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mercoledì 29 dicembre 2010

Amoralità


Quando si sente parlare di “questione morale” bisognerebbe reagire come Goebbels al sentir nominare la parola “cultura”: metteva mano alla pistola. Intendo con ciò dire che non esiste una “questione morale” nell’Idv di Di Pietro? Intendo dire che non esiste una “questione morale” nella politica italiana? Intendo dire che non esiste una “questione morale” nell’etica pubblica o nella specifica deontologia di chi fa la mia professione, tra un Boffo e un altro, un Fini e un Belpietro, un Putin e un De Benedetti (cfr. lo speciale di ier l’altro allegato a “Repubblica”)?

No, naturalmente, giacché la questione è sotto gli occhi di tutti e solo tonnellate di ipocrisia impediscono di parlarne seriamente. Il punto è che quella che nel 1981, nell’intervista a Scalfari, un uomo e un politico irreprensibile come Enrico Berlinguer, segretario del più importante Partito Comunista dell’ occidente, definiva come “questione morale in politica
” abbinata al bisogno di “austerità nei consumi” è oggi diventata tutt’altra cosa. E facciamo torto anche alla memoria di quel Berlinguer mischiando rozzamente e ipocritamente le carte/parole. Non di questione morale (che richiama quindi il suo contrario nell’immoralità violante dei comportamenti, in politica come altrove) si deve parlare, ma di “questione amorale”: l’aggettivo dopo aver cambiato di segno si è autopolverizzato e quell’alfa iniziale ne fa fede in modo apparentemente irreversibile. Perché un conto è richiamare alla moralità considerandola violata, cosa ben diversa è farlo in assenza accettata di moralità, appunto nell’amoralità condivisa.

Riprendiamo da Di Pietro, il sondaggio di Micromega ecc. Di Pietro sarà pure “dialetto e castigo”, parlerà pure un italiano farcito come un panino ripieno di salumi diversi, ma fesso di sicuro non è. Anzi. Ed è ben consapevole del suo ruolo quando per esempio (ieri) rievocava la Costituzione violata a proposito della Fiat di Mirafiori e della Cgil messa all’angolo, creando i presupposti logici e politici per un fronte che invece il Pd esangue di Fassino non sa, non vuole, non può suffragare. Volete quindi che l’ex magistrato famoso nel mondo per Mani Pulite non sapesse perfettamente che per rientrare dal portone, dalla porta, dalla finestra o dall’oblò della politica del Palazzo che conta aveva bisogno di voti, da una decina d’anni a questa parte? E dove è andato a prendere voti il Tonino nazionale, nei conventi di clausura? E’ andato a sporcarsi le mani una volta pulite esattamente come gli altri, con i vari capobastone detentori da sempre di pacchetti di voti o di “ponti” elettoralistici con gruppi che questi voti collazionassero e/o rappresentassero.

Il punto è che battersi per la legalità in una politica consegnata all’illegalità e all’amoralità essendo obbligato (o dedito?) a usare gli stessi metodi crea un cortocircuito da paura, che anzi Di Pietro è riuscito a controllare in qualche modo fino ad ora. Ma lui sa benissimo come stanno le cose. Non potrà dirlo apertamente, ma che ci sia una “questione amorale” nel suo partito, in molti uomini del suo partito, nei comportamenti abituali della politica anche del suo partito, lo sa per forza fino al midollo. Ha dovuto servirsene per salire, ora gli stessi meccanismi premono per respingerlo in basso. Quindi niente ipocrisie: non si entra a Palazzo senza pagare certi prezzi. Altrimenti questo Palazzo lo si “assalta” (metafora!!!) dalla Piazza, sperando che il contagio e la commistione amorali accadano il più tardi possibile.

E’ il terreno prepolitico che è franato qui da noi, in tutti i campi, e quindi si arriva alla politica senza aver traversato alcun deserto e senza aver sofferto minimamente la sete. Sono persone vuote, prima che politici amorali, quelli che hanno appunto nebulizzato la morale in nome e per conto della (loro) Politica. Discorso analogo per la stampa, e la sua deriva. Non c’è deontologia senza etica dei doveri, nell’amoralità diffusa che avvolge sempre di più il Paese: il resto è fuffa, fuffa ipocrita al cubo.

