta di un politico: Cardinale (marito della capogabinetto di Schifani), Malaschini (Schifani), Dassù e De Vincenti (D’Alema), Grilli (Tremonti), Peluffo (Ciampi), Martone (Brunetta), Vari (Innocenzi), Mazzamuto (Alfano), Zappini (Franceschini e Giulio Napolitano, figlio di Giorgio, con cui ha scritto un libro).

Per carità, va bene l’afflato patriottico. Ma questi hanno l’afflato un tantino pesante.

martedì 29 novembre 2011

Milano, Pisapia conferma Boeri alla Cultura Niente Expo e “tutela” del partito


Le deleghe per l'esposizione saranno assegnate a un comitato interassessorile. La crisi sembra dunque rientrata ma entrambi ne escono ridimensionati: il sindaco è stato costretto a fare i conti con il Pd, mentre l'architetto deve cedere l'esclusività sul progetto del 2015

Niente più Expo. Stefano Boeri paga così le sue critiche alla gestione dell’evento da parte di Giuliano Pisapia. Il sindaco, dopo due giorni di consultazioni con assessori e consiglieri di maggioranza, si è chiuso nel suo ufficio di Palazzo Marino e dopo circa un’ora ha deciso di accordare all’architetto una prova d’appello: lo ha confermato assessore a cultura, moda e design. Mentre la delega a Expo sarà assegnata a un comitato interassessorile di cui è presumibile che Boeri farà parte con dei ruoli chiari e ben definiti.

Determinate per la risoluzione del conflitto è stata l’intervista che Boeri ha rilasciato a Repubblica nella quale si è scusato per le critiche rivolte al sindaco, pur rivendicando una propria autonomia. Ma la rottura, già rimandata a luglio, appare ai più semplicemente rinviata: “Aspettiamo che si spengano i riflettori, così potremo affrontare con maggior serenità il rapporto” tra i due, confida uno degli esponenti del Pd che hanno gestito e ricucito la crisi in questi giorni fino a coinvolgere il segretario del partito, Pierluigi Bersani. Il partito che ha candidato alle primarie e poi alle comunali Boeri, di fatto, ha svolto un ruolo chiave nella risoluzione del conflitto, stringendosi intorno al suo capodelegazione e suggerendo al sindaco di non compiere un “errore politico”, ovvero l’estromissione di Boeri dalla giunta.

In cambio il gruppo consiliare a Palazzo Marino ha assicurato al sindaco non solo la piena disponibilità a continuare a condividere le sue posizioni, ma soprattutto a controllare l’operato dell’assessore. “Saremo il primo controllore, rigoroso, della lealtà e del rispetto della collegialità” da parte di Boeri, ha detto il capogruppo democratico Carmela Rozza. Ma il Pd ha invitato Pisapia a far sì che “riparta una nuova fase con più collegialità nelle decisioni e nella comunicazione”. La stessa mancanza di collegialità dunque che il sindaco rimprovera a Boeri, gli è rimproverata oggi dal Pd. Politicamente, dunque, Pisapia deve cedere una parte dell’autonomia decisionale che finora ha rivendicato con forza, sin dalla composizione della giunta, a favore di quel Pd che in Consiglio è determinante per la maggioranza.

Se c’è un vincitore è il popolo Arancione, che in questi giorni ha più volte richiesto l’unità della coalizione che aveva permesso di espugnare Milano e che si è per la prima volta spinto a criticare le posizioni del sindaco. Ne escono ridimensionati Pisapia e Boeri: il primo perché ha dovuto fare i conti per la prima volta con il potere della politica e fosse stato unicamente per lui avrebbe deciso diversamente; l’altro perché perde la titolarità, quanto meno esclusiva, di una parte del suo più recente percorso professionale, quell’Expo del cui masterplan era stato uno dei firmatari e che aveva contribuito a far vincere a Milano.

