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domenica 3 gennaio 2010

Il capitano Ultimo torna a Palermo. "Riunisco la squadra antimafia"


di PINO CORRIAS


Al telefono dice: "Si chiamerà Festa della legalità, Palermo, 15 gennaio prossimo, anniversario in cui celebriamo la cattura di Salvatore Riina: vittoria dello Stato contro Cosa Nostra. Sarà una festa pubblica, con musica e qualche racconto".

Ci saranno Gigi D'Alessio e Cristiano De Andrè. Ci saranno tutti i vecchi della squadra, Arciere, Vichingo, Omar, Oscar, Pirata, Nello, Barbaro, Aspide, Ombra. Ci sarà il generale Mario Mori che allora ci guidava. Ci sarà un sacco di gente, servitori dello Stato e popolo, come è giusto che sia". Sarebbe la prima volta, gli dico. "La prima di una serie, se vuole ne parliamo".
Quando vuole. "La trovo io".

Tre giorni dopo sbuca dal flusso della folla. Si mette a camminare di fianco, dice: "Eccomi qua". Ha calzoni mimetici, sneakers ai piedi, giaccone militare verde, sciarpa elastica al collo. È magro e veloce. Sembra un volto tra tanti. Invece è Sergio De Caprio, ex Capitano Ultimo, ora colonnello dei carabinieri, allenato a vivere mimetizzato da quando Cosa nostra lo ha condannato a morte diciassette anni fa. Dal giorno in cui con i suoi nove uomini della Crimor, dopo duecento giorni di indagini, appostamenti e notti insonni bloccarono dentro al traffico di Palermo l'auto su cui viaggiava Toto' Riina, gli spalancarono la portiera, lo sfilarono dal sedile, lo stesero sull'asfalto a faccia in giù, gli dissero "Carabinieri! Lei è in arresto" e gli serrarono le manette ai polsi dopo 23 anni, 6 mesi e 8 giorni di latitanza.

Era il 15 gennaio 1993. Ore 8,55. Uscita del condominio di via Bernini 54. Hanno appena fotografato la piccola Citroen guidata da Salvatore Biondino, che scivola con passeggero a bordo in mezzo alle quattro auto appostate lungo le vie di fuga. Aspettano quell'auto da due giorni. Da quando il pentito Balduccio di Maggio ha riconosciuto, in una registrazione filmata davanti a quei cancelli, Ninetta Bagarella, la moglie di Riina. I ragazzi di Ultimo presidiano quell'uscita da dentro la Balena, un furgone bianco scassato parcheggiato sul marciapiede opposto. Segnalano l'auto via radio. Segnalano il passeggero a bordo. Balduccio di Maggio che è con loro in Balena, vede e riconosce il boss. Adrenalina corre.

Le quattro auto meticce degli investigatori si staccano dai marciapiedi e si mettono in scia. Un chilometro di traffico, fino allo slargo del Motel Agip sulla circonvallazione, quando le auto accerchiano, e i ragazzi scendono, bloccano, arrestano, e poi filano via, senza luci, senza sgommate, senza sirene, verso l'approdo della Caserma Bonsignore dove in un minuto si irradia la notizia che allaga le agenzie di stampa, i telegiornali. Mentre tutti i vertici dell'arma convergono intorno a Giancarlo Caselli, il procuratore capo di Palermo, coordinatore delle indagini che sembrano chiudersi proprio in quei minuti, con la prima vittoria dello Stato, sette mesi dopo i boati di Capaci e poi di via D'Amelio.

Da allora la vita investigativa di Ultimo e del suo gruppo di uomini invisibili è diventata una salita. C'è stato il processo per la mancata perquisizione del covo di Riina. C'è stato lo smantellamento della squadra. Arciere è finito a Pinerolo, Vichingo in una stazione di Asti, Pirata, Omar e Oscar si sono dimessi, gli altri dispersi in altri nuclei. Il processo e l'accusa lo hanno reso furente: favoreggiamento di Cosa nostra. L'assoluzione (con formula piena) non ha ancora rimarginato le ferite. "Combattere tutta la vita la mafia e finire sotto processo accusato di averla favorita è un destino che non avevo previsto. Ho vissuto sospeso su un filo a mille metri d'altezza. Senza rete, senza sonno".

La risalita comincia ora. Con l'incarico alla guida del Noe, il Nucleo ecologico dei Carabinieri, una trentina di distaccamenti sul territorio nazionale a caccia di ecomafie, traffici illegali, ecoterrorismo. Ma anche con iniziative fuori dall'Arma, sul territorio, con l'associazione Volontari del Capitano Ultimo, una casa famiglia al Prenestino, 30 ettari di periferia romana, assegnata dall'allora sindaco Veltroni, confermata da Alemanno, risistemata, con 600 mila euro, grazie a Raul Bova, l'attore, e alla nazionale cantanti, dove verranno ospitati ragazzi difficili, "i più deboli, gli ultimi".

E adesso con questa serata al Palauditore di Palermo, la Festa della legalità. Nessun problema per la sicurezza? Ultimo sorride: "La sicurezza è un problema del Prefetto. Ma noi possiamo sempre dare una mano, visto che ci saranno tutti i vecchi dei Reparti speciali, quelli del nucleo scorte di Palermo, un sacco di brava gente".

La serata, con il pianoforte di Gigi D'Alessio e la chitarra di Cristiano De Andrè, servirà a raccogliere fondi per inaugurare la Casa famiglia, e anche un po' a raccontarsi. "E ringraziare i servitori dello Stato, quelli che ogni giorno danno la vita e qualche volta il sangue. Quelli che non hanno mai fatto trattative con la mafia, perché con la mafia non si tratta, ma si accerchia, si isola e si distrugge". Per raccontare un po' di quegli istanti che hanno nutrito le loro vite e la loro solitudine. "Per regalarci un po' di luce, dopo la penombra".


