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venerdì 30 luglio 2010

L’ULTIMA SPIAGGIA

LUIGI MORSELLO

L’approdo a Lodi avvenne nell’autunno del 1997. Fu l’ultima spiaggia.

Ero stato ‘fra color che son sospesi’ dal novembre 1993: quattro anni, di cui circa tre sospeso dal servizio. Dopo essere stato riammesso in servizio essendo cadute le ragioni della sospensione, fui prima confermato a Pavia e in ventiquattrore dirottato al Provveditorato di Milano. Riassegnato a Pavia dal TAR Lombardia fui nuovamente dopo appena tre mesi ritrasferito, sempre al Provveditorato di Milano, dove rimasi in servizio fino al trasferimento a Lodi.

Bastano queste poche righe per dare la misura dell’ignavia delle istituzioni penitenziarie centrali e periferiche, ma non serbo rancore. Disprezzo si.

La citazione va spiegata.

Per farlo occorre sapere che il diritto all’alloggio di servizio gratuito è connesso alla titolarità della direzione di un istituto di pena, nel nostro caso la Casa Circondariale di Pavia, carcere nuovo che era stato messo in funzione da me. Era il secondo istituto di pena, nel 1984 avevo messo in funzione la casa circondariale di Busto Arsizio. Terzo ed ultimo carcere da me messo in funzione è stata la casa circondariale Lecco, ma si trattò di una riattivazione al termine di molti anni di completa ristrutturazione.

Il diritto-dovere di fruire dell’alloggio di servizio era condizionato alla titolarità della direzione di un carcere. Nel caso di sospensione dal servizio il diritto scadeva a interesse legittimo, meno tutelato in via giudiziaria amministrativa.

Insomma, potevano buttarmi fuori di casa in qualsiasi momento, anche con l’uso della forza pubblica, in questo caso della polizia penitenziaria.

Viene definito ‘sfratto amministrativo coatto’.

Si immagini lo stato d’animo di chi sta percependo per effetto della sospensione cautelare dal servizio il c.d. “assegno alimentare” pari al 50% della retribuzione e che, a nemmeno un anno dalla terribile esperienza del tentativo di suicidio, descritto altrove, si trova ad essere sottoposto a ben tre procedimenti penali, poi ‘regolarmente’ conclusisi nell’assoluzione piena, privo della forza economica di difendersi efficacemente, con la prospettiva dello sfratto (che mi fu intimato per ben due volte), costretto a minacciare che questa volta la pistola (di sua proprietà) l’avrebbe rivolta contro altri perché il primo sfratto (intimato tramite ufficiale giudiziario) venisse di fatto accantonato e tale restò fino al trasferimento a Lodi.

Era accaduto in quel periodo che l’ufficio centrale del personale, a causa del pensionamento di Raffaele Ciccotti (direttore a Capraia molti anni prima, che non prese bene la mia fuga dall’isola) venne affidato al dr. Ugo Pastena, funzionario di tutt’altra pasta. È mia convinzione che fu Pastena a bloccare ogni ulteriore tentativo di cacciarmi via di casa, praticamente in mezzo alla strada.

Mi ero attivato per cercare casa a Pavia, ma gli affitti erano proibitivi a stipendio pieno, figuriamoci con uno stipendio dimezzato.

Quindi restai nell’alloggio di servizio di Pavia fino a quando non venni trasferito a Lodi. Solo dopo la esecuzione di questo trasferimento e l’assegnazione di un direttore fisso a Pavia (una donna, c’è tuttora) il mio successore ritenne di dovermi intimare lo sfratto, il secondo.

Ugo Pastena era andato in pensione e la sua assenza si fece sentire subito.

Ecco, questo significa essere ‘fra color che son sospesi’: un Purgatorio interminabile.

Mentre ciò accadeva, nella più totale indifferenza e con venature di cinismo (la regola aurea è sempre stata, alla toscana maniera ‘chi non fa non falla’), mentre la mia famiglia, mia moglie, i miei figli conoscevano l’abisso della disperazione (credo che non abbiano subito danni psicologici permanenti) incredibilmente chi non crollò fui proprio io.

Ero nella fase c.d. “maniacale” delle sindrome bipolare (come avrei scoperto anni dopo), per cui ogni mattina mi recavo con la mia autovettura a Milano per prestare servizio alle dipendenze di un provveditore che io stimavo affatto, ma dando un senso ed un significato alla mia attività di servizio (inizialmente leggere solo il giornale), ottenendo l’incarico di ‘funzionario istruttore’ ai procedimenti disciplinari del personale di polizia penitenziaria della regione.

Mi vanto di avere impedito con le mie relazioni istruttorie, acquisite anche con visite negli istituti, che venissero perpetrati abusi.

A dire il vero, non avevo (ancora) perso l’illusione di essere rimandato a Pavia, ma quando realizzai che non sarebbe accaduto mai, feci il tentativo di tornare a Eboli, dov’ero stato a cavallo degli anni ’90.

C’era all’epoca l’Istituto Penale per Minorenni, ma venne soppresso per cui quando la soppressione avvenne, essendo rimasto assieme a una diecina di agenti a fare il guardiano delle mura castellane, chiesi il trasferimento a Pavia, per ragioni di famiglia (motivi di studio per i primi due miei figli).

Era la terza volta che chiedevo un trasferimento. La prima fu da Lonate Pozzolo all’Ispettorato Distrettuale di Firenze (durò tre mesi, non mi fu assegnato un alloggio di servizio a titolo oneroso, gli affitti a Firenze erano proibitivi). La seconda fu da Firenze a Eboli, trasferimento conseguito a un terribile colloquio a Roma con il capo del personale cons. Giuseppe Falcone, già descritto. Fu una trappola, perché la soppressione era nota e programmata da prima del mio trasferimento.

