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lunedì 2 gennaio 2012

POLITICA & PALAZZO




Il premier fissa incontri bilaterali con le parti sociali, a cui però impone 'tempi stretti'. Nel frattempo filtrano le prime indiscrezioni sulle ipotesi di lavoro dell'esecutivo, che starebbe pensando all'introduzione di una nuova forma contrattuale che eliminerebbe le 40 già esistenti. Si salverebbero solo l'apprendistato e il contratto stagionale
Liberalizzazioni e riforma del mercato del lavoro: sono questi i due provvedimenti primari che il governo Monti cercherà di raggiungere all’inizio del 2012. Obiettivo? Rilanciare l’economia italiana e rispondere così alle richieste pressanti dell’Europa. Per raggiungere quanto prefissato, il premier – che ha già in agenda due consigli dei ministri ad hoc – è già a lavoro, come dimostrano le telefonate di ieri con i sindacati, a cui seguiranno nuovi ‘contatti’ dal nove gennaio in poi.

A quanto pare, si tratterà di una serie di incontri bilaterali che gestirà in prima persona il ministro per il Lavoro, Elsa Fornero, il che significa solo una cosa: non ci sarà alcun tavolo comune o di “concertazione”. Dalle riunioni con le sigle sindacali, del resto, dovrebbero giungere soltanto indicazioni e suggerimenti, poi spetterà all’esecutivo la valutazione nel merito e l’eventuale presentazione alle Camere.

Le parti sociali, però, non condividono questa strategia, rilanciando la richiesta di condivisione delle scelte. “Troverei curioso che la discussione sia fatta senza chi deve applicare quelle regole” ha detto il segretario della Uil, Luigi Angeletti, secondo cui “bisogna cambiare le norme sul mercato del lavoro coinvolgendo anche le imprese”. Più articolata la posizione del leader della Cisl Raffaele Bonanni. “Noi non ci prestiamo a questo clima surreale dove tutti gridano che bisogna fare qualcosa per andare avanti ma nessuno vuole rendere trasparente davvero il da farsi” ha detto Bonanni, secondo cui “senza concertazione il Paese andrebbe allo sbando. Monti deve fare un salto di qualità. Andare avanti così, senza discutere con la politica, senza consultare i sindacati, mettendo la fiducia susciterebbe un clima torbido”. Esposta la tesi, Bonanni è passato alle richieste e in tal senso la proposta non cambia: servirebbe un patto tra il governo con imprese e sindacati. Quanto al nodo dell’articolo 18, invece, il segretario generale della Cisl non entra nel merito, ribadisce la posizione “di chi non ha mai posto veti e non accetta veti da parte di nessuno” e si dice disponibile a “una discussione a tutto tondo senza soluzioni preconfezionate”.

Nel frattempo, trapelano le prime indiscrezioni sui ‘piani’ del governo, che in vista degli incontri con i sindacati starebbe lavorando all’ipotesi di un contratto ”prevalente”, con un lungo periodo di prova (fino a tre anni) a sostituire le oltre 40 forme contrattuali esistenti (si salverebbero solo l’apprendistato e il contratto stagionale). Se tale ipotesi dovesse divenire realtà, verrebbe rispedita al mittente la ‘proposta Ichino‘, che prevede per i nuovi assunti la possibilità di licenziamento per motivi economici. Cosa ben diversa, quindi, dal diritto al reintegro nel caso di licenziamenti senza giusta causa o giustificato motivo previsto dall’articolo 18. La posizione dei sindacati, invece, è sempre la stessa: unificazione dei contributi previdenziali per tutte le categorie (ora i lavoratori dipendenti pagano il 33 per cento, i collaboratori al 27,72 per cento, commercianti e artigiani arriveranno al 24 per cento nel 2018).

Forme contrattuali a parte, il pezzo grosso sul tavolo della riforma è un altro: trattasi degli ammortizzatori sociali, tema che ha fatto deragliare gli ultimi Governi a causa della mancanza di fondi. Quasi impossibile, del resto, rendere più elastico il mercato del lavoro senza pensare a indennità di disoccupazione più sostanziose e ‘allargate’ a tutte le categorie. Il “confronto col governo Monti non va sprecato”, avverte la Cgil, che non vuole essere succube dei tempi stretti imposti da Monti; per il sindacato del segretario Camusso, inoltre, “occorre definire le priorità” a partire da fisco, crescita, lavoro, produttività, pensioni e rappresentanza. I sindacati comunque avvertono che nella riforma del mercato del lavoro vanno coinvolte anche le imprese.

Le prossime mosse del governo Monti, inoltre, mettono in difficoltà anche i partiti. Al Pdl diviso al suo interno (e a rischio fughe di parlamentari verso il centro) fa eco il Pd, costretto a fare i conti con i problemi legati alla riforma del lavoro: se una parte dei democratici vuole appoggiare le misure di Monti, allo stesso tempo ce n’è un’altra che teme di essere scavalcata a sinistra dai sindacati. ‘Rilassata’, invece, la situazione interna all’Udc, sempre più in completa sintonia con la linea di Monti, il quale oggi ha scambiato gli auguri di buon anno con i leader. In tale occasione, il premier avrebbe annunciato di voler “allargare la platea delle categorie interessate” dalle liberalizzazioni, senza nessuna intenzione di “forzare la mano” su un argomento così delicato.

I partiti, dal canto loro, attendono dal governo le prime indicazioni, per poter valutare eventuali controproposte. In tal senso, non mancano le indiscrezioni. Il Pdl, ad esempio, punterebbe a una riforma mirata alla crescita e alla valorizzazione della contrattazione aziendale, magari anche attraverso la modifica dell’articolo 18, sulla scia della proposta di legge di Pietro Ichino. A dicembre, del resto, è stata annunciata una proposta elaborata dall’ex ministro Maurizio Sacconi per un provvedimento che punti anche alla crescita e alla ripresa degli investimenti in Italia da parte di gruppi stranieri.

Diversa la posizione del Partito Democratico, che su un punto in particolare non intende cedere: la riforma dovrà avere come bilanciamento la tutela di chi è più debole in questa fase. Per quanto riguarda le pensioni, per il Pd c’è una grande necessità di riformare gli ammortizzatori sociali, specie con il passaggio al contributivo per tutti. Un no secco a toccare l’articolo 18, invece, è arrivato dal segretario Pier Luigi Bersani. Nessun preconcetto a cambiare l’articolo 18, invece, dal Terzo Polo, il cui obbiettivo è quello di abbattere il precariato “con interventi incisivi anche se graduali”.

A parte la cautela di facciata (e di strategia), è tuttavia innegabile che per l’esecutivo le barricate alla libera concorrenza rappresentano i bastian contrari del rilancio economico. Da questo dato di fatto, si spiegherebbe anche la fretta di Mario Monti, che a gennaio ha fissato una serie di incontri internazionali in cui vuol presentare almeno una bozza del suo programma di riforma del mercato del lavoro.  L’agenda ha già le date sottolineate in rosso: il 6 gennaio volerà a Parigi per partecipare ad un convegno insieme ai ministri Corrado Passera e Enzo Moavero. Il 18, invece, Monti andrà a Londra da Cameron, il 21 a Tripoli per incontrare il nuovo governo libico, il 23 a Bruxelles per l’Eurogruppo e il 30 sempre nella capitale belga è in programma il Consiglio europeo straordinario. Non c’è ancora una data, invece,per l’incontro da tenere a Roma con Nikolas Sarkozy e Angela Merkel.

L’onda arancione prosegue: parola di Pisapia Ma a Napoli il caso Rossi ‘scassa’ De Magistris




Thomas Mackinson

Il primo cittadino del capoluogo lombardo lancia la sfida al Pirellone. Mentre uno suo grande elettore come Valerio Onida gli prospetta un futuro a livello nazionale. In Campania, invece, il troppo leaderismo dell'ex magistrato sta mettendo a rischio la tenuta della nuova giunta
La rivoluzione arancione non è finita. Lo fa capire chiaramente il suo “comandante”, il sindaco di Milano Giuliano Pisapia cui sei mesi fa è riuscito il vero miracolo: strappare il capoluogo lombardo alle forze della destra contro ogni pronostico, far cadere il berlusconismo nel suo luogo di nascita, dimostrare sul campo che il riformismo è possibile, se si restituisce la parola ai cittadini-elettori sottraendo terreno alla logica spartitoria che è l’esercizio quotidiano dei partiti. Eppure, se in Lombardia il vento continua a soffiare, a Napoli l’onda lunga delle elezioni di giugno sembra pericolosamente aver perso la propria forza. Con il sindaco Luigi De Magistris pericolosamente arenato sulle secche delle troppe polemiche.

