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martedì 7 dicembre 2010

L'orologio del Colle


di ANDREA MANZELLA

Con l'approvazione della legge per la stabilità finanziaria, la crisi può essere "spacchettata". L'aveva "impacchettata" il Presidente della Repubblica. Mai come questa volta, rappresentante dell'unità nazionale, come dice l'articolo 87 della Costituzione. E responsabile di questa "unità" non solo e non tanto verso il nostro interno: ma soprattutto di fronte al nucleo più profondo e decisivo dell'Unione Europea: la zona dell'euro.
Prima i conti pubblici, poi il regolamento dei conti tra partiti. Una moratoria decisa dal Capo dello Stato "in supplenza di forze politiche non in grado di capire da sole la gerarchia temporale delle scelte" (B. Caravita). Ma poteva farlo? Una crisi "congelata" non si era mai vista nella nostra esperienza repubblicana.

Non si era mai vista però neppure una crisi finanziaria così profonda e proteica intorno e dentro la moneta europea. Con una discussione apertissima su quanto di nazionale, su quanto di comunitario ci deve essere nelle dighe che affannosamente si apprestano. E quindi con una messa a nudo di ciascuno Stato membro delle sue "verità" economiche, finanziarie, sociali. Nelle sue possibilità reali di uscire - da solo o aiutato - dal pantano.

Il Presidente della Repubblica ha interpretato lo stato delle cose. E ha cominciato a "gestire" la crisi politica, prima ancora che formalmente si aprisse, nel solo modo possibile: bloccandola.

Ma anche i non-eventi producono effetti nella vita costituzionale. E questa "sospensione" ha significato due cose. Che pesano. La prima è il riconoscimento fra i principi supremi e inderogabili della nostra identità repubblicana dell'articolo 11 della Costituzione (quello che consente la limitazione della sovranità nazionale in vista soprattutto della prospettiva europea, come si disse il 24 marzo 1947 nell'Assemblea Costituente che lo approvò). Il Capo dello Stato ha fondato la sua azione su questo principio di "collaborazione per lo sviluppo dell'integrazione europea", come dicono i tedeschi. Guardando ai gravi rischi per la casa comune, al di sopra di ogni considerazione di politica interna.

Il secondo effetto è che questa perentoria influenza per uno "scoppio ritardato" della crisi senza alcun riguardo per le variegate convenienze dei partiti ha tolto ogni dubbio su dove risiedano gli esclusivi poteri per la sua risoluzione, dopo che il Parlamento si sarà pronunciato. Nella Repubblica "maggioritaria" del bipolarismo "duro e puro", la necessità di un punto neutro, ma costituzionalmente forte, per la composizione di ultima istanza del conflitto politico si è imposta infatti addirittura con il ricorso a un inedito armistizio. Questi dati saranno determinanti nel corso prossimo degli eventi.

Innanzitutto, la supremazia dell'interesse comune europeo sulle vicende nazionali, così come fatta valere dal Quirinale, significa che le nostre scelte di finanza pubblica, con qualsiasi governo, oggi o domani, non potranno mai discostarsi dalle linee forza sull'euro, codisegnate dall'Unione e dalla Banca centrale europea. Non un nuovo governo, ma una campagna elettorale produrrebbe un buco in cui ogni incertezza e ogni speculazione si infiltrerebbero.

Il rafforzamento, poi, dei poteri del Capo dello Stato come "arbitro della crisi" ha confermato la natura profondamente parlamentare del nostro sistema. Composto da Parlamento e governo: non come pezzi di un meccanismo unico ma come istituzioni autonome che devono convivere e cooperare in un equilibrio su cui vigila appunto il Presidente della Repubblica.

Non esiste una sovranità assemblearistica del Parlamento sul governo. Camere che non riuscissero ad esprimere un governo capace di governare, dovrebbero essere immediatamente sciolte, mandate a casa. Ma non esiste neppure una sovranità del governo sul Parlamento. Il fatto che siano "eletti" nello stesso giorno non significa niente, quando il giorno non è più lo stesso.

Cinque anni, la durata di una legislatura, sono una moderna eternità. Il nostro tempo non risparmia mutevoli crisi oggettive e logoramenti soggettivi. Certo, vi possono essere uomini e governi per tutte le stagioni. Ma il Parlamento serve appunto a giudicare di questo. La stabilità è un bene quando è congiunta all'efficacia dell'opera e all'autorevolezza delle persone. Quando diviene solo uno stabile mascherone, deforma il volto stesso della nazione. Allora la flessibilità parlamentare deve intervenire per produrre il cambiamento di programmi o di guida politica, nell'interesse pubblico. Senza traumi di diritto né elettorali: perché questa, appunto, è la democrazia parlamentare.

