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mercoledì 2 settembre 2009

"Un attacco al cuore dell'Europa"


ANDREA BONANNI


BRUXELLES - Credevano di esserci ormai abituati, in Europa, alle sparate di Berlusconi. E credevano anche che il fenomeno, per quanto sgradevole, potesse essere controllato e contenuto. E' dai tempi in cui, inaugurando la presidenza italiana dell'Unione, diede del "kapò" all'eurodeputato socialista tedesco Martin Schulz e dei "turisti della democrazia" agli altri europarlamentari, che da Bruxelles si guarda al leader della destra italiana con condiscendente disprezzo. E' dai tempi delle barzellette scollacciate sciorinate durante i vertici europei, delle battute fuori luogo come quella sulla presidentessa finlandese, delle corna in occasione della foto di famiglia: un maleducato, certo, ma tutto sommato inoffensivo nella sua volgare esuberanza.

Da ieri, però, anche l'Europa sta cominciando a ricredersi. E a intravedere quanto sia forte la carica eversiva che si nasconde dietro questi modi da avanspettacolo. Nessuno, in oltre mezzo secolo di vita dell'Unione, si era mai spinto a minacciare pubblicamente di bloccare il funzionamento delle istituzioni pur di togliere ai commissari europei il diritto di esprimersi sulle materie di loro competenza e, se del caso, di criticare i governi.

Berlusconi lo ha fatto, scambiando evidentemente la Commissione per uno dei tanti giornali che vorrebbe zittire a colpi di querele. Certo, nella storia europea si sono avute minacce di veto e anche lunghi periodi di paralisi dovuti ai "niet" di questo o quel governo. De Gaulle, con la politica della "sedia vuota", bloccò per mesi la macchina europea. Ma lo fece su una controversa questione di principio per difendere il diritto di veto della Francia.

Nessuno, finora, aveva mai evocato la minaccia di far saltare il tavolo comunitario pur di zittire le possibili critiche di Bruxelles al suo governo. "Nessun capo di governo aveva mai avuto la faccia tosta di chiedere pubblicamente le dimissioni di un commissario, anche perché non ha il potere di ottenerle. Tutta la costruzione europea si basa sull'indipendenza della Commissione dai governi nazionali. Un attacco all'autonomia della Commissione è un attacco al cuore stesso dell'Europa: credo che il premier italiano abbia scelto con cura il proprio bersaglio", osserva Martin Schulz, che dopo gli insulti ricevuti da Berlusconi (e magari anche grazie ad essi) è stato eletto a capo del gruppo socialista al Parlamento Europeo.

Di certo, la sortita del presidente del Consiglio è meno improvvisata di quanto le circostanze possano far pensare. Non è un caso che, anche se apparentemente innescata dalle dichiarazioni di Bruxelles sulla questione immigrazione, arrivi poche ore dopo che il portavoce di Barroso, interrogato sulle querele di Berlusconi contro i giornali europei, aveva ribadito quanto la Commissione tenesse alla libertà di espressione, "valore fondamentale dell'Unione". E non è certo un caso che l'attacco si manifesti in un momento in cui la Commissione è particolarmente debole e vulnerabile. Il suo presidente, Manuel Barroso, deve essere riconfermato dai governi e dal Parlamento europeo: un veto italiano potrebbe affossarlo. Berlusconi si è già vantato pubblicamente di averlo fatto eleggere la prima volta. Ora evidentemente vuole di nuovo umiliarlo di fronte a tutta l'opinione pubblica europea approfittando della scadenza del suo mandato.

Quella che si presenta adesso al presidente della Commissione è in effetti una "alternativa del diavolo". Se risponde a questo attacco senza precedenti contro l'indipendenza della Commissione, Barroso rischia la poltrona. Se tace, fa la figura del lacché di un governo screditato agli occhi di tutta l'Unione. E' per questo che i socialisti, sempre per bocca di Schulz, gli hanno intimato di "reagire immediatamente e in prima persona a questo inaudito attacco contro le istituzioni europee".

Le prime dichiarazioni del suo portavoce, Leitenberger, non sembrano però orientate in questo senso. Un anno fa, di fronte ad una ennesima sparata di Berlusconi, che già allora se la prendeva contro "le esternazioni" dei commissari, Barroso aveva risposto con durezza: "Siamo una istituzione indipendente, non il segretariato degli stati membri". Ma allora non doveva preoccuparsi della riconferma. Oggi è più vulnerabile. E Berlusconi ne approfitta.

In effetti, la rabbia del leader della destra italiana contro l'Europa, la sua indipendenza e le sue regole, non è nuova. Un anno fa aveva annunciato la sua volontà di "dare un drizzone" alle istituzioni. E ancora prima dell'estate era tornato più di una volta sull'argomento, pronosticando che "la nuova Commissione Ue non dovrà consentire ai singoli commissari di fare dichiarazioni pubbliche su quelle che sono le relazioni che devono avere con i governi".
Il livore che il presidente del Consiglio dimostra nei confronti dei commissari europei ricorda molto quello di cui fa sfoggio da tempo contro i magistrati italiani. Qualsiasi potere indipendente che sfugga al controllo della politica intesa come "dittatura della maggioranza" costituisce per Berlusconi un ostacolo insopportabile. E l'Europa, con le sue regole e i suoi principi, pone oggettivamente un limite al suo potere in Italia: una cosa che Berlusconi non sembra ormai disposto a tollerare.

