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giovedì 23 dicembre 2010

L’ultima lite con “Papi” Barbara in trincea


I vizi del premier e la saga di Arcore tra eredità, divorzio e Mondadori

di Gianni Barbacetto

Il pranzo di Natale che Silvio farà in famiglia rischia quest’anno di diventare peggio di una seduta della Camera, con fronda simil-finiana in casa, ma zero possibilità di ricomprare i dissidenti. Il suo Gianfranco Fini casalingo si chiama Barbara, la figlia che ha imparato a far sentire la sua voce via Vanity fair. Già lo scorso anno c’era andata giù dura: “Non credo che un uomo politico possa permettersi la distinzione tra vita pubblica e vita privata”, aveva dichiarato al settimanale. Allora c’erano stati la festa di Noemi Letizia e i racconti di Patrizia D’Addario. Ora si è aggiunta anche Ruby. E Barbara rincara la dose: “Sono vicende che mi hanno amareggiato”, confessa a Vanity fair. “Penso che quelle che mio padre chiama pubblicamente debolezze abbiano inciso sulla sua vita privata, ma anche sulla vita politica”. E poi ci mette il carico. Tirando in ballo Mara Carfagna: “Se si sente discriminata lei, che dai Telegatti è diventata ministro, la cosa assume dimensioni ancora più grottesche”. Poi, elevando il tono: “Vedere certe signorine girare in auto blu non fa bene all’immagine del Paese”. Sì. Mara Carfagna resta il primo punto di rottura dentro la famiglia Berlusconi. Era il 27 gennaio 2007 quando Silvio fece complimenti pesanti alla serata di gala per la consegna dei Telegatti (“Se non fossi già sposato, la sposerei subito. Con lei andrei dappertutto...”). Due giorni dopo, era piovuta dal cielo di villa Macherio la prima lettera di Veronica: “Interpreto quelle affermazioni come lesive della mia dignità. Sono parole che per l’età, il ruolo politico e sociale, il contesto familiare della persona da cui provengono, non possono essere ridotte a scherzose esternazioni. A mio marito e all’uomo pubblico chiedo quindi pubbliche scuse”.

LE SCUSE non sono mai arrivate, in compenso sono arrivate le feste a villa Certosa, le notti ad Arcore, le escort a Palazzo Grazioli, fino al bunga-bunga. La madre di Barbara ha intanto fatto le sue scelte, calibrato le sue mosse, scritto una seconda lettera, quella dell’adesso basta (“Non posso stare con un uomo che frequenta le minorenni... È una persona che non sta bene... Io e i miei figli siamo vittime e non complici di questa situazione”). E gli intimi raccontano la collera di Barbara e l’imbarazzo di sua sorella Eleonora, a pranzo con il padre ad Arcore, quando hanno visto girare per casa un paio di ragazze non meglio identificate.

Ora Barbara, la maggiore dei tre figli di Veronica, ha 26 anni, un marito (Giorgio Valaguzza), due bambini. E ha voglia di dire la sua, di mostrarsi al mondo come persona autonoma, che ragiona e cerca di percorrere la sua strada, professionale e umana. E di non lasciare alla madre tutto il peso di un rapporto difficile, in bilico tra affetti e dignità. Ancor più difficile il rapporto di una figlia: “Credo a mio padre, ma gli scandali amareggiano”, dice Barbara a Vanity fair. “È ovvio che non sono d’accordo con un certo tipo di condotta, ma devo anche credere alle verità di mio padre”. È cresciuta, la bambina che nel 1984 ebbe come padrino di battesimo Bettino Craxi. Oggi ci tiene a rimarcare le sue differenze. Anche politiche, quando confessa di sentirsi rappresentata da Matteo Renzi, il sindaco Pd di Firenze. Così ora Berlusconi ha il terzo polo in casa.

Certo non è imputabile a lei la brutta scena avvenuta nel luglio scorso alla sua cerimonia di laurea, all’Università San Raffaele, quando il rettore don Luigi Verzé, alla presenza di papà Silvio, si è rivolto solo a Barbara, tra i tanti neolaureati presenti, complimentandosi e offrendole addirittura una cattedra, nella futura, ipotetica facoltà di Economia dell’ateneo. Le colpe dei padri (e degli amici dei padri) non possono ricadere sui figli. Così Barbara resta soltanto una diligente studentessa che al San Raffaele ha conseguito una laurea (triennale) sul pensiero di Amartya Sen.

SEMMAI i problemi sono altri. Hanno a che fare con l’eredità e il collocamento dei figli di Berlusconi nelle aziende del padre. L’eredità è stata oggetto di una lunga trattativa sotterranea condotta da Veronica, finché Berlusconi ha intestato ai tre figli della seconda moglie una delle “Holding Italiane” che controllano il suo impero. Così Barbara, Eleonora e Luigi hanno raggiunto la parità patrimoniale con Marina e Pier Silvio. Non la pari dignità in azienda, visto che la Mondadori è già presidiata da Marina e Mediaset da Pier Silvio. I tre figli di Veronica sono più giovani, devono farsi le ossa. Ma Barbara scalpita. Nega, a parole, che ci siano tensioni: “Non siamo mai stati oggetto di discussioni legate al patrimonio o a ruoli in azienda”. Ma si sa che a Barbara, che ama presentarsi come l’intellettuale della famiglia, piacerebbe molto avere un posto in Mondadori. Lo aveva già detto a Vanity nell’agosto 2009: “A oggi non c’è nessuna lotta. E, se mio padre è uomo giusto ed equo, non ce ne saranno nemmeno in futuro”. Sottolineando la sua “passione per l’editoria”, aveva ribadito: “Mio padre ha sempre visto in me delle qualità che potevano essere adeguate per questo settore. Lui ha sempre pensato che, quando ne avessi avuto le capacità, mi sarei occupata di Mondadori”. La sorellastra Marina, sempre ben più decisa nel difendere politicamente il padre, ha già fatto capire (con un’intervista al Corriere della Sera) che se lo può scordare. La saga politico-imprenditorial-familiare continua. Il seguito alla prossima intervista.

giovedì 16 dicembre 2010

POLTRONE IN CORSIA


di Gianni Barbacetto

Nella Prima Repubblica si faceva ma non si diceva. Adesso lo si rivendica: non soltanto il bunga-bunga, ma anche il rito spartitorio della lottizzazione. Ad aprire le danze è stato il potentissimo assessore alla sanità della Regione Lombardia, Luciano Bresciani: “Il volume del voto deve determinare i direttori generali, proposti dalla maggioranza in quote relative a quanto espresso dai cittadini: questa è l’essenza del federalismo”.

