Visualizzazione post con etichetta LORELLA ZANARDO. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta LORELLA ZANARDO. Mostra tutti i post

venerdì 30 dicembre 2011

Il Tempo dei Pigmei




LORELLA ZANARDO

Il Presidente Napolitano ha risposto in questi giorni con una lettera di grande spessore, ad alcune domande che il direttore di Reset gli pose qualche mese fa. La più importante delle quali, a me pare, è quella che indaga la ragione per cui l’epoca in cui viviamo abbia prodotto solamente dei pigmei della politica, nulla di paragonabile agli Einaudi, Roosevelt, Churchill che li hanno preceduti.
Provo a dare il mio parere qui.

Gentile Direttore,
Le scrivo in qualità di cittadina italiana, per molti anni dirigente in multinazionali e testimone diretta di quell’economia liberista che oggi appare in grave crisi.
Le scrivo perché coinvolta dalle sue domande e dalla lettera del Presidente Napolitano per cui mi sento chiamata ad azzardare risposte.
Terminai i miei studi laurea e master in Bocconi negli anni ’80: eravamo una quarantina tra uomini e alcune donne con profili eccellenti e molto richiesti dalle aziende: a nessuno di noi venne in mente di intraprendere una carriera politica, né ricordo che in quegli anni ’80, che videro l’adesione totale dei mercati all’economia liberista, circolasse l’idea che entrare in politica potesse essere una scelta giusta e etica.
La politica appariva la scelta per i meno capaci, un luogo fuori dai giochi che contavano.
Ricordo che mi stupii quando, anni dopo, mi venne offerto un incarico internazionale che mi condusse a vivere in Francia e lì scoprii l’ENA, Ecole Normale Administratif che sfornava i futuri dirigenti governativi tanto bravi da essere richiestissimi anche dalle aziende private.
Conservo chiaro però il ricordo che in quegli anni né in Italia né in Francia fosse dato alcun peso al concetto di etica del business, che solo molti anni dopo avrebbe trovato ascolto, poco ascolto a dire il vero. Ciò che contava era fare profitti, il fine ha giustificato i mezzi per molti anni con tutto ciò che ne è conseguito. Le lauree più richieste erano quelle in discipline economiche, lauree da “vincenti”. Ricordo per certo che la cultura di base era ridotta ai minimi termini: se devi produrre, se sei valutato su quanto profitto fai fare all’azienda, se lavori 14 ore al giorno, ti stai preparando ad essere un grande manager, più raramente una grande persona. Come è possibile che ci si sia dimenticati che per vent’anni nessuno ha mai pronunciato parole come valore umano, responsabilità morali, scelte etiche? Come avremmo potuto discutere di valori quando in quegli anni si producevano aberrazioni all’interno delle aziende che venivano fatte passare per procedure “normali”? Il mobbing è un’invenzione degli anni ’80 che trova la sua massima applicazione negli anni ’90: in pratica si “faceva fuori” psicologicamente un dirigente per non riconoscergli la buonuscita che gli sarebbe spettata. Mi capitò di fare una ricerca per una Associazione Industriale e intervistai alcuni “mobbizzati”, che avevano “scelto” di licenziarsi: fu un’esperienza terribile, uomini 50enni in isolamento dal mondo. Se l’operaio trova infatti nella tragedia del licenziamento almeno la solidarietà dei compagni, il dirigente mobbizzato vive in solitudine come una vergogna la colpa di essere stato allontanato dall’azienda: in quegli anni il Luogo dove Esistere per eccellenza.
Trent’anni in cui l’economia prima e la finanza poi hanno dettato legge alla Politica. Sarebbe ridondante fare l’elenco degli orrori a cui abbiamo assistito: le migliori società di certificazione di bilancio che fallivano per avere certificato il falso e che risorgevano solo dopo pochi mesi senza che nessuno si opponesse, industriali che distruggevano investimenti fatti crescere pazientemente negli anni con spericolati investimenti in quella finanza che avrebbe condotto al disastro a cui abbiamo poi assistito.

