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sabato 5 settembre 2009

Ho sposato Wikipedia?



di Umberto Eco


Quanto ci si deve fidare dell'enciclopedia on line? Ecco cosa mi è capitato e alcune regole per accertare l'esattezza delle informazioni

Ciascuno di noi, ormai, mentre lavora e ha bisogno di controllare un nome o una data, ricorre su Internet a Wikipedia. Per l'ormai sparuto manipolo dei profani ricordo che Wikipedia è una enciclopedia 'on line' che viene scritta e riscritta continuamente dai suoi stessi utenti. Vale a dire che se voi cercate la voce, che so, 'Napoleone' e vedete che una notizia è incompleta o scorretta, vi registrate, la correggete, e la voce viene salvata così, con la vostra integrazione.

Naturalmente questo permetterebbe a malintenzionati o a pazzi di diffondere notizie false, ma la garanzia dovrebbe essere data proprio dal fatto che il controllo è fatto da milioni di utenti. Se un malintenzionato va a correggere che Napoleone non è morto a Sant'Elena ma a Santo Domingo, di colpo milioni di benintenzionati interverrebbero a correggere la illecita correzione (e poi credo che, dopo alcune azioni legali di persone che si erano viste calunniare da ignoti, una sorta di redazione eserciti un controllo almeno sul tipo di correzioni che appaiano chiaramente diffamatorie). In tal senso Wikipedia sarebbe un bell'esempio di quello che Charles Sanders Peirce chiamava la Comunità (scientifica) la quale per una sorta di felice omeostasi espunge gli errori e legittima le nuove scoperte portando così avanti, come lui diceva, la torcia della verità.

Ma se questo controllo collettivo potrebbe funzionare su Napoleone potrà funzionare su un John Smith qualsiasi? Facciamo l'esempio di una persona un poco più nota di John Smith e meno di Napoleone, e cioè chi scrive. All'inizio sono intervenuto a correggere la voce che mi riguardava perché recava date errate o false notizie (per esempio diceva che ero il primo di tredici fratelli, mentre la cosa era accaduta a mio padre). Poi ho smesso, perché ogni volta che per curiosità andavo a rivedere la mia voce trovavo altre piacevolezze messe da chissà chi. Ora alcuni amici mi hanno avvertito che Wikipedia dice che ho sposato la figlia del mio editore Valentino Bompiani. La notizia non è per nulla diffamatoria ma - nel caso lo fosse per le mie care amiche Ginevra ed Emanuela - sono intervenuto a eliminarla.

In questo mio caso non si può neppure parlare di un errore comprensibile (come la storia dei tredici figli), né dell'accettazione di una vociferazione corrente: a nessuno era mai venuto in mente che io mi fossi accasato in tal modo, e quindi l'ignoto co-autore di Wikipedia interveniva per rendere pubblica una sua privata fantasia, senza che gli fosse mai passato per la mente di controllare almeno la notizia su qualche fonte.

Quanto ci si deve fidare di Wikipedia, allora? Dico subito che io mi fido perché la uso con la tecnica dello studioso di professione: consulto su un certo argomento Wikipedia e poi vado a confrontare con altre due o tre siti: se la notizia ricorre tre volte ci sono buone probabilità che sia vera (ma bisogna fare attenzione che i siti che consulto non siano parassiti di Wikipedia, e ne ripetano l'errore). Un altro modo è vedere la voce di Wikipedia sia in italiano sia in un'altra lingua (se avete difficoltà con l'urdu, ci sarà sempre certamente il corrispettivo inglese): sovente le due voci coincidono (una è la traduzione dell'altra) ma talora differiscono, e può essere interessante rilevare una contraddizione, che potrebbe indurvi (contro ogni vostra religione del virtuale) ad alzarvi e andare a consultare una enciclopedia cartacea.

Ma io ho fatto l'esempio di uno studioso che ha imparato un poco come si lavora confrontando le fonti tra loro. E gli altri? Quelli che si fidano? I ragazzini che ricorrono a Wikipedia per i compiti scolastici? Si noti bene che la cosa vale anche per qualsiasi altro sito, così che da gran tempo io avevo consigliato, anche a gruppi di giovani, di costituire un centro di monitoraggio di Internet, con un comitato formato da esperti sicuri, materia per materia, in modo che i vari siti fossero recensiti (o in linea, o con una pubblicazione a stampa) e giudicati quanto ad attendibilità e completezza. Ma facciamo subito un esempio, e non cerchiamo il nome di un personaggio storico come Napoleone (per cui Google mi dà 2.190.000 di siti), ma di un giovane scrittore diventato noto solo da un anno, e cioè da quando ha vinto lo Strega 2008, Paolo Giordano, autore de 'La solitudine dei numeri primi'. I siti sono 522.000. Come si fa a monitorarli tutti?

Si era pensato una volta di monitorare soltanto i siti su un solo autore su cui gli studenti potrebbero sovente cercare informazioni. Ma se prendiamo Peirce, che ho appena citato, i siti che lo riguardano sono 734.000.

Ecco un bel problema che, per ora, è ancora senza soluzione.

(04 settembre 2009)

venerdì 21 agosto 2009

Ma va pensiero...



di Umberto Eco


Ecco come si arrivò al decreto che al posto dell'inno nazionale istituì tanti inni dialettali per le venti regioni. Da "El purtava el scarp del tennis" a "Funiculì Funiculà" fino a "Ciuri ciuri"

Quando Bossi entrò in possesso di un filmato in cui si vedeva Berlusconi, vestito da Renato Zero anni sessanta, che si faceva fustigare da una escort travestita da Maschera di Ferro Ovvero il Segreto della Bastiglia, il presidente del consiglio era ormai nelle sue mani. E infatti la Lega ottenne subito un decreto legge che aboliva "Fratelli d'Italia" come inno nazionale e lo sostituiva con "Va pensiero". L'universo leghista entrava tuttavia in crisi quando Calderoli, informato da un collega dentista melomane, si rendeva conto che "Va pensiero" non solo era il canto di alcuni esuli ebrei, ma esprimeva il dolore di chi non celebrava una regione conquistata bensì anelava a un patria perduta - e in ogni caso, come aveva osservato Raffaele Lombardo con meridionale intuizione, quella geremiade menava gramo. Inoltre Fini, con sorrisini sarcastici, aveva cominciato a dire che gli andava benissimo un inno scritto da un grande patriota come Verdi, che esprimeva a puntino lo stato d'animo risorgimentale e il sogno di una nuova Alleanza Nazionale.

