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domenica 28 novembre 2010

«Società offshore per gli appalti gonfiati»


Appalti moltiplicati per favorire sempre le stesse società. E così alimentare la contabilità occulta, spesso trasferita all'estero. Il primo esame della documentazione sequestrata negli uffici della Selex sistemi integrati e delle aziende che poi ottenevano i lavori delinea il meccanismo illecito che sarebbe stato utilizzato al fine di creare «fondi neri» per versare tangenti a manager e politici. Il meccanismo svelato dal consulente di Finmeccanica Lorenzo Cola trova riscontro nelle carte portate via da carabinieri del Ros e finanzieri. Rivelando come sia stato lo stesso Cola, grazie alle imprese che controllava attraverso prestanome, ad accaparrarsi la fetta più grossa. Basti pensare che in appena quattro anni era riuscito a far lievitare di venti volte i guadagni. Le fatture rivelano anche l'esistenza di consulenze affidate a società offshore che, dicono i magistrati, sarebbero servite a veicolare il denaro in Svizzera e in numerosi paradisi fiscali. Un meccanismo che ha portato all'iscrizione nel registro degli indagati dell'amministratore di Selex Marina Grossi e di quello di Enav Guido Pugliesi per corruzione e frode fiscale, del presidente dell'Ente di assistenza al volo Luigi Martini, del suo predecessore Bruno Nieddu, del componente del consiglio di amministrazione dello stesso Ente Ilario Floresta, del capo delle relazioni esterne di Finmeccanica Lorenzo Borgogni, dei dirigenti di Selex Letizia Colucci e Manlio Fiore, oltre a numerosi imprenditori.

La doppia cordata
Le verifiche del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dei sostituti Paolo Ielo e Rodolfo Sabelli ora si concentrano sui lavori effettuati in numerosi aeroporti italiani come Palermo, Napoli, Lamezia Terme, ma anche Malpensa e altri scali. Costruzione delle torri di controllo, manutenzione dei radar, sistemi di controllo del vento: Enav passava gli appalti a Selex, che a sua volta individuava le ditte per i subappalti. La maggior parte venivano affidati a Techno Sky, a sua volta controllata da Enav. Gli altri finivano a pochi privilegiati scelti a trattativa privata che così ricevevano un fiume di denaro. L'accusa, confortata dalle rivelazioni di Cola e del suo commercialista Marco Iannilli, individua due cordate che di fatto si spartivano la torta. La prima, riconducibile appunto a Cola, comprende la Arc Trade, la Cogim, la Print Sistem e la Trs. La seconda, invece, include ditte che i magistrati definiscono «riferibili ad attività di Lorenzo Borgogni», cioè La Renco, la Simav sistemi di manutenzione avanzati, la Chorus services e architecture e la Aicom. Cola accusa Borgogni di aver preso «almeno 300mila euro in contanti e altre utilità». Lui stesso ammette di aver guadagnato svariati milioni per le sue consulenze. Ora si cercano gli altri beneficiari della politica e dell'imprenditoria. Intanto sono le cifre a fornire il volume degli affari.

Il record del 2009
Nel 2004 Enav dà a Selex lavori per 341 milioni di euro. Le due aziende di Cola, Trs e Print Sistem, si aggiudicano lavori per 2 milioni e mezzo di euro. L'anno dopo al vertice di Selex arriva Marina Grossi, la moglie di Guarguaglini, nominata amministratore delegato, ed Enav «gira» appalti per 314 milioni. Cola questa volta fa il salto e alle due ditte che controlla arrivano subcommesse per 8 milioni e trecentomila euro. Nel 2006 e nel 2007 gli incassi tornano a essere modesti. Mentre il 2008 è l'anno dell'ascesa con appalti Enav che ammontano a 397 milioni di euro e subappalti che superano i 14 milioni di euro. Il vero boom arriva nel 2009, esattamente il periodo nel quale, contestano i pubblici ministeri, Selex «emetteva fatture relative a operazioni in tutto o in parte inesistenti per un valore non inferiore a 10 milioni di euro, per consentire a Enav l'evasione delle imposte dirette o indirette». Il dettaglio dei numeri appare eloquente. A bilancio vengono iscritti appalti concessi da Enav per un totale di 490 milioni di euro. L'analisi dei subappalti mostra la divisione della torta: Print Sistem ottiene lavori per 34 milioni di euro, Techno Sky per 12 milioni e quattrocentomila. Ma in scena compare anche Arc Trade, che se ne aggiudica per un valore di otto milioni e mezzo. A conti fatti, soltanto le società di Cola gestiscono in quei dodici mesi 43 milioni di euro.

Le percentuali dei mediatori
«Per lavorare, me dovevano paga'», ha detto Cola ai magistrati riferendosi alle ditte che aveva segnalato. Non era l'unico. Nell'elenco degli indagati i magistrati romani hanno inserito anche Paolo Prudente, direttore generale di Selex fino all'arrivo della Grossi, e Antonio Iozzini, amministratore delegato di Techno Sky fino a luglio scorso. In realtà il manager fu sostituito, insieme ai componenti del consiglio di amministrazione, perché accusato dai vertici di Enav di aver commesso «irregolarità gestionali e procedurali» che avevano poi determinato l'avvio di un audit che si è conclusa qualche giorno fa. In particolare si parla di commesse pagate prima dell'esecuzione e di costi gonfiati. Nel provvedimento eseguito due giorni fa che disponeva perquisizioni e sequestri negli uffici e nelle abitazioni degli indagati, viene specificata la necessità di acquisire la documentazione relativa a «inchieste interne e audit in ordine alla regolarità dell'assegnazione dei lavori, nonché copia dell'organigramma e delle relative modifiche dei dirigenti di Enav e Selex negli ultimi cinque anni, per la ricostruzione dei singoli procedimenti». I magistrati sono infatti convinti che l'esame di quella documentazione possa fornire elementi utili a individuare altri beneficiari del sistema. Manager che avrebbero rivestito il doppio ruolo di committenti e nello stesso tempo, percettori di mazzette. L'esame delle carte rivelerà eventuali altri illeciti. Ma la fibrillazione di queste ore riguarda anche contratti esteri siglati da Finmeccanica che potrebbero essere rivelati nei dettagli dal sito Wikileaks.

Fiorenza Sarzanini
28 novembre 2010

venerdì 29 ottobre 2010

Berlusconi chiamò la polizia e la minorenne fu lasciata libera


La nota della Questura di Milano diramata ieri sera per assicurare di non aver concesso a Ruby «alcun privilegio o trattamento di favore dopo la telefonata della presidenza del Consiglio», evidenzia in maniera chiara la fibrillazione di queste ore. Perché quella notte del 27 maggio scorso, mentre la giovane marocchina veniva fotosegnalata in seguito a un'accusa di furto, fu un uomo della scorta del presidente del Consiglio a contattare il gabinetto del questore per chiederne il rilascio e l'affidamento a una persona che era già arrivata negli uffici di polizia. E poi passò l'apparecchio allo stesso Silvio Berlusconi che parlò per qualche minuto con l'alto funzionario. Il capo del governo decise dunque di esporsi personalmente, probabilmente consapevole che in anticamera c'era già Nicole Minetti, l'igienista dentale che gli era stata presentata un anno prima dal direttore di Publitalia 80 Luigi Ciardiello.

Poco dopo la ragazza fu effettivamente lasciata libera. E adesso che i suoi racconti sull'amicizia con il premier e sulla frequentazione della villa di Arcore sono alla base di un'inchiesta sullo sfruttamento della prostituzione, quella telefonata diventa uno snodo cruciale per le indagini. Ma anche per il clima politico tornato incandescente visto che la giovane parla di «festini» ai quali erano invitati parlamentari ed esponenti del governo e il tema centrale del dibattito torna ad essere la ricattabilità del presidente del Consiglio, la sua vita privata che si trasforma in un'arma da utilizzare per il suo ruolo pubblico. E da brandire sulla scena internazionale, visto che al funzionario fu detto che Ruby era la nipote del presidente egiziano Hosni Mubarak.