Il Fatto Quotidiano, 29 dicembre 2010

mercoledì 1 dicembre 2010

GRANDISSIMO VECCHIO


di Oliviero Beha

Grande, grandissimo Mario: sei riuscito a cambiare di segno al suicidio, a trasformarlo semplicemente nel contrario della nascita, in un fine vita “naturalmente” simile, davvero simile all’ultima fermata di un viaggio dove tu e solo tu hai deciso di scendere. Detta ancora più brutalmente, hai “normalizzato” il suicidio, vocabolo altrimenti spaventoso che ti sconsacra a priori e del quale - come scriveva Wittgenstein - “se non se ne può parlare bisogna tacere”. E invece se ne parla eccome. Uno straordinario cavaliere del Novecento che decide lui quando e come smontare senza farsi disarcionare dalla vita, in un modo semplice e “cinico”, ma alla Diogene, quasi la vita fosse una botte e la semplicità la vita animalesca di un cane. Adesso si ritrovano tra le mani un suicidio cui non erano abituati, un suicidio pieno, una libertà assoluta, un film, l’ultimo ma non l’ultimo, girato soltanto da te e con mano ferma. Come diresti tu, “sono cazzi…!”. Nell’ultima telefonata, di qualche giorno fa, per invitarti a una trasmissione alla quale “avresti partecipato se solo me la sento, altrimenti vieni tu qui a casa”, avevamo parlato con lo stesso tono di voce di un libro sul consumismo delle prossime feste, “Babbo Natale è uno stronzo”, e della memoria delle stragi a partire da quella di Piazza Fontana. Si era affacciato sul filo, assieme alla depressione e alla convivenza ormai lunga con l’idea della morte, infittita dopo la scomparsa di un amico caro, di tumore, mesi fa (“ma sarà morto contento? bè, contento... sereno, almeno...”), quel singulto di indignazione che ultimamente sempre più spesso tiravi fuori nei confronti del Paese ridotto così e degli italiani mussoliniani, berlusconiani e pecoroni, anche quando erano antifascisti e antiberlusconiani. Tre anni fa l’intervista in cui sentenziavi “questa classe dirigente non potrebbe dirigere neppure un ufficio postale”, ripresa in giro per il mondo e da te ripetuta senza stancarti in privato e in pubblico (la manifestazione del Popolo Viola, in marzo, a Piazza del Popolo...), aveva come sturato quello che avevi sempre pensato, mostrato e dimostrato in tutti i tuoi film. Quella farsesca tragicommedia all’italiana in cui lenivi il sarcasmo con l’ironia e rendevi percepibile e popolare l’ironia con la spezia piccante del sarcasmo. Mi sono domandato spesso in questi anni perché i Grandi Vecchi nostrani quando volgono alla fine “non vuotano il sacco”, quasi dovessero portarsi nell’aldilà il bagaglio a mano della loro libertà, della loro autonomia critica, del loro coraggio intellettuale. Per farsene che, poi... Forse semplicemente non erano “Grandi Vecchi” e recitavano una parte. Ebbene, tu no, Mario, non ne hai mai fatto questione di età. Sei sempre stato quello che eri, fossi pure Mario Monicelli, e solo a non voler capire o a voler capire altro ti si dava del cinico nel modo becero/calcistico di oggi, o del cattivo quando la tua frugalità nel vivere, nel mangiare, nel guardare in faccia persone e cose era una patente di naturalezza. E non nasciamo naturalmente cattivi, non è vero? Trattavi Sartre come il “pittore” che ti affrescava casa, sapendo però fino al midollo la differenza tra i due. Non avevi timore né della vita né della morte. Ti divertivi girando, e l’impatto spiccio con quello che ti capitava a tiro ti ha preservato da involuzioni e volute di fumo. Sei stato materialissimo e immateriale. Un Maestro, dicono, in chiave cinematografica. Un Maestro che insegnava ciò che non sapeva, ma ciò che sentiva, dico io, quindi un Maestro vero. Questa verità ti sei portato dietro, assieme a una leggerezza rara. Gli equivoci ai posteri, e ai postumi, come sempre. Grazie, Mario.

giovedì 11 novembre 2010

Senza strategia


OLIVIERO BEHA

In pieno e quivi dichiarato conflitto di interessi (da chi avrò preso i cattivi esempi invece dei buoni consigli?), guardavo lunedì mattina sulla benemerita Rai Tre “Agorà” di Vianello che intervistava il giovane sindaco di Firenze, Matteo Renzi, il “rottamatore”. E pensavo: certo, nuove leve ci vogliono, ma oltre all’ambizione personale ovviamente più che legittima che ha in testa quel giovane che anni fa piacque tanto a Berlusconi? Lunedì sera invece, e sempre su Rai Tre, guardavo Fazio, Saviano e Benigni tra il serio e il faceto su questo Paese a rotoli. Ridevo per Berlusconi e Ruby, Bossi e il cespuglio eccetera, assentivo ad Abbado contro i tagli alla cultura rispettando moltissimo Saviano, apprezzavo il modo di parlare di “cose serie” in prima serata certo che tra il lusco e il brusco grazie anche a un adeguato battage da vigilia santoriana il pubblico avrebbe partecipato. Come in forze ha fatto, i numeri sono numeri. Eppure c’era un gusto amaro d’angostura in tutto ciò. Che cos’era ? Possibile che non spartissi con gli eroi della resistenza contemporanea, in tv, sui giornali, in piazza, questa esultanza da fine regime appena un poco tragicomica, possibile che non vivessi pienamente la soddisfazione della barricata alla Balilla genovese? Allora ero proprio io l’atrabiliare da rottamare… Ieri però mi è venuto in aiuto il Presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi, tanto spesso rimpianto in questo quadriennio a torto o ragione, in confronto o in assoluto. L’ex governatore della Banca d’Italia, quindi non esattamente un’anima bella ignara di come va il mondo, ha detto tra l’altro in un’intervista a Radio 24: “…La stagione di Berlusconi non è finita perché ancora non ha preso prevalenza il riferimento fondamentale ai valori e alle istituzioni…”. E ha spiegato che “non è questione di alcuni singoli atti, ma di forma mentis che ancora non è tornata ad essere quella della classe politica…”. Per concludere che il cambiamento avverrà quando “avremo la capacità, la forza e il coraggio di guardare dentro noi stessi e riconoscere le pecche che attualmente abbiamo e cercare la forza per uscire dalla deriva in cui stiamo navigando”.