E dunque la ripartenza, arriva da Milano. Con Pisapia che in un’intervista a Repubblica oggi lancia il guanto di sfida al Pirellone, roccaforte della destra moderata e affarista segnata da scandali e inchieste. “Mi sembra evidente – dice Pisapia rivolto a Roma – che il modello Milano, quello che si è realizzato con la mia elezione, non può rimanere confinato alla città. L’ipotesi di elezioni in Regione, che sembrava molto vicina fino a qualche settimana fa, forse ora si allontana, ma il centrosinistra, sia a livello nazionale che locale, deve già mettersi in moto per essere pronto al momento giusto”.

Non c’è segnale più esplicito ai naviganti: la rivoluzione arancione, a sei mesi dalla sua manifestazione più forte, è viva e dà ancora segnali di vita. Eppure le incrinature non sono mancate e non mancheranno. A cominciare dalla polemica sulla nomina di Bruno Tabacci al Bilancio, lo strappo con Stefano Boeri sull’Expo faticosamente ricucito. E poi la polemica in arrivo sul passaggio dal vituperato Ecopass all’inedita area C. Fino alle voci poco gradite di imposizioni politiche ‘democratiche’ sulla nomina dell’assessore Pierfrancesco Maran, e l’odiato aumento dei biglietti del tram. Non c’è passo compiuto a palazzo Marino che non sia anche un possibile passo falso.

Eppure ciononostante c’è chi crede che l’onda di Pisapia possa arrivare fino alla Capitale. I grandi elettori della prima ora su questo si dividono. Il costituzionalista Valerio Onida, ad esempio, non lo esclude affatto ipotizzando perfino un ruolo per Pisapia in un futuro governo di centrosinistra mentre il giornalista-conduttore Gad Lerner lo esclude a priori, sostenendo che il sindaco di Milano si accontenterà di essere ricordato come l’uomo della democrazia recuperata cui è riuscita l’impresa di riportare il riformismo nella capitale morale del Paese, ricucendo lo strappo di Tangentopoli che ha sepolto le forze socialiste, la sinistra migliorista del Pci, quella cattolica e tutte le forze civili che avevano caratterizzato l’evoluzione di Milano per tutto il Dopoguerra.

Il concerto di Natale che torna in piazza Duomo dopo cinque anni è stato un segno del cambiamento di Milano e un messaggio di continuità di quella rivoluzione. La piazza si è riempita (quasi) come il giorno della vittoria di Pisapia solo sei mesi prima. Cosa è stata allora la rivoluzione arancione? Perché quel treno sembra che si sia fermato a Milano, Napoli e Cagliari? Non potrebbe essere ancora la strada maestra per un’alternativa nazionale del centro sinistra e per archiviare il governo dei tecnici che ha confiscato la politica?

Per rispondere bisogna distogliere lo sguardo da Roma, dove permane la fase di sospensione del governo Monti e riportarla a Milano. Qui, infatti, c’è la matrice originaria del cambiamento.

Milano ha fatto da battistrada a un bisogno di rinnovamento insieme alle altre amministrazioni di Cagliari e Napoli. “Ma Milano – insiste Gad Lerner – era un laboratorio politico molto più significativo: era il generarsi dell’antidoto al berlusconismo nel luogo in cui la patologia si era creata. Per questo è stata vissuta come un’esperienza molto intensa, come un’energia positiva che era possibile percepire contro i codici tradizionali della politica”. Che nella società milanese, ormai da decenni, contemplavano i vincoli di alcuni luoghi comuni e cioè che la città potesse essere governata soltanto attraverso i suoi ceti medi-moderati; che l’establishment che deteneva il potere politico, economico e culturale (dal Corriere della Sera a Mediobanca) che già era sceso pesantemente a compromessi con Berlusconi si sarebbe strenuamente opposto al cambiamento. “Insomma, che soltanto da lì potesse venire un’alternativa. Invece è venuta da altrove: dalle periferie, dalla cultura di sinistra e poi ha conquistato il centro”. E così il 30 maggio del 2011 Pisapia ha sovvertito non solo i pronostici ma una concezione della politica che si è rivelata d’un colpo antiquata, anacronistica, e che descriveva Milano come una società per sua natura tendente a destra, caratterizzata da moderatismo e da un rigetto delle culture solidaristiche, disattenta e disinteressata alla giustizia sociale.

Come sia andata dal giorno dopo è storia nota. Pisapia ha aperto il bilancio e ci ha trovato un buco lasciato dalla Moratti. Un vuoto di cassa tale da condizionare ogni scelta e costringere chi lo ereditava a imporre una politica di sacrifici che sembra “di destra”. “Pisapia ha fatto scelte dolorose come l’aumento del biglietto del tram, la vendita della Sea, la difficile eredità di misure antismog solo di facciata ma inefficaci”, aggiunge Onida. Ma qui la cosa si fa politicamente interessante, perché c’è una parte della città che, a sinistra, critica la nuova amministrazione dalla quale si aspettava maggiore discontinuità: “A Milano – risponde Lerner – chi ha il bastone del comando è la sinistra che ha poi accettato e cerca compromessi quando si cala nel concreto delle scelte, l’Expo, le tasse, la pratica della real politik. Finora però nessuno ha potuto accusare Pisapia di compromessi discutibili sul piano morale, di malapolitica. Su trasparenza e rettitudine delle scelte la percezione che ci sia stata una svolta resta, anche dopo le scelte impopolari”. Un recente sondaggio pubblicato dal Corriere del Sera, del resto, conferma la tenuta del consenso anche dopo queste misure. Segno che la difficoltà è stata compresa dai cittadini. Ma una cosa va detta: “Quella di Pisapia è una politica di destra ma che ti puoi permettere, perché è necessaria, e solo dopo che hai issato la bandiera arancione o rossa su Palazzo Marino, dopo che hai creato le condizioni con cui la sinistra può trattare con la borghesia dei salotti, il centro moderato, da una posizione di forza e non più di subalternità come è stato in tutti questi anni”. E quindi c’è il messaggio che ancora lo stesso Pisapia lancia a Roma, passando per la sfida più vicina e cioè riportare il Pirellone fuori dall’era geologica formigoniana e poi – chissà – portare la bandiera arancione al cuore della politica nazionale. La rivoluzione si coltiva, si costruisce.

“Lo snodo resta la legge elettorale e il referendum sul Mattarellum che Pisapia ha sostenuto a Milano e non c’è dubbio che indichi la strada di una contendibilità della leadership attraverso un processo democratico”, insiste Onida. “A Milano – aggiunge Lerner – la Rivoluzione Arancione è stato un grande esperimento di democrazia pratica, realizzata, in un paese sempre meno democratico, in cui la politica appariva ormai confiscata da vecchi schemi nei quali anche il Pd nella logica penatiana immagina il potere come una consorteria che devi spartirti nella logica dei rapporti di forza e l’unica chance di competere era ricorrere a figure “moderate” che non rappresentano i valori della sinistra e la sua storia ma sono il compromesso che fai in anticipo in una logica di subalternità, di fronte a tutto questo Milano e la Rivoluzione Arancione hanno rappresentato un esperimento di democrazia realizzata”.

Certo da Roma non arrivano segnali in questa direzione. L’assemblea nazionale del Pd è rinviata nella generale sospensione del governo di emergenza nazionale dei tecnici e neppure di primarie si parla più, la riforma delle legge elettorale chiesta a gran voce con referendum non è più all’ordine del giorno come lo spred o le misure salva-Italia. “La scala nazionale è più difficile perché stratifica incrostazioni dei gruppi dirigenti dei partiti che perpetuano il loro istinto di autoconservazione delle leadership interne. L’unica chance per il Pd di avere un grande futuro è aprirsi a questa contendibilità per cui chi lealmente ha un progetto, dei valori, e li testimonia attraverso la propria biografia, può lanciare la sfida. Ma noi sappiamo da Milano, Napoli e Cagliari che se resta tutto fermo e se non coinvolgi nelle scelte i cittadini la svolta non ci sarà mai”.

L’anno appena iniziato dovrà portare l’Italia verso un governo di compiuta democrazia e quelle esperienze del 2011, ormai passate alla storia come rivoluzione arancione, sono il poco di autentico e credibile sul quale edificare questo futuro. “E’ un capitale più solido e più vero di quello che può spendere ad esempio la Lega con il federalismo”, chiosa Onida, facendo eco a una frase di Pisapia sulle prossima sfida regionale: “Il centrosinistra deve confrontarsi e gareggiare presentando un nome — scelto con le primarie se non c’è condivisione dice Pisapia — una coalizione e un programma che può vincere, in Regione come nelle altre amministrazioni locali lombarde dove quest’anno si voterà. Esattamente come a Milano: anche qui la vittoria sembrava impossibile, invece ce l’abbiamo fatta”. Un messaggio chiaro che si trasmette a Roma: la rivoluzione arancione è viva.