Perché vincono gli evasori


di Corrado Giustiniani

I mezzi per recuperare 125 miliardi di tasse l'anno ci sarebbero. Quello che manca è la volontà politica. E alla fine, un condono tira l'altro

(29 novembre 2011)

Impossibile proporre nuovi sacrifici, e magari nuove imposte, senza assestare un colpo ai furbi che non pagano le tasse. Per propinare l'amara medicina, Mario Monti dovrà rivestire il cucchiaio con la glassa dell'equità, e la lotta all'evasione sarà forse il più importante banco di prova per il nuovo premier. Certo, nessuno può pretendere che, con il poco tempo a disposizione, arrivi a scalare il picco dei 125 miliardi di imposte evase annualmente (la stima è della Confindustria). Ma che riesca a piazzare qualche chiodo per una via ferrata di medio periodo, questo sì. Perché oggi, visto che il fisco può analizzare cinque annualità di imposta (e dunque pescare in un mare di 625 miliardi di evasione), i 10 miliardi e mezzo di euro recuperati nel 2010 appaiono davvero pochi.

LA MONTAGNA INCARTATA.
"In realtà, se togliamo interessi, sanzioni e minutaglie come gli errori nelle deduzioni mediche, è tanto se si arriva a tre miliardi di ricchezza nascosta recuperata", osserva Raffaello Lupi, professore di Diritto tributario a Roma Tor Vergata. La stima della Corte dei Conti, nel Rapporto 2011 sul coordinamento della Finanza pubblica, non si discosta molto: il recupero di imposta evasa sarebbe circa la metà di quello vantato ufficialmente dal direttore dell'Agenzia delle Entrate, Attilio Befera. Ma anche partendo da 10 miliardi di recupero, se si considera che sono cinque le annualità recuperabili, di questo passo, ci vorrebbero almeno 60 anni per arrivare in vetta. Come mai? Ci mancano i Walter Bonatti del caso? Non abbiamo corde e moschettoni? O quei monti sono nascosti da una malefica cortina di vapori velenosi che ostacola ogni ascensione tanto che, se per caso un governo ci si avventura, il successivo fa un rapido ritorno al campo base? Proviamo a capirlo.

I MEZZI CI SONO . Strumenti tecnici e risorse umane per indurre gli evasori a più miti consigli, ne avremmo. L'Anagrafe tributaria, nata quasi cinquant'anni fa, è una banca dati di dimensioni mostruose, che contiene tutte le dichiarazioni dei redditi - circa 40 milioni ogni anno - le transazioni immobiliari, gli atti di successione, le operazioni doganali, è collegata col catasto e con le utenze Enel e Telecom, ed elabora 200 milioni di documenti l'anno. Ora tutti i dati sono nei computer dell'Agenzia delle Entrate, che ha festeggiato all'inizio del 2011 i suoi dieci anni di vita, è dotata di grande autonomia e di 32 mila dipendenti (non più di 15 mila, però, addetti ai controlli sostanziali). Inoltre, il fisco può disporre dei militari della Guardia di Finanza, 60 mila in tutto, un terzo dei quali impegnati sulle tasse. Ma allora, perché i risultati sono così scarsi?

CONDONO CONTINUO. E' il più grave handicap del fisco italiano. A causa sua, la lotta all'evasione si blocca, a volte, per anni interi. Come è accaduto con il condono fiscale del 2002: un colpo di spugna che ha cancellato tre anni di attività degli uffici e ripulito la "fedina fiscale" di evasori incalliti. Ma in quel condono è accaduto qualcosa di ancora più grave: poiché per sottrarsi ai reati tributari bastava versare la prima rata, molti si sono fermati lì. E il 20 per cento delle somme dovute non è mai arrivato, con il risultato che si è aperto un buco di 4-5 miliardi di euro rispetto alle previsioni di incasso. Lezione inutile: a luglio, è stata partorita l'ennesima sanatoria del governo di centro-destra sulle liti pendenti per le controversie sino a 20 mila euro. L'aspettativa di sempre nuovi condoni (anche sotto mentite spoglie: dichiarazione integrativa, chiusura liti pendenti, deflazione del contenzioso) è un disincentivo potente a pagare le tasse, un inquinamento letale di sistema. Si cura in un solo modo: inserendo il divieto di condoni fiscali nel testo della Costituzione.

MAL DI SCUDITE.
E' una variante del condono che si applica a chi mette i soldi in Svizzera e nei paradisi fiscali. Il primo scudo, del 2001, riservato a grandi capitalisti che avevano i soldi all'estero, ha fatto venire l'acquolina in bocca ai medio-piccoli, che hanno iniziato a portare fuori dell'Italia soldi in nero (basta arrivare a Lugano), in attesa di un immancabile nuovo provvedimento. Sono loro ad aver colto in pieno la chance dello scudo ter di Tremonti, che garantiva anonimato e un mini-pagamento del 5 per cento. In questo modo 180 mila contribuenti hanno regolarizzato 104,5 miliardi di euro, che al fisco hanno fruttato appena 5 miliardi. In 65 casi su cento i valori "scudati" sono stati inferiori a 250 mila euro.

