

'I duellanti' fu presentato al festival di Cannes nel 1977 e, oltre a ricevere il premio come miglior opera prima per il regista Ridley Scott, ebbe il consenso del prestigioso presidente della giuria del festival di quell'anno: nientemeno che Roberto Rossellini. Tratto da un romanzo breve di Joseph Conrad, 'Il duello', il film vede protagonisti due ufficiali napoleonici che, nell'arco di quindici anni, si scontrano a duello ogni volta che si incontrano. In verità uno solo dei due, il folle Feraud, a seguito di un presunto torto subito, chiede soddisfazione all'ignaro e sconcertato D'Hubert: i duelli si susseguono nel film come nel romanzo, in ogni parte d'Europa, seguendo gli spostamenti della guarnigione napoleonica, e suscitando lo sconcerto, e, sotto certi aspetti, anche il malsano divertimento negli altri ufficiali francesi. Conclusione del film amara, ma in perfetta sintonia con la fine del dominio francese in Europa.
Perfetta rappresentazione di un perenne conflitto tra due uomini, il film trae forza da questo tema attuale ieri, oggi e sempre: ma 'I duellanti' non è solo questo, è anche una profonda riflessione sul tema della doppia personalità, sull'assurdo richiamo all'odio che una persona esercita su un'altra senza un'apparente motivo. Il fascino del romanzo di Conrad viene tradotto con intelligenza sullo schermo da Ridley Scott: la difficoltà maggiore per il regista consisteva proprio nel rischio di tradire lo spirito misterioso del testo e di banalizzare la lucida follia di uno dei protagonisti che sono le note principali di questa come di gran parte delle opere del grande scrittore polacco.
E fu così che Ridley Scott, regista inglese specializzato in spot pubblicitari, esordì nel mondo del cinema; sarebbe scontato dire che esordio migliore non poteva esserci, perché 'I duellanti' è un film molto bello, ben fotografato, uno di quei film in cui più che la storia, apparentemente banale e monocorde, conta, come avrebbe detto Hitchcock, il modo di raccontarla. In questo Ridley Scott è bravissimo. La sua filmografia si sarebbe arricchita nel corso degli anni di tanti film di successo, alcuni diventati addirittura dei cult movie ('Alien', 'Blade runner', 'Thelma & Louise'), altri un po' sopravvalutati ('Il gladiatore' su tutti), almeno uno sottovalutato ('Legend').
Con questo film conoscemmo meglio due attori che per ragioni diverse fanno parte di quella ristretta cerchia dei cosiddetti antidivi: di Keith Carradine, lo sventurato e umanissimo D'Hubert, ricordavamo la performance di attore e cantante in 'Nasville', di Harvey Keitel, lo sfrontato, folle e tuttavia patetico Feraud, avremmo visto decine di film negli anni a venire (citiamo solo 'Lezioni di piano' e 'Smoke'), ma già ne 'I duellanti', nel 1977, intravedemmo le doti di un grandissimo attore.
Perfetta rappresentazione di un perenne conflitto tra due uomini, il film trae forza da questo tema attuale ieri, oggi e sempre: ma 'I duellanti' non è solo questo, è anche una profonda riflessione sul tema della doppia personalità, sull'assurdo richiamo all'odio che una persona esercita su un'altra senza un'apparente motivo. Il fascino del romanzo di Conrad viene tradotto con intelligenza sullo schermo da Ridley Scott: la difficoltà maggiore per il regista consisteva proprio nel rischio di tradire lo spirito misterioso del testo e di banalizzare la lucida follia di uno dei protagonisti che sono le note principali di questa come di gran parte delle opere del grande scrittore polacco.