Dov’è finita la rivoluzione di de Magistris Dallo “scasseremo tutto” alla cacciata di Rossi




Vincenzo Iurillo 


La gestione della America's Cup, le critiche di leaderismo e l'addio anticipato di Raphael Rossi, chiamato a guidare la municipalizzata dei rifiuti e lasciato fuori dopo soli sei mesi. Ma anche l'aumento (faticoso) della raccolta differenziata e la pulizia (fisica e non) della città. Bilancio di Napoli, a sei mesi dalla vittoria del primo cittadino che doveva "scassare tutto"
Tre cantautori napoletani in piazza Plebiscito, una discoteca all’aperto e i fuochi d’artificio, per un Capodanno del tutto simile a quelli organizzati dalle vituperate precedenti amministrazioni. La mancata emanazione dell’ordinanza per vietare i botti, che il popolo della Rete ha chiesto invano per giorni. L’annunciata nascita di un “tavolo coi partiti del centrosinistra” che si riunirà per la prima volta il 9 gennaio e che sembra uscito da un’epoca lontana. E nelle ultime ore l’addio a un simbolo del nuovo corso, Raphael Rossi l’incorruttibile, il campione della legalità, l’uomo venuto da Torino per risolvere una buona volta la questione rifiuti, ‘licenziato’ dalla presidenza dell’Asìa e ringraziato con frasi di circostanza dopo appena sei mesi, con la differenziata che tra mille sforzi era salita di circa cinque punti percentuali rispetto al misero 17% di partenza, ereditato da un sindaco, Rosa Russo Iervolino, che chiamata a deporre come testimone al processo Bassolino-Impregilo non ricordava nemmeno i nomi dei presidenti della municipalizzata dei rifiuti durante la sua amministrazione.

“Magari noi che lavoriamo costantemente a testa bassa non ci rendiamo conto di alcune esigenze globali: quindi accetto la visione del sindaco”. Così Rossi ha parlato proprio oggi, durante la conferenza stampa di presentazione del suo successore, Raffaele Del Giudice. Pur usando parole di gratitudine nei confronti del sindaco Luigi de Magistris e del suo successore, il presidente uscente non ha mancato di sottolineare come la revoca della sua nomina a presidente dell’Asia, sia stata improvvisa ed inattesa: “Mi dispiace non poter rassicurare quei dirigenti e dipendenti ai quali avevo promesso che nel 2012 ci sarebbe stata una svolta che riconoscesse il loro forte impegno. Purtroppo qualche giorno fa, quando ho preso questi impegni, non sapevo che non avrei più ricoperto il mio incarico. Ovviamente vivo di stipendio e quindi resto a disposizione della squadra del sindaco e quando ci saranno proposte le valuteremo con serenità – ha aggiunto Rossi, non senza una vena di risentimento – ritengo che sia stato un successo aver portato la città fuori dall’emergenza ed averlo fatto con minori trasferimenti di danaro”. E se il primo cittadino rilancia e tenta di fugare i dubbi, dicendo che il giovane manager andrà a dirigere l’osservatorio ‘Rifiuti zero’, Rossi ribatte che non può commentare “incarichi che ancora non sono stati offerti”.

Insomma, la rivoluzione arancione di Luigi de Magistris, arranca di fronte alla fatica di amministrare e passaggi non chiariti. E lui, il sindaco di Napoli, annacquato dall’emergere di diverse contraddizioni e affaticato dall’interpretare tutte le parti (ambientalista e modernizzatore, amministratore locale e leader di movimento politico su scala nazionale, decisionista e fautore delle assemblee di popolo), ha smesso di correre ed ha iniziato a camminare, frenato da piccoli inciampi che nelle primissime settimane dopo la trionfale elezione avrebbe superato con un saltello. Il suo resta un buon passo. Ma con una città che gli ricorda che la cambiale in bianco firmata all’ex pm di Why Not eletto per ‘scassare’ il vecchio sistema di potere è scaduta.

La disillusione è dietro l’angolo, almeno a sentire il professor Salvatore Prisco, analista del Corriere del Mezzogiorno: “Non so se in giro ci sia delusione su de Magistris. Io non mi ero mai illuso, perché credo che ci voglia ben altro che un cambio di personale politico per risolvere problemi per il cui avvio a soluzione occorrerebbe una tendenza positiva di molti anni e in un quadro economico, nazionale ed europeo, favorevole. A dispetto del cambio di molte teste – continua – non vedo grandi mutamenti. Sulla raccolta differenziata poi sono state fatte in campagna elettorale promesse – giungere al 70% in sei mesi, ndr. – che non sarebbe stato possibile mantenere. Mi è stato fatto notare che le grandi città del Mediterraneo (anche francesi, africane, asiatiche) registrano tutte aumenti di popolazione, mentre Napoli su questo piano è in perdita, il che significa che perde funzioni”.

Non che de Magistris non stia collezionando meriti, tutt’altro. La città è pulita e l’emergenza rifiuti è un ricordo lontano, la giunta è di buonissimo profilo ed ha deliberato importanti investimenti per fare la raccolta differenziata sul serio, è stata pedonalizzata una vasta area del centro, sono in arrivo i preliminari dell’America’s Cup, è stato cooptato Roberto Vecchioni alla presidenza del Forum delle Culture, si è avviato un percorso di razionalizzazione delle società partecipate. Persino il direttore del Corriere del Mezzogiorno Marco Demarco, che del sindaco è uno dei più severi e documentati critici, sul proprio blog ha riconosciuto “che un altro al suo posto, fosse stato anche Gianni Lettieri o Umberto Ranieri, sicuramente non avrebbe prodotto la stessa discontinuità”. Salvo però aggiungere “se sia davvero rivoluzionario continuare a sostituire l’autoreferenzialità degli apparati di partito con una nuova forma di narcisismo leaderistico”.

Dietro ogni piccolo o grande successo di de Magistris si è consumato uno strappo, si è aperta una ferita, si è palesato il bipolarismo del sindaco. Due esempi. America’s Cup. Pur di portarla a Napoli de Magistris non ha esitato a scegliere Bagnoli come sede delle gare di vela e la colata a mare zeppa di veleni come agorà del grande evento, fino a rompere con uno dei più grandi sostenitori della rivoluzione arancione, Gerardo Marotta, leader dell’Assise di Palazzo San Marigliano. Beffa finale. Bagnoli è sede talmente problematica che alla fine si è rinunciato e le gare si faranno sul lungomare di via Caracciolo. Ma ormai la frattura con gli ambientalisti è compiuta. Che dire allora della nomina di Vecchioni: ha fatto irritare e non poco la polemica sul compenso del cantautore milanese testimonial dei successi tanto di Pisapia che del sindaco campano, che ha battuto cassa tre volte più del suo predecessore, il bassoliniano Nicola Oddati, lamentando di dover rinunciare a un paio di tournee, quando appena nominato aveva annunciato di voler convincere gli artisti a venire al Forum gratis. Il danno d’immagine si è compiuto e non è stato sufficiente convincere alla fine Vecchioni ad accettare la presidenza gratis.

Eppure la portata dirompente dell’elezione di de Magistris nella città delle clientele e dell’affarismo non può essersi smarrita nel nulla. Se ne dice convinto Amato Lamberti, sociologo anticamorra ed ex presidente della Provincia: “De Magistris ha ridato speranza e voglia di fare a Napoli e l’entusiasmo derivato dal suo successo non si è spento. Se devo indicare il suo principale problema, è il buco nelle risorse finanziarie ereditato dalle precedenti amministrazioni. Il Comune paga i creditori dopo due anni (la mia amministrazione provinciale pagava dopo venti giorni) e questo blocca la ripresa, soffoca le imprese locali che sono costrette a chiudere o a licenziare”.

domenica 1 gennaio 2012

Da Morfeo a Re Giorgio, l’anno più lungo di Napolitano al Quirinale




MARIO PORTANOVA 

Il presidente della Repubblica, spesso accusato di eccessiva passività rispetto alle "leggi vergogna" del centrodestra, ha portato l'Italia fuori dal pantano berlusconiano e ha spianato la via al governo Monti. Per evitare - sono parole sue - "sviluppi catastrofici"
Da Morfeo a re Giorgio. Il 2011 ha segnato la svolta per il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che Beppe Grillo paragonò irrispettosamente al Dio del sonno. Era il lontano 2008, ma quell’etichetta gli era rimasta appiccicata addosso e riaffiorava ogni volta che la firma presidenziale veniva apposta in calce alle “leggi vergogna” approvate dalla maggioranza berlusconiana, dallo Scudo fiscale al “legittimo impedimento”. Ma negli ultimi mesi di quest’anno, quando l’Italia ha rischiato di andare incontro alla “catastrofe” – parole sue – Morfeo si è trasformato in Re Giorgio. Con lo spread sui titoli di Stato che schizzava in alto verso il rischio default, mentre le misure economiche promesse all’Europa si impantanavano nel “braccio di ferro” tra Berlusconi e Bossi e nell’epidemia di “mal di pancia” nel centrodestra, il presidente ha preso in pugno la situazione spianando la strada al governo tecnico di Mario Monti.

