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giovedì 17 novembre 2011

BARENE ARENATE - UN VERO DELLITTO DELL'UOMO

Sono 65 le balene pilota, o globicefale, che si erano arenate davanti a una remota spiaggia della Nuova Zelanda. Sono morte ad appena due giorni da un simile incidente presso l'isola australiana di Tasmania, in cui sono morti 23 capodogli e due balenottere dal rostro.

mercoledì 2 novembre 2011

Continua a crescere l’isola dei rifiuti Allarme nell’Oceano Pacifico


ANDREA BERTAGLIO

Secondo alcuni studiosi, Il Pacific Trash Vortex ha raggiunto una dimensione doppia a quella degli Stati Uniti. E' la discarica più grande del pianeta e si è formata principalmente a causa dei sacchetti di plastica usa e getta

Cresce costantemente il Pacific Trash Vortex, l’accumulo di rifiuti di plastica che galleggiano nell’Oceano Pacifico. Con decine di milioni di tonnellate di detriti che fluttuano tra le coste giapponesi e quelle statunitensi, si tratta di fatto della più grande discarica del pianeta. Secondo scienziati ed oceanografi, fra cui Marcus Eriksen, direttore di ricerca presso l’Algalita Marine Research Foundation, la sua estensione ha ormai raggiunto “livelli allarmanti”: forse “il doppio di quella degli Stati Uniti”. Ma come può essere così vasta? Raggiunto telefonicamente da ilfattoquotidiano.it, il dottor Eriksen ha spiegato che il Trash Vortex “non forma un’isola o un’accumulazione densa di frammenti. La densità è simile a quella di un cucchiaio di confetti di plastica sparsi su un campo di calcio”. Fra i rimedi consigliati dagli esperti, spicca la necessità di abbandonare globalmente i sacchetti di plastica usa e getta. Una scelta già fatta dall’Italia, che adesso tutta l’Europa vuole imitare.

Palloni da calcio e da football, mattoncini di Lego, scarpe, borse, kayak e milioni di sacchetti usa e getta. Sono questi gli ingredienti della “zuppa di plastica” che anno dopo anno si sta impossessando del Pacifico. Un quinto di essi, secondo gli studiosi, proviene da oggetti gettati da navi o piattaforme petrolifere, il resto dalla terraferma. Questo enorme vortice di rifiuti è però visibile solo da navi e barche, non dai satelliti. Esso si trova infatti al di sotto della superficie marina, fra i pochi centimetri e i 10 metri di profondità.

Scoperto alla fine degli anni ’80 dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa) ma reso noto soprattutto da Charles Moore, il Great Pacific Garbage Patch (altro nome del Trash Vortex) si divide in due grandi blocchi: “Uno a circa 500 miglia marine dalle coste californiane, ed uno al largo di quelle giapponesi – spiega il dottor Eriksen – connessi dalle correnti che ruotano in senso orario attorno ad essi”.

In quest’area del Pacifico settentrionale le correnti portano ogni anno ad accumularsi enormi quantità di rottami marini e rifiuti, composti per il 90% da plastica, di cui si ritrovano anche pezzi fabbricati negli anni ‘50. Le materie plastiche, infatti, fotodegradandosi possono disintegrarsi in pezzi molto piccoli, ma sostanzialmente non si biodegradano. I polimeri che le compongono possono così finire nella catena alimentare, in quanto queste briciole vengono scambiate per plancton o altri tipi di cibo da molti animali marini. Un problema comune anche al Mare Mediterraneo, che vede però nelle dimensioni raggiunte nel Pacifico un fenomeno decisamente allarmante.

Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep), già nel 2006 ogni miglio quadrato di oceano conteneva 46mila pezzi di plastica galleggiante. Oggi, secondo i calcoli più recenti, si è arrivati con il solo Trash Vortex ad un totale di 100 milioni di tonnellate. Per Charles Moore il problema è dovuto soprattutto all’enorme diffusione nel mondo dei sacchetti di plastica. Se non se ne ridurrà il consumo, avverte “Captain” Moore, “questa massa galleggiante potrebbe raddoppiare le sue dimensioni entro il prossimo decennio”.

Un fenomeno, quello dei sacchetti usa e getta, di cui si sta discutendo molto in Europa, ma che finora ha portato solo l’Italia a metterli definitivamente al bando. Nel Belpaese, una volta tanto all’avanguardia nella tutela dell’ambiente, la legge che dall’inizio del 2011 vieta la produzione e la commercializzazione di questi sacchetti è diventata infatti un esempio virtuoso per tutto il resto del vecchio continente. Tanto che, secondo una consultazione pubblica della Commissione europea sull’uso delle buste di plastica non biodegradabili, a cui hanno partecipato oltre 15mila cittadini dell’Ue e centinaia fra associazioni, Ong ed università, “il 70 per cento degli europei vuole che il bando italiano venga esteso al resto dei Paesi membri”.

domenica 11 aprile 2010

Scoperta una rara lucertola gigante


Negli ultimi cinquant’anni solo la scimmia di Kipunji in Tanzania e il bovide chiamato saola, nel Vietnam, possono competere con la scoperta del Varanus Bitatawa, una lucertola lunga circa due metri individuata casualmente, e quasi miracolosamente, nella valle del nord dell’isola di Luzon, nelle Filippine, da un team di ricercatori del Biodiversity Institute dell’Università del Kansas.

LE PECULIARITÀ – I colori del rettile, che pesa appena dieci chili, sono suggestivi e una tonalità di base blu e nera si alterna a squame verdi e gialle. La caratteristica decisamente più curiosa consiste però nel possesso di due peni, anche se in realtà va detto che per quanto insolita e inquietante la presenza di due organi riproduttivi non è appannaggio esclusivo del Varanus Bitatawa ed è una peculiarità di molti rettili: alcuni sauri e serpenti sono dotati infatti di due organi copulatori (emipeni) che in condizione di riposo vengono alloggiati in apposite tasche e che utilizzano alternativamente.

UN CUGINO FAMOSO – La scoperta è stata classificata come insolita, vivendo il lucertolone in una zona molto popolata e soggetta a una deforestazione intensa. E’ quasi un miracolo insomma che questo grande rettile, di cui sicuramente esistono pochissimi esemplari, vivesse in quella zona, sopravvissuto all’ingombrante presenza umana. Un test del Dna dell’animale ha consentito di rivelare una parentela abbastanza prossima del Varanus Bitatawa con il drago di Komodo indonesiano, ma contrariamente al cugino la lucertola filippina non è carnivora, il che la rende anche meno aggressiva del leggendario rettile indonesiano, noto per la sua pericolosità e voracità.

L’HABITAT – Gradatamente l’habitat naturale del bizzarro rettile si è trasformato e a dare il colpo di grazia hanno contribuito le popolazioni locali, che con la caccia hanno minacciato la specie, ormai in serio pericolo di estinzione. Attualmente non è possibile fare un censimento, ma i ricercatori sono più che certi che le specie in circolazione siano pochissime e che avrebbero potuto estinguersi senza nemmeno essere catalogate. Questa parte delle Filippine è considerata molto difficile da esplorare e particolarmente nascosta e inaccessibile, anche se in realtà gli indigeni consumavano tranquillamente la carne del lucertolone, che era parte fondamentale della loro dieta. La scoperta è stata pubblicata nel Biology Letters journal della Royal Society, risale alla scorsa estate (nonostante sia stata documentata solo ora) ed è il frutto di quasi un decennio di ricerche. Come ha voluto sottolineare Rafe Brown, uno degli autori dell’articolo, si spera che l’animale possa diventare un’icona della lotta per la preservazione dell’ambiente, in una zona già molto compromessa e minacciata dall’uomo.

Emanuela Di Pasqua
07 aprile 2010

giovedì 26 febbraio 2009

Montagne sotto i ghiacci in Antartide : c'è una catena come le Alpi



Missione compiuta. I membri del progetto internazionale AGAP (Antarctica’s Gamburtsev Province), partiti nel novembre scorso per raggiungere il cuore dell’Antartide e studiare le misteriose montagne subglaciali Gamburtsev sono rientrati alla base. Con una straordinaria messe di dati che permetterà di svelare la natura e l’origine di una catena di monti grande quanto le Alpi, sepolta sotto quattromila metri di ghiaccio. Uno dei più grandi enigmi della Terra.

I MISTERIOSI MONTI DELL'ANTARTIDE - I monti Gamburtsev sono stati scoperti nel 1958 da una spedizione sovietica e per mezzo secolo sono rimasti un grande punto interrogativo sulla mappa dell’Antartide. Le ipotesi sulla loro origine sono diverse: si tratta di un massiccio vulcanico come l’Hoggar in Algeria? oppure di un altipiano come le Lesotho mountains in Sudafrica? o ancora: sono il risultato di collisioni avvenute circa 360 milioni di anni orsono nel supercontinente Gondwana di cui faceva parte l’Antartide orientale? I dati erano troppo scarsi per svelare l’enigma.
Poi, all’approssimarsi del quarto Anno polare internazionale (che si concluderà il primo marzo dopo 24 mesi di intensa attività scientifica nell’Artico e nell’Antartide) è stata organizzata una grande spedizione internazionale con la partecipazione di Americani (finanziati dalla National Science Foundation), Inglesi del BAS, Australiani, Cinesi, Tedeschi e Giapponesi. Uno dei temi dell’Anno polare era infatti l’esplorazione dei territori sconosciuti, in particolare nel continente Antartico.

