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mercoledì 10 settembre 2008

Lilli Gruber lascia la politica



La Repubblica
5 settembre 2008


BOLZANO - Lilli Gruber lascia la politica. La giornalista, per anni alla conduzione del Tg1, attualmente europarlamentare dell'Ulivo non si ripresenterà alle Europee e tornerà in tv.

"Non è, come potete immaginare, una decisione presa a cuor leggero - spiega la Gruber nel suo sito internet llilligruber.it -, così come non lo fu quella del 2004, quando la coalizione Uniti nell'Ulivo mi chiese di mettermi al servizio di un disegno comune per il rinnovamento del Paese".

"Ho lavorato con costanza e con soddisfazione - scrive ancora la Gruber -, lasciando cadere le proposte professionali che, di tanto in tanto, mi venivano rivolte. Ma ora che la legislatura europea volge al termine, credo si possa concludere anche la mia esperienza di giornalista prestata alla politica".

Dietlinde, questo il vero nome della Gruber, non tornerà a viale Mazzini. La giornalista prenderà il posto di Giuliano Ferrara su La7 nel programma Otto e mezzo. La trasmissione dovrebbe partire a metà settembre.

"Di nuovo, non sarà un distacco indolore. Di nuovo, credo sia ora la scelta giusta. Alle elettrici e agli elettori che mi hanno sostenuto con il loro consenso e con il voto, ai quali va il mio ringraziamento - prosegue la Gruber - vorrei dire che, con lo stesso spirito di servizio e con analoghi obbiettivi, cercherò di affrontare con impegno e passione anche il mio nuovo, vecchio mestiere, accettando la proposta di prendere il timone di Otto e mezzo su La7".

Lilli Gruber, classe 1957, è sposata col giornalista francese Jacques Charmelot. Nel 2004 il suo ingresso in politica: è candidata con la coalizione Uniti nell'Ulivo alle elezioni europee come capolista nelle circoscrizioni nord-est e centro. E' risultata prima assoluta degli eletti tutte e due, raccogliendo complessivamente oltre 1 milione e 100 mila voti.


È iscritta al gruppo parlamentare del Partito Socialista Europeo ed è presidente della delegazione per le relazioni con gli Stati del Golfo, compreso lo Yemen; membro della Conferenza dei presidenti di delegazione; della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni; della Delegazione per le relazioni con l'Iran. E proprio del mondo arabo si è occupata come scrittrice: L'altro Islam, un viaggio nella terra degli sciiti, uscito nel 2004. Chador, nel cuore diviso dell'Iran, del 2005, fino all'ultimo Figlie dell'Islam, uscito nel 2007, tutti pubblicati con Rizzoli.

Nel 2007, dopo un iniziale rifiuto ad entrare nel comitato promotore 14 ottobre del Partito Democratico, è divenuta membro della Commissione per l'Etica, nominata dall'Assemblea Costituente Nazionale.

lunedì 18 agosto 2008

Frattini alla BBC si irrita perchè il giornalista fa domande!

Come sappiamo i politici italiani non sono abituati ad un tipo di giornalismo che fa DOMANDE... qui da noi infatti la maggior parte dei giornalisti sono degli "scendiletto" (come li definisce Travaglio), infatti i politici possono dire tutto quello che vogliono senza essere contraddetti... alla BBC invece Frattini si irrita trovandosi di fronte un giornalista che fa domande!

domenica 27 luglio 2008

LA GIUSTIZIA IN ITALIA: UN MALATO GRAVE



Giancarlo Caselli
Procuratore generale a Torino
La Stampa

La giustizia italiana è un malato grave, ma invece di mettere in campo robuste azioni positive si preferisce parlar d’altro. Si dovrebbe spendere di più e meglio. Le risorse dovrebbero esser distribuite più razionalmente. Sistemi processuali farraginosi e complessi, al limite dell’incredibile, dovrebbero essere finalmente snelliti. Le impugnazioni dovrebbero essere decisamente ridotte, come in tutti i Paesi europei. Ma di azioni positive non se ne vedono. Domina invece il paradosso dell’inefficienza efficiente. Se la giustizia non funziona non si faccia un bel niente per farla funzionare meglio. La si lasci soffrire: che le cose peggiorino sempre più, fino alla catastrofe. Perché sempre più inefficienza significa sempre meno credibilità della magistratura. E quando - alla fine della storia - se ne aggredirà l’indipendenza, i magistrati (questo cancro!) si ritroveranno assolutamente soli. Nessun cittadino che non sia pazzo si mobiliterà per chi non sa rendere il servizio per cui è pagato coi soldi pubblici (non a caso l’indice di gradimento della magistratura registra crescenti flessioni… e c’è qualcuno che si stupisce). Ecco dunque l’inefficienza efficiente. Funzionale cioè a un disegno che mira (mortificando la magistratura) a ridurre se non impedire i controlli che si indirizzino verso determinati interessi. Spietati verso gli altri (tolleranza zero…), ma indulgenti verso se stessi: è la regola di chi, in Italia, va cercando in ogni modo impunità.