Nella relazione trasmessa dal gabinetto della Questura al ministro dell'Interno Roberto Maroni viene sottolineato che la ragazza «fu rilasciata al termine della procedura, d'intesa con il pubblico ministero di turno presso il tribunale dei minori» e si assicura che «dal punto di vista formale non c'è stata alcuna irregolarità». Così come si evidenzia che di fronte alla scelta di trasferirla in una comunità oppure affidarla a una persona che aveva manifestato l'intenzione di ospitarla, «si preferì optare per questa seconda ipotesi». Ma adesso si dovranno ricostruire le varie fasi dei controlli effettuati, compresa quella che portò all'entrata in scena della Minetti. E per farlo saranno interrogati proprio i poliziotti che quella sera gestirono la vicenda.

Sinora il racconto di Ruby ha trovato conferma nei riscontri effettuati attraverso l'analisi dei tabulati telefonici, ma anche con l'acquisizione delle relazioni di servizio degli uomini di scorta alle personalità. In particolare quella sera del 14 febbraio 2009, quando la giovane racconta di aver varcato per la prima volta il cancello di Arcore a bordo dell'auto di Emilio Fede. La macchina sarebbe stata fatta passare da un cancello secondario, esattamente come risulta negli atti, e preceduta da un'altra a fare da «battistrada» prima dell'arrivo. Un «sistema» collaudato e utilizzato anche in altre occasioni proprio per cercare di mimetizzare alcune ospiti.
Sono questi dettagli a far comprendere quanto avvelenato sia il clima. Perché gli accertamenti disposti dai magistrati coinvolgono inevitabilmente gli uomini chiamati a proteggere le autorità, che dovranno probabilmente essere convocati in procura a ricostruire nei dettagli una vicenda che già tiene moltissime persone con il fiato sospeso. Ci sono numerose foto che circolano su quella festa e su altre occasioni mondane quando la villa di Arcore si affollava di giovani donne e dopo la cena poche prescelte venivano invitate a rimanere e trasferirsi nella camera da letto, proprio come già risultava dai racconti di chi partecipava alle serate organizzate a palazzo Grazioli.
All'epoca a soddisfare le richieste di Berlusconi c'era Gianpaolo Tarantini, rampante imprenditore barese poi finito agli arresti per aver versato tangenti ai politici che lo agevolavano negli affari e spacciato droga proprio alle giovani che pagava per avere incontri con il premier e con altri personaggi disposti ad aiutarlo. Nell'ultimo periodo, altri l'avrebbero sostituito nel reclutamento di ragazze da portare nelle sue residenze. Lele Mora, Emilio Fede, ma non solo.


Nicole Minetti è stata presentata a Berlusconi da Luigi Ciardiello, il direttore di Publitalia 80 che la reclutò come hostess del suo stand prima di farla approdare tra le ballerine della trasmissione di Italia1 Colorado Cafè. Lei gli è rimasta amica anche dopo l'elezione alla Regione nel listino di Roberto Formigoni. Non è l'unica. Perché di Ciardiello, che ha 48 anni, si racconta sia sempre circondato da donne bellissime e spesso ospitato dal presidente. Rapporto forte, come quello che Berlusconi ha con il ministro Paolo Romani, l'ex manager di Telelombardia ora diventato responsabile dello Sviluppo Economico, indicato tra i frequentatori assidui delle serate.
Una girandola di incontri che adesso si trasformano in un nuovo scandalo e tornano a coinvolgere gli apparati di sicurezza, proprio come avvenne quando l'obiettivo di Antonello Zappadu rivelò quanto avveniva nei saloni e nei giardini di Villa Certosa in Sardegna e il racconto di Patrizia D'Addario rivelò le notti bollenti di palazzo Grazioli.

E forse non è un caso che la scorsa estate, quando le indiscrezioni già raccontavano di altri possibili scandali in arrivo, uno degli uomini della scorta del presidente, certamente tra i più fidati, abbia chiesto di essere trasferito ad altro incarico. Del resto già all'epoca, durante le riunioni riservate con i vertici dell'intelligence, era stata raccomandata la selezione degli ospiti proprio nel timore che ragazze in cerca di fortuna potessero decidere di ricattare il presidente con racconti e fotografie compromettenti. Una cautela che evidentemente non si è ritenuto di dover utilizzare e adesso il timore forte di numerosi ministri è lo «scacco al re».

Fiorenza Sarzanini

Fiorenza Sarzanini
29 ottobre 2010

mercoledì 15 settembre 2010

I libici mitragliavano. E i nostri finanzieri erano scesi sottocoperta


Quando i libici hanno cominciato a sparare contro il peschereccio «Ariete» i militari della Guardia di finanza sono scesi sottocoperta. È l’incredibile dettaglio che emerge dai primi atti raccolti dai funzionari del Viminale incaricati di svolgere accertamenti per capire che cosa sia davvero accaduto domenica pomeriggio e stabilire se le procedure siano state rispettate. Mentre dalla motovedetta partiva la sventagliata, i finanzieri sono dovuti uscire di scena perché questo prevede l’accordo firmato dai due Paesi. Non solo. Il trattato assegna loro compiti di «supporto e addestramento». E vieta che possano «eseguire controlli sui mezzi navali individuati » e impone che salgano a bordo «in abiti civili, scevri da ogni segno distintivo».

Attraverso gli ufficiali di collegamento che si trovano a Tripoli, la commissione guidata dal prefetto Rodolfo Ronconi ha acquisito le testimonianze dei due sottufficiali che insieme ai quattro «tecnici» erano sulla motovedetta. Secondo il loro racconto «il motopesca è stato avvistato a 30 miglia dalla costa verso le 18 e subito gli è stato intimato di fermarsi». «Ariete» non ha obbedito all’ordine e anzi ha cercato di allontanarsi il più possibile. I libici hanno dunque deciso di insistere e di mettersi all’inseguimento. «Il primo avviso - hanno dichiarato i militari italiani - è stato inviato con messaggi acustici, il secondo via radio in lingua inglese, il terzo con messaggi ottici». È a questo punto che uno dei finanzieri avrebbe deciso di avvisare il comandante di «Ariete» — ancora una volta via radio—delle inevitabili conseguenze. «Quando ci siamo resi conto che non avevano intenzioni di fermarsi — avrebbe spiegato il finanziere — abbiamo deciso di avvertirli che i libici erano determinati a fare fuoco. I militari che erano con noi a bordo della motovedetta erano pronti ed è stato in quel momento, cioè quando sono partiti gli spari ad altezza di scafo, che siamo scesi sottocoperta». Secondo la versione fornita dai libici «il comandante della motovedetta ha deciso di intervenire tentando l’abbordaggio perché gli occupanti del peschereccio stavano commettendo un reato: erano entrati in acque internazionali per la pesca di frodo». È proprio questa la violazione più evidente del trattato bilaterale visto che più volte nel testo si ribadisce come il «pattugliamento marittimo viene effettuato ai fini di contrastare l’immigrazione clandestina». Non c’è alcuna deroga, non è possibile intervenire se non per effettuare attività di «controllo, ricerca e salvataggio».

Già questa mattina il capo della polizia Antonio Manganelli dovrebbe riferire al ministro dell’Interno i primi risultati dell’indagine amministrativa. L’intesa italo- libica specifica che «gli italiani in missione sono sottoposti alle leggi del Paese ospitante e non possono essere chiamati a rispondere di quanto commesso da altri ». E questo porterebbe ad escludere che i finanzieri possano essere indagati per un eventuale favoreggiamento nel reato di tentato omicidio ipotizzato dalla procura di Agrigento. Rimane però il problema delle regole di ingaggio e dunque del ruolo che è stato loro assegnato.

