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venerdì 30 dicembre 2011

IN ONDA L’ESPERTO DEI CINQUE MINUTI




di Bruno Tinti

Qualche tempo fa sono stato invitato a una trasmissione televisiva: roba forte, tv a diffusione nazionale. Aereo, macchina con autista, aereo per il ritorno, tutto pagato. Un sacco di soldi, spesi – si capisce – dalla tv.
Mi avevano chiesto di parlare dell’evasione fiscale e io ci ero andato volentieri. I miei lettori sanno che è un tema che mi appassiona.
Ho aspettato dietro le quinte, la trasmissione era già iniziata. Mi hanno microfonato e perfino truccato. Intanto sfilavano gli “ospiti”, gente come me, cinque minuti e via. Facevano a tempo a dire quattro cose in croce, banalità.
Ho cominciato a preoccuparmi, mi ero preparato una “scaletta”.
L’argomento era complicato, mi servivano almeno 15 minuti per far capire “chi, come, quando, perché”; che è l’abc dell’informazione.
Alla fine mi hanno fatto entrare ma è partito subito un “servizio”: immagini di repertorio, macchine della GdF, portoni di un ufficio del Fisco.
Poi è toccato a me. Ho fatto in tempo a dire che l’evasione fiscale è una brutta cosa, che è incostituzionale perché viola i principi di solidarietà e contribuzione allo Stato, che gli evasori sono tanti perché il sistema è costruito per non funzionare. Poi ho provato ad aggiungere che chi evadeva era il popolo dell’Iva perché lavoratori dipendenti e pensionati non.... “Grazie, adesso pubblicità”. cinque minuti ed ero fuori. Tanti ringraziamenti e accompagnamento all’aeroporto.
Mi sono molto arrabbiato: avevo fatto la figura del cretino e chi mi ascoltava non aveva capito niente. Tempo (mio) e soldi (loro) buttati dalla finestra. 
Passa qualche giorno e un’altra tv, sempre a diffusione nazionale, mi invita; argomento: evasione fiscale. “Sì ma.... non è che mi fate parlare cinque minuti e ciao”. “Bè no, cinque minuti no”. Mi insospettisco. “Non mi fate lo scherzo di farmi venire fino a Roma per cinque minuti di banalità. L’argomento è complicato”. “Ma no, vedrà...” Decido di andare.
Il giorno prima della trasmissione una gentile signora mi telefona: “Guardi, hanno deciso di non farla venire, hanno cambiato programma. Poi sa, lei aveva detto che non voleva parlare solo cinque minuti e ci sono tanti ospiti...”
Ringrazio di cuore, l’idea di un’altra comparsata mi faceva annodare lo stomaco.
Adesso mi chiedo: non c’è dubbio che cinque o sei ospiti che si interrompono, litigano e si parlano addosso non sono in grado di far capire a chi li ascolta nemmeno il concetto più elementare. Se poi ci si mettono i “servizi” e la pubblicità il tutto diventa un Grande Fratello spostato sull’intellettuale.
Alla fine è come una partita di calcio: la squadra del cuore ha sempre ragione. E non sono quelle quattro cose mal dette da ospiti volenterosi (e, certe volte, da gente andata lì apposta per impedire agli altri di dirle) che faranno cambiare idea a qualcuno.
Allora perché tutti insistono con questi talk show demenziali? Perché non chiamare due o tre esperti (non di più), farli parlare 15 minuti per uno (chiudendo il microfono a chi disturba) e mandare la pubblicità tra uno e l’altro? Perché non dare un’informazione semplice ma completa?
La risposta è ovvia: perché la rissa fa audience, share o come diavolo si chiama. Ecco perché troviamo dappertutto Santanché, Larussa, Gasparri, Storace, Castelli e altri dello stesso tipo: perché lo spettacolo è assicurato. Tanti guardano la trasmissione, se non capiscono niente pazienza. Questa però non è informazione. È spettacolo; e nemmeno tanto divertente.

giovedì 29 dicembre 2011

In galera? Non ci si finisce più




di Bruno Tinti
   Di come sia sbagliato utilizzare le risorse della giustizia penale per fare i processi di microcriminalità ho già scritto: mentre giudici e pm vagano per le camere di sicurezza sparse tra caserme e questure e si dannano per fare decine di direttissime ogni giorno per furticiattoli e piccolo spaccio, i processi importanti restano sulla scrivania; e la prescrizione galoppa. Qui voglio trattare di un’altra riforma del nuovo ministro della Giustizia, l’aumento da un anno a 18 mesi per la libertà controllata o detenzione domiciliare: per pene che non superino l’anno e mezzo non si entra in prigione, si sta a casa propria. Il ministro Severino queste cose le sa. Ma chi legge no. La pena inflitta dal giudice è finta, se ne fa davvero circa la metà, con l’eccezione degli ultimi quattro anni: questi non si fanno per niente. Non ci si crede, vero? Invece...
   Art. 48 dell’ordinamento penitenziario: dopo aver scontato metà della pena si è ammessi alla semilibertà. Significa che di giorno si va in giro a lavorare; e di notte si torna in prigione a dormire. Trent’anni? Fatti 15, te ne vai la mattina e torni la sera. Già sembra incredibile ma, in realtà, è ancora peggio di così perché…
   Art. 54: ogni anno di prigione vale nove mesi. Se non hai fatto casino (non se ti sei comportato bene, se hai prestato servizio gratuito in infermeria, se hai aiutato le guardie carcerarie a domare una rivolta, no, questo sarebbe troppo; basta che non hai combinato guai) ogni anno ti abbuonano tre mesi. Quindi i 15 anni teorici (la metà dei 30 che ti hanno dato) sono in realtà undici anni e 25 giorni, fatti i quali te ne vai la mattina e torni la sera. Ma non è vero nemmeno questo perché …
   Art. 30 ter: ogni anno hai diritto a 45 giorni di permesso (con qualche eccezione). Quindi gli undici anni sono in realtà (più o meno) nove anni e due mesi, fatti i quali te ne vai la mattina e torni la sera.
   NATURALMENTE questi calcoli variano a seconda della pena che il giudice ti ha inflitto: più o meno in prigione ci si passa davvero meno di un terzo della pena originaria. Ma non è vero nemmeno questo perché…
   Art. 47 ter: arrivati a quattro anni dal fine pena teorico si concede la detenzione domiciliare, la pena si sconta in casa propria o in qualsiasi altro luogo che il detenuto richieda. Avete capito bene: quando mancano quattro anni al fine pena, si può stare a casa propria. O all’Hotel Excelsior, se si hanno abbastanza soldi. Quello a cui forse non avete pensato è che, se uno è stato condannato a quattro anni tondi ha diritto alla detenzione domiciliare da subito. C’è il fastidio di entrare in carcere, aspettare che l’avvocato abbia fatto richiesta al giudice di sorveglianza e che questi abbia emesso il provvedimento; poi però detenzione domiciliare: più o meno 15 giorni e se ne torna a casa. Ma attenzione, anche qui il tempo vola e la legge Gozzini (l’art. 54) continua a operare: ogni anno vale nove mesi, vi ricordate? Sicché, fatti nove mesi di detenzione domiciliare (il primo anno), quando mancano teorici tre anni al fine pena… Art. 47: affidamento in prova al servizio sociale. Liberi come l’aria, salvo l’obbligo di fare qualcosa di utile per la società. Per dire, Previti (per via dell’indulto che gli abbuonava tre anni, doveva farsi ancora un paio d’anni) andò a lavorare presso il Centro Italiano di Solidarietà di Castel Gandolfo; luogo ameno se mai ce n’è stato uno: ci va anche il Papa.
   Riassunto: il condannato a quattro anni di prigione fa nove mesi di detenzione domiciliare; quello condannato a cinque fa un anno e mezzo e via così; poi affidamento in prova al servizio sociale. Non è azzardato concludere che delinquere conviene. Tanto più che nessuno che abbia commesso i reati che ti fanno guadagnare soldi (soldi veri) è mai condannato a più di quattro anni di reclusione. Frode fiscale, falso in bilancio, corruzione, riciclaggio, insider trading etc ‘costano’ da uno a tre anni a dire tanto.
   SICCHÉ, se gli va male, affidamento in prova; e se gli va bene, (cioè quasi sempre, questa è la realtà nelle aule giudiziarie e il ministro lo sa benissimo) sospensione condizionale della pena (per condanne fino a due anni) o pena sostituita (per condanne fino a sei mesi, 7000 euro di multa). A tutto questo si deve aggiungere l’indulto per cui, per i reati commessi fino al maggio 2006, oltre a tutti i regali che ho descritto fino ad ora la pena concreta è comunque più corta di tre anni; e la prossima amnistia, alla quale il ministro Severino “non è contrario”. Adesso, a parte che tutte queste semi-libertà , detenzione domiciliare, affidamento in prova, permessi e compagnia cantando costano un sacco di lavoro a Polizia e Carabinieri perché qualcuno dovrà pur controllare che questi delinquenti (sono stati condannati, no?) non vadano a delinquere di nuovo, il che è quasi sempre quello che capita. Ma si sentiva proprio il bisogno di non far fare nemmeno un po’ di galera a chi comunque ne sconterebbe pochissima di quella che gli tocca?
   Il ministro Severino ci ha pensato che la detenzione domiciliare si applica a quelli che non possono usufruire della sospensione condizionale della pena? Quindi stiamo parlando di gente che almeno un altro reato, probabilmente due (la sospensione condizionale ‘copre’ due anni e condanne di tale livello non sono frequentissime) lo ha già commesso. E che diavolo, ma cosa bisogna fare per finire in galera?