E' UNA CATENA SIMILE ALLE ALPI - Che cosa hanno “visto” i membri di AGAP? “Non è un altipiano, ma una vera e propria catena di dimensioni e di aspetto simile alle Alpi, con picchi e valli incredibili modellate da processi pluviali e glaciali”, racconta Fausto Ferraccioli, geofisico genovese, responsabile del team di ricercatori del British Antarctic Survey“. Come ha fatto una catena cosi’ grande ad essere preservata dall’erosione, è un mistero. Forse la calotta di ghiaccio si è formata rapidamente”. Ora - ha aggiunto Ferraccioli - la sfida è quella di analizzare la mole di dati raccolta e di capire che cosa è accaduto. I dati permetteranno di produrre una nuova mappa della topografia subglaciale, che servirà ai modellisti per stabilire nuovi modelli sulla genesi delle calotte di ghiaccio.

LA SPEDIZIONE - Dal punto di vista logistico è stata una delle spedizioni più complesse mai organizzate finora. E’ stata possibile solo grazie alla collaborazione internazionale e al periodo propizio, rappresentato dall’Anno Polare Internazionale. Per acclimatarsi all’altezza i membri americani e inglesi della spedizione hanno trascorso qualche giorno alla stazione USA Amundsen-Scott al Polo sud geografico (2.800 m) prima di essere trasferiti ai rispettivi campi remoti (AGAP Sud per gli Americani e AGAP nord per gli Inglesi), dove le temperature sfioravano i -30°C. Da qui, i team hanno sorvolato le aree di studio a bordo di due piccoli aeroplani Twin Otter, attrezzati con la strumentazione per gli studi aerogeofisici (radar, magnetometro e gravimetro).

ESPLORATO IL 20% DELLA CALOTTA - «Abbiamo avuto due settimane di ritardo, spiega Ferraccioli, ma poi siamo stati molto fortunati: 25 giorni di bel tempo ininterrotto, che ci ha consentito di volare per complessivi 120.000 chilometri, l’equivalente di tre volte il giro della Terra». E’ stato esplorato il 20% della calotta dell’Antartide orientale, sorvolata l’area di alcuni laghi subglaciali e determinato il punto della calotta in cui verrà compiuto il prossimo progetto di perforazione profonda in ghiaccio (in quello spessore il ghiaccio racchiude un archivio climatico di un milione di anni).
Secondo i programmi, il carburante per il Twin Otter americano avrebbe dovuto essere consegnato al campo AGAP Sud con una carovana di trattori cingolati (la “traversa”) partita da McMurdo, via il Polo sud. Purtroppo quest’anno la traversa ha incontrato una serie di terribili crepacci dopo la partenza, ed è arrivata in ritardo al Polo sud. E’ stato necessario consegnare il carburante con gli Hercules LC-130 della US Air Force. Il campo di AGAP Nord ha invece ricevuto i fusti di carburante dal cielo: paracadutati da enormi C-17 americani.
Il quarto Anno Polare Internazionale si concluderà con un convegno il 25 febbraio al Palazzo delle Nazioni Unite di Ginevra. Mentre cala il sipario su questa straordinaria maratona scientifica - che ha coinvolto 60.000 partecipanti fra tecnici e ricercatori di 60 diversi paesi - la fragile silhouette delle misteriose montagne Gamburtsev fa capolino sullo schermo dei radar. La Terra australis incognita dei geografi greci di duemila anni fa non ha finito di sorprenderci.

Lucia Simion
24 febbraio 2009

I pescatori che salvano gli albatros


Un progetto avviato nel 2006 per la salvaguardia del maestoso volatile marino sta dando i suoi frutti

Nelle acque al largo del Sudafrica il numero degli albatros che ogni anno muoiono a causa della cosiddetta «long-line fishing» (la pesca industriale effettuata con lunghi cavi nei cui ami gli uccelli rimangono impigliati) è diminuito dell'85 per cento. Merito dell'Albatross Task Force (ATF) – un'iniziativa congiunta della Royal Society for the Protection of Birds e di Birdlife International – e del programma internazionale correlato, lanciato nel 2006 con l'obiettivo di salvare 22 specie di uccelli a rischio di estinzione (per un totale di circa 3 milioni di esemplari).

IL PROGRAMMA – Il progetto per la salvaguardia dei bianchi uccelli del mare deve il suo successo al team di istruttori che in questi anni sono saliti a bordo dei pescherecci, unendosi ai marinai al lavoro per spiegare loro come evitare di uccidere i volatili durante la pesca. Gli ottimi risultati non riguardano solo il Sudafrica, dove il progetto ha preso il via tre anni fa: come spiega il Times Online, il tasso di mortalità degli albatri è diminuito sensibilmente (fino al 67 per cento) anche nelle regioni in cui la Task Force sta lavorando da meno tempo.

COLLABORARE CONTRO L'ESTINZIONE – Gli ornitologi stimano che la long-line fishing sia responsabile della morte di un uccello ogni cinque minuti: ora l'ATF ha dimostrato che tramite la collaborazione con l'industria ittica e i Governi è possibile interrompere un processo che – diversamente – porterebbe alla scomparsa di numerose specie di volatili.

Alessandra Carboni
23 febbraio 2009

lunedì 23 febbraio 2009

Dall'oceano a Trieste, la balena fuori rotta



MILANO - Forse si è persa per sbaglio, forse era solo alla ricerca di un pizzico d'avventura, proprio come il piccolo Nemo. Ma se un pesciolino pagliaccio può permettersi di passare inosservato, lei, una spilungona di dodici metri, è destinata a far notizia. Soprattutto perché non era mai successo che una megattera — la balena per antonomasia dell'Oceano Atlantico, la più amata e inseguita dai turisti — risalisse l'Adriatico fino a mostrare spruzzi e codone nel bel mezzo del golfo di Trieste.

I primi ad incrociarla lunedì sono stati i pescatori, poi è stata avvistata dalla terraferma e, alla fine, Tilen Genov è riuscito a immortalarla. Alle quattro del pomeriggio di ieri il presidente di Morigenos, l'associazione slovena per lo studio e la protezione dei mammiferi marini, era ancora a tu per tu con l'eccezionale e graditissimo ospite. «Oggi? Se sappiamo dov'è? Proprio qui davanti a noi, di fronte a Pirano! È riapparsa una decina di minuti fa, ora però mi scusi, si sta avvicinando alla barca, magari ci sentiamo più tardi», dice Genov tradendo una buona dose di emozione e c'è da capirlo, non è certo il momento di starsene col cellulare in mano, bisogna scattare nuove foto e catturare ogni dettaglio per capire se è ferita, se è spaventata e se l'esemplare sia uno dei quasi 6 mila già censiti dai biologi marini che studiano i cetacei oceanici. La balena sembra in ottima salute e non pare proprio aver paura: «Si lascia avvicinare tranquillamente, sembra non avere alcun problema — dicono dall'imbarcazione i ricercatori sloveni —. È uno splendido esemplare ed è praticamente impossibile prevedere le sue mosse». L'unica cosa sicura è che si è allontanato dal branco per poi, chissà come, ritrovarsi a scorrazzare al di qua di Gibilterra: «Si è semplicemente persa, magari inseguendo un branco di pesci — spiega Giuseppe Notarbartolo di Sciara, docente di Conservazione della biodiversità marina all'Università Statale di Milano —. Cosa decisamente rara: dalla fine dell'Ottocento a oggi è successo solo tredici volte, e nell'Adriatico c'è un unico precedente: nell'agosto del 2002 una megattera restò impigliata in una rete, per fortuna non si fece male e venne subito liberata». Ma che fare con una balena lontana 9 mila chilometri da casa? È a rischio in un habitat che le è sconosciuto? «È un animale sociale e deve vivere in branco, non può stare da sola. Normalmente si nutre di plancton, ma possono andare bene anche le sardine e le acciughe. Per sopravvivere deve però spostarsi nei fondali in cui i pescatori non hanno compiuto troppi disastri. E comunque la cosa migliore è che torni il più in fretta possibile da dove è venuta».

È un ottimo migratore, il fiato non le manca di certo. Sono infatti migliaia gli esemplari di megattera che vivono nei Caraibi d'inverno ma che, con l'estate, nuotano fino in Groenlandia a caccia di cibo: «È il grosso cetaceo più amato dal pubblico, ha caratteristiche e carattere particolarmente adatti per gli amanti del whale watching: sono espansivi, saltano volentieri fuori dall'acqua, gli sbuffi raggiungono i cinque metri d'altezza. Il loro particolarissimo canto è addirittura finito su di un disco realizzato negli anni Sessanta da National Geographic». Le balenottere che popolano il nostro Mediterraneo — una delle loro zone predilette è la Liguria Occidentale — sono sì più grandi e meno tozze, però anche assai più schive e riservate. La speranza, ora, è che la balena in vacanza in Adriatico soffra presto di nostalgia per il suo oceano e decida di fare dietrofront. Ma non c'è modo di convincerla? «Direi proprio di no, deve fare tutto da sola— afferma Notarbartolo —. Una ventina di anni fa, in California, fu possibile intervenire perché Humphrey, così venne ribattezzata la megattera, si infilò nel fiume Sacramento: come "esca" si decise di usare proprio una registrazione del canto che emettono mentre si nutrono e la cosa funzionò. Però un'operazione del genere in mare aperto sarebbe assai più complicata». Non resta che aspettare, dunque. Nel frattempo i ricercatori di Morigenos («Non le abbiamo dato un nome perché forse ce l'ha già, è quello che stiamo cercando di scoprire con i nostri colleghi nell'Atlantico ») fanno di tutto per proteggere la balena: «Controlliamo che chi la incontra non si avvicini più di una cinquantina di metri e non le stia intorno per più di 20 minuti». Sperando che alla fine torni a casa sana e salva.