Così ha parlato il cardiologo di Umberto Bossi, che ha precisato: “La spartizione, invece, non è indicata dal popolo, è vittima di una logica di potere”. Capito? Tot voti, tot poltrone negli ospedali e nella sanità pubblica. Se lo fa, in Campania o a Roma, Clemente Mastella, è “spartizione”, è “logica di potere”; se invece lo fa la Lega, è sacrosanto “federalismo”. Dunque, tra un direttore generale competente e uno del Carroccio, è meglio quest’ultimo. Tra un primario esperto e uno fedele a Bossi, è preferibile il secondo.

Bresciani e i leghisti fanno finta di non capirlo, ma questo si chiama lottizzazione, non federalismo. Ed è la vecchia, eterna logica spartitoria dei partiti. Quella che spingeva il consuocero di Mastella a urlare al telefono (intercettato): “Ma non teniamo un ginecologo nostro a cui dare questo incarico?”.

Oggi la Lega ha dichiarato guerra a Roberto Formigoni, che in nome della stessa logica spartitoria ha da tempo piazzato uomini di Cl in ogni ospedale, in ogni Asl.

Bresciani vuole spezzare il quasi monopolio ciellino, ma invece di pretendere nomine di manager competenti, capaci e di valore, esige 18 poltrone per la Lega, 18 direttori generali targati Carroccio, su un totale di 45 posti ai vertici di ospedali e Asl, che devono essere coperti entro il 22 dicembre.

Un manuale Cencelli in salsa padana. Che non cambia le logiche fino a ieri imposte dal “Faraone” della sanità lombarda, quel Giancarlo Abelli per decenni braccio destro di Formigoni negli ospedali. Cambia solo le quantità: meno spazio a Cl, più poltrone al Carroccio. La stessa battaglia – ricordate? – di Bettino Craxi nei confronti della Dc. Oggi, quella del medico di Bossi è la sortita finale di un conflitto aperto da mesi dalla Lega.

A primavera Bresciani si era opposto alla proposta di Giancarlo Cesana (uno dei fondatori di Comunione e liberazione) di far gestire l’immenso patrimonio immobiliare del Policlinico di Milano da Infrastrutture Lombarde (società pubblica regionale controllata da uomini di Cl). Poi aveva bocciato il piano socio-sanitario di Giulio Boscagli (assessore alla solidarietà sociale, nonché ciellinissimo cognato di Formigoni) che voleva togliere l’assistenza dei malati cronici all’assessorato alla sanità per affidarla all’assessorato di Boscagli. Battaglie sacrosante, che finalmente cercano di fermare lo strapotere di Cl in Lombardia; ma lasciando intatta la logica spartitoria, la scientifica occupazione dei posti della nuova partitocrazia padana.

I cittadini chi sceglierebbero, tra un papavero di Cl e uno targato Lega? Forse preferirebbero un direttore generale competente, un primario bravo.

giovedì 9 dicembre 2010

FAVORI DA (S)BALLO?


di Gianni Barbacetto

Gentile signor sindaco di Magenta, Luca Del Gobbo: lei si è sempre detto aperto alle richieste dei suoi concittadini, si è definito “il sindaco di tutti”. Ci permetta allora di farle arrivare qualche domanda che già le è stata posta, finora invano, da un battagliero gruppo di uomini e donne della sua città, il “Comitato strada Marcallo”, che si oppone all’apertura di una discoteca. Lei è balzato agli onori delle cronache ai tempi dello scandalo delle firme sulle liste elettorali di Roberto Formigoni. Un quotidiano certo non ostile alla sua parte politica, “Libero”, l’ha definita “l’uomo del pasticcio”: erano autenticate da lei alcune delle firme in un primo tempo ritenute non valide, tanto da provocare l’esclusione dalla tornata elettorale del “listino” di Formigoni. Poi i giudici hanno deciso che invece era tutto a posto, i suoi timbri erano validi e la lista legittimamente presentata (anche se è ancora pendente un ricorso dei radicali).

Ma questa volta i suoi concittadini non le contestano un timbro, bensì tutta un’altra storia. Cominciata nell’estate 2009: un edificio in costruzione in via Espinasse, a Magenta, sta per essere completato e, secondo voci che cominciano a circolare, dovrà essere adibito a discoteca o comunque a “locale d’intrattenimento musicale”. I cittadini degli edifici attorno s’allarmano. Non vogliono la discoteca sotto casa. Non ritengono adatto il luogo. Forse non vogliono chiasso, traffico, confusione vicino al posto dove abitano. Forse sono troppo preoccupati per una scelta che in fondo sembra legittima.

Comunque è legittima anche la loro protesta: organizzano un comitato, cominciano a darsi da fare per impedire l’apertura del locale.

La sua reazione, signor sindaco, a questo punto è molto dura: dice che la discoteca si farà.

Seguono mesi di tensioni e incertezze, con sopralluoghi per verificare eventuali abusi edilizi, richieste di atti amministrativi, passi indietro e polemiche...

Ora, signor sindaco, deve sapere che chi le scrive non ha la fobia dei giovani e non odia le discoteche. Ma le vuole porre alcune domande.

La prima è molto delicata: ha verificato l’opportunità di favorire le attività della persona che gestirà la discoteca? La società Dubai Capitale Disco srl, che dovrebbe condurre l’esercizio, è controllata da Rocco Mongiardo, di Bareggio, nei pressi di Magenta.

Nel Nord ormai ampiamente infiltrato dalla criminalità organizzata, è bene che le pubbliche amministrazioni compiano tutti gli atti necessari e mettano in pratica tutte le cautele possibili per verificare le qualità imprenditoriali degli impresari a cui danno il via libera per attività commerciali.

La seconda domanda è forse ancor più delicata. L’immobile in cui dovrebbe essere aperta la discoteca è di proprietà della società Mpm srl. Tra i soci della Mpm c’è Urbano Morri. Lo stesso Urbano Morri che è un suo sostenitore politico e che controlla anche la Gencantieri spa e l’Immobiliare Emmedue, da cui lei, signor sindaco, ha recentemente comprato la sua abitazione a Magenta, nella frazione di Ponte Vecchio.