In questo quadro, anche l’incredibile diventa possibile: rovistando nelle pieghe della manovra finanziaria si scoprono tagli consistenti alle spese di giustizia e ulteriori riduzioni negli organici (già pesantemente sofferenti) di segretari e cancellieri. Colpi da ko, letteralmente, per una giustizia che già barcolla. Con buona pace per la tutela dei diritti dei cittadini (a partire dalla sicurezza). Ma con la prospettiva di ripartire dalle macerie - se non proprio volute, quanto meno «volentieri» non impedite - per edificare una casa nuova: riformando il Csm, cancellando l’obbligatorietà dell’azione penale, introducendo quella separazione delle carriere che avrà come interfaccia - inevitabilmente - la dipendenza dei pm dal governo. Così i giochi (con la ciliegina della riesumazione dell’immunità parlamentare dopo il lodo) saranno fatti: e quei rompiscatole di magistrati se ne staranno finalmente buoni nel recinto tracciato dalla politica. Una politica al riparo dai controlli e quindi non più costretta a proclamare rispetto per la legalità, laddove è l’orticaria per le regole che la fa (in verità trasversalmente) da padrona.

Strutturali - rispetto alla strategia della inefficienza efficiente - sono le martellanti campagne tese ad avvalorare l’esistenza di atteggiamenti giustizialisti o peggio di una persecuzione giudiziaria nei confronti di questo o quel personaggio «eccellente». Tali campagne hanno l’effetto di erodere in radice la credibilità della giustizia. Se lo dicono «loro», con il peso che deriva dalle prestigiose cariche ricoperte, ogni cittadino soccombente in una causa civile o condannato in un processo penale la penserà allo stesso modo. Un momentaccio, per la magistratura. Alessandro Galante Garrone ha scritto che «a volte non basta, per un giudice, essere onesto e professionalmente preparato; in certe situazioni storiche, per poter ricercare e affermare la verità, con onestà intellettuale, bisogna essere combattivi e coraggiosi». Che oggi vi sia una situazione di questo tipo lo teme Federico Orlando, quando scrive (Europa - 16.7.08) che per la «casta» dei magistrati non c’è «bisogno di suggerimenti, perché la casta si autosuggerisce», magari vedendo che certi difensori sono «diventati nuovamente ministri o addirittura alte cariche protette da scudi». Per cui in certi casi «(la casta) si autolimita».

Ho ancora sincera fiducia nella forte tenuta della magistratura, ma sarebbe sbagliato nascondere la rilevanza del tema posto da Orlando. Che gira e rigira è il problema della linea di confine fra attacco e intimidazione. Con il corollario di alcuni interrogativi ineludibili. È giusto gettare pregiudizialmente fango su un magistrato sol perché indaga o eventualmente condanna - per fatti specifici, non certo per il suo «status» - un personaggio pubblico? Giustizia giusta è solo quella che assolve? Ragionando in questo modo, non si sovvertono le regole fondamentali della giustizia? Non si incide sulla serenità dei giudizi? La posta in gioco è evidente. Riguarda la Costituzione repubblicana, il rischio che essa stia subendo - nelle prassi se non nelle forme - curvature negative sul piano di alcuni principi fondamentali. Un pessimo viatico per le preannunziate riforme d’autunno, nel senso che se il buon giorno si vede dal mattino saranno riforme non della giustizia ma dei giudici, la cui «efficienza» sempre più sarà misurata sulla capacità di conformarsi agli orientamenti del governo.

PS. Agli ipocriti che bollano l’indipendenza della magistratura come privilegio di una casta irresponsabile, è facile replicare che senza indipendenza della magistratura non si può neppur concepire una giustizia giusta, almeno tendenzialmente uguale per tutti. Se non c’è indipendenza, inevitabilmente qualcuno potrà indicare ai magistrati chi favorire e chi invece maltrattare. Ecco perché l’indipendenza della magistratura è un privilegio, sì: ma dei cittadini che vogliano continuare ad essere uguali.