Fabio Cutri
22 febbraio 2009

martedì 3 febbraio 2009

In Colombia un'Arca di Noè


di ALESSIA MANFREDI

DIECI nuove specie di anfibi, esemplari mai visti altrove. La scoperta, che ha entusiasmato il mondo scientifico, è stata fatta durante una spedizione nella regione montuosa di Tacarcuna, in Colombia, nella zona protetta del Darien, al confine con Panama: un'area che si è rivelata agli studiosi come una ricchissima nuova Arca di Noè.

Fra le specie osservate per la prima volta dagli erpetologi del Conservation International, organizzazione ambientalista americana, e dagli ornitologi della Ecotropico Foundation, ci sono tre rane velenose della famiglia delle Dendrobatidae, tre dalla pelle trasparente - attraverso la quale è possibile vedere gli organi interni - dei generi Nymphargus, Cochranella e Centrolene; una rana arlecchino del genere Atelopus, due appartenenti al genere delle Pristimantis e una salamandra Bolitoglossa. Ora verranno presentate alla comunità scientifica per certificare che non siano effettivamente mai state osservate prima, e per stabilirne lo stato di conservazione e il rischio di estinzione.

La Colombia detiene già il record come Paese che ospita la più ampia comunità anfibia al mondo, con 754 specie censite, ma la scoperta degli scienziati è di buon auspicio: gli anfibi sono ottimi indicatori dello stato di salute dell'ecosistema. Con la loro pelle porosa offrono indicazioni precise sul degrado ambientale causato dalle piogge acide, metalli pesanti o pesticidi. E sono utilissimi nel tenere sotto controllo gli insetti, evitando il diffondersi di malattie come la dengue o la malaria. Una buona notizia, quindi, anche alla luce degli effetti del surriscaldamento globale, che, secondo alcune previsioni, metterebbe a rischio almeno un terzo delle specie anfibie note.

Oltre agli anfibi, nella spedizione durata tre settimane, gli scienziati del Conservation Institute hanno identificato anche 20 rettili e 120 specie di uccelli che sembra si trovino solo in Colombia o che non erano mai stati osservati qui anche se sono stati trovati in altre regioni del mondo. Hanno osservato anche altri rari esemplari: mammiferi considerati in via d'estinzione, come il tapiro di Baird, diversi tipi di scimmie e di gruppi di peccari "dal labbro bianco" (Tayassu). Un vero tesoro, rivendicato con orgoglio dal ministro dell'Ambiente colombiano: "Ancora una volta dimostriamo di essere leader nella biodiversità, nel mondo. Senza dubbio, questa scoperta rappresenta una tappa fondamentale per la scienza e la salute dell'uomo", ha detto Juan Lozano.

La regione colombiana di Darien è molto importante per la biodiversità e storicamente è servita come ponte per lo scambio di flora e fauna fra il Nord e il Sud America, ma è a rischio per lo sfruttamento del territorio: tra il 25 e 30% della vegetazione è minacciata per la deforestazione. Grazie alle nuove scoperte, gli scienziati si augurano che vengano introdotti nuovi vincoli ambientali e l'istituzione di una nuova area protetta, nelle colline di Tacarcuna.

(3 febbraio 2009)

venerdì 30 gennaio 2009

Il viaggio infinito delle Berte

LA REPUBBLICA
di LUIGI BIGNAMI

PER la prima volta ricercatori inglesi sono riusciti a ricostruire l'odissea che ogni anno ripetono le Berte Minore, uccelli che vivono nell'Oceano Atlantico. Esse infatti, compiono una migrazione lunga 20.000 chilometri che dalle coste della Gran Bretagna, le porta a sfiorare l'Africa occidentale per poi scendere fino alle coste estreme del Sud America e ritornare alla Gran Bretagna dopo aver attraversato una parte dell'America Meridionale e aver costeggiato molto al largo gli Stati Uniti. Un tragitto che ha dell'incredibile, se si pensa che viene affrontato di un piccolo uccello non più grande di 40 cm.

Da sempre gli ornitologi si erano chiesti quale itinerario scelgono le Berte per non sfinirsi nel lungo tragitto e come riuscissero a sopravvivere alle fatiche del viaggio. Le domande ora hanno una risposta grazie a piccoli computer che posti sulle zampe di una dozzina di uccelli partiti dalla Gran Bretagna, hanno immagazzinato i dati inviati dai satelliti. Una volta catturati al loro ritorno i dati hanno permesso al gruppo di ricercatori di ricostruire la posizione esatta tenuta dagli uccelli giorno dopo giorno. Si è preferito non attaccare sulle zampe degli uccelli delle ricetrasmittenti, perché con il sistema adottato, il peso del mini computer era assai ridotto. I risultati della ricerca sono apparsi sulla rivista scientifica Proceedings of the Royal Society B.

"Abbiamo scoperto che tutti e 12 le Berte seguite si sono fermate in una medesima località nell'Oceano Atlantico per circa 2 settimane", ha spiegato Tim Guilford dell'Animal Behaviour Group dell'Università di Oxford che ha realizzato la ricerca.

Ciò che è sorprendente, secondo i ricercatori, è il fatto che gli uccelli hanno utilizzato un'"ottima strategia di migrazione", ossia che la scelta del luogo ove gli uccelli si sono fermati e la durata del loro permanere in quella località è quanto di meglio essi potevano fare, tenendo conto delle loro dimensioni e del loro peso, che si aggira attorno ai 400 grammi.

Una strategia migliore rispetto a quella di altri uccelli migratori che preferiscono non fermarsi mai, ma così facendo sono obbligati ad accumulare molto più grasso prima di partire. Questa scelta li affatica molto di più e la quantità di individui che poi soccombe lungo il tragitto è sempre notevole.

"La scelta delle Berte invece, l'avrebbe fatta un ingegnere aeronautico se avesse tenuto conto delle "riserve di carburante", del peso e dell'aerodinamicità dell'uccello", ha spiegato Guilford.

La ricerca ha permesso di confermare che le Berte si nutrono esclusivamente di pesci che cacciano durante le ore diurne in mare aperto. La loro tecnica di pesca prevede il volo quasi radente al livello del mare e ciò serve per individuare grandi banchi di pesci. Quindi si tuffano per inseguire il pesce anche per alcuni metri sott'acqua.

L'uso dei satelliti ha dato modo di scoprire che le Berte scendono più a sud del pianeta rispetto a quanto si ipotizzava e di conseguenza il loro viaggio è più lungo di quanto si credeva.

(24 gennaio 2009)

sabato 10 gennaio 2009

Morìa di pellicani in California, sotto accusa gli agenti chimici

LA REPUBBLICA
di CRISTINA NADOTTI

SEMBRANO aerei pilotati da kamikaze, lanciati in picchiata contro auto e barche contro le quali si schiantano restando uccisi a centinaia. Sta diventando un mistero scientifico il comportamento dei pellicani californiani, per i quali etologi e biologi parlano ormai di vera e propria moria.

Sono sempre più frequenti le segnalazioni sulle anomalie di questi grandi uccelli, che vivono numerosi lungo la costa californiana da San Francisco a San Diego. L'International Bird Rescue Research Center di San Pedro, centro di ricerca sulla fauna avicola, ha parlato di "qualcosa di davvero preoccupante e strano" nel comportamento dei Pelecanus occidentalis. "In questo periodo dell'anno - dicono dal Centro - è normale osservare un aumento nei decessi dei pulcini di pellicano, ma non di adulti. Quel che preoccupa di più è però il modo in cui questi uccelli trovano la morte. La nostra ipotesi è che ci siano problemi di carattere neurologico, perché i pellicani mostrano segni di disorientamento".

Gli uccelli vengono infatti trovati a molti chilometri di distanza dalla costa, sulla terraferma, dove non si erano mai spinti. In molti atterrano sulle autostrade, diventando un pericolo anche per gli automobilisti, e si sono moltiplicate le richieste di intervento agli "animal cops", le pattuglie di agenti specializzati nel recupero di animali. Molti californiani si sono trovati infatti pellicani adulti nel giardino di casa e non è facile venire a patti con un uccello spaventato che pesa fino a 15 chilogrammi e ha un'apertura alare di un metro e mezzo. Sui pellicani disorientati sono stati inoltre osservati segni di debolezza generale ed ecchimosi nella sacca che gli uccelli hanno nel becco.

L'ipotesi più accreditata, per spiegare la malattia dei pellicani, è quella di un avvelenamento da agenti chimici. Secondo il sito inglese Bbc i pellicani potrebbero essere stati avvelenati dai ritardanti per le fiamme, usati in grande quantità durante l'estate per combattere i roghi in California. In genere i ritardanti contengono PBDE, polibrominato difenile, una sostanza della quale si è accertata la pericolosità per le specie animali, le sue concentrazioni nelle acque dell'Artico hanno causato gravi anomalie in orsi polari e nei mammiferi marini.

C'è anche una spiegazione "naturale", che già in passato ha dato conto di un "suicidio di massa" tra gli uccelli. Nel 1961, a Capitola, sempre in California, la gente dovette chiudersi in casa per evitare di essere colpita da uccelli che si lanciavano in picchiata, mentre centinaia di carcasse si accumulavano sulle strade della cittadina californiana. A provocare la moria di uccelli in quel caso fu l'acido domoico, una biotossina prodotta da alcune alghe, che può trovarsi in alta concentrazione nei molluschi e nei pesci di cui si nutrono i pellicani.