Niente di male, s’intende. Ma lei, che è “il sindaco di tutti”, dia un segnale di trasparenza, renda pubblici tutti gli atti, fughi ogni dubbio e spieghi apertamente ogni passaggio della vicenda. Così tranquillizzerà i cittadini di Marcallo e di tutta la sua città.

giovedì 2 dicembre 2010

LEGHISTI CONTRO LEGHISTI


di Gianni Barbacetto

Qui al Nord è scoppiato lo strano e imbarazzante caso dei leghisti che denunciano leghisti. “Noi siamo il partito degli onesti”, aveva risposto il ministro dell'Interno Roberto Maroni a Roberto Saviano, che si era permesso di ricordare in diretta tv che un leghista pavese era in contatto con uomini della 'ndrangheta.

Ora però un altro esponente del Carroccio, il capogruppo nel consiglio regionale della Lombardia Stefano Galli, ha scoperchiato una brutta storia in cui, se lui è il “leghista buono”, altri rivestono gli scomodi panni del “leghista cattivo”.

La vicenda, già raccontata su queste pagine, è quella di Teleospedale: un sistema tv da installare negli atrii, nei corridoi, nelle sale d'aspetto degli ospedali lombardi. Notizie, programmi, informazione e spot pubblicitari, che pagano tutto. Nei giorni scorsi sono scattate le perquisizioni che hanno svelato che su Teleospedale è in corso un'inchiesta per corruzione e turbativa d'asta. Sì, perché qualcuno era disposto a pagare, pur di vincere la gara (di cui abbiamo raccontato le stranezze proprio in questa rubrica, già nel novembre 2009). Lo ha dichiarato a polizia e magistrati lo stesso Galli, fiero di essere un leghista onesto, che vive del suo stipendio, “pagato con i soldi delle tasse dei cittadini”. Gli avevano offerto 15 mila euro, tanto per cominciare. E lui, invece di metterseli in tasca, era corso a sporgere denuncia.

Ma chi sono i “cattivi”, in questa storia di corruzione tentata (nel suo caso) e forse riuscita (in altri casi)? Il conte Alberto Uva, l'imprenditore che ha offerto a Galli i 15 mila verdoni, forse non ha la tessera del Carroccio, ma di certo è interno al mondo leghista, visto che la sua Global Brain aveva ricevuto da Roberto Castelli, allora ministro della Giustizia, un incarico per stabilire l'efficienza e la produttività degli uffici giudiziari, per stilare cioè le cosiddette “pagelle ai magistrati”. Un incarico affidato senza gara e così fuori dalle procedure, che alla fine la Corte dei conti aveva condannato Castelli a risarcire all'erario 50 mila euro.

Se Uva da questa storia esce con una bella indagine per tentata corruzione e turbativa d'asta, anche l'ex ministro Castelli non ci fa una gran figura: “Io certe persone le denuncio, altri danno a loro le consulenze”, ha buttato lì Galli, intervistato da Luigi Ferrarella sul Corriere. Non occorre essere dei premi Nobel per capire che “altri” vuol dire nientemeno che Roberto Castelli.

Altro leghista dentro questa storia è Simone Rasetti, capo dell'ufficio stampa dell'assessore regionale lombardo alla Sanità, Luciano Bresciani (anch'egli del Carroccio). Uva, respinto da Galli, ci ha riprovato con Rasetti. Questi ha intascato i verdoni promessi? O ha resistito alla tentazione? Non lo sappiamo. Ma di certo non ha denunciato il diavolo tentatore, a differenza di Galli. Ora sarà il pubblico ministero Fabio De Pasquale a dipanare la matassa del caso giudiziario.

Dal punto di vista politico, però, è già fin d'ora chiaro che nel “partito degli onesti” di Maroni ci sono anche quelli che parlano con la 'ndrangheta, quelli che cedono alle tentazioni e quelli che, invece di denunciare i tentatori, li nominano consulenti ministeriali.

venerdì 26 novembre 2010

BUNGA BUNGA E CAZZOTTI FENOMENOLOGIA DI EMILIO FEDE



Picchiato al ristorante, indagato a Milano

di Gianni Barbacetto

“Non mi ha difeso nessuno!”, ha commentato Emilio Fede, sconsolato, dopo aver incassato quattro pugni da Gian Germano Giuliani, quello dell’Amaro medicinale, martedì sera al ristorante La Risacca 6 (frequentato in passato anche da Marcello Dell’Utri). Ormai dalla Milano da bere siamo passati alla Milano del bunga-bunga, tra vecchi satrapi e giovani sgallettate, paparazzi e meteorine, ristoranti “alla moda” di mediocre cucina e feste in villa. Anche questa volta, la pietra dello scandalo è una ragazza: Ilenia, ex moglie di Giuliani, che Fede avrebbe incautamente presentato a Stefano Bettarini, ex calciatore ed ex di Simona Ventura. “In questo periodo provate a offrire un amaro Giuliani a Stefano Bettarini... Vedrete che non gradirà l’offerta”: così, qualche tempo fa, aveva alluso il settimanale “Chi” di Alfonso Signorini. Ora la storia dalle allusioni è passata agli schiaffoni: con Fede costretto a finire la serata all’ospedale e il suo avvocato, Nadia Alecci, pronta a chiedere un sostanzioso risarcimento. È stata Selvaggia Lucarelli, nel suo blog, a raccontare la storia dell’incontro tra la bella Ilenia e il prestante Bettarini, mediato da Fede (79 anni) che si è così attirato le ire dell’amaro Giuliani (72 anni). Fede smentisce: non ho presentato nessuno, sono stato aggredito senza motivo da uno squilibrato. E si riprende facendo al Tg4 un’imperdibile cronaca dell’assalto al Senato da parte degli studenti in lotta, “che bisognerebbe menarli”.

Fede Emilio, già icona dell’Italia berlusconizzata, è ora diventato l’uomo simbolo dell’Italia del bunga-bunga. È indagato a Milano per il caso Ruby, ipotesi d’accusa favoreggiamento della prostituzione: secondo i pm Ilda Boccassini e Antonio Sangermano, insieme a Lele Mora è il fornitore di ragazze della Real Casa di Arcore. Secondo alcuni dei variopinti (e contraddittori) racconti di Ruby Rubacuori, fu proprio Emilio a scoprirla, a un concorso di bellezza in Calabria in cui era presidente della giuria, e a invitarla al Nord, nella Milano delle veline e della tv.