La crisi prossima ventura non dovrebbe deragliare dai binari così segnati. La sua rapidità, nell'urgenza dei tempi, dovrebbe essere inversamente proporzionale all'attesa obbligata.

C'è però una caratteristica di questa crisi che la rende ancora "più parlamentare": se è possibile dire così. L'attuale, lo sappiamo, è un Parlamento di "nominati". Contro questa bruttura democratica e contro l'artificioso altissimo "premio" che altera il risultato elettorale, vi è una vera e propria rivolta di opinione. L'attuale governo è sordo ad ogni cambiamento. Non a caso su questo rifiuto può fondarsi la legittimazione di un nuovo cartello governativo di forze assai diverse che abbiano però come programma comune quello, garantista, di riportare a verità le elezioni nel nostro Paese.

Ciò detto, è però assai importante per l'Italia che nella sostanziale scomparsa dei partiti, come centri di aggregazione e di progettazione per la cosa pubblica, si sia prodotto nelle Camere un moto politico fondato sulla ripresa dell'indipendenza parlamentare, nei termini di libertà dell'articolo 67 della Costituzione. A conferma che in ogni parlamento comunque, c'è sempre, da qualche parte, una Sala della Pallacorda in cui prende corpo e anima la ribellione per un corso diverso delle cose.

Le accuse di tradimento, di ribaltone, di trasformismo lasciano davvero il tempo che trovano (o meglio ritrovano un loro tempo nel tenebroso passato dei partiti-chiesa). È nuova, invece, questa felice scoperta di un parlamentarismo che, malgrado tutto, "eppur si muove". Si collega a quella riedizione del parlamentarismo europeo che in Germania e Regno Unito "crea" governi di coalizione, dopo il conflitto elettorale; che in Francia impone un premier "assembleare" al presidente direttamente eletto; che lega sempre più a sistema Parlamento europeo e parlamenti nazionali.

Certo, quelle società politiche non ignorano i sondaggi e le loro seduzioni a corto raggio. Ma nella durezza della crisi, credono di più nel sondaggio permanente dei loro parlamenti, nel plebiscito parlamentare di ogni giorno. E nel filtro di tutti i sondaggi che è nella pancia delle Camere rappresentative.

È anche alla luce di questi esempi europei che si può ora "spacchettare" serenamente il "pacchetto" della crisi italiana nei tempi segnati dall'orologio del Quirinale.

(07 dicembre 2010)

sabato 6 novembre 2010

L'abuso di potere / 9


di ANDREA MANZELLA

IL PEGGIOR nemico dell'attuale governo è il suo stesso premier. È lui il primo fattore della generale paralisi, denunciata da sindacati e produttori. E che aggrava "la fatica a crescere" del Paese come dice la Banca d'Italia. Lo stesso "federalismo fiscale" - che è diventato una specie di patto di sopravvivenza con i leghisti - è finora solo un castello di pezzi di carta: senza le cifre che contano e che non si possono determinare nell'incertezza del percorso di ripresa economica. La legislatura oscilla tra immobilismo e confusione, come al Palio di Siena quando il mossiere non trova il momento buono per la partenza.

Vi è una causa che rende impossibile l'allineamento della sua stessa maggioranza. Ed è non solo e non tanto nella chiave giuridica di sospensione dei processi penali del premier, quanto nella recidività della sua condotta in border line con ogni norma. Quando un barlume di compromesso si intravede, è lui stesso a spegnerlo con nuovi "casi" personali. La Corte costituzionale, con tanta buona volontà, ha detto da anni che, con legge di revisione, si può tutelare l'interesse al "sereno svolgimento" delle funzioni proprie alle più alte cariche dello Stato. Ed ecco che la "serenità" dell'istituto presidenza-del-consiglio non è rotta dall'esterno per interventi giudiziari. Ma dall'interno con pratiche e giustificazioni di pubblico libertinaggio, di omofobia, di sviamento di indagini di polizia, di linguaggio blasfemo.

Non sono cose che si possono fare senza incorrere in responsabilità. Basta leggere la Costituzione al semplicissimo art. 54: "I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con onore". Quando, in epoche non sospette, i giuristi l'hanno interpretato, hanno scritto che "onore" è parola che riassume le regole di buon costume politico e sociale, le tradizioni di comune rispetto per le religioni, gli orientamenti sessuali, il colore della pelle degli "altri". Sono valori che ritroviamo oggi nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. Violarli significa perciò fare atto non solo anti-italiano ma anche anti-europeo.