LODI – LA SEZIONE SPECIALE

Non ne ero a conoscenza, non ne avevo mai sentito parlare, ma nel carcere di Lodi c’era una sezione speciale!

Non solo. Era per ‘sex offenders’ e ‘pedofili’!

Trenta posti, isolata sia materialmente che dal punto di vista organizzativo dalla restante parte del carcere.

Il carcere. La sua costruzione e messa in funzione datava al 1905. era stato ristrutturato negli anni ’90, era stato la sede di servizio di Armida Miserere (scomparsa suicida in circostanze tragiche nel 2003, quand’era alla guida del carcere di Sulmona), che lo aveva rimesso in funzione.

La vita di questa collega è superbamente narrata da Cristina Zagaria: “Miserere. Vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato”, Palermo, Dario Flaccovio Editore, 2006.

Una ristrutturazione che però non poteva consegnare alla struttura la funzionalità delle carceri nuove.

Insomma, denaro sprecato. Come se fosse stata la prima volta!

Il carcere era una ‘sinecura’: 80 posti in tutto. 30 per la sezione speciale e 50 per imputati e condannati con pena detentiva residuale non superiore a cinque anni.

La sezione speciale costituiva per me una incognita, un mistero.

Non avevo mai avuto a che fare con simili personaggi, se non per tentare di metterli al riparo da ritorsioni degli altri detenuti.

Posso ricordare solo la figura di Antonio Pastres a San Gimignano.

Giulia Depentor, una giornalista che sta ricostruendo la storia di quell’omicidio, mi scrive: “In questo periodo sto svolgendo delle ricerche su un delitto avvenuto a

San Donà di Piave 40 anni fa che ha visto come vittima un ragazzino di nome Mario Rorato. Il colpevole -reo confesso- era Antonio Pastres, un giovane disadattato originario di Mestre.

E' stato a quel punto che mi sono imbattuta nel suo interessantissimo blog e ho scoperto che Lei ha addirittura conosciuto il Pastres. (http://ilgiornalieri.blogspot.com/2008/11/la-casa-di-reclusione-di-san-imignano_03.html)

Le scrivo quindi per chiederLe qualche informazione aggiuntiva, dato che non sono riuscita a trovare altri canali. Del Pastres si sono praticamente perse le tracce subito dopo la sua reclusione.

Mi piacerebbe confezionare un libro-cronaca e ho bisogno di tracciare anche la sua figura.” (mail 14.5.2010).

Successivamente mi risponde: “Le dico le informazioni che ho su Antonio Pastres: nasce nel 1947 a Milano (non è chiaro dai documenti che ho, l'alternativa potrebbe essere Marghera, città dove risiede al momento del delitto) da padre ignoto e viene adottato, all'età di 16 anni, da Leone Pastres che gli dà il cognome e che sposa la madre Maria.

Il 15 marzo 1970 violenta e uccide un bambino di 9 anni a San Donà di Piave. In seguito, e con l'aiuto del 17enne Claudio Baldassa, riesce a fuggire e viene catturato quando ha già oltrepassato il confine con la Jugoslavia.”.

Naturalmente, mi sono attivato per darle tutto l’aiuto possibile.

Allora vinsi la singola battaglia per superare il ribrezzo verso un solo detenuto. A Lodi erano una trentina! Dei quali mi sarei dovuto occupare in vista dell’applicazione delle misure trattamentali.

Mai e poi mai!

Non era così semplice.

A Lodi c’erano (vi sono tuttora in servizio) due eccellenti psicologi, la dr.ssa Marika Romanini e il dr. Pierluigi Morini: mi fecero cambiare idea.

Il periodo lodigiano è stato caratterizzato dell’intenso lavoro svolto verso i detenuti in esecuzione di pena detentiva definitiva, comuni e non.

I due psicologi si occupavano, la Romanini dei detenuti comuni, il Morini dei tossicodipendenti.

Con una forzatura dei doveri contrattuali di Morini, prima del mio arrivo a Lodi, venne istituita su impulso provveditoriale, la sezione suddetta: non sapevano dove metterli in condizioni di sicurezza!

Il direttore dr.ssa Gloria Manzelli, oggi a capo del carcere di San Vittore, accettò, poi andò a San Vittore, poi arrivai io.

Eravamo quattro gatti a lavorare, ma eravamo di valore.

L’istituto giuridico che meglio si adattava a un trattamento efficace era ed è tuttora oggi l’”ammissione al lavoro all’esterno”. Non è un beneficio penitenziario, della specie delle misure alternative alla detenzione, pur importantissime, è un modalità di esecuzione al lavoro all’esterno, cioè del lavoro carcerario extramurario.

Ciò che lo rende efficace, a mio giudizio, è la circostanza che l’iniziativa appartiene al direttore del carcere, che presiede il Gruppo di Osservazione Trattamento, che formula il programma di trattamento contenente la previsione dell’ammissione al lavoro all’esterno. Il programma di trattamento viene sottoposto all’approvazione del Magistrato di Sorveglianza, dopo la quale il direttore redige il provvedimento di ammissione al lavoro, all’esterno, che diventa esecutivo dopo l’approvazione del magistrato di sorveglianza.

L’attività del magistrato di sorveglianza è limitato al solo profilo di legittimità (se cioè siano state rispettate le procedure), l’opportunità di ammettere il detenuto è un profilo di merito che appartiene al direttore, al quale incombe il dovere di sorveglianza del comportamento del soggetto ammesso al lavoro, dovere per il quale il direttore si serve della polizia penitenziaria.