In queste ore la Farnesina ha ribadito la necessità di chiarire in maniera netta come le motovedette debbano essere utilizzate soltanto nell’attività legata all’immigrazione clandestina. Un modo per evitare eventuali contestazioni in sede europea riguardo alle violazioni sui trattati relativi alla pesca, ma anche alla definizione delle frontiere marittime. Discorso più complesso riguarda i compiti assegnati ai finanzieri che salgono a bordo.

Il Viminale non appare propenso a modificare lo status di «osservatori e addestratori» per evitare che poi si possa chiedere ai nostri militari di avere un ruolo operativo durante le attività effettuate in mare, comprese quelle di respingimento che avvengono in acque internazionali. Ma è lo stesso prefetto Manganelli a chiarire che «una decisione sarà presa al termine degli accertamenti in corso». E chissà se già questa sera se ne parlerà durante il ricevimento organizzato all’ambasciata libica per festeggiare l’anniversario della Rivoluzione che nel 1969 ha portato Gheddafi al potere che vede tra gli invitati numerosi esponenti delle istituzioni italiane.

Fiorenza Sarzanini
15 settembre 2010

sabato 4 settembre 2010

Indagine sui soldi versati al capo del Consiglio di Stato

PASQUALE DE LISE


Nuove ristrutturazioni nelle abitazioni e negli uffici di clienti potenti, altre operazioni bancarie sospette. La pausa estiva non ha fermato l'inchiesta della Procura di Perugia sulla gestione dei Grandi Eventi. E dopo una recente segnalazione di Bankitalia gli accertamenti si concentrano su 250 mila euro versati lo scorso anno da un famoso avvocato sul conto corrente del giudice Pasquale de Lise, il presidente del Consiglio di Stato che all'epoca guidava il Tar del Lazio. In vista del verdetto della Corte di Cassazione - che a fine mese si pronuncerà sulla competenza dei pubblici ministeri umbri - gli investigatori hanno acquisito ulteriori elementi relativi al filone d'indagine che riguarda l'ex procuratore aggiunto Achille Toro e a quello sull'ex responsabile dello Sviluppo Economico Claudio Scajola. Mentre il tribunale dei ministri conferma la validità degli indizi raccolti nei confronti dell'ex titolare dei Trasporti Pietro Lunardi accusato di corruzione insieme all'arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe e definisce «corroborata la prospettiva accusatoria». L'atto, necessario per trasmettere al Parlamento la richiesta di autorizzazione a procedere nei suoi confronti, è già stato definito «puramente formale», dal difensore Gaetano Pecorella.

Sono almeno una decina gli «avvisi» trasmessi dall'ispettorato della Banca d'Italia sul conto di de Lise e di suo genero Patrizio Leozappa, avvocato che aveva rapporti stretti con numerosi indagati tra i quali il Provveditore Angelo Balducci e lo stesso Anemone, tanto che si occupò del sequestro della piscina del Salaria Sport Village dove, secondo gli indagati, doveva avere «un ruolo di supporto», come gli chiedevano al telefono. Il professionista ha ricevuto somme di importi piuttosto modesti, ma ritenuti «interessati» dagli inquirenti poiché provengono da personaggi che hanno avuto un ruolo negli affari della «cricca». Il giudice dovrà invece spiegare per quale motivo un famoso legale esperto di diritto amministrativo nel luglio scorso abbia depositato direttamente sul suo conto un assegno di 250.000 euro. All'epoca de Lise era presidente del Tar del Lazio e in questa veste si occupò di numerosi ricorsi su appalti pubblici. Nel giugno scorso è stato invece nominato alla guida del Consiglio di Stato nonostante il suo nome fosse finito agli atti dell'inchiesta per il ruolo rivestito nel 2005, quando era consigliere giuridico di Lunardi. Fu proprio lui ad istruire la pratica per la concessione del finanziamento da 2 milioni e mezzo di euro a Propaganda Fide, la Congregazione per l'evangelizzazione che appena un anno prima aveva venduto allo stesso Lunardi un palazzetto al centro di Roma stimandolo, dice l'accusa, almeno un terzo del valore. I magistrati vogliono adesso scoprire per quale motivo il giudice abbia ricevuto quei soldi. E lo fanno tenendo conto che il genero era diventato punto di riferimento per gli imprenditori che miravano a ottenere ragione in sede amministrativa. Tra le telefonate che gli investigatori stanno riesaminando c'è pure quella del 26 febbraio 2008 quando il costruttore Emiliano Cerasi, titolare dell'impresa Sac, telefona al provveditore Fabio De Santis. Annotano i carabinieri: «Con tono preoccupato lo informa di aver saputo che la Giafi di Valerio Carducci intende presentare ricorso per la gara del nuovo Teatro di Firenze». Poi aggiunge: «Ho saputo che utilizza l'avvocato Izzo che è molto pericoloso, molto ... specialmente in Consiglio di Stato ... quindi io metterò Patrizio».

L'appunto su «Berlusconi»

La maggior parte dei nomi erano già contenuti nella cosiddetta «lista Anemone», l'elenco dei lavori svolti dalle aziende del Gruppo e trovati nel computer di Daniele Anemone, fratello dell'imprenditore arrestato e ora tornato in libertà. Ma su quel «listino» di circa cento voci, trovato dalla Guardia di Finanza tra i file custoditi nel computer del commercialista Gazzani, i pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi hanno già disposto ulteriori accertamenti. Non contiene infatti alcuna data né importo, però potrebbe essere l'indice delle ristrutturazioni effettuate e non pagate direttamente dai beneficiari. Ci sono riferimenti precisi a Scajola, che ottenne i soldi per l'acquisto dell'appartamento con vista Colosseo, oltre alla ristrutturazione gratuita. È citato anche il generale dei servizi segreti Francesco Pittorru al quale sono state intestate due case comprate per ordine di Anemone. In entrambi i casi si è accertato che le fatture da decine di migliaia di euro per il rifacimento dei loro immobili furono emesse a carico del Sisde e pagate con i soldi destinati al rifacimento della nuova sede degli 007 in piazza Zama, a Roma. E adesso si è scoperto che una parte dei lavori per il ministro fu affidata alla «Medea» società di Anemone gestita per un periodo da Mauro Della Giovampaola, delegato alla missione G8 anche lui finito agli arresti nella prima fase dell'inchiesta. Uno dei nomi citati nella nuova lista è «Berlusconi», senza nessun altro riferimento e ora si sta cercando di stabilire se si tratti di Paolo, il fratello del premier che attraverso una delle sue aziende si occupò di una parte dei lavori a La Maddalena in vista del vertice G8 oppure se ci si riferisca a qualche intervento effettuato a Palazzo Chigi. Del resto le imprese di Anemone avevano ottenuto grazie all'interessamento di Balducci l'appalto per la manutenzione degli stabili di diverse istituzioni. Un affare da milioni di euro che sembra aver scatenato numerosi appetiti. In una delle telefonate intercettate la segretaria di Scajola avvisa proprio Balducci che «il ministro Brambilla vuole farsi assegnare la delega per gestirli».

Toro e i testimoni

Personaggio chiave dell'indagine continua ad essere, secondo i magistrati, l'ex procuratore aggiunto di Roma Achille Toro indagato per concorso in corruzione e rivelazione di segreto d'ufficio. Agli atti dell'indagine c'è un verbale che viene ritenuto «importante» per confermare le «soffiate» arrivate agli indagati. È quello di Massimo Sessa, uno dei dirigenti delle Infrastrutture che nel gennaio scorso partecipò insieme a Balducci ad un incontro organizzato a casa dell'avvocato romano Edgardo Azzopardi, l'amico della famiglia Toro accusato di aver ottenuto da Camillo Toro, figlio del magistrato, le notizie sull'inchiesta in corso. Sessa ha confermato la circostanza, pur cercando di minimizzare. «Effettivamente - ha dichiarato - quella mattina parlammo delle indagini in corso a Roma. Ricordo che Balducci era molto preoccupato sia perché stava male, sia perché temeva gli sviluppi degli accertamenti». All'epoca i protagonisti immaginavano di aver i telefoni sotto controllo e così utilizzavano un linguaggio in codice. Lo fa Azzopardi quando, proprio in quei giorni, contatta Manuel Messina, collaboratore di Anemone e lo avvisa: «Piove». L'interlocutore si agita: «Non mi dire... pesantemente? Piove parecchio?». La risposta è lapidaria: «Speriamo che non ti piova dentro casa perché... piove tanto».