A questo punto le Lega intera si era ribellata a Bossi che era stato costretto a chiedere a Berlusconi un nuovo decreto legge, facendo leva su un altro filmato (entrato fortunosamente in suo possesso) che mostrava il presidente del consiglio che, toltesi le scarpe, si era travestito da Brunetta, e si faceva fustigare da Letta che, messe le scarpe del presidente, si era travestito da Ciccio Ingrassia.

Il nuovo decreto istituiva al posto dell'inno nazionale tanti inni dialettali quante erano le venti regioni, e ordinava che nelle occasioni ufficiali dovesse essere eseguito solo l'inno regionale.

Per certe regioni la scelta era stata facile: la Liguria aveva subito adottato "Cibben che son piccinn-a - ghe l'ho comme mæ moæ: - a pâ ?na barca a veja - con tûtti i sò mainæ!", mentre in Piemonte ai sostenitori de "La bella Gigogin" si opponevano coloro che lo ritenevano troppo risorgimentale e proponevano in alternativa "Ricordi quelle sere passate al Valentino"; accorgendosi però all'ultimo momento che non era in dialetto torinese, e ripiegando su "Maria Gioana a l'era an sl'uss - a l'era an sl'uss ch'a la filava oh! (bis) Trullalalà!". La Lombardia, ispirandosi anche al Capo leghista, aveva scelto "El purtava el scarp del tennis", il Trentino Alto Adige optava decisamente per la Marcia di Radetsky, il Veneto si attestava su "La biondina in gondoleta - l'altra sera gò menà" e il Friuli Venezia Giulia, scartati "Le campane di San Giusto" e "Vola Colomba bianca vola", troppo nazional- irredentisti, ripiegava su "Ciribiribin, paghè 'na bira, Ciribiribin, no go moneda, Ciribiribin, doman de sera, Ciribiribin, la pagherò!".

Per la Toscana era sembrato quasi naturale scegliere "La porti un bacione a Firenze", ma si erano opposte Lucca, Pisa e Livorno, iniziando una faida dagli esiti incerti. Pisa voleva, benché in italiano, "Evviva la torre di Pisa", per Livorno "Il Vernacoliere" aveva preparato un inedito "La topa c'è", e i lucchesi, per orgoglio pucciniano, dialetto a parte, volevano "Un bel di' vedremo levarsi un fil di fumo", dove l'atteso fil di fumo avrebbe dovuto evidentemente provenire da Pisa in fiamme. Per conto proprio, Prato aveva scelto un inno cinese.

La Lega aveva provocatoriamente suggerito per la Capitale "Roma non far la stupida stasera" (o almeno "Arrivederci Roma") ma i romani avevano opposto "È mejo er vino de li castelli che questa zozza società". Più dura la faccenda a Napoli dove si scontravano i sostenitori di "O sole mio" con quelli di "A Marechiare" e infine tra i due litiganti godeva il terzo e veniva scelto "Funiculì Funiculà". Trascuriamo per ragioni di spazio le scelte di altre regioni, ricordando al massimo l'Abruzzo con "E vola vola vola vola e vola lu pavone", e la Sicilia con "Ciuri ciuri ciuri di tuttu l'annu, l'amuri ca mi dasti ti lu tornu...".

I problemi erano sorti in campo sportivo. Una tesi radicale voleva che non esistesse più una squadra nazionale degli azzurri ma che nei campionati internazionali si misurassero, che so, il Chievo con l'Argentina o la Sampdoria con l'Inghilterra. Non avendo la federazione internazionale accettato una simile complicazione degli accoppiamenti, si era accettato che giocasse per l'Italia una squadra detta degli Arlecchini, con maglia a losanghe multicolori, e si cantasse all'inizio un pout pourri di tutti gli inni regionali. Il delicato collage melodico veniva affidato ad Apicella ma il risultato sembrava piuttosto una composizione di Sylvano Bussotti, dallo spartito illeggibile, che i calciatori facevano molta fatica a memorizzare e cantare. Per cui si era ripiegato sul coro a bocca chiusa dalla "Butterfly" che, essendo roba giapponese, non evocava nessun risorgimento.

(20 agosto 2009)

lunedì 13 luglio 2009

Il nemico della stampa



di Umberto Eco


Il premier vuole imbavagliare l'informazione. E nella nostra società malata la maggioranza degli italiani sembra pronta ad accettare anche questo strappo. Ma il famoso intellettuale dice: 'Io non ci sto'.

Sarà il pessimismo della tarda età, sarà la lucidità che l'età porta con sé, ma provo una certa esitazione, frammista a scetticismo, a intervenire, su invito della redazione, in difesa della libertà di stampa. Voglio dire: quando qualcuno deve intervenire a difesa della libertà di stampa vuole dire che la società, e con essa gran parte della stampa, è già malata. Nelle democrazie che definiremo 'robuste' non c'è bisogno di difendere la libertà di stampa, perché a nessuno viene in mente di limitarla.

Questa la prima ragione del mio scetticismo, da cui discende un corollario. Il problema italiano non è Silvio Berlusconi. La storia (vorrei dire da Catilina in avanti) è stata ricca di uomini avventurosi, non privi di carisma, con scarso senso dello Stato ma senso altissimo dei propri interessi, che hanno desiderato instaurare un potere personale, scavalcando parlamenti, magistrature e costituzioni, distribuendo favori ai propri cortigiani e (talora) alle proprie cortigiane, identificando il proprio piacere con l'interesse della comunità. È che non sempre questi uomini hanno conquistato il potere a cui aspiravano, perché la società non glielo ha permesso. Quando la società glielo ha permesso, perché prendersela con questi uomini e non con la società che li ha lasciati fare?

Ricorderò sempre una storia che raccontava mia mamma che, ventenne, aveva trovato un bell'impiego come segretaria e dattilografa di un onorevole liberale - e dico liberale. Il giorno dopo la salita di Mussolini al potere quest'uomo aveva detto: "Ma in fondo, con la situazione in cui si trovava l'Italia, forse quest'Uomo troverà il modo di rimettere un po' d'ordine". Ecco, a instaurare il fascismo non è stata l'energia di Mussolini (occasione e pretesto) ma l'indulgenza e la rilassatezza di quell'onorevole liberale (rappresentante esemplare di un Paese in crisi).