A parte la valutazione della classe politica precedente, di cui comunque quella attuale intesa come classe dirigente complessiva è insieme figlia e brutta copia, sulla quale francamente non me la sento di dar ragione a Ciampi (e il debito pubblico? è di oggi?), per il resto sono totalmente d’accordo. Hai voglia a colpi di Renzi, Benigni, Saviano e Vendola, qui il buco è sempre più grosso, è una voragine, un baratro. E’ anche vero che lamentarsi di tutti e sperare nella lampada di Aladino, in una bella strofinata per una nuova, improvvisa classe dirigente che rinobiliti la politica e l’economia, la destra e la sinistra, un civismo mai nato e una responsabilità polverizzata ecc., non porta a nulla. Ecco quindi la mia modesta, infinitesimale proposta: giudichiamo coloro che vogliono cambiare le cose e che tatticamente si stanno dimenando per farlo agli sgoccioli di un Sovrano sempre più nudo (hai capito che roba, Andersen contro il Caimano…), anche e sopratutto sul piano della strategia. Ma sì, tatticamente qualcuno più in gamba, più furbetto, più adatto alla bisogna, più “contemporaneo” si trova pure, e ne discutono tutti i giorni tutti i giornali, compreso questo. Ma ci fosse uno straccio di politico o sedicente tale che abbinasse alla tattica per domani la strategia per dopodomani… Ci fosse uno che ci dicesse quale futuro ha in testa per questo Paese, così da muovere l’anima di un popolo ormai “scaciottato” da uno stile di vita senza stile e con poca vita, adesso che per molti anche quello che la sostituiva, cioè il tenore di vita, sta scemando. Forza con la strategia, vediamo chi tesse più tela. Oppure anche per questo bisogna domandare a Benigni?

giovedì 29 luglio 2010

E adesso, pover’uomo?


di Oliviero Beha

Il titolo cubitale di un quotidiano recita così: “Bersani: no al governissimo. Casini: serve un nuovo partito”. Potrebbe essere di oggi, o di ieri, e invece è già dell’11 maggio scorso. Non c’è niente di meglio che raccogliere e giustapporre le notizie ordinandole nel tempo per pesarne la consistenza. Ebbene, confrontiamole con quelle più fresche, del “processo/espulsione” comminata dal Pdl al finiano Granata intervenuto sullo scandalo nello scandalo della P3, della richiesta di sfiducia al governo di Di Pietro passando per Fini, dei vari segnali da “25 luglio 1943” del ventennio mussoliniano variamente commentati. Per arrivare all’opposizione coagulata intorno al Vendola sì-Vendola no in funzione di prossime primarie per prossime elezioni. Il titolo dell’inizio, uscito ben prima di tutto il caravanserraglio della legge sulle intercettazioni e poi del magma già noto ma ora scoperchiato di Cosentino e soci, è perfetto per ricordarci che già ai primi di maggio, un mese dopo le elezioni regionali, le fibrillazioni delle coalizioni erano altissime, sia pure con moduli differenti.

Sul piano inclinato lungo l’asse del quale sta rotolando da un pezzo l’intiero Paese, già precipitava la situazione. Solo che allora sembrava più un “ballon d’essay” scaramantico lanciato per aria contro il timore di un Berlusconi imperituro, che non un vero segnale di cambiamento. In sedici anni del resto il Cavaliere Inarrestabile è stato appunto inarrestabile (perché improcessabile e non frenabile) così da ingenerare l’idea che fosse inconcepibile un’Italia senza di lui e le falangi di suoi votanti. Ma l’opposizione è sempre parsa averne bisogno, a mo’ di squash, come fosse un documento di identità al contrario che ne attestava l’esistenza: ci siamo perché non possiamo permettere a Berlusconi... e bla, bla, bla... Eppure le undici settimane trascorse da quel titolo ci dicono anche dell’accelerazione che ha preso lo stato delle cose, questa impervia realtà prima palla di disagio e poi slavina e valanga che sta arrivando a valle (della politica) mentre il Paese assiste stremato alla “battaglia per la libertà” afferrando solo in parte il nocciolo della questione. Che in soldoni è: che fare se Berlusconi non regge più? Che fare se resiste in qualche modo al governo giusto per far passare un altro paio di leggi di comodo?

Che fare se si va alle elezioni anticipate e magari le rivince essendo esse per ora l’unica disciplina sportiva in cui eccelle?

Che fare se perde le elezioni, e casomai da chi, a quali prezzi, per fare che di quel Paese stremato che non rifiorirà di botto solo perché Berlusconi sarà stato disarcionato da un cavallo che – magari si scoprirà immediatamente dopo – non era neppure suo e non era neppure del suo stalliere di fiducia (in arte detto “l’eroe”)?