Fiorenza Sarzanini
04 settembre 2010

martedì 27 luglio 2010

«Appoggi politici alla società segreta»


L'associazione creata da Flavio Carboni con Pasquale Lombardi e Arcangelo Martino è «un'organizzazione occulta che basa la sua forza su una fittissima rete di conoscenze e amicizie con soggetti ricoprenti cariche istituzionali di alto e altissimo rilievo, pronti a intervenire in aiuto del sodalizio in cambio di favori». Il tribunale del Riesame di Roma convalida così l’impianto accusatorio delineato dalle indagini condotte dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e avverte: «Emerge dagli atti un concreto e molto allarmante pericolo di reiterazione del reato; appare assolutamente necessario impedire che la prosecuzione dell’attività delittuosa condizioni ulteriormente gli equilibri istituzionali e l’affidabilità sociale di istituzioni pubbliche, anche di livello costituzionale, fra cui importanti uffici giudiziari ».

Soldi da «canali oscuri»
Per questo la scorsa settimana il collegio ha confermato la custodia cautelare in carcere degli indagati e ha inserito nella motivazione del provvedimento considerazioni pesanti anche sulla condotta dei parlamentari coinvolti nell’inchiesta. Nel documento è scritto: «L’associazione segreta risulta essere nota solo a pochissimi soggetti che le garantivano appoggio politico come l’onorevole Denis Verdini, ovvero che ad essa si rivolgevano per chiederne l’intervento o per aiutarla a portare a termine le azioni programmate in nome di interessi comuni come nel caso dell’onorevole Marcello Dell’Utri». E ancora: «Per la realizzazione dei propri fini, l’associazione criminale risulta disporre di mezzi finanziari che Carboni reperisce da canali oscuri e che in parte destina ad operazioni atte a favorire Verdini». Il riferimento è al Credito Cooperativo Toscano e ai versamenti effettuati presso l’istituto di credito del quale il coordinatore del Pdl è stato presidente fino a ieri, con un’attenzione particolare all’investimento da quattro milioni di euro degli imprenditori di Forlì che secondo l’accusa doveva servire all’ingresso dell’affare riguardante gli impianti eolici in Sardegna e ai due milioni e 600 mila euro "negoziati" sempre da lui nel 2004. Ma non solo. I giudici analizzano una dopo l’altra le «interferenze» della presunta società segreta ed evidenziano come «il gruppo ha operato in un complesso intreccio di interessi condivisi, minacce, benefici procurati o promessi, il quale generava un potere di fatto che consentiva ai membri del gruppo di proporsi — perfino a personalità di alto livello—quali efficaci elementi di pressione e di intervento presso i più diversi organi dello Stato». Non a caso i giudici escludono che gli indagati «abbiano svolto attività di lobby», essendo invece «un gruppo di potere occulto e autonomo rispetto a quanti costituiscono l’ambiente nel quale esso si muove e con il quale pure instaura dinamiche complesse».

I sei giudici costituzionali
Un intero capitolo è dedicato alle pressioni sulla Consulta per la decisione sul Lodo Alfano. «Non si comprende— si sottolinea nell’ordinanza— come Lombardi potesse pensare di acquisire meriti agli occhi del capo del suo partito, che è anche presidente del Consiglio, svolgendo un’azione manifestamente illecita come il richiedere a giudici della Corte Costituzionale di esprimere a lui anticipatamente la decisione che avrebbero adottato il 6 ottobre 2009. Resta il fatto che tale ingerenza ci fu e venne esercitata su almeno sei giudici costituzionali che anticiparono a un soggetto come Lombardi la loro decisione, che tale operazione fu seguita con la massima attenzione da Carboni e che l’intera operazione venne programmata nel corso della riunione del 23 settembre 2009 svoltasi presso l’abitazione romana di Verdini». Gli indagati e alcuni partecipanti hanno sostenuto che quell’incontro serviva in realtà a proporre la candidatura a governatore della Campania al magistrato Arcibaldo Miller, attuale capo degli ispettori del ministero della Giustizia, presente insieme al collega
Antonio Martone. Ma i giudici scrivono: «Si tratta di affermazioni palesemente false in quanto l’unico candidato sostenuto dall’associazione criminale era l’onorevole Nicola Cosentino e proprio della sua candidatura si discusse in quella riunione ».

Pressioni e depistaggi
Secondo i giudici del Riesame «lascia esterrefatti che un personaggio come Lombardi si sia potuto rivolgere con le sue volgari modalità al presidente emerito della Consulta Cesare Mirabelli e addirittura il primo presidente della Cassazione Vincenzo Carbone si premura di comunicare personalmente a Lombardi la data dell’udienza (relativa al ricordo di Cosentino; ndr) e riceve olio e promesse per il suo futuro. Con le stesse modalità Lombardi si rivolge a sottosegretari in carica nel presente governo come Giacomo Caliendo e Nicola Cosentino per ottenere aiuti nella realizzazione dei progetti del sodalizio». In questo quadro i giudici inseriscono anche il dossieraggio contro il presidente della Campania Stefano Caldoro. «Ernesto Sica (l’assessore; ndr) — affermano — risulta essere la persona che ha fatto predisporre i dossier, mentre Cosentino segue la vicenda giorno per giorno, venendo informato da Martino di ogni passo compiuto e concordando con questi cosa riferire a Verdini». I giudici evidenziano anche la volontà di depistaggio sottolineando come «gli associati disponevano di numerosissime utenze cellulari, spesso intestate a soggetti stranieri, al fine di poter comunicare riservatamente evitando il pericolo di essere intercettati». Una cautela che comunque non è bastata visto che sono state proprio le intercettazioni telefoniche e le successive verifiche a consentire di ricostruire «la metodica attività di interferenza del sodalizio e il suo fine di personale arricchimento e rafforzamento del proprio potere».

Fiorenza Sarzanini
27 luglio 2010

martedì 20 luglio 2010

Carboni e l’affare-Lombardia Una tangente da 30 mila euro


Una tangente di 30.000 euro per partecipare all’appalto per la «riqualificazione delle stazioni delle Ferrovie Nord Milano». E un impegno a firmare contratti di consulenza per un totale di 900.000 euro a chi doveva fare da mediatore. È questo l’affare che aveva impegnato il faccendiere Flavio Carboni con la Regione Lombardia. Una «situazione di elevatissimo rilievo investigativo », la definiscono i carabinieri del reparto operativo di Roma nell’informativa consegnata ai magistrati il 15 aprile scorso. E il giudice ha già autorizzato nuovi accertamenti sulla vicenda, così come sollecitato dal pool di pubblici ministeri guidati dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo.

La traccia che dà il via agli accertamenti arriva da una telefonata intercettata il 24 settembre del 2009. Carboni parla con Riccardo Piana, uno dei suoi soci.

Piana: Te ne devo parlare de visu, l’argomento è abbastanza delicato e anche lui mi ha detto di non affrontarlo con te... solo quando ci vediamo
Carboni: Dimmi solo una cosa: colpa di chi? Di nessuno o di qualcuno di noi?
Piana: Sono dell’opinione che quella lettera ovviamente ha scaturito paure e ira... ok? ...
Carboni: Se l’avessi letta io non l’avrei... non sarebbe partito! Se si parla di soldi, di cose così certo che è un errore grosso... Non vorrei che fosse una lettera di scuse, pretestuosa.
Piana: Lui ha detto soltanto che bisogna ricucire, che bisogna distruggere tutte quelle copie e soprattutto che non le devi avere neanche tu.

