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domenica 18 ottobre 2009

Ma per l'ora di Islam mancano i soldi


18/10/2009
GIOVANNA ZUCCONI


Un politico di destra, Adolfo Urso, ha proposto di istituire nelle scuole l'ora di religione islamica, ovviamente facoltativa, per sottrarre i bambini musulmani ai «ghetti delle madrasse e delle scuole islamiche integraliste». Un altro politico, di un'altra destra, Roberto Castelli, risponde che è solo una provocazione, «neanche da prendere in considerazione». Come mai tanta paura del normale dibattito? Eppure non c'è nulla di nuovo. Nel 2006 fu l'allora ministro dell'Interno Beppe Pisanu, non proprio un «sinistro» fautore dell'invasione barbarica, a fare la stessa precisa proposta che oggi proviene da Fini e dintorni. Siamo ancora fermi lì. Destra contro destra. Con accuse vicendevoli di cinismo: di usare il problema dell’immigrazione per fare marketing politico. Di qua i sabotatori del governo, di là i mercanti della paura.

Ci vorranno anni per sgombrare le macerie dell'intolleranza persino fra alleati di governo. «Non è da prendere in considerazione». E se invece ne parlassimo, e facessimo questo tentativo, di semplice buonsenso? Basterebbe che le due destre italiane concordassero anche solo sulle domande elementari. È meglio che gli immigrati perbene, ormai milioni, convivano serenamente, oppure tutti i musulmani sono farabutti da temere e tenere rinchiusi nei loro ghetti ostili? Conviene che i loro figli frequentino le scuole dell’integrazione o quelle dell’integralismo? Chi, se non altri fanatici, ha interesse che il fanatismo prosperi nell’isolamento, nell’incultura? E, a proposito di identità da preservare: ma l'accoglienza e la tolleranza non sarebbero virtù cristiane?
La proposta di Urso è una scommessa, certo. Che ha il pregio della moderatezza, e semmai il difetto di aggiungere, nelle scuole, confessionalità a confessionalità, in una discutibile par condicio dei catechismi. Meglio sarebbe un’ora di religioni, al plurale, uguale per tutti e di tutti rispettosa. Ma questo è un altro discorso. Anzi, a dire il vero, è soltanto un discorso, parole parole, anche quello che ha scatenato l'ira leghista. Nelle scuole italiane non ci sono neppure i quattrini per le ore alternative all'insegnamento della religione cattolica, previsto per legge. O esci di scuola, o (comicamente) rimani in classe ma senza ascoltare: queste, in molti istituti, le sole possibilità. Non c'è spazio per ebrei, atei, agnostici, valdesi o dubbiosi da molte generazioni, figuriamoci per dei neoitaliani che pregano un dio di nuova importazione. In effetti, del Corano a scuola è inutile anche parlarne. Ma per i tagli, non per la nostra purezza e durezza.

martedì 27 gennaio 2009

Donne

LA STAMPA
26/1/2009
GIOVANNA ZUCCONI

Proprio mentre un uomo anziano fa battute stantie sugli stupri, una giovane donna conversa con uguale brillantezza di questioni di Stato e di cappellini. Nello stesso preciso momento, ecco al centro della scena mediatica il potere maschile più calcinato e provinciale, e il vero glamour internazionale. Dicono: le donne fanno notizia (Carla, Michelle, Hillary, Rachida, Maria, Veronica, Tzipi). E ci mancherebbe altro, sarebbe l’unico commento da fare. Ma forse non è come sembra, non è questione di maschi e di femmine, di ribalta conquistata, di rivalsa. Forse è piuttosto questione di nuovo e di vecchio, di giovani e di vecchi. D’improvviso il vecchio (il vecchio politico e la vecchia politica) sembra vecchissimo. E il nuovo ha una fluidità, una souplesse direbbe Carla Bruni, tutta femminile.

Ai vecchi tempi, nel vecchio mondo che oggi appare vecchissimo, i ruoli erano ben separati. Di qua il potere, di là l’estetica e l’eros. Le donne delle quali i giornali parlavano erano star del cinema, mogli mute, imperatrici ripudiate, vallette: la bellezza senza il potere, tutt’al più al suo fianco come Jackie con Kennedy. Poche le eccezioni, e di nicchia: qualche intellettuale, ma gli intellettuali non contano (figuriamoci le intellettuali). Le rare donne che agivano sul terreno del potere vero e visibile si maschilizzavano, erano «donni». Diciamolo brutalmente:
erano brutte o dovevano fingere di esserlo, toste fino al parossismo. Margaret Thatcher, Golda Meir, Tina Anselmi eccetera.

Anche i giornali, nel vecchio mondo, avevano ruoli separati. I femminili parlavano del femminile, moda, bellezza, glamour, gossip. Tutti gli altri, viceversa. Oggi invece trovi l’impegno politico nei cosiddetti femminili, e non c’è virile telegiornale o quotidiano che non sfarfalli nel privato, nel fru-fru, nel pettegolezzo, nella gastronomia, nel patinato; che non rincorra la leggerezza. Si sente ripetere che la politica, o almeno la sua rappresentazione sui media, si è femminilizzata, provando a sconfinare nella vita personale e nel dettaglio modaiolo. E (causa o effetto) anche l’informazione si è femminilizzata. La nuova informazione, per dirla con parole anch’esse nuove, è transgender. Scavalca i generi, le proprie sedi tradizionali, i linguaggi consolidati.

Ebbene. A fare cose femminili, le donne sono più brave degli uomini. Se percepiamo come nuovo e giovane ciò che è capace di scivolare con naturalezza fra pubblico e privato, di mescolare e includere, di ricoprire ruoli diversi in contemporanea, questa è una fatica che le donne sono da qualche millennio allenate a fare. Forse per questo sembrano dominare la scena mediatica. Se l’ultima zampata della vecchia informazione e della vecchia politica morenti sono state le fotografie di Hillary Clinton rugosa (mai avrebbero tentato di demolire un maschio di potere per la sua bruttezza), oggi gli schermi e le prime pagine ci informano che il nuovo sono il flessuoso Obama e Michelle, non solo moglie ma coprotagonista, che può sfoggiare vezzosi guanti verdi senza perdere statura. E la modella e cantautrice italiana che è diventata première dame presidenziale, e sa parlare di terrorismo proprio come dell’incertezza sul berrettino da indossare in visita dalla regina d’Inghilterra. E l’israeliana Tzipi Livni, belligerante senza imbarazzi femminei. E la ministra francese Rachida Dati, anche lei campionessa di doppie vite, maternità e potere, che tornando a lavorare a pochissimi giorni dal parto ha riaperto la discussione appunto sul corretto gravame di ruoli e fatiche. E mettiamoci anche Maria De Filippi, che era la giovane moglie del vecchio potente conduttore e adesso è talmente «nuova» da riuscire a demolire l’ultima barriera, quella fra reti televisive in (presunta) concorrenza. (A proposito di uomini e donne: ricordate com’era imbarazzante Fassino che tentava di fare lo sciolto proprio da Maria De Filippi).

Un’ultima cosa. Dicono: le donne fanno notizia, nel bene e nel male. Accanto al giovane potere glamour, in prima pagina ci sono anche gli stupri. Ma quello è il delitto più maschile che c’è. Quanto di più vecchio, e pesante, e da rottamare, in un uomo. Soltanto un vecchio politico può invocare, su questo, una leggerezza che non fa sorridere nessuno, e nessuna.