La mancanza del "senso dell'onore" - si scrisse ben prima del 1994 - significa la rottura di "norme di etica politica che non sono disponibili: nel senso che non possono essere lasciate al libero apprezzamento dei soggetti politici". Perché appartengono alla dignità non del singolo, che vi rinuncia, ma della Repubblica che ne è, temporaneamente, rappresentata. E si scrisse ancora che l'offesa all'"onore" repubblicano si verifica anche per "ipotesi che riguardano la sfera privata" di chi svolge in "affidamento" (come dice la Costituzione: cioè non in "proprietà") funzioni pubbliche.

Certo, ci possono essere comportamenti disonorevoli che non provocano immediate sanzioni giuridiche, ma soltanto riprovazione sociale: nazionale e internazionale. La stessa responsabilità istituzionale può incontrare difficoltà ad essere fatta valere con una sfiducia parlamentare pura e semplice, di portata politica generale. Basti pensare all'estrema fluidità della attuale situazione alle Camere (più sull'orlo di una crisi di nervi che di voti); alla perdurante pericolosità della nostra situazione economico-finanziaria.

Ma le responsabilità del premier possono essere sanzionate in altro modo. Dalle viscere della nostra esperienza costituzionale può venir fuori un altro rimedio per ristabilire il decoro nazionale. Un rimedio che, senza ricorrere a sentenze di giudici, inibisca, per censura personale all'attuale premier, la prosecuzione delle sue pubbliche funzioni. È la conventio ad excludendum, una "convenzione" politica di esclusione.

I paragoni valgono per quel che valgono gli strumenti oggettivi che richiamano: non certo per le situazioni e i protagonisti (oggi, di opposta caratura etico-politica). Ma sarebbe il riadattamento di quello strumento che per decenni impedì ai comunisti di partecipare al governo, pur prendendo una marea di voti. Il suo fondamento costituzionale era nella concezione di democrazia delle libertà che è propria della nostra Legge fondamentale. Il legame ideologico e organizzativo con l'impero sovietico negava, di per sé, che questa concezione potesse essere la stessa. Così il Pci - nonostante il suo decisivo contributo alla approvazione e alla attuazione della Costituzione repubblicana e alla tenuta degli equilibri profondi del Paese - era escluso dai governi. Un rifiuto che non si affidò, come altrove, a clausole di sbarramento elettorale né a decisioni di tribunali costituzionali. Ma fu un accordo di natura politica, di fatto. Anche l'attuale premier ha avuto (e probabilmente conserva) una marea di voti. Anche lui vanta qualche merito politico nel suo passato. Ma oggi la incompatibilità alla presidenza del consiglio deriva semplicemente dalla abituale trasgressione del dovere costituzionale d'"onore" nei suoi compiti pubblici. Trasgressioni che provocano, a catena, sperpero di tempi politici, arresto di efficacia e di credibilità nell'azione di governo.

La confusione tra libertà e libertinaggio; la contemporanea rivendicazione di una propria privacy e l'offesa alla "privacy" degli altri (specie dei minori) con deteriori "stili di vita" propagandati come esemplari per l'intera Nazione; la palese ansia di complicità e di connivenze populiste nel banalizzare e normalizzare strappi comportamentali che nella stragrande parte di mondo non sono né banali né normali. Tutto questo non è in contrasto con una morale tipizzata o religiosa: è in contrasto con il laico modo di intendere le pubbliche funzioni nella Costituzione e nell'intera Unione europea. Non è una condanna moralistica o di costume. Ma una constatazione oggettiva. Come un macchinista ubriaco non può condurre un treno, così un premier sregolato non può guidare una Nazione. Nell'un caso e nell'altro non sono le condizioni personali che preoccupano, ma le loro ricadute sul diritto della collettività al buon governo della cosa pubblica.

Per questo, un accordo politico di tutti, o della maggior parte di tutti, troverebbe il suo fondamento costituzionale nella regola che impone un "onorevole" esercizio delle funzioni della Repubblica. Sarebbe una sfiducia "personale": ricostruttiva della soglia di decenza della politica, prima ancora che un accordo su comuni principi di azione pubblica nell'emergenza. Sarebbe, per singolare contrappasso, una intesa ad personam, per la prima volta conclusa contro di lui. Ma nel pubblico e non nel privato interesse.

(06 novembre 2010)

lunedì 31 maggio 2010

Legge bavaglio la posta in gioco


di ANDREA MANZELLA

Sarebbe facile cogliere ed eliminare il punto più debole del progetto di legge sulle intercettazioni, in poco onorevole transito tra Senato e Camera. È nella stramba idea di creare fra segreto istruttorio e pubblicità del processo una terza via: il pubblico-non-pubblicabile. Una marmellata: in cui giudici, imputati, parti civili, pubblici ministeri, cancellieri, poliziotti (insomma i soggetti delle indagini e del processo penale) vengono mescolati con giornalisti, direttori, editori (tutta gente che con il processo non ha nulla a che fare: salvo il diritto-dovere di informare).