Sciupone l’Africano

PER QUESTO i pugni di Giuliani gli hanno fatto ancor più male: ribadirebbero un poco simpatico ruolo di mezzano che Fede smentisce con assoluta fierezza, fino a indicare l’aggressore come il suo Tartaglia (ricordate il giovane in cura psichiatrica che tirò a Silvio Berlusconi un’appuntita miniatura del Duomo?). Ormai i suoi tg sono pezzi di grande cabaret. Eppure era un giornalista, Emilio Fede, un tempo. Cronista Rai, per otto anni inviato speciale in Africa, ha raccontato per la tv pubblica la decolonizzazione del continente e le prime guerre civili. La sua Africa terminò bruscamente: a causa di una malattia e di un brutto contenzioso sulle spese di viaggio. Quel cattivone di Oliviero Beha gli attacca addosso il titolo di “Sciupone l’Africano”. Niente di male: nel 1981 riesce ugualmente a diventare direttore del Tg1, dopo aver lavorato al mitico settimanale d’approfondimento Tv7. Da direttore, entra nella storia della televisione raccontando minuto per minuto, in diretta, la tragedia di Alfredino, il bambino caduto in un pozzo a Vermicino. Ma anche dal Tg1 dovrà andarsene piuttosto bruscamente, a causa del suo coinvolgimento nella storia delle bische clandestine, insieme a un ancora sconosciuto Flavio Briatore. I due la racconteranno come una ragazzata da “Amici miei”, o al massimo un vizietto di amanti del gioco d’azzardo. In realtà, erano dentro un business ben oliato, una truffa scientificamente organizzata, un copione degno della “Stangata”. Recitato per anni da un gruppo di malavitosi di rango, eredi del boss Francis Turatello. C’erano le carte truccate e (già allora) ragazze molto disponibili, usate per attirare e distrarre quelli che molto gentilmente erano chiamati “clienti”, ma erano in verità polli da spennare. Seguì retata, arresti, processi. Per Fede, un’assoluzione (per insufficienza di prove).

A quei tempi, il coinvolgimento nello scandalo fu sufficiente a chiudergli i cancelli della Rai in faccia.

L’approdo da Berlusconi

RIPARÒ a Rete A, il canale di Alberto Peruzzo, dove mise in piedi il telegiornale. Poi arrivò la chiamata: Silvio lo porta al Palazzo dei Cigni, a Segrate. Nel 1989 diventa direttore di Video News, poi di Studio Aperto. È il primo ad annunciare in diretta, su Canale 5, l’inizio della Guerra del Golfo, il 17 gennaio 1991. Il primo anche a dar conto della cattura dei due piloti italiani Gianmarco Bellini e Maurizio Cocciolone. Poi passa a dirigere il Tg4 e dal 1992 racconta a suo modo l’Italia a milioni di casalinghe e pensionati.

Nel 1994 proclama in video la vittoria di Forza Italia con un’enfasi tale che gli vale l’inserimento imperituro nel film “Aprile” di Nanni Moretti. Non sempre gli è andata così bene: nel 2000 ha dovuto togliere a una a una le bandierine azzurre che aveva impiantato nella cartina d’Italia, sulle regioni assegnate secondo i primi risultati al centrodestra, ma poi conquistate invece dal centrosinistra. E nel 2006 si becca 450 euro di multe per violazione della par condicio. Non si scompone: fedele all’amico Silvio sempre. Ora però è alla sua prova più dura: sotto accusa per aver accompagnato ad Arcore le ragazze del bunga-bunga, preso a schiaffi al ristorante da un vecchio signore. “E non mi ha difeso nessuno!”.

venerdì 12 novembre 2010

Ruby, querele e bugie Si muove la Cassazione



IL GIUDICE: “MARONI CALPESTA LA VERITÀ” I QUATTRO REBUS DI QUELLA NOTTE

di Gianni Barbacetto

Il pasticciaccio della notte tra il 27 e il 28 maggio 2010 diventa conflitto duro. Tra il pm dei minori Annamaria Fiorillo - “Maroni è andato in Parlamento a calpestare la verità e questo non lo posso permettere” - e lo stesso ministro dell’Interno, che annuncia una querela contro il magistrato. Ma anche tra Fiorillo e il procuratore della Repubblica di Milano Edmondo Bruti Liberati, che danno due versioni opposte di ciò che successe quella notte. Intanto il Consiglio superiore della magistratura, a cui il pm del tribunale dei minorenni aveva chiesto di essere tutelata nei confronti del ministro, ha deciso di trasmettere la lettera di Fiorillo al procuratore generale della Cassazione, che ha “avviato accertamenti conoscitivi sulla vicenda”.

La notte del pasticciaccio è quella in cui la diciassettenne Karima El Mahroug, detta Ruby, viene portata alla questura di Milano con un’accusa di furto. Che cosa successe davvero in quelle ore, che contengono il nocciolo duro del caso Ruby?

1. LE TELEFONATE

Subito si muove, da Roma, Silvio Berlusconi, che aveva precedentemente incontrato Ruby ad Arcore: con un paio di telefonate al capo di gabinetto della questura, chiede che la ragazza (qualificata come “la nipote del presidente egiziano Mubarak”) venga rilasciata e consegnata a Nicole Minetti, ex soubrette televisiva e igienista dentale del presidente del Consiglio, che arriva in via Fetebenefratelli dichiarandosi non solo consigliere regionale (lo è: imposta da Berlusconi nel listino bloccato del presidente Roberto Formigoni), ma anche “consigliera con incarico presso la presidenza del Consiglio dei ministri”. Le pressioni di Berlusconi sono il vero scandalo della vicenda Ruby, perché costituiscono un abuso di potere ingiustificabile dal punto di vista politico, anche al di là dell’eventuale qualificazione giuridica come reato. Su quelle pressioni, le indagini della procura di Milano proseguono.

2. I FUNZIONARI

Ruby viene portata in questura da due agenti del commissariato Monforte. Negli uffici c’è il funzionario Giorgia Iafrate, che si trova al centro di una contesa. Da una parte i superiori, il capo di gabinetto Pietro Ostuni e l’allora questore Vincenzo Indolfi, che dopo le telefonate di Berlusconi premono su di lei affinché lasci andare Ruby. Dall’altra le regole, che impongono le procedure d’identificazione della ragazza, e il pm dei minori, che dispone il suo trasferimento in comunità. La polizia quella notte fa il suo dovere: trattiene per molte ore Ruby, non obbedendo alle pressioni del presidente del Consiglio, e procede alla sua corretta identificazione e foto-segnalazione. La dottoressa Iafrate prende contatti con il pm di turno del tribunale dei minorenni, che quella sera è Annamaria Fiorillo, e con lei discute cosa fare della ragazza, mentre “continua a ricevere continue telefonate da parte del capo di gabinetto, il quale chiedeva perché la ragazza non fosse stata ancora rilasciata”, come scrivono i due agenti nella loro relazione di servizio.