E quindi è inutile prendersela con Berlusconi che fa, per così dire, il proprio mestiere. È la maggioranza degli italiani che ha accettato il conflitto di interessi, che accetta le ronde, che accetta il lodo Alfano, e che ora avrebbe accettato abbastanza tranquillamente - se il presidente della Repubblica non avesse alzato un sopracciglio - la mordacchia messa (per ora sperimentalmente) alla stampa. La stessa nazione accetterebbe senza esitazione, e anzi con una certa maliziosa complicità, che Berlusconi andasse a veline, se ora non intervenisse a turbare la pubblica coscienza una cauta censura della Chiesa - che sarà però ben presto superata perché è da quel dì che gli italiani, e i buoni cristiani in genere, vanno a mignotte anche se il parroco dice che non si dovrebbe.

Allora perché dedicare a questi allarmi un numero de 'L'espresso' se sappiamo che esso arriverà a chi di questi rischi della democrazia è già convinto, ma non sarà letto da chi è disposto ad accettarli purché non gli manchi la sua quota di Grande Fratello - e di molte vicende politico-sessuali sa in fondo pochissimo, perché una informazione in gran parte sotto controllo non gliene parla neppure?

Già, perché farlo? Il perché è molto semplice. Nel 1931 il fascismo aveva imposto ai professori universitari, che erano allora 1.200, un giuramento di fedeltà al regime. Solo 12 (1 per cento) rifiutarono e persero il posto. Alcuni dicono 14, ma questo ci conferma quanto il fenomeno sia all'epoca passato inosservato lasciando memorie vaghe. Tanti altri, che poi sarebbero stati personaggi eminenti dell'antifascismo postbellico, consigliati persino da Palmiro Togliatti o da Benedetto Croce, giurarono, per poter continuare a diffondere il loro insegnamento. Forse i 1.188 che sono rimasti avevano ragione loro, per ragioni diverse e tutte onorevoli. Però quei 12 che hanno detto di no hanno salvato l'onore dell'Università e in definitiva l'onore del Paese.

Ecco perché bisogna talora dire di no anche se, pessimisticamente, si sa che non servirà a niente.

Almeno che un giorno si possa dire che lo si è detto.

(09 luglio 2009)

mercoledì 25 marzo 2009

Berlusconi e Pistorius


UMBERTO ECO

Nell'uso del corpo da parte del premier prevale l'elemento 'cyborg', l'alterazione dei propri tratti naturali, dai trapianti piliferi ai lifting

La letteratura su Berlusconi è abbastanza ampia. Tra i pamphlets più recenti segnalo quello che ho appena visto in bozze (uscirà presso Manifestolibri) 'Fenomenologia di Silvio Berlusconi', di Pierfranco Pellizzetti, che spazia dall'estetica alla sessualità del leader, con intemerata cattiveria. Già uscito è invece 'Il corpo del capo' di Marco Belpoliti (Guanda, 12 euro) che considera solo un aspetto peculiarissimo del personaggio, il suo rapporto col proprio corpo e la rappresentazione che egli continuamente ne dà.

Benché possa sembrare strano, non tutti i capi hanno un corpo: basti pensare a un grande leader come De Gasperi, di cui certo chi ha vissuto negli anni Cinquanta ricorda la bruttezza grifagna, ma limitata ai tratti del viso. Andate a vedere il suo monumento a Trento, egli non ha corpo a tal segno che scompare sotto un abito Facis stazzonato. Ma d'altra parte non avevano corpo (al massimo un volto riconoscibile) i leader del passato, da Nenni a Fanfani, e persino Togliatti il cui indubitabile carisma era per lo più di carattere intellettuale.

Ma questo vale anche per gli altri paesi: nessuno si ricorda del corpo di quasi tutti i presidenti francesi, salvo quello di de Gaulle (ma semplicemente a causa della statura e del naso quasi caricaturali), degli inglesi rimane l'immagine di Churchill, ma più che altro la faccia di buon bevitore con sigaro, per il resto solo un vago ricordo d'obesità; nessuna corporalità aveva Roosevelt (se non in senso negativo, perché era disabile), Truman sembrava un agente delle assicurazioni, Einsenhower uno zio, e il primo a giocare sul proprio fisico (ma, ancora una volta, solo col volto) è stato Kennedy, che ha vinto su Nixon per qualche inquadratura televisiva ben centrata.

Avevano un corpo i grandi leader del passato? Ad alcuni, come ad Augusto, lo ha regalato la statuaria, di altri si può supporre che avessero preso il potere perché erano forti e dotati di qualche ascendente non sul popolo (che non aveva occasione di vederli) ma sul loro entourage. Per il resto provvedeva la leggenda, per esempio attribuendo ai monarchi francesi la virtù di guarire la scrofola. Ma non credo che Napoleone abbia trascinato i suoi soldati al massacro per virtù somatica.

Perché un capo assuma un corpo e della immagine di quel corpo si occupi quasi maniacalmente (si badi, non solo il viso, tutto il corpo) bisogna attendere l'era delle comunicazioni di massa, a cominciare dalla fotografia.

Ed ecco che si può iniziare, come fa del resto Belpoliti, a studiare il rapporto di Mussolini col proprio corpo, talmente consustanziale al suo potere che, per sancirne la caduta, si deve per così dire rovesciare il suo ascendente somatico e sfregiarne il corpo appendendolo a testa in giù.

Se ci sono analogie tra Berlusconi e Mussolini (intendiamoci, per non scandalizzare nessuno, non perché Berlusconi sia 'fascista', ma perché come Mussolini vuole stabilire un rapporto populistico con la folla, scavalcando le istituzioni parlamentari, abolendole in un caso, svilendole nell'altro) è proprio nella cura quasi maniacale della propria immagine. Non intendo seguire le analisi di Belpoliti che si svolgono di preferenza sulla fotografia, dai tempi in cui Berlusconi cantava sulle navi ai giorni nostri, e al massimo lamento che a tanta abbondanza di analisi non corrisponda quell'abbondanza di immagini che il lettore è portato a desiderare (ce ne sono una ventina, veramente 'parlanti', ma dopo questo assaggio si vorrebbe davvero di più).

Come indicazioni di lettura suggerirò le belle analisi delle mani, del sorriso, la inattesa e provocatoria trattazione sul lato femminile del personaggio, gli ovvi sviluppi sulla cultura del narcisismo (Belpoliti fa ricorso ad autorità e fonti di vario genere, da Jung a Foucault e a Sennett), le annotazioni sull'uso della famiglia come prolungamento (sempre accessorio) della propria corporalità.