E fu così che Ridley Scott, regista inglese specializzato in spot pubblicitari, esordì nel mondo del cinema; sarebbe scontato dire che esordio migliore non poteva esserci, perché 'I duellanti' è un film molto bello, ben fotografato, uno di quei film in cui più che la storia, apparentemente banale e monocorde, conta, come avrebbe detto Hitchcock, il modo di raccontarla. In questo Ridley Scott è bravissimo. La sua filmografia si sarebbe arricchita nel corso degli anni di tanti film di successo, alcuni diventati addirittura dei cult movie ('Alien', 'Blade runner', 'Thelma & Louise'), altri un po' sopravvalutati ('Il gladiatore' su tutti), almeno uno sottovalutato ('Legend').
Con questo film conoscemmo meglio due attori che per ragioni diverse fanno parte di quella ristretta cerchia dei cosiddetti antidivi: di Keith Carradine, lo sventurato e umanissimo D'Hubert, ricordavamo la performance di attore e cantante in 'Nasville', di Harvey Keitel, lo sfrontato, folle e tuttavia patetico Feraud, avremmo visto decine di film negli anni a venire (citiamo solo 'Lezioni di piano' e 'Smoke'), ma già ne 'I duellanti', nel 1977, intravedemmo le doti di un grandissimo attore.
COMMENTO (NON MIO)
Il film è, innanzitutto, una minuziosa e dettagliata ricostruzione storica: ogni divisa è stata infatti perfettamente riprodotta come del resto gli accampamenti, le città e le abitazioni in cui si muovono i due protagonisti. Ed è proprio sull'impatto visivo che gioca gran parte di questo lungometraggio: le scene sono stupende, sia quelle in ambiente ristretto che quelle in cui l'occhio umano può spaziare in immense distese, e il frequente ricorso al controluce accentua la loro drammaticità. Una sorta di luce soffusa, tenue, quasi una nebbia avvolge poi i personaggi e i luoghi creando una sorta di sensazione irreale che sottolinea l'intensità emotiva dei due contendenti e, soprattutto in alcuni casi il loro distacco più totale dal resto del mondo che li circonda.
Il cast è perfetto e Keith Carradine (D'Hubert) mette in luce al meglio tutte le sfaccettature del proprio personaggio: il soldato, l'amante, il civile e la preda che nel finale diventerà predatore.
Ancora più straordinaria è la recitazione di Keitel (a mio avviso una delle sue interpretazioni più riuscite). Nonostante il suo ruolo sia quello del "cattivo" di turno, la sua recitazione e il suo carattere intraprendente e testardo portano lo spettatore ad impersonarsi più in lui che nell'avversario.
Il film non è però solo la rappresentazione di un'epica avventura, di un infinito inseguimento ma una gigantesca metafora storica: le vicende e la sfacciataggine del tenente Feraud richiamano chiaramente quelle di Napoleone e dei suoi eserciti, alla continua rincorsa ora di un avversario da sfidare per il proprio onore, ora di nuovi stati da conquistare per ampliare sempre di più il proprio impero. Interminabile corsa che si conclude per entrambi con la sconfitta: non con la morte ma con punizioni forse ancora più pesanti per due personaggi talmente orgogliosi; per il primo il permesso di vivere (umiliazione massima per il battuto in un duello a morte per cui viene addirittura provata pietà) e per il secondo l'esilio. E ad esprimere la desolazione di questo momento, una delle scene più intense di tutta la pellicola, quella finale.
mio figlio, di questo film, custodisce gelosamente una copia da anni... ne è rimasto affascinato fin da piccolo: sarà perchè anche lui è un orgoglioso? mah!
RispondiEliminaBene, già da ragazzino tuo figlio aveva buon gusto. Gli ingredienti che fanno di questo film ormai un cult sono tutti descritti bene nelle recensioni, non mie, che ho pubblicato.
RispondiEliminaDì a tuo figlio che questo film affascina anche me.
Ogni volta il finale del film, punteggiato da quella dolce melodia dell'oboe, uno strumento che si presta ad evocazioni (nostalgia, tristezza, sensazione della sconfitta), mi lascia pensoso a lungo. Io posseggo una grande capacità di immedesimazione, per carattere.