3. “NON RICORDO”

Alla fine Ruby viene consegnata a Nicole Minetti. Questo passaggio resta oggetto di polemiche. La dottoressa Iafrate sostiene che, dopo molte telefonate con la pm, fu presa concordemente la decisione di affidare provvisoriamente la ragazza alla consigliera regionale. Fiorillo racconta un’altra storia: nega di aver dato il suo assenso.

Il commissario capo Giorgia Iafrate ribatte: “Se nega, il pm dei minori evidentemente ricorda male. Io invece ricordo benissimo e non cambio una virgola di quanto già detto. Ho seguito la prassi, come ogni notte”. La parola della funzionaria contro quella della magistrata. Che ora si dice sicura di aver rifiutato l’affido, ma che nella relazione al suo procuratore, poi inviata anche al Csm, scrive sì di avere espresso “notevoli perplessità che esternai con chiarezza all’interlocutrice”, ma alla fine non offre alcuna certezza: “Non ricordo di avere autorizzato l’affidamento della minore”. Sulla base di quel “non ricordo”, il procuratore Bruti Liberati ha dichiarato che “il caso era chiuso”, per quanto riguarda il comportamento dei funzionari di polizia. Del resto, perché il pm dei minori il giorno dopo non ha più chiesto che fine aveva fatto la ragazza?

4. L’AFFIDO

Il caso resta evidentemente aperto per quanto riguarda, a monte, le pressioni di Berlusconi; e, a valle, il comportamento di Nicole Minetti. Non solo non è “consigliera con incarico presso la presidenza del Consiglio dei ministri”, ma ha abbandonato Ruby nelle mani della prostituta brasiliana Michele Coincecao Santos Oliveira, che pochi giorni dopo la picchierà fino a mandarla all’ospedale.

giovedì 11 novembre 2010

VICENZA NON È ARCORE


GIANNI BARBACETTO

Il Veneto che fino a ieri voleva fare da solo, ora chiede attenzione e aiuto dal paese intero. Certo, non è normale che una sciagura, come quella accaduta a Vicenza e dintorni, per giorni non sia rilevata dalla politica nazionale e dai media.

Le case, le imprese venete vanno sott’acqua e solo con ritardo giornali e telegiornali colgono il senso della tragedia, e ancor più tardi lo colgono gli uomini dei partiti.

Eppure il Veneto è, per risultati elettorali, la prima regione della Lega di Umberto Bossi, partito di governo saldo e forte, non toccato dalle crisi che stanno invece dilaniando e distraendo il fratello maggiore, il Pdl di Silvio Berlusconi.

Centotrenta comuni colpiti. Un terzo del territorio urbano invaso dall’acqua a Vicenza. Seicento ettari allagati nella zona di Verona. Millecinquecento nella provincia vicentina. Due vittime, un migliaio di alluvionati e sfollati. Danni per un miliardo di euro.

Ora Silvio e Umberto hanno fatto il giro che avrebbero dovuto fare già da giorni, ma hanno raccolto pochi applausi e molti fischi.

Del resto, sembra che natura e cultura, in giro per l’Italia, si siano impegnate a diventare simbolo di quel che sta accadendo a Roma: la casa dei gladiatori crolla a Pompei, i fiumi rompono gli argini in Veneto.

Intanto il berlusconismo collassa, in un triste declino da fine impero. Ma il Veneto?

Vicenza non è Arcore, non è il palcoscenico triste di un vecchio satrapo al tramonto, attorniato da fanciulle in fiore pagate 5 mila euro a serata per allietare il sultano.

Il Veneto è terra di capannoni e imprese, lavoro ed export, idee e ricchezza. Eppure finisce sott’acqua, come se gli dei volessero mandare un monito anche al politico socio forte della coppia di governo, un “memento” che serva a far pensare che i due sono, in fondo, sulla stessa scialuppa.

Ma si può sommessamente ricordare che, se la natura si ribella, lo fa in risposta agli oltraggi subiti dagli uomini?

Il miracolo del Nord-est, ricchezza dei veneti e orgoglio dei leghisti, è il risultato anche della cementificazione del territorio, della distruzione del paesaggio, della rottura dell’equilibrio idrogeologico.

Non se ne sono curati gli uomini dell’economia e della politica, ma solo i poeti. Come Andrea Zanzotto che ha espresso in parole leggere come piume ma pesanti come pietre “la devastazione del paesaggio e lo spaesamento” e ha vaticinato: “Oggi una megamalattia è in corso: non sappiamo nemmeno se si possa più parlare di natura. Siamo immersi in una tensione continua, che spinge a uno sviluppo brado, cannibalistico, un affanno a costruire che ci mangia la terra sotto i piedi e punta all’autodistruzione”. Eccolo, ora, il cannibalismo diventato sciagura. A questo punto, si aiuti chi soffre, senza rinfacciare nulla. Le targhe politiche non contano quando si deve asciugare, sanare, ricostruire. Ma non si dimentichi, oggi che i veneti chiedono aiuto, il tempo in cui un’ideologia solipsistica venduta come federalismo negava aiuto ad altri e pretendeva di far da sé, di tenere per sé tutte le risorse, da non disperdere “in assistenza”. Il Veneto ai veneti, dicevano. Sarebbe bello che ora anche i più coriacei scoprissero che cosa vuol dire solidarietà nazionale.

barbacetto@fastwebnet.it

venerdì 5 novembre 2010

IL CONFESSORE



Don Verzé, il Caimano e il caso escort: finanziamenti, Servizi e benedizioni

di Gianni Barbacetto

Sono molti i fili che legano Silvio Berlusconi al San Raffaele di don Luigi Verzé. Al prete-manager, il presidente del Consiglio ha affidato la speranza di vivere (almeno) fino a 120 anni. Nell’attesa, gli ha affidato anche Nicole Minetti, soubrettina di seconda fila presa dagli studi televisivi di Colorado Cafè e fatta rapidamente diventare “igienista dentale” del San Raffaele (per poi imporla come consigliera regionale nel “listino” bloccato di Roberto Formigoni e infine “incaricata della presidenza del Consiglio” per strappare Ruby alla questura di Milano).