(3 gennaio 2010)

giovedì 31 dicembre 2009

I capodogli della Puglia

30 dicembre 2009,
Pino Corrias


Se lo spettacolo che offre il partito democratico in Puglia fosse stato scritto (o suggerito, o finanziato) dai tirapiedi del Cavaliere non risulterebbe cosi’ spietatamente grottesco.
L’istantanea e’ pura commedia dell’arte, il sindaco Michele Emiliano e il presidente Nichi Vendola, due brave persone in tempi normali, che si afferrano al collo dalla mattina presto per contendersi la candidatura alla prossime elezioni amministrative come solo farebbero due autentici perdenti. Che si riempiono di lividi e di improperi, ma disquisendo di democrazia diretta e regole. Che strillano, pretendono primarie, rifiutano primarie, dettano ultimatum, chiedono proroghe, minacciano sfracelli.
Se lo spettacolo fosse stato scritto (o suggerito o finanziato) dai tirapiedi del Cavaliere, sarebbe una eccellente operazione di killeraggio politico dell’avversario, sulla quale formare le future generazioni di guastatori della liberta’. Invece no. E’ un malinconico doppio suicidio. Capace di innescarne tanti altri per vincolo di casta o semplice emulazione. Fino al suicidio collettivo. Di quelli previsti nelle culture arcaiche, quando il raccolto o l’umore degli dei sono andati in malora. Di quelli praticati dalle comunita’ di capodogli quando perdono l’orientamento e l’ossigeno, come ci suggerisce la sconsolata cronaca di questi giorni.

giovedì 12 novembre 2009

Assuefazione da conflitto

12 novembre 2009
Pino Corrias


Ricapitoliamo: siamo a 18 leggi (o tentativi di legge) in 15 anni per salvare il Cavaliere dai suoi presunti reati penali, dai suoi presunti debiti fiscali e societari, dai suoi presunti imbrogli, dai suoi presunti affari diurni e notturni. Ammiriamo la pura abnegazione dei suoi eserciti parlamentari e la perpetua insonnia dei suoi legali ingaggiati ormai a dozzine e sottoposti a tour de force legislativi per scovare viti, chiodi, mastice, bulloni e riuscire a tenere in piedi tutto quello che va in pezzi, scivola, si sfalda, traballa, non si incastra, per tenere il Capo fuori dai guai, protetto, addirittura nascosto sotto a coltri di nuove leggi e sofismi, incapsulato nel plexiglass, visibile alle masse, invisibile alla giustizia.

Diciotto leggi. Con la progressiva assuefazione di quasi tutti i commentatori politici che alla vigilia di questo nuovo assalto alla prescrizione (100 mila processi cancellati) e nuovo scudo immunitario per i parlamentari, discutono nel dettaglio i labirinti dalle nuove (eventuali) normative, la loro efficacia, i contraccolpi che produrranno nella maggioranza e nella opposizione, quanto e come reggeranno il vaglio della Corte o se verranno polverizzate. E con quali conseguenze: si andrà a votare? Passerà la Finanziaria?

Ma si dimentica sistematicamente il primo e fondamentale dettaglio della storia: i reati commessi (o non commessi) dal Cavaliere. Se siano fondate oppure no le accuse. Se siano attendibili le testimonianze e le prove. Verosimile la ricostruzione dei fatti. E l’analisi degli indizi. Esattamente come si è fatto e si fa – fino al gioco grottesco dei processi da talk show – negli innumerevoli casi di cronaca, da Cogne a Garlasco, dall’omicidio di Meredith a quello di Gabriele Sandri. Tutti rivelandosi sommamente interessati all’involucro della storia, ai vantaggi di occuparsene per finta, e invece indifferenti al cuore del problema.

giovedì 11 giugno 2009

Suicidi a sinistra

10 giugno 2009
Vanity Fair
PINO CORRIAS

Questi rancorosi dissipatori di voti della sinistra italiana puntavano (proprio come il Cavaliere) nell’implosione del partito democratico di Dario Franceschini per incassare qualche vantaggio elettorale. Paolo Ferrero (Rifondazione) Nichi Vendola (Sinistra e Libertà), Grazia Francescato (Verdi) sono riusciti nella notevole impresa di buttare dalla finestra 2 milioni di voti (più o meno il 6 per cento) e perdere per la seconda volta il quorum.

La sinistra radicale era unita. Si è divisa per ragioni che nessun elettore di media cultura politica sarebbe in grado di riassumere. Forse solo uno psichiatra, e con un milione di parole a disposizione, saprebbe spiegarci quali sono le differenze tra i sogni politici di Vendola e gli incubi di Ferrero. Che insieme sono riusciti a cancellare i Verdi. Impresa titanica in una Europa dove il voto verde cresce ovunque. E in una Italia devastata dalle massime incurie ambientali. Dove prosperano i denari e i disastri delle ecomafie. Dove le coste vengono distrutte, le periferie abbandonate, le campagne inquinate. Dove Napoli e Palermo, sconciate dai rifiuti, diventano casi planetari di disastro. E dove il governo progetta centrali nucleari (di vecchia fabbricazione francese) mentre tutto il mondo, a cominciare dagli Usa di Obama, si orienta verso le energie rinnovabili.

Purtroppo questa sinistra autoreferenziale e rissosa incasserà i rimborsi elettorali, ai quali si accede quando si supera il 2 per cento: soldi per le sedi, per gli stipendi dei funzionari, per i piccoli privilegi dei molti leader, che sopravviveranno generando altri danni futuri.

venerdì 22 maggio 2009

Silvio, le ville, gli sfollati


22 maggio 2009
PINO CORRIAS


Ricorderete di sicuro il 10 aprile scorso, funerali a L’Aquila delle 300 vittime del terremoto, quando il Cavaliere, molto turbato dalle circostanze, annunciò alle telecamere di tutti i telegiornali e ai taccuini: “Metterò a disposizione le mie case per aiutare gli sfollati”.