Durante il lungo secolo del liberalismo costituzionale (…) le democrazie occidentali sono state dirette da una classe di uomini di Stato visibilmente superiore. A prescindere dallo schieramento politico, Léon Blum e Winston Churchill, Luigi Einaudi e Willy Brandt, David Lloyd George e Franklin Roosevelt rappresentavano una classe politica profondamente sensibile alle proprie responsabilità morali e sociali. Resta il dubbio se furono le circostanze che produssero quei politici o se fu la cultura dell’epoca che indusse uomini di quel calibro a entrare in politica. Oggi non agisce nessuno di questi incentivi. Politicamente parlando, la nostra è un’epoca di pigmei».Scrive Tony Judt nel suo libro Guasto è il mondo, Laterza.
Cosa fa di un uomo un grande uomo? Cosa rendeva Luigi Einaudi un uomo sensibile alle proprie responsabilità morali e sociali? Forse la sua natura? O l’educazione ricevuta? Certamente, ma ancor più io credo che abbia molto contato 
un contesto che premiava i valori morali sociali. Valori come coraggio, rigore, serietà, rettitudine, capacità di indignarsi, abnegazione, perseveranza, impegno per un fine sociale comune, paiono tutti appartenere ad un altro secolo. Forse oggi ne cominciamo a risentirne la necessità.

Un contesto come quello in cui siamo cresciuti negli ultimi anni non poteva che produrre pigmei. Qualunque epoca incapace di progettare a lungo termine, e in azienda a lungo termine ha significato al massimo un arco temporale di cinque anni, può produrre solo pigmei. Uomini programmati per produrre. Resi inadatti a progettare per un fine comune capace di varcare l’arco temporale di una vita. Questa capacità mi pare avesse Luigi Einaudi e altri come lui.
L’economia e la  finanza sono strumenti della politica, non viceversa.

E allora, se vogliamo sperare in una futura classe politica sensibile alle proprie responsabilità morali e sociali, forse più che rinnovare lo sforzo verso una qualificazione culturale e morale della politica italiana ed europea, dobbiamo con urgenza rivolgerci ai ragazzi e alle ragazze nelle scuole per indirizzare a loro il nostro improrogabile desiderio attraverso una riforma della scuola tesa alla costruzione di una società finalmente migliore.

giovedì 3 novembre 2011

Qualcuno in cui credere


LORELLA ZANARDO

Negli ultimi giorni abbiamo letto analisi di tutti i generi su Matteo Renzi e i 100 punti del suo programma. Sappiamo anche del disappunto di Bersani. Renzi piace a molti ma non a tutti. Forse diverrà segretario del Pd, o forse no.

Alcune chiedono a gran voce un’altra manifestazione: non se ne può più e parrebbe che un’altra manifestazione potrebbe servire a qualcosa. A cosa? Mi chiedo.
Non riesco ad appassionarmi alla cronaca politica, vorrei ma proprio non ce la faccio.

Mi sento come quando anni fa in India mi trovai in mezzo ai monsoni, diluvio e fango che mi portava via, nessun appiglio, quintali di acqua sulla testa: tentai di aprire un ombrellino che fu subito spazzato via e io mi sentii stupida per avere opposto uno strumento così ridicolo alla forza della natura.
Il mondo precipita, la crescita continua non ci sarà più, la gente nel sud del mondo continua a morire di fame, i ghiacciai si sciolgono, il riscaldamento terrestre non trova soluzione, gli esseri umani non trovano senso: e noi apriamo gli ombrellini? E’ un altro il cambiamento che attendiamo, che vorremmo e per cui stiamo in tante e tanti lavorando.

C’è una differenza di genere nella percezione di come sarà il futuro? Talvolta mi pare di sì. Senza generalizzare mi pare che le donne in ascolto e capaci di agire il femminile, percepiscano che il cambiamento sarà altro rispetto a eleggere un candidato A o B. Donne che silenziosamente producono modificazioni impercettibili, movimenti carsici, lenti ma che smuovono le montagne. Non si percepisce nulla e d’un tratto la montagna non è più dov’era. Donne con il fiuto raffinato da anni di allenamento percettivo e pazienti perché sanno che la posta in gioco è alta.

Ha bisogno di qualcuno o qualcosa in cui credere subito, senza aver riflettuto, senza averci pensato sopra almeno qualche giorno, e pensava di averlo trovato in Renzi? Ha bisogno di riposarsi e credere, smettendo di pensare? È per questo che si arrabbia tanto con me?“.
Così chiedeva Giovanna Cosenza a un lettore che si diceva spazientito dall’analisi del programma di Renzi che leggeva sul suo blog Disambiguando.

E così, stanchi e impauriti, vogliamo credere che Qualcuno ci salverà, ci toglierà d’impiccio, si occuperà di noi. Ci siamo disabituati a pensare e a riflettere e ad avere in mano le nostre vite che da tempo deleghiamo ad altri. Chi ci chiede di riflettere spesso ci infastidisce e privilegiamo i venditori di promesse facili.
“Ha bisogno di qualcuno o qualcosa in cui credere subito senza avere riflettuto, senza averci pensato?”

Credo si potrebbe cominciare da qui, partire da questa domanda.