DAL BLOG COME IL PANE A COLAZIONE 1 luglio 2013
Rosetta cade su quel gradino basso e largo che tante volte ha salito in fretta negli anni in cui portava calzini bianchi e scarpette scollate, quando la voglia di farsi crescere i capelli, avere un nasetto aggraziato e qualche centimetro in più l'avrebbero fatta camminare con le mani in terra e i piedi per aria, pur di ottenere tali grazie. Ma il Padreterno, quello sta sempre girato dall'altra parte, povero sciocco idolo che quando ha visto le bestie alzarsi in posizione eretta e poi mettersi di nuovo carponi per lui è diventato fanatico e onnipotente e non ha mostrato più la faccia!
Quella chiesa grande e imponente che frequentava ogni settimana per la messa, che la vedeva crescere e smaniare, l'ha poi dimenticata perché la vita l'ha portata altrove, niente più cappelle silenziose e fumi di incenso, ma fumo di sigaretta e interni umidi, quelli delle sezioni di partito, stanze affollate dove si consumavano ideali e vite e amori e ordini del giorno e carriere.
E anni e anni che vanno e vengono nella sua mente, i figli, gli sguardi sommari ai giornali chè non c'è tempo, militanza interrotta, una vita difficile e con pochi soldi, ma un compagno che la pensa come te e ci cresci insieme, tutti , voi e i ragazzi.
Poi, poi c'è il buio e i racconti dei genitori morti da tanto tempo che riaffiorano in questa città che non portava più le tracce dell'orrore, ma solo l'odore dei ricordi quando ti raccontavano che a Piazza San Giovanni c'era un solo tedesco a tenerla sotto il tiro del suo mitra, il tramestio sordo degli stivali in marcia, la fame, le urla dalle persiane sbarrate di Via Tasso che tuo padre, mingherlino e impaurito, fingeva di non sentire quando andava a lavorare, il sorriso malinconico di tua madre nel riandare ai suoi vent'anni, innamorata che non sapeva se avrebbe visto la nuova alba.
Mai avresti pensato che il profumo caldo e metallico di Roma, quel profumo che non possiede nessun'altra città, che sa di eterno, sarebbe diventato di nuovo veleno. E' cominciata così, in sordina, un governo di centrodestra, un piccolo buffone atticciato nel suo doppiopetto, un millantatore che ha studiato approfonditamente i corsi e i ricorsi storici e i metodi vincenti della mafia, li ha mescolati in una miscela esplosiva e si è preso un potere immenso. Altro non sa, non gli interessa, lo sguardo freddo e vuoto in un viso di gomma eternamente congelato in un sorriso.
Ed è stata di nuovo guerra, una guerra sorda, crudele, una guerra civile e fratricida.
I figli se ne sono andati, era un ritornello che ripetevano ad ogni nuovo sopruso e poi l'hanno fatto, lontani, salvi.
Ma lei no, non poteva, troppi i racconti del passato, troppo sangue su quel selciato sacro che l'ha vista crescere. E' rimasta, una staffetta, ecco cosa è diventata. Una vecchia staffetta settantenne, una donna anziana insospettabile, una come tante, bassa, abbondante, incolore fuori e rossa dentro e tre anni d'inferno nel cuore quando dalle parole sono passati ai fatti. Fino ad oggi.
Il vento ha fischiato dalla parte giusta e lei è stata uno degli innumerevoli ingranaggi che per più di mille giorni hanno girato ininterrottamente fino a una deplorevole quanto benefica deflagrazione che ha rovinato una delle più belle piazze di Roma, dove il sole aranciava i muri al tramonto. Le pietre centenarie dove altisonanti le voci degli eletti dal popolo si rincorrevano, si sono lordate di sangue rosso e denso. Velluti e legni e carni in un unico ammasso. Martiri, giovani e vecchie vite immolate, ma del pagliaccio padrone non è rimasta neppure la molla. Machiavelli docet.
Rosetta si rialza a fatica, è estate e la notte non è ancora buia, il ginocchio pulsa doloroso ma il suo sguardo va alla cancellata della chiesa dove un gruppo di partigiani l'aspetta sorridendo, non l'aiutano, lo sanno che si infurierebbe. Il luogo per abbracciarsi l'ha scelto lei, la più grande, la più esperta del quartiere. Anche il nome se l'è trovato da sola. Rosetta, come la protagonista di Rugantino, come la nonna morta nel '47, mai conosciuta, che nella casa due strade più in là della basilica pare avesse visto la Madonna, in un racconto paterno sempre suggestivo.
Sale Rosetta, la smorfia s'annacqua in un sorriso mentre le campane iniziano il loro suono pesante. Se la ricorda la leggenda di una donna che fece un lascito perché non trovando più la strada di casa fu aiutata da una dolce visione: la madre di Cristo. Da allora suona "La sperduta".
Stanotte tutte le case di Dio sono aperte, si prega per la strage dei potenti, il clero in pompa magna si china al cospetto dell'Eterno per raccomandare le anime di innocenti e farabutti.