Caso mai la differenza fondamentale tra Mussolini e Berlusconi è che il primo, divise a parte, usava il proprio corpo, torso nudo compreso, come mamma lo aveva fatto, al massimo accentuando baldanzosamente la propria calvizie, mentre in Berlusconi prevale l'elemento 'cyborg', la progressiva alterazione dei propri tratti naturali (Belpoliti accenna ad una singolare analogia tra Berlusconi e Oscar Pistorius, il corridore con le gambe artificiali), dai trapianti piliferi ai lifting, per consegnarsi ai propri devoti in una immagine mineralizzata che si vorrebbe senza età. Aspirazione all'eterno curiosa per chi alla fine Belpoliti analizza come "stella permanente dell'effimero".
(20 marzo 2009)

mercoledì 24 dicembre 2008

Pensieri virtuosi per Natale

L'ESPRESSO
UMBERTO ECO

La scorsa Bustina parlavo del vezzo ormai troppo diffuso di 'chiedere scusa', prendendo a pretesto la richiesta di scuse per l'Iraq da parte di Bush pentito. Fare una cosa che non si dovrebbe e poi limitarsi a chiedere scusa non è sufficiente. Bisogna, tanto per cominciare, promettere di non farlo più. Bush non invaderà l'Iraq una seconda volta perché gli americani lo hanno gentilmente sollevato dall'incarico, ma forse se potesse lo farebbe ancora. Molti, che gettano il sasso e nascondono la mano, chiedono scusa proprio per continuare come prima. È che chiedere scusa non costa niente.

Un poco come la storia dei pentiti. Una volta chi si pentiva delle sue malefatte anzitutto riparava in qualche modo, poi si dedicava a una vita di penitenza, si rifugiava nella Tebaide a percuotersi il petto con sassi appuntiti, andava a curare i lebbrosi nell'Africa Nera. Oggi il pentito si limita a denunciare i suoi ex compagni, poi o gode di particolari cure con nuova identità in confortevoli appartamenti riservati, o esce in anticipo dal carcere e scrive libri, concede interviste, incontra capi di Stato e riceve lettere appassionate da fanciulle romantiche.

Sappiate che su 'http://www.sms-pronti.com/sms_scuse_3.htm ' trovate un sito dedicato alle 'Frasi per chiedere scusa'. La più lapidaria è 'S.C.U.S.A. Sono Chiaramente Uno Stronzo Ameno'. Su http://news2000.libero.it/noi2000/nc63.html, intitolato 'L'arte di chiedere scusa' (in effetti dedicato solo alle scuse per tradimento amoroso) si legge: "La regola più importante, quella universale, è di non sentirsi mai perdenti quando si chiede scusa. Chiedere perdono non è sinonimo di debolezza, ma di controllo e di forza, vuol dire tornare subito dalla parte della ragione, spiazzando il partner che si trova così costretto ad ascoltare. Ammettere i propri errori è anche un gesto liberatorio: aiuta a portare all'esterno le emozioni senza reprimerle e a viverle più intensamente". Come volevasi dimostrare: chiedere scusa è prender forza per ricominciare da capo.

Il problema è che, se chi ha fatto qualcosa di male è ancora vivente, chiede scusa di persona. Ma se è morto? Quando Giovanni Paolo II ha chiesto scusa per il processo a Galileo ha indicato la strada. Anche se l'errore l'aveva commesso un suo predecessore (o il cardinal Bellarmino), le scuse le chiede il legittimo erede. Ma non sempre è chiaro chi erede legittimo sia. Per esempio, chi deve chiedere scusa per la strage degli innocenti? Il colpevole è stato Erode, che governava a Gerusalemme: quindi l'unico suo legittimo erede è il governo israeliano. Invece, contrariamente a quanto ha finito col farci credere san Paolo, i veri e diretti responsabili della morte di Gesù non sono gli infami giudei, bensì il governo romano, e ai piedi della croce c'erano i centurioni e non i farisei. Scomparso un Sacro Romano Impero, unico erede rimasto del governo romano è lo Stato italiano, e pertanto sarà Napolitano a dover chiedere scusa per la crocifissione.

Chi chiede scusa per il Vietnam? È incerto se il prossimo presidente degli Stati Uniti o qualcuno della famiglia Kennedy, magari la simpatica Kerry. Per la rivoluzione russa e l'assassinio dei Romanov non ci sono dubbi perché l'unico vero fedele e legittimo erede del leninismo e dello stalinismo è Putin. E per la strage di San Bartolomeo? È la Repubblica francese in quanto erede della monarchia, ma siccome all'epoca la mente di tutta la faccenda era stata una regina, Caterina de' Medici, oggi il compito di chiedere scusa toccherebbe a Carla Bruni.

Ci sarebbero poi casi imbarazzanti. Chi chiede scusa per i guai combinati da Tolomeo, vero ispiratore della condanna di Galileo? Se, come si dice, è nato a Tolemaide che è in Cirenaica, lo scusante dovrebbe essere Gheddafi, ma se è nato ad Alessandria dovrebbe essere il governo egiziano. Chi chiede scusa per i campi di sterminio? Gli unici eredi viventi del nazismo sono i vari movimenti naziskin e questi non hanno proprio l'aria di volersi scusare, anzi, se potessero lo rifarebbero di nuovo.

E chi chiede scusa per l'assassinio di Matteotti e dei fratelli Rosselli? Il problema è chi siano oggi i 'veri' eredi del fascismo, e confesso che la questione m'imbarazza.