Insomma, nella Costituzione e nel codice di procedura penale c'è una distinzione assai netta. C'è il tempo della segretezza: che copre le indagini preliminari e lo stesso avviso di garanzia. E c'è il tempo della trasparenza: esso arriva con la "discovery", cioè quando gli atti dell'indagine e, in particolare il testo delle intercettazioni, devono essere messi a disposizione dell'indagato per l'esercizio del suo diritto di difesa. E' pensabile che in questi due momenti, quando si devono mettere tutte le carte sul tavolo e tutte le parti del processo ne vengono a conoscenza (e ne possono avere copia), solo i media siano costretti ad un innaturale silenzio?

Certo c'è un problema: le intercettazioni indirette, cioè quelle che riguardano persone e fatti all'apparenza del tutto inutili ed estranei alle necessità dell'indagine, ma pur contenute negli atti che il pubblico ministero ha comunque l'obbligo di scoprire interamente per consentirne la valutazione da parte del giudice e, soprattutto, della difesa. Come tutelare l'inviolabilità costituzionale del segreto di queste comunicazioni casualmente intercettate?

Vi è una lacuna nelle leggi attuali. Ed è a questo punto che si inserisce la ragionevole proposta di una udienza, sempre in regime segreto, prima della pubblicazione degli atti. In essa il giudice del processo, sentita l'accusa e la difesa, dovrebbe ordinare lo "stralcio" e la distruzione di tutto quello che non c'entra con i fatti per cui si procede (con ovvie sanzioni penali per chiunque le divulghi). Un rimedio assai semplice e molto più sicuro della incredibile zona grigia del pubblico-non-pubblicabile e dello stesso improbabile obbligo-di-riassunto per i media.

Ma c'è una sconsiderata resistenza ad accettare questo percorso di garanzia, che è quello di rimettere alla responsabilità del giudice il rigido confine tra la fase del silenzio e quella della pubblicità. E si vuole a viva forza coinvolgere la responsabilità di giornalisti, direttori, editori, nella gelatina del pubblico-non-pubblicabile: la responsabilità di farsi censori di se stessi, amputandosi il diritto di cronaca giudiziaria.

Ma se così è, allora, come nelle valigie dei malfattori, il progetto ha un doppio fondo. Quello visibile è dato dalla privacy, dal diritto di non essere spiati, dal rispetto della "vita degli altri". Tutti beni costituzionali che devono essere tutelati (e, come si è visto, possono esserlo, procedendo nella logica del "giusto processo"). Ma qui servono come coperchio a quello che c'è nell'altro fondo. C'è una resa dei conti con i media: sconvolgendone le linee interne di responsabilità e di garanzia; negandogli il diritto di mettere in comunicazione quello che è pubblico nella sfera del processo con la sfera pubblica della cittadinanza. E c'è alla fine di una storia che comprende tutti gli altri buchi neri del progetto (e gli aggravamenti al Senato li hanno resi ancora più visibili e civicamente scandalosi) anche il tentativo di "devitalizzare" le intercettazioni come strumento di indagine giudiziaria.

Il messaggio complessivo che passa è che la lotta al crimine in Italia, terra di molte mafie e di molte corruzioni, sarà indebolita. Perché non potrà contare sull'appoggio di una opinione pubblica informata (e allarmata).

E questa è una questione non negoziabile. I ribassi di pene per non-reati, cioè per la libertà giornalistica di informare su atti non più segreti, non servono a cancellare il non senso strutturale dell'intero progetto

L'ha capito benissimo quel signor Lanny Breuer, capo degli affari penali del Dipartimento americano della giustizia, venuto da noi a commemorare i giudici Falcone e Borsellino. Ha fatto peccato (diplomatico) a pensar male della legge-bavaglio: ma ci ha indovinato. Ha capito, cioè, che la questione non era di diritto interno italiano, ma di diritto costituzionale internazionale. Quello che ancora si basa sulle quattro libertà proclamate dal Presidente Roosevelt il 7 gennaio 1941, contro il "nuovo ordine della tirannia": libertà di espressione, libertà di religione, libertà dal bisogno, libertà dalla paura. E la Freedom of Speech, veniva prima delle altre. Perfino quando era stampata sul retro delle AM-lire, l'Allied Military Currency, la moneta di guerra messa in circolazione nei territori liberati. Quando il Duce era dall'altra parte.

(30 maggio 2010)