I carabinieri scoprono così che il 7 settembre precedente lo studio legale Spagnolo ha trasmesso via fax a diversi destinatari, tra i quali c’è anche Carboni, «una lettera che riguarda un "contratto quadro progetto di riqualificazione delle stazioni ferroviarie delle Ferrovie Nord Milano" denominato Isolatua ». Scrivono gli investigatori: «Dall’esame del documento si evince che tale rapporto contrattuale stipulato nell’agosto 2008 dalla società Hgp riconducibile a Carboni e Piana con la società Vienord sarebbe stato interrotto da quest’ultima compagine a seguito di asserite inadempienze della stessa Hgp. La missiva contiene dei passaggi di elevatissimo interesse investigativo in particolare nei punto ove si fa esplicito riferimento a dazioni di denaro nelle fasi propedeutiche alla stipulazione del contratto a un soggetto Marco De Petro Mazarino, già coinvolto in passato in vicende corruttive di particolare rilievo, condannato in primo grado a due anni di reclusione il 10 marzo 2009 per corruzione internazionale di funzionari dello Stato. Dalla lettura si evince che tale dazione è stata effettuata dai responsabili della Hgp su indicazione della dirigenza Vienord. E ancora sulla missiva appare il riferimento a due contratti di consulenza per il valore di 450 mila euro ciascuno che l’Hgp avrebbe dovuto, sempre su indicazione della dirigenza delle società Vienord, stipulare con lo stesso Mazarino e con tale Stefano Picotti».

Si tratta di personaggi che sarebbero in realtà dei prestanome e dunque adesso si cercano i reali beneficiari. Scrive il giudice autorizzando nuovi accertamenti: «In considerazione delle preoccupazioni espresse con riguardo al menzionato pagamento della somma di 30.000 euro e della raccomandazione di sopprimere la documentazione proprio in ragione di questo pericoloso riferimento e tenuto conto della "omogeneità" tra questo interesse "imprenditoriale" e quelli assunti in precedenza, dell’ordinario modus operandi (interessamento per l’affidamento di incarichi pubblici ad "affidabili" referenti, creazione e mantenimento di stretti legami con figure istituzionali titolari di importanti cariche pubbliche per influire su questi) sussiste un quadro indiziario grave circa l’esistenza di un probabile ulteriore fatto corruttivo. Al momento non sono note né le circostanze di tempo e di luogo, né l’identità della persona fisica destinataria delle somme, la cui probabile qualità di pubblico ufficiale può però desumersi dalla natura della società appaltante (che è, come si è visto, largamente partecipata da un ente pubblico). Tali circostanze, valutate, come doveroso, unitamente al materiale investigativo già acquisito, dimostrano l’operatività attuale dell’organizzazione delittuosa e la sua capacità "espansiva " e di infiltrazione in tutti i settori interessati all’assegnazione di lavori pubblici e permeabili a forme di corruzione».

Nella relazione i carabinieri evidenziano come, anche in questo caso, sia stato utilizzato il «sistema» creato da Carboni «con il suo "comitato d’affari", del quale fanno parte anche soggetti ancora non ben individuati, impegnato tra l’altro nell’avvicinamento degli uomini politici e di altri pubblici ufficiali competenti ad adottare provvedimenti di interesse per le finalità del sodalizio, di singoli membri o di altri soggetti ad esso collegati ovvero nella realizzazione di operazioni finalizzate alla neutralizzazione delle personalità politiche lontane dagli interessi del gruppo».

Fiorenza Sarzanini
20 luglio 2010

sabato 10 luglio 2010

Una libertà che è di tutti


Una giornata di silenzio che in realtà serve a parlare. Una giornata senza radio, televisioni, giornali e siti Internet per far sì che siano i cittadini a rivendicare il proprio diritto a essere informati.

IL DIRITTO A ESSERE INFORMATI

Una libertà che è di tutti

Una giornata di silenzio che in realtà serve a parlare. Una giornata senza radio, televisioni, giornali e siti Internet per far sì che siano i cittadini a rivendicare il proprio diritto a essere informati.

Una giornata di silenzio che in realtà serve a parlare. Una giornata senza radio, televisioni, giornali e siti Internet per far sì che siano i cittadini a rivendicare il proprio diritto a essere informati. Perché la protesta indetta dalla Federazione nazionale della stampa non è la difesa corporativa dei giornalisti, ma il grido di allarme di chi si preoccupa per gli effetti che avrà la nuova legge sulle intercettazioni: limiti forti alla possibilità di diffondere notizie; di fare informazione.

Decine di parlamentari, non soltanto dell’opposizione, si sono espressi sui rischi delle nuove norme. Ma è stato soprattutto il presidente della Repubblica, fatto non usuale, ad evidenziare più volte le «criticità» del provvedimento che riscrive le regole per imagistrati ancor prima di quelle per la stampa. Sullo sfondo rimane lo scontro politico che di fatto sta trasformando questa legge in un trofeo per uno degli schieramenti - ormai trasversali - che riuscirà a farla approvare oppure a farla finire su un binario morto.

Si parla di intercettazioni, ma quello che riguarda le conversazioni telefoniche e ambientali è soltanto uno dei tanti divieti di pubblicazione. Nessun colloquio registrato potrà mai più essere reso noto fino alla celebrazione del processo, così come gli atti di indagine anche non più segreti, perché ormai conosciuti dalle parti. «Bisogna salvaguardare la privacy dei cittadini », ripetono i sostenitori della legge. Principio sacrosanto, è vero, ma che va salvaguardato senza intaccare il diritto-dovere dell’informazione.

La scelta di imporre ai giornalisti di poter soltanto riassumere le carte processuali in realtà aumenta il pericolo che il contenuto di ogni documento possa essere riportato in termini lacunosi o strumentali. E priva persino gli indagati o gli arrestati della possibilità di utilizzare, per far valere le proprie ragioni, quanto affermato dal giudice o dalla pubblica accusa. Almeno fino al dibattimento. In quella sede la privacy evidentemente non si deve più tutelare, visto che anche le intercettazioni potranno comunque diventare pubbliche.

La corsa all’approvazione della legge, con la possibilità che si proroghino addirittura le sedute della Camera fino a metà agosto come se ci si trovasse di fronte ad un’emergenza, non sembra giustificata. A questo punto dovrebbe essere la stessa maggioranza, di fronte a una mobilitazione forte e a un dibattito politico tanto acceso, a comprendere che il momento di fermarsi è ormai arrivato. Nessuno deve avere paura delle regole, tantomeno i giornalisti. Ma questo non può trasformarsi in una limitazione o addirittura in una censura preventiva. Esistono già leggi che puniscono gli abusi, anche per quanto attiene agli aspetti deontologici. Nulla vieta che si possano cambiare in alcune parti per renderle ancora più efficaci. Tenendo però sempre presente che conoscere quanto sta accadendo è un diritto primario dei cittadini. Il diritto alla riservatezza e il diritto di cronaca possono convivere, come avviene in tante altre democrazie. Perché da noi no?

Fiorenza Sarzanini

martedì 15 giugno 2010

Anemone, tangenti dai conti della segretaria


Oltre un milione di euro elargiti movimentando i conti intestati alla sua segretaria. Una decina di operazioni sospette a fronte di sette appalti ottenuti soltanto nel 2008. I pubblici ministeri di Perugia ricostruiscono il passaggio dei soldi versati da Diego Anemone, imprenditore privilegiato nell’assegnazione dei lavori per i «Grandi Eventi». Ma un nuovo conflitto rischia di essere sollevato dalle difese degli indagati. Senza neanche attendere la trasmissione delle carte da Firenze, la procura di Roma ha infatti aperto un fascicolo sul filone che riguarda il capoluogo toscano dopo che la Corte di Cassazione ne aveva decretato la competenza. E adesso anche Guido Bertolaso — che oggi dovrebbe essere interrogato — potrebbe chiedere lo spostamento del fascicolo, come del resto aveva annunciato nei giorni scorsi. Proprio nella capitale sarà ascoltato domani Francesco Rutelli: dopo aver sentito gli architetti che ottennero incarichi durante il governo guidato da Romano Prodi, i magistrati vogliono sapere quali criteri furono adottati nelle procedure per l’affidamento dei lavori per le celebrazioni dell’Unità d’Italia.