È già accaduto in passato che si osservassero intossicazioni di questo tipo nei pellicani, ma di solito i picchi si registravano in primavera ed estate, e verifiche sulla qualità delle acque costiere non hanno evidenziato un aumento nella concentrazione di acido domoico. Infine, in genere i pellicani intossicati da acido domoico muoiono per colpi apoplettici, piuttosto che mostrare segni di disorientamento.

Il Los Angeles Times parla di una vera e propria corsa contro il tempo per stabilire le cause della moria, prima che la popolazione di pellicani bruni californiani sia decimata. Le carcasse degli uccelli morti vengono esaminate con cura e si attende una risposta dagli esami sul sangue.

Il timore è che questa specie di pellicani, l'unica scura e capace di tuffarsi in volo per catturare le prede, scompaia dalla California. Già negli anni '70, infatti, la popolazione dello stato americano aveva rischiato l'estinzione a causa del Ddt e soltanto lo scorso febbraio si era cominciato a proporre di rimuovere il pellicano bruno dalla lista delle specie a rischio. Ma ora ogni decisione in proposito dovrà essere considerata alla luce della nuova malattia misteriosa.

(9 gennaio 2009)

giovedì 8 gennaio 2009

Pesci, memoria da elefanti.

LA REPUBBLICA
di MARCO PASQUA

NON sarà una memoria da elefanti, ma sicuramente non dura pochi secondi. E' una ricerca di un'università israeliana a sfatare la credenza popolare secondo la quale la memoria dei pesci duri solo una manciata di secondi. Gli scienziati dell'Institute of Technology Technion, di Haifa, hanno, infatti, dimostrato, con un semplice esperimento, che questa può arrivare sino a cinque mesi. Una ricerca che offre anche importanti prospettive relative ad una nuova modalità di allevamento per questo genere di vertebrati.

I ricercatori israeliani hanno preso un gruppo di pesci e li hanno allenati, all'interno della loro struttura, ad associare uno specifico suono al momento in cui ricevono il mangime. Dopo circa un mese di training, li hanno rilasciati in mare aperto. Passati altri quattro mesi, agli stessi pesci è stato fatto risentire il suono associato al cibo: con grande stupore degli scienziati, tutti gli esemplari hanno fatto ritorno nel punto in cui avrebbero ricevuto il loro mangime. Un risultato importante, viene fatto notare dall'università, che potrebbe aprire nuovi orizzonti nell'allevamento ittico praticato nelle zone costiere. Oggi, infatti, si usano spesso delle gabbie, posizionate sott'acqua. "Un metodo diffuso in gran parte del mondo - spiega l'università - anche se è dispendioso, sia per quanto riguarda l'acquisto delle stesse gabbie, che per il costo del lavoro delle persone che le devono monitorare, e, soprattutto, devono dar da mangiare agli animali. Un metodo controverso dal punto di vista dell'inquinamento generato dai pesci, sotto forma di azoto".

Così controverso che in alcune zone costiere questo genere di allevamento è vietato. "Lo scopo della nostra ricerca era quello di offrire una valida alternativa alle gabbie: far crescere i pesci in mare aperto, senza danneggiare l'ambiente e, soprattutto, in modo da non far fuggire questi animali". Adesso, infatti, basterà allenare i pesci a riconoscere un determinato suono, per poi farli tornare indietro, quando saranno pronti per essere catturati e immessi sul mercato per la vendita. "Tra l'altro questo metodo è molto più economico - dicono i ricercatori, Boaz Zion, Ilan Karplus e Assaf Barki - perché il nutrimento viene reperito in maniera naturale dai pesci stessi".

Già lo scorso anno, una studentessa australiana di 15 anni, Rory Stokes, aveva condotto un esperimento, che aveva permesso di dimostrare che la memoria dei pesci rossi durava fino ad una settimana. La ragazza aveva acceso ogni giorno un piccolo faro lampeggiante nella vaschetta, e subito dopo aveva sparso il mangime attorno al faro. Misurando il tempo che i pesciolini impiegavano a raggiungere il cibo, Rory si era accorta che i suoi animali avevano imparato ad associare la luce alla presenza di cibo, e presto il tempo impiegato per arrivare al faro era passato da un minuto a pochi secondi. Successivamente, la ragazza aveva rimosso per sei giorni il faro dalla vaschetta; quando, il settimo giorno, lo aveva riposizionato al suo interno e lo aveva riacceso, i pesci rossi non avevano esitato a nuotare in quella direzione e a raggiungere la "fonte di cibo".

(7 gennaio 2009)

mercoledì 7 gennaio 2009

il parco record Coralli e pesci pappagallo alle Hawaii

LA REPUBBLICA
di ANTONIO CIANCIULLO

È la più grande riserva marina del mondo: mezzo milione di chilometri quadrati di oceano protetto tra le Isole Marianne e le Hawaii. Dopo otto anni di misure anti ambientaliste, 13 giorni prima di lasciare la Casa Bianca, George Bush ha preso una delle rare decisioni che hanno suscitato il plauso degli ecologisti. Un secolo dopo l´atto di tutela del Grand Canyon firmato nel 1908 da Theodore Roosvelt, un largo tratto del Pacifico sarà salvaguardato.

Già nel 2006 l´amministrazione americana aveva creato alle Hawaii la Papahanaumokuakea Marine National Monument: 138 mila miglia quadrate che forniscono rifugio a 14 milioni di uccelli, a 7 mila specie marine e al 70 per cento delle barriere coralline degli Stati Uniti. Poi Kiribati, un minuscolo stato del Pacifico occidentale, aveva istituito un parco marino ancora più grande, la Phoenix Island Protected Area. Adesso il primato torna a Washington che, utilizzando una serie di territori amministrati dagli Usa, ha costituito un´enorme santuario per pesci pappagallo e tartarughe, cetacei e molluschi giganti.

Solo pochi giorni fa Bush era stato nuovamente criticato per aver indebolito le leggi sulla protezione ambientale in modo da facilitare l´esplorazione mineraria e la creazione di pozzi petroliferi in zone incontaminate, soprattutto nell´Artide. Adesso il nuovo parco marino (che disegna una superficie complessiva di 195 mila miglia quadrate, pari a 505 mila chilometri quadrati) protegge dalle mine, dai bulldozer e dalla pesca commerciale una zona di particolare pregio naturalistico. L´area comprende la Fossa delle Marianne, che con i loro 11 mila metri di profondità rappresentano il punto più profondo degli oceani; una catena formata da 21 vulcani, che include la formazione di piscine sulfuree create dalle acque termali emesse a oltre mille metri di profondità; una barriera corallina di particolare interesse.

Certo la creazione di un parco non basterà a salvare i coralli dalla minaccia del cambiamento climatico, alimentato da
l consumo crescente di combustibili fossili, ma rappresenta un atto di politica gestionale cui si guarda con interesse anche in Europa, dove è finora prevalsa una filosofia di tutela diversa, basata su criteri estremamente rigorosi ma su piccoli numeri.

«In Italia la protezione è in teoria impeccabile, ma di fatto funziona solo su pochi francobolli di mare, mentre tutto il resto è esposto a ogni tipo di aggressione», osserva Alessandro Giannì, responsabile mare di Greenpeace. «Più interessante è una visione in cui la difesa della natura si lega al rilancio delle attività economiche a basso impatto ambientale come il turismo sostenibile: meglio avere grandi estensioni di mare in cui si può entrare solo con molto rispetto che pochi fortini difficili da difendere. Ad esempio nel Mediterraneo per permettere al tonno rosso, ormai in estrema difficoltà, di riprendersi noi vogliamo creare 32 grandi riserve marine».

Una linea presa seriamente in considerazione dalla Gran Bretagna che sta studiando l´ipotesi di proteggere il 30 per cento delle acque in cui ha il diritto esclusivo di gestione delle risorse (fino a un massimo di 200 miglia dalla costa) per cercare di ripopolare il mare.

(7 gennaio 2009)

venerdì 2 gennaio 2009

Skyfarming, l'orto verticale

LA REPUBBLICA
di PAOLO PONTONIERE


IL profilo urbano di posti come Manhattan e Chicago potrebbe essere presto trasformato dallo skyfarming, ovvero dall'introduzione di torri agricole per la produzione di cibo a basso costo e di basso impatto ambientale. Edifici nei quali i suini verrebbero allevati al quinto piano, i polli al sesto e gli ovini al settimo (tanto per fare un esempio) mentre ai piani più alti si coltiverebbero legumi, vigne, ortaggi e tutte le varietà vegetali che hanno bisogno di tanta acqua per crescere. Non solo un tentativo di fornire le città di un modo per garantirsi l'approvvigionamento di cibi coltivati localmente e con metodi organici, ma anche una risposta ai problemi ambientali più pressanti del momento.

Impostate secondo i più stretti principi dello "zero waste", cioè "rifiuti zero", le fattorie verticali, nel progetto, tendono a utilizzare al massimo le risorse e a riutilizzare gli scarti. L'acqua usata per irrigare i raccolti situati ai piani superiori percolerebbe lentamente verso i piani inferiori per irrigare grano, frutta e verdura mentre i rifiuti - quelli non utilizzati come mangime per gli animali dei piani più bassi - finirebbero nei sotterranei con gli altri scarti organici per essere trasformati, grazie a fornaci termovoltaiche, in "bio-palline" di combustibile ultracompresso che, producendo tanta energia, finirebbe col generare l'elettricità utilizzata dall'edificio.