domenica 8 giugno 2008

Caselli: ma così si dovrà rinunciare a indagini su sanità e amministrazioni


Dino Martirano
Il Corriere della Sera
8 giugno 2008

Da procuratore della Repubblica con molti anni di esperienza — che ha lavorato a Palermo e ora si accinge a tornare in prima linea a Torino, dopo l'esperienza alla guida del Dap (carceri) e alla Procura generale piemontese — Gian Carlo Caselli sa bene che «circoscrivere le intercettazioni solo ai fatti di grande criminalità significa tagliar fuori una serie di indagini su malasanità, mala amministrazione e via elencando... relativamente alle quali questo strumento può essere molto utile». Così, pur di non compromettere queste delicatissime inchieste, assicurando allo stesso tempo il massimo delle garanzie per l'indagato, Caselli non respinge a priori l'ipotesi di «un giudice collegiale che autorizzi le intercettazioni».
Procuratore, quali saranno le conseguenze sulle indagini se passa il ddl annunciato dal governo?
«Un conto sono le dichiarazioni di intenti, anche se fatte dal presidente del Consiglio, altro è l'articolato messo nero su bianco. Vorrei prima vedere il testo. Tuttavia, sappiamo che le intercettazioni sono uno strumento indispensabile non soltanto per il crimine organizzato e per il terrorismo ma anche per altre forme di violazione di legge... Penso alla malasanità, ai reati contro la pubblica amministrazione, a quelli economici».
Però la pubblicazione delle intercettazioni a volte ha fatto a pezzi la tutela della privacy.
«C'è un problema di divulgazione di fatti e circostanze emergenti dalle intercettazioni sui quali dovrebbe esserci un giro di vite. Dovrebbe essere utilizzato, e quindi conoscibile, solo ciò che è strettamente pertinente al processo. Va individuato un punto di equilibrio tra ciò che serve all'investigazione e ciò che è violazione della privacy. Ma non è facile».
Anche il ddl Mastella aveva tentato di mettere un freno alle forzature.
«Il ddl Mastella aveva del buono laddove blindava una serie di circostanze estranee al processo, creando una serie di paletti... Era pessimo nel momento in cui impediva la pubblicazione di tutto praticamente fino al termine delle indagini preliminari. Ecco, se si riparte di lì si potranno formulare le critiche di allora».
Alcuni magistrati ma anche il presidente della commissione Giustizia della Camera, Giulia Bongiorno, propongono di affidare a un collegio di giudici e non più al gip il compito di dare l'autorizzazione per le intercettazioni. Che ne pensa?
«Ben venga, se la si considera una maggiore garanzia. Se per non alzare troppo l'asticella dei reati esclusi si ritiene più efficace un giudice collegiale, ben venga questa innovazione. Importante è non depotenziare lo strumento intercettazioni più di tanto».

COMMENTO

Ho conosciuto il magistrato Giancarlo Caselli quando egli era Giudice Istruttore a Torino e si occupava di lotta al terrorismo con il nucleo antiterrorismo dei Carabinieri di Torino al comando del gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa
Nel carcere di Alessandra furono reakuzzate due sezioni speciali, una per i c.d. terroristi pentiti e l'altra per i c.d. dissociati.
Le altre sezioni, di tipo cubicolare (senza finestre sull'esterno), contenevano oltre 200 detenuti in esecuzione di pena.
Si trattava di una Casa di Reclusione.
La sottile differenza fra le due tipologie di detenuti era la seguente:
  • i primi collaboravano a tutto campo, ad iniziare da Patrizio Peci primo pentito delle BR;
  • i secondi si autoaccusano solo dei reati da loro commessi, senza tirare in ballo i propri compagni.

Gian Carlo Caselli era il G.I. competente, affiancato da altri magistrati, fra i quali Maurizio Laudi, oggi Procuratore della Repubblica Tortona e per molti anni giudice sportivo della F.I.F.A.

Caselli è stato anche il destinatario di una norma ad personam negativa, che poneva il paletto dell'età (66 anni) per concorrere ad incarichi di dirigenza di primo e secondo grado - escluso la Cassazione - e che gli impedì di concorrere all'incarico di Procuratore Nazionale Antimafia (Caselli, nato nel 1939, li aveva compiuti nel 2005), norma poi dichiarata anticostituzionale, ma ormai era troppo tardi.

Oggi è Procuratore capo della Repubblica a Torino, dal 30 aprile 2008. L'età massima raggiugibile è di 75 anni, ed è stato Capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e quindi Procuratore Generale della Repubblica, sempre a Torino.