L’anno della “catastrofe” certo non prometteva bene, la crisi era già conclamata, ma Napolitano poteva ancora permettersi di incentrare il suo intervento a reti unificate dell’ultimo giorno del 2010 sulla preoccupazione per il “malessere dei giovani”. Nel corso degli ultimi 12 mesi, il presidente della Repubblica è intervenuto sull’affollamento delle carceri, sul diritto di cittadinanza per i figli nati in Italia da genitori immigrati, sull’eccessiva esposizione mediatica di alcuni magistrati. Ha avvallato i bombardamenti italiani in Libia, si è rifiutato di emanare il decreto legislativo sul federalismo fiscale – fortemente voluto dalla Lega, ma viziato da un iter parlamentare non regolare -, ha chiesto “chiarimenti” sulla nomina a ministro dell’agricoltura di Saverio Romano, inquisito per concorso in associazione mafiosa e per corruzione, ancora con l’aggravante mafiosa. Ma è negli ultimi due mesi del 2011 che Re Giorgio ha deciso di prendere in pugno un paese politicamente allo sbando.

L’8 novembre, Silvio Berlusconi prende atto di non aver più una maggioranza solida alla Camera e annuncia che si dimetterà da presidente del consiglio dopo aver portato a termine l’iter parlamentare di approvazione della legge di stabilità, con le misure economiche più urgenti: pensioni, lavoro, liberalizzazioni…. Il pallottoliere dei tempi istituzionali dice che tra Camera e Senato ci vogliono almeno tre settimane, se non un mese.

Troppo. Per Giorgio Napolitano, 86 anni, al Quirinale dal 2006, il 9 novembre è il giorno più lungo. L’Italia tracolla sui mercati finanziari, lo spread tra titoli di Stato decennali italiani e tedeschi, in crescita preoccupante dall’estate, tocca livelli mai visti. Napolitano parla di “ore difficili e delicate”, di un paese in ”condizione critica e allarmante”, che deve subito “recuperare fiducia”. Alle 13 lo spread è pari a 574 punti, il massimo storico da quando esiste l’euro. Significa che lo Stato deve pagare sul debito pubblico a lungo termine un interesse del 7 e mezzo per cento.

La Banca centrale europea si affanna ad acquistare titoli italiani, ma la situazione potrebbe non essere sostenibile. “Bisogna agire a ore, bisogna assolutamente ripristinare la credibilità del Paese, non ci meritiamo di finire come la Grecia”, dichiara Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria. Napolitano fa due cose fondamentali. Impone che i tempi di approvazione della legge di stabilità si accorcino drasticamente: non più di una settimana. E nel pomeriggio nomina senatore a vita Mario Monti, l’economista dell’Università Bocconi che da qualche tempo i rumor di palazzo indicano come possibile capo di un governo tecnico, o meglio di salvezza nazionale.

Si intuiscono pressioni dai partner europei, Germania in testa, che temono il crollo di un’economia fondamentale dell’Unione e l’inevitabile l’effetto domino. Secondo il Wall Street Journal, il cancelliere Angela Merkel aveva già chiesto espressamente al presidente della Repubblica un cambio di governo, in una telefonata del 20 ottobre, data l’incapacità di Berlusconi di trasformare in provvedimenti concreti le richieste provenienti dalla Bce e dai paesi partner. Il Quirinale smentisce.

Il piano va in porto. Il 12 novembre lo stesso Napolitano promulga la Legge di stabilità, approvata senza intoppi da Camera e Senato grazie alla non belligeranza dell’opposizione. Berlusconi va al Quirinale a dimettersi, passando le forche caudine di una folla festante che stappa spumante e urla insulti. La sera di domenica 13, dopo rapide consultazioni con i partiti, il presidente incarica Monti, in modo che lunedì la riapertura dei mercati veda al timone dell’Italia una figura stimata in Europa. E da questo punto di vista, l’ex rettore dell’Università Bocconi ed ex commissario dell’Ue alla concorrenza è la persona più indicata. Certamente più del Cavaliere, la cui credibilità è ai minimi storici per gli scandali sessuali di cui è protagonista e i processi per corruzione e altri reati che deve fronteggiare. Il 16 novembre il governo dei “professori” è riunito al Quirinale per il giuramento. Dalle dimissioni di Berlusconi sono passati soltanto quattro giorni. In sintesi:
l’alto dirigente del Pci della Guerra fredda ha messo alla porta il più anticomunista dei leader politici italiani. E ha aperto la strada all’economista che piace ai mercati finanziari internazionali.

Il passaggio non è indolore. Il premier uscente e quello entrante si incontrano a pranzo il 12, per un ideale passaggio di consegne in cui, secondo le indiscrezioni, Berlusconi detta alcune condizioni in cambio del sostegno parlamentare a un governo tecnico indigesto alla maggior parte dei pidiellini. Tra queste, un nome “amico” al ministero della Giustizia e nessun intervento legislativo sull’emittenza televisiva. Berlusconi adotterà poi una strategia equilibristica nei confronti dell’esecutivo dei “professori”: sostegno in Parlamento, anche se un po’ sfrangiato; mani libere nei proclami per la campagna elettorale immediatamente avviata dal Pdl; cancellazione mediatica di ogni responsabilità del governo Berlusconi-Bossi sulla gravissima crisi che Monti è chiamato a risolvere.

Giorgio Napolitano non è Francesco Cossiga, un presidente da cui ci si poteva aspettare qualunque “esternazione”. Eppure i toni che usa fanno capire che in quei giorni di novembre si è giocato – e ci siamo giocati – il tutto per tutto. ”Dobbiamo dirci con tutta franchezza – ha affermato in un intervento a Mantova il 6 dicembre - che siamo arrivati giusto in tempo per evitare sviluppi in senso catastrofico della nostra situazione”.


Il 2011 di Silvio Berlusconi Sfiancato dalle escort, ucciso dallo spread




Sono due parole inglesi ad aver segnato l’annus horribilis di Silvio Berlusconi: escort e spread. Ma se dalla prima il Cavaliere è riuscito goffamente a difendersi per undici mesi, coinvolgendo persino la Camera in un voto grottesco sulla valutazione dell’inesistente parentela di una marocchina con Hosni Mubarak, la seconda lo ha costretto in pochi mesi a lasciare Palazzo Chigi dopo anni di immobilismo. Sfiancato per mesi dalle escort, massacrato in poche settimane dallo spread.