Quanti ai rifiuti, questi verrebbero ridotti al minimo attraverso un rigorosissimo programa di riciclaggio che finirebbe col recuperare anche il vapore acqueo emesso da piante e animali. Trasformato in acqua pura, verrebbe imbottigliato per la vendita al dettaglio nei ristoranti e nei supermercati situati ai livelli più bassi dell'edificio. Il tutto in un ambiente superclimatizzato.

L'idea dello skyfarming, finora sperimentata solo in piccoli edifici di comunità ecosostenibili dell'Arizona e della California, ha ricevuto un improvviso impulso dalla crisi immobiliare statunitense. Colpito dall'ondata di fallimenti aziendali, il settore immobiliare per il commercio sta registrando un'incidenza di edifici vuoti che ricorda quella degli inzi degli anni '80, quando interi isolati erano completamente spopolati. Nelle downtown (i centri finanziari) delle metropoli, ora abbondano edifici vuoti che potrebbero essere riconvertiti in aziende agricole a carattere urbano.

Secondo gli esperti, nella sola New York se ne potrebbero costruire in poco tempo oltre una quindicina, ciascuna in grado di produrre cibo sufficiente a soddisfare oltre 75 mila persone. Se se ne costruissero 160, si potrebbe sfamare l'intera popolazione della Big Apple.

Il numero dei centri urbani che hanno espresso interesse per la nuova proposta, oltre a New York, va da Toronto a Seattle e da San Francisco a Los Angeles. Anche Las Vegas, dove quella di ricreare i simboli architettonici di altri luoghi del mondo è un'arte, sta pianificando una skyfarm di trenta piani. Mentre Shangai, Corea del Sud, Abu Dabi e Emirati Arabi - dove la disponibilità di suolo coltivabile è per ragioni di forza maggiore una risorsa scarseggiante - si sono affrettati a chiedere progetti di fattibilità.

Lanciata circa cinque anni fa in maniera provocatoria da Dickson Despommier, docente di Salute pubblica e microbiologia alla Columbia University, l'idea del vertical farming non ci ha messo molto ad attecchire accendendo la fantasia di amministratori locali e architetti di grido. Il sindaco di San Francisco, Gavin Newsom, ne è un sotenitore convinto mentre a New York l'ipotesi è stata abbracciata da Scott Stringer, presidente del consiglio di quartiere di Manhattan, che ha ordinato uno studio di fattibilità da presentare al sindaco Michael Bloomberg, entro la fine di Febbraio. "Non disponiamo di molta terra coltivabile, ma a Manhattan il cielo non ha limiti", ha detto Stringer.

In una fase in cui gli Stati Uniti si apprestano a lanciarsi in un'opera di riconversione ecosostenibile delle metropoli, i sindaci sono disposti a sposare anche le idee più futuristiche pur di ridurre la dipendenza da risorse straniere. Tra gli architetti di grido attratti dall'idea si distinguono invece il francese Pierre Satroux, l'americano Chris Jacobs, l'australiano Oliver Foster, il canadese Gordon Graff e il polacco Daniel Libeskind. I loro progetti sono degli ibridi architettonici con riferimenti stilistici che spaziano dai giardini pendenti di Babilonia alla Biosfera del deserto dell'Arizona con un tocco di SimCity e Second Life.

Ma non tutti sono entusiasti dell'idea di Despommier, che alla sua idea ha dedicato un sito internet. Secondo Jeffrey Kaufman, professore di Pianificazione urbana all'Università del Wisconsin a Madison, Despommier tende a strafare. "Perché trenta piani? Sei basterebbero. Il concetto è interessante ma è estremizzato". Per Armand Carbonell, direttore del Dipartimento di Pianificazione urbana del Lincoln Institute of Land Policy, il problema è di un altro ordine: a un costo nominale di circa 200 milioni di dollari l'impresa rischia di essere antieconomica. "Siamo sicuri - osserva Carbonell - che un pomodoro risucirebbe a battere un banchiere per l'affitto di di un grattacielo nella parte sud di Mahattan? Scommetto che il banchiere pagherebbe di più".

(1 gennaio 2009)

venerdì 26 dicembre 2008

Un parco per vedere le stelle tra brughiere, foreste e laghi

LA REPUBBLICA
di BENEDETTA PERILLI


Ottantamila ettari di brughiera, foreste e laghi. E per tetto un cielo di stelle, e che stelle. I visitatori del primo parco europeo dedicato al cielo buio - non a causa delle troppe nuvole ma grazie all'assenza delle illuminazioni esterne prodotte dall'uomo - potranno ammirare presto uno spettacolo inedito e raro come la meraviglia della moltitudine stellare. Il parco - scrive il quotidiano inglese The Guardian - sorgerà nell'area della foresta di Galloway in Scozia e sarà la prima finestra naturale in Europa dedicata alla completa osservazione delle stelle. Un patrimonio naturale dell'umanità che è negato al 90% della popolazione mondiale.

Un cielo tutto nuovo. Facile convincersi di conoscerle già, ma la realtà è un'altra cosa: le brillanti lucine che accendono le nostre notti sono niente rispetto alla quantità di corpi celesti che popolano il cielo. Difficile però vederne più di una manciata, soprattutto nei cieli delle grandi città che, sotto l'effetto delle centinaia di illuminazioni elettriche, vengono soffocati da una vera e propria patina. Diverso l'effetto visivo nei centri abitati più piccoli, nelle zone di campagna, in mare aperto, ma resta quasi impossibile all'uomo godere appieno del patrimonio naturale dell'arcata celeste. Dalla Scozia arriva così la proposta di apertura del terzo parco naturale al mondo - il primo in Europa - con lo scopo di preservare e mostrare ai visitatori la complessità del cielo buio.

Non solo Scozia. Chi vorrà addentrarsi nella totale oscurità del parco di Galloway - che nasce proprio nel 2009, l'anno dell'astronomia - troverà ad aspettarlo non solo stelle cadenti e nursery stellari ma anche galassie distanti, come Andromeda, e aurore boreali. Un angolo unico d'Europa dunque che segue l'esempio dei due parchi americani, uno in Pennsylvania e l'altro nello Utah, che già da diversi anni hanno aderito all'International Dark Sky Association, un'associazione americana che cerca di preservare i cieli più puri del mondo dall'incursione umana e alla quale anche l'Italia partecipa dal 1998 grazie all'Osservatorio astronomico di Campo Catino.

Le cifre. L'inquinamento luminoso è un serio problema ambientale che mette a rischio l'ecosistema, stordito dall'alterazione del ciclo naturale della notte e del giorno. Oltre il 30% dell'energia elettrica utilizzata per l'illuminazione degli ambienti esterni finisce completamente dispersa verso il cielo creando una luminescenza artificiale che oscura le stelle. Nel rapporto sullo stato del cielo notturno in Italia, realizzato dall'Istituto di scienza e tecnologia dell'inquinamento luminoso nel 2001, si apprende che sette italiani su dieci vivono in uno stato di perenne "plenilunio artificiale" causato dall'inquinamento luminoso. Eccessiva dunque la percezione della luminosità del cielo rispetto alla sua reale natura con un preoccupante aumento dell'inquinamento luminoso pari al 10% annuo nella sola Italia.

Come contrastarlo. Negli ultimi dieci anni il movimento di opinione contro l'inquinamento luminoso è cresciuto. Il lavoro di astronomi e astrofili punta soprattutto a mettere a punto norme per tutelare i nostri cieli, come il disegno di legge n° 751 che propone di ridurre entro cinque anni dalla sua approvazione la dispersione di luce e i consumi energetici. Ma non solo. In accordo con Acea, la società laziale di illuminazione pubblica, l'International Dark Sky Association Italia ha proposto già dal 2001 Roma come prima città dark sky grazie all'introduzione di lampade al sodio. Fra le soluzioni più immediate c'è quella dell'utilizzo di lampade direzionali puntate verso la terra con schermature appositamente pensate per l'illuminazione stradale che, ad oggi, rimane la principale causa dell'inquinamento luminoso.

Legato al problema dell'eccessiva luminosità dei cieli c'è anche quello del risparmio energetico e da sette anni le associazioni mondiali che si battono per la riduzione delle emissioni luminose promuovono ogni 21 di dicembre, grazie all'associazione canadese Candle Light,
due ore di luce naturale da trascorrere a lume di candela.

(26 dicembre 2008)

domenica 7 dicembre 2008

Io, un Ris per gli alberi

LA STAMPA
5/12/2008
ALESSANDRO MONDO


E’ l’uomo che dà la caccia ai killer di alberi e piante. Si chiama Giovanni Nicolotti, serissimo professore universitario di 46 anni che parla come un carabiniere del Ris: «Come faccio? Con l’analisi del Dna. La stessa che la Scientifica utilizza per risalire da un mozzicone di sigaretta all’identità di chi l’ha tenuto fra le labbra».

E così facendo, di analisi in analisi, ha scovato il modo di incastrare i suoi nemici di sempre. Con i colleghi del Dipartimento di valorizzazione e protezione delle risorse agroforestali, Università di Torino, ha messo a punto una tenica infallibile che ricalca quelle di diagnosi precoce dei tumori già adottate in Medicina, basate sul rilevamento dei marcatori tumorali nel sangue. Ora verrà utilizzata dal Comune di Torino per salvare gli alberi che decorano e ombreggiano la città.