giovedì 22 dicembre 2011

SIGMA TAU, CHE BRUTTO AFFARE




di Bruno Tinti
   Non è vero che a Natale si diventa buoni. Nelle mie riunioni pre-festive si discute peggio del solito. Monti, IMU, siamo sull’orlo del disastro, non è vero che solo i poveri, lotta all’evasione, Marchionne, FIOM, Fiat. Poi: “Non c’è solo Fiat; lo sapete che chiudono Sigma Tau?”.
È mia sorella, capo della ricerca di ST, in pensione da qualche anno.
Claudio Cavazza, padrone di ST, è morto. Gli eredi hanno messo in liquidazione due società del gruppo, Prassis e Tecnogen, che fanno ricerca: 100 ricercatori perderanno il posto di lavoro; e hanno chiesto cassa integrazione a 0 ore per 569 lavoratori di ST. “Siamo gli unici che fanno ricerca: tumori, malaria. L’azienda è sana; ma loro fanno i furbi e presentano solo il risultato di Sigma Tau; e il gruppo, Avantgarde, Biofutura? Quelli guadagnano. Vogliono vendere, tutto qui. Licenziano, poi qualcuno comprerà e la farà a pezzi. E ai dipendenti chi ci pensa?”.
Mia sorella è furibonda. Tutti d’accordo con lei. Io provo a interloquire. “Il problema è che ST è loro; non tua; e nemmeno dello Stato. Che vogliano vendere perché l’azienda non produce o per fare soldi, non ci si può fare nulla. Se ST non fa profitti, come li pagano gli stipendi? Certo, per un po’ possono attingere al tesoro di famiglia, impoverirsi per chi ha lavorato per loro tanti anni. Ma, quando saranno poveri anche loro? Nessuna azienda può vivere se non è in attivo. Quanto al fatto che forse vogliono vendere per godersi la vita, irresponsabile che sia, non puoi obbligarli a essere diversi. E se anche sono incapaci ST sempre loro è, la gestiscono come sanno. Se va male, la chiudono”.
“Ma lo Stato deve intervenire...” “Eh no; questa è economia assistita e non funziona. Chi dovrebbe pagare i salari ai dipendenti di un’azienda che non produce profitti? E chi paga la cassa integrazione? E per quanto tempo? E con quali soldi? Ci state a pagare più tasse per mantenere i dipendenti di aziende che non riescono a stare sul mercato?”
“Ma ST ci riuscirebbe benissimo. Sono incapaci e comunque se ne fregano”.
E qui cominciamo a parlare sul serio. “Avete mai sentito parlare di leverage buy out? È una cosa inventata in America, proprio per casi come questo. I proprietari vogliono vendere. Hanno bisogno di soldi, sono incapaci, non hanno più voglia. Non è importante; l’azienda è loro e la vogliono vendere. Però: l’azienda è sana, assicura profitti. E chi la manda avanti così bene? I dipendenti. L’azienda sta in piedi per loro. Potrebbe continuare a stare in piedi anche senza i padroni; anzi starebbe meglio perché i soldi che si prendono i padroni potrebbero essere reinvestiti. I padroni vogliono vendere? Ok, ce la compriamo noi lavoratori”.
“Eh già, e con quali soldi!? Ci vanno miliardi”.
“Qui sta il bello. I lavoratori costituiscono una società; si chiama, in gergo, new company. Poi questa società chiede un prestito alle banche...”.
“Ma figurati, chi glielo dà? E che danno in garanzia?” “Gli danno in pegno le azioni della società che vogliono comprare: la – sempre in gergo – old company. Va bene, produce profitti. Ogni anno, con quello che guadagna (al netto – si capisce – dei salari) una parte del debito è ripagato. A un certo punto le due società, la new company e la old company si fondono e i lavoratori diventano proprietari dell’azienda; nessuno ha perso il posto di lavoro, i vecchi proprietari si sono presi i loro soldi e tutti sono contenti”.
“Dici sul serio? Si può fare?” “Sì che si può fare. Naturalmente ci sono alcuni problemi tipicamente italiani...” “Vedete, appena la cosa è stata scoperta in Italia, subito si è trovato il modo sbagliato di utilizzarla. Non sono stati i lavoratori a comprare le aziende, ma i “capitani coraggiosi” (D’Alema dixit), gente che, invece di rischiare soldi suoi, si faceva raccomandare dai politici; le banche gli prestavano soldi e loro si compravano megasocietà. Non proprio nello spirito del leverage”.
“Sì, ma in questo momento le banche non prestano soldi a nessuno”.
“Vero. Qui sì che potrebbe intervenire il governo. Crediti agevolati per i leverage ‘veri’, facilitazioni fiscali. Insomma, invece di chiedere sovvenzioni ‘per salvare il posto di lavoro’, chiedete credito e il posto di lavoro ve lo salvate da soli.
È finita così così: mia sorella è rimasta zitta (miracolo) a pensare. E un paio di persone mi hanno detto che ero uno schifoso fascista.