Lacrimava quel giorno. Una toccante cronaca di allora lo racconta così: “Ha vinto la commozione. Dopo aver portato conforto alle vittime che piangevano sulle bare, Berlusconi non ha trattenuto le lacrime. Ha assistito alla cerimonia non tra le autorità, ma tra i parenti e la gente comune". Come piace a lui. Successivamente si è fatto largo, continuando a stringere mani e a confortare il dolore di tutti. “Un dolore lancinante e lacerante”, lo ha definito parlando davanti ai microfoni di Panorama del Giorno, la bella trasmissione di Canale 5 che lo seguiva nel suo viaggio dentro il dolore. E ha poi aggiunto: “Già molte persone hanno offerto le proprie case agli sfollati del terremoto e anch’io farò quello che potrò offrendo delle mie case”.

Ha detto proprio cosi’: “… delle mie case”, nel senso di molte case. Quante? Mezza dozzina, una dozzina, non era il momento della contabilità quello, ma della commozione e poi delle franche decisioni, come piace a lui, uomo del fare.

Ora quelle molte case per ospitare gli sfollati deve averle esaurite. E con le case, le stanze. E con le stanze pure i bagni che nella sola Sardegna dovrebbero essere secondo una memorabile contabilità annotata qualche anno fa dall’indimenticabile Luigi Pintor, in numero di 35, cinque per ognuna delle sue sette ville.

Deve averle così riempite di sfollati (le ville) che non ha più un posto libero da qui all’arcipelago delle Bermuda. E l’altro giorno, per rimediare, si è spinto fino a Taormina per comprarne una nuova. Si tratterebbe di villa Mufarbi, sul pittoresco golfo di Taormina. Costa quasi niente, 5 o 6 milioni, dicono. Ma in compenso contiene una cinquantina di ampie stanze, bagni a sufficienza, e pure un grande parco per aggiungere (eventualmente) tende e roulotte. Comprensibile attesa a L’Aquila per la nuova lista dei fortunati ospiti.



lunedì 18 maggio 2009

Milano, Alabama

PINO CORRIAS
16 maggio 2009

Probabile che Matteo Salvini, il leghista che chiede posti prioritari per i milanesi sul metrò, sappia nulla di Rosa Parks e della sua storia lucente. Rosa Parks era una donna nera di Montgomery, Alabama. Quando l’1 dicembre 1955 decise di sedersi in uno dei posti dell’autobus riservato ai bianchi, aveva 42 anni. Lavorava come sarta in un grande magazzino. Stava tornando a casa e aveva avuto una giornata dura. Rimase seduta per una manciata di fermate. Poi salirono dei bianchi. Il conducente le ordinò di alzarsi. E lei, che lo aveva fatto mille altre volte, rispettando la legge dell’Alabama che riservava ai negroes gli ultimi posti in fondo all’autobus, decise di disobbedire: “Non mi alzo”. Il conducente fermò l’autobus, chiamò due poliziotti che arrestarono Rosa Parks.

Per protesta la comunità afroamericana, guidata dal giovane reverendo Martin Luther King, decise che nessun nero sarebbe più salito sugli autobus di Montgomery, fino a quando non fosse stata cancellata la segregazione razziale. Il boicottaggio durò 381 giorni. Durante i quali tutti i neri andavano a piedi, oppure in automobili strapiene, oppure in bicicletta, e gli autobus vuoti rimanevano nelle rimesse. Il 19 dicembre 1956 la Corte Suprema degli Usa - su richiesta dei difensori di Rosa Parks, condannata a 10 dollari di multa - dichiarò incostituzionali le leggi della segregazione. Il giorno dopo Martin Luther King e il reverendo bianco Glen Smith salirono sull’autobus e si sedettero uno di fianco all’altro. Oggi quell’autobus è in un museo, Rosa Parks sta nel cielo dei giusti, Obama abita alla Casa Bianca, e Matteo Salvini fa il capogruppo della Lega a Milano.

mercoledì 13 maggio 2009

Silvio, l’iracondo

PINO CORRIAS

Sarà che dorme tre ore per notte (“per altre tre faccio l’amore”, dixit), sarà che ultimamente gli è andato di traverso tutto: la gita a Casoria dalla bimba, il campionato del Milan, le passeggiate elettrorali tra le salme e le macerie a L’Aquila, la festicciola l’altra sera a Sharm El Sheik dal suo amico Umberto Smaila, e pure il benedetto matrimonio con Veronica, ma da qualche settimana il Cavaliere non è più lui. Ride tirato persino da Vespa. Per il resto gira funereo, reagisce irascibile, litiga con tutti.
Con l’Onu e con i vescovi per il respingimento degli immigrati.
Litiga con il presidente Giorgio Napolitano che gli proibisce di nominare ministro della Sanità il suo medico personale Ferruccio Fazio, scienziato della nidiata San Raffaele.
Litiga con il ministro Giulio Tremonti che se ne frega dei miliardi promessi dal Cavaliere ai terremotati (prima 6, poi 8, poi 12) e gliene concede uno solo subito, altri 4 nei prossimi 24 anni, niet su tutto il resto, addio al Ponte sullo Stretto.
Litiga con il presidente della Camera Gianfranco Fini per le nomine Rai (che al momento saltano) per le veline, che dovuto ritirare, per gli sbarchi, per i decreti legge, e per tutte le forzature costituzionali che invece continuano.
Litiga con la Lega per il suo appoggio al referendum elettorale, ideato dall’astuto Mariotto Segni, che se approvato rischierebbe di consegnargli definitivamente l’intera Italia.
Litiga persino con Paolo Guzzanti, giornalista, imitatore, senatore azzurro, che dopo una decina d’anni di velluti rossi e penombre si è accorto della mignottocrazia imperante in quegli stessi paraggi, coerente, dice lui, con la prossima deriva autoritaria del suo (ex) leader.