Una serie di domande che compongono la questione del “dopo” e a cui un tentativo di risposta andrebbe fornito, giacché siamo già comunque a un dopo anche con “questo” Berlusconi. Da troppi anni considerato il primo dei pupari e adesso invece a rischio “pupo” con i fili tirati da altri: che cos’è infatti il cespuglio di rami e rametti del passato mafioso e/o massonico emergente se non il richiamo chiarissimo all’ordine e l’avvertenza di fine corsa? Certo, è necessario distinguere la tempistica di tutto ciò, e per questo partivo dai due mesi e mezzo intercorsi da quel titolo su Bersani e Casini: un conto è se frana a breve, un conto è se si trascina ancora per un inverno, anche solo perché né i pupari né gli elettori sanno davvero bene chi mettere o immaginare al suo posto. C’è persino l’ipotesi fondata che il Cavaliere Inarrestabile, Caimano ormai più spesso sulla riva in compagnia di altre specie animali, riesca ancora a immergersi nella palude solo perché i suoi cacciatori possano da sinistra segnalarne la presenza e il pericolo, naturalmente guardandosi bene dal bonificare quello stesso pantano in cui sguazza sempre più a fatica. Insomma, una sorta di inconfessato e inconfessabile “meno male che Silvio c’è” ma pensato dalla sinistra, mischiato al “ghe pensi mi” autarchico e sbrindellato nella fanghiglia indistinta. Il tutto pone comunque il problema delle due velocità: questo Paese non si salverà senza una toppa di emergenza quando il buco si rivelerà assai più esteso e profondo, in senso economico, politico, sociale ma tutt’insieme culturale. Ma non si salverà neppure – e la storia degli ultimi vent’anni lo ha dimostrato a sufficienza – se si penserà solo al buco, e non a una ricostruzione dalle fondamenta, dal senso della legalità e dall’etica del singolo e della collettività, di sinistra, di destra e di centro.

Quindi dalla qualità delle persone. La correità e la corresponsabilità dell’intiera classe dirigente nazionale in questo sfacelo può essere misurata sulle due velocità, cioè sulla toppa e sulla ricostruzione, sull’emergenza terremoto e sui criteri antisismici per ritirare su le case, sulla difesa a spada tratta della costituzione ad horas, a partire da quella libertà intaccata dal “bavaglio”, ma non senza la rivitalizzazione dei vari capitoli della Costituzione stessa, violata da tutti e quotidianamente. Dico da tutti i partiti, ma anche da tutti i cittadini che la ignorano o la piegano all’interesse del momento. Una difesa immediata oggi senza un programma di difesa per domani certo è indispensabile e necessaria, ma non sufficiente. Il punto è che mentre per la “toppa”, cioè per il primo stadio, per la prima velocità, si affollano in tanti, da Tremonti a Bossi, da Vendola a Di Pietro passando per Casini, Montezemolo, Della Valle e la solita compagnia dei furbetti del salotti-no, per un’idea di Italia diversa il materiale umano scarseggia: chi ha la faccia per parlare agli italiani dell’Italia del domani? Chi non è compromesso, chi non è corrotto in senso letterale o figurato? In nome di che cosa può prefigurare un futuro per il Paese e non soltanto per i “suoi”?

La mia proposta nel “dopo” che è già qui, introdotto da quel “E adesso pover’uomo” in stile Hans Fallada, è dunque che non si permetta di porre la toppa a nessuno che non sia in grado anche di costruire un Paese differente, rifondato su valori inconciliabili con l’unico valore dominante, il denaro. Se non siete capaci di pensare il futuro, perché dovrei fidarmi e mettervi in mano il presente dopo quello che avete fatto (o non fatto) nel passato? Specie ora che l’alibi del Caimano sta irresistibilmente evaporando...

mercoledì 10 febbraio 2010

TONINO E LE SUE CONTRADDIZIONI


di Oliviero Beha

Ho sempre distinto negli anni tra le posizioni e i comportamenti di Antonio Di Pietro. Riassumendo in un’immagine da bar, il leader acclamato dal suo congresso ha comunque difeso politicamente da sempre il codice della strada da chi vuole abolirlo anche se ahilui personalmente ogni tanto è stato beccato a passare con il rosso. Che non è il massimo, per un difensore di quel medesimo codice, pur restando imparagonabile con chi al codice darebbe spicciamente fuoco per comodità. Ma stavolta non si tratta di semafori, né di codici. Oppure si tratta di codici addirittura più importanti, metapolitici per così dire, antropologici, culturali (so che l’aggettivo giustapposto al Nostro fa sorridere, ma la cultura cui mi riferisco qui non dipende necessariamente da Kant e a volte può persino storpiare un congiuntivo). E quindi temo proprio di non aver capito, oppure – il che sarebbe peggio – di aver capito troppo bene.

Non ho capito la “svolta di Salerno”, anche se sottoscrivo quello che ho trovato ieri qui a firma del direttore sulla “sterile protesta” condannata dal tribuno dalla tribuna dell’Italia dei Valori. Non ho capito come il paladino della legalità-codice della strada abbia trasformato il congresso in uno show-room per auto usate, anche se Marco Travaglio ha fornito sempre qui e sempre ieri, una schedina inconfutabile sul “compagno” merendiere Enzo De Luca, e sui suoi “meriti” incompresi di rinviato a giudizio plurimo che lo rendono un candidato perfetto del Pd per le regionali in Campania. E non ho neppure ben capito le spiegazioni-giustificazioni di Di Pietro e company, eccettuato De Magistris, nel congresso acclamante anche se da almeno tre giorni i media ne parlano. Ma come ne parlano? Esattamente nella logica della politica politicante ed esercente che ha fottuto il presente e sta fottendo il futuro di questo paese cui Di Pietro pareva voler porre argine sia pure (come detto) contraddittorio.