Insomma, in questo caso il direttore può incidere efficacemente durante lo svolgimento dell’attività lavorativa, facendo verificare il rispetto delle prescrizioni lavorative contenute nel provvedimento di ammissione.

Se il soggetto ammesso al lavoro viola le prescrizioni viene immediatamente sospeso in via precauzionale dal direttore, la revoca poi compete al magistrato di sorveglianza.

Però ci vuole coraggio! Coraggio consapevole!

A Lodi la media dei detenuti in esecuzione di pena definitiva era di circa 40 unità, io sono riuscito ad ammetterne al lavoro esterno fino a 10 unità, cioè il 25%, una percentuale rimasta imbattuta.

Non bastasse questo dinamismo, ho ammesso al lavoro esterno un ‘sex offender’ e un ‘pedofilo’, che hanno finito di scontare la pena senza inconvenientie non risultano ricadute.

Anzi, il ‘sex offender’ (reo confesso) si è sposato, vive a lavora a Lodi.

Devo spiegare.

Il ‘pedofilo’. La lettura della sentenza di primo grado (di assoluzione) mi convinse che era stato condannato in appello ingiustamente in base a prove meramente indiziarie raccolte senza le garanzie di legge, prove che furono ritenute invalide dal giudice di primo grado, valide da quello d’appello.

Devo rimarcare che non vi fu nessun soccorso né dall’amministrazione centrale né dal quella periferica. Fummo lasciati in assoluta solitudine, che ormai me a dire il vero non dispiaceva affatto.

Dopo il mio pensionamento la sezione speciale fu soppressa: era entrato in funzione il carcere megagalattico di Bollate!

Lì sono state profuse risorse economiche e di personale in abbondanza.

È stato anche detto e scritto, scorrettamente, che lì era ed è in atto il primo esperimento di trattamento di questa peculiare specie di detenuti, con metodologie non dissimili da quelle usate a Lodi.

Fa specie che non sia conosciuti da quegli specialisti il lavoro di Pier Luigi Morini “La cura dell’orco” – Sapere edizioni - Quaderni di Criminologia Clinica – 2001.

A suo tempo ne feci questa recensione, pubblicata su Diritto&Giustizia, quaderno n. 4 del 28 gennaio 2006 n. 128.

LA CURA DELL’ORCO

di Pierluigi Morini *

recensione di Luigi Morsello **

La casa circondariale di Lodi, nella realtà delle strutture penitenziarie dislocate sul territorio nazionale, è una piccola realtà che trova ospitalità in un edificio realizzato come carcere nell’anno 1905 e di recente ristrutturato, posto nel centro cittadino.

Le sue ridotte dimensioni, la sua capienza per un numero di posti letto variabile, da 60 ad 80 unità, la relativa tranquillità dell’ambiente sia sotto il profilo dei soggetti detenuti che del personale di polizia penitenziaria, consigliarono agli inizi dell’anno 1996 di riservare una delle tre sezioni ad ospitare soggetti detenuti resisi responsabili di reati di una particolare natura, i reati a sfondo sessuale, in un previsto regime di assoluta separatezza dagli altri detenuti.

Va detto che in altri istituti di pena la presenza di questa tipologia di soggetti detenuti aveva creato non pochi problemi di ordine e sicurezza, anche interni alle sezioni stesse in cui tali soggetti detenuti erano ospitati.

Contestualmente all’attivazione della sezione riservata ai c.d. “sex offenders” si provvedeva anche al reperimento di una attività lavorativa ad essi destinata, gestita da una cooperativa dal nome suggestivo (SPES), attività lavorativa consistente nella archiviazione computerizzata delle ricette per conto della sanità regionale.

È in questo contesto che l’Autore, giovane e brillante psicologo con una pregressa esperienza di lavoro in una comunità di recupero per tossicodipendenti, proponeva di attivare un “Progetto di intervento terapeutico rivolto a soggetti condannati per reati a sfondo sessuale”.

La proposta venne accolta dall’Amministrazione penitenziaria, il progetto iniziò ad essere applicato nel novembre 1996.

Nell’anno 2001 l’A. raccoglieva le proprie esperienze in un volume dal titolo anch’esso suggestivo: “La cura dell’orco”, che reca in copertina la riproduzione di un dipinto di sua proprietà, di Antonio Capovilla del 1996 intitolato “La Giustizia”, e pubblica il proprio lavoro ne “I Quaderni di Criminologia Clinica”, collana diretta dal prof. Ivano Spano della facoltà di psicologia dell’università di Padova e per i tipi della Edizioni Sapere - 2001 - Padova.

Superato lo ‘scoglio’ dell’introduzione e relativi ringraziamenti, l’A. dà la definizione dei problemi connessi al trattamento dei soggetti condannati per reati a sfondo sessuale, mostrando di possedere una consapevolezza, una approfondita lucida comprensione del mondo penitenziario. Dopo avere rimarcato la tendenza ad una progressiva espansione del fenomeno (300 i detenuti nelle sole carceri lombarde nell’anno 2001), egli afferma che i “sex offenders” sono etichettati non solo dalla società ma anche, se non di più, dai detenuti e che, per quanto paradossale ciò possa sembrare ed essere, sono essi stessi a condividere le rappresentazioni sociali e le relative argomentazioni, che li riguardano. Sia la società che gli altri detenuti li vedono come “mostri” e per ciò stesso se ne traggono sentimenti consolatori che li fa sentire come un po’ più ”normali”. Soccorre in ciò l’esperienza che l’A. ha consolidato con i soggetti tossicodipendenti, i quali dal loro “status” di malati traggono giustificazione ed auto-giustificazione per i reati commessi.