(24 dicembre 2008)

sabato 13 dicembre 2008

Chiedere scusa

L'ESPRESSO
UMBERTO ECO

Siamo in un periodo di facce di bronzo, in cui individui sotto inchiesta per azioni truffaldine si mostrano tranquillamente nei locali più famosi o in tv e rilasciano autografi Avete mai provato a cercare su Internet la voce 'chiede scusa'? Sono un milione e 590 mila voci (di scusa) e tra le prime trovo: la chiesa chiede scusa per i preti pedofili, Gwyneth Paltrow chiede scusa agli animalisti, Giampiero Mughini chiede scusa ad Alex Del Piero, la chiesa anglicana chiede scusa a Darwin, la Virginia chiede scusa per il dramma della schiavitù, Ronaldo chiede scusa ma assicura di non essere gay, Kaladze ritratta e chiede scusa, la Warner Bros chiede scusa ai fan di Harry Potter, Apple chiede scusa per i disservizi (come Trenitalia), uno dei giovani aggressori di Tong Hong-shen, l'operaio tessile cinese picchiato a Tor Bella Monaca, si è recato in visita da Gianni Alemanno a chiedere scusa, il governo canadese ha chiesto ufficialmente scusa agli indiani Inuit per le violenze di cui sono stati vittima almeno 150 mila bambini indigeni, il sindaco di Zagabria chiede scusa a Udine, a nome dello Stato Matilde Pugliaro ha chiesto scusa per quello che è successo nella caserma di Bolzaneto nei giorni del G8, Rahm Emanuel, futuro capo di staff di Barack Obama, ha chiesto scusa per alcuni commenti anti-arabi fatti dal padre Benjamin, Schifani chiede scusa a Veltroni, la Fiat chiede scusa a Pechino per la pubblicità della Delta, il governo australiano ha chiesto scusa agli aborigeni.

Siccome in questo milione e mezzo di richieste di scusa Internet annota anche quelle degli anni scorsi, ricordiamoci che Berlusconi aveva chiesto scusa a Veronica, Benedetto XVI aveva chiesto scusa a Maometto, Giovanni Paolo II aveva chiesto scusa a Galileo (al che la terra si era gaiamente rimessa a girare intorno al sole).

Ma la notizia più fresca è questa: in un'intervista alla rete televisiva Abc, Bush ha chiesto scusa al popolo americano per avere intrapreso senza alcuna ragione la campagna in Iraq (dove sono morti più di 4 mila soldati americani, alcune centinaia di alleati, alcune centinaia di migliaia di iracheni e civili vari, e via, senza contare i feriti). Ha chiesto scusa di questo massacro perché si è reso conto che i terroristi non abitavano lì e che Saddam non preparava armi atomiche. Era colpa della 'intelligence' (da non tradurre come 'intelligenza').

Non ho capito se questa voga del chiedere scusa segnali una ventata di umiltà cristiana o non piuttosto di sfacciataggine: tu fai qualcosa che non dovresti fare, poi chiedi scusa e te ne lavi le mani. Viene in mente la vecchia barzelletta del cowboy che cavalca nella prateria, sente una voce dal cielo che gli impone di andare ad Abilene, arriva e la voce gli dice di entrare nel saloon, poi di puntare tutto il suo denaro alla roulette sul numero cinque, sia pure titubando, sedotto dalla voce celeste, il cowboy obbedisce, esce il 18 e la voce sussurra: "Mi spiace, abbiamo perso".

Comunque c'è di peggio, ci sono coloro con la faccia di bronzo che non domandano neppure scusa. Siamo in un periodo di facce di bronzo, in cui individui sotto inchiesta per azioni truffaldine si mostrano tranquillamente nei locali più famosi o in tv e rilasciano autografi, chi ha messo sul lastrico padri di famiglia e madri vedove continua a circolare imperterrito sull'aereo personale, chi è stato eletto con un colpo di mano a una funzione dove nessuno lo vuole continua a non alzare il sedere dalla sedia duramente conquistata e si fa persino la barba ogni giorno per mostrare la faccia in tv.

E ci sono gli impuniti storici. Forse vi ricorderete che quando Bush ha iniziato l'attacco all'Iraq molti hanno protestato, e addirittura i francesi si sono dissociati. A quel punto (non dico in America dove tutti erano ancora scossi per l'11 settembre, e reagivano cambiando nome nei ristoranti alle patate fritte che là si chiamavano French Fries), ma qui da noi voci virtuosissime si sono levate trattando da terroristi e quinte colonne di Bin Laden tutti coloro che vedevano con preoccupazione l'attacco americano.

Non solo, ma quando tempo dopo Bush ha trionfalmente annunciato che la guerra in Iraq era finita e vinta (altra patetica menzogna, e tra l'altro evidente a ogni persona di buon senso) i suoi sostenitori italiani hanno scritto articoli ironici rivolgendosi ai dubbiosi di un tempo e dicendo: "Vedete che avevamo ragione noi?". Argomento del tutto delirante perché, anche ammesso che una guerra la si sia vinta, ciò non significa affatto che si avevano buone ragioni per farla. All'inizio Hitler vinceva sempre, eppure aveva torto. Ora amerei sapere e vedere come reagiranno le facce di bronzo di casa nostra nel momento in cui Bush chiede scusa per i suoi errori.
(12 dicembre 2008)

mercoledì 3 dicembre 2008

Mumble mumble crash

L'ESPRESSO
UMBERTO ECO

Il bello dell'onomatopea del fumetto è che non solo evoca il rumore originario col suono del termine o pseudo termine linguistico, ma ne rappresenta graficamente l'intensità Arf arf bang crack blam buzz cai spot ciaf ciaf clamp splash crackle crackle crunch deleng gosh grunt honk honk cai meow mumble pant plop pwutt roaaar dring rumble blomp sbam buizz schranchete slam puff puff slurp smack sob gulp sprank blomp squit swoom bum thump plack clang tomp smash trac uaaaagh vrooom ..

Credo di appartenere alla prima generazione per cui questo linguaggio è stato familiare, spontaneo, immediato. Le onomatopee dei fumetti non c'erano nelle vignette del 'Corriere dei piccoli' su cui erano cresciuti i nostri genitori, appaiono con i fumetti americani de 'L'avventuroso' e poi col fumetto all'italiana. Abbiamo giocato gridando bang bang e zip zip, e abbiamo pronunciato suoni che ci evocavano certamente un rumore, un evento, senza sapere che in inglese erano anche parole, come mumble, clap, splash, slurp o rumble. Ci stupiva, e se ne discuteva, che le carabine facessero crack crack solo nei fumetti di Cino e Franco (altrove facevano bang o altri suoni) e non ci rendevamo conto che anche il quel caso il suono, in sé abbastanza iconico, era pur sempre una parola che poteva stare per schiocco o colpo.