Vediamo di che si tratta, in una visione del tutto personale che in questa fattispecie se ne frega di giustizialismi e di realismi di governo e di opposizione.

Intanto “sterile protesta” è offensivo. E’ offensivo per tutti coloro i quali confidando in Di Pietro oppure anche solo votandolo per “legittima difesa” sono scesi in piazza o in cortile testimoniando in suo favore.

“Sterile” perché non porta abbastanza voti per battere Berlusconi nelle urne?

Sterile perché ha bisogno di sommarsi ai voti del Pd?

Sterile perché dà troppo poco potere o si ha troppa poca fiducia nel resistere all’opposizione senza cedere a compromessi troppo vistosi?

Meglio quindi un Compromesso Politico maiuscolo che tante trattative minuscole?

Forse: ma tutto ciò avrebbe un senso se parlando di Berlusconi lo si intendesse solo come avversario politico, come “dittatorello”, come portatore di regime, come spavento illibertario. Ma se invece quello che teme una parte non irrisoria di paese è quella maledizione del berlusconismo come stile di vita, come mancanza di valori, come indifferenza alla trasmissione di sapere e saperi, come totale disprezzo della democrazia (se non elettoralistica: e dunque Tonino si adegua?) e della sua Carta fondante ecc., allora Di Pietro ha sbagliato indirizzo.

Offre “semplicemente” a cassetta con Bersani sulla diligenza dell’opposizione un’alternativa a base di dipietrismo che rischia di svuotarsi di contenuti. Così Di Pietro non sembra mutare di segno le voragini antropo-culturali di quest’Italia rivolta all’indietro, ma solo giocare una partita di ping-pong presumibilmente in perdita e comunque con palline sgonfie (cfr. De Luca). Non basta stigmatizzare la protesta come “sterile” ed enfatizzare l’opposizione rinforzata ma solo numericamente e nominalmente. Forse sarebbe il caso di dare un’occhiata ai contenuti, e di “tornare a scuola”, se non è troppo tardi. Ah, intendevo a “Scuola Guida”, naturalmente…

mercoledì 27 gennaio 2010

IL DIAVOLO E IL DETTAGLIO


di Oliviero Beha


Si dice che il Diavolo si nasconda nei dettagli. In questo paese è ormai il contrario. È un paese di diavoli e diavoletti in scala, che si nascondono in un dettaglio specifico, quello della lingua che parlano. Partiamo da quest’ultima. Una settimana fa Berlusconi (Diavolone) va a L’Aquila e il “Corriere della Sera” di De Bortoli (Diavoletto) racconta con chiarezza i particolari della sua visita. Compreso l’episodio di un gruppo di giovani che mostrano con giustificato orgoglio al premier la maglietta bianca con la scritta “L’Aquila per Berlusconi”. Solo che uno di loro (diavoluncolo) tra virgolette corrieresche chiosa: “Grazie presidente per averci garantito un terremoto di lusso”. Fine. Nessun commento del giornale, nessuno strascico, tutto normale.
Un terremoto di lusso? Ma sono tutti impazziti? Che lingua parlano, che lingua riportano e soprattutto in che lingua pensano quel ragazzo e chi ne dà conto professionalmente?
Qualche giorno dopo, venerdì scorso, abbuffata di immagini e didascalie sui telegiornali per la tragedia incontenibile di Haiti e l’arrivo di Bertolaso (Diavolo), Nostro Signore della Protezione. Un collega (Diavolino) alla domanda da studio para-bertolasica “ma c’è una buona notizia, vero, una donna sopravvissuta?” risponde testualmente: “Sì, una donna di 69 anni è stata trovata viva, ma le sue condizioni non sono eccellenti…”. Pausa breve. “I medici dicono che le speranze di sopravvivenza sono appese a un filo”. Le condizioni non sono eccellenti? A no? È moribonda, “quindi” anch’io penso che le condizioni non fossero eccellenti.
Di nuovo, ma che lingua pensano e parlano per dire cose del genere? E tanto per rimanere a Bertolaso, viene preso a male parole un po’ da tutti per le accuse agli Usa di non aver saputo coordinare i soccorsi e di essere lì più per mettersi in posa davanti a una telecamera che altro. Si risente la Clinton (Diavolastra) che lo tratta da giornalista sportivo (“chiacchiere da bar”) e dietro Hillary tutti gli altri in casa nostra, Pdl compreso. Pensare che Sarkozy (Diavolo) aveva detto qualcosa di analogo, eppure era passato in cavalleria. Quindi forse tutti i torti Nostro Signore delle Macerie non li avrebbe.
Dov’è che casca il Bertolaso? Nel fare raffronti mediatici. Gli americani in posa per la tv? A sì? E il terremoto de L’Aquila in diretta a “Porta a Porta” con Berlusconi ad abbracciare vecchiette meglio se di profilo per le telecamere promettendo loro “dentiere nuove”? Ne vogliamo parlare? Forse era l’ultimo paragone che doveva venire in mente a Bertolaso, oppure semplicemente Freud (Angelo) gli ha scompigliato i pensieri.
Infine Flavio Delbono (Diavolaccio), oggi sindaco dimissionario di Bologna, tre giorni fa era con ogni evidenza su tutti i giornali, radio e telegiornali, Internet e isole comprese, a dichiarare “non mi dimetto perché non sono ricattabile”. Solo questo il motivo? Non sei ricattabile? Che vuol dire nella tua lingua “ricattabile”? È un aggettivo che sostituisce tutto il resto, la morale, l’etica, la politica? È un modo per rovesciare come un clessidrone Giuliano Ferrara (Diavolissimo) che anni fa compuntamente affermò che “in Italia se non sei ricattabile non puoi fare politica”? È una semplice distorsione mentale, per una china che questo paese sta percorrendo fino in fondo? Lo so, questo ciclopico dettaglio, davvero un palo nell’occhio unico di Polifemo, questo Stato diseredato, insensato e irrispettato della lingua che parliamo e che pensiamo sembra nulla in confronto a quello che combina Berlusconi per salvarsi la ghirba stritolando il Legislativo dal pulpito dell’Esecutivo per mettere la mordacchia al Giudiziario. Nulla in confronto a “Zelig” (ma non il personaggio bensì il programma comico…) D’Alema (Fra’ Diavolo) nuovo presidente del Copasir un momento dopo la disfatta delle Puglie, a paragone della quale per i romani contro Annibale, Canne era stato un pareggio… Ma a pensarci un pochino è questo dettaglio a tenere insieme i Diavoli e a impedirci di esorcizzarli una buona volta. Perché in fondo ormai parliamo quasi tutti anche noi la loro lingua e finiremo per pensarla con loro, come loro, se non ci affretteremo a rovesciare la situazione. A partire dalla lingua, appunto.