Tutto ciò non si verifica per i “mostri”.

L’A. così descrive il clima sociale, anche interno alle carceri: ”Chi si macchia di reati a sfondo sessuale incarna e rappresenta l’aberrazione umana. Come tale non ha possibilità di far ricorso ad alcuna seppur generica operazione difensiva. Non è un malato e non ha onore. Ciò a cui ha diritto, che si merita soltanto, è il confinamento al girone più periferico della marginalità. Restano quali estreme difese una ostinata negazione (sul fronte esterno) accompagnata da una continua tensione a rimuovere le vicende che hanno portato al reato (sul fronte interno)”.

Ed, ancora, così definisce le finalità dell’intervento: “promuovere un processori modificazione degli atteggiamenti che sono di ostacolo ad una costruttiva partecipazione sociale”. Ed ancora: “Il carattere dell’intervento non è impositivo ed è reso esplicito che esso è anche completamente svincolato da qualsiasi riferimento alle misure premiali ed alle misure alternative alla pena.”. Né poteva essere diversamente, un taglio meno rigoroso avrebbe potuto inquinare il progetto, molto ambizioso, nella sua esecuzione pratica.

Quindi, l’A. illustra la sua metodologia, che ripartisce in varie fasi.

La prima fase è di contatto con il soggetto detenuto, di formulazione di una diagnosi psicologica e di una sua presa in carico. L’A. fa ricorso anche a ‘tests’ psicologici, se necessario e se giustificato dal detenuto (sono due le componenti della decisone di usare i “tests”, la loro necessarietà od opportunità valutata dall’esperto – l’autore - e la condivisione del detenuto). Quindi, il soggetto detenuto viene gradualmente introdotto nel gruppo formato da altri soggetti detenuti, nel cui interno si sviluppano dinamiche di confronti reciproci, modulate dalla presenza dell’esperto e basate sul rispetto delle regole che il gruppo stesso si è dato. Dal gruppo si può uscire in qualsiasi momento ed in questo caso l’esperienza si intende conclusa.

La seconda fase sostanzia il lavoro di trattamento analitico del gruppo, sulla base di vari punti cardine, cioè le regole cui si accennava sopra.

Le valutazioni conclusive del progetto seguono a momenti di valutazione ‘in itinere’ dei singoli casi. Il primo momento di valutazione avviene nel contesto del gruppo. Infine, i risultati sono messi a disposizione del Gruppo di Osservazione e Trattamento del carcere.

L’A. auspicava iniziative di formazione del personale, coinvolgenti tutte le professionalità interagenti nelle carceri. Tali iniziative sono state formalmente adottate, ma l’A. non ne ha fatto parte, in pratica ne è stato escluso, per motivi facilmente intuibili (di natura economica e di gelosia professionale).

Ciò non può non essere considerato un danno grave ed irreparabile, perchè era l’unico operatore che poteva vantare diversi anni di esperienza sul campo.

L’opera che si sta tentando di recensire, con forti dubbi di avere anche solo lontanamente fatto comprendere l’importanza sia del lavoro fatto che dell’opera in cui è stato raccolto, costituisce l’unico esempio italiano di ‘aggressione’ al problema dei “sex offenders” detenuti.

Sul campo si ha notizia di due altri esperimenti in altrettante carceri, ma non dei loro risultati.

Certo è che l’esperimento del carcere di Lodi ha avuto il pregio di far emergere il problema, mai in precedenza affrontato in Italia sotto il profilo terapeutico, dando inizio prima ad una ricognizione del problema stesso, il progetto c.d. “FOR W.O.L.F.” (Working On Lessening Fear) al quale l’A. veniva invitato a partecipare e quindi alla elaborazione di un progetto di formazione, denominato ”progetto Chirone”, del quale l’A. non veniva invitato a far parte.

Tuttavia, l’esperienza lodigiana dava risultati concreti, per i quali diversi detenuti “sex offenders” sono stati ammessi al lavoro all’esterno, liberi nella persona, ed hanno partecipato, assieme agli altri detenuti (unico esempio di integrazione) alla redazione di un mensile interno di informazione e cultura, che gli interessati chiamavano “UOMINI LIBERI” e che trovava ospitalità ogni mese nel quotidiano IL CITTADINO di Lodi, oltre ad essere distribuito, gratuitamente, in versione patinata.

Ed ancora, la stessa è stata oggetto di tesi di laurea di Elena Zeni , studentessa lodigiana della facoltà di giurisprudenza dell’Università degli Studi di Milano, dal titolo rigoroso “Il trattamento penitenziario dei condannati per violenza sessuale”.

L’esperienza lodigiana è purtroppo conclusa.

Ne resta preziosa testimonianza l’opera che si è tentato di recensire.

* psicologo, consulente anche per S. Vittore, uno dei fondatori dell’Osservatorio Regionale Autori di Reati a Sfondo Sessuale presso il Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria di Milano, referente regionale del Coordinamento Nazionale Psicologi Penitenziari, docente presso la facoltà di Psicologia dell’Università di Padova e presso l’Università Europea Jean Monnet di Bruxelles

** Ispettore generale dell’Amministrazione penitenziaria

giovedì 25 febbraio 2010

LA MIA VITA DENTRO

Il reinserimento difficile di chi vive all’inferno.