ANEMIA DA CONTROLLI.
Su poco più di 700 mila controlli sostanziali effettuati nel 2010 dall'Agenzia delle Entrate, ben 317 mila sono stati del tipo automatizzato. Nella grande maggioranza piccole omissioni, per lo più dovute a errori o dimenticanze, chiamate in gergo "36 bis e ter", dall'articolo che le contempla. Gli accertamenti veri e pesanti non sono più di 200 mila: possono passare dunque fino a 25 anni senza che un esponente del popolo delle partite Iva (che sono circa 5 milioni) cada sotto le grinfie del fisco.
sanzioni-placebo. Ma cosa rischia chi viene sottoposto ad accertamento? Il pagamento dell'imposta evasa per quell'anno (o al massimo per due, poi i controlli si spostano verso altri contribuenti), più una sanzione che, in caso di adesione all'accertamento, con Vincenzo Visco ministro era pari al 25 per cento, e che Tremonti ha prima dimezzato al 12,25 e poi, nel 2010, rialzato al 16,66. "Non c'è però soltanto la sanzione irrisoria", osserva Salvatore Tutino, consulente scientifico del Centro Europa Ricerche di Giorgio Ruffolo, "è l'imposta stessa su cui si calcola la sanzione che, nella trattativa col fisco, può essere ridotta". In alcuni casi anche del 50 per cento.

SCONTRINI NO. C'erano una volta le verifiche sulla mancata emissione di scontrini e ricevute fiscali. Adesso non vanno più di moda: dal 2009 al 2010 si sono ridotte del 28 per cento, da 64.500 alle 46.300. Parola della Corte dei Conti. Annullata la norma che imponeva la chiusura temporanea dell'esercizio, con tanto di affissione sulla saracinesca del provvedimento, per tre scontrini non emessi anche in una sola giornata. Oggi le violazioni debbono essere almeno quattro nel giro di cinque anni, e commesse in tempi diversi. In pratica, non si chiude mai.

CON LA FERRARI IN GARAGE.
Dal 2007, da quando è stato abolito il segreto bancario, il fisco ha uno strumento potentissimo: l'anagrafe dei rapporti finanziari, che contiene i dati su tutti i conti correnti e gli investimenti mobiliari degli italiani. Denunci poco? Guardo quanto hai in banca e quanto investi in Bot, e ti concio per le feste. Peccato che praticamente non venga utilizzato. Le indagini finanziarie, nel 2010, sono state appena 9 mila 371, nemmeno lo 0,2 per cento di tutte le partite Iva. Di questo passo, ci vorrebbero sei secoli per avere la sicurezza che bussino a tutti i conti. L'anagrafe dei rapporti finanziari è come una Ferrari tenuta in garage, perché il segreto è stato rimpiazzato da una micidiale trafila burocratica: l'impiegato deve chiedere il permesso al direttore regionale delle Entrate (e lì la pratica si ferma un bel po'); se l'ottiene, la banca ha 30 giorni per rispondere: rinnovabili. E così passano i mesi.

EVASIONE CONTRATTATA
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Ovvero gli studi di settore, che dovevano funzionare su dati di fatturato forniti dalle categorie professionali. Sono entrati in vigore nel 1998 e oggi si ammette che sono stati un fallimento. Una sorta di "minimum tax" che ha fatto recuperare ben poco e che si è accanita contro i soggetti più deboli all'interno delle professioni.

SUPERISPETTORI ADDIO.
Nel 1981, su proposta di Franco Reviglio, erano nati gli 007 del fisco, chiamati a indagare sulla grande evasione e anche a controllare che gli uffici del ministero da un lato, e la Guardia di Finanza dall'altro, facessero il loro mestiere nel migliore dei modi. Ma il Secit, così si chiamava il servizio dei superispettori fiscali, non è mai andato a genio ai ministri che sono seguiti a Reviglio. Così nel 2000-2001, con la riforma che ha dato vita all'Agenzia delle Entrate, Vincenzo Visco li ha allontanati dalla grande evasione, togliendo loro anche il controllo degli uffici e riducendoli a semplici esperti. Nel 2008 Giulio Tremonti ha completato l'opera, abolendo il Secit.