Non placa l’ira di Silvio neppure la sua mitologica biografia a colori, appena varata dall’amico Vittorio Feltri, quello di Libero. E’ tutto roba vecchia, edulcorata e farlocca, ma lucidata come nuova. Lo stile è pura Corea del Nord. Irresistibile persino ai depressi. Parte da Silvio bimbo che gioca con un telefono e la didascalia che recita: “Gli piaceva giocare con il finto telefono. “Oggi - dice il presidente del Consiglio - quello vero suona in continuazione e mi diverte molto meno”. Le immagini sono da antologia. Il senno è quello di Renato Farina, giornalista e agente segreto, che annuncia il suo “Silvio visto da vicino”, cosi’ vicino da condividerne “comuni amicizia, letture, ideali”. Specialmente ideali. E tanta stima. Tanta lealtà da osare, talvolta, di “dirgli di levarsi il prezzemolo dai denti”. Lealtà odontoiatrica.

giovedì 7 maggio 2009

Il silenzio e Veronica

PINO CORRIAS
6 MAGGIO 2009

Ma poi i più commoventi sono quei commentatori di carta stampata che già da 48 ore (appena suonata la sveglia) si affannano a dire che il divorzio tra Silvio e Veronica è un fatto privato, privatissimo, che pretende il silenzio, per buon gusto, riservatezza, persino tornaconto politico (“guai se l’opposizione cadesse nel gorgo”) e naturalmente stile.

Silenzio. Non si fruga tra le lenzuola. Né tra i diari delle minorenni, dio le perdoni, eventualmente coinvolte per puro amore filiale.

Non c’è nulla da insinuare. Le bimbe, in fin dei conti, sono limpide consolazioni nelle ore più cupe, o noiose, che seguono il calo dell’adrenalina e dei cardiotonici, tra un reperimento di dentiere a l’Aquila e una telefonata d’alto profilo con il premier turco Erdogan per spianare un intoppo planetario e poi vantarsene con altre pupe di settimanale ingaggio, tutte convocate al piano nobile di Palazzo Grazioli, dopo l’ora di cena, tra i divani fioriti a ascoltare barzellette, mimando festosi trenini, sulle note della celebre (e bellissima) Cristina Ravot, abbronzata anche lei, ma stavolta solo perché sassarese, che canta il suo hit “Tempo di rumba”, un crescendo di percussioni, aspettando l’annuncio dell’apertura delle buste (la uno, la due, la tre) con premi esclusivi per le ragazze, tipo farfalla con brillanti, o un corso di diplomazia portatile chez Franco Frattini, o un viaggio a Strasburgo su wagon lit per una vacanza al Parlamento, Commissione Etica, della durata di anni quattro, tutto spesato, tipo Grande Fratello.

Silenzio. Sono gli stessi commentatori che da quindici anni – neanche tanto pagati, a parte l’inchiostro e i sonni tranquilli - dicono che no, le televisioni al premier non servono (“ma che ingenuità”) come non serve l’accanimento dei processi (“ma che volgarità”) o i soldi (“maledetti invidiosi”) gli è d’avanzo il carisma, l’intuizione politica, la sintonia con il popolo. E’ quella a farlo lievitare nei sondaggi. E’ il suo sorriso a conquistare i banchieri e i costruttori, le partite Iva e gli operai, i falsificatori di bilanci e il Vaticano. E’ la sua prodigiosa simpatia che ci ha fatto tutti innamorare di lui al 75 per cento. Tranne Veronica, povera lei, privatizzata al cento per cento fino a ieri. E ora inspiegabilmente in fuga. Lasciatela andare, non impiccatevi, neanche quando dice: “Non posso stare con un uomo che frequenta le minorenni”, e poi: “Aiutatelo è una persona che non sta bene”. Silenzio, sono fatti loro. Anzi del Cavaliere. Il quale molto prima di questo dolore privato (“sono molto addolorato”) agli amici di gazzarra serale, insegnava che le donne (“ah, le donne!”) sono solo roba da uomini.

giovedì 19 marzo 2009

Sua santità (e) il preservativo

PINO CORRIAS
18 marzo 2009

“Non usatelo, Dio non vuole”. Dio? Quanto vale quel dio e quanto valgono le parole di papa Ratzinger contro l’uso dei preservativi? Mille morti? Diecimila? E quanti futuri ammalati nel mattatoio Africa, un milione? Dieci milioni? Ma in quale orribile Dio crede questo papa tedesco? Un Dio capace di barattare l’uso di un sacchetto di plastica (il terribile “preservativo”) con la sofferenza di donne, uomini, bambini disidratati dal male, uccisi lentamente, notte dopo notte, mese dopo mese, nei tuguri e nei cronicari, tra la polvere dei villaggi?

Il solo dio capace di tanta vanitosa crudeltà è l’uomo. Peggio ancora se bianco. E ricco. E padrone delle vite altrui. E servilmente servito, nutrito, riscaldato. E talmente tormentato dall’ossessione sessuale, di maschio padrone dei mostri notturni, da attribuirla alla propria proiezione celeste, come se da quella siderale distanza, un qualunque dio si chinasse a controllare, oltre ai sentimenti di uomini e donne, anche le tecniche dell’amore, le posizioni, le intenzioni, frugando tra le lenzuola fino all’ultima verifica, al confine tra i sommersi e i salvati: il lattice del preservativo.

E’ lo stesso dio dis/umano che permette la fame, la guerra, la malattia. L’infelicità dei nati storpi. Le multiple ignoranze e crudeltà che consentono di lapidare una donna, riabilitare un tale Williamson, il vescovo che se ne frega dell’Olocausto, e poi naturalmente di fulminare gli omosessuali, sterminare i miscredenti, bruciare, imprigionare, distruggere. Ma che trova sempre il tempo - tra le fiamme del mondo, quando viene sera - di scendere tra noi, controllare quel pezzetto di plastica (“guai a voi”), sfilarlo, e poi godersi le conseguenze, declinate in milioni di pianti e vite.

mercoledì 11 marzo 2009

Il Cavaliere e le papere

PINO CORRIAS
11 marzo 2009

Dunque il Cavaliere vorrebbe che i parlamentari non votassero più in aula. Basta con queste lungaggini della vecchia politica. Basta con questi riti tanto cari alla sinistra. Lo facessero (al massimo) per delega. Delega a chi? Ai capigruppo. Diciamo una decina in tutto. Magari neanche in aula, direttamente a Palazzo Grazioli, mentre lui mangia il tris di pasta. Chi è d’accordo alzi la mano, benissimo, e lei, laggiù, l’astenuto, mi versi un po’ d’acqua, per favore.