Rosetta stringe le mani dei suoi compagni ed entra anche lei. L'aveva promesso a se stessa. Si avviano verso la cappella della Madonna della Neve e lì, tra quei banchi dove ha ricevuto la Prima Comunione, piega le ginocchia dolenti e sorride tra le dita che le nascondono il volto.
Se un aiuto dall'alto c'è stato, pensa, solo da una donna poteva venire.
Dio, stolidamente, è sempre voltato di spalle.
Quella chiesa grande e imponente che frequentava ogni settimana per la messa, che la vedeva crescere e smaniare, l'ha poi dimenticata perché la vita l'ha portata altrove, niente più cappelle silenziose e fumi di incenso, ma fumo di sigaretta e interni umidi, quelli delle sezioni di partito, stanze affollate dove si consumavano ideali e vite e amori e ordini del giorno e carriere.
E anni e anni che vanno e vengono nella sua mente, i figli, gli sguardi sommari ai giornali chè non c'è tempo, militanza interrotta, una vita difficile e con pochi soldi, ma un compagno che la pensa come te e ci cresci insieme, tutti , voi e i ragazzi.
Poi, poi c'è il buio e i racconti dei genitori morti da tanto tempo che riaffiorano in questa città che non portava più le tracce dell'orrore, ma solo l'odore dei ricordi quando ti raccontavano che a Piazza San Giovanni c'era un solo tedesco a tenerla sotto il tiro del suo mitra, il tramestio sordo degli stivali in marcia, la fame, le urla dalle persiane sbarrate di Via Tasso che tuo padre, mingherlino e impaurito, fingeva di non sentire quando andava a lavorare, il sorriso malinconico di tua madre nel riandare ai suoi vent'anni, innamorata che non sapeva se avrebbe visto la nuova alba.
Mai avresti pensato che il profumo caldo e metallico di Roma, quel profumo che non possiede nessun'altra città, che sa di eterno, sarebbe diventato di nuovo veleno. E' cominciata così, in sordina, un governo di centrodestra, un piccolo buffone atticciato nel suo doppiopetto, un millantatore che ha studiato approfonditamente i corsi e i ricorsi storici e i metodi vincenti della mafia, li ha mescolati in una miscela esplosiva e si è preso un potere immenso. Altro non sa, non gli interessa, lo sguardo freddo e vuoto in un viso di gomma eternamente congelato in un sorriso.
Ed è stata di nuovo guerra, una guerra sorda, crudele, una guerra civile e fratricida.
I figli se ne sono andati, era un ritornello che ripetevano ad ogni nuovo sopruso e poi l'hanno fatto, lontani, salvi.
Ma lei no, non poteva, troppi i racconti del passato, troppo sangue su quel selciato sacro che l'ha vista crescere. E' rimasta, una staffetta, ecco cosa è diventata. Una vecchia staffetta settantenne, una donna anziana insospettabile, una come tante, bassa, abbondante, incolore fuori e rossa dentro e tre anni d'inferno nel cuore quando dalle parole sono passati ai fatti. Fino ad oggi.
Il vento ha fischiato dalla parte giusta e lei è stata uno degli innumerevoli ingranaggi che per più di mille giorni hanno girato ininterrottamente fino a una deplorevole quanto benefica deflagrazione che ha rovinato una delle più belle piazze di Roma, dove il sole aranciava i muri al tramonto. Le pietre centenarie dove altisonanti le voci degli eletti dal popolo si rincorrevano, si sono lordate di sangue rosso e denso. Velluti e legni e carni in un unico ammasso. Martiri, giovani e vecchie vite immolate, ma del pagliaccio padrone non è rimasta neppure la molla. Machiavelli docet.
Rosetta si rialza a fatica, è estate e la notte non è ancora buia, il ginocchio pulsa doloroso ma il suo sguardo va alla cancellata della chiesa dove un gruppo di partigiani l'aspetta sorridendo, non l'aiutano, lo sanno che si infurierebbe. Il luogo per abbracciarsi l'ha scelto lei, la più grande, la più esperta del quartiere. Anche il nome se l'è trovato da sola. Rosetta, come la protagonista di Rugantino, come la nonna morta nel '47, mai conosciuta, che nella casa due strade più in là della basilica pare avesse visto la Madonna, in un racconto paterno sempre suggestivo.
Sale Rosetta, la smorfia s'annacqua in un sorriso mentre le campane iniziano il loro suono pesante. Se la ricorda la leggenda di una donna che fece un lascito perché non trovando più la strada di casa fu aiutata da una dolce visione: la madre di Cristo. Da allora suona "La sperduta".
Stanotte tutte le case di Dio sono aperte, si prega per la strage dei potenti, il clero in pompa magna si china al cospetto dell'Eterno per raccomandare le anime di innocenti e farabutti.
Rosetta stringe le mani dei suoi compagni ed entra anche lei. L'aveva promesso a se stessa. Si avviano verso la cappella della Madonna della Neve e lì, tra quei banchi dove ha ricevuto la Prima Comunione, piega le ginocchia dolenti e sorride tra le dita che le nascondono il volto.
Se un aiuto dall'alto c'è stato, pensa, solo da una donna poteva venire.
Dio, stolidamente, è sempre voltato di spalle.

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