Perché il mercato e la comunità internazionale sono difficili da rassicurare con slogan vuoti e apparizioni televisive. L’evidenza della crepa del ventennio berlusconiano va in scena in mondovisione il 4 novembre, durante la conferenza stampa finale del G20 a Cannes. E l’allora premier riesce nell’impossibile intento di peggiorare ulteriormente la sua immagine con una battuta da suicidio mediatico. “Mi sembra che in Italia non si avverta una forte crisi. La vita in Italia è la vita di un Paese benestante. I consumi non sono diminuiti, i ristoranti sono pieni, per gli aerei si riesce a fatica a prenotare un posto”. Da qui comincia la settimana che porterà il Cavaliere il 12 novembre a salire al Colle per dimettersi. Con l’ingresso del Quirinale assediato da una folla di persone pronte a festeggiare e Berlusconi costretto a usare l’entrata secondaria, per nascondersi. Lui che ha sempre fatto di tutto per mostrarsi e apparire.
Si chiudono così quasi venti anni di potere berlusconiano. In otto giorni, piegato dalla realtà negata per anni. Da quella crisi che il governo ha finto di non vedere e mai ha affrontato, continuando imperterrito a curare gli interessi personali del Cavaliere. Un esecutivo che riesce a mangiare il panettone del 2010 solo grazie a un gruppo di autoproclamati Responsabili comprati con la promessa di futuri incarichi, un premier che si affaccia al 2011 con un’agenda in cui i principali impegni dell’anno sono al tribunale di Milano. Inquisito, imputato, rinviato a giudizio. E c’è una nuova indagine che lo coinvolge e che costringe la stampa a sfiorare la pornografia per raccontare lo scandalo in cui Berlusconi è protagonista assoluto: la vicenda Ruby. Serate a ritmo di bunga bunga, con una schiera di ragazze pronte a tutto pur di avere un lavoro in tv o qualche migliaia di euro. I “reclutatori” Emilio Fede e Lele Mora, ma anche Nicole Minetti sono i coprotagonisti delle nottate del premier ad Arcore. I particolari ricostruiti dagli inquirenti sono imbarazzanti. Una sala da lap dance, soldi, macchine, gioielli regalati in cambio di qualche spogliarello. E poi la minorenne Ruby Karima, marocchina fuggiasca fermata per furto e portata in questura dove Berlusconi telefona con insistenza per farla liberare perché, dice agli agenti, “è la nipote di Mubarak”. Uno scandalo che non trova fine. Ogni giorno le indagini aggiungono nuovi tasselli sempre più compromettenti per il premier. Ma lui nega. Tutto e sempre.
Appare in tv. “È assurdo solo pensare che io abbia pagato per avere rapporti con una donna. È una cosa che considererei degradante per la mia dignità”, dice il 16 gennaio, quando ancora il Bunga Bunga era appena stato accennato. E quando, mesi dopo, si scoprirà che attraverso il fidatissimo ragionier Giuseppe Spinelli (cassaforte di Berlusconi) manteneva uno stuolo di ragazze in degli appartamenti in via delle Olgettine, il Cavaliere cambia strategia e comincia a fare battute sulla sua virilità e sulle ormai note olgettine. Personaggio chiave è Nicole Minetti, consigliere regionale in Lombardia, nonché aspirante ministra. Lo dicono le intercettazioni. Che raccontano tutto, troppo. E lo confermano le ragazze che vengono sentite dai pm. Ma ad Ottobre il premier, ormai rinviato a giudizio per concussione e  prostituzione minorile, tenta di derubricare il tutto a “cene eleganti”. Intervenendo al primo congresso del Movimento di Responsabilità Nazionale, dei suoi salvatori Razzi e Scilipoti, dice: “Nell’ultimo periodo hanno trasformato quelle che sono state cene eleganti e divertenti a casa mia in cose indicibili. Io ho giurato che in casa mia non c’è stato mai nulla di quello che hanno raccontato’”. Ma in molti lo hanno già abbandonato e sono pronti a lasciare il partito. Che sta esplodendo tra liti interne, ricatti e indagini che riguardano i vertici: Gianni LettaDenis VerdiniRenato SchifaniMario Scajola. Ognuno ha i propri “interessi”. Nessuno a loro insaputa.

sabato 31 dicembre 2011

I Bossi finiti sotto il Carroccio




IL SENATÙR SOLO, RENZO SEMPRE IN MEZZO ALLE ROGNE
di Fabrizio d’Esposito e Elisabetta Reguitti

Umberto Bossi è ormai una macchietta tragica e pericolosa.
Fasciata in un cardigan largo, sformato di colore verde, a mo’ di grottesca sindone padana. Adesso che la parabola dell’imbarazzante figlio Trota prevede anche presunte inchieste giudiziarie, e non solo più gaffe, il Senatùr è costretto a insultare il capo dello Stato per tenere insieme una Lega sempre più lacerata dalle guerre interne. Un nervosismo evidente, plateale.
   L’altra notte a Bergamo, alla festa del Carroccio (la “Berghem Frecc”), Bossi ha chiamato “terùn” Napolitano (“nomen omen”) e gli ha pure mostrato le corna, incoraggiato dal pubblico. Al premier Monti ha riservato un insulto ancora più greve e volgare. I militanti hanno intonato “Monti vaffanculo” e lui ha chiosato, stile Calderoli (noto per le sue battute contro i gay): “Chissà che non gli piaccia a Monti”. Squallido. Ovviamente nel repertorio della stanca Lega di lotta e opposizione c’è spazio di nuovo per la secessione. Che però Bossi chiama “indipendenza”. Slogan, come al solito.
   SUL PALCO DI Bergamo, con il Senatùr non c’era nessuno del “cerchio magico” che lo ha blindato dai tempi dell’ictus. Né i capigruppo Reguzzoni e Bricolo, né la “badante” nonché vicepresidente del Senato Rosi Mauro. Per loro, trasferta “vietata” dai due colonnelli più antichi del Capo, i due Roberti: Maroni e Calderoli. Il primo, ex ministro dell’Interno, ha sorriso e applaudito agli insulti bossiani della “Berghem Frecc”. Ma l’immagine del palco, Bossi con Maroni e Calderoli, è il segno più evidente della solitudine e dell’impotenza di un leader in declino.
Senza più poltrone di governo, senza più il controllo del partito, senza più il sostegno (almeno in apparenza) dell’ex amico “Silvio”.
Orfano forzato del cerchio magico, il Senatùr aveva accanto a sé la stessa persona che ha alimentato dubbi sullo scandalo che ha investito l’amato Trota, consigliere regionale in Lombardia.
Così Maroni: “Spero non sia vero, la Lega che conosco è fatta di persone oneste”. Sospettato di fare festini a base di droga con Alessandro Uggeri, fidanzato di Monica Rizzi, assessore leghista al Pirellone, Renzo Bossi è il simbolo della deriva nordcoreana di un partito governato per due decenni in modo leninista. Una satrapia guidata dalla zarina Manuela Bossi e che la stampa ha chiamato “cerchio magico”. Bossi ha liquidato la questione di netto, “è un modo per sporcare la gente”, e la Rizzi, che è la “badante” politica del Trota, ha minacciato di querelare il quotidiano che ha pubblicato l’articolo, La Repubblica.
   IN REALTÀ, il sospetto è che dietro la notizia ci siano le guerre interne del Carroccio. Come conferma al Fatto, il neoprocuratore capo di Brescia Fabio Salamone: “Non c’è alcuna inchiesta, anche se non escludo che ci sia un rapporto di amicizia tra Renzo Bossi e Uggeri. Si tratta di beghe di cortile nella Lega”. Tutto questo però non ha frenato i malumori nel partito e nella base contro la gestione familista del Carroccio. Tra i quadri locali circolano da tempo allusioni esplicite all’esuberante stile di vita di Bossi junior, che l’apprensiva madre vorrebbe mandare deputato a Roma alle prossime politiche. Si va dalle sue trasferte “universitarie” a Londra alle ironie sull’ufficio “multe” aperto solo per lui nella sede nazionale della Lega a Milano, in via Bellerio. Per anni, infatti, il partito ha pagato le contravvenzioni prese dai suoi ministri a Roma e adesso che si è tornati all’opposizione, i funzionari si dedicano agli eccessi di velocità del rampollo “nordcoreano”.
   Tra i militanti, l’unico argine al cupio dissolvi è rappresentato da Maroni, cofondatore della Lega. L’ex fedelissimo Bobo avrebbe ormai la maggioranza del partito con lui e vorrebbe una successione per via democratica, con una stagione di congressi. Ma la diga del “cerchio magico” ancora non cede e il risultato è una palude padana che Bossi cerca di movimentare con le sue uscite. Così anche Maroni usa un doppio registro, a imitazione del Capo. Da un lato sorride e applaude agli insulti in terra bergamasca, dall’altro vacilla sull’innocenza del Trota e attacca Reguzzoni per la campagna contro il discorso di fine d’anno del capo dello Stato. Un teatrino che una fonte autorevole riassume in un’analisi macabra e spietata: “Se Maroni non si fa venire il coraggio, il rischio è che finché Bossi vive tutto rimanga bloccato”.
   NON SOLO. Con le amministrative praticamente alle porte, nascono nuovi movimenti leghisti anti-bossiani. L’ultimo è l’Unione Padana di quattro ex parlamentari leghisti che sta avendo un boom di iscrizioni proprio in provincia di Bergamo. L’8 gennaio 2012, poi, partirà un nuovo sito padano ma non leghista: L’Indipendenza. Tra i fondatori tre storici leghisti oggi contro Bossi: Leonardo Facco, Gilberto Oneto e Luca Marchi. Quest’ultimo fu il primo direttore della Padania, che debuttò nelle edicole l’8 gennaio del ’97. Tre lustri dopo, Marchi dice: “Bossi ha passato vent’anni a fare annunci ma non ha mai realizzato nulla”.