venerdì 16 dicembre 2011

TIFO PER MONTI, CON DELUSIONE




di Bruno Tinti
   Ho sfidato le convinzioni di tantissimi amici e colleghi: sono stato e sono pro-Monti. Lo sono stato 6 mesi fa, quando mi auguravo la delegittimazione di B. in sede europea e la sua sostituzione con Monti o Draghi. E devo dire che i miei sogni si sono avverati al di là di ogni più rosea previsione.
Lo sono adesso, quando Monti fa ciò che quegli stessi politici che lo irridono (“non serviva un professore per fare questa manovra”) non hanno fatto in 3 anni di governo e, se è per questo, in 15 anni di occupazione delle istituzioni.
Spero di poter essere pro-Monti anche in futuro.
Probabilmente mi riuscirà perché, sempre probabilmente, il suo governo ci eviterà la bancarotta, l’uscita dall’euro, l’inflazione, la recessione, la povertà e la guerra civile. Tutte cose alle quali non pensano affatto le camicie verdi con cappi e cartelli che infestano il Parlamento e non solo; e nemmeno i loro amici di ieri, oggi coerenti con la loro principale virtù politica: l’incoerenza.
Insisto: non fanno finta, proprio non pensano. Gente da poco, ignoranti prima che opportunisti o incoscienti. 
Detto tutto questo, debbo ammettere che oggi ho ingoiato parecchie delusioni.
La premessa (se non è vera, allora ho torto marcio): il Parlamento avrebbe votato qualsiasi manovra gli fosse stata presentata; non perché consapevole che non c’è scelta, ma perché nessuno ha il coraggio o l’incoscienza di far cadere il governo Monti e prendere il suo posto.
Quello scranno oggi non è una poltrona: è una sedia elettrica; e nessuno vuole andare arrosto. Sicché, se c’era un’occasione per andare al di là del contingente e adottare misure di largo respiro che, ancora prima che abbattere privilegi ingiustificati, dessero un segnale culturale di moderno governo della cosa pubblica, era questa.
Oggi finalmente si poteva sbattere la porta in faccia alle lobby e ai loro complici nelle istituzioni; si poteva dire che si governa in funzione degli interessi pubblici e non dei privilegi.
Ma non si è fatto.
Non si sono messe all’asta le frequenze Tv. Allora è vero che l’uscita di scena di B. è stata comprata?
Non si sono liberalizzati ordini professionali e taxi. Cosa teme Monti? Quanti complici possono avere in Parlamento queste persone? E davvero pensa che il governo può cadere sulle licenze dei tassisti?
Non si sono liberalizzati i farmaci. Sarà così potente Federfarma? E se le riserve pratiche e costituzionali sulla tassazione dei capitali scudati sono state davvero giudicate ingiustificate, che senso ha applicare aliquote di prelievo così basse? Qui si tassavano evasori conclamati e non solo.
Come tante volte ho scritto sulle pagine di questo giornale, i capitali che rientravano (magari dopo essere usciti dall’Italia 2 giorni prima) potevano avere origini criminali della più varia natura: droga, armi, prostituzione, corruzione. Perché essere così timidi nei confronti di delinquenti, fiscali o comuni non fa differenza? E lo smagrimento di Province e, già che c’era, di Regioni? Nel suo mirabile (per stile, sapienza e contenuto) discorso alla Camera, Monti ha ricordato che l’agire del governo in una situazione così difficile era stato però avvantaggiato dalla mancanza di vincoli di natura politica; a destra come a sinistra, ha detto. E allora cosa è successo ieri notte?

venerdì 9 dicembre 2011

IL VALORE DEI SOLDI


di Bruno Tinti

La maggior parte di noi non sa nulla dei soldi. Sappiamo che, se facciamo un certo lavoro, ce ne danno un po’; e sappiamo come spenderli, quando ne abbiamo; qualche volta sappiamo come conservarne una parte e come metterla a frutto.

Poche persone, al contrario, dei soldi sa tutto. Ne conosce le leggi, le potenzialità, l’utilizzo che se ne può fare per guadagnarne altri. Ne conosce l’essenza. I soldi governano tutto e dunque anche la vita di chi non ci tiene in modo particolare: vivere in un paese ricco e prospero o in uno povero e preda di disordini fa differenza anche per un filosofo, uno scrittore, un artista, insomma una persona che basta a se stesso e che non ha molte esigenze pratiche. Sono i soldi che permettono ai giovani di studiare e di costruire il loro futuro; che assicurano cure mediche a chi non può permettersi di pagarle; che tutelano l’ambiente in cui si vive; che garantiscono la risoluzione dei conflitti e la repressione delle illegalità. Ne consegue che le persone più adatte a governare un paese sono quelle che sanno tutto dei soldi; non gli ideologi, che promuovono la loro teoria preferita; non i giuristi, che applicano le leggi costruite dagli ideologi o vi si ribellano, trasformandosi quindi in ideologi; non i tecnici di questa o quella disciplina, che possono al più diventare utili strumenti, in specifici settori, di quelli che governano. Le persone più adatte a governare un paese sono gli economisti.

Tutto questo, quando le cose vanno bene, lo scordiamo; e diamo spazio a improvvisati amministratori pubblici, a professionisti della politica che valutano le loro scelte in funzione del consenso che gli procurano e dunque della possibilità di essere rieletti; e, qualche volta, a delinquenti che nella politica trovano l’impunità per i reati commessi e che intendono continuare a commettere.

Naturalmente governare per conseguire consenso non è un buon criterio di amministrazione; ed è questo che provoca il conflitto di interessi, la demagogia e il populismo; che a loro volta provocano disuguaglianze sociali, dissennata distribuzione di oneri e risorse,scontento, conflittualità e, alla fine, distruzione di ricchezza. Tutto questo è successo nel nostro paese; e oggi, con soddisfazione della maggior parte dei cittadini e livido risentimento della classe politica, gli economisti e altri tecnocrati di loro fiducia sono chiamati a rimettere insieme i cocci di una nazione distrutta da incapacità professionale (la politica è – deve essere – una scienza) e interessi personali. È per questo che, quando si ricordano con sospetto i trascorsi professionali di Monti e dei suoi ministri, si commettono due errori.

Il primo: ricordare malevolmente le esperienze professionali precedenti. Ma dove si impara il mestiere di economista, di giurista, di medico etc? Ovviamente gestendo soldi, processi, ospedali e via dicendo. Se Monti non avesse lavorato in Goldman Sachs e non fosse diventato un esperto economista, oggi non sarebbe l’uomo che serve per tirarci fuori da dove la classe politica ci ha cacciato.

Il secondo: può anche darsi che il luminoso esempio di B. faccia scuola e che il nuovo governo si dedichi con entusiasmo agli affari propri e non a quelli del paese. Ma aspettiamo a strillare che questo succeda davvero; al momento non pare.

venerdì 25 novembre 2011

LA POLITICA OLTRE IL BARATRO


di Bruno Tinti

Quando Indro Montanelli vaticinò del regime di B., della sua lunga durata e dell’unico modo di uscirne – toccare il fondo – molti, troppi, lo giudicarono un pessimista vittima di pregiudizi, una sciocca Cassandra.

Mi piacerebbe credere nella vita ultraterrena solo per godere con lui per come i fatti, testardi – diceva Lenin –, gli hanno dato ragione.

Sull’orlo della bancarotta ci siamo fermati; i delinquenti incapaci e rozzi, privi di ogni competenza, che hanno occupato per così tanti anni le istituzioni e, conseguentemente, il paese, sono stati cacciati e le rovine che hanno lasciato sono finite nelle mani di Monti e dei suoi tecnocrati.

Speriamo bene. Ma comunque è già un successo che, invece di riderci dietro (e per la verità anche davanti), adesso l’Europa ci invita a discutere delle misure da adottare.