lunedì 19 maggio 2008

I FATTI DI VILLABATE

Peter Gomez

Credo che in questi giorni sia stata fatta molta confusione tra fatti e notizie. I fatti sono fatti, ma non tutti i fatti sono notizie. Nei miei cassetti conservo documenti, verbali d'interrogatorio, appunti di colloqui con fonti confidenziali e persino interviste, che non ho mai pubblicato. E che probabilmente non pubblicherò mai.
Parte di quell'archivio, accumulato da me come da ogni buon giornalista in anni di lavoro, di tanto in tanto si rivela però utile. A distanza di tempo dalla scoperta di un primo elemento di per sé ambiguo, apparentemente incredibile, o da solo non interessante o non verificabile, capita a volte che se ne trovi un altro che fa vedere le cose in maniera diversa. E allora ciò che inizialmente era (a mio sindacabile avviso) non pubblicabile, all'improvviso lo diventa. Nasce (anche così) una notizia.
Dicevamo che i fatti apparentemente incredibili e non riscontrati non sono notizie. È quindi scorretto deontologicamente citarli sui giornali scrivendo subito dopo, «ma io non ci credo». E soprattutto non si deve farlo se la verifica o il tentativo di verifica è semplice: se li si cita, senza alzare il telefono o perderci qualche ora o giorno di lavoro, si mette semplicemente in circolazione un veleno, non una notizia.
Uno dirà: ma allora perché avete scritto di Schifani, visto che i suoi rapporti con personaggi poi condannati per mafia, non hanno nemmeno portato all'apertura di un'inchiesta giudiziaria nei suoi confronti? Semplice: perché, nonostante che su parte di quelle storie Schifani sia stato ascoltato come testimone già nel '99, l'intera vicenda non è affatto chiara. E proprio la mancanza di chiarezza fa diventare tutta la questione una notizia ancora più grossa: Schifani, lo ricordo, non è un privato cittadino, ma è un senatore e ora è addirittura la seconda carica della Repubblica.
Lasciate perdere la Sicula Brokers, la società creata nel '79 che tra suoi soci oltre a Schifani aveva anche altri personaggi poi condannati per mafia, e concentratevi su Villabate, il paese del quale Nino Mandalà (uno degli ex soci di Schifani) diventa reggente intorno al 1994 dopo una sanguinosa guerra tra cosche.
Qui, nel 1995, Schifani ottiene una consulenza in materia amministrativo-urbanistica. Quella consulenza, visto il contesto, è già di per se interessante dal punto di vista giornalistico. Ma lo diviene ancor di più se si considera che intorno alla sua genesi esistono almeno quattro versioni.
La prima è quella di Mandalà che intercettato dai carabinieri confida nel 1998 a un altro uomo d'onore di avergliela fatta ottenere lui, su richiesta del senatore Enrico La Loggia.
La seconda è quella di La Loggia che, sentito come teste, dice sostanzialmente: è vero la consulenza a Schifani l'ho fatta avere io, ma non ricordo se ciò è avvenuto in seguito a una mia richiesta presentata al sindaco di Villabate (nipote di Mandalà ndr) o se io ho richiesto l'intervento di Gianfranco Micciché, allora coordinatore di Forza Italia. Il problema, secondo La Loggia, era quello di risarcire Schifani dei mancati guadagni causati dal tempo perso nell'attività politica, visto che sarà eletto solo nel 1996.
La terza versione è quella di Schifani che invece dice di aver ottenuto il lavoro da solo, semplicemente proponendosi al sindaco nipote del boss.
Poi c'è la quarta versione. Recentissima: addirittura del 2006. Quella del pentito Francesco Campanella, l'ex segretario dei giovani dell'Udeur che falsificò la carta d'identità utilizza da Bernardo Provenzano per andare in Francia a farsi operare. Campanella dice: ha ragione Mandalà, la consulenza a Schifani è arrivata grazie a lui. E poi ci mette un carico da novanta: scopo dell'intervento di Schifani (e di La Loggia) era quello di disegnare assieme a un progettista loro amico un piano regolatore di Villabate che assecondasse i voleri del boss Mandalà. Secondo Campanella, anzi, proprio Mandalà (che potrebbe benissimo aver mentito) sosteneva che Schifani e La Loggia si erano accordati perché parte della parcella destinata al progettista fosse girata a loro.
A questo punto dovrebbe essere chiaro per tutti che questa è una storia da raccontare sui giornali. E anche da approfondire, visto che molti dei personaggi coinvolti non sono ancora stati intervistati, e non tutti i documenti amministrativo-urbanistici dell'epoca sono stati esaminati. In un uno degli elementi del titolo (titolo, occhiello e sommario) un quotidiano, per necessità di sintesi, parlerebbe probabilmente di «rapporti di Schifani con il boss», o forse di «amicizie e relazioni pericolose», anche perché Mandalà ha sostenuto in aula che Schifani e La Loggia parteciparono al suo matrimonio. La notizia insomma è diventata tale grazie al lavoro, all'esperienza che ti ha permesso di valutare il contesto, e alla ricerca. Non è nata da una soffiata anonima (che pure può benissimo essere uno spunto), mandata in stampa senza alcuna verifica.
Detto questo quello che sta accadendo oggi a Marco credo che sia per tutti semplice: «Quando non si può attaccare il ragionamento, si attacca il ragionatore», diceva Paul Valery. Ma noi, finché lo si potrà fare, cercheremo di continuare a ragionare.