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lunedì 23 marzo 2009

Le banche tra bond e dispetti


21/3/2009
PAOLO CIRINO POMICINO

Il rischio maggiore in una crisi economica e finanziaria di così vasta portata come quella che stiamo vivendo è la mancata collaborazione tra le istituzioni. Ed è quello che purtroppo sta avvenendo in Italia. Andiamo con ordine. L’obiettivo di ricapitalizzare le banche per evitare crisi di liquidità e restrizioni del credito è possibile raggiungerlo in mille modi diversi, ma sarà difficile farlo con i bond sottoscritti dal governo (i cosiddetti Tremonti-bond) il cui costo per le banche parte dall’8,5% e arriva in qualche caso fino al 15% annuo. A quali tassi le banche dovrebbero poi finanziare le imprese visto che il costo dell’approvvigionamento è quasi da usura? Forse sarebbe meglio che le obbligazioni emesse dalle banche con una cedola intorno al 5-6% venissero offerte al mercato limitando l’intervento dello Stato alla garanzia del capitale investito per questa speciale sottoscrizione di obbligazioni che concorrerebbero, per la loro specificità, ad aumentare la patrimonializzazione degli istituti di credito (il famoso core tier 1).

Lo Stato risparmierebbe, le banche pagherebbero meno la raccolta di nuove risorse, i risparmiatori sarebbero felici. Ma c’è ancora un altro modo per aiutare le banche senza le quali tutta l’industria va a picco. Se nessuno, giustamente, trova scandaloso che un fondo sovrano libico sottoscriva quasi il 5% di Unicredit apportando così risorse fresche all’istituto di Piazza Cordusio, perché sarebbe pericoloso l’ingresso in alcune banche di un soggetto pubblico, ad esempio la Cassa depositi e prestiti che ha per legge una raccolta a tassi vantaggiosi del risparmio postale, per un periodo di 3-5 anni e quindi con un put obbligatorio? Come si vede vi sono diverse modalità per sostenere il nostro sistema bancario certamente meno disastrato degli altri. L’uso dei Tremonti-bond a quei prezzi ci sembra il meno utile per tutti. A meno che non si voglia, nei momenti di difficoltà, trasferire risorse dalle banche allo Stato come avverrebbe con quei tassi d’interesse sproporzionati. In questo caso, però, ci troveremmo dinanzi ad una precisa scelta politica che non ha né testa né coda e che non vogliamo neanche aggettivare.

Altra questione sul tappeto è il mantenimento del flusso del credito alle imprese. Obiettivo giusto, naturalmente, ma che non può prescindere da quel giudizio di merito creditizio che appartiene esclusivamente alle banche. Nessuno ama le banche, ma immaginare che ci possa essere qualcuno o qualcosa che si sostituisca ad esse nella decisione del credito non è un rigurgito statalista del ventennio, è solo una sciocchezza. Alla stessa maniera, se è giusto il controllo sugli intermediari finanziari (banche, assicurazioni, società finanziarie), abbiamo Bankitalia e Isvap che hanno le professionalità adeguate sia a livello centrale che periferico per svolgere questo compito in maniera egregia. Ed entrambi fanno parte, insieme con la Consob, di quel comitato del credito presieduto dal ministro dell’Economia che ha tutti gli strumenti per sollecitare direttive, vincoli e sanzioni proprio attraverso le autorità di controllo. Non suoni offesa per nessuno, ma immaginare che i prefetti possano sostituirsi a Bankitalia e all’Isvap per il controllo delle erogazioni del credito (e presumiamo delle polizze) ci sembra più l’espressione di un «dispetto», o se volete di un contrasto, tra le istituzioni che non una scelta saggia nell’interesse del Paese. Ritornare sui propri passi è sempre difficile, ma è proprio lì che si misurano gli statisti. In tempi di crisi così gravi la collaborazione delle istituzioni è un imperativo categorico ed è il presidente del Consiglio, nell’autorevolezza della sua funzione, a doverla innanzitutto garantire.
p.cirino_pomicino@tiscali.it