Fossi in B. mi vergognerei come un ladro (così dicevano le nostre mamme; ma è un fatto che i ladri non si vergognano più da tanto tempo). Ma l’uscita dal baratro non sarà ricordata solo perché, forse, l’Italia riuscirà a evitare decadenza, povertà, disordini e guerra civile (questo succede quando i soldi finiscono e i cittadini non riescono più a comprare il pane e a riscaldarsi in inverno).

Sarà ricordata perché, finalmente, avrà segnato la fine della politica nella sua degenerazione tipicamente italiana.

Per la prima volta un governo già snello di suo (12 ministri, quelli che servono, non uno di più) ha sbattuto la porta in faccia ai partiti: adesso c’è da costruire la manovra finanziaria prima del Consiglio d’Europa dell’8 dicembre, non abbiamo tempo di occuparci dei sottosegretari, delle vostre lottizzazioni e mangiatoie; e comunque sia chiaro: vogliamo tecnici, persone esperte e competenti; di ginecologi Udeur non sappiamo che farcene.

Fantastico. Il fatto è che, siccome i partiti nemmeno lo capiscono questo linguaggio e continuano a pensare che il paese deve servire alla politica e non che la politica deve servire al paese (vi ricordate Crosetto?: “Se approviamo questa manovra finisce che perdiamo le elezioni”), succede che spiegano a Monti come servano persone esperte di meccanismi parlamentari, delle “scaltrezze delle Commissioni”, di burocrazie e prassi.

Servirebbe, secondo loro, un raccordo tra governo e Parlamento, in altre parole tra governo e partiti. Insomma, va bene salvare l’Italia, ma la politica ha le sue leggi e bisogna tenerne conto.

Spero che la terapia Montanelli sia lunga; almeno quanto basta perché i cittadini si rendano conto che è ridicolo affidare le sorti del paese a uno Scilipoti con il lutto al braccio; che la politica è una scienza, che si deve imparare, e non un modo per vivere senza lavorare (nel migliore dei casi) o per delinquere e arricchirsi impunemente (nel peggiore e molto diffuso).

Spero che arrivino a capire che, come nessuno può diventare medico, ingegnere, magistrato (e tante altre cose) senza studi regolari, esami e correlativi diplomi, così nessuno dovrebbe esercitare la professione di “politico” (che vuol dire gestire lo Stato) solo per esperienza pratica, militanza nei partiti, tirocini da portaborse (di nuovo nel migliore dei casi) o per ricchezza, spregiudicatezza e legami criminali.

Ecco perché il governo Monti è un governo molto più “politico” di quanto siano mai stati i precedenti: perché questo amministra il paese; e gli altri amministravano se stessi.

sabato 19 novembre 2011

La gran farsa della “generosità”


di Bruno Tinti

La pace del re. Baroni che si azzuffavano come cani uggiolano sotto il trono di Monti. Il Parlamento coeso offre la sua fiducia al sovrano. Gli ultimi giapponesi resistono, ma non se li fila nessuno. Che è successo? Questi Fieramosca da operetta sono rinsaviti di colpo? Hanno capito che chi vince le elezioni deve amministrare il paese e non intrallazzare, arricchirsi, delinquere impunemente? Certo che no: ognuno ha le sue buone ragioni per chinare la testa.

B&C. Tanto, se non ce andiamo, ci cacciano. Meglio raccontare la fiaba del “gesto di generosità”. Ma de che: generoso è chi dispone del suo; questi si sono dimenticati che erano al servizio del Paese e che andarsene dopo aver fallito può essere, tutt’al più, un gesto di coerenza.

Cosiddetta opposizione. Sia come sia B&C ce li siamo levati di torno. Poteri forti o no, questi sempre meglio di quelli sono: competenza, stile, legalità, fiducia internazionale. Ci si potrà discutere.

Molti (tanti). La legislatura continua, stipendi, indennità, pensioni, pure. Con il casino che abbiamo combinato in questi ultimi 5, 6 anni, le poltrone sono a rischio. Facciamoci dimenticare per un po’, prendiamo i soldi e stiamocene acquattati; che è un altro modo di scappare.

Tutti. Monti e i suoi tecnocrati ci privano delle nostre maschere di statisti: politicanti eravamo e politicanti restiamo; lo sappiamo noi e lo sanno o lo sapranno presto i cittadini. Ma per uscire dal buco nero in cui è finita l’Italia ci vogliono competenze che noi non abbiamo. Salvateci, per pietà.

Diritto al velo (che non mi piace)


BRUNO TINTI

Un giudice di Torino, qualche giorno fa, ha chiesto a una interprete di arabo, convocata per un’udienza penale, di togliersi il velo. La signora, che portava il hijab, cioè un fazzolettone che copre i capelli ma lascia scoperto il volto, si è rifiutata di farlo e ha rinunciato all’incarico, abbandonando l’udienza. Il caso stimola riflessioni contrastanti.

Processualmente e costituzionalmente, il giudice ha avuto torto. Dice l’art. 129 del codice di procedura civile: “Chi interviene o assiste all’udienza deve stare a capo scoperto”. Il codice di procedura penale non dice niente in proposito; c’è una norma di carattere generale, l’art. 471: “Non è consentita la presenza in udienza di persone che portino oggetti atti a molestare. Le persone che turbano il regolare svolgimento dell’udienza sono espulse“. L’art. 129 non poteva essere applicato: riguarda il processo civile e non quello penale. E nemmeno l’art. 471: non è ragionevolmente sostenibile che il velo sia un oggetto “atto a molestare”. Resta l’ipotesi che l’ordine di togliersi il velo sia stato impartito per esigenze legate all’identificazione della persona: ma si trattava solo di un fazzolettone, non di quelle cappe che coprono il volto (niqab e burka).

La pretesa della donna aveva anche un fondamento costituzionale (329 / 1997): “In materia di religione si impone la protezione della coscienza di ciascuna persona che si riconosce in una fede, quale che sia la confessione religiosa di appartenenza, indipendentemente dai diversi contenuti di fede delle diverse confessioni. Valutazioni e apprezzamenti legislativi differenziati inciderebbe(ro) sulla pari dignità della persona”.

Infine c’è anche un problema di buon senso: che si fa con una suora che talvolta capita di dover sentire come testimone? Ce ne sono alcune con veli ancorati a strutture maestose (ricordo le mie maestre della scuola elementare, le suore di Santa Giovanna Antida) e altre con un piccolo velo (analogo al hijab) e una coroncina (le Brigidine che gestiscono un fantastico albergo in piazza Farnese a Roma). Anche loro, via il velo? Insomma, una decisione discutibile assai.

Però. Da giudice avrei seppellito nel profondo della mente (e dello stomaco, che avrebbe cominciato a dolere parecchio) lo sdegno che il velo delle donne musulmane provoca (dovrebbe) in ogni spirito libero. Ma oggi posso (devo) dire che ogni distinzione tra le persone, non legata a etica e intelligenza, è odiosa e inaccettabile; e che il velo imposto alle donne musulmane è una barbarie, tanto più se accettato “liberamente” dopo secoli di oppressioni e violenze.

Così leggetevi questa: “E dì alle credenti di abbassare i loro sguardi e di essere caste e di non mostrare, nei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciare scendere il velo fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro donne, alle schiave che possiedono, ai servi maschi che non hanno desiderio, ai ragazzi impuberi che non hanno interesse per le parti nascoste delle donne”. (sura 24, 31). E pensate allo stretto legame che sempre c’è tra fanatismo, stupidità e violenza. E sì, sono d’accordo, non solo nell’Islam.