L'idea che l'onomatopea oltre che immagine aurale di un suono potesse essere anche suggerimento lessicale è apparsa in Italia, se non sbaglio, solo con Jacovitti, che ha decisamente italianizzato il gioco e iniziato a scrivere 'schiaff schiaff'. Il bello dell'onomatopea del fumetto è che non solo evoca il rumore originario col suono del termine o pseudo termine linguistico, ma ne rappresenta graficamente l'intensità, come a dire che c'è una enorme differenza tra un semplice 'bum', un 'BUM' scritto a grandi caratteri e un 'boOOM', dove le lettere diventano via via sempre più visibili e carnose (e in tal caso l'esplosione è apocalittica).

Ho sempre amato le onomatopee dei fumetti e una volta ne ho raccolto circa 150 e le ho passate a Eugenio Carmi e a Cathy Berberian. Ne è uscito un libro-disco dove Carmi aveva dato delle onomatopee una rappresentazione visiva, quasi a renderne evidenti il timbro e le vibrazioni, e Cathy aveva elaborato quel pezzo prodigioso, poi eseguito dappertutto e ancora oggi oggetto di culto, noto come 'Stripsody', dove la musica era fatta solo dai suoni dei fumetti (ovvero dalla sua voce incredibile che li rendeva cantabili). Ma si giocava ancora su un numero limitato di onomatopee - e già credevo di averne individuate molte.

Ora Roman Gubern e Luis Gasca pubblicano un monumentale 'Diccionario de onomatopyas del cómic' (Madrid, Cattedra), più di 400 pagine in buona parte a colori, dove le onomatopee riprodotte e commentate sono più di mille. Anche questa rassegna sarebbe insufficiente, se si considera che Jacovitti vi appare solo tre volte e per tre modestissimi e prevedibili bang, un tompt e un hug, mentre avrebbe avuto ben altro da offrire, tanto per citare, blomp, prà (per un colpo di pistola secco), pamt, ponfete, slappete, cianft, svòff, ciunft, badabanghete, sdenghete, flup e (capolavoro) PÚgno.

Ma, Jacovitti a parte, nel libro di rumori ce ne sono abbastanza per giustificare il titolo dell'introduzione, 'De la onomatopeya como una bella arte'. I due autori non esitano a radicare la loro ricerca in una tradizione antichissima e più che rispettabile, il 'Cratilo' di Platone, dove come si sa viene iniziata la millenaria diatriba se le parole siano in qualche modo prodotte a imitazione delle cose che designano. Gasca e Gubern non riescono a evitare di citare Rimbaud con le sue vocali colorate, faccenda che col cratilismo non ha nulla a che vedere ma rinvia soltanto agli splendidi meccanismi allucinatori di quello spiritato ragazzo. Ma per il resto, benché a volo d'uccello, l'analisi dell'onomatopea fumettistica è fatta con acume, e il volume considera e registra anche fenomeni grafici come i 'sensogrammi', per esempio il ronfare del dormiente rappresentato dal tronco segato, o i casi che direi di onomatopea termica, come quando la nuvoletta stessa cola in stalattiti per suggerire il gelo, equivalendo così visivamente al suono 'brrrrivido'. Per non dire degli usi dell'onomatopea fatti da Roy Lichtenstein.

Gasca e Gubern osservano inoltre che l'uso inglese di legare il semantico col fonosimbolico ha portato i fumettisti d'oltreoceano a usare anche come suggerimento di suoni parole che di fatto non hanno alcuna somiglianza col rumore che nominano. Così noi ormai sentiamo come onomatopeico il chuckle chuckle, che significa sogghignare sotto i baffi. Aggiungerei anche il celebre mumble mumble che è bofonchiare o borbottare ma che, per virtù di Paperon dei Paperoni, è diventato il tipico rumore che fa chi rimugina tra sé e sé. Fanno rumore i pensieri? Nel fumetto sì.
(28 novembre 2008)

sabato 18 ottobre 2008

Abbasso l'Itaglia


UMBERTO ECO
L'ESPRESSO

Per rovinare il Paese pensavamo ci volesse un secolo. Invece ci si è arrivati molto prima. E con il consenso della maggioranza degli italiani Delle celebrazioni papaline a Porta Pia si è già detto abbastanza e basterebbe l'articolo di Scalfari su questa stessa pagina la settimana scorsa. Noto solo che il monumento al bersagliere lo aveva fatto erigere Mussolini nel 1932. Alemanno, Alemanno, non c'è più religione. Comunque sono indotto a tornare sull'episodio perché esso si inserisce in una serie di fenomeni di regresso storico di cui in alcune mie Bustine, come l'invenzione del 'downgrading' e il fatto che ci pare di essere tornati al 1944, con le pattuglie di soldati per le strade e maestri e alunni in divisa. Nel caso del XX Settembre invece di tornare a Windows XP si è tornati a Pio IX.

In una bustina di circa un anno fa rilevavo l'infittirsi su Internet di siti antirisorgimentali e filo borbonici. Ora appare sui giornali che un terzo degli italiani è favorevole alla pena di morte. Stiamo tornando al livello degli americani (fuck you Beccaria), dei cinesi e degli iraniani. Altro commovente ritorno al passato è il bisogno sempre più urgente di riaprire la case di tolleranza, non dei locali moderni adatti al caso ma 'quelle' case di una volta, con gli indimenticabili pisciatoi all'ingresso e la maîtresse che gridava "ragazzi in camera, non facciamo flanella!". Certo che se tutto potesse avvenire con l'oscuramento e magari il coprifuoco sarebbe più gustoso. A proposito, il concorso per le veline non fa pensare al sogno ricorrente delle ballerine di fila dell'indimenticabile avanspettacolo?

Nei primi anni Cinquanta, Roberto Leydi e io avevamo deciso di fondare una società antipatriottica. Era un modo di scherzare sull'educazione che avevamo ricevuto durante l'infausta dittatura, che la Patria ce l'aveva condita in tutte le salse, sino alla nausea. Inoltre stavano risorgendo gruppi neofascisti, e infine la televisione aveva un solo canale in bianco e nero e bisognava pure trovare un modo di passare le serate.

La società antipatriottica assumeva come proprio inno la marcia di Radetzky e si proponeva ovviamente di rivalutare la figura morale di quella limpida figura di antirisorgimentale; si auspicavano referendum per la restituzione del Lombardo Veneto all'Austria, di Napoli ai Borboni e naturalmente di Roma al papa, la cessione del Piemonte alla Francia e della Sicilia a Malta; si sarebbero dovuti abbattere nelle varie piazze d'Italia i monumenti a Garibaldi e cancellare i nomi delle vie intitolate sia a Cavour che a martiri e irredentisti vari; nei libri scolastici si dovevano insinuare fieri dubbi sulla moralità di Carlo Pisacane e di Enrico Toti. E via discorrendo. La società si era sciolta di fronte a una scoperta sconvolgente. Per essere veramente antipatriottici e volere la rovina d'Italia sarebbe stato necessario rivalutare il Duce, e cioè chi l'Italia l'aveva rovinata davvero, e dunque avremmo dovuto diventare neofascisti. Ripugnandoci questa scelta, avevamo abbandonato il progetto.