mercoledì 31 dicembre 2008

Una strada per salvarci dai debiti

LA STAMPA
31/12/2008
PAOLO CIRINO POMICINO


La gara tra ottimisti e catastrofisti non ci appassiona perché senza volerlo il discorso sulla crisi economica italiana viene fuorviato. Una crisi finanziaria internazionale ha innescato una crisi dell’economia reale che interessa tutti i Paesi, anche quelli emergenti che ci avevano abituati a tassi di crescita annuali tra l’8% e il 10%. È il mondo in crisi. La gente ha meno soldi per consumare, le imprese producono sempre meno, gli Stati hanno meno soldi per le opere pubbliche e sono oppressi da richieste di più forti ammortizzatori sociali. Questo stato di cose è figlio d’una cultura scellerata che ha confuso l’economia di mercato con una grande prateria dove si può cacciare di tutto e senza alcuna regola. Con grande ritardo i governi ne hanno preso atto e tentano di porvi rimedio con interventi per dimensioni e qualità senza precedenti secondo la naturale scaletta che vede in fila il sistema del credito, quello delle imprese, le opere pubbliche, le famiglie.

L’Italia ha chiara la scaletta degl’interventi ma si è fermata a interventi piccoli ancorché utilissimi. La social card di 40 euro mensili, l’estensione a molti lavoratori, precari compresi, degli ammortizzatori sociali, bonus una tantum per famiglie bisognose e tante altre piccole misure, sono un insieme di provvedimenti che danno sollievo alle fasce più deboli ma non sono quella manovra anticiclica che la situazione richiederebbe. Negli ambienti dell’economia si dice che il macigno del debito pubblico ce lo impedisce. Bisogna smettere con l’alibi del debito del passato perché governi di colore diverso hanno avuto ben 17 anni (un’era geologica in politica) per ridurlo e invece è cresciuto rispetto al 1991. Se un Paese non cresce aumenta il proprio disavanzo annuale e il debito. In questi 17 anni la guida dell’economia italiana è stata posta sempre nelle mani di tecnici e professori e l’Italia è scesa all’ultimo posto in Europa per debito accumulato e per tasso di crescita. Se aspettando la ripresa internazionale riuscissimo a ottenere almeno uno dei due obiettivi, quello del risanamento dei conti pubblici, noi apprezzeremmo convinti l’inazione di Tremonti. Purtroppo accade il contrario. Non investiamo perché abbiamo il debito pubblico, l’economia va in recessione in maniera ancora più grave (per il 2009 rischiamo di raggiungere il meno 2), le entrate tributarie crollano più delle spese tagliate, il disavanzo aumenta e con esso il debito.

Come si vede recessione e disavanzo vanno di pari passo. Nel 2008 in ogni trimestre è sceso il Pil e aumentato il disavanzo che si attesterà intorno al 3% a fine anno (nel 2007 era 1,9%) e nel 2009 sarà al 3,5%. Chiunque abbia sale in zucca, dovrebbe scegliere una strada diversa, quella d’incominciare a crescere investendo in quella scaletta prima descritta (sistema creditizio, imprese, opere pubbliche, famiglie) per invertire il ciclo e avviare così anche il risanamento della finanza pubblica. Giustamente Tremonti non vuole ulteriormente indebitarsi ma una strada ce l’ha e non può non conoscerla. Vendiamo alla Cassa depositi e prestiti, che ha cento miliardi di liquidità, e ad enti previdenziali privati (notai, commercianti, medici, giornalisti) immobili utilizzati dallo Stato per almeno 15 miliardi di euro offrendo rendimenti di mercato (tra 5,5% e 6%). Immettiamo questi 15 miliardi, che non aumentano il debito pubblico, nell’economia reale secondo un saggio equilibrio tra imprese, famiglie, opere pubbliche e vedrete come l’Italia ricomincerà a crescere con un circuito sempre più virtuoso capace di raggiungere quanto prima il pareggio di bilancio. Diversamente aspetteremo attoniti il Godot della ripresa internazionale e quando essa arriverà non saremo in condizioni che di prendere solo un pezzetto di coda perché in 15 anni il Paese non ha saputo affrontare quei nodi strutturali che ancora lo strozzano e che l’hanno sempre più relegato tra gli ultimi in Europa. L’Italia ha ancora benzina da utilizzare come lo scarso indebitamento delle famiglie e un buon risparmio nazionale. Restare fermi è da suicidi a meno che non si voglia drammatizzare fino all’estremo una situazione già difficile per un’operazione politica di unità nazionale che non riuscirebbe e che sarebbe pertanto rovinosa.

p.cirino_pomicino@tiscali.it