Il Fatto Quotidiano, 18 novembre 2011

venerdì 11 novembre 2011

SKY, SOCRATE E LA DEMOCRAZIA


di Bruno Tinti

Nel quotidiano sondaggio di Sky è stato chiesto agli spettatori se erano d’accordo con le dimissioni di B. Il 36 % ha risposto di no. Non è un sondaggio addomesticato.

Difficile pensare a manipolazioni con una percentuale così alta a favore dell’odiato concorrente. E sembra improbabile che Sky sia stata improvvisamente contagiata da Minzolinite acuta. Sicché pare proprio che più di un terzo dei cittadini vorrebbe tenersi B. e, naturalmente, i suoi C. Allora siamo nei guai.

Falsificatore di bilanci ufficialmente riconosciuto: è stato assolto perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato; e la legge nuova se l’è costruita lui mentre era imputato.

Corruttore e frodatore fiscale, salvato dalla prescrizione e dunque ufficialmente delinquente: i reati erano stati commessi, ma era passato troppo tempo per mandarlo in prigione.

Però il 36% di un campione molto elevato di cittadini ritiene che debba continuare a fare il presidente del Consiglio.

Va bene, arrivo a capirlo.

A un sacco di gente piacerebbe abitare in ville lussuose, circondato di puttane, di adulatori e approfittatori, carico di soldi. Per gente così i reati non sono un problema, sono la soluzione. Per gente così B. è un mito, ciò che sperano di diventare quando sono bambini e che avrebbero voluto essere quando sono vecchi. È così che si vive, poche balle.

Ma ha fallito e ha cacciato il paese in una situazione drammatica! Siamo alla canna del gas e però, fino a ieri, B. ha spiegato che la crisi era un’invenzione dei comunisti e che l’Italia era solida e in salute. Faremo bancarotta perché siamo pieni di debiti che certo non sono stati contratti ieri o l’altro ieri; e avremmo potuto smetterla di farne altri se B. avesse detto per tempo: “Bambole non c’è una lira”.

Ammettiamo senza vergogna che stiamo facendo o dobbiamo fare “quello che l’Europa ci chiede”, che la “Bce ci chiede”, che il Fmi ci monitorerà con i suoi ispettori. Dunque è indiscutibile che B&C non sono stati in grado di risolvere i problemi del paese: siamo finiti sotto tutela!

E ancora il 36% dei cittadini pensa che B. dovrebbe continuare a fare il presidente del Consiglio. Ora, siccome il 64% restante si diluirà tra gente che non vota e gente che vota per partiti che poi litigano tra loro, il futuro si preannuncia nero assai.

Massimo Gramellini, su “La Stampa”, ha molto efficacemente espresso i suoi dubbi sul suffragio universale: che almeno sappiano qualcosa di Costituzione ed educazione civica, ha scritto il 3 novembre. Ne ho scritto anche io un paio di volte su questa rubrica e la lapidazione prevista da Gramellini è arrivata puntualmente. Ne hanno scritto anche altri: “Quando ci riuniamo in assemblea, se la città deve costruire edifici, chiamiamo architetti; se deve costruire navi chiamiamo costruttori di navi. Se qualcuno, anche molto bello, ricco e nobile, tenti di dare consigli a quelli, non lo accettiamo ma, anzi, ridiamo e rumoreggiamo finché quello o se ne va da solo o le guardie lo trascinano via. Però, quando bisogna decidere qualcosa circa la politica, si alzano in piedi un falegname, un fabbro, un calzolaio, un commerciante, un armatore; e a questi nessuno rimprovera questo atteggiamento anche se, non avendo nessuna competenza, osano comunque dare consigli”. (Socrate nel Protagora, 319B).

Ci ragioniamo prima di trovarci non dico senza sovranità nazionale, ma senza pane e riscaldamento?

sabato 5 novembre 2011

Il balletto della notifica


BRUNO TINTI

Quindici mesi fa la Corte d’appello di Genova depositava la sentenza relativa ai fatti verificatisi presso la Scuola Diaz. Che la sentenza è stata depositata deve essere notificato a tutte le parti; tutti, avvocati, imputati, parti civili, devono essere avvertiti. Se anche uno solo non è avvertito il processo di Cassazione non si può fare. Gli imputati del processo di Genova erano 44; evidentemente ci sono state difficoltà a trovarli tutti e le notifiche non sono state completate. Risultato: processo fermo.

Un chiodo in più su una bara pressoché completata: quasi tutti gli imputati sono stati “assolti” perché i reati erano prescritti. Però ragioniamo sulle notifiche: la prossima volta potrebbe andare meglio. Nel processo penale bisogna fare notifiche a un sacco di gente; se non le si fa, la sentenza è nulla e si deve ricominciare da capo. Il problema è che trovare le persone non è facile. Gli avvocati si trovano con facilità, ovvio: hanno il loro studio professionale e anche una email; e una legge nuova prevede che le notifiche a loro si fanno via email.

Ma gli imputati sono un’altra storia. Marito Manesco risiede, quando la povera Sposa Pestata lo denuncia, in via degli Schiaffi n. 3, nel comune di Bottedaorbi. Al momento della chiusura delle indagini bisogna notificargli il deposito degli atti; ma lui, in via degli Schiaffi, non c’è più. Dov’è? Nessuno lo sa. Ricerche tramite Carabinieri. Passano 6 mesi e si scopre che si è trasferito in un’altra città; nuova notifica e se va bene si può andare avanti; ma se anche lì non c’è, bisogna cercarlo ancora e bisogna sperare che non lo si trovi, così lo si può dichiarare irreperibile e portarsi avanti con il lavoro; se invece lo si trova, altra notifica… Questo balletto lo si deve ripetere al momento in cui si fissa la prima udienza in tribunale, poi quando si deposita la sentenza, poi quando si fissa l’udienza in Appello, poi quando si deposita la sentenza d’Appello e via così.

Ci sono anche altre occasioni in cui si deve procedere a notifica, ma ve le risparmio. Sappiate solo che un mio vecchio amico avvocato mi diceva sempre che lui le cause le studiava pochissimo, tanto i suoi clienti li tirava fuori 9 volte su 10 per errori di notifica e conseguente prescrizione.

Riforma
facile facile a costo zero (ma a profitto gigantesco). Avvertiamo Marito Manesco che sua moglie lo ha denunciato; gli diciamo che deve nominare un avvocato e che, se non può, gliene diamo uno d’ufficio. E poi gli diciamo che noi avvertiremo l’avvocato di tutto; sta a lui interessarsi delle cose sue, prendere contatto con il suo difensore e farsi dire quello che succede. Se non lo fa, non è un problema nostro. Avvertire l’avvocato ci costa un click sulla tastiera e il processo cammina spedito. Niente più prescrizioni, niente impunità. Niente soldi buttati dalla finestra.

Perché non si fa? Mah. Però vi racconto una cosa. Quasi tutti gli avvocati che fanno civile, cioè processi che vogliono concludere in fretta (il mio cliente deve avere dei soldi, mi serve la sentenza) hanno la posta certificata e le notifiche si fanno presto e bene. Gli avvocati che fanno penale nicchiano, sono in pochi ad averla. Sarà perché più le notifiche sono lente, più tempo dura il processo? E più facile è arrivare alla prescrizione?