martedì 5 gennaio 2010

COPPI, STILE E MEMORIA


A cinquant’anni dalla scomparsa, ritratto del campionissimo simbolo dell’Italia che risaliva
di Olivero Beha


Non era domenica, era soltanto un maledetto sabato di cinquant’anni fa quando se ne andava nel mito e nella malaria in un ospedale di Tortona Fausto Coppi, il principe dei superlativi. Su di lui è stato scritto tanto, ma mai abbastanza. Perché non è sufficiente trattarlo da insuperabile del pedale, da trasgressore del costume di quegli anni per la sua relazione con la “dama bianca” che oggi sarebbe incomprensibilmente banale per un giovane del nuovo millennio, da eponimo dei suivers, degli sportivi italiani e planetari.
Coppi è stato comunque “altro” e sempre altro da altro.
È stato la memoria del singolo e della collettività che usciva stremata dal dopoguerra, è stato sul manubrio un fenomeno della Ricostruzione, è stato l’Italia che vinceva in uno sport atrocemente duro, terragno, ma anche alato e pieno di sogni e di miraggi, è stato lo stile fatto persona che rimandava al cavaliere errante dei secoli andati, è stato un campione meta-sportivo in tutte le sue manifestazioni, e in tutti i ricordi delle sue manifestazioni. Come se trasmettesse un’idea di nobiltà sudata e storica che faceva da piattaforma a una generazione intiera in cerca di riferimenti.
Il destino l’aveva scolpito in un certo modo, dal naso leggendario alla figura esile, dallo sforzo contenuto all’entusiasmo sempre rappreso, dall’enigma del suo inarrivabile talento alla controprova della sua esilità così fragile e resistente di stamina.
Il “meglio morire con la testa bionda” del poeta, per cui rimani caro agli Dei se ti rapiscono giovane nell’alone del ricordo, si trasferisce ai quarant’anni di Coppi e alla sua leggenda che non lo prevede vecchio e ingrassato ma sempre uguale a se stesso, a quell’airone-uomo che spinge sui pedali sempre e comunque nella compostezza dello stile.
Lo stile, lo stile di Fausto, lo stile di vita di Fausto, e la classe di Gino che gli era stato offerto come contraltare perché non rimanesse troppo solo nell’immaginario della bicicletta. Ma Bartali aveva attraversato più epoche, con la guerra a tagliargli le gambe e i traguardi, e la sua storia è quella di un altro campione meraviglioso ma diversissimo, di cui si ricorda la bici, la toscanaggine e l’attentato a Togliatti per avere dei riferimenti nitidi e precisi.
Coppi è altra cosa, di nuovo altro da altro.
Basta dire Coppi, l’uomo solo al comando, e non conta tanto dove, come, davanti a chi, quando, queste sono perifrasi giornalistiche che si sublimano fondendosi nell’emotività legata alla memoria e allo stile, una memoria dello stile e insieme uno stile della memoria, oltre il ciclismo, per una di quelle rare figure che rompono gli steccati e riassumono uno spirito del tempo, nel caso di quell’Italia di metà Novecento.
Coppi in realtà viene ricordato non negli anniversari ma tutto l’anno se il pensiero corre a quell’Italia, a quella storia di uno e di tutti, alla bicicletta che resta un oggetto di culto dello sport e del cinema in un neorealismo che tingeva di sé tutto quanto. Di questa memoria condivisa ci sarebbe bisogno e il presidente Giorgio Napolitano in questa fine d’anno avrebbe fatto Bingo politicamente e culturalmente parlando di Coppi invece che delle solite, magari giuste, certo straprevedibili cose.
Da quel maledetto sabato a ogni domenica, in questo caso ancora senza campionato se non quello in buona parte parolaio del calciomercato invernale. Un mese di campagna che per lo più finirà nelle bolle di sapone gigantesche di un artista vietnamita in questi giorni a Roma, uno che in una bolla ci fa entrare un elefante… Dalle mitologie coppiane alle bolle calcistiche e non solo, la strada è improvvisamente breve: per i tifosi i nomi sui giornali riempiono la fantasia, a spese delle banali e razionali considerazioni che il calcio e una squadra di calcio sono entità insieme lineari e complessissime. Per intenderci, il modo in cui un centravanti di valore rubato al basket come Luca Toni riuscirà nella Roma dipenderà da molti fattori, di cui forse l’aspetto tecnico non è davvero il più importante. Nell’alchimia dei rapporti, l’insieme di un gruppo è un organismo vivente, una sorta di plancton pallonaro che dipende da elementi prevedibili e imprevedibili. Voglio dire che non c’è solo “la palla rotonda che può prendere il palo oppure no”, c’è anche un’organizzazione societaria, tecnica, medica che fa delle squadre un insieme che funziona oppure no. Non sono album di figurine, anche se spesso vengono mediaticamente o societariamente spacciate come tali. Penso ad esempio che sarà più difficile