Fa riflettere il libro che racconta anni di storie ed esperienze nelle carceri In questa esistenza moderna, affollata di stimoli e luoghi, di cose e persone, in cui è garantita la libertà di fare ciò che (più o meno) si vuole da liberi cittadini, spesso non riusciamo neanche ad immaginare la vita dei reclusi.

L’esperienza umana e sociale del carcere rimane una delle più traumatiche. Ce ne parla Luigi Morsello in un bel libro a cura di Francesco de Filippo e Roberto Ormanni intitolato “La mia vita dentro”.

Morsello ha avuto esperienza diretta del carcere, e da un osservatorio privilegiato: è stato per trentasei anni in ventidue istituzioni carcerarie dirigendone sette, dalle più dure – cui venivano destinati mafiosi e terroristi – alle più “dolci” orientate al reinserimento dei detenuti nella società.

Un libro fatto di storie e di persone dimenticate da tutto e da tutti, vicende che però costituiscono l’ossatura di un’Italia così poco patinata che noi persone libere vogliamo istintivamente ignorare, perché suggeriscono troppa disperazione e troppo male di vivere. Teoricamente il carcere dovrebbe essere un luogo di rieducazione ma, come scrive il magistrato Pier Luigi Vigna nella prefazione al libro, “il sovraffollamento e l'indistinzione tra ‘definitivi ’ e soggetti in attesa di giudizio, mortificano la persona e rendono improbabile ogni tentativo di rieducazione”.

È difficile reinserire una persona nella società, dopo averla inserita in un girone infernale.

MASSIMO CAVIGLIA

DNews

Roma, 25.2.2010

Giovedì

giovedì 18 febbraio 2010

mercoledì 10 febbraio 2010

LA MIA VITA DENTRO

IL LIBRO E' IN LIBRERIA E PRESSO I DISTRIBUTORI DA OGGI
IL PREZZO E' DI EURO 14,00
SARO' GRATO A TUTTI COLORO CHE LO ACQUISTERANNO E VORRANNO FARMI CONOSCERE IL LORO (S)GRADIMENTO
LUIGI MORSELLO

martedì 26 gennaio 2010

LA MIA VITA DENTRO


“La mia vita dentro” è diventata un preciso progetto editoriale che era lontanissimo dalle mie intenzioni.
Come afferma Pier Luigi Morini nella sua postfazione “... il tanto temuto direttore invitava la collega Romanini e me nel suo studio e con tutti gli onori di un eccellente ospite, iniziando con il rito del caffè che da buon napoletano era maestro nel preparare, tra una suite di Bach e un aneddoto tratto dalla sua esperienza personale…”, ripetutamente negli ultimi anni della mia attività alla guida di un carcere mi accadeva di raccontare di mie esperienze e più di una persona mi stimolava a scriverne.
Queste sollecitazioni mi facevano sorridere, pensavo “Io non sono uno scrittore, a malapena riesco a dirigere un carcere, figuriamoci” e le liquidavo con una risata, come se mi avessero raccontato una barzelletta, che tra l’altro non mi fanno impazzire.
In previsione della pensione prossima ventura (1.2.2005) pensavo a cosa avrei fatto dopo e mi rispondevo: buone letture, musica, tenermi in contatto col mondo tramite Internet (avevo iniziato ad imparare ad usare un computer in data età). Mi doveva bastare. E mi bastava!
Quale direttore del carcere di Lodi, attività che mi assorbiva per una minima parte dell’orario lavorativo (carcere piccolo, mi assorbiva per si e no tre ore al giorno), avevo stipulato un abbonamento con la Gazzetta Giuridica della Giuffrè editore, che evolse nel 2000 in Diritto & Giustizi@ la cui direzione fu incaricata a Roberto Ormanni, come anche ero abbonato alla banca dati Juris Data sempre della Giuffrè.
Due circostanze furono propizie, una infausta, il suicidio della collega Armida Miserere (che aveva diretto anche il carcere di Lodi in tempi per lei ancora felici), che mi stimolò a scrivere le mie emozioni (la conoscevo personalmente) e il direttore di Diritto & Giustizi@ (al quale fra gli altri avevo inviato ciò che avevo scritto), che, con mia autentica sorpresa, mi rispose personalmente con una mail del 2 maggio 2005 CHE così recitava: “Gentile Ispettore, l'articolo, come prevedevo, è davvero utile e interessante.
Limitatamente a quanto è per noi possibile contribuire, sono felice di pubblicarlo sull'edizione on line di domani e penso di ripubblicarlo anche sull'edizione cartacea settimanale la prossima settimana.
Sono consapevole di quanto siano inascoltate riflessioni che non indulgano alla spettacolarizzazione e all'esasperazione dei toni.
E tuttavia credo che sia nostro dovere essere in pace con i valori etici della società, sebbene mistificati, e provarci.
Così da poter guardare almeno a noi stessi con serenità.
Grazie, davvero.
Roberto Ormanni
”.
Sobbalzai dalla sedia davanti al P.C., rischiando di cadere a terra.
Una simile sensibilità mi era del tutto sconosciuta, se si eccettua il grande Girolamo Minervini, del quale ho scritto.
Puntualmente, la mia lettera Ormanni la pubblicò e ciò diede inizio ad un rapporto professionale, basato sulla sua stima (immeritata) nei miei confronti e la mia ammirazione per un grande giornalista, che pubblicò anche una mia recensione ad un saggio, titolato “La cura dell’Orco” di Pier Luigi Morini.
La inserisco una questa mia nuova presentazione del libro.