Del resto, è nelle sale operatorie dell’ospedale di don Verzé che si dice Silvio abbia risolto in maniera definitiva (e idraulica) i suoi problemi erotici, grazie all’equipe dell’ottimo professor Francesco Montorsi, specialista in disfunzioni erettili postchirurgiche. E ora salta fuori anche Perla Genovesi, donna indecisa tra assistere un senatore della Repubblica e trasportare cocaina. Secondo quanto riporta il Corriere della Sera, Perla ha raccontato ai magistrati di Palermo che il parlamentare Pdl Enrico Pianetta, di cui era assistente, nel suo ruolo di presidente della commissione del Senato sui Diritti umani tra il 2001 e il 2006, ha fatto ottenere a don Verzé denaro pubblico. Finanziamenti massicci, fatti piovere sull’ospedale del prete-manager con la finalità ufficiale di realizzare opere nel terzo mondo. Non senza qualcosa in cambio: la ricandidatura di Pianetta in Parlamento, pretesa e ottenuta nel 2006. E un paio di tangenti: una consistente per il parlamentare e una più modesta per la sua assistente, che dice di aver incassato dal San Raffaele diecimila euro per una “consulenza” inesistente.

Ora toccherà al pm milanese Antonio Sangermano verificare se alle dichiarazioni di Perla Genovesi corrispondono fatti e versamenti. È infatti sul tavolo di Sangermano, sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Ilda Boccassini, che sono arrivate le carte provenienti dall’inchiesta palermitana . “Non c’è alcun fascicolo sul San Raffaele”, ha dichiarato ieri ai cronisti il procuratore della Repubblica di Milano, Edmondo Bruti Liberati. Ma poi ha aggiunto che “il fascicolo è arrivato l’altro ieri ed è stato assegnato al pm Sangermano, che lo sta esaminando”. Stesso pm, dunque, ma indagine separata: “Resta disgiunto”, dice Bruti, dal caso Ruby.

Se il settantaquattrenne Silvio dal novantenne don Verzé aspetta l’elisir dell’eterna giovinezza, gli amici del prete-manager aspettano dalla rete del San Raffaele aiuto e sostegno. Sono quasi una setta, una èlite, una lobby. Affari e carriere, anche in punti delicati degli apparati istituzionali. Lo dimostra la storia di Pio Pompa, ex sindacalista che riesce, proprio grazie a don Verzé, a farsi piazzare dentro il servizio segreto militare, accanto a un altro “Raffaeliano”, l’allora direttore del Sismi Nicolò Pollari. Non senza l’intervento di Berlusconi, che viene ringraziato da Pompa con un fax inviato a Palazzo Grazioli il 21 novembre 2001 e destinato a restare negli annali dei servizi e del San Raffaele: “Signor Presidente, sul foglio che ho davanti stento ad affidarmi a frasi di rito per esprimerLe la mia gratitudine nell’aver approvato oggi il mio inserimento, quale consulente, nello staff del Direttore del Sismi... In due occasioni , prima a Milano e successivamente a Roma, ho colto il Suo sguardo indagatore mentre Le stringevo la mano. Uno sguardo poi divenuto dolce conoscendomi come uomo fedele e leale di don Luigi Verzé. Sarò, se Lei vorrà, anche il Suo uomo fedele e leale... Mio padre contadino, don Luigi e Lei possedete la forza e la volontà di seminare per il futuro, oltre la Vostra esistenza. Desidero, dunque, averLa come riferimento e esempio ponendomi da subito al lavoro. Un lavoro che vorrei, come mi ha suggerito don Luigi, concordare con Lei quando potrò, se lo riterrà opportuno, nuovamente incontrarLa”.

Pompa, diventato “Shadow”, l’ombra del direttore Pollari, dai suoi uffici di via Nazionale a Roma procederà poi al dossieraggio di magistrati, giornalisti, politici considerati “nemici” non delle istituzioni, ma del presidente del Consiglio pro tempore. Sarà poi condannato a tre anni in primo grado, per favoreggiamento, al processo per il rapimento di Abu Omar. Il suo capo, Pollari, sarà salvato dal segreto di Stato. Aveva avuto anche un bel regalo da don Verzé: una villa vicino all’Eur venduta dalla Fondazione San Raffaele a prezzo di saldo.

Negli uffici di via Nazionale, i magistrati impiccioni di Milano, che indagavano sul sequestro Abu Omar, trovano un’altra lettera vergata da Pio Pompa. Diretta a don Verzé in persona: “Caro presidente, la direzione dell’importante Organismo (il Sismi, ndr) per noi Raffaeliani consiste nella possibilità di sostenere adeguatamente i progetti di consolidamento economico e sviluppo futuro attraverso interventi che potranno assumere la seguente articolazione”. Seguono sette punti che intrecciano pubblico e privato, Sismi e San Raffaele, ricerca medica e operazioni immobiliari, opere buone e buoni affari. Citando, tra gli altri “amici”, il banchiere Cesare Geronzi e i non meglio specificati “responsabili degli organismi deputati al finanziamento dei progetti di ricerca”.

Quando poi Barbara Berlusconi, nel luglio scorso, porta a casa una laurea triennale in Filosofia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele, don Verzé la indica, tra lo sconcerto di qualche professore, come futura docente di una prossima facoltà di Economia. Per la gioia di papi Silvio, presente e felice.

mercoledì 3 novembre 2010

“CI FA VERGOGNARE”


Lo sfogo della scorta: basta, non siamo Carabinieri per fare la guardia alle escort del premier

di Gianni Barbacetto

“Non ne possiamo più. Non siamo diventati carabinieri per fare la guardia alle escort del premier. Molti nostri colleghi sono morti mentre facevano la scorta a magistrati o politici che difendevano lo Stato. E noi, invece... È mai possibile essere ridotti cosi?”. A parlare sono alcuni “ragazzi” dei servizi di scorta. Carabinieri allenati a difendere le “personalità” loro affidate fino a mettere a rischio la propria vita. “Ma qui ci fanno fare i tassisti dei festini. Per questo, dopo essere stati tanto zitti e obbedienti, ora vogliamo, a nostro rischio, far sentire la nostra voce”. Cominciano i racconti, che si incrociano, si intrecciano e si sommano.

“LE FESTE ad Arcore si tengono nei giorni del fine settimana, dal venerdì al lunedì. Molte sono proprio di lunedì. Nell’estate si moltiplicano. Noi accompagniamo le personalità fino alla villa e poi aspettiamo fuori. Vediamo un giro di ragazze pazzesco. Arrivano con vari mezzi. Moltissimi Ncc, le auto a noleggio con conducente. Alcuni pulmini, di quelli da 10-15 posti. Una volta abbiamo visto alcune ragazze scendere da due fuoristrada di quelli massicci. Alcune ragazze le porta direttamente Emilio Fede nella sua auto, altre scendono dalla macchina di Lele Mora con targa del Canton Ticino”.