immettere un altro straniero come il macedone Pandev nell’Inter pigliatutto (che se non vince la Champions rischia di diventare “piglia-niente” anche con l’ennesimo scudetto), e peggio mi sentirei con altri innesti. Come sembra incredibile che alla Juventus giochino quotidianamente al toto-allenatore. Peggio non potrebbero fare. Meglio il Milan, allora, anche se bascula tra una quadratura tecnica sofisticata e il rischio di un bluff atletico se improvvisamente chi corre smettesse di correre. Ma almeno Beckham l’hanno sperimentato, e non mi stupirei se lui e Huntelaar o Borriello reggessero un bel po’ lì davanti. Quanto al discorso che facevo sulla memoria e sullo stile a proposito del marziano umanissimo Fausto (non gli avranno messo nome Fausto a Bertinotti per Coppi?), calza a puntino per la Fiorentina dei Della Valle bros e di Pantaleo Corvino. Sia pure con una sessione di ritardo, risparmiando certo denari ma perdendo punti preziosi, la Fiorentina ha acquistato un ottimo difensore, Felipe. Era una questione di soldi e di tecnica, la memoria non c’entra e lo stile neppure, o quasi. Memoria e stile entrano invece in gioco per Adrian Mutu. Se il giocatore volesse chiudere la carriera a Firenze, come è possibile che il club non tenga conto che questa Fiorentina, nata dalle ceneri della precedente via Florentia, non ha radici? Non ce n’è uno di prima in società, l’unico che ha creato continuità vera è Prandelli: il resto è un vendi e compra, per carità legittimo ma che nulla ha a che vedere con l’alone anche solo periferica-mente mitico od onirico del calcio. Che prevede un’appartenenza, un’identità, una bandiera anche se sempre più abbrunata. Mutu potrebbe esserlo, è un “fenomeno” rinato a Firenze, che potrebbe far da chioccia ad altri pulcini, potrebbe addirittura finire la carriera in un altro ruolo, da regista di centrocampo. E invece il conto si fa su quanto si realizza vendendolo ora oppure in estate. Mamma mia, che brutto calcio in generale, e che peccato per l’esalazione della memoria e l’arrugginimento dello stile. Ci vorrebbe un arrotino…

martedì 15 dicembre 2009

TRA MANDANTI E SICARI


di Oliviero Beha


Da ieri sono o sarei un “mandante morale” del lanciatore poco devoto di souvenir della Madonnina contro il premier. Me lo ha detto con la consueta finezza il condirettore de Il Giornale a Omnibus, su La7, ieri mattina. La cosa avrebbe poco interesse, anche perché gli ho risposto sul momento, se il ragionamento non portasse altrove.
La questione dei “mandanti” cui solo una commovente prudenza giornalistica abbina l’aggettivo “morali” (ma allora non è meglio “immorali”, accusa proveniente da chi è invece “amorale” per professione?), porta direttamente alla libertà di opinione e di espressione, al concetto di democrazia e alla sua messa in pratica, alla strumentalizzazione di ogni idea, fatto, notizia.
Il risultato è due fazioni in lotta disonestamente equiparabili, in una sorta di “tutti contro tutti” spacciato per un “tutti contro uno”, naturalmente il Cavaliere ferito. Non basta dargli come è ovvio la propria solidarietà, corredata da una condanna di questa complessiva corsa alla barbarie e da una obiezione di coscienza nei confronti di Di Pietro, che ha sbagliato tempi e associazioni di idee a caldo, a presidente sanguinante sul predellino.
Se tu dici che è un precipizio al quale Berlusconi ha pesantemente contribuito in una rissa continua mediaticamente spinta all’estremo, per i suoi interessi elettoralistici e personali, sei un “mandante”. Se chiedi che si faccia processare sperando italianamente in una sua assoluzione per l’immagine di tutti, sei un mandante.
Se ricordi che non c’è assoluzione senza processo, sei un mandante.
Se ricordi che cinque anni fa il tizio del treppiedi a Piazza Navona non venne collegato al “clima di odio”, eppure quell’episodio ci fu, e non venne preso sul serio (come non sarebbe stato preso sul serio il tizio di domenica se avesse colpito qualcun altro), sei un mandante.
Se cogli questo brutto episodio come occasione non per una sgradevole pubblicità martirologica bensì per una rivisitazione di una democrazia svuotata o svanita o svenuta, per responsabilità non solo di Silvio ma sostanzialmente di tutta la classe politica, sei un mandante o in questo caso almeno un “mandantino”, dal momento che non è contemplato uno che non se la prenda solo con Berlusconi ma culturalmente e antropologicamente con un’intiera classe dirigente.
Se poi il Sallusti del caso non capisce o non vuol capire, ti attribuisce un secondo dopo cose che non hai detto e magari neppure pensato un secondo prima. Morale, diffidate dei “mandanti” ma guardatevi intanto dai “sicari”.

