Da più parti — anche su questo giornale, si veda Francesco Giavazzi l'8 gennaio scorso — si propone uno scambio tra misure di sostegno dei redditi e dell' occupazione nell'immediato con riforme strutturali che consentano risparmi di spesa e maggiore crescita in un prossimo futuro. La necessità di uno scambio ha due motivazioni principali.
La prima è che, nelle nostre condizioni di finanza pubblica, con un rapporto debito/Pil che è il più alto tra i Paesi europei ed è comunque destinato a crescere, se i mercati non fossero convinti che l'aumento del disavanzo dovuto a misure anticicliche non sarà invertito in tempi brevi da efficaci riforme strutturali, la nostra situazione diverrebbe finanziariamente insostenibile: già ora, e nonostante la relativa modestia delle misure di sostegno varate o annunciate dal governo, la valutazione del nostro debito è notevolmente peggiorata rispetto a quella di Paesi considerati più affidabili e ci costringe a pagare interessi più elevati sulle nuove emissioni. La seconda motivazione è che le riforme strutturali cui siamo chiamati, o almeno alcune di esse, sono dei beni in sé, misure richieste da ragioni di efficienza o di equità che avremmo dovuto attuare in passato e che aumenteranno la nostra capacità di crescita in futuro. A queste due motivazioni principali talora se ne aggiunge una terza: le riforme che non si riescono a fare in condizioni normali a volte è possibile farle in condizioni di emergenza. Brevemente, una per una.
La prima è ineccepibile: tanto maggiore è l'ammontare delle misure di sostegno dei redditi e dell'occupazione, e dunque del disavanzo aggiuntivo che ad esse conseguirebbe, tanto più rigorose e credibili devono essere le riforme strutturali da cui ci si attende un ritorno all'equilibrio. Tremonti ha ragione quando sottolinea l'importanza del problema e la nostra natura di sorvegliati speciali, con il debito pubblico che ci ritroviamo: il rischio di un declassamento è sempre incombente. Ma anche in queste condizioni qualcosa di più e di meglio di quanto sta facendo il governo si può fare: forse si potrebbe arrivare a un punto di Pil in misure di sostegno, se solo si convincono i mercati che quel punto sarà recuperato e più che recuperato da minori spese o maggiori entrate in un futuro prossimo, o da una maggior crescita del reddito quando la recessione allenterà la sua morsa. E la convinzione dei mercati discende sia dal disegno delle riforme, sia dalla fiducia che saranno effettivamente attuate, dunque dalla forza politica di chi le propone e le sostiene.
Veniamo allora alla seconda motivazione, il disegno delle riforme strutturali. Se il nostro Paese si impegna in un programma di sostegno dei redditi — ad esempio un sistema di ammortizzatori sociali esteso a tutti i lavoratori e misure di sostegno dei redditi minimi un po' più robuste della
social card e del bonus— lo scambio più evidente per garantirne la sostenibilità è quello di prelevare le risorse laddove ci sono ed è possibile farlo in tempi brevi: mediante una riforma del sistema pensionistico.
Questo scambio sarebbe apprezzato dai mercati finanziari, perché i calcoli sono relativamente semplici e perché si tratterebbe di un buon indicatore della forza politica del governo, della sua capacità di attuare misure impopolari. E lo scambio non contrasterebbe con l'equità, perché un allungamento della vita lavorativa è necessario a seguito dell'aumento della speranza di vita. Un altro scambio che solitamente è apprezzato dai mercati finanziari, anche se meno diretto di una riforma pensionistica e non facilmente calcolabile nei suoi effetti sulla crescita, riguarda la legislazione del lavoro e le relazioni industriali: queste ultime sono l'oggetto del contendere nell'accordo firmato il 22 gennaio sulla riforma della contrattazione; e sulla legislazione del lavoro è tornata recentemente alla carica Confindustria, coll'idea da tempo discussa di un contratto unico a tutele crescenti nel tempo.
Ho menzionato apposta queste vicende, al confine tra economia e politica, per introdurre la terza motivazione addotta al fine di giustificare il nostro scambio: riforme efficienti ed eque, che non si riescono a fare in momenti ordinari, si possono imporre in momenti di emergenza. Vorrei poterlo credere. Né Tremonti, né Sacconi sembrano intenzionati a toccare la previdenza, forse perché chi tocca le pensioni, come chi tocca i fili, muore.
L'opposizione, dopo aver sostenuto che le misure del governo sono insufficienti e occorre una riforma universalistica degli ammortizzatori sociali, si avvale poi del suo diritto al silenzio su come finanziarla. Sulla riforma della contrattazione e della legislazione del lavoro sono poi ben pochi, Pietro Ichino è il più noto, coloro i quali cercano di stabilire ponti all'interno dell'opposizione, del sindacato e di Confindustria, e tra questi e il governo. La realtà è che anche in condizioni di emergenza— a meno che essa raggiunga proporzioni che nessuno si augura — il nostro sistema politico blocca riforme giuste e utili, ma impopolari: ci sono sempre elezioni in un prossimo futuro e nessuno vuole perdere voti.