“La cura dell’orco
di Pierluigi Morini *
recensione di Luigi Morsello **

La casa circondariale di Lodi, nella realtà delle strutture penitenziarie dislocate sul territorio nazionale, è una piccola realtà che trova ospitalità in un edificio realizzato come carcere nell’anno 1905 e di recente ristrutturato, posto nel centro cittadino.
Le sue ridotte dimensioni, la sua capienza per un numero di posti letto variabile, da 60 ad 80 unità, la relativa tranquillità dell’ambiente sia sotto il profilo dei soggetti detenuti che del personale di polizia penitenziaria, consigliarono agli inizi dell’anno 1996 di riservare una delle tre sezioni ad ospitare soggetti detenuti resisi responsabili di reati di una particolare natura, i reati a sfondo sessuale, in un previsto regime di assoluta separatezza dagli altri detenuti.
Va detto che in altri istituti di pena la presenza di questa tipologia di soggetti detenuti aveva creato non pochi problemi di ordine e sicurezza, anche interni alle sezioni stesse in cui tali soggetti detenuti erano ospitati.
Contestualmente all’attivazione della sezione riservata ai c.d. “sex offenders” si provvedeva anche al reperimento di una attività lavorativa ad essi destinata, gestita da una cooperativa dal nome suggestivo (SPES), attività lavorativa consistente nella archiviazione computerizzata delle ricette per conto della sanità regionale.
È in questo contesto che l’Autore, giovane e brillante psicologo con una pregressa esperienza di lavoro in una comunità di recupero per tossicodipendenti, proponeva di attivare un “Progetto di intervento terapeutico rivolto a soggetti condannati per reati a sfondo sessuale”.
La proposta venne accolta dall’Amministrazione penitenziaria, il progetto iniziò ad essere applicato nel novembre 1996.
Nell’anno 2001 l’A. raccoglieva le proprie esperienze in un volume dal titolo anch’esso suggestivo: “La cura dell’orco”, che reca in copertina la riproduzione di un dipinto di sua proprietà, di Antonio Capovilla del 1996 intitolato “La Giustizia”, e pubblica il proprio lavoro ne “I Quaderni di Criminologia Clinica”, collana diretta dal prof. Ivano Spano della facoltà di psicologia dell’università di Padova e per i tipi della Edizioni Sapere - 2001 - Padova.
Superato lo ‘scoglio’ dell’introduzione e relativi ringraziamenti, l’A. dà la definizione dei problemi connessi al trattamento dei soggetti condannati per reati a sfondo sessuale, mostrando di possedere una consapevolezza, una approfondita lucida comprensione del mondo penitenziario. Dopo avere rimarcato la tendenza ad una progressiva espansione del fenomeno (300 i detenuti nelle sole carceri lombarde nell’anno 2001), egli afferma che i “sex offenders” sono etichettati non solo dalla società ma anche, se non di più, dai detenuti e che, per quanto paradossale ciò possa sembrare ed essere, sono essi stessi a condividere le rappresentazioni sociali e le relative argomentazioni, che li riguardano. Sia la società che gli altri detenuti li vedono come “mostri” e per ciò stesso se ne traggono sentimenti consolatori che li fa sentire come un po’ più ”normali”. Soccorre in ciò l’esperienza che l’A. ha consolidato con i soggetti tossicodipendenti, i quali dal loro “status” di malati traggono giustificazione ed auto-giustificazione per i reati commessi.
Tutto ciò non si verifica per i “mostri”.
L’A. così descrive il clima sociale, anche interno alle carceri: ”Chi si macchia di reati a sfondo sessuale incarna e rappresenta l’aberrazione umana. Come tale non ha possibilità di far ricorso ad alcuna seppur generica operazione difensiva. Non è un malato e non ha onore. Ciò a cui ha diritto, che si merita soltanto, è il confinamento al girone più periferico della marginalità. Restano quali estreme difese una ostinata negazione (sul fronte esterno) accompagnata da una continua tensione a rimuovere le vicende che hanno portato al reato (sul fronte interno)”.
Ed, ancora, così definisce le finalità dell’intervento: “promuovere un processo di modificazione degli atteggiamenti che sono di ostacolo ad una costruttiva partecipazione sociale”. Ed ancora: “Il carattere dell’intervento non è impositivo ed è reso esplicito che esso è anche completamente svincolato da qualsiasi riferimento alle misure premiali ed alle misure alternative alla pena.”. Né poteva essere diversamente, un taglio meno rigoroso avrebbe potuto inquinare il progetto, molto ambizioso, nella sua esecuzione pratica.
Quindi, l’A. illustra la sua metodologia, che ripartisce in varie fasi.
La prima fase è di contatto con il soggetto detenuto, di formulazione di una diagnosi psicologica e di una sua presa in carico. L’A. fa ricorso anche a ‘tests’ psicologici, se necessario e se giustificato dal detenuto (sono due le componenti della decisone di usare i “tests”, la loro necessarietà od opportunità valutata dall’esperto – l’autore - e la condivisione del detenuto). Quindi, il soggetto detenuto viene gradualmente introdotto nel gruppo formato da altri soggetti detenuti, nel cui interno si sviluppano dinamiche di confronti reciproci, modulate dalla presenza dell’esperto e basate sul rispetto delle regole che il gruppo stesso si è dato. Dal gruppo si può uscire in qualsiasi momento ed in questo caso l’esperienza si intende conclusa.
La seconda fase sostanzia il lavoro di trattamento analitico del gruppo, sulla base di vari punti cardine, cioè le regole cui si accennava sopra.
Le valutazioni conclusive del progetto seguono a momenti di valutazione ‘in itinere’ dei singoli casi. Il primo momento di valutazione avviene nel contesto del gruppo. Infine, i risultati sono messi a disposizione del Gruppo di Osservazione e Trattamento del carcere.
L’A. auspicava iniziative di formazione del personale, coinvolgenti tutte le professionalità interagenti nelle carceri. Tali iniziative sono state formalmente adottate, ma l’A. non ne ha fatto parte, in pratica ne è stato escluso, per motivi facilmente intuibili (di natura economica e di gelosia professionale).
Ciò non può non essere considerato un danno grave ed irreparabile, perchè era l’unico operatore che poteva vantare diversi anni di esperienza sul campo.