(2 settembre 2009)

domenica 5 aprile 2009

L'ossessione del Cavaliere


ANDREA BONANNI

Cominciata male a Strasburgo, la giornata di Silvio Berlusconi statista internazionale finisce malissimo a Praga.

Al vertice Nato il capo del governo si presenta con il telefonino all'orecchio lasciando la cancelliera Merkel ad attenderlo sulle rive del Reno e disertando la cerimonia solenne di commemorazione per i caduti della Nato, tra cui parecchi soldati italiani. A Praga, dove domani si terrà l'incontro Ue-Usa, il presidente del Consiglio lascia esplodere la sua rabbia contro l'informazione.

Se la prende, lui che è maestro delle tecniche televisive, contro i video che ripropongono fedelmente su internet le sue gesta maldestre sulla scena mondiale. E minaccia, lui che è proprietario di televisioni e giornali, di lanciare campagne di boicottaggio contro la stampa, colpevole di non riproporre la realtà come piacerebbe a lui. Dopo aver ripetutamente violato la forma e la sostanza delle regole di politica internazionale, Berlusconi finisce così anche per violare la forma e la sostanza della libertà di informazione.

I due errori sono più strettamente connessi di quanto si possa credere
. Sarebbe infatti ingenuo pensare che il presidente del Consiglio abbia accumulato in pochi giorni un così straordinario numero di gaffe e di figuracce internazionali solo per insipienza. Unico esponente del G8 a non aver potuto incontrare Obama, incapace di acquisire credibilità tra i propri pari, ha adottato la tecnica della rottura del protocollo, per poter vendere almeno qualche scampolo di visibilità sul fronte interno, che è poi l'unico che gli interessi veramente.

Per farlo, però, avrebbe bisogno di un controllo pressoché totale sull'informazione di casa propria. E poiché non riesce ad ottenerlo, poiché nell'era di internet e dell'informazione globale neppure il monopolio televisivo basta a garantirgli l'impunità, lascia libero corso alla propria ira pronunciando anatemi contro la stampa.

Bisogna riconoscere che Berlusconi ha motivo di essere deluso. Il suo nuovo corso di statista mondiale era stato messo in scena con straordinario senso di opportunismo. Il G20 sancisce una ritrovata unità tra i Grandi del Pianeta? Berlusconi è prontissimo ad inseguire il presidente americano al grido di "Mr. Obama!" e a costringerlo ad una foto-ricordo con il russo Medvedev che farà la prima pagina di tutti i giornali.

I leader della Nato decidono che devono superare il veto turco e uscire dal vertice di Strasburgo con un accordo sulla nomina di Rasmussen? Berlusconi viola tutti i protocolli e i più elementari criteri di buona educazione per farsi riprendere dalle televisioni di tutti il mondo mentre telefona, in diretta, al primo ministro turco Erdogan per perorare la causa di Rasmussen.

Poco importa che, nonostante i sorrisi di Obama e Medvedev nella foto-ricordo, la situazione dell'economia mondiale resti grave, o che il riavvicinamento dei rapporti tra Russia e Stati Uniti non abbia certo bisogno dei buoni uffici di Berlusconi.

Poco importa che, per riconoscimento congiunto dei turchi e degli americani, l'accordo sul nome di Rasmussen sia arrivato dopo due colloqui, venerdì sera a Baden Baden e ieri mattina a Strasburgo, tra Obama e il presidente turco Gul, cui ha partecipato nella fase finale lo stesso Rasmussen.

Quello che interessa a Berlusconi, nella stessa implacabile logica televisiva con cui ha conquistato la politica italiana, è l'effetto annuncio. Lascia Londra rivendicando un suo ruolo nel riavvicinamento tra Usa e Russia. Lascia Strasburgo proponendosi come il vero deus ex machina dietro l'elezione di Rasmussen. Le foto, le sequenze televisive, sono la prova di quanto afferma.

Al teatrino della politica trasferito su scala internazionale non occorre altro. E peccato se, per ottenere l'effetto "mosca cocchiera", Berlusconi è disposto a sacrificare il contributo reale, certo più modesto, che magari ha effettivamente offerto, come il rafforzamento del nostro contingente in Afghanistan o l'opera di persuasione che può aver esercitato sul suo amico Erdogan.

Naturalmente il capo del governo non è contento quando la stampa riferisce la costernazione del resto del mondo di fronte alle sue imprese. "Con voi giornalisti non parlo più, perché io lavoro per l'Italia e voi lavorate contro l'Italia" aveva dichiarato già venerdì sera a chi lo attendeva al rientro in albergo. Ma questa logica televisiva dell'apparire a tutti costi, anche pagando il prezzo di brutte figure fa davvero bene al Paese? O fa bene solo al capo di governo e alla sua perenne ricerca di applausi domestici? Sarebbe bello se, almeno quando varca i confini nazionali, il presidente del Consiglio ricordasse che le due istanze, il suo interesse e quello dell'Italia, possono anche non coincidere.

La libertà di stampa, invece, coincide sicuramente con l'interesse di una democrazia. Perché la cronaca non è diffamazione e la critica non è calunnia.

(5 aprile 2009)