Il Fatto Quotidiano, 4 novembre 2011

giovedì 3 novembre 2011

La giustizia di B. raccontata all’Ue


BRUNO TINTI

Se si vuole una prova migliore del fatto che il problema italiano è B e che, senza di lui, le cose andrebbero mediamente bene, basta leggersi le 10 righe in materia di giustizia contenute nella lettera di intenti spedita ai cari Hermann e Josè Manuel (Van Rompuy e Barroso avranno pensato: ma come si permette?). Sono enumerate 3 iniziative: il contrasto alla litigiosità e la prevenzione del contenzioso (giustizia civile); la banca dati centralizzata (giustizia civile); i meccanismi incentivanti per gli uffici virtuosi. Due su tre sono iniziative assennate, nella media per un governo che affronti un problema così difficile. Se poi si aggiunge l’altra iniziativa che, sempre nella giustizia civile, è in corso di attuazione (di cui, chissà perché, non si parla nella lettera), il processo civile telematico, la percentuale diventa 3 su 4: decisamente buona. Il che, naturalmente, è possibile perché B. non ha problemi personali con il processo civile.

Certo, gli sarebbe piaciuta una sentenza che gli avesse detto: non devi dare un sacco di soldi a De Benedetti. Ma lì non è questione di riforme ma di giudici: o li corrompi (eh, eh) o c’è poco da fare. Quindi, niente problemi di “B = riforme efficienti”. Con il processo penale le cose cambiano: tanti problemi di “B=riforme dissennate”. Per la stessa ragione: comprare sentenze di assoluzione si può anche ma non è detto che gli riesca; bloccare i processi è un sistema facile e sicuro.

Dicevo, due su tre nel settore della giustizia civile. Il “meccanismo incentivante” riguarda entrambi i settori, quello civile e quello penale; ed è una stupidaggine. La cosa sta in questi termini: se i giudici diminuiscono l’arretrato del 10% all’anno, il loro ufficio riceverà un finanziamento straordinario; se non ce la fanno, manco una lira in più di quel poco che gli tocca: e gli stanziamenti normali sono poco più di un’elemosina.
Attenzione, non è che i soldi in più vanno ai giudici o al personale amministrativo; sempre lo stesso stipendio prenderanno. Più soldi vanno per computer, stampanti, carta, benzina etc. Detta così sembra una furbata; invece è una stupidaggine. Prima di tutto perché ci sono uffici virtuosi che arretrato non ne hanno; e, continuando a essere virtuosi, non ne avrebbero. Quindi niente compenso incentivante. Però, se si fanno un po’ furbi e lavorano un po’ meno per un anno e un po’ di più in quello successivo, in questo secondo anno recupereranno quello che non hanno fatto nel primo e si beccheranno i soldi; poi si riposeranno un po’ e così via. Come ho detto: una stupidaggine. Ma poi: supponiamo che un tribunale sia bene organizzato, che i processi siano fatti in tempi brevi e che l’arretrato sia piccolo. Questo ufficio è in pole position per ricevere l’incentivo. Con questi soldi le risorse del tribunale miglioreranno e la produttività crescerà. C’è solo da fare un piccolo sforzo, ognuno deve lavorare un 10% più di prima; e che sarà mai! Ok, tutti pronti.

Poi, a febbraio, la procura gli scarica un maxi processo con 300 imputati, 5 associazioni a delinquere di stampo mafioso e 500 reati tra omicidi, rapine, spaccio di droga, corruzioni, concussioni etc etc. Metà del tribunale comincia a lavorare a tempo pieno solo per questo processo. Ci sono imputati detenuti e, se non si fa presto a emettere la sentenza, escono per decorrenza termini; è già successo. Politici e cittadini si sono indignati vigorosamente, il ministro ha mandato gli ispettori, il Csm ha aperto procedimenti disciplinari e qualche povero giudice ci ha lasciato le penne. E nessuno ha fatto notare che un processo del genere, se va bene, dura 3 anni; e poi bisogna scrivere la sentenza, diciamo 15.000 pagine. Altro che processo breve! Che i mafiosi escano per decorrenza termini sta nel sistema, nelle leggi demagogiche e in un codice di procedura demenziale. Comunque, quando capita una sciagura così, gran parte delle risorse dell’ufficio finisce nel maxi processo. Se l’ufficio è ben organizzato si stabiliscono criteri di priorità, si fanno alcuni processi, altri sono lasciati fermi. Insomma, fa quello che può. Però la progressiva diminuzione dell’arretrato andrà a farsi friggere; e probabilmente così succederà nei 3 anni successivi. Quindi niente incentivo. Ma questi poveretti hanno lavorato ancora più di prima! Un processo così è una cosa micidiale. E gli altri hanno fatto il possibile per tirare avanti la baracca: ognuno di loro ha fatto ancora più processi che negli anni precedenti! Non è giusto! Niente da fare, il compagno Stakanov insegna: niente prodotto, niente incentivo.

Del penale non si parla. Ovviamente. A parte i delinquenti che vagano liberi per le strade perché sono assolti-prescritti, resta il fatto che l’Italia spende un sacco di soldi con prodotto finale zero. Attenzione, questo succede già da tempo, sempre per via del codice di procedura demenziale. Ma B, che ha commesso e commette reati gravi e che, come molti del suo stampo, rischia concretamente la prigione (pene elevate = prescrizione più lunga) ha aggravato la situazione. Prescrizione dimezzata, poi accorciata un altro po’; processo breve, processo lungo; intercettazioni abolite; falso in bilancio e frode fiscale depenalizzate di fatto. Se andava a raccontare ai cari Hermann e Josè Manuel come davvero stanno le cose, altro che le risate di Nicolas e Angela: finiva che l’Ue ci dichiarava guerra.

Il Fatto Quotidiano, 2 novembre 2011

sabato 22 ottobre 2011

Così si prova il voto di scambio


di Bruno Tinti

Pubblico ufficiale è chi esercita una pubblica funzione legislativa, giurisdizionale o amministrativa. Come tutti sanno, il Parlamento fa le leggi e dunque i parlamentari, che se lo meritino o no, sono pubblici ufficiali.

Altra premessa un po’ banale. Il codice penale prevede, all’articolo 319, la corruzione per atto contrario ai doveri d'ufficio (Il pubblico ufficiale che, per compiere un atto contrario ai doveri di ufficio, riceve denaro od altra utilità, o ne accetta la promessa, è punito con la reclusione da due a cinque anni).

Scendiamo dalle previsioni astratte a esempi concreti.

La maggioranza di B&C si sta sfaldando; pezzi importanti l’abbandonano e i Pdl rischia di trovarsi in minoranza. Se succede, il Presidente della Repubblica scioglierà (forse) le Camere e ci saranno nuove elezioni.

IL MOMENTO è nero, i sondaggi sono pessimi e B&C rischiano di perderle. Se le perdono, sarà un grave problema: B non riuscirà a far approvare le leggi che gli servono per non farsi processare e rischierà anche la prigione; i C di B rischieranno di non riuscire a fare ancora i parlamentari e di dover andare a lavorare; qualcuno di loro di condividere il destino giudiziario del capo.

Giusto prima della votazione decisiva, alcuni parlamentari dell’opposizione passano alla maggioranza e, con il loro voto, la salvano dalla sconfitta. E questo non succede una volta sola.

Alcuni di questi sono, poco dopo, nominati vice ministri o sottosegretari o sono mandati a ricoprire importanti cariche pubbliche.