“L’estate scorsa abbiamo visto molte feste alla villa di Arcore. Altre volte abbiamo accompagnato le nostre personalità in ristoranti di Milano, come ‘da Giannino’, in via Vittor Pisani, zona stazione Centrale. O in una casa privata di zona Venezia. Che ne sappiamo noi di che cosa succede là dentro? Ce li immaginiamo, magari fanno uso di droghe o infrangono la legge e ridono di noi, dicendo: noi siamo qua al sicuro, abbiamo anche i carabinieri che ci proteggono. E che gente c’è a quelle feste? Noi per arruolarci nell’Arma dobbiamo dimostrare di essere puliti per due generazioni, i nostri padri e i nostri nonni, e finiamo a far la guardia a gente che magari pulita non è”.

“Sì, la scorsa estate ad Arcore c’era un gran via vai. Ruby? No, non me la ricordo, ma sa, sono tante, tutte uguali, tutte giovani... Abbiamo riconosciuto una giornalista. E Flo, quella che ha partecipato alla ‘Pupa e il secchione’. Poi una bionda che era stata al Grande Fratello... Molte si capisce che sono straniere, tante hanno la cadenza napoletana. Poi alcune escono a fine festa, altre si fermano lì per la notte, ma è difficile tenere la contabilità, c’è un tale via vai...”.

“CI È CAPITATO di fare missioni all’estero e di incontrare colleghi stranieri che fanno il nostro stesso lavoro: ci sfottono per questa storia delle feste, delle ragazze. Ma è mai possibile che dobbiamo vergognarci, noi che vorremmo lavorare per le istituzioni e difendere lo Stato? Abbiamo orari massacranti, turni di otto ore al giorno che spesso diventano dodici. Facciamo anche 120 ore di straordinario, ma ce ne pagano al massimo trenta, a 6 euro e mezzo all’ora, più un buono pasto da 7 euro. Va bene, non ci lamentiamo, è il nostro lavoro. Ma lo vorremmo fare per lo Stato, non per questa vergogna. Vorremmo proteggere le personalità delle istituzioni, non gente che ci fa vergognare davanti al mondo”.

“Comunque non ci lamentiamo del nostro stipendio. Solo ci chiediamo se è giusto che una ragazza giovane e carina senz’altra esperienza politica prenda 15 mila euro al mese, perché è stata fatta diventare consigliere regionale. Il presidente? Con noi è gentile. Qualche volta è venuto a salutarci, a raccontaci qualche barzelletta. Una volta ci ha fatto, ammiccando, una battuta: ‘Eh, beati voi che adesso andate a casa a dormire, a me invece tocca trombare’. Un’altra volta ci ha portato qualche ragazza e ce l’ha presentata. Una notte ci ha mandato una ragazza che ci ha fatto la danza del ventre...”.

“A fine serata riportiamo le personalità a casa. Vediamo alcune ragazze uscire e tornare verso Milano, altre restano nella villa per la notte. Capita che dobbiamo scortare personalità che fanno il giro a riaccompagnare le ragazze nei residence milanesi, alla Torre Velasca o in corso Italia. L’ultima magari se la portano a casa. E noi dobbiamo accompagnare la nostra personalità fino alla porta dell’appartamento: è imbarazzante salire in ascensore con un signore anziano e una ragazzina. Pensiamo alle nostre figlie e diciamo che non ci piace questo mondo. Sarà moralismo, ma non ci piace”.

martedì 2 novembre 2010

POLVERE DI STALLE



Un’altra Ruby: “Droga a Villa Certosa” Il Caimano sempre più nella melma

di Gianni Barbacetto

Ora nei festini del presidente del Consiglio fa la sua comparsa anche la droga. Hashish e marijuana che le giovani ragazze invitate da Silvio Berlusconi trovavano sul comodino, nelle camere di villa Certosa in Sardegna e che potevano utilizzare prima dei party. Questo almeno secondo il racconto di una ragazza che fa la cubista a Milano e che è stata sentita dai magistrati di Palermo impegnati da tempo in un’indagine su un traffico di droga. Ora le dichiarazioni della ragazza, videoregistrate, saranno mandate alla Procura di Milano, dove confluiranno nell’inchiesta su Ruby, la ragazza che racconta di aver partecipato ad alcune feste di Berlusconi ad Arcore.

I racconti delle due giovanila cubista sentita a Palermo e Ruby, che ieri ha compiuto diciott’anni – si confermano in molti punti. Entrambe descrivono le cene, i riti sessuali, i tuffi in piscina. In più, la cubista aggiunge il particolare delle droghe leggere che giravano tra le ragazze. Un particolare inedito, che contraddice altre dichiarazioni di ragazze presenti alle feste, le quali descrivono invece ai giornalisti un Berlusconi molto attento a non far entrare droghe nelle sue residenze.

ADESSO toccherà a Ilda Boccassini, procuratore aggiunto a Milano, gestire insieme al pm Antonio Sangermano anche i materiali investigativi arrivati dalla Sicilia. L’indagine milanese era decollata l’estate scorsa, dopo alcuni mesi di un’inchiesta sottotraccia su un giro di prostituzione d’alto bordo. Gli investigatori si erano già imbattuti in una certa Karima El Mahroug (il vero nome di Ruby) e stavano cercando di decifrare il ruolo di Lele Mora e di Nicole Minetti, la ballerina di “Colorado Cafè” che si è rapidamente trasformata in igienista dentale del presidente del Consiglio e ancor più rapidamente in consigliera regionale della Lombardia.

NEL LUGLIO 2010, gli investigatori si concentrano su un fatto successo due mesi prima, quando Ruby era stata fermata con un’accusa di furto e portata in questura a Milano. È la ormai famosa notte tra il 27 e il 28 maggio 2010, quando la ragazza viene affidata – dopo due telefonate di Berlusconi e contro la disposizione del magistrato dei minori – proprio a Nicole Minetti e alla escort brasiliana Michelle, che ospita Ruby nel suo appartamento milanese sui Navigli. Michelle ha dichiarato al Corriere della sera di essere stata lei ad avvertire Berlusconi del fermo di Ruby, sostenendo di aver avuto da anni in agenda il numero privato del presidente del Consiglio, da usare in caso di “emergenze”.