L’opera che si sta tentando di recensire, con forti dubbi di avere anche solo lontanamente fatto comprendere l’importanza sia del lavoro fatto che dell’opera in cui è stato raccolto, costituisce l’unico esempio italiano di ‘aggressione’ al problema dei “sex offenders” detenuti.
Sul campo si ha notizia di due altri esperimenti in altrettante carceri, ma non dei loro risultati.
Certo è che l’esperimento del carcere di Lodi ha avuto il pregio di far emergere il problema, mai in precedenza affrontato in Italia sotto il profilo terapeutico, dando inizio prima ad una ricognizione del problema stesso, il progetto c.d. “FOR W.O.L.F.” (Working On Lessening Fear) al quale l’A. veniva invitato a partecipare e quindi alla elaborazione di un progetto di formazione, denominato ”progetto Chirone”, del quale l’A. non veniva invitato a far parte.
Tuttavia, l’esperienza lodigiana dava risultati concreti, per i quali diversi detenuti “sex offenders” sono stati ammessi al lavoro all’esterno, liberi nella persona, ed hanno partecipato, assieme agli altri detenuti (unico esempio di integrazione) alla redazione di un mensile interno di informazione e cultura, che gli interessati chiamavano “UOMINI LIBERI” e che trovava ospitalità ogni mese nel quotidiano IL CITTADINO di Lodi, oltre ad essere distribuito, gratuitamente, in versione patinata.
Ed ancora, la stessa è stata oggetti di tesi di laurea di Elena Zeni, studentessa lodigiana della facoltà di giurisprudenza dell’Università degli Studi di Milano, dal titolo rigoroso “Il trattamento penitenziario dei condannati per violenza sessuale”.
L’esperienza lodigiana è purtroppo conclusa.
Ne resta preziosa testimonianza l’opera che si è tentato di recensire.
* psicologo, consulente anche per S. Vittore, uno dei fondatori dell’Osservatorio Regionale Autori di Reati a Sfondo Sessuale presso il Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria di Milano, referente regionale del Coordinamento Nazionale Psicologi Penitenziari, docente presso la facoltà di Psicologia dell’Università di Padova e presso l’Università Europea Jean Monnet di Bruxelles
** Ispettore generale dell’Amministrazione penitenziaria
”.
Ci presi gusto, avevo trovato qualcosa che mi assorbiva e mi impegnava molto, Roberto pubblicò quasi tutto ciò che gli inviavo, qualcosa non ne valeva proprio la pena, evidentemente.
Quando Roberto Ormanni lasciò la guida della sua creatura (un testata online quotidiana, un supplemento cartaceo settimanale), io non rinnovai gli abbonamenti, ma continuai a collaborare con una sua nuova testata giornalistica online "IL PARLAMENTARE" (ilparlamentare.it).
Nel frattempo collaboravo con una testata locale “IL GIORNALE DI EBOLI” (ilgiornaledieboli.it), curandone l’edizione online.
Finita quella collaborazione, decisi di aprire il blog “IL GIORNALIERI” (la sgrammaticatura è intenzionale). Di lì a scrivere delle mie esperienze ‘carcerarie’ il passo fu breve. Anche Ormanni le pubblicava, trovandole interessanti. Dopo 9-10 puntate, senza seguire una linea temporale ma solo il filo dei ricordi (non avendo mai presso appunti, avevo altro a cui pensare) logico che si pensasse e si tentasse di farne un libro.
Le motivazioni, la ragione d’essere di questo racconto, che attraverso tanti racconti, percorre tutta la mia vita totalmente calata nel mio lavoro, l’ha bene individuata Roberto Ormanni.
Ecco il suo pensiero.
“L'umanità cancellata, gli sprechi eccetera che altri raccontano in riflessioni sul carcere nessuno lo mette in dubbio, però - soprattutto in Italia - la storia non è fatta dai "sistemi", dai meccanismi, dalle istituzioni in senso impersonale e astratto, perché questi (sistemi, meccanismo, istituzioni) o non funzionano, funzionano male o funzionano in modo parallelo per soddisfare bisogni - spesso illegittimi - di singoli invece delle necessità collettive. La storia d'Italia, passata ma anche presente, è fatta da uomini. L'ospedale funziona se c'è un bravo primario (perché con uno incapace il "sistema" non funziona); la giustizia funziona se ci sono bravi magistrati (e anche bravi avvocati), il carcere funziona se ci sono bravi dirigenti. Ecco perché, come diceva qualcuno e ripeteva Giovanni Falcone: povero il Paese che ha bisogno di eroi. L'Italia ha sempre bisogno di eroi, tutti i giorni: il benzinaio eroico che non ruba sulla benzina (ché altrimenti il "sistema", il "meccanismo" è fatto in modo tale che rubare sarebbe semplicissimo); il medico eroe che fa il suo dovere anche se la direzione amministrativa gli dice che non ci sono i soldi per le garze, il direttore del carcere eroe perché non approfitta del suo potere di affidare lavori di manutenzione, di ristrutturazione, a chi gli pare (per motivi di sicurezza è ammessa la licitazione privata) facendo il proprio interesse più che quello del carcere; il capo del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria eroe perché non si limita a contenere lo status quo al fine di proteggere la sua lucrosa indennità di capo della polizia e, invece, si dà da fare per tentare di cambiare strada; l'impiegato comunale eroe perché sebbene il meccanismo gli consentirebbe mille scuse, si impegna per farci avere il certificato effettivamente in pochi minuti come prevede una legge scritta da qualcuno che non si è preoccupato di adeguare i "meccanismi"; il giornalista eroe perché rinuncia alla comodità del posto in seconda fila alla prima teatrale scrivendo ciò che è giusto - almeno per lui - sull'ultimo spettacolo in cartellone e non ciò che è "bene". Insomma, il nostro libro, secondo me, è la storia di ciò che accade tutti i giorni, è accaduto per trent'anni e continuerà ad accadere. E soltanto una piccola parte di questa storia sono i libri settoriali, ma tutto il resto di ciò che è raccontato da te (e da noi) per la gran parte rappresenta la ragione che, nonostante tutto, tiene in piedi un Paese che, se fosse all'epoca degli antichi greci, sarebbe stato abbandonato per fondarne un altro e, con esso, fondare una nuova etica pubblica e una nuova morale privata.”