I SOLDI DI ALIDA - Era stata la Guardia di Finanza a documentare l’ascesa della Anemone Costruzioni che due anni fa ha fatturato 34 milioni e mezzo di euro. Un balzo notevole rispetto agli 8 milioni del 2003. Ebbene, nel 2008 — anche grazie al decreto che inserisce il G8 de La Maddalena nei «Grandi Eventi» — l’impresa ottiene il primo lotto dei lavori in Sardegna a giugno, altri tre appalti decisi in vista del vertice internazionale appena un mese dopo, l’aeroporto di Perugia per festeggiare l’Unità d’Italia, un doppio incarico per i Mondiali di Nuoto che si svolgeranno a Roma l’estate successiva. Anemone, come si comprende dalle telefonate intercettate, è molto soddisfatto. E cerca di ricambiare i favori ottenuti. Si mostra riconoscente con il Provveditore Angelo Balducci al quale aveva già regalato case e soldi: soltanto per pagare gli arredi dell’appartamento del figlio spende oltre 40.000 euro, che però fattura alla società che si è aggiudicata la gara. Il resto lo elargisce in contanti facendo prelevare soldi dai conti che ha intestato a uno dei suoi prestanome più fidati: la segretaria Alida Lucci. Sono stati gli ispettori di Bankitalia a segnalare ai pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi le nove operazioni sospette per importi che oscillano tra i 100.000 e i 300.000 euro. I magistrati sono convinti che si tratti delle tangenti versate per ricompensare chi lo aveva aiutato e dunque attendono di conoscere chi siano i beneficiari di questi versamenti. La risposta potrebbe arrivare entro qualche giorno visto che si tratta di depositi aperti su istituti di credito italiani tra i quali spicca la Banca delle Marche. La scorsa settimana, davanti agli investigatori della Finanza, la donna aveva giurato di aver sempre agito seguendo le norme. E invece i tabulati dei suoi conti registrano movimentazioni continue proprio nel periodo in cui il volume d’affari del suo datore di lavoro subisce un’impennata.

BERTOLASO E RUTELLI - Il capo della Protezione civile convocato come indagato di corruzione, l’ex ministro come testimone. Entrambi chiamati a chiarire i loro rapporti con i componenti della «cricca». Se Bertolaso dovrà spiegare come mai Anemone decise di pagargli affitti, ristrutturazioni e compensi per le consulenze concesse a sua moglie, Rutelli dovrà ricostruire i suoi contatti con Balducci. Ed eventualmente confermare le dichiarazioni di Antonio Di Pietro che davanti ai magistrati ha sostenuto di aver messo in guardia sia lui, sia il premier Prodi delle «criticità» relative agli appalti concessi alle società di Anemone e degli altri imprenditori a lui collegati. La scorsa settimana sono stati sentiti gli architetti Stefano Boeri e Roberto Malfatto. Il loro collega Angelo Zampolini aveva detto di essere stato scartato dal centrosinistra proprio per favorire loro. Entrambi hanno ribaltato queste dichiarazioni: «Siamo stati fatti fuori quando sono arrivati gli altri ». Una diatriba che appare senza sbocco per i magistrati che in realtà sono interessati a conoscere l’entità e la natura delle contropartite per l’aggiudicazione dei lavori. Ieri la procura di Roma ha aperto un fascicolo sui lavori per la Scuola dei marescialli di Firenze. La scorsa settimana era stata la Corte di Cassazione a dichiarare la competenza dei magistrati della Capitale così come sollecitato da Remo Pannain e Alfredo Gaito, legali di Fabio De Santis, e da Marcello Melandri, che assiste Francesco De Vito Piscicelli. E i pubblici ministeri non hanno perso tempo: senza neanche attendere la trasmissione del fascicolo dai colleghi si è deciso di affidare l’indagine al pubblico ministero Maria Letizia Golfieri. Chissà che adesso anche gli altri indagati, Bertolaso in testa, non diano seguito a quanto annunciato e presentino analogo ricorso. Il Tribunale del Riesame di Perugia ha già stabilito che questa parte di indagine deve restare in Umbria. Ma la scorsa settimana, quando si è saputo che nuovi accertamenti erano stati disposti per verificare l’esistenza di una casa all’estero che avrebbe avuto a disposizione all’estero, il capo della Protezione Civile ha affermato: «Potrei anche chiedere di essere "gestito" dalla Procura competente che non è Perugia».

Fiorenza Sarzanini
15 giugno 2010

venerdì 4 giugno 2010

Ristrutturazioni in regalo ai potenti Spunta una nuova «lista Anemone»


Decine e decine di lavori inseriti nella «lista Anemone» non sono mai stati pagati. I primi accertamenti compiuti dalla Guardia di finanza dimostrano come gli interventi servissero soprattutto a soddisfare i desideri dei potenti. Gli investigatori hanno acquisito i contratti stipulati con i fornitori, i preventivi, alcune fatture. E dopo aver esaminato la contabilità aziendale hanno scoperto che in moltissimi casi non risultano versati soldi da proprietari e affittuari. Ora si va avanti, confrontando questi dati con quelli acquisiti nei computer di altri collaboratori del costruttore Diego Anemone, indagato di associazione per delinquere e corruzione. In particolare ci sarebbe un elenco trovato presso uno l'ufficio di uno dei geometri, che conterrebbe una trentina di nomi con accanto alcune cifre. Clienti famosi che avrebbero avuto contatti con lo stesso Anemone e sui quali si stanno svolgendo ulteriori accertamenti, anche per stabilire se alcuni possano aver ottenuto incarichi di consulenza.

MATTONELLE E PARQUET - L'imprenditore è stato convocato questa mattina per essere interrogato, ma avrebbe già deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere. La prossima settimana dovrebbero essere invece ascoltati Guido Bertolaso e Antonio Di Pietro. Entrambi chiamati a fornire spiegazioni sulle case in affitto che avrebbero avuto nella propria disponibilità, così come è stato rivelato dall'architetto Angelo Zampolini, che era stato delegato a compiere operazioni immobiliari. Il professionista ha dichiarato di aver pagato, per conto di Diego Anemone, il canone mensile dell'appartamento di via Giulia utilizzato dal capo della Protezione civile dal 2003 al 2006. E ha svelato l'esistenza di altre due abitazioni della congregazione Propaganda Fide che Di Pietro avrebbe ottenuto in affitto grazie all'interessamento di Angelo Balducci. Dimore che sarebbero state tutte ristrutturate dalle aziende dell'imprenditore finito sotto inchiesta. Nei giorni scorsi è stato ascoltato il fratello del costruttore, Daniele, che custodiva nel suo computer presso la sede della Anemone Costruzione la lista ritrovata durante una verifica fiscale. Ai finanzieri avrebbe detto che molti interventi annotati «erano in realtà sopralluoghi ai quali non si è poi dato seguito». Una versione che non appare affatto credibile. Più concreta appare l'ipotesi che si trattasse in realtà di favori e per questo i controlli si stanno concentrando sulle ristrutturazioni concesse ai politici, ai funzionari dello Stato e agli enti pubblici che avrebbero poi agevolato le ditte di Anemone nell'aggiudicazione degli appalti. E dunque, proprio per verificare la corrispondenza tra fatture emesse e pagamenti, sono stati acquisiti tutti i contratti stipulati con i fornitori. Mattonelle, parquet, sanitari: sono proprio gli accertamenti sugli ordinativi del materiale utilizzato per i lavori negli appartamenti a dimostrare che in molti casi nulla è stato versato dai committenti. Oppure che la cifra richiesta fosse di gran lunga inferiore al valore reale dei lavori effettuati.