DECIDE LA POLITICA
L'intera macchina dei controlli è mossa dalla direttiva annuale del ministro. Un singolo funzionario non può di testa sua salire su uno yacht e indagare sul proprietario. E, se un ristoratore non gli dà la ricevuta, non può fare altro che muoversi come un cittadino qualsiasi, denunciandolo alla Guardia di Finanza. La quale, a sua volta, non ha alcun obbligo di tenerne conto, ma a discrezione può inserire il segnalato in un calderone ove attingere attuando la direttiva del ministro, oppure in una piccola quota di "controlli d'iniziativa" riservati alle Fiamme Gialle.

EVASORI & ELETTORI.
L'evasione fiscale muoverebbe in totale almeno 10 milioni di voti. Eppure l'81,7 per cento degli italiani la ritiene inaccettabile, secondo un'indagine condotta dal Censis per conto del Collegio nazionale dei dottori commercialisti. "Un governo che volesse davvero debellarla, dovrebbe decidere subito due misure: vietare il cash per tutti i pagamenti a professionisti dai 100 euro in su, e ripristinare l'elenco dei clienti e dei fornitori introdotto da Visco nel 2006 e poi soppresso da Tremonti", consiglia al nuovo governo Oreste Saccone, animatore del sito www.fiscoequo.it ed ex dirigente dell'Agenzia delle Entrate. Tutte queste somme dovrebbero finire in un conto dedicato all'attività professionale. Attualmente la tracciabilità dei pagamenti (bonifici, carte di credito, assegni non trasferibili) è obbligatoria solo dai 2.500 euro in su e senza che vi sia un conto dedicato. L'elenco clienti e fornitori, ovviamente telematico, potrebbe evitare che un imprenditore o un professionista rilascino al cliente una regolare fattura, ad esempio per 500 euro, ma poi non la registrino o lo facciano solo per 50 euro, confidando nella scarsa probabilità di incappare in un controllo incrociato. Con l'elenco telematico, invece, l'evasione verrebbe intercettata automaticamente dall'Anagrafe tributaria, attraverso l'incrocio tra i dati dell'elenco dei fornitori e di quello dei venditori.

CONTRASTO DI INTERESSI.
Sta perdendo appeal un vecchio sogno: concedere al contribuente di dedurre tutte le sue spese, dal falegname all'avvocato all'idraulico, costringendo costoro a rilasciare un documento fiscale. Se la deduzione fosse totale, il gettito fiscale crollerebbe, senza essere compensato dal recupero di evasione. Perché? "Se guadagno 1000 e dimostro costi per 800", spiega Ruggero Paladini, docente di Scienza delle Finanze alla Sapienza, "alla fine verranno tassati solo i 200 euro che non ho speso". Alla gran parte dei contribuenti, dimostra Alessandro Santoro, autore per Il Mulino di "Evasione fiscale, quanto come e perché", conviene accettare lo sconto che il professionista gli propone, 120 in nero anziché 150 con la ricevuta; solo per chi ha aliquote marginali dal 43 per cento in su conviene viceversa insistere per la fattura: mille euro di spese dal medico, per esempio, produrrebbero una minore imposta di 500.

CON L'AIUTO DELLA SCUOLA.
I servizi sociali che funzionano male continueranno a fornire un alibi potente per non pagare le imposte, e pare tuttora inossidabile la convinzione espressa negli anni Cinquanta dal grande scienziato delle Finanze Cesare Cosciani: per gli inglesi un evasore è un reprobo; per gli italiani è un furbo. L'equità fiscale richiede dunque un impegno di lungo periodo. "Perché allora non far iniziare sui banchi delle scuole medie la lotta all'evasione?", suggerisce Tutino, "inculcando nei ragazzi l'articolo 53 della Costituzione: tutti sono chiamati a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva". E' davvero il minimo che si possa sperare.

Che brutti amici, caro Casini


di Marco Travaglio

Cuffaro, Romano, Cesa, adesso Naro... il leader Udc ha intorno a sé una formidabile concentrazione di malandrini. È sfortunato nelle amicizie, è attratto dai borderline, oppure c'è qualcos'altro che dobbiamo sapere?

(28 novembre 2011)

Tutti lo cercano, tutti lo vogliono. Pier ferdinando Casini E' il politico del momento, il più abile e convinto regista dell'operazione Monti in tandem con Napolitano. Pier di qua, Pier di là. Bossi, quando si alleò con lui nel 1994, lo ribattezzò "el carugnìn de l'uratòri", e mai definizione fu più azzeccata.