Luigi Morsello

venerdì 22 gennaio 2010

LA MIA VITA DENTRO



Presentazione di Pier Luigi Morini*

Leggo i tanti racconti che si intrecciano in questo libro ed osservo affascinato con quale profondità e nitidezza emergano i fondamentali del rapporto dialettico tra qualsiasi diritto penitenziario e qualsiasi sua declinazione pratica. In “Sorvegliare e punire” M Foucault scriveva a proposito del carcere che esso assolve la sua funzione principale in quanto luogo di assoggettamento dei corpi, sia “dentro” che “fuori” le mura. Assoggettamento del corpo dei detenuti, quindi, ma anche del corpo di chi opera all’interno del “dispositivo carcerario” come medici, psicologi, educatori, dirigenti amministrativi e, non con minore efficacia, assoggettamento del corpo di coloro che fruiscono dello “spettacolo del penitenziario”.
L’autore, che di istituti penitenziari ne ha diretti tanti in diverse regioni d’Italia, in una parabola temporale che giunge fino ai giorni nostri abbracciando più di mezzo secolo, svela i sottili particolari del complesso e solo apparentemente caotico dispositivo carcerario con una testimonianza storica lucida e attenta al contesto sociale e culturale del “fuori”. Personaggi anonimi ed illustri si susseguono in una atmosfera a volte tragica a volte surreale, a volte iper-reale, per colorare con le loro vicende umane uno spaccato della storia del nostro paese che rinviene da un brusio di fondo in cui sovente si confondono il clangore di cancelli e le note acute della fanfara delle celebrazioni ufficiali. La narrazione curiosamente si ferma a diversi anni prima che Morsello si congedasse dall’Amministrazione Penitenziaria, gli anni della sua direzione di Lodi, dove abbiamo lavorato insieme. Potrei restare all’opera, ma preferisco lasciare la sorpresa al lettore e dedicare il breve tempo di una prefazione per parlare della mia esperienza dell’autore.
La fama di Morsello raggiunse la Casa Circondariale di Lodi diverse settimane prima ch’egli venisse a dirigerla. Gli eventi di Pavia erano già noti agli operatori dell’Amministrazione Penitenziaria che non mancavano di trasmettere la loro preoccupazione. Già da alcuni anni, insieme alla collega Marika Romanici, gestivo un progetto sperimentale per il trattamento di detenuti autori di reati sessuali come ci era stato richiesto dalla precedente direttrice, ora direttrice C.C. di Milano “San Vittore”. Poichè Lodi rappresentava l’unica realtà attiva sul fronte “sexual offenders” nell’intero panorama nazionale l’iniziativa godeva del pieno appoggio del Provveditorato Regionale della Lombardia. L’annuncio dell’arrivo di Morsello coincise con la quasi certezza che “sarebbe finito tutto” ed invece tale arrivo coincise con il periodo più fertile del progetto nonchè della mia formazione nella filosofia del diritto penitenziario. Ogni qualvolta il “progetto Lodi” si incagliava in qualche paradosso che sembrava ineludibile nella declinazione pratica di qualsiasi Ordinamento Penitenziario il tanto temuto direttore invitava la collega Romanini e me nel suo studio e con tutti gli onori di un eccellente ospite, iniziando con il rito del caffè che da buon partenopeo era maestro nel preparare, tra una suite di Bach e un aneddoto tratto dalla sua esperienza personale, ci rendeva pratica tale filosofia illustrandoci il modo di dipanare la matassa. Sempre con una precisione lessicale ed un gusto per la parola che non ha nulla a che vedere coi vuoti tecnicismi di molti esperti del diritto.
Leggendo questo libro ho riconosciuto alcuni frammenti delle preziose lezioni di quel periodo e sono felice del fatto che il dr. Morsello abbia deciso di estendere tale privilegio al grande pubblico.

Pierluigi Morini
* psicologo, consulente anche per S. Vittore, uno dei fondatori dell’Osservatorio Regionale Autori di Reati a Sfondo Sessuale presso il Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria di Milano, referente regionale del Coordinamento Nazionale Psicologi Penitenziari, docente presso la facoltà di Psicologia dell’Università di Padova e presso l’Università Europea Jean Monnet di Bruxelles
Collana: iSaggi
Data di uscita: 20 febbraio 2010
Pagine: 208
Prezzo di copertina: € 14.00
Isbn: 978-88-89602-93-5