Altri parlamentari, rimasti con l’opposizione, raccontano di essere stati avvicinati, prima del voto, da componenti autorevoli del Pdl che li hanno invitati – dicono – a passare dalla loro parte con questa argomentazione: “Dimmi cinque cose che desideri, sarai accontentato”. In diritto penale si parla di “fattispecie”: significa ciò che risulta dall’applicazione della legge penale al caso concreto. Sicché si potrebbe ipotizzare questa fattispecie: alcuni parlamentari (pubblici ufficiali), eletti tra i partiti che sono all’opposizione, hanno deciso di abbandonarla e di schierarsi con la maggioranza, votando a favore delle leggi da questa proposte (atto contrario ai doveri di ufficio); e ciò hanno fatto perché gli sono stati dati o promessi soldi o perché gli sono state promesse importanti cariche pubbliche (denaro o altre utilità). Non ci piove, se le cose stanno così, si tratta di corruzione, prigione da 2 a 5 anni. Se le cose stanno così. Questo è il punto. Che le cose stiano così bisogna provarlo.

1 – Il parlamentare non ha vincolo di mandato. Questo vuol dire che non è obbligato a restare con il partito che lo ha inserito nelle liste elettorali e che lo ha fatto eleggere (ovvero, attualmente, con il porcellum, che lo ha nominato). Una vola eletto può fare quello che gli pare. Se, colpito da improvvisa luce come Paolo sulla via di Damasco (questa luce è frequentissima nei palazzi parlamentari), si rende conto che l’interesse supremo del paese è meglio servito da quella maggioranza contro la quale, fino a ieri, ha sputato veleno, nulla gli vieta di abbandonare il partito di origine e schierarsi con un altro che di questo è fiero avversario. Dite che in questo modo si creano le condizioni ottimali per la sagra dei voltagabbana? Sì, proprio vero, però le cose stanno così. E, se stanno così, non si può parlare di atto contrario ai doveri di ufficio. Il mio dovere è votare secondo coscienza: la mia coscienza mi dice che il voto giusto è quello a favore di B&C; io seguo la mia coscienza. Questo il mantra dei voltagabbana.

II – Però ti hanno promesso che, se cambierai partito, ti nomineranno sottosegretario o chissà cos’altro. E, in effetti, sottosegretario sei stato nominato. Sì, ma, che c’entra? Quando io ho visto la luce e mi sono comportato come mi dettava la mia coscienza, io non mi aspettavo nulla; ho solo fatto quello che mi pareva giusto, un imperativo etico a cui mai mi potrei sottrarre. Solo che i nuovi compagni di viaggio hanno scoperto in me qualità eccezionali; si sono resi conto che sono un uomo di valore. E hanno deciso di utilizzarmi nell’interesse del Paese e del partito. E anche questo fa parte dei miei doveri. E, se le cose stanno così, non si può parlare di danaro o altra utilità (la nomina a cariche importanti) come compenso del cambio di schieramento. Il convertito ha agito per via della grande luce, mica per i soldi o il sottosegretariato.

III – Ma, veramente, noi crediamo che tu la grande luce non l’hai proprio vista. È venuto un signore importante, emissario di B, che ti ha detto: “Se vieni con noi soddisferò 5 tue richieste”. Si è vero, io non ci avevo pensato a cambiare bandiera. Ma poi mi hanno promesso che le mie battaglie nell’interesse dei miei elettori, del mio paese, dell’ Europa, del mondo sarebbero state considerate importanti (come sono) e che mi avrebbero appoggiato. E io per questo faccio il politico, per salvare l’Italia, l’Europa, il mondo. E, se le cose stanno così…

DITE CHE, come linea di difesa, vale quanto il 2 di picche con briscola a denari? Eh, non lo so. Un sacco di gente e più di metà di questi parlamentari pubblici ufficiali integerrimi dicono di credere che B si è speso con la Questura di Milano perché era convinto che Ruby fosse la nipote di Mubarak. Sicché… A parte gli scherzi, ogni imputato (e figuriamoci un integerrimo parlamentare) può dire qualsiasi cosa: provate voi che non è vera.

domenica 9 ottobre 2011

Arrestaci tutti: tanto il bavaglio è bucato


BRUNO TINTI

Come questo giornale ha detto molte volte, non obbediremo alla legge bavaglio. I nostri lettori leggeranno le informazioni derivanti da un processo penale quando sarà caduto il segreto investigativo (art. 329 codice di procedura) e quindi quando saranno pubbliche per legge. Senza attendere l’udienza preliminare o altre scadenze processuali che la fantasia di B&C si inventerà. E non solo le informazioni di rilevanza penale, questa ridicola categoria che la Federazione della Stampa ha accettato, rendendosi schiava volontaria del giudice che dovrebbe stabilire, lui, quali notizie si possono pubblicare e quali no. Un nuovo Minculpop, con veline preconfezionate per giornali e giornalisti megafono del potere. Le leggeranno tutte; tutte, si capisce, quelle di interesse pubblico. B che ha pagato Mills perché dicesse il falso; ma anche B che si circonda di puttane e di magnaccia e che si fa ricattare.

Commetteremo un reato, forse parecchi reati. E magari, oltre a noi de Il Fatto, qualche altro giornalista disobbedirà alla legge più vergognosa che B&C hanno avuto il coraggio di inventarsi. Perché delinquere e comportarsi con sfrenata immoralità è cosa grave. Ma costruirsi un’immagine pubblica falsa attraverso la menzogna e l’intimidazione è da veri tiranni. E i tiranni vanno combattuti. E, prima ancora, per convincere abbastanza persone della necessità di combatterli, vanno smascherati; bisogna far vedere che persone spregevoli sono; e così “radunare le truppe”. Poi qualcuno le organizzerà e le condurrà “all’immancabile vittoria”. Diciamo che i giornalisti saranno l’avanguardia: è una buona ragione per farsi processare. Questi toni da farsa militaresca (non prendersi troppo sul serio aiuta sempre a essere consapevoli dei propri limiti) non devono spaventare. Rischi veri non ce ne sono. Un po’ di udienze, un buon palcoscenico per parlare finalmente di democrazia, di diritti, di doveri, di specifiche vergogne rese pubbliche (mica male come effetto collaterale), un po’ di soldi spesi e poi il ritorno a casa con l’aureola dell’eroe.

Questa che segue è una ragionevole anticipazione di quello che succederà. Un gip cattura un magnaccia che ha procurato puttane a B motivando il suo provvedimento con i risultati delle indagini del pm. Tra questi ci sono le trascrizioni di intercettazioni di conversazioni telefoniche nel corso delle quali B promette lucrose consulenze e ancora più lucrosi appalti al magnaccia e ai suoi amici; e anche manifesta preferenze per pratiche sessuali particolari e aspetto fisico delle donne con cui vuole accoppiarsi. Il magnaccia e il suo avvocato si leggono il provvedimento del gip che, per legge, da quel momento è pubblico. Il Fatto pubblica le trascrizioni; l’autore, il direttore e il vice direttore (non vedo perché Marco Travaglio se la debba passare liscia) vengono denunciati e incriminati. Tutti chiederanno di essere sentiti dal pm e lì confesseranno la loro responsabilità penale: è vero, ho commesso il fatto e l’ho commesso con piena consapevolezza di violare la legge.

Saranno quindi rinviati a giudizio (a piede libero: incensurati e con ragionevole probabilità di godere della sospensione condizionale della pena) oppure avanti al gip. Qui eccepiranno l’incostituzionalità della legge bavaglio per violazione dell’art. 21 della Costituzione e il giudice quasi certamente riterrà la questione “non manifestamente infondata” e la trasmetterà alla Corte. Questo per via dei precedenti di seguito sommariamente indicati:

Il diritto di cronaca può essere esercitato, anche quando ne possa derivare lesione all’altrui reputazione, purché: la notizia sia vera; esista un interesse pubblico alla conoscenza dei fatti; l’informazione sia mantenuta nei giusti limiti di obbiettività. (Cass. pen., 10/12/1997, n. 1473).