Noi allora facevamo per ridere ma quasi tutto quello che avevamo allora immaginato sta realizzandosi - anche se non ci era neppure passato per testa di voler fare con la bandiera nazionale quello che poi Bossi ha annunciato di voler fare, e non ci era venuta in mente l'idea veramente sublime di celebrare coloro che avevano ammazzato i bersaglieri a Porta Pia. A quei tempi c'erano i democristiani al governo che si occupavano di tenere la chiesa a freno per proteggere la laicità dello Stato, e il massimo di neo-clericalismo era stato l'appoggio dato da Togliatti al famigerato articolo 7 della Costituzione che riconosceva i patti lateranensi.

Già da un po' di anni si era sciolto il movimento dell'Uomo Qualunque che aveva sollecitato per un certo periodo sentimenti antiunitari, diffidenze verso una Roma corrotta e ladrona, o contro una burocrazia statale di fannulloni che succhiavano il sangue della brava gente e laboriosa. Non ci passava neppure per l'anticamera del cervello che atteggiamenti del genere sarebbero stati un giorno quelli dei ministri della Repubblica. Non avevamo avuto l'idea luminosa che per svuotare di ogni dignità e potere reale il parlamento bastava fare una legge per cui i deputati non venissero eletti dal popolo ma nominati prima delle elezioni dal capo. Ci pareva che auspicare un ritorno graduale alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni fosse idea troppo fantascientifica.

Volevamo disfare l'Italia, ma gradualmente, e pensavamo ci volesse almeno un secolo. Invece ci si è arrivati molto prima, e oltre all'Italia si sta persino disfacendo l'Alitalia. Ma la cosa più bella è stata che l'operazione non è dipesa dal colpo di Stato di una punta di diamante, dei pochi generosi idealisti che eravamo, ma si sta realizzando col consenso della maggioranza degli italiani.
(03 ottobre 2008)

martedì 26 agosto 2008

Pronomi del passato


Umberto Eco
L'Espresso
22 agosto 2008
Un tempo si dava del Tu ai parenti e al massimo ad alcuni amici intimissimi. Nel mondo del lavoro si usava il Lei o il Voi con tutti, salvo che con i colleghi più stretti

Quindici giorni fa avevo annotato, sul filo del paradosso, vari aspetti della vita odierna che ci rinviano ai nostri ricordi dei tempi di guerra, tra 1940 e 1945. Però riflettendoci meglio mi sono accorto di quante cose si sta invece perdendo memoria.

Per esempio l'uso comune del Lei (o, durante il fascismo, e nelle campagne, del Voi). Si dava del Tu ai parenti (ma nelle campagne del Piemonte la moglie diceva al marito 'Vui, Pautass'), e al massimo ad alcuni amici intimissimi. Bambini e ragazzi si davano del Tu, anche all'università, sino a quando non entravano nel mondo del lavoro.

A quel punto Lei o Voi a tutti, salvo ai colleghi stretti (ma mio padre ha passato quarant'anni nella stessa azienda e tra colleghi si sono sempre dati del Lei). Per un neolaureato, fresco fresco di toga virile, dare del Lei agli altri era un modo non solo di ottenere il Lei in risposta, ma possibilmente anche il Dottor.

Da tempo invece, a un giovanotto sui quarant'anni che entra in un negozio, il commesso o la commessa della stessa età cominciano a dare del Tu. In città perché il commesso ti dia del Lei devi mostrare i capelli bianchi, e possibilmente avere la cravatta. In campagna è peggio: più inclini ad assumere costumi televisivi senza saperli mediare con una tradizione precedente, in un emporio mi sono visto (io settantaseienne e con barba bianca) trattato col Tu da una sedicenne (che non ha probabilmente mai conosciuto altro pronome personale), la quale è entrata gradatamente in crisi solo quando io ho interagito con espressioni quali "gentile signorina, come Ella mi dice."
Deve aver creduto che provenissi da Elisa di Rivombrosa, tanto mondo reale e mondo virtuale si erano fusi ai suoi occhi, e ha terminato il rapporto con un "buona giornata" invece di 'ciao', come dicono gli albanesi.
Credo che la confusione tra Tu e Lei sia nata con molti doppiaggi di film americani. Come tutti sanno in inglese si dice 'you' sia per il Tu che per il Voi. In verità gli anglofoni sanno che dire 'you Jim' usando il primo nome, è come dare del Tu, mentre dire 'you Mr. Jim' significa dare del Voi o del Lei. Ma non sempre i doppiatori dei film fanno attenzione a queste cose. Sto finendo di vedere in tv la serie 'I Tudors' dove pare che re, cortigiane, persone normali, si diano del voi anche quando scopano - cose che succedono solo a Buenos Aires.
Evidentemente nell'originale si sentiranno le differenze tra 'your Majesty' e 'you, my dear Jim', ma nella versione italiana, dove tutto è Voi, pare giusto che poi nella vita sia tutto Tu e non ci sia differenza tra parlare al re e parlare a un bambino di due anni.

L'altra cosa che ci rende diversi dal passato è che, quando ero piccolo, nella piccola borghesia si usavano, per parere fini, alcune parole francesi come 'agrément', 'satin', 'bouquet' o 'cadeau'. L'inglese e il francese non li sapeva nessuno, e i nomi stranieri si pronunciavano tutti alla francese, e dunque Scürscill e Sciamberlèn. Però ci si poteva correggere perché gli unici che per contratto dovevano saper pronunciare bene i nomi stranieri erano gli annunciatori della radio.

Oggi gli annunciatori radio e televisione storpiano i nomi stranieri in misura insostenibile, non c'è più un cane che sappia fare la 'ü' tedesca o francese, è rimasta classica la gaffe dell'annunciatrice che ha letto 'sine die' come 'sain dai', e l'inglese lo si impara da Ezio Greggio che dice 'uan, ciù, zree!'. Lui esagera apposta, ma le aspiranti veline lo prendono sul serio.