04 febbraio 2009
La prima è che, nelle nostre condizioni di finanza pubblica, con un rapporto debito/Pil che è il più alto tra i Paesi europei ed è comunque destinato a crescere, se i mercati non fossero convinti che l'aumento del disavanzo dovuto a misure anticicliche non sarà invertito in tempi brevi da efficaci riforme strutturali, la nostra situazione diverrebbe finanziariamente insostenibile: già ora, e nonostante la relativa modestia delle misure di sostegno varate o annunciate dal governo, la valutazione del nostro debito è notevolmente peggiorata rispetto a quella di Paesi considerati più affidabili e ci costringe a pagare interessi più elevati sulle nuove emissioni. La seconda motivazione è che le riforme strutturali cui siamo chiamati, o almeno alcune di esse, sono dei beni in sé, misure richieste da ragioni di efficienza o di equità che avremmo dovuto attuare in passato e che aumenteranno la nostra capacità di crescita in futuro. A queste due motivazioni principali talora se ne aggiunge una terza: le riforme che non si riescono a fare in condizioni normali a volte è possibile farle in condizioni di emergenza. Brevemente, una per una.
La prima è ineccepibile: tanto maggiore è l'ammontare delle misure di sostegno dei redditi e dell'occupazione, e dunque del disavanzo aggiuntivo che ad esse conseguirebbe, tanto più rigorose e credibili devono essere le riforme strutturali da cui ci si attende un ritorno all'equilibrio. Tremonti ha ragione quando sottolinea l'importanza del problema e la nostra natura di sorvegliati speciali, con il debito pubblico che ci ritroviamo: il rischio di un declassamento è sempre incombente. Ma anche in queste condizioni qualcosa di più e di meglio di quanto sta facendo il governo si può fare: forse si potrebbe arrivare a un punto di Pil in misure di sostegno, se solo si convincono i mercati che quel punto sarà recuperato e più che recuperato da minori spese o maggiori entrate in un futuro prossimo, o da una maggior crescita del reddito quando la recessione allenterà la sua morsa. E la convinzione dei mercati discende sia dal disegno delle riforme, sia dalla fiducia che saranno effettivamente attuate, dunque dalla forza politica di chi le propone e le sostiene.
Veniamo allora alla seconda motivazione, il disegno delle riforme strutturali. Se il nostro Paese si impegna in un programma di sostegno dei redditi — ad esempio un sistema di ammortizzatori sociali esteso a tutti i lavoratori e misure di sostegno dei redditi minimi un po' più robuste della
social card e del bonus— lo scambio più evidente per garantirne la sostenibilità è quello di prelevare le risorse laddove ci sono ed è possibile farlo in tempi brevi: mediante una riforma del sistema pensionistico.
Questo scambio sarebbe apprezzato dai mercati finanziari, perché i calcoli sono relativamente semplici e perché si tratterebbe di un buon indicatore della forza politica del governo, della sua capacità di attuare misure impopolari. E lo scambio non contrasterebbe con l'equità, perché un allungamento della vita lavorativa è necessario a seguito dell'aumento della speranza di vita. Un altro scambio che solitamente è apprezzato dai mercati finanziari, anche se meno diretto di una riforma pensionistica e non facilmente calcolabile nei suoi effetti sulla crescita, riguarda la legislazione del lavoro e le relazioni industriali: queste ultime sono l'oggetto del contendere nell'accordo firmato il 22 gennaio sulla riforma della contrattazione; e sulla legislazione del lavoro è tornata recentemente alla carica Confindustria, coll'idea da tempo discussa di un contratto unico a tutele crescenti nel tempo.
Ho menzionato apposta queste vicende, al confine tra economia e politica, per introdurre la terza motivazione addotta al fine di giustificare il nostro scambio: riforme efficienti ed eque, che non si riescono a fare in momenti ordinari, si possono imporre in momenti di emergenza. Vorrei poterlo credere. Né Tremonti, né Sacconi sembrano intenzionati a toccare la previdenza, forse perché chi tocca le pensioni, come chi tocca i fili, muore.
L'opposizione, dopo aver sostenuto che le misure del governo sono insufficienti e occorre una riforma universalistica degli ammortizzatori sociali, si avvale poi del suo diritto al silenzio su come finanziarla. Sulla riforma della contrattazione e della legislazione del lavoro sono poi ben pochi, Pietro Ichino è il più noto, coloro i quali cercano di stabilire ponti all'interno dell'opposizione, del sindacato e di Confindustria, e tra questi e il governo. La realtà è che anche in condizioni di emergenza— a meno che essa raggiunga proporzioni che nessuno si augura — il nostro sistema politico blocca riforme giuste e utili, ma impopolari: ci sono sempre elezioni in un prossimo futuro e nessuno vuole perdere voti.
04 febbraio 2009

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