La libertà di cronaca (comprensiva della acquisizione delle notizie) e la libertà d’informazione, sono i cardini del regime di democrazia garantito dalla Costituzione; la stampa è strumento essenziale di quelle libertà. (Corte cost., sent. n. 1/1981)

La Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo sancisce (art. 10), il principio della libertà di manifestazione del pensiero. Tale diritto abbraccia la libertà di comunicare informazioni o idee senza ingerenza alcuna da parte delle autorità pubbliche. I limiti della critica esercitabile nei confronti di dirigenti politici sono più ampi di quelli relativi ai semplici privati. (CEDU, 8/7/1986, Lingens c. Austria; 25/3/1985, Barthold c. Repubblica Federale di Germania).

Il diritto della stampa di informare su indagini in corso e quello del pubblico di ricevere notizie su inchieste scottanti prevalgono sulle esigenze di segretezza. (CEDU 7/6/2007)

Gli Stati contraenti sono vincolati ad uniformarsi alle interpretazioni che la Corte di Strasburgo dà delle norme della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo. (Corte cost. sent. 39/2008)

La Corte dichiarerà la legge bavaglio incostituzionale (con questi precedenti!) e noi ce ne torneremo in redazione e ci ubriacheremo tutti. Ma, se non andasse così, ricominceremo tutto daccapo in Appello e in Cassazione (non l’eccezione di incostituzionalità già respinta e che non avrebbe senso riproporre). Condannati (tecnicamente siamo colpevoli), faremo ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che ci darà ragione sicuramente e condannerà B e i suoi amici a darci un sacco di soldi per risarcimento danni. Molto più ricchi di prima, torneremo in redazione e ci ubriacheremo con champagne millesimato. Insomma: B&C non imparano mai. Non basta far scrivere al Parlamento norme stupide per farle diventare leggi dello Stato; bisogna che siano conformi alla Costituzione italiana; e anche ai principi fondamentali delle democrazie occidentali. Con buona pace di B, il mondo, non comincia e non finisce ad Arcore.

Il Fatto Quotidiano, 9 ottobre 2011

giovedì 6 ottobre 2011

Una sentenza non è la Verità




di Bruno Tinti

Amanda Knox e Raffaele Sollecito sono stati assolti. Non è, non dovrebbe essere una notizia importante: di omicidi ce ne sono tanti, tutti i giorni. Però ne parlano tutti. E, considerata l’inesistente preparazione giuridica del 99% di quelli che ne parlano, è ovvio che non si tratta di interesse scientifico sull’attendibilità del Dna come prova. Un Grande Fratello estremamente realistico, con tanto di giochi erotici, morto ammazzato e prigione vera: voyeurismo collettivo, ecco cos’è.

UNA PARTE dei voyeur non perderà occasione per prendersela con i giudici che “sbagliano”: “Amanda era innocente, lo vedete come funziona male la giustizia? Adesso chi la ripaga del male che le hanno fatto?”.

Problema serio questo dei giudici che sbagliano. Allora perché parlare di voyeur? È gente che pensa, critica, partecipa della vita pubblica. Cittadini.

Ah, sì? E dove sono tutti i giorni, quando, in ogni Corte d’appello, un colpevole viene dichiarato innocente; o il contrario? Non lo sanno che è normale che succeda? Non pensano che, se non fosse così, il processo d’Appello non servirebbe a nulla: giudici, avvocati, funzionari amministrativi, soldi e tempo impegnati, tutti i giorni, a confermare le sentenze di primo grado? Una follia. Solo con Amanda scoprono che le sentenze di primo grado possono essere ribaltate?

Allora Amanda e Raffaele sono innocenti? Sì, lo dice una sentenza dello Stato. Se la Cassazione confermerà la sentenza (sempre che qualcuno ricorra), saranno innocenti in via definitiva. Processualmente innocenti, sì. Allora non hanno ammazzato Meredith? Ecco, questo non si può dire. Nessuno lo sa; e nessuno lo saprà mai. I giudici di primo grado pensavano di sì; quelli dell’Appello hanno pensato di no; e quelli che verranno dopo (se la Cassazione troverà errori di diritto), chi lo sa. Ma si tratterà di una sentenza, non della Verità.

Allora, potrebbero dire i voyeur, anche il mio giudizio conta: se è una questione di opinioni... No, per niente. I giudici sono attrezzati professionalmente e dispongono di tutte le informazioni che riguardano il caso. I cittadini, di diritto e delle più svariate scienze coinvolte in un processo (dalla balistica alla genetica), non sanno nulla; e, quanto alle informazioni, le raccolgono dove capita: anche se non sono distorte, restano frammentarie. È per questo che, in tutto il mondo, esiste una convenzione sociale (e costituzionale) che attribuisce ai giudici il compito di attribuire torti e ragioni, di assolvere o condannare. Perché questo sistema fornisce le più alte probabilità di accertare i fatti accaduti e le responsabilità di chi vi è stato coinvolto. Probabilità. Non di più.

Ecco perché, in caso di sentenze contrastanti, quella che vale, giuridicamente e costituzionalmente, è l’ultima. Non perché è sicuramente giusta; ma perché occorre mettere una parola fine ai conflitti. Altrimenti la convivenza non sarebbe possibile. Tu devi dare dei soldi e tu devi riceverli; così ha detto il giudice. Sarà giusto? Mah. Però, se non si adotta questo sistema, cosa si fa? Facciamo a botte e vinca il più forte? Uno ammazza l’altro? Camminiamo sui carboni ardenti e, se vado più lontano di te, vuol dire che Dio è dalla mia parte? Non c’è un’alternativa.

MA POI. Giudici di primo grado, giudici d’Appello, giudici di Cassazione. Sempre giudici sono. Essere giudice d’Appello non ti fa essere più intelligente, più preparato, più attento del giudice di primo grado. Forse, fino a ieri, il giudice di Appello di oggi lavorava in tribunale. E viceversa. Niente permette di pensare che le sentenze di Appello siano più “giuste” di quelle di tribunale. Forse in primo grado hanno deciso bene e quelli che si sono sbagliati sono stati i giudici dell’Appello. Però la sentenza d’Appello (o di Cassazione) è l’ultima.

Res judicata pro veritate habetur. Così dicevano i romani: la sentenza definitiva equivale alla Verità. Equivale. Ma non è la Verità. E infine. Ma quando si capirà che i processi non si fanno ai colpevoli? I processi servono per accertare (con i limiti visti sopra) se una persona è colpevole o innocente. Se non fosse così il pubblico ministero potrebbe decidere che l’indiziato è colpevole, metterlo in prigione, buttare via la chiave e chiasso finito. O, se decide che è innocente, piantarla lì. Se uno è innocente, non è giusto sottoporlo al processo.

LO DICEVA anche Carnelutti (celebre avvocato dei tempi andati): “Il processo è già una pena”. Ah sì? E se uno è innocente ma il pm lo acchiappa e lo sbatte in galera? Non gli piacerebbe un’analisi un po’ più approfondita? Con le famose “garanzie di difesa”? Per esempio un giudice che valuta le prove ed emette una sentenza. O una Corte d’appello che fa le pulci alla sentenza del giudice e la riforma; o magari la conferma. Certo, tutti possono sbagliare; si tratta di diminuire le probabilità di errore. La beffa è che, forse, aveva ragione il pm... Però, che ci si può fare, questa è la giustizia umana. Per quella divina si sta lavorando.