Non perché sia stato coinvolto in scandali, anzi: Casini è una rara avis democrista mai sfiorata da guai giudiziari. Ma perché di inquisiti e condannati è un collezionista da Guinness. E proprio sulla questione morale, anzi penale, sarebbe interessante avere da lui qualche risposta, posto che: ha avuto un ruolo decisivo nella caduta del governo Berlusconi; detiene la golden share del governo Monti; ha imposto ministri-chiave come il Guardasigilli Paola Severino (avvocato di suo suocero Francesco Gaetano Caltagirone e di sua moglie Azzurra); i vertici del Pd sono disposti a sacrificare l'alleanza con Di Pietro e Vendola pur di averlo con sé alle prossime elezioni.

Ricapitolando. Nel 2001 Casini candida Totò Cuffaro a governatore della Sicilia con tutto il centrodestra; nel 2005 lo sistema al Parlamento europeo quand'è già imputato per favoreggiamento mafioso; nel 2006 lo fa eleggere senatore, mettendo sulla sua innocenza "non una ma due mani sul fuoco"; nel 2008 Cuffaro è condannato in primo grado, ma Casini lo rinomina senatore. Sappiamo com'è finita: Totò condannato definitivamente a 7 anni e recluso a Rebibbia. Ma non risulta che Casini si sia scusato per il plateale abbaglio, anche perché dovrebbe vagare coi moncherini come Muzio Scevola.

Nel 2006, in un'intervista a "l'Espresso", aveva giurato sulle "liste pulite" Udc: "Nelle candidature non faremo sconti: a parte Cuffaro, in Sicilia non ricandideremo nessun inquisito". Infatti dal 2001 porta tre volte in Parlamento pure Saverio Romano, allora indagato e ora imputato per concorso esterno in mafia. Il fatto che l'anno scorso Cuffaro e Romano siano passati al Pdl non è un'attenuante, ma un'aggravante di cui dovrebbero ricordarsi quanti rimproverano giustamente a Di Pietro i De Gregorio, Razzi e Scilipoti, scordandosi i voltagabbana casiniani.

E non basta: dal 2001 siede nei banchi dell'Udc alla Camera anche Pino Naro, ora indagato per finanziamento illecito con l'accusa di aver ricevuto una tangente di 200 mila euro in contanti, nella sede romana dell'Udc, dall'impresario Tommaso Di Lernia e dal presidente dell'Enav Guido Pugliesi (pure lui inquisito e immancabilmente vicino all'Udc). Un insospettabile? Non proprio, essendo un habitué di galere e tribunali: poco prima di entrare a Montecitorio per non uscirne più, era stato condannato definitivamente a 6 mesi per abuso d'ufficio a proposito dell'acquisto con denaro pubblico di 462 ingradimenti fotografici, alla modica cifra di 800 milioni di lire; e si era salvato due volte per prescrizione nella Tangentopoli messinese (condanna in primo grado a 1 anno e mezzo) e in quella per le spese folli di Taormina Arte (peculato). Infatti era stato subito promosso tesoriere del partito, l'uomo giusto al posto giusto.

Ma come li sceglie, Casini, i dirigenti del suo partito: dai mattinali di questura? Il dubbio cresce se si guarda al pedigree del segretario Udc Lorenzo Cesa: arrestato a Roma nel 1993, condannato in primo grado a 3 anni e 3 mesi per corruzione aggravata nello scandalo Anas (intascò mazzette per 30 miliardi di lire per conto del ministro Prandini), Cesa si salva per un cavillo procedurale dopo aver confessato in un verbale che si apre così: "Intendo svuotare il sacco". Linguaggio degno di Gambadilegno più che di un leader "moderato".

Ora pare che lo sherpa usato dall'Udc per accalappiare la pattuglia di deputati Pdl che han costretto il Cavaliere alla resa fosse Paolo Cirino Pomicino, che vanta una condanna per finanziamento illecito e un patteggiamento per corruzione.

Forse, prima di allearsi con Casini, gli andrebbe chiesto come spiega questa formidabile concentrazione di malandrini tutt'intorno a sé: è solo sfortunato nelle amicizie, è attratto dai borderline, o c'è qualcos'altro che dobbiamo sapere?