I loro avversari hanno nomi inquietanti, da sicari di professione. Quel che è peggio, mantengono le promesse giustiziando a colpo sicuro le loro vittime. Non subito ma nel corso degli anni, fino a quando i colossi che decorano e ombreggiano le nostre città cedono di schianto. Sono i funghi che attentano alla salute degli alberi e alla nostra sicurezza. Killer autoctoni. Più spesso importati da Paesi lontani, con una crescita esponenziale negli ultimi tempi. Ogni anno in Europa vengono introdotte 17 nuove specie di parassiti, solo trent’anni fa il numero era inferiore a otto. Da qui l’attenzione degli esperti, impegnati non tanto a curare nemici che raramente lasciano scampo ma a diagnosticarli quando le piante sono asintomatiche: apparentemente rigogliose ma bacate come una mela.

Non è un caso se l’ultima frontiera della prevenzione parte da Torino, abituata a fronteggiare con tecniche innovative le problematiche di un patrimonio arboreo imponente alle prese con un ecosistema urbano sempre meno favorevole. «Un problema vissuto da altre grandi città - premette l’assessore Roberto Tricarico (Verde pubblico) -. Ma questa volta è Torino a fare da apripista nel campo della ricerca applicata». La volontà di studiare una strategia preventiva, nata sei anni fa su impulso del Comune, si è concretizzata in un metodo senza precedenti che ha visto lavorare in squadra l’Università di Torino con quella di Berkeley, in California. Sei anni e 600 mila euro dopo, finanziati sul versante italiano da Comune ed Università, l’obiettivo è stato centrato.

Nicolotti, con i colleghi Paolo Gonthier e Fabio Guglielmo, ha puntato sull’analisi e sulla comparazione dei Dna. «Il lavoro più lungo è stato caratterizzare il Dna di 20 specie di funghi, alcune delle quali molto aggressive - spiega il professore, un po’ impacciato all’idea di essere considerato un «acchiappa-killer» -. Quando abbiamo il sospetto che un albero sia sotto attacco, preleviamo un campione di legno e lo facciamo reagire con le sequenze molecolari che abbiamo caratterizzato». La premessa è che in quel frammento può concentrarsi il Dna di svariate specie di funghi. Qual è il nemico? La risposta arriva da una serie di complicate reazioni chimiche. In sintesi, i due Dna dello stesso fungo, quello decifrato in laboratorio e quello contenuto nel campione, si riconoscono e si agganciano a vicenda, avvitandosi in un’unica «elica».

E’ la prova del nove per dare un nome all’avversario ed inchiodarlo alle sue responsabilità. «Di sicuro il nuovo metodo rappresenta un valore aggiunto rispetto alle tecniche di indagine tradizionali», spiega Gabriele Bovo, dirigente del Verde pubblico.

Giovanni Nicolotti
Classe 1962, laurea in Scienze forestali a Torino, professore universitario, Giovanni Nicolotti è specializzato nelle studio delle infezioni che colpiscono alberi e piante. I suoi ultimi lavori riguardano la biologia e l’ecologia dei funghi agenti di carie.

giovedì 27 novembre 2008

I viaggi straordinari degli alieni

LA STAMPA
26/11/2008 -
MARCO SARTORELLI

Arrivano via mare, invisibili; si nascondono tra i carichi dei camion o nelle stive degli aerei; a volte approfittano di un inconsapevole passaggio da parte di un distratto viaggiatore. Oppure vengono portati da una parte all’altra del mondo senza immaginare di che cosa saranno capaci. Non ci sono confini e controlli che possano interrompere i loro straordinari spostamenti in tutto il mondo: sono clandestini, pericolosi, «wanted». Per cercare di contenerli, frenarli e dargli la caccia si spendono centinaia di milioni di euro e altrettanto è il valore dei danni che provocano.

I 100 più pericolosi sono nell’elenco di due organismi internazionali, l’Issg (Invasive Species Specialist Group) e l’Iucn (The World Conservation Union): 22 specie di alberi o arbusti, 14 di insetti e mammiferi, 9 di erbe, 8 di pesci, 6 di molluschi, 5 di funghi, 3 di uccelli, 3 di anfibi, 3 di crostacei, 3 di piante rampicanti, 2 di virus, rettili e alghe, una di echinodermi, ctenofori, protozoi e platelminti.

Sì, i clandestini di cui parliamo sono animali e vegetali, virus e protisti. Anche il coniglio, il gatto la volpe, il cervo, la capra domestica e il pino marittimo sono clandestini. Tutti, dalla rana toro alla vongola filippina, dall’agave alla rosa, hanno in comune il fatto di aver invaso un ecosistema, colonizzandolo e colmando un «vuoto ecologico» o sostituendosi a specie locali, inventando un modo particolare di dispersione o sfruttando incredibili «distrazioni» dell’uomo. A 45 di loro è dedicato il libro «Clandestini. Animali e piante senza permesso di soggiorno» (Bollati Boringhieri) di Marco Di Domenico, ricercatore di biologia all’università Tor Vergata di Roma. I risultati della diffusione - racconta Di Domenico - sono diversi. Nei parchi romani capita di scorgere la sagoma di un pappagallo: è il parrocchetto del collare (Psittacula krameri), specie arrivata dall’Africa e dall’Asia. Nella capitale sono stati visti per la prima volta nel 1984. I parrocchetti fuggiti dalle gabbiette hanno preferito la città alla campagna. Non ci sono predatori, la temperatura è sopportabile e il cibo non manca, dalle bacche ai semi di conifere, dalla cicoria alle zucchine degli orti.

Fu l’amore per Shakespeare, invece, a portare nel 1890 un gruppo di cultori del Bardo al Central Park di New York. Liberarono 100 storni, uccelli citati nelle opere del sommo drammaturgo. Li portarono dall’Europa, dove sono comuni (come in Africa settentrionale e Asia), per farli conoscere. Oggi nell’America settentrionale ci sono 200 milioni di storni, che hanno colonizzato Terranova, Labrador, Quebec, Alaska, Messico del Nord e Florida. Solo l’oceano, i deserti e il freddo dell’Artico hanno fermato il loro volo.

Ma è andata peggio con un’altra leggerezza. Anni 50, lago Vittoria, in Africa. Qualcuno rovescia nelle acque un secchio con alcuni esemplari di perca del Nilo. Quel gesto causa una catastrofe globale: in pochi decenni la voracità e la moltiplicazione della perca (due metri di lunghezza per 200 chili) fa sparire dal lago 200 specie di pesci della famiglia dei Ciclidi; un dramma per i 30 milioni di persone che vivevano della piscicoltura. E’ cominciata ancora prima, e non è finita, la diffusione del «verme delle navi», mollusco bivalve di una decina centimetri (ma può arrivare a mezzo metro): si ciba di legno e vive da uno a tre anni. Nel 1839 è stato individuato nel Massachusetts e dal ‘93 a oggi ha fatto spendere all’Europa 50 milioni di euro. La teredine ha persino minacciato l’esistenza dell’Olanda, divorando il legno delle dighe.

Anche le piante sono protagoniste di viaggi e conquiste straordinari. L’agave, una trentina di foglie lunghe fino a tre metri, è stata portata dal Messico in Europa dai conquistatori spagnoli. L’agave conquistò l’area Mediterranea e le zone a clima caldo-temperato (in Italia manca in Valle d’Aosta, Piemonte, Trentino Alto-Adige e Umbria) per le sue incredibili qualità: bella e utile per produrre liquori e capace - si credeva - di guarire dalla sifilide. Il topinanbur, invece, raggiunge l’Europa dal Nord America nel 1500 e nel 1600 è già coltivato a Roma. La pianta è apprezzata in Inghilterra (carciofo di Gerusalemme), Francia (topinambour), Portogallo (topinambor); in Piemonte (ciapinabò) viene celebrato a Carignano, con una sagra. Ma ci sono anche piante clandestine invasive: è il caso del gelso da carta (o moro della Cina), albero che gli europei importarono dall’Estremo Oriente (la carta si produceva utilizzandone la corteccia). Forte, resistente a caldo e freddo, il gelso venne piantato in giardini e viali. Risultato: grandissima diffusione, conquista di spazi a danni di altre piante. In Italia ha risparmiato solo (per ora) Valle d’Aosta, Puglia e Calabria.

Dalla Cina è stato portato (verso il 1850) anche l’ailanto, alimento di una specie di baco da seta. Quando fallì la produzione (i bachi non si ambientavano), la pianta fu lasciata a se stessa e si diffuse rapidamente, con un solo limite: non cresce oltre i mille metri. La troviamo nelle cave, nei ruderi e lungo gli spartitraffico delle autostrade; si allunga di due metri all’anno e diventa albero in cinque. Se la tagliate la aiutate a diffondersi meglio, se c’è uno spazio da occupare la troverete. Ha pochi nemici naturali: 4 specie di insetti. Il castagno combatte contro 48, le querce 147, il melo 153, la betulla 76. Insomma: attenti all’ailanto.