Tutto più rapido, più efficiente, più moderno. Come accadeva durante i suoi antichi consigli di amministrazione. Quelli che lui presiedeva in via Rovani, a Milano, ai tempi eroici della tv commerciale e delle holding e delle pupe di Drive in, con il Confalonieri seduto alla sua destra e poi Galliani, Dell’Utri, Bernasconi, Foscale, eccetera. Unanimi tutti al suo volere. E incantati, nei rari momenti di silenzio, dal fruscio di ciabatte che si sentiva provenire dal piano di sopra, dove viveva ancora nascosta al mondo (e alla prima moglie e al sacerdote) la silente Veronica. Per quattro lunghi anni, quando si dice il sentimento.

Beati i molti politologi che di giorno in giorno intravedono nello sguardo acuto del Cavaliere, nelle sue azioni e minacce, l’embrione dello statista che si perfeziona, si evolve, insieme con la sua primigenia idea di governo aziendale, autoritario, piramidale, che cede ai contrappesi della democrazia. Non sanno (o fanno finta di non sapere) che per lui vale e varrà per sempre l’imprinting delle papere di Lorenz. Le quali, nel suo caso, nuotano nello stagno in plastica di Milano Due, con palestre, piazzette, vigilanza armata intorno, transenne all’entrata, niente poveri tra i piedi. Il logo aziendale in ogni aiuola. E in ogni famiglia, una seconda moglie in soffitta.

giovedì 5 marzo 2009

E’ una proposta: rendiamo pubblici, giorno per giorno, i redditi del Cavaliere

5 marzo 2009
Ora che il Cavaliere (a buon diritto) prepara leggi per perfezionare direttamente il mercato televisivo a suo favore - una rete Rai senza pubblicità, per dire l’ultima - e constatando che ormai le sue fortune economiche ci riguardano tutti, come l’aria, come il morbillo, come la pioggia, andrebbe finalmente istituito un monitor pubblico, un contatore con cifre luminose, addirittura un’Authority, per il costante aggiornamento (e il tripudio) dei suoi redditi. Con il ricalcolo quotidiano di introiti, spese, ammortamenti, investimenti, eccetera. Suoi e della sua splendida famiglia distribuita tra le più belle case d’Italia e parchi e calendari.

Sarà emozionante gioire tutti insieme, a dispetto dei corvi plananti sulle discariche della crisi (precari, disoccupati, artigiani, insegnanti, operai, pensionati, immigrati, persino clandestini) calcolando in tempo reale quanto oro si riversi ogni giorno nei saloni illuminati di Arcore & Bermuda, con quanta rapidità si riempiano i suoi forzieri di rubini, incenso e mirra, quante nuove ragazze affluiscano, rintracciate dalle scorte e poi restituite ai loro sogni, quante verdure, quante uova fresche, quanti sgravi fiscali allietino le sottrazioni dei suoi ragionieri collocati nel salone più bello, quello del Canaletto, e quanti buoni affari moltiplichino le parcelle dei suoi avvocati, un giorno dopo l’altro, cogliendo quanto di meglio passi il libero mercato o l’alto destino del titolare, a Roma per gli affari immobiliari, a Parigi per quelli nucleari e poi a Palermo, a Mosca, a Tripoli, a conferma del suo leggendario fiuto coltivato dai tempi d’infanzia salesiana, quando commerciava in compiti già risolti, 50 lire cadauno, da vero (e intelligentissimo) birbante.

E’ pur vero che un’ombra traversò il suo karma sornione. Accadde nel lugubre bienno 1992/93 quando il Cavaliere stava per andare fallito, coperto di debiti com’era, e snudato dalla politica in fuga verso Hamammet, ma chi non ha avuto almeno un tracollo in vita propria alzi la mano, e rammenti quanto ci è preziosa, nella politica e nella vita comune, la tolleranza raccomandata da Voltaire (e Togliatti). Quei tempi cupi sono stati cancellati da questi radiosi. Oggi è l’uomo piu’ ricco d’Italia, forse d’Europa. Il solo che possa fabbricare insieme reddito e leggi, serrature e chiavi, spiegandoci che è per il nostro bene.

Per questo vogliamo un totalizzatore quotidiano dei suoi successi. Aggiornato come le previsioni meteo. Con un esperto che dica ogni ora: “Oggi ha guadagnato un miliardo!” Evviva. Segue la sigla col cielo azzurro e guai a chi dirà che è antiberlusconismo da due lire. La sua gloria è diventata la nostra vendetta contro la cattiva sorte. La sua ricchezza il riscatto delle moltitudini in miseria. La ragione psico-poltica del voto di tutte le periferie d’Italia (dal Sulcis a Sesto San Giovanni) che da quindici anni giustamente lo incorona.

mercoledì 4 febbraio 2009

Le gambe corte di Riotta

4 febbraio 2009,
Pino Corrias

Con Gianni Riotta non serve il buonismo, bisogna essere cattivi: applausi della sala. Ecco, se l'altro ieri sera il ministro dell’Interno Bobo Maroni avesse pronunciato questa lapidaria sciocchezza, sul Tg1 del medesimo Gianni Riotta, non l’avremmo sentita e il nostro giudizio su Maroni avrebbe perso un notevole elemento per farsi più aspro e peggiorare.

Peggiora, ma non tanto, quello su Gianni Riotta che d’abitudine toglie il “viva voce” ai potenti quando fanno i bulli o dicono fesserie. Lo fa per prudenza. Perché ha una sincera fiducia nel futuro. Perché pur sapendo che le dichiarazioni del potere vanno sempre registrate e messe a disposizione dell’opinione pubblica - come insegnano da qualche anno alla sua università, la Columbia University di Nuova Yorche - ma tante volte è più utile non farlo, meglio soprassedere con un riassunto, dedicarsi all’elogio d’altri poteri, da Napolitano in giù. Diciamo fino a Schifani.

Quando Silvio Berlusconi ha detto che da Obama non ci sarebbe andato, “perché io non faccio la comparsa, sono un protagonista”, Riotta non l’ha mandato in onda. E neppure la volta dopo, quando ha detto che per evitare gli stupri ci vorrebbe un soldato accanto a ogni bella donna, cosa che lui, Silvio, intendeva “come elogio alle belle donne italiane”.