Poi Ruby, minorenne, è stata più volte sentita dal procuratore aggiunto di Milano Pietro Forno. Intanto, Berlusconi veniva informato in diretta delle mosse della procura di Milano e faceva avviare le contromosse per tentare di disinnescare le indagini. Il caso ha voluto che dall’altro capo d’Italia, in Sicilia, i magistrati palermitani Teresa Principato, Geri Ferrara e Marcello Viola s’imbattessero in un traffico di droga in cui era coinvolta una trentenne di Parma, Perla Genovesi, attivista di Forza Italia e assistente parlamentare di un senatore Pdl della Lombardia, Enrico Pianetta. Perla è in contatto con un boss di Cosa nostra della provincia di Trapani, Paolo Messina, considerato uno di coloro che proteggono la latitanza del superboss Matteo Messina Denaro. La donna ha rapporti anche con Vito Faugiana, di Castelvetrano, militante del Nuovo Psi. Messina commercia droga. Faugiana si occupa di gestire la clientela che acquista la coca.

PERLA fa il corriere: trasporta droga dalla Spagna all’Italia e la distribuisce in Sicilia, in Emilia-Romagna, in Lombardia. Alle elezioni regionali del 2005, con Vito Faugiana tenta l’avventura politica, presentando il Nuovo Psi in Emilia e finanziando la campagna elettorale con i soldi del traffico di droga. Dalle urne esce un flop, ma Perla diventa assistente del senatore Pianetta. È in contatto con il deputato Ignazio La Russa, con la coordinatrice Pdl dell’Emilia-Romagna Isabella Bertolini, con Sandro Bondi. Chiama anche villa San Martino, la residenza di Arcore di Silvio Berlusconi.

NEL 2007 cominciano i guai. Viene fermata a un posto di blocco in compagnia di Faugiana e gli agenti le trovano della cocaina in macchina. Evita l’arresto soltanto perché è incinta. Non lo eviterà però tre anni dopo, quando nel luglio 2010 viene condotta in carcere. A questo punto decide di parlare. E racconta, oltre a quel che sa dei traffici di droga, anche dei festini targati Pdl. Un giro di “banchetti orgiastici” a base di sesso e droga, organizzati da Paolo Messina nelle ville di esponenti del Popolo della libertà nella Sicilia occidentale. Ma accenna anche a feste simili che avvengono al Nord.

DICE DI AVER presentato una sua amica, una cubista ventenne, a Renato Brunetta, parlamentare Pdl che in seguito diventa ministro della Funzione pubblica. Perla riferisce che la ragazza le ha poi raccontato di essersi inserita nel giro grande, quello delle feste di Berlusconi, di aver partecipato a party notturni nelle sue residenze a Roma, a Milano e in Costa Smeralda. “Sono entrata nel giro delle feste del presidente”, le avrebbe confidato la ragazza. Brunetta, raggiunto al telefono dal Fatto quotidiano, spiega di aver visto la ragazza una volta sola, durante un convegno a Roma, e di averle fornito consigli legali. “Mi è stata presentata da Perla Genovese e, disperata, mi ha chiesto consigli perché aveva paura che le togliessero il figlio. Le ho suggerito i nomi di alcuni avvocati che potevano aiutarla e poi non ho rivisto più né lei né la Genovese”.

In seguito la ventenne ha confermato le dichiarazioni della Genovese e ha raccontato le feste del premier a cui ha partecipato. Ha descritto particolari che combaciano con quelli di Ruby e, in più, ha aggiunto la presenza della droga leggera a disposizione delle ospiti, per prepararsi alla gran serata.

ADESSO le dichiarazioni di Perla e quelle, ancor più scottanti, della ventenne cubista, arriveranno sul tavolo di Ilda Boccassini, ad appesantire i fascicoli che coinvolgono Lele Mora, già in passato descritto come manager con un entourage non privo di relazioni pericolose con ambienti della criminalità organizzata. La diciottenne Ruby, nei primi giorni della sua maggiore età, ne vedrà delle belle.

lunedì 1 novembre 2010

Abbandono di minore

QUESTURA MILANO

GIANNI BARBACETTO

Per il pm, Ruby doveva andare in comunità. Invece fu lasciata andare. Ecco che cosa rischiano ora Nicole Minetti e i funzionari della questura

Nicole Minetti e i funzionari della questura di Milano che le hanno affidato Ruby la notte del 27 maggio rischiano di essere incriminati per abbandono di minore. L’articolo 591 del codice penale prevede pene da sei mesi a cinque anni per chiunque abbandoni una persona “della quale abbia la custodia o debba avere cura”. È quello che è successo la notte tra il 27 e il 28 maggio 2010 in via Fatebenefratelli. Ruby, la minorenne che dice di essere stata ad Arcore alle feste di Silvio Berlusconi, la sera del 27 viene fermata dalla polizia in un centro estetico di corso Buenos Aires. A segnalarla è una sua amica, Caterina P., che dice di aver subito, giorni prima, un furto di 3 mila euro e alcuni goielli. Indica Ruby come la ladra.


I funzionari di polizia della questura, in seguito alle telefonate del presidente del Consiglio, la rilasciano. Contro il parere del magistrato dei minori di turno quella notte, che aveva invece disposto di affidare Ruby a una comunità. Ma Berlusconi aveva insistito: è la nipote del presidente Mubarak, aveva detto mentendo. Affidatela alla consigliera regionale Nicole Minetti che è in arrivo. Così è stato fatto. Ma Nicole Minetti, la ballerina di “Colorado Cafè” nonché igienista dentale del presidente del Consiglio che viene imposta da Berlusconi nel Consiglio regionale della Lombardia, firma il documento dell’affido, ma subito fuori dalla questura lascia Ruby alla cure della brasiliana Michele, professione escort, che la porta a casa sua.

Una decina di giorni dopo, il 5 giugno, la polizia deve intervenire di nuovo. Preleva Ruby a casa della brasiliana e la porta in ospedale. Le due donne hanno avuto un litigio furioso e la minorenne è segnata da vistosi lividi. Si accusavano a vicenda “di meretricio”, scrivono gli agenti nella loro relazione di servizio. In quella occasione, la polizia chiama ripetutamente Nicole Minetti, che risulta avere in custodia Ruby: ma non riesce a trovarla.

Dunque Ruby è stata abbandonata. E la Minetti non ha adempiuto all’impegno che si era assunta: quello di aver cura della ragazza. In questi casi, il codice fa scattare il reato di abbandono di minore. Di cui potrebbero essere chiamati a rispondere anche i funzionari della questura di Milano che l’hanno affidata all’igienista dentale contro il parere del magistrato. Secondo il codice, il reato è aggravato quando il minore dopo l’abbandono subisca lesioni, come è accaduto a Ruby. Ma ora sarà la procura della Repubblica di Milano a decidere come proseguire l’indagine.