GLI INTERESSI DEL CORRIERE





Dopo gli attacchi di via Solferino Passera dice: “Ho venduto tutto”
di Giovanna Lantini

Dopo la pax, la tempesta. Il giornale che più ha promosso la transizione da Silvio Berlusconi a Mario Monti, quello dove il professore della Bocconi è stato a lungo l’ editorialista più autorevole, il Corriere della Sera, insomma, ha un rapporto sempre più dialettico con il governo. Per usare un eufemismo. Nell’azionariato di via Solferino regna ancora “l’arzillo vecchietto” (così lo chiamava Diego Della Valle) sopravvissuto alle cesoie del 2011, il bresciano Giovanni Bazoli presidente di Intesa Sanpaolo, coadiuvato da Piergaetano Marchetti, il cui mandato alla presidenza di Rcs è però in scadenza insieme a tutto il cda dell’editrice. Il quotidiano diretto da Ferruccio De Bortoli, infatti, nelle ultime settimane ha avanzato critiche sempre più dure al governo Monti. Ieri l’escalation è sfociata in un duro attacco all’ex-ad di Intesa ora ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera e sui suoi conflitti di interesse.
   LE PRIME schermaglie erano iniziate il 28 novembre quando via Solferino è entrata nella partita dei sottosegretari con un corsivo non firmato che suggeriva all’ex banchiere di evitare la nomina di Mario Ciaccia, il numero uno di Biis, la banca del gruppo Intesa per le infrastrutture. “Due banchieri con la stessa casacca sarebbe troppo”, si spiegava nel corsivo. Avvertimento ignorato, Ciaccia è vice-ministro. Il secondo round è datato 4 dicembre, quando il Corriere pubblicava un editoriale-stoccata degli economisti Alberto Alesina e Francesco Giavazzi intitolato: “Caro presidente. No così non va”.
   GLI ESPERTI contestavano a Monti la scelta di aumentare l’Irpef al 46 per cento con un atto giudicato recessivo. Giudizio sul quale Monti deve aver convenuto dato che è scomparso dalla manovra e il premier stesso ha negato di averlo mai voluto adottare. Non appagando, però, i due economisti che l’11 dicembre sono tornati all’attacco ricordando la necessità degli stimoli alla crescita (due giorni fa monti ha replicato loro “Anche io so qualcosa di economia). Poi il 22 dicembre va alla carica il vicedirettore Massimo Mucchetti, a torto o a ragione considerato in sintonia con Bazoli, che si è chiesto dove siano i poteri forti dato che il cosiddetto governo delle banche ha approvato una norma contro le poltrone incrociate fra banche e finanziarie concorrenti. Una mossa che imporrebbe al presidente di Intesa di scegliere fra la banca milanese e il gruppo Ubi, con quest’ultimo che poggia su delicatissimi equilibri tra Bergamo e la bazoliana Brescia. E lo stesso Mucchetti ha ricordato un decennio di resistenza italiana di Mediobanca agli attacchi francesi proprio nel giorno dell’accordo-Passera sulla cessione di Edison, poco gradito a Brescia, che incasserà meno dividendi dalla controllata A2A penalizzata dalla perdita in bilancio sul quanto ricevuto da Parigi per i titoli del gruppo energetico. Ma anche al finanziere franco-polacco Romain Zaleski, amico di Bazoli e debitore di Intesa per 1,4 miliardi, che dall’operazione accuserà una perdita di 340 milioni.
   Caso o meno, è un pezzo di storia d’Italia, quello raccontato il 27 dicembre dal vicedirettore del Corsera che a qualcuno è suonato anche come un richiamo alla memoria di chi oggi siede in poltrone diverse favorendo accordi che paiono essere più interessanti Oltralpe che in casa propria. Dove invece i terremoti e le contropartite sono tuttora in corso. Anche in Rcs, che oltre che con il delicato rinnovo del cda dovrà fare presto i conti come tutti con il salvataggio del gruppo Ligresti socio del Corriere con il 5 per cento circa.
   E VENIAMO all’ultimo attacco, quello sugli 8,6 milioni di titoli Intesa che Passera il 18 dicembre (in diretta tv) ha dichiarato di essere pronto a cedere. Con tutto quel che ne consegue. Per la banca cui sicuramente non giovano le vendite sul mercato e per le sue tasche, visto che in Borsa Intesa è molto lontana dai suoi massimi. Questo tema è al centro dell’ultimo e più violento attacco del Corriere. Lo firmano Milena Gabanelli e Giovanna Boursier, di Report (che da alcuni mesi collabora con il Corriere). Le due giornaliste chiedono al “Passera-super Ministro” di “liberarsi di tutti gli ingombri”. E alla Gabanelli è difficile dire di no. Infatti, a quando risulta al Fatto, Passera ha subito scritto una lettera che verrà pubblicata oggi. Contenuto: le azioni sono state vendute, il ministro si è liberato di tutti i suoi conflitti di interesse (tranne quelli reputazionali, difficile agire da ministro in partite in cui Intesa ha investito centinaia di milioni di euro).
Restano alcuni punti misteriosi: a chi le ha vendute, a quale prezzo, in quale momento esatto. E quale liquidazione milionaria ha concordato con Intesa Sanpaolo.

Sprechi all’agenzia del territorio, Monti risponde sulle “uova di struzzo”


Una risposta ironica, ma non troppo, del premier Mario Monti durante la conferenza stampa di fine anno, per commentare la notizia denunciata dal Fatto Quotidiano (leggi) sugli sprechi avvenuti all’Agenzia del Territorio tra i quali la spesa di tremila euro per uova di struzzo decorate. Il giornalista del Fatto Stefano Feltri ha chiesto conto al premier delle spese fuori controllo dell’Agenzia guidata da Gabriella Alemanno, sorella del sindaco di Roma. Agenzia che fa capo al ministero del tesoro (guidato da Monti): “Queste cifre non minano la credibilità di questa fase di austerity almeno quanto lo spread, dando l’impressione che nel Paese niente cambi?”, ha chiesto Feltri. Monti ha risposto così: “Sono molto interessato a questa cosa delle uova di struzzo decorate. Il concetto di decorazione non è sostanziale, è quello dello struzzo che mi preoccupa. Il concetto di uova di struzzo – chiosa Monti confermando l’impegno ai tagli ai costi della pubblica amministrazione – mi preoccupa perché la politica dello struzzo non è quella che vogliamo condurre”.

venerdì 30 dicembre 2011

NUOVA TELEVISIONE CERCASI DOPO IL DILUVIO




Le risse non funzionano più. E i soliti salotti hanno stancato Ma oltre i vecchi format cosa c’é?
di Malcom Pagani

Tono su tono, voce su voce. Formule in agonica fantasia: “Il disastro ereditato dai precedenti esecutivi”. L’abusato genere delle fughe in diretta con anatema (Mastella ad Annozero nel 2007, Berlusconi ospite di Lucia Annunziata: “Me ne vado, rimarrà una macchia nella sua carriera”). E poi espedienti, claque contrapposte e lottizzate ai due lati dell’arena, stantii metodi da scuola panamense per fiaccare l’avversario: “Io non l’ho interrotta, mi lasci continuare”, studiate faccine di disgusto in favore di telecamera, insulti (“mascalzone, bugiardo, stronzo”) improprie evocazioni: “Gli italiani non sono stupidi, sapranno giudicare”.
E ancora. Pause da spot simili alla spugna gettata al pugile a fine round, timidi tentativi di ricondurre il reciproco starnazzare nei sentieri della dialettica: “Ministro, non mi costringa a staccarle il microfono” così vicini e così lontani dallo “state ’bboni” di costanziana memoria. All’adrenalina barricadera del talk show ai tempi di Berlusconi, ai calci di Belillo a Mussolini a casa Vespa, alla stanca dualità destra-sinistra e al corollario trasversale di cattive maniere utili a guadagnare uno 0,01 di credibilità politica, si è sostituita o prova a farlo, una nuova televisione.
Uno spazio in cui ragionare, una piattaforma pedagogica, quasi gramsciana, “dove riscoprire se stessi” come sostiene Freccero alla quale, non senza fatica, i domatori si stanno riadattando. Se orfano della telefonata del sultano, la neo-funzione governativa (spesso traversata da una placida noia) la assumono Floris e Ballarò, anche per gli altri cambia la liturgia, mutano i volti, si ribaltano le argomentazioni.
In attesa del possibile ritorno di B., una pausa. Uno straniamento. L’antibiotico che dà debolezza, lieve decrescita di ascolti e (forse) idee per il domani.
Il primo a provarci, senza paracadute, dice Freccero, è stato Santoro. In uno studio profondo, bladerunneriano, con le luci basse e le voci al centro del coro. Il tempo di discutere senza parlarsi addosso, le ragioni dei meno noti, la destrutturazione della piazza e della centralità dell’istante che pure, fin dai ponti jugoslavi, Santoro aveva portato in primo piano.
   ORA C’È il silenzio adatto a spiegarsi e paradossalmente chi nulla ha da dire, rimane nudo con più evidenza. Gli altri si sono adeguati, in una alfabetizzazione forzata che lascia qualche sasso di share per strada e non diversamente dalla fiaba di Perrault regalerà, forse, nuove ricchezze.
Se per il direttore del Tg di La7 Enrico Mentana gridare alla stasi senza ironia è parossistico: “È passato solo un mese e mezzo dall’addio di Berlusconi, ma siamo ormai abituati a dilatare tutto. La politica ha lasciato in eredità ad altri il lavoro sporco. Presto tornerà per fare il proprio, non limpidissimo mestiere, promettendo mari e non monti”, a detta di Formigli, conduttore di Piazza Pulita sulla stessa rete, il talk del futuro verrà solo sperimentando. “Siamo davanti alla caduta del muro. Cerchiamo frammenti utili a ricostruire una tv che sia diversa da ieri e che possa, come si augura Freccero, diventare educativa. Non ci chiedevamo nulla e vivevamo oltre le nostre possibilità. Poi l’incubo del default ha iniziato a bussare. Abbiamo scoperto l’economia. Ci siamo dovuti svegliare. Non è detto che sopire i pregiudizi antiberlusconiani di ieri non si riveli l’occasione di imparare”.
Chi svolge il lavoro da un ventennio ha dato al dilemma stilistico una formula. Lo chiamano “rischio Jader Jacobelli”. L’impeccabile ed educata confezione della cornice, la quieta professionalità dei tecnici al potere, una narcosi indotta che presto o tardi demolirà l’unica idea di talk che sembrava non potesse mai sventolare bandiera bianca.
La dimostrazione dell’assioma porta gli occhiali di Paragone.
   DIMENTICATI gli alterchi in diretta e messe in cantina le frequenti risse urlate, giura, aveva già intravisto il necessario cambio: “Come fece Santoro, ho tolto lo scettro alla politica. Basta a comizi e rendite di posizione. Meglio dar luce a ragazzi, imprenditori e sindacalisti. Sapevo che Berlusconi, ancor prima che per via giudiziaria, sarebbe scomparso per la decisiva spinta di chi custodisce i forzieri”.
Pausa. Respiro: “Freccero non ha torto, ma riprendere a guidare, dopo aver inserito il pilota automatico per un decennio è complicato”.
Mentana è meno apodittico: “La mancanza di passione è momentanea, ma stupirsene puzza di manicheismo. Se si urla alla crisi, si riducono i consumi. Se la squadra per cui si tifa non ha obiettivi, non si va allo stadio. Da mesi ripetiamo che il palazzo è in quarantena e la gente si è distratta. Tornerà ad appassionarsi, ma i toni non c’entrano. La gazzarra è sempre un epifenomeno del fenomeno. A gridare non sono i conduttori, ma la politica”.
Orfani in marcia. Domani accadrà, ma non a reti unificate.