GLI AFFARI CON I PRELATI - Controlli mirati sono stati disposti dai pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi pure sui rapporti tra il costruttore e Propaganda Fide, certamente favoriti da Angelo Balducci che era uno dei componenti del comitato dei saggi della Congregazione, nominato dal cardinale Crescenzio Sepe. Bisogna infatti verificare come sia riuscito a ottenere l'esclusiva della manutenzione degli stabili. Una traccia concreta è arrivata dal racconto dell'autista tunisino Ben Laid Hidri Fathi, il primo a raccontare che «Diego effettuava lavori per politici e prelati» e gli incontri «con monsignor Francesco Camaldo, dove lo accompagnavo spesso». Il nome del cerimoniere del Papa è contenuto nella lista accanto all'Università Cattolica San Giovanni. E nell'elenco ci sono molte altre annotazioni che si riferiscono a immobili del Vaticano. Oltre alla Congregazione del preziosissimo sangue dove economo era don Evaldo Biasini, ci sono la «Casa di santa Rita», «S. Agostino», alcune chiese, «via 4 fontane, prete», «Ancona, Duomo». Il sospetto degli investigatori è che nei rapporti con la Santa Sede Anemone si facesse pagare soltanto una piccola parte della cifra e che poi si tenesse il resto come provvista in contanti da utilizzare al momento del bisogno, anche per versare tangenti.

Fiorenza Sarzanini

04 giugno 2010

lunedì 24 maggio 2010

Le notizie fanno bene, a tutti


Tra cinque giorni comincerà il processo alle maestre di Rignano Flaminio accusate di reati legati alla pedofilia. Se la legge sulle intercettazioni fosse già in vigore, soltanto adesso potremmo conoscere per quale motivo tre insegnanti, il marito di una di loro e una bidella vanno alla sbarra con il terribile sospetto di aver abusato di piccoli alunni.

Soltanto tre anni dopo il loro arresto potremmo raccontare la storia di questa indagine. Mettere a fronte le tesi dell’accusa e quelle della difesa dopo aver esaminato gli atti. Eppure tra questi documenti non c’è neanche uno straccio di intercettazione telefonica o ambientale, perché mai ne sono state disposte. Il processo di Rignano è soltanto uno dei centinaia di casi dei quali non si sarebbe saputo nulla — a parte la notizia degli arresti — se il provvedimento che porta il nome del ministro della Giustizia Angelino Alfano fosse stato approvato.

E dimostra come il divieto di pubblicare le intercettazioni sia in realtà un falso problema. Perché è vero che con queste norme si vieta ai giornalisti di informare, ma soprattutto si impedisce ai cittadini di essere informati. E si lede il diritto fondamentale degli indagati di difendersi anche davanti all’opinione pubblica. S’è detto più volte che la pubblicazione dei testi di telefonate, talvolta tra persone che nulla avevano a che fare con le inchieste, è stata eccessiva. La privacy è un bene che va certamente tutelato e dunque è sul bilanciamento di queste due esigenze che bisognerebbe lavorare per trovare un’intesa.

Per esempio limitando la possibilità di allegare alle ordinanze soltanto le trascrizioni che riguardano gli indagati e sono ritenute indispensabili per motivare un arresto o una misura di interdizione. E creando un registro segreto delle altre conversazioni, sempre tenendo conto che proprio la difesa potrebbe decidere di utilizzarle per dimostrare l’infondatezza delle accuse. Nelle ultime settimane si è discusso molto delle inchieste sulla corruzione e si è insistito su tutto quello che l’opinione pubblica avrebbe ignorato se ci fosse già la legge. Ma, come dimostra Rignano, non si tratta soltanto di questo. Perché con il via libera alle nuove norme non si parlerebbe più dei politici e dei funzionari, però non si potrebbero neanche raccontare le indagini per gli omicidi, per le violenze sessuali, per le rapine. E si vivrebbe tutti lontani dalla realtà, di fatto fuori dal mondo.

C’è un aspetto che in queste ore viene sottovalutato e riguarda il possibile utilizzo illecito degli atti processuali. Il divieto di pubblicazione non impedisce infatti la circolazione dei documenti e dunque l’eventualità che diventino merce preziosa per chi potrebbe usarli come strumento di ricatto. Molto altro si potrebbe argomentare su questo disegno di legge, ma forse basta questo per riflettere sull’opportunità di tornare a confrontarsi, rallentando una corsa che appare in questo momento senza freni. E rischia di causare disastri.

Fiorenza Sarzanini

22 maggio 2010

mercoledì 12 maggio 2010

Una casa pagata da Anemone per l'uomo delle Infrastrutture


Oltre mezzo milione di euro per comprare un appartamento a Ercole Incalza, potente funzionario del dicastero delle Infrastrutture. È questa la nuova operazione immobiliare gestita nel 2004 dall’architetto Angelo Zampolini per conto di Diego Anemone. Dopo le case acquistate per il ministro Claudio Scajola e per il generale dei servizi segreti Francesco Pittorru, l’indagine condotta dai magistrati di Perugia rivela che anche l’attuale capo della «Struttura tecnica di missione», uno dei collaboratori più stretti del ministro Altero Matteoli, ha goduto dei favori del costruttore ora indagato per corruzione. E l’ha fatto sei anni fa, quando era consulente di Pietro Lunardi, che all’epoca occupava la stessa poltrona.

L’affare per il genero
L’operazione sospetta segnalata dalla Banca d’Italia porta la data del 7 luglio 2004. Per il professionista deve essere stato un periodo di lavoro intenso, visto che neanche 24 ore prima ha chiuso la compravendita per Scajola. Quel giorno, così come risulta dai documenti contabili, Zampolini versa sul proprio conto presso l’agenzia Deutsche Bank 520.000 euro in contanti messi a disposizione da Anemone e preleva subito dopo 52 assegni circolari da 10.000 euro l’uno intestati a Maurizio De Carolis. L’uomo viene rintracciato qualche settimana fa e racconta di aver venduto un appartamento al centro di Roma ad un certo Alberto Donati, per 390.000 euro. Il rogito è stato stipulato di fronte al solito notaio, quel Gianluca Napoleone che si è occupato anche delle altre compravendite chiuse con la stessa procedura. E pure in questo caso la cifra appare davvero troppo bassa per una dimora lussuosa che si trova al centro di Roma — in via Emanuele Gianturco 5 — ed è composta da cinque camere e servizi. E infatti il prezzo finale, tenendo conto della cifra versata «in nero» da Zampolini, supera i 900.000 euro. Manca però il tassello successivo e cioè verificare come mai Anemone abbia deciso di mettere a disposizione il denaro. La risposta la fornisce lo stesso Donati: «Ho fatto l’affare grazie a mio suocero Ercole Incalza. Fu lui a dirmi di mettermi in contatto con Zampolini che mi avrebbe aiutato per l’acquisto dell’appartamento». Per chi indaga quello di Incalza è un nome noto visto che nel febbraio 1998, quando era amministratore delegato della Tav, fu arrestato proprio dai magistrati di Perugia. L’inchiesta era quella sugli appalti delle Ferrovie che portò in carcere anche l’allora presidente Lorenzo Necci e il finanziere Francesco Pacini Battaglia. L’identità del beneficiario viene comunicata ai pm Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi, titolari dell’indagine, che adesso dovranno decidere la data di convocazione per l’interrogatorio. Incalza dovrà infatti chiarire come mai Anemone decise di elargire in suo favore una somma tanto ingente mentre lui era consigliere del ministro delle Infrastrutture Lunardi. Spiegare che rapporti aveva il costruttore con il dicastero, quali appalti ottenne in quel periodo. Il resto lo sta facendo Zampolini che — come hanno confermato i magistrati perugini davanti al tribunale del Riesame — «sta ricostruendo i flussi finanziari che arrivavano dall’imprenditore». Una collaborazione preziosa per l’indagine perché consente di ricostruire il percorso dei soldi, e dunque il nome di chi ne ha beneficiato, che gli ha evitato la richiesta di arresto.