E’ un caso di omertà giornalistica - evocativa di cupi tremori e sonni d’infanzia palermitana - che andrebbe studiata per singolare incoerenza con il look esibito a copertura. Perché certo serve a occultarla (quella cupezza) sotto l’allegria di una vasta familiarità con le copertine dei libri, delle quali Gianni Riotta sottilmente ragiona coadiuvato dalla sua bella postura in maniche di camicia.

Ignorando, nel suo zelo di inchini davanti al sole e ai piccoli re passeggeri, quel che (tuttavia) si dice alla Washington Post: “Le camicie hanno le gambe corte”.

mercoledì 28 gennaio 2009

Circoli mediatico-giudiziari

PINO CORRIAS
27 GENNAIO 2009

Per una volta bisogna dirlo: avevano ragione Silvio Berlusconi e i suoi quando denunciavano l'esistenza in Italia di un circolo mediatico giudiziario teso a stravolgere la realtà e a condizionare l'opinione pubblica. La prova? Quello che sta accadendo in questi giorni intorno alla questione intercettazioni telefoniche. E per capirlo basta leggere con attenzione "Il Giornale". Giovedì 22 gennaio, il quotidiano di Paolo Berlusconi, titola a caratteri cubitali in prima pagina «Tutto il marcio delle intercettazioni. Tangenti a pubblici ufficiali, affari con la camorra, lavoretti sporchi per i politici: un pentito svela cosa si nasconde dietro "il grande fratello" dei Pm. Che spesso fa il doppio gioco, rivelando agli inquisiti la presenza di cimici". Seguono due pagine di articolo in cui si racconta come Vittorio Bosone, il titolare di una delle più importanti ditte private che affittano i macchinari per gli ascolti alle forze di polizia e alle procure, dopo che la sua azienda è andata a carte 48, ha deciso di pentirsi inviando un esposto a molti tribunali in cui si denuncia con nomi e cognomi il malaffare nascosto dietro al business degli ascolti telefonici. La notizia è verosimile, ma falsa.

Che il mondo degli apparecchi per le intercettazioni noleggiati da privati allo Stato, sia oscuro, è un fatto. Chi scrive, nel corso degli anni, ha più volte denunciato come il sistema, per come è stato congegnato, sia un sistema a rischio bustarelle; come manchi un albo dei noleggiatori di macchinari; come le varie imprese facciano spesso cartello tra loro per non abbassare i prezzi e come in qualche caso (pochi per fortuna) si siano occupati di intercettazioni anche uomini vicini alla criminalità organizzata. Una semplice ricerca negli archivi dei giornali permette di scoprire che episodi di questo tipo non mancano e non sono mancati. Lo stesso Bosone poi si è trovato coinvolto in un'inchiesta su intercettazioni illegali effettuate da un suo dipendente a favore di importanti imprenditori.

Il punto però è un altro. Bosone, che assicura di non avere nulla di cui pentirsi, non è una gola profonda. La denuncia riportata da "Il Giornale" è fasulla: probabilmente si tratta di una sorta di lettera anonima inviata a varie autorità giudiziarie da suoi concorrenti per metterlo in difficoltà. Il Giornale, insomma, ha abboccato a una polpetta avvelenata. Tanto che nei giorni seguenti non scriverà più una riga sulla vicenda e domenica pubblicherà, ben nascosta in fondo alla pagine delle lettere, una smentita dell'interessato.

È importante però osservare quello che è accaduto nella giornata di giovedì. A sera va in onda "Porta a Porta". Tra gli ospiti di Bruno Vespa ci sono il presidente del Copasir, Francesco Rutelli, e il ministro della difesa, Ignazio La Russa. Si parla di intercettazioni e il direttore de "Il Giornale", Mario Giordano, finisce anche per dilungarsi sullo scoop farlocco della mattinata. Anche se proprio l'avvocato di Bosone, verso mezzogiorno, ha contattato i cronisti del suo quotidiano per spiegare loro che hanno preso un abbaglio.

Ora gli infortuni possono capitare a qualsiasi giornalista. Questo però è qualcosa di diverso. È una sorta di ballon d'essai prodromico a ciò che accadrà due giorni dopo quando Silvio Berlusconi, in Sardegna, comincia a parlare di Genchi e del suo presunto archivio che, come è ormai noto ai lettori di questo blog, con le intercettazioni non ha nulla a che vedere. Visto che il cavallo della «gola profonda» è morto, se ne inforca un altro. L'importante, intanto, è montare a tutti i costi uno scandalo che possa giustificare una legge che tagli le mani a pm e investigatori. Il circolo mediatico giudiziario ha colpito di nuovo. E, come spesso accade in questi casi, assomiglia tanto a un Circolo del Buongoverno.

mercoledì 7 gennaio 2009

Il Vaticano, il sesso, l’Olocausto

PINO CORRIAS
Vanity Fair
7 gennaio 2009

Basta, mai più. D’ora in avanti il Vaticano non assorbirà più in automatico le nuove leggi italiane che secondo i legislatori di Benedetto XVI sono “esorbitanti per numero”, “instabili” e talvolta “incompatibili con i principi irrinunciabili” della dottrina di Santa Romana Chiesa.
Si desume - per stare alle recenti polemiche sulle leggi razziali contro gli ebrei approvate in Italia nel 1938 dal regime di Mussolini e salutate con un coraggioso e automatico silenzio da parte del Vaticano - che l’inchiostro servito a accelerare le deportazioni di ebrei italiani verso i campi e i forni della macchina di sterminio nazista, non era né “esorbitante”, né “instabile” e neppure “incompatibile con i principi irrinunciabili…”, eccetera.
L’intransigenza di oggi ha ragioni un po’ più stringenti di un banale Olocausto. Riguarda per esempio il cancro sociale del divorzio, autentico veleno per le nostre famiglie, secondo la curiosa ossessione di una gerarchia composta interamente da maschi adulti, sessualmente problematici, e per di più celibi. Riguarda naturalmente la legge che regolamenta l’aborto, abominevole in tutto anche in quelle forme che donne e uomini non illibati praticano quotidianamente servendosi di pillole e preservativo. Per non parlare delle imminenti leggi dedicate a interrompere la sofferenza infinita di corpi vivi, ma imprigionati da una malattia senza rimedio. Molto meglio assecondarne l’agonia fino all’ultima sorsata di ossigeno e dolore da risarcire tra le sete viola del funerale in chiesa, dove esercitare quella pietà che fu negata a Piergiorgio Welby, anche lui “incompatibile con i principi irrinunciabili”, che crepi da solo, amen.