BERLUSCONI SOTTO SCHIAFFO DEL PROFESSORE




Nel Pdl aumentano i mal di pancia e i falchi rimpiangono il voto anticipato
di Fabrizio d’Esposito

Il Cavaliere prigioniero impotente del Professore. È l’immagine più eclatante che rimbalza dalla lunga conferenza stampa di Mario Monti. Il premier prende a schiaffi il suo “predecessore” in modo plateale almeno un paio di volte. La prima è quando gli ricorda le promesse di un anno fa: “Il mio predecessore, Berlusconi, il 23 dicembre 2010 disse: ‘Non servirà una manovra correttiva’. Ma le cose poi sono andate diversamente e nel frattempo sono state necessarie cinque manovre e solo l’ultima porta la mia firma”. Poi, Monti, sfida sul terreno del mercato il centro-destra con le fatidiche liberalizzazioni.
   Alla pancia del Pdl, sempre più partito di lotta e di governo, il Professore è apparso troppo spavaldo e sarcastico. Soprattutto ai falchi che rimpiangono di non essere andati alle elezioni anticipate, e che ancora ci sperano, e si consolano a modo loro gridando rabbiosamente che lo spread ancora non scende e quindi la colpa non era di Berlusconi. L’ex ministro Ignazio La Russa gli dà persino un voto: uno striminzito sei meno. L’ex sottosegretario Daniela Santanché si lascia scappare un giudizio perfido: “Sembrava Tremonti più che Monti”. Insomma dura o non dura il governo tecnico?
   L’ONERE della prova grava ancora tutto sul Pdl, il più oscillante tra i partiti della Grande Coalizione messa insieme dallo spread e dal capo dello Stato.
Il Pd si allinea senza infamia e senza lode con il segretario Bersani (“Analisi onesta, dopo anni di favole abbiamo avuto un bagno di realtà”) e l’Udc si conferma la forza più entusiasta della nuova fase. 
All’opposizione, Antonio Di Pietro alza i toni e paragona il Professore al Cavaliere: “Continua la politica delle televendite”.
Nell’ex partito dell’amore, alla fine, a fare testo sono le dichiarazioni del Capo, che agli schiaffi “tecnici” reagisce con uno zuccherino propagandistico per i falchi del Pdl: “Noi abbiamo assicurato il nostro leale sostegno al governo dei professori ma dobbiamo essere pronti ad ogni evenienza e comportarci come se la campagna elettorale per le elezioni fosse già in corso”.
B. alimenta la fiamma del Pdl di lotta e agita lo spettro delle elezioni anticipate per salvare l’attuale bipolarismo, ma in realtà la sua strategia ha il fiato cortissimo. Anche perché il partito è spezzato in tre, se non più, tronconi. All’area filogovernativa di Alfano e Cicchitto si contrappongono gli ex an e in mezzo ci sono i centristi “in sonno” che immaginano già la Terza Repubblica e sono pronti a riposizionarsi altrove. Questo in un quadro di feroci scontri a livello locale per la nuova stagione dei congressi. Un Pdl lacerato e pronto a implodere. Reggerà allo stillicidio di un altro anno e mezzo di sostegno al governo Monti?
   La risposta corale è “No”. Molti aggiungono: “Andremo al voto anticipato, però non prima di sei mesi”. Altri esegeti del verbo berlusconiano, l’unico che ancora conta nel centrodestra, forniscono una versione che punta all’eterno conflitto d’interessi dell’ex premier, “garantito” da ministri di questo esecutivo.
Ecco perché “Monti si può permettere tutto e Berlusconi è impotente”.
Di debolezza in debolezza il rischio, per il Pdl, è che si arrivi davvero fino al 2013. Colpa anche dei “cattivi consiglieri del Cavaliere”. Non politici stavolta, ma esponenti della finanza come Nagel di Mediobanca e il banchiere Doris. Così uno dei paradossi provocati da questa impotenza è che si spera nel Pd per andare alle elezioni. Nella pancia del Pdl si parte dal presupposto che Bersani prima o poi cederà alla tentazione di vincere le elezioni come candidato-premier del centrosinistra.
   E L’INCIDENTE per rompere sarà la riforma del lavoro. Almeno questo è l’augurio che si fanno a vicenda, per rincuorarsi, i pasdaran del voto nel Pdl, che fanno affidamento anche su un’altra dichiarazione di ieri del Cavaliere: “C’è un nuova generazione, una nuova classe dirigente, guidata da Angelino Alfano. Io non li lascerò soli, resterò in campo per vincere le prossime elezioni e perché il governo dell’Italia sia ancora affidato dagli elettori a una forza di democrazia e di libertà qual è la nostra”.
   La verità è che dalla parte del Berlusconi anti-voto e dello stesso Alfano ci sono i sondaggi che danno perdenti il centrodestra. Le elezioni adesso garantirebbero solo gli attuali gruppi di potere del Pdl, anche in caso di sconfitta, ma allontanerebbero l’incubo di una scomposizione del quadro politico in senso neocentrista.
Ieri Monti ha smentito di essere candidato al Colle per la successione a Napolitano. Da settimane infatti circola la suggestione di un ticket Passera-Monti: il primo a Palazzo Chigi, il secondo al Quirinale.
Scenari per il momento, che però condizionano ogni mossa del presente. Un presente che vede B. prigioniero di Monti. Oppure “utile idiota” del governo tecnico. Glielo ha detto ieri l’ex alleato leghista Calderoli.