Così tutti usano parole inglesi o calchi dall'inglese, anche quando non se ne sente il bisogno: a parte un governo che fa un ministero per il Welfare, che è roba da dichiararsi cittadino ticinese quando all'estero ti chiedono perché mai (e perché non un ministero della War, uno degli Interieurs e uno del Treasury?), tutti supportano, tutti implementano e (come si usa dire nei migliori ambienti) quant'altro.

È vero che il vizio è antico: noi portiamo lo smoking, oppure il pullover, o il frack e gli americani non sanno di cosa parliamo; ma d'altra parte anche i francesi hanno poetato per decenni sullo 'spleen' e gli inglesi reagivano con 'prego, traduca'. Gli americani, infine, hanno immesso nella loro lingua un mucchio di francesismi, però li sentono imperialisticamente come parole loro, tanto che si racconta che, al ritorno di una riunione in Francia, Bush abbia detto: "È strano, i francesi non hanno una parola nella loro lingua per entrepreneur".

Tornando alle cose scomparse, sono scomparse le signorine. Non si sente più dire con tono piccato 'prego, signora, non signorina' e nemmeno 'scusi, signorina'. Si dice 'ehi tu!'.

martedì 19 agosto 2008

Rinasco rinasco nel 1940!


Umberto Eco
L'Espresso
8 agosto 2008
Come negli anni '40, ci sono fascisti al governo. Non solo loro, non più esattamente fascisti, ma che importa, si sa che la storia si dà una prima volta in forma di tragedia e una seconda in forma di farsa

La vita altro non è che una lenta rimemorazione dell'infanzia. D'accordo. Ma quello che rende dolce questo rimembrare è che, nella lontananza della nostalgia, ci appaiono belli anche i momenti che allora ci sembravano dolorosi, persino il giorno che si è scivolati nel fosso slogandosi un piede, e si è dovuto rimanere a casa per 15 giorni ingessati con la garza imbevuta di bianco d'uovo.
Personalmente ricordo con tenerezza le notti passate nel rifugio antiaereo: ci avevano svegliato nel bel mezzo del sonno più profondo, trascinati in pigiama e cappotto in un sotterraneo umido, tutto in cemento armato, illuminato da lampadine fioche, e giocavamo a rincorrerci mentre sopra le nostre teste esplodevano colpi sordi che non sapevamo se fossero della contraerea o delle bombe.
Le nostre mamme tremavano, dal freddo e dalla paura, ma per noi era una strana avventura. Ecco cos'è la nostalgia.
Pertanto siamo disposti ad accettare tutto ciò che ci ricordi gli orribili anni Quaranta, ed è il tributo che paghiamo alla nostra vecchiaia.
Com'erano le città a quell'epoca? Buie di notte, quando l'oscuramento obbligava i radi passanti a usare lampadine non a pila bensì a dinamo, come il fanale della bicicletta, che si caricava per frizione azionando spasticamente a mano una sorta di grilletto. Ma più tardi era sopravvenuto il coprifuoco, e per strada non si doveva andare.
Di giorno la città era percorsa da reparti militari, meno sino al 1943, quando in città c'era il Regio Esercito accasermato, ma più intensamente ai tempi della Repubblica di Salò, dove nelle metropoli passavano continuamente manipoli e ronde di marò della San Marco o di Brigate Nere, nei paesi più facilmente gruppi di partigiani, gli uni e gli altri armati sino ai denti.
In questa città militarizzata in certe situazioni erano proibiti gli assembramenti, sciamavano ancora torme di Balilla e Piccole Italiane in divisa, e di scolaretti in grembiule nero che uscivano da scuola a mezzogiorno, mentre le mamme andavano a comperare il poco che si trovava nei negozi di alimentari, e se volevi mangiare del pane non dico bianco ma non ributtante e fatto di segatura, dovevi pagare somme considerevoli al mercato nero.

In casa la luce era fioca, per non dire del riscaldamento, limitato alla sola cucina. A notte si dormiva col mattone caldo nel letto e ricordo con tenerezza persino i geloni.
Ora non posso dire che tutto questo sia tornato, certo non integralmente. Ma comincio a riavvertirne il profumo. Tanto per cominciare ci sono fascisti al governo. Non solo loro, non più esattamente fascisti, ma che importa, si sa bene che la storia si dà una prima volta in forma di tragedia e una seconda volta in forma di farsa.
In compenso a quei tempi apparivano sui muri manifesti in cui si vedeva un nero americano ributtante (e ubriaco) che tendeva la mano adunca verso una bianca Venere di Milo. Oggi vedo in televisione volti minacciosi di negri smagriti che stanno invadendo a migliaia le nostre terre e francamente intorno a me la gente è ancora più spaventata di allora.
Sta tornando il grembiule nero nelle scuole, e non ho nulla contro, meglio della T-shirt firmata dei bulli, salvo che avverto in bocca un sapore di madeleine imbevuta di tiglio e come Gozzano mi viene da dire "rinasco, rinasco, nel milnovecento e quaranta". Ho appena letto su un giornale che il sindaco leghista di Novara ha proibito che di notte, nel parco, si riuniscano più di tre persone. Attendo con un brivido proustiano il ritorno del coprifuoco.
I nostri militari si stanno battendo contro ribelli dal volto colorato in Asie (purtroppo non più in Affriche) più o meno orientali. Ma vedo reparti dell'esercito, bene armati e con tute mimetiche, anche sui marciapiedi delle nostre città. L'esercito, come allora, non combatte solo alle frontiere ma fa operazioni di polizia. Mi sembra di ritrovarmi in Roma Città Aperta.
Leggo articoli e odo discorsi assai simili a quelli che leggevo allora su 'La difesa della razza', che non solo attaccavano gli ebrei ma anche zingari, marocchini e stranieri in genere. Il pane sta diventando carissimo. Ci stanno avvertendo che dovremo risparmiare sul petrolio, limitare lo spreco di energia elettrica, spegnere le vetrine di notte. Calano le auto e riappaiono i Ladri di Biciclette. Come tocco di originalità, tra un po' sarà razionata l'acqua.
Non abbiamo ancora un governo al Sud e uno al Nord, però c'è chi sta lavorando in questa direzione.
Mi manca un Capo che abbracci e baci castamente sulla guancia prosperose massaie rurali, ma ciascuno ha i suoi gusti.
(08 agosto 2008)