martedì 30 dicembre 2008

Cerchiamo le carte del Cavaliere

PINO CORRIAS
30 dicembre 2008

L’altro giorno il Cavaliere, sul sofà di Palazzo Grazioli, davanti a un gruppo di cronisti: “Se escono certe mie telefonate vado via dall’Italia”.
Sembrava una minaccia. Ma è assai più bello, in questo finale di Repubblica, considerarla l’allegro inizio di una gara. Da svolgersi lungo i rettilinei del prossimo (e spaventevole) anno 2009 già carico di molti cattivi auspici, ma adesso anche di una via d’uscita. Tutti i cronisti sono invitati a partecipare. E i giornali locali. E le scuole di giornalismo. Le radio, le tv, i pubblicisti e addirittura Ernesto Galli Della Loggia, il più intransigente, quando ci si mette.
Tutti, indistintamente, a scovare le carte della intercettazioni telefoniche. Verificare le carte. Pubblicare le carte. E secondariamente anche il viva voce che ha spesso l’efficacia di una pochade ad alta intensità narrativa. Scovare, verificare, pubblicare. Come farebbero gli organi di informazione dell’angloamericana libertà di stampa e in Francia, in Spagna, in Germania, in Danimarca, eccetera. Persino nella guerreggiante Israele, dove il primo ministro Ehud Olmert si è dimesso (a settembre) perché coinvolto in una minuscola inchiesta per corruzione, astenendosi da spedire missili contro la magistratura che indagava e contro la stampa che pubblicava. O lacrimare scuse nei panni della vittima. E senza che dai bunker si scatenasse quel fuoco che va insanguinando il Natale di Gaza, e il nostro.
Se escono certe carte se ne va, dice il Cavaliere. Cerchiamole. Anche se poi, una volta scovate, verificate e pubblicate, lui stesso giurerà che per il bene nostro e dei suoi cinque figli, e con suo immenso sacrificio, e per quella cospicua Italia che lo ama e amandolo lo vota, resterà per tutto l’anno a venire, domeniche comprese.

giovedì 4 dicembre 2008

Prestanza anti crisi

PINO CORRIAS

Interesserebbe sapere se questa gustosa iniziativa della porno tax, varata nei dieci minuti dell’ultimo Consiglio dei ministri dedicato alla manovra anti crisi, sia stata pensata di notte, tra le lenzuola in seta e la penombra di quelle tre ore di sesso (consenziente tra adulti) che il premier si vanta di praticare quotidianamente. A riprova della sua prestanza fisica, chimica (e onirica) che ogni giorno esibisce in un vento di parole, commuovendoci.

O se sia farina del sacco di ex signorine da calendario, cresciute nel frattempo dentro a carriere politiche che le hanno rese (giustamente) ricche, spietate, moralizzatrici. E per di più vendicative con le debolezze che un tempo piegarono la loro tempra, fin troppo giovani e ingenue, poverine, affamate di qualche spicciolo. Vittime per di più di quel permissivismo figlio del ‘68, e di quel disordine etico, da liquidare immantinenti. Magari sanzionandolo con l’unico corrispettivo riconosciuto, il denaro, come ai vecchi tempi, ma nella sua forma più disumana: le tasse.

Il resto della manovra si capisce benissimo. Ci sono da recuperare - oltre ai milioni di miliardi dissipati dalle truffe della finanza planetaria - i soldi sperperati per tenere in piedi il buco nero di Alitalia, per aver cancellato l’Ici e per aver allentato i controlli sulla solita evasione fiscale. Si capisce pure la doppia tassa inflitta ai 4,5 milioni di abbonati di Sky, la tv a pagamento che si sta confermando come una delle poche fonti di notizie non controllate direttamente dal governo. Una tv concorrente dell’impero Mediast da penalizzare con l’inchiostro della legge ad personam.

martedì 2 dicembre 2008

Magdi Oriana Allam


PINO CORRIAS
2 DICEMBRE 2008


Rispettandone l’intimo e assai sofferto convincimento nulla si poteva eccepire alla conversione di Magdi Allam, giornalista e profeta, che per alogena illuminazione, proprio sul set vaticano, ha ricevuto la scorsa Pasqua il santo sacramento del Battesimo dalle mani gocciolanti del papa. Facendosi Cristiano anche nel nome. Con molti (e lieti) sorrisi del gregge che festeggiava la circostanza - non del tutto conciliare, ma rispettosa del libero arbitrio - di un infedele strappato sul mercato alla concorrenza.

Ma ora che a quasi nove mesi da quella notte stellata il nostro abbia fondato con la sua nuova fede niente di meno che un partito politico, il quarantunesimo della riarsa costellazione italiana, non può che entusiasmarci. Già ci sentiamo con lui, nella medesima trincea, in difesa di questa Europa smidollata e anarchica, orfana dei valori, vittima del relativismo, infingarda e nullafacente contro la quotidiana infiltrazione del veleno fondamentalista. Fiacchi e mollaccioni che non siamo altro. Capaci al massimo di radere al suolo, e per il loro bene, i villaggi dell’Iraq, le città dell’Afghanistan, accerchiare l’Iran, fare affari con i sauditi, finanziare i servizi segreti pakistani, far crescere il prezzo del petrolio, oppure dimezzarlo, aprire Guantanamo, spassarcela a Abu Graib, consumare l’80 per cento delle risorse del Pianeta, consumare il Pianeta, e poi riempirlo di farmaci scaduti.