Le bugie del generale
Lo aveva già fatto nei casi che riguardano Scajola e Pittorru. La scorsa settimana il generale è stato interrogato dai pm. Ha ammesso di aver ricevuto da Anemone, sempre tramite Zampolini, 800.000 euro per l’acquisto di due case. «Ma era un prestito — ha cercato di giustificarsi —sono pronto a fornirvi le prove. I documenti sono conservati in Sardegna e ve li consegnerò entro una settimana». Una versione ritenuta non credibile dagli inquirenti che hanno comunque concesso all’alto ufficiale indagato per corruzione la possibilità di mantenere il suo impegno. Ma dopo sette giorni Pittorru ha fatto sapere che quelle carte gli erano state rubate e dunque non sarebbe stato in grado di dimostrare quanto aveva sostenuto. Anche al commercialista Stefano Gazzani e al commissario per i mondiali di nuoto Claudio Rinaldi viene contestato di aver fornito versioni false rispetto ai propri rapporti con Anemone. E per questo Sottani e Tavernesi hanno ribadito la necessità che entrambi vengano arrestati. «La competenza è della Procura di Perugia, qui deve rimanere l’inchiesta», hanno dichiarato di fronte al tribunale che deve pronunciarsi sulla decisione del gip secondo il quale il fascicolo dovrebbe essere trasmesso a Roma e sulla richiesta degli avvocati difensori Bruno Assummma e Titta Madia che sostengono la completa estraneità dei propri assistiti alle attività illecite della «cricca».

Fiorenza Sarzanini
12 maggio 2010

venerdì 30 aprile 2010

Scajola, le nuove accuse L'appartamento e 4 testimoni contro


Quattro testimoni smentiscono la versione fornita dal ministro Claudio Scajola sull’appartamento acquistato a Roma, zona Colosseo, nel 2004. «Fu lui — dicono — a consegnare gli ottanta assegni circolari per un totale di 900.000 euro». Soldi che sarebbero stati messi a sua disposizione dal costruttore Diego Anemone. Si allarga l’indagine della magistratura di Perugia. E si concentra su 240 conti correnti gestiti dall’architetto Angelo Zampolini, al quale il costruttore si era affidato per alcune operazioni riservate. «Trasferimenti di denaro - dice l’accusa - effettuati nell’ambito di un’associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e al riciclaggio». Un percorso che li avrebbe già fatti approdare in alcune finanziarie di San Marino e in altri istituti all’estero. Gli investigatori della Guardia di Finanza hanno acquisito l’elenco degli appalti pubblici affidati al Gruppo Anemone, ma anche quello dei lavori effettuati privatamente per personaggi inseriti nelle amministrazioni dello Stato. Vogliono verificare se siano stati pagati da chi ne ha beneficiato o se invece siano la contropartita per favori ricevuti. Capitolo a parte riguarda alcune commesse che il giovane imprenditore — tuttora in carcere insieme ai funzionari delegati ai Grandi Eventi Angelo Balducci, Fabio De Santis e Mauro Della Giovampaola— avrebbe ottenuto dalla Santa Sede. Proprio come avvenuto con la cassaforte del sacerdote missionario don Evaldo, il sospetto è che in alcuni casi fosse riuscito a crearsi provviste di soldi contanti da distribuire in caso di urgenza.

Il doppio sopralluogo Il 6 luglio 2004 l’appuntamento tra Scajola e le due sorelle Papa proprietarie dell’appartamento per la stipula del rogito, venne fissato al ministero delle Attività produttive. «Avevo prelevato i circolari presso la Deutsche Bank e li portai al ministro», racconta ora Zampolini. Il resto lo aggiungono le venditrici: «Fu proprio Scajola a prendere i titoli e a consegnarceli. Ma nell’atto non figura questo passaggio perché ci eravamo accordati per denunciare soltanto 600.000 euro». La conferma arriva dal notaio Napoleone, interrogato qualche giorno dopo. Ma i controlli rivelano pure l’esistenza di un altro passaggio di soldi in contanti, ammesso dalle due donne: «Al momento di stipulare il preliminare, Scajola ci consegnò 200.000 euro, che noi ci dividemmo in parti uguali». Denaro di cui al momento i finanzieri ignorano la provenienza e del quale si chiederà conto proprio al ministro. A conti fatti, c’è dunque la dimostrazione che la casa costò un milione e 700 mila euro e non 600.000 come Scajola aveva invece pubblicamente dichiarato la scorsa settimana. È stato proprio Zampolini a rivelare di fronte ai pubblici ministeri i dettagli della trattativa. «Diego Anemone — ha messo a verbale —mi incaricò di trovare un appartamento per Scajola. Di questa vicenda era informato anche Angelo Balducci. Inizialmente visionammo un altro immobile nella zona del Gianicolo, ma il ministro mi spiegò che non gli piaceva e così gli proposi quello al Colosseo che poi effettivamente venne acquistato. La procedura fu quella seguita solitamente: versai sul mio conto corrente i soldi messi a disposizione da Anemone e poi provvidi a prelevarli sotto forma di assegni circolari».

Le provviste segrete I 240 conti che l’architetto utilizzava per «mascherare» le operazioni, potrebbero adesso rivelare se ci siano altri politici e uomini pubblici beneficiati da Anemone. Messo di fronte alle evidenze che emergono dai tabulati acquisiti presso le banche, Zampolini ha accettato di collaborare con gli inquirenti e questo potrebbe anche convincere i pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi a sollecitare davanti al Riesame una misura diversa dalla custodia cautelare in carcere, come invece era stato inizialmente richiesto. Il giudice ha respinto l’istanza — che riguardava pure il commercialista Stefano Gazzani e il commissario dei Mondiali di nuoto Claudio Rinaldi—ritenendo che questa parte dell’inchiesta debba essere trasmessa a Roma per competenza e il 13 maggio si pronuncerà il collegio del tribunale. Al momento è stato scoperto l’acquisto di quattro appartamenti: oltre a quello di Scajola, due sono stati intestati al generale delle Fiamme gialle in servizio all’Aisi Francesco Pittorru, e uno a Lorenzo Balducci, il figlio del Provveditore che di professione fa l’attore. Il sospetto è che quelle centinaia di depositi intestati all’architetto siano stati in realtà utilizzati da Anemone per altri acquisiti immobiliari o comunque per versare tangenti in cambio degli appalti ottenuti. L’imprenditore ha ottenuto negli anni passati il Nos, il certificato di "nulla osta di segretezza" che gli ha consentito di aggiudicarsi lavori cosiddetti "sensibili", vale a dire la ristrutturazione o la costruzione di edifici per il ministero dell’Interno, per quello della Giustizia comprese alcune carceri, e per i servizi segreti. Ora si stanno riesaminando le procedure di affidamento dei lavori pubblici. Ma si sta anche analizzando l’elenco degli incarichi "privati" portati a termine dal gruppo per stabilire se possano rappresentare una contropartita.

Gli immobili del Vaticano Con alcuni prelati, così come confermato nelle scorse settimane anche da Don Evaldo - economo della Congregazione del preziosissimo sangue - Anemone aveva certamente buoni rapporti. Conoscenze ereditate da suo padre e probabilmente agevolate anche da Balducci — fino all’arresto gentiluomo di Sua Santità—che gli hanno consentito di ottenere l’incarico di ristrutturare interi stabili e anche di costruire alcuni palazzi. I magistrati vogliono accertare se — proprio come accaduto con don Evaldo — anche in altri casi Anemone abbia preferito non farsi pagare subito riuscendo così a crearsi una provvista di soldi contanti da utilizzare per eventuali emergenze. Con il sacerdote sono state registrate numerose conversazioni telefoniche e durante uno di questi colloqui, che precedeva di poco un appuntamento con il capo della Protezione civile Guido Bertolaso, l’imprenditore disse che aveva bisogno urgente di 20.000 euro.

Fiorenza Sarzanini

30 aprile 2010