martedì 5 gennaio 2010

“Galleggiare tra notizie e rimedi”


di Giampiero Calapà


De Bortoli ha una strategia precisa, galleggiare: non nascondere le notizie che riguardano il premier compensando con i suoi opinionisti quasi tutti di destra per non essere accusato di anti-berlusconismo”. Alexander Stille, docente di Giornalismo alla Columbia University, ripercorre i momenti storici in cui il Corriere della Sera è apparso sotto scacco, “colpito” da poteri esterni al corpo redazionale.
Che i partiti influiscano sul Corriere “non è un fatto nuovo, in più oggi c’è in Italia un premier che ha la naturale propensione a voler interferire su tutti i mezzi di comunicazione, figuratevi sul principale giornale italiano”, afferma Stille, per il quale “non si può parlare di una situazione simile a quella del 1982, quando la P2 di Licio Gelli “governava” il Corriere, ma una piccola analogia c’è: anche oggi la proprietà è debole”. Resa debole “da azionisti che hanno fatto o fanno affari con il primo ministro: quindi il giornale è spaventato e quando viene pubblicato un pezzo come quello di Luigi Ferrarella, che ricorda la corruzione sistematica introdotta da Craxi in Italia, bisogna subito rimediare con una pagina intera dedicata ai pregi e agli estimatori del segretario del Psi”. Stille ritiene che il direttore Ferruccio de Bortoli adotti una strategia ben precisa: “Dare le notizie sempre, anche quando, come spesso accade in Italia, sono sfavorevoli al premier. Ma l’80% degli editoriali sono favorevoli a Berlusconi. Quindi uno che come De Bortoli è già stato ‘punito’ una volta, già cacciato dalla direzione del Corsera, in questo modo tutela il suo lavoro riuscendo nella non facile impresa di dare le notizie”. Di pressioni esterne sul direttore del Corriere Stille ne sa qualcosa: “Le subì anche mio padre (Ugo Stille, direttore dal 1987 al ‘92, ndr), ma quando accettò di mettersi al timone di via Solferino, lo fece perché dietro c’era una proprietà forte, mentre rifiutò nell’84 quando la situazione era simile a quella di oggi. Prima delle elezioni politiche dell’87 si sentì chiedere da un collega quale linea politica avrebbe dovuto tenere il giornale. La sua risposta fu: nessuna, solo i fatti. Un’altra volta ero a cena con mio padre – ricorda Stille – e nello stesso ristorante c’era Claudio Martelli. Si avvicinò per chiedere a mio padre spiegazioni sull’allontamento del fratello dal giornale, collaborava per le pagine scientifiche, di cui il direttore non sapeva nulla e comunque non se ne occupò dopo la sfuriata di Martelli”. Poi Tangentopoli, la barra dritta tenuta nel non oscurare le notizie: “Mio padre stava già male, ma condivise in toto le scelte del co-direttore Giulio Anselmi”.

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