Basta. Qui ci vogliono fatti, muscoli e partiti, visto che nessuno ci regalerà ancora a lungo i nostri privilegi. Questo di Magdi si chiama partito dei “Protagonisti per l’Europa Cristiana”. Non tragga in inganno il nome. Lui dice che non si tratta di un partito religioso. Ma di una palestra per i diritti e per la più efficace delle equivalenze: guerra alla guerra. Come tanto sarebbe piaciuto a una protagonista d’altri tempi, la tenera Oriana.

giovedì 27 novembre 2008

Erba nostra

PINO CORRIAS
Vanity Fair
26 novembre 2008

Sentenza dunque per Olindo e Rosa. Penultimo sudario sulla strage di Erba, 11 dicembre 2006, tre donne e un bambino uccisi a coltellate, viatico a quell’anno di paure quotidiane e allarmi raccontati all’infinito dai telegiornali e dalle dirette con luce rossa, come notizie di un assedio, che in quel sangue trovavano conferma con l’evidenza schiacciante di una prova.

Si scrisse a lungo dell’Italia tremante, con solitudini moltiplicate dagli inverni del Nord. Delle vite insicure nelle villette. Dei paesi di pianura chiusi al tramonto. E ronde a sigillarli, quando era possibile. Altrimenti più polizia. Più controlli sugli immigrati, più arresti per i clandestini, nessuna tolleranza. Salvo scoprire che il male non veniva da troppo lontano, bastava scendere una rampa di scale. E in molti casi ancora meno, ce lo raccontava (inascoltato) Eurispes, dati 2006 e seguenti, che il sangue correva (e corre) in Italia assai più in famiglia, che nelle cosche di malavita. Nei corto circuiti parentali, innescati da depressione, da lenti rancori, da frustrazioni covate. La paura è diventata merce politica. Andava enfatizzata per estrarne un vantaggio. Destra e sinistra anziché smontarne le derive irrazionali, hanno scelto di assecondarle. L’equivoco ha dato frutti a una delle due parti in gioco.

Erba è stata un’atroce notizia e la rivelazione di un allarme. L’allarme parlava di noi, dei nostri territori sociali sfibrati dal vuoto, assordati dai Centri commerciali, anestetizzati da media ricchezza, media infelicità, brutti paesaggi, molto rumore, nessuna comunicazione. La notizia si chiude con la sentenza. La rivelazione (invece) ancora ci riguarda.

martedì 18 novembre 2008

Il compito di Villari Riccardo

PINO CORRIAS

Il bello è che questo Villari Riccardo, deputato napoletano in quota all’opposizione, ma eletto dalla maggioranza a presiedere la Commissione parlamentare di vigilanza, se ne stava al sole romano, due domeniche fa, ore nove e trenta del mattino, con Massimo D’Alema, tutti e due passeggiando sul Lungotevere. Da soli e fitto fitto parlando, chissa di cosa poi. Per di più sul lato più simbolico del fiume, tra Castel Sant’Angelo e il Vaticano, ad aggiungere intreccio di sangue e di complotto al sottotesto.

Perché poi il sottotesto e il testo coincidono: “Non mi dimetto. Non ci penso proprio”, ha dettato il Villari, dopo diurne consultazioni con Ciriaco De Mita e Clemente Mastella, bufale sagge e silenti della politica campana, entrambi esperti in dimissioni per averne rifiutate a dozzine, nel corso dei decenni democristiani e oltre. Per poi farsi le molte risate di queste ore in compagnia dei ronzanti Velardi Claudo e Latorre Nicola, anche loro napoletani coi fiocchi, amici (proprio) dell’amico D’Alema, e perciò nemici del nemico Veltroni.

Il quale Veltroni neanche si è accorto di quanto e di come si preparava la sua plateale sconfitta agli occhi dell’equipaggio suo e dell’Italia intera, svestendolo fino al punto di non ritorno, come capita a un comandante senza comando. Umiliabile persino dalla penultima pedina in gioco, questo Villari Riccardo che tenendosi stretta la fresca nomina attribuitagli dai berlusconici, si concede lo sfizio pomposo della battuta istituzionale e dalla cima del suo patibolo declama: “Vorrei compiere con dignità e umiltà il compito che mi è stato affidato”.

giovedì 13 novembre 2008

Italia canaglia

PINO CORRIAS
Vanity Fair, 12 novembre 08

Umiliare i poveri cristi. Accerchiare di norme gli immigrati. Trasformare il permesso di soggiorno in un diritto provvisorio e a punti. Schedare i senza fissa dimora dentro a un elenco di Questura, a disposizione del ministero dell’Interno, come se essere poveri e soli e senza casa fossero reati. Autorizzare le ronde di cittadini “a presidio del territorio”. Predisporre pattuglie dell’esercito per farci cento telegiornali e un po’ di teatro. Imboccare sempre la scorciatoia dei divieti, delle minacce, delle punizioni, ma poi lasciare che i processi durino dieci anni. Sollecitare rancore sociale. Ma poi schierare la legge dalla parte del più forte secondo una scala di priorità che premia sempre il privilegio: tra un commerciante e un nigeriano, stare dalla parte del commerciante. Tra un cittadino e un politico, difendere il politico. Tra un giudice e un bandito, scegliere il bandito, purché alto di casta.

Stiamo diventando un’Italia incanaglita. Che produce diffidenza. Produce paranoia. Ingigantisce la risonanza dei pericoli, propaga allarme, allestisce difese. Siamo uno dei Paesi europei con meno omicidi, meno rapine, meno violenza. Ma il flusso emotivo dei media e il tornaconto della politica disegnano trincee contro la convivenza.

L’università di Verona ha appena concluso una ricerca assai istruttiva: mai e poi mai in Italia negli ultimi vent’anni (1986-2007) è stato provato il rapimento di un bambino da parte di uno zingaro. E’ una cattiva leggenda. Un’invenzione fomentata dalla paura. Il Dipartimento universitario è quello di Antropologia culturale. E la ricerca non riguarda tanto i Rom, ma noi, italiani brava gente.