“NON FARÒ LO STRUZZO”




Le promesse di Monti sugli sprechi: nell’opinione pubblica c’è un allarme giustificato
di Stefano Feltri

Si informerà, assicura. Poi, forse, prenderà provvedimenti. Come fa sempre quando non ha una posizione già definita, il premier Mario Monti prende tempo, si riserva di approfondire. Anche quando l’argomento è già stato sviscerato dagli articoli di giornale.
Il tema è questo: si può tagliare finché si vuole la spesa pubblica e dare un’immagine di calvinista austerità, ma se la casta prospera come prima, il danno alla credibilità dell’Italia e del governo non è meno grave del segnale che arriva dallo spread.
“Ringrazio per la segnalazione perché ci sono motivi di grande allarme”, risponde così alla domanda del Fatto Quotidiano durante la conferenza stampa di fine anno di ieri pomeriggio.
La segnalazione è la seguente: soltanto nell’ultima settimana, come raccontato dal Fatto, almeno tre scandali denunciano come sprechi indifendibili stiano minando la credibilità di ogni proclama sui tagli di spesa.
Primo: i 14 assessori regionali del Lazio che, grazie a un blitz notturno, riusciranno ad andare in pensione a 55 anni, alla faccia dei normali lavoratori rassegnati ad aspettare i 67.
Secondo: i gruppi che gestiscono le lucrose slot machine di nuova generazione potrebbero avere nuove licenze gratuite, uno spreco di gettito analogo a quello (forse evitato) della gara per le frequenze tv.
Terzo: l’Agenzia del Territorio guidata da Gabriella Alemanno, un pezzo del ministero del Tesoro cui è affidata la cruciale riforma del Catasto voluta da Monti, rimborsa note spese tanto colossali quanto discutibili.
Il fattoquotidiano.it  pubblicherà online oggi pomeriggio tutte le carte, dove si scoprono spese poco giustificabili per un ramo della pubblica amministrazione che dovrebbe occuparsi di censire e tassare gli immobili e di combattere l’evasione fiscale.
Ci sono per esempio 21 mila euro di calendari per il 2012, 42 mila euro per sponsorizzare CortinaIncontra, la manifestazione dei coniugi Cisnetto, 984 euro di “pop corn e bibita” (in un giorno solo), migliaia di euro di gioielli (bracciali in pietre dure, gemelli d’argento, una sciarpa di seta con perle) per spese di rappresentanza.
   IN CONFERENZA stampa c’è tempo giusto per un esempio: l’Agenzia del Territorio, che risponde direttamente a Monti in quanto ministro del Tesoro, ha speso 3240 euro per “uova di struzzo decorate e personalizzate secondo vs indicazioni”, cioè con le mappe del Catasto, da regalare a Natale 2010.
Monti reagisce con una battuta: “Sono molto interessato a questa cosa delle uova di struzzo decorate, sulle quali porrò la mia attenzione. E credo che l’aspetto della decorazione non sia sostanziale. È il concetto di uova di struzzo che mi preoccupa, perché la politica di questo governo non è quella della struzzo”.
Sempre serio, precisa subito: “Scherzi a parte, ringrazio per la segnalazione, guarderò anche gli altri due casi segnalati. Ha ragione, mi sembra che siano motivi di grande allarme per l’opinione pubblica”.
Per la cronaca: l’Agenzia del territorio fa sapere che le uova servivano per attività di rappresentanza in Paesi come Cina e Russia cui l’Italia sta vendendo “ il proprio know-how sul Catasto”.
   Molte delle promesse iniziali del governo in materia di costi della politica sono state annacquate dai passaggi parlamentari, come l’abolizione delle Province (che per almeno un anno sopravviveranno tranquille) o il taglio degli stipendi dei parlamentari, rimandato a quando un’apposita commissione avrà calcolato le medie europee a cui uniformarsi.
Il termine previsto del 31 dicembre difficilmente sarà rispettato.
Ma il premier rivendica di essere riuscito a fare comunque qualcosa, tipo la rinuncia simbolica (ma anche concreta) allo stipendio da presidente del Consiglio: “Ci sono state varie manifestazioni di auto-contenimento non dovute e ho visto anche non apprezzate”.
Secondo punto a favore del premier, quello sulla comunicazione dei conflitti di interesse all’Antitrust (secondo la legge Frattini) che Monti aveva assicurato: “Il termine è quello dei 90 giorni previsto dalla legge, sarà rispettato”.

2012: la rivincita di Berlusconi





di Maurizio Viroli
   Nel 2012 Berlusconi tornerà probabilmente al potere come Primo ministro, o capo effettivo di un governo presieduto da uno dei suoi cortigiani.
Non fate gestacci, non imprecate, non svenite: le previsioni politiche sono sempre state e sempre saranno incerte e la mia è condizionata dal mio pessimismo. Ma in Italia i pessimisti hanno rare volte avuto torto, e le ragioni che sostengono la mia ipotesi sono, purtroppo, solide.
Consideriamo in primo luogo l’uomo. Silvio Berlusconi detesta perdere ed è convinto di essere molto più vulnerabile nei confronti dei maligni magistrati che da anni lo perseguitano, se non controlla il governo e il Parlamento. 
Un governo e un Parlamento a lui ostile potrebbero addirittura abrogare le leggi che lo proteggono e introdurne altre che lo porterebbero dritto agli arresti domiciliari, visto che per l’età non può andare in carcere. Logico che pensi a uno spettacolare ritorno, anche perché non c’è nulla (tranne forse i soldi e le grazie femminili) che ami più degli eventi spettacolari che lo vedono protagonista. Tutta la stampa mondiale ne parlerebbe; i suoi nemici sarebbero confusi e umiliati; i cortigiani traditori tornerebbero da lui supplichevoli, come resistere?
   IN SECONDO luogo, non dimentichiamo che Berlusconi non è stato sconfitto dal voto popolare o da un voto di sfiducia del Parlamento. Chi ha parlato di sconfitta di Berlusconi o di crollo di un regime ha esagerato. La sua è stata piuttosto una ritirata ben concepita e ben attuata al fine di evitare una disastrosa sconfitta e di prepararsi nel modo migliore a dare battaglia in condizioni più favorevoli per riguadagnare il terreno concesso agli avversari, e conquistarne dell’altro.
Di fronte all’imminente pericolo di una bancarotta dell’Italia che avrebbe travolto lui e i suoi servi senza possibilità di rivincita , Berlusconi ha scelto di compiere il tanto celebrato “passo indietro” o “passo di lato” per lasciare a Mario Monti l’onore e l’onere di imporre le misure impopolari necessarie per affrontare la crisi economica.
   La parola chiave per capire la vicenda politica italiana è “popolare”.
Quando Berlusconi percepirà che il governo Monti è sufficientemente impopolare, apparirà di nuovo sulla scena proclamandosi vero e unico rappresentate e difensore dei concreti interessi popolari offesi dai tecnici.
Il suo biglietto da visita saranno gli interessi immediati e il risentimento contro gli onesti intelligenti e privilegiati.
Alle prossime elezioni (nella primavera del 2012?) Berlusconi si presenterà inoltre come il redentore della democrazia Italiana. Ripeterà migliaia di volte che la maggioranza degli italiani aveva votato per lui affinché egli potesse governarli e che il Presidente della Repubblica, un ex comunista non eletto dal popolo, lo ha costretto a dimettersi; che ha lasciato Palazzo Chigi per senso di responsabilità verso il bene comune della patria anche a costo di sacrificare i propri interessi e il proprio potere; che ha deciso di ricandidarsi soltanto perché sente il dovere di intervenire per rimediare ai danni dei tecnici saputelli e sobri sostenuti dalla sinistra.
   Con una retorica politica di questo tipo Berlusconi ha già vinto in passato. Perché non dovrebbe vincere ancora? Gli italiani non sono cambiati dagli inizi di novembre ed è poco probabile che cambino modo di ragionare da oggi a marzo o aprile, quando, si dice, saranno chiamati alle urne.
Quali argomenti potrebbero opporgli i suoi avversari? La dissennata gestione dell’economia che ha portato ai limiti della bancarotta? Sanno tutti che gli elettori hanno memoria corta. Quando si voterà, gli italiani ricorderanno le dure misure di Monti, non la benevola comprensione di Berlusconi nei confronti dei privilegi, delle illegalità e della corruzione.
   La decisione – dettata dal più alto senso dello Stato e dal ragionevole timore di una bancarotta immediata – di chiamare Monti alla guida del governo anziché indire subito le elezioni è una tipica via di mezzo fra la resa e la lotta aperta. Ma le vie di mezzo, ammoniva Machiavelli, sono quasi sempre le peggiori. Le elezioni avrebbero permesso di additare Berlusconi e i suoi quali responsabili del disastro economico e di infliggergli una sconfitta dalla quale non si sarebbe più ripreso.
   UN GOVERNO nato dal tracollo elettorale di Berlusconi e dei suoi alleati avrebbe avuto molta maggiore autorevolezza, a confronto del governo Monti, per affrontare la crisi economica. Tanto più gravi sono i problemi da affrontare, tanto maggiore deve essere l’autorevolezza di chi governa. Volenti o nolenti, l’autorevolezza massima in una repubblica democratica è quella che viene dalle elezioni. Temo che non aver scelto le elezioni possa rivelarsi un regalo prezioso a Berlusconi. Se questo è il caso non mancherà di approfittarne, senza neppure ringraziare. Mi auguro, ripeto, di sbagliare, ma riflettere seriamente sul pericolo di un ritorno di Berlusconi servirà almeno da antidoto alle massicce dosi di ottimismo, buoni sentimenti, appelli alle risorse morali degli italiani, elogi alla ritrovata concordia e al più sereno clima politico che da settimane ci vengono propinati.
Chi ama davvero la patria guarda in faccia ai pericoli e prepara per tempo i rimedi.
Le facilonerie le lascia ai patrioti della domenica.