venerdì 19 dicembre 2008

Tolleranza zero

LA STAMPA
19/12/2008
CARLO FEDERICO GROSSO

I botti giudiziari di questi ultimi giorni, che hanno coinvolto esponenti di rilievo del Partito democratico, hanno aperto una rilevante questione politica. L’esistenza di tale questione non cancella tuttavia la contemporanea esistenza di una questione morale e di una questione giudiziaria.

La grande novità è che al centro della questione morale si trova, oggi, il principale partito di opposizione. Questione morale nella politica significa, innanzitutto, predisposizione di meccanismi adeguati di selezione del personale dei partiti e di controllo del loro operato, idonei a prevenire prevaricazioni, favoritismi, interessi privati, ruberie. In altre parole, trasparenza nella scelta dei dirigenti e dei candidati, nella gestione degli appalti, nel finanziamento dei partiti, nell’approccio con il mondo dell’imprenditoria e della finanza. Nella consapevolezza che, sebbene la maggioranza degli amministratori pubblici sia costituita da persone che svolgono con onestà il loro lavoro, è sufficiente anche un solo scandalo per gettare nel discredito l’intera categoria. Figurarsi se gli scandali si ripetono a ritmo quasi quotidiano.

Questione morale nell’emergenza significa, in secondo luogo, segnale forte di pulizia. Le inchieste penali avranno il loro corso, oggi non è consentito considerare nessuno degli inquisiti un colpevole, prima di formulare giudizi definitivi occorre sicuramente attendere l’esito delle indagini e dei processi. Sul piano politico, peraltro, non c’è tempo per aspettare. Un partito non può rimanere inerte settimane o mesi. Con la dovuta ponderazione, deve comunque intervenire con iniziative in grado di rimuovere ogni ragione di sospetto. Senza condanne anticipate irrevocabili, ma anche senza indulgente tolleranza, deve sapere rimuovere, estirpare, potare.

A che cosa serve, per altro verso, avere le mani candide, se la testa era comunque girata dall’altra parte, e pertanto non ha visto, non si è accorta, non ha impedito? Non è una circostanza comunque censurabile? L’efficienza, la capacità, la soluzione dei problemi della gente, la selezione dei collaboratori, sono parte integrante della buona politica, e pertanto, in certo senso, della stessa questione morale.

A fianco della questione morale si pone d’altronde con altrettanta forza, oggi, la questione giudiziaria, con una differenza, peraltro, rispetto a quanto accadeva, alcuni anni or sono, ai tempi di Mani pulite. Allora, nei più, c’era la convinzione di sapere dove stavano i buoni e dove stavano i cattivi. I buoni, nell’immaginario collettivo, erano sicuramente i magistrati che controllavano la legalità dei comportamenti pubblici, i cattivi erano invece annidati nei partiti che gestivano la politica in spregio della legge penale e civile. Era una certezza, forse illusoria, ma sicuramente tranquillante. Oggi questa fiducia è in certa misura svanita. Troppe inchieste, troppe lotte, troppi contrasti, troppi coinvolgimenti hanno rivelato che pezzi minoritari, ma importanti, dell’ordine giudiziario sono stati collusi, coinvolti, partecipi, sono diventati parte integrante di un sistema di potere trasversale.

Cionondimeno, oggi più che mai il potere giudiziario dev’essere difeso, quantomeno sul terreno dei principi. Qualche giorno fa ho denunciato su questo giornale il pericolo che la guerra, sicuramente non esaltante, che si è scatenata fra le procure di Salerno e di Catanzaro fornisse al potere politico, contraddistinto da inusitate convergenze, la grande occasione per sferrare l’affondo decisivo contro l’indipendenza del potere giudiziario e l’iniziativa del pubblico ministero. Oggi, dopo i blitz degli ultimi giorni, le preoccupazioni inevitabilmente si allargano. C’è il rischio che porzioni consistenti del maggior partito d’opposizione, colpito duramente dalle indagini penali dei giorni scorsi, si ribellino, cercando la rivincita decisiva sul terreno di una riforma della giustizia punitiva nei confronti dei magistrati concordata con la maggioranza.

Che una riforma incisiva della giustizia civile e penale sia indispensabile nell’interesse dei cittadini è fuori discussione. Che sia altresì necessario assicurare regole certe per evitare arbitrii nell’esercizio dell’attività giudiziaria è altrettanto fuori discussione. La riforma non deve tuttavia incidere, direttamente o indirettamente, sul potere della magistratura di iniziare liberamente indagini penali, di condurre processi, di pronunciare sentenze. I temi caldi sono, d’altronde, sempre gli stessi: obbligatorietà dell’azione penale, rapporti fra pubblico ministero e polizia, autonomia e poteri del Consiglio superiore della magistratura, ripartizione dei poteri all’interno del Consiglio, intercettazioni telefoniche e ambientali. L’altro ieri il Presidente della Repubblica, nell’incontro con le alte cariche dello Stato, ha auspicato ancora una volta riforme condivise, accennando, in materia di giustizia, a problemi di equilibrio istituzionale nei rapporti fra politica e magistratura, a misure volte a scongiurare eccessi di discrezionalità, a rischi di arbitrio e conflitti nell’esercizio della giurisdizione. Ben vengano i moniti, anche severi, del Capo dello Stato, supremo garante della legalità del Paese. Siamo infatti certi che il Presidente saprà salvaguardare fino in fondo i principi fondamentali dello Stato di diritto e della divisione dei poteri dello Stato.

Nessun commento: