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mercoledì 30 novembre 2011

La "Gioconda nordica" salvi l'euro


ENZO BETTIZA

Il Financial Times concede al vascello dell’euro alla deriva non più d’una decina di giorni prima di affondare. Ne sapremo qualcosa, per il meglio o il peggio, entro nove giorni, allorché a Bruxelles si riunirà il vertice dei capi di Stato e di governo per discutere, secondo il presidente dell’Ue Van Rompuy, il progetto di «una vera e propria road map» di salvataggio della moneta comune.

Il timore diffuso è che Angela Merkel non cerchi, anche in questa occasione, d’imprimere alla mappa una strategia conforme agli interessi nazionali tedeschi o ai suoi personalissimi calcoli elettorali.

Sinora infatti nella sala macchine dell’Eurozona, coi motori fermi, si è sentito solo il rimbombo dei veti della cancelliera, il cui pugno di ferro emerge sempre più scoperto fuori dal guanto di velluto. Il repertorio è noto. No durissimi alla Grecia disprezzata; mezzi no all’Italia prima incalzata, poi blandita con l’arrivo di Monti, infine apparentemente promossa con la partecipazione, assieme alla Germania e alla Francia, al progetto di una «unione della stabilità» che non si sa bene come funzionerà; assoluti no al lancio nella burrasca di salvagenti d’emergenza, chiamati eurobond. E soprattutto no ad un intervento autonomo e risolutivo, sulle operazioni di salvataggio, della Banca centrale europea che dà invece l’impressione di agire come una semifiliale della vetocratica Bundesbank tedesca.

Ma chi è, in fondo in fondo, da dove spunta, dove si è plasmata, con quali ideali o ambizioni è cresciuta Angela Dorothea Kasner (Merkel è nome preso dal primo marito) che veniva dal freddo e che, dopo la caduta del Muro, era conosciuta solo da pochi notabili dei partiti cristiani Cdu e Csu che ne determineranno la fulminea ascesa ai vertici della Germania riunificata? Quando nel 2005 diventa il primo cancelliere donna della storia tedesca, «Der Spiegel» la presenta al pubblico occidentale come una massaia conservatrice, di tradizione luterana, dal «sorriso enigmatico di una Gioconda nordica». Ma alle spalle della cancelliera cinquantenne, se non «la vita degli altri» in senso deleterio e cinematografico, c’era stata la vita di un’altra Angela, un’altra persona, la quale mai avrebbe potuto immaginare di essere destinata - lei, partorita quasi per caso in un oscuro villaggio della Ddr - a rappresentare un giorno sulla scena mondiale ottanta milioni di tedeschi riuniti.

Suo padre, il pastore protestante Horst Kasner, detto da qualcuno «il prete rosso», si spostava spesso tra le due Germanie intrattenendo buoni rapporti, in quella comunista, sia con gli antichi insediamenti evangelici che con le nuove autorità ulbrichtiane. La penuria di pastori spingeva prelati volenterosi alle missioni nell’Est; ma non sempre la cosa veniva vista di buon occhio da Ovest, anche perché l’epoca era già segnata dalle fughe in direzione opposta, verso la Repubblica federale, di milioni e milioni di tedeschi orientali. Angela Kasner era nata in quell’epoca e aveva continuato a vivere «di là» senza troppe inquietudini ideologiche o bovaristiche, sempre in tranquilla o apparente pace con tutti. Con se stessa, con la religione del padre, con lealtà neutrale nei confronti del regime, perfino con le organizzazioni giovanili comuniste di cui, pur cristiana osservante, fece per qualche tempo parte attiva. Da noi si usava una volta il termine «cattocomunista»; forse, per la giovane Angela, scaltra, attenta, duplice, sfuggente, si sarebbe potuto adoperare con dovuta cautela quello di «luterocomunista». Imparò alla perfezione il russo, ammirando in particolare la superzarina, Caterina la Grande, nata come lei in Germania orientale. Studiò con profitto fisica all’università di Lipsia e, più tardi, operò anche all’Istituto per la chimica fisica dell’Accademia delle scienze di Berlino Est. Insomma, una studiosa capace, integrata nel sistema, alla quale mai sarebbe venuto in mente di rompere le righe e rischiare il salto del Muro per raggiungere la libertà nel settore occidentale dell’ex capitale. Non a caso dice di se stessa: «Ho bisogno di tempi lunghi e cerco quanto più possibile di riflettere prima di agire».

Aspettò che il comunismo e il Muro cadessero, o implodessero da soli, prima di tuffarsi con un piccolo ma influente movimento, «Risveglio democratico», nell’arena politica di una Germania in parte sconvolta e in gran parte esaltata dall’imminente riunificazione nazionale. Fu in quel clima di cambi della guardia, di fusioni monetarie, di processi volatili, di assoluzioni facili, d’embrassons-nous, che l’aspirante scienziata Kasner si mutò d’un colpo nell’aspirante cancelliera Merkel e compì, nel giro di quindici anni, la più inattesa e straordinaria carriera politica del Duemila. Si potrebbe evocare lo scatto metamorfico di una folgore fredda. Porta il suo movimento dell’Est ad allearsi e fondersi nella Cdu, entra nelle grazie di Helmut Kohl, che presiede lo storico partito democristiano e già prepara il cambio del marco orientale e la riunificazione; dopodiché passerà indifferente sopra il cadavere politico di Kohl, celebrato dal mondo intero, ma travolto da uno scandalo finanziario. Dirà senza batter ciglio: «E’ ora che se ne vada». E’ lei, das Mädchen, «la ragazza», come bonariamente o ipocritamente la chiamano seguaci e rivali all’interno della Cdu, che non intende andarsene più via; è lei, non più ostacolata dalla mole protettiva e dai meriti storici di Kohl, che si accinge alla conquista di due cancellierati uno dopo l’altro, coalizzandosi prima con i socialdemocratici e in seguito alleandosi da posizioni di forza con i liberali; è lei, già esperta di chimica, che adesso comincia a trattare come «molecole» problemi e personaggi coinvolti nel gioco politico.

A questo punto si sarà forse capito con che razza di animale politico imprevedibile, inafferrabile, caparbio, avranno a che fare il 9 dicembre soprattutto quei capi di governo più interessati a salvare dal naufragio l’euro e l’Europa comunitaria in quanto tale. Kohl, l’ultimo dei cancellieri europeisti di cui Adenauer fu il primo, un Kohl pressoché dimenticato, sulla sedia a rotelle, col fantasma di una moglie suicida dietro le spalle, si è già preso una rivincita attaccando l’ex pupilla scavalcatrice sul giornale «Der Tagesspiegel»: «La cancelliera, con la sua linea molto pericolosa nei confronti dell’euro, sta distruggendo la mia Europa». Voleva dire l’Europa occidentale dei renani, cattolica dei bavaresi, vicina a uomini di frontiera come l’alsaziano Schuman o il trentino De Gasperi; un’Europa che probabilmente non ha mai ispirato, ma piuttosto ingessato, le mosse di una protestante, una puntigliosa nordica, una quasi prussiana, cresciuta in scuole d’impianto scientifico e manicheo, culturalmente sensibile ai mondi e agli idiomi slavi. Kohl ha poi smentito di averlo detto, ma si sa che le smentite, in sede di giornalismo politico, equivalgono spesso a una riconferma rafforzata. Vedremo a giorni, nella capitale virtuale dell’Ue, se Angela Merkel si comporterà allo stesso modo con cui, ancora bambina o quasi, affrontava le prove di nuoto ai margini della piscina. Una sua biografa ufficiale, Margaret Heckel, scrive che la piccola scolara poteva passare un’intera lezione accovacciata e immota sul trampolino. Solo quando le giungeva dalla palestra lo squillo finale del campanello, riusciva a trovare il coraggio di fare il salto nell’acqua.

Tanti oggi sperano che la zarina dell’Unione, che sulla scrivania tiene un ritratto settecentesco di Caterina la Grande, trovi il coraggio di tuffarsi in extremis fra i marosi per trarre in salvo l’euro. Basterebbe, per esempio, che cessasse di opporsi a quello che i politici più responsabili e gli osservatori più acuti chiedono da tempo: concedere alla Banca di Francoforte il ruolo di prestatore di ultima istanza ai Paesi indebitati. Anche in termini fonetici quel drammatico ruolo può evocare l’ultima bombola d’ossigeno in una stanza di rianimazione: basta talora il ritardo di un minuto secondo, uno solo, a spegnere il rantolo del malato grave e farlo morire.

martedì 16 agosto 2011

L'apparente declino dell'America


ENZO BETTIZA

Dopo gli implacabili giorni neri in Borsa e la pagina nerissima dell’estenuante trattativa sul debito pubblico tra repubblicani e democratici, aggravati dalla dura stangata inflitta da Standard&Poor’s all’amministrazione Obama, diversi osservatori hanno cominciato a parlare in termini allarmati del crepuscolo a cui starebbero avviandosi gli Stati Uniti. Hanno puntato il dito sullo spettro apocalittico del «default», che ha battuto colpi sinistri alle porte della Casa Bianca e del Congresso. Vi hanno visto una sorta di preannuncio macabro dell’abisso con partecipazione, sul fondale, di altre astrazioni opache e non meno fantomatiche: società di rating inaffidabili, hedge funds enigmatici, banche ombra misteriose e così via.