Chi è Di Domenico Biologo
RUOLO: E’ RICERCATORE DI BIOLOGIA ANIMALE ALL’UNIVERSITA’ TOR VERGATA DI ROMA
IL LIBRO: «CLANDESTINI. ANIMALI E PIANTE SENZA PERMESSO DI SOGGIORNO»- BOLLATI BORINGHIERI

martedì 18 novembre 2008

Il Leone Christian - Una storia di amore e di amicizia

Versione italiana del video Christian The Lion (Christian il Leone). Un breve accenno alla storia del cucciolo comprato e allevato a Londra, poi lasciato libero in Africa e con la sorpresa che quando i due acquirenti si recheranno a trovarlo....da vedere e basta :) Con video dei protagonisti ai giorni nostri (l'episodio ha inizio nel 1969) , foto dell'epoca commento in italiano.

martedì 4 novembre 2008

Il fungo-diesel che cresce sugli alberi



IL CORRIERE DELLA SERA

Scoperta in Patagonia una specie in grado di produrre una miscela chimica molto simile al gasolio

L'albero su cui cresce il funo che potrebbe essere sfruttato per la produzione di biocarburante (da www.patagoniaplants.com)
Nella foresta pluviale della Patagonia cresce un fungo che produce una sostanza del tutto simile al carburante diesel. La scoperta è stata fatta dallo scienziato americano Gary Strobel, che ha individuato per primo le qualità molto particolari di questo organismo endofita, che vive sulle foglie di un albero.
Il Gliocladium roseum si nutre della cellulosa della pianta e produce il biofuel sottoforma di vapore, una peculiarità unica, mai scoperta prima d'ora nel mondo. Senza contare che il vapore è molto più semplice da estrarre, purificare e immagazzinare rispetto a un carburante liquido.

PRONTO PER L'USO - «Si tratta dell'unico organismo che generi una combinazione così importante di sostanze combustibili»- racconta Strobel - «eravamo completamente esterrefatti quando abbiamo capito che produceva una miscela di vari idrocarburi». Dal punto di vista chimico infatti non ci sono quasi differenze tra le molecole prodotte dal Gliocladium e quelle degli idrocarburi fossili, in particolare quelle contenute nel gasolio, come l'ottano. Inoltre contiene alcune componenti a basso peso molecolare che fanno sì che bruci in modo più efficiente e pulito rispetto al normale diesel. Il combustibile naturale potrebbe essere usato direttamente per alimentare un motore.

MEGLIO DI OGNI ALRO BIOFUEL - Il fungo diesel sarebbe meglio del bioetanolo derivato dalla canna da zucchero, quindi, ma anche di ogni altro combustibile naturale prodotto da alghe e batteri, grazie alla sua efficienza di rendimento. E avendo come base di crescita la cellulosa non dovrebbe dare nemmeno troppi problemi nella coltivazione intensiva, anche se gli scienziati sono cauti e preferiscono fare ancora qualche esperimento su bassa scala. «Raccoglieremo una quantità di carburante sufficiente per avviare un piccolo motore. Se riusciamo a fare questo, allora siamo sul mercato». Se funzionerà anche su larga scala, il «mico-diesel» potrebbe essere un'eccellente risorsa per migliorare la sostenibilità dei carburanti biologici e agevolare il raggiungimento dell'obiettivo europeo del 10 per cento di biofuel sul totale dei combustibili entro il 2020.

Valentina Tubino
04 novembre 2008

mercoledì 22 ottobre 2008

Norvegia. Nella tana dell'orso bianco


di Irene Peroni
LA REPUBBLICA

Le Svalbard, isole norvegesi del mar glaciale Artico, vivono una stagione felice. Grazie ai voli low cost sono diventate una meta turistica. Qui convivono comunità etniche di 34 paesi e la seconda per numero, dopo la russa, è la thailandese. Ma la popolazione più numerosa è quella dei grandi mammiferi
Su ciascuna delle due porte di vetro dell'ufficio postale di Longyearbyen spiccano due grandi adesivi dal messaggio inequivocabile: proibito introdurre pistole e fucili. Siamo nella capitale delle Svalbard, un arcipelago nel mar glaciale Artico appartenente alla Norvegia, a metà strada tra la Penisola scandinava e il Polo Nord. Avere un'arma da fuoco non è un optional e i segnali stradali di pericolo con l'orso all'interno di un triangolo rosso non sono una trovata folkloristica. Sulle isole ci sono infatti più orsi bianchi, circa 3 mila secondo un censimento del Norsk Polarinstitutt, l'istituto polare norvegese, che esseri umani (2.614).

E capita che uno di questi bestioni, che arrivano a pesare fino a 600 chili, si spinga fino in città in cerca di cibo. Le autorità incoraggiano chi va in giro da solo a non allontanarsi senza un fucile. Lo scorso agosto, la polizia ha abbattuto un orso maschio, magro e affamato, che si aggirava vicino a una stazione meteorologica. Secondo alcuni studiosi lo scioglimento dei ghiacci renderà sempre più difficile per gli orsi cacciare le foche, costringendoli a passare più tempo sulla terra ferma, in prossimità dell'uomo. "Speriamo sempre che qualcuno li avvisti in tempo per essere allontanati piuttosto che uccisi, ma dobbiamo evitare che si abituino a venire in mezzo alla gente", ci dice Per Sefland, il governatore delle Svalbard.

Gli orsi polari sono una specie protetta e chiunque ne abbatta uno viene indagato dalla polizia per stabilire se si sia trattato di legittima difesa. Per prima cosa, bisogna cercare di spaventarli "urlando, battendo le mani e accendendo il motore della motoslitta", come spiega una brochure per i turisti. Poi, si deve sparare a salve. Ma se l'orso attacca, si deve sparare per uccidere. E per farlo, serve un fucile da caccia di grosso calibro. Malgrado l'abbondanza di armi, Sefland assicura che la criminalità è inesistente, fatta eccezione per qualche tafferuglio legato al consumo di alcolici. Tutti tengono le porte di casa sempre aperte e i fucili si usano soltanto per cacciare e per difendersi.

Le Svalbard sono balzate agli onori della cronaca lo scorso febbraio, quando è stata aperta la Banca mondiale delle sementi. Finanziata dalla Norvegia con 6,4 milioni di euro, garantirà la conservazione di una 'copia di riserva' di ogni seme minacciato dai cambiamenti climatici. Ma, una volta partite le autorità e le televisioni arrivate per l'evento, la vita semplice ha ripreso il sopravvento. Unica concessione alla modernità: tutte le novità tecnologiche che in qualche caso rappresentano anche un utile strumento di sopravvivenza.

Scoperte dall'esploratore olandese Willem Barents nel 1596, le Svalbard furono per secoli punto d'appoggio per cacciatori di balene e trichechi, che fornivano grasso per le lampade, pelli e zanne, l'allora 'avorio del Nord'. All'inizio del XX secolo, con l'estrazione del carbone divennero formalmente territorio della Norvegia che però permise lo sfruttamento delle risorse anche ad altre nazioni. Oggi il carbone non rende più come un tempo: uno dei due centri minerari utilizzato dai russi, Pyramiden, è stato abbandonato nel 1998, e Barentsburg, il principale abitato russo, si sta svuotando. Così si è puntato su altri settori: l'educazione, con l'apertura dell'Unis, l'università più a nord del mondo, e il turismo, in pieno sviluppo grazie ai prezzi competitivi della Norwegian, una compagnia aerea low cost.

"La clientela sta aumentando", spiega Stefano Poli, 39 anni, milanese che da 13 anni vive a Longyearbyen dove ha fondato Poli Artici, agenzia che organizza escursioni. "Prima si trattava di sportivi tra i 40 e i 50 anni che facevano lunghi giri e dormivano in tenda. Ora ci sono viaggi aziendali e turisti che vengono per un paio di giorni da Oslo o dall'Europa continentale e che vogliono attività brevi, semplici e accessibili". Nonostante i voli a prezzi bassi, le escursioni alle Svalbard sono costose. Ci si sposta sciando o su slitte trainate da cani o motoslitte, ma è obbligatorio avere con sé una guida, per motivi sia di sicurezza sia di salvaguardia ambientale. Alcune zone sono off limits e serve una speciale autorizzazione del governatore per potervisi recare. A poche decine di chilometri dalla capitale si aprono scenari surreali. Se non c'è il sole e la neve fresca ha sepolto le piste delle motoslitte, ci si può sentire persi nel deserto artico. Animali di solito paurosi come le foche e le renne artiche si lasciano avvicinare dall'uomo, come se ignorassero il pericolo.

Per tre secoli, cacciatori e avventurieri hanno svernato alle Svalbard, cercando di dare una cadenza alle proprie giornate dominate dal buio perenne. Il cacciatore Georg Bj rnnes, che passò 20 inverni alle Svalbard nella prima metà del Novecento, si era attrezzato in un modo ingegnoso per non perdere la sensazione del contatto con la realtà. Aveva portato con sé dalla terraferma l'intera annata di un quotidiano. Ogni sera infilava nella cassetta delle lettere il numero del giorno successivo e assaporava le notizie il mattino seguente come se fossero fresche e non dell'anno precedente...

I tempi sono cambiati, ma nonostante i voli low cost, le motoslitte, Internet, la piscina olimpionica e la Fiat Cinquecento di Stefano Poli, "la Cinquecento più a Nord del mondo", dice con orgoglio, le Svalbard rimangono un posto poco ospitale per chi ci vive. E allora, perché mai trasferirsi a Longyearbyen? Sebbene il 60 per cento degli abitanti sia impiegato dalla Store Norske, la compagnia mineraria norvegese che estrae il carbone, alle Svalbard vivono molti immigrati. Il loro numero è cresciuto negli ultimi anni tanto che le autorità cominciano a chiedersi se non sia necessario introdurre limitazioni al flusso. Attualmente ci sono cittadini di 34 paesi differenti con al primo posto la comunità russa, seguita da quella thailandese. Ci sono 75 thailandesi a Longyearbyen su una popolazione di 2.120 abitanti.

Il governatore Per Sefland spiega: "Sono persone della stessa provincia che hanno saputo delle Svalbard da amici di amici". Non è difficile capire cosa li abbia spinti così a Nord. Alle Svalbard gli stipendi sono davvero alti: facendo le pulizie si può arrivare a 3.500 euro mensili. Non serve un permesso di soggiorno, né di lavoro, solo un visto di transito per la Norvegia. "Questo è un porto franco internazionale che garantisce pari diritti a chi ci vive e ci lavora, ed è anche il paradiso fiscale di uno dei paesi più ricchi al mondo", spiega Poli: "Si paga il 15,8 per cento di tasse, ma i diritti pensionistici e l'assistenza sanitaria sono gli stessi che si hanno in Norvegia pagando il 46 per cento". Carlos Daniel Gerez Garcia, 41 anni, uruguayano, lavora al banco della carne del supermercato. Prima faceva lo chef alle calde isole Galapagos. "Casa nostra è sempre piena di amici: un libico, un tunisino, peruviani, belgi, un nordamericano. Spesso a cena ci sono sei o sette nazionalità. Io e mia moglie un giorno pensiamo di trasferirci in Norvegia, ma la sensazione di sicurezza che abbiamo qui, ci mancherà molto"
(20 ottobre 2008)

martedì 21 ottobre 2008

Alla ricerca delle montagne sommerse in Antartide

IL CORRIERE DELLA SERA

I monti Gamburtsev sono grandi come le Alpi e sono sepolti sotto 4mila metri di ghiacci
In una delle località più remote, più fredde e più inaccessibili dell’Antartide orientale è sepolto un enigma. Si tratta di una catena di monti, vasta quanto le Alpi, interamente nascosta sotto una calotta di ghiaccio dello spessore di 4 chilometri. In superficie non si vede nulla, solo una sconfinata distesa di neve che appare piatta, anche se siamo a 4.100 metri di altezza. Sotto ci sono montagne che si estendono per 1.200 km, con picchi di oltre 3.000 metri.

SCOPERTI PER CASO NEL 1958 - Si chiamano monti Gamburtsev e sono stati scoperti per caso nel 1958 da ricercatori sovietici che compivano indagini sismiche alla superficie della calotta, per scoprire lo spessore del ghiaccio. Da allora non se ne sa molto di più, poiché nessuno li ha mai visti con i propri occhi né ha potuto analizzare il benché minimo campione di rocce. La loro silouhette misteriosa è stata osservata da strumenti - radar-altimetri, laser, magnetometri e gravimetri - trasportati da aeroplani. Che origine hanno? mistero. Che età hanno? mistero. Come si è formata la calotta che li racchiude? Mistero. Per risolvere l’enigma è stata organizzata una spedizione internazionale che partirà fra pochi giorni per l’Antartide. E’ stata battezzata AGAP, da Antarctic Gamburtsev Province: è il fiore all’occhiello del quarto Anno polare internazionale in corso. Di AGAP fanno parte ricercatori e tecnici di vari paesi: Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Cina, Australia e Giappone.

IL RICERCATORE ITALIANO: «E' COME ANDARE SU MARTE» - C’è anche un italiano, il geofisico genovese Fausto Ferraccioli, dal 2002 responsabile del team di Aerogeofisica del British Antarctic Survey (il programma polare inglese). «E’ una sfida eccezionale, è come andare su Marte» racconta Ferraccioli, 38 anni, che ha già organizzato sette spedizioni per studiare la topografia sommersa dell’Antartide, una anche con il Programma nazionale di ricerche in Antartide italiano (PNRA). Ferraccioli sottolinea l’importanza della collaborazione internazionale in questa spedizione, sostenuta con grandi mezzi finanziari e logistici soprattutto dagli Stati
Uniti (tramite la National Science Foundation, NSF) e dalla Gran Bretagna. I due paesi saranno gli unici a disporre di aeroplani (due Twin Otter) equipaggiati con strumenti sofisticati che permetteranno di studiare la natura dei monti sommersi. «E’ il progetto più ambizioso e più impegnativo finora organizzato dal British Antarctic Survey », dice Ferraccioli, precisando che l’area da esplorare è vasta 6,5 volte l’Italia, in una delle località più proibitive dell’Antartide (temperature bassissime e scarsa concentrazione di ossigeno per via dell’altezza).

OBIETTIVI E LOGISTICA - Quali sono i principali obiettivi della spedizione? E quali sono gli aspetti logistici ? «Gli obiettivi principali sono quattro, spiega Fausto Ferraccioli. Riuscire a capire come una catena di monti si sia formata in mezzo a un continente; misurare lo spessore della calotta per trovare la località in cui lanciare un progetto di perforazione che permetterà di estrarre il ghiaccio più « vecchio » della Terra, per studi paleo-climatici; studiare l’origine dei laghi subglaciali che si trovano intorno ai monti Gamburtsev e infine capire come i i laghi subglaciali influenzano lo scorrimento del ghiaccio». La geologia sommersa dell’Antartide ha un’importanza cruciale nella formazione e nella dinamica delle calotte di ghiaccio: i monti Gamburtsev sarebbero le cime sulle quali ha iniziato a formarsi l’immensa calotta di ghiaccio che oggi ricopre il 98% del continente, svolgendo un ruolo fondamentale nella regolazione del clima planetario. L’organizzazione logistica della spedizione AGAP è una sfida colossale. In primo luogo perché nella zona da esplorare non si trovano basi né depositi di caburante. I membri della spedizione vivranno in due diversi campi tendati (AGAP sud e AGAP nord), a temperature che sfiorano i -50°C. Per compiere gli studi aero-geofisici il team americano della NSF e gli inglesi del BAS hanno suddiviso l’area da esplorare: gli americani (diretti da Robin Bell e Michael Studinger del laboratorio Lamont-Doherty) studieranno un’area più vicina al Polo sud geografico, dove è situata la base USA Amundsen-Scott ; gli inglesi voleranno a partire dal campo AGAP nord. E il carburante per gli aerei? Verrà «consegnato a domicilio»: agli americani tramite una carovana di trattori cingolati che partirà dalla base Amundsen-Scott, mentre gli inglesi lo riceveranno….dal cielo. E’ infatti previsto che 450 fusti di carburante siano paracadutati nella zona tramite 4 diversi voli di C-17, enormi aerei militari USA, utilizzati durante le campagne scientifiche per trasportare personale e materiale dalla Nuova Zelanda alla stazione McMurdo in Antartide. Cinesi, australiani e giapponesi collaboreranno a importanti aspetti logistici. Infine, la spedizione comprende anche un team di ricercatori americani di due diverse università (Washington e Penn State) che posizionerà 25 sismometri nell’area dei monti Gamburtsev. Ritorno previsto della spedizione : gennaio 2009. Giusto in tempo per concludere in bellezza il quarto anno polare internazionale, al quale il progetto AGAP poterà il più bel regalo : il mistero svelato dei monti Gamburtsev.

Lucia Simion
15 ottobre 2008

mercoledì 15 ottobre 2008

Wwf, Spagna e Giappone stop alla pesca del tonno rosso



LA STAMPA
15 OTTOBRE 2008


«La Spagna, paese chiave nella pesca del tonno rosso in Mediterraneo, e Giappone, il mercato più importante, sostengono con altri paesi una moratoria della pesca del tonno rosso in Mediterraneo, almeno fin quando la situazione non sarà riportata sotto controllo e non verranno create aree protette nei luoghi dove i tonni si riproducono e crescono. Un voto sorprendente, arrivato la notte scorsa dai delegati dei governi e delle associazioni non governative presenti a Barcellona per i lavori connessi al congresso della IUCN (Unione Mondiale per la Conservazione della Natura)«. Lo afferma il Wwf in una nota.

«La mozione prevede che le quote di pesca del tonno rosso vengano dimezzate come indicato dagli studi scientifici - prosegue l’associazione ambientalista -, e che la pesca venga fermata nei mesi di maggio e giugno (periodo di riproduzione del tonno rosso)».

«Ancora non sappiamo se questa decisione sarà accolta in via definitiva, e tanto meno ci aspettiamo che venga approvata con una maggioranza schiacciante - afferma Sergi Tudela, direttore del programma Pesca del Wwf Mediterraneo -. Il buon senso indica però che c’è qualche speranza che la gestione ormai non sostenibile della pesca del tonno rosso venga bloccata. Sono i consumatori, la società civile, la comunità scientifica ad aver capito che se non verranno prese decisioni forti adesso, nel prossimo futuro non ci saranno più tonni da pescare».

«Questa mozione - sottolinea il Wwf - è un ulteriore tassello di cui l’ICCAT (Commissione Internazionale per la Conservazione del Tonno Atlantico) dovrà tener conto a novembre, quando si pronuncerà sulla gestione della pesca del tonno, definita dalla Commissione stessa ’una disgrazia internazionalè. È di qualche giorno fa un dossier del Wwf da cui emerge con tutta evidenza che in Italia la gestione della pesca del tonno è insostenibile e totalmente fuori controllo, mentre all’inizio di quest’anno l’associazione aveva diffuso un rapporto in cui si denunciava una capacità di pesca del tonno delle flotte presenti in Mediterraneo pari al doppio delle quote consentite».

«Il mese scorso gli scienziati dell’ICCAT avevano avvertito che la popolazione di tonno del Mediterraneo è sull’orlo del collasso - prosegue l’associazione ambientalista -. Alcune grandi catene di distribuzione in tutta Europa sostengono il boicottaggio, lanciato dal Wwf, della sua vendita. La mozione approvata a Barcellona, inizialmente osteggiata da alcuni paesi, che hanno poi votato a favore, è stata presentata dal Wwf, dall’associazione spagnola Ecologistas en Accion, GOB, SEO/Birdlife e dall’amministrazione delle isole Baleari, che si è candidata a creare nelle sue acque un santuario del tonno rosso».