mercoledì 2 dicembre 2009

FINALE DA CAIMANO


di Oliviero Beha

Non so voi, ma, in particolare da qualche settimana, mi trovo come avvolto in una nuvola nera. Per capirci, da quando dopo il lodo Alfano bocciato, il “processo breve” in agguato, i tentativi di Berlusconi di non “subire” il processo/i processi a qualunque costo, le rivelazioni dei pentiti che ci riportano alle stragi di inizio anni Novanta, mi sembra di star dentro al finale del film di Nanni Moretti. All’epoca mi sembrava un finale forzato anche se simbolico e quindi metasignificativo, una specie di post scriptum appiccicato. “Il Caimano” che viene portato via mentre il tribunale brucia… Adesso mi sento in quella scena, con i brividi. Eppure devo ammettere che malgrado tutto Berlusconi è quello che mi stupisce di meno. E’ un Caimano lineare, previsto, se non altro da Moretti (ma non solo). Si affida a una stagione di Eros e Thanatos che teme ultima, o penultima, e combatte con qualunque mezzo la sua battaglia per la sopravvivenza politica ed economica senza più cura alcuna dell’immagine cui una volta teneva. Non era il sovrano della comunicazione di fronte ai “mortadellari”? Adesso il premier non ha più immagine, né il Re Sole di Arcore più ombra: coincide ormai solo con la sua fisicità dichiarata continuamente in pericolo, e solo le sue parole in codice (mafioso? Ah, saperlo…) si distinguono e colpiscono nell’abituale flusso indistinto di affermazioni e smentite senza più peso. No, benché sia al momento in testa al gruppo, non è Berlusconi a colpirmi. E’ piuttosto la scena corale del film di Moretti che mi tramortisce, in questa nuvola nera che ci fa tossire e ci impedisce di vedere, che non chiamo virus per non confonderla con quello “impreciso” dei vaccini anti H1N1. E qui, vaccini ancora meno... Per rendere l’idea devo andare indietro nel tempo, precisamente nel 2001, nell’epoca in cui germogliarono i primi moti di protesta girotondini purtroppo poi potati da troppi giardinieri di professione o sfioriti intrinsecamente.
Èil 22 agosto quando il ministro per le Infrastrutture e i Trasporti del neonato Berlusconi bis, Pietro Lunardi, dice le cose chiare: “Bisogna convivere con mafia e camorra”, in una specie di ineluttabilità che si vorrebbe indiscutibile. Realismo politico o conoscenza di alcune radici? Fatto sta che immediatamente nello scalpore generale risponde Luciano Violante, capogruppo diessino alla Camera: “Un ministro che dice queste cose non può restare al suo posto”, e ne chiede le dimissioni. Parrebbe una reazione “normale” nei confronti di un ministro “anormale”. Pareva. Oggi le cose si sono rovesciate: distinguo nella nuvola nera cresciuta a dismisura in questi otto anni un Violante che ripetutamente in tv chiede uno “scudo” costituzionale per Berlusconi, così da riempire il fossato tra democrazia e legalità. Non basta. Mentre tutt’intorno il Pd, erede quasi alla lettera dei Ds di allora, gli fa eco, insiste: una decisione politica che permetta a Berlusconi di evitare il processo sarebbe “la prevalenza del principio democratico sul principio di legalità”. Trasecolo: è vero che quando sembrava possibile una sua candidatura al Colle Violante era parso disponibile nei suoi dialoghi con la controparte (?) di destra a far passare anche Hitler per un simpatico imbianchino, ma pensavo che a tutto ci fosse un limite. Che la Costituzione, sconosciuta, ostica o ritardante per i senza memoria che si affollano in Parlamento o al governo, restasse un baluardo quasi esistenziale e non soltanto politico o intellettuale per uno come lui o per quelli come lui. La Costituzione è opera anche di Togliatti, se non erro. Mi sbagliavo, immerso come sono nella tossicità di questa nuvola nera che non fa respirare e ingoia tutto. Si rivedano in quella scena finale de “Il Caimano”, e rabbrividiranno.