Ma ciò che impressiona, di queste analisi negative, non è solo l’indicazione delle inarrestabili conseguenze di una crisi a scadenza ignota, innescata fin dal 2008 dalle due maggiori piazze finanziarie del mondo, Wall Street e la City di Londra. Impressiona ancor più un certo pessimismo generalizzato che sembra riecheggiare, in versione aggiornata, le vecchie profezie spengleriane sul tramonto dell’Occidente. Un pessimismo autolesionista, tous azimuts. Il quale, andando al di là del dissesto economico, finisce con l’appannare l’immagine politica, militare, sociale, culturale dell’America in quanto tale: Paese guida dell’Occidente e, almeno fino all’altroieri, anche modello di riferimento paradigmatico per emergenti potenze non occidentali come Cina e India o non anglosassoni come il Brasile.

In questi giorni è facile arrivare alla frettolosa conclusione che gli Stati Uniti si trovano in un disastroso vicolo cieco e che non potranno più continuare a considerarsi e comportarsi come la prima superpotenza del mondo.

Detto questo, dovremmo però separare una concreta realtà storica, il continente nordamericano nella sua contraddittoria complessità, dall’immagine offuscata che oggi proietta di sé «la Repubblica imperiale» come la definiva Aron. Ai valori finanziari in caduta libera dagli altari di Wall Street ha corrisposto, indubbiamente, una forte caduta dei valori d’immagine, direi ideologici, della tradizione idealista cara all’America anglosassone.

I segni particolari e gli impulsi interventisti di tale anglosassonità s’erano rivelati con energia crescente, sul piano planetario, durante e dopo le due guerre mondiali. Prima con i famosi «14 punti» di Wilson, quindi con Roosevelt in stretta alleanza con l’Inghilterra assediata dai tedeschi, infine con Truman e col supporto dell’Europa occidentale, ricostruita dal Piano Marshall e integrata nella Nato, l’America era diventata portatrice e la garante globale di quel retaggio etico di fondo protestante che doveva distinguerla anche nella Guerra fredda contro l’espansionismo sovietico.

I rigori bellici e postbellici con risvolto umanitario, promossi in campo internazionale, dovevano prolungarsi per tre quarti di secolo: dalla wilsoniana autodeterminazione dei popoli al ponte aereo per il salvataggio di Berlino, fino all’intervento di Clinton contro la Serbia a favore degli albanesi del Kosovo. Perfino gli interventi armati più discussi - il Vietnam di Kennedy e Johnson, i due Iraq di Bush padre e figlio, l’eterno Afghanistan pesantemente ereditato da Barack Obama - si sono svolti bene o male, talora in maniera manichea, all’insegna comunque dei valori anglosassoni in difesa della democrazia e della liberazione degli oppressi. Ma l’America odierna, l’America neo-isolazionista di Obama, dà l’impressione di una graduale ritirata dalla grande politica estera, affidando quel che ne resta ai droni senza pilota e ad isolate e spettacolari azioni punitive come l’uccisione di Bin Laden.

Lo smalto scrostato o, peggio, il sospetto d’abbandono da parte dell’America dei suoi tradizionali valori morali non è una buona notizia per i maggiori Paesi europei in difficoltà, che stanno perdendo sempre più di vista l’altra sponda atlantica, a cominciare dalla cugina Inghilterra. Non lo è nemmeno per l’Occidente nel suo composito allargamento postcomunista, né per quella parte occidentalizzata e sofferente del globo, come il Giappone, che nella diffusa onnipresenza americana vedeva una rassicurante protezione strategica e uno stimolo emulativo per i settori avanzati della tecnica e dell’economia.

La delusione, accompagnata da una sensazione di vuoto e di smarrimento esistenziale, s’è fatta sentire con forza ovviamente più intensa e angosciata in America che altrove. Certi valori domestici più solidaristi, anch’essi a loro modo d’impronta anglosassone, rooseveltiana e keynesiana, stroncati come «socialisti» dai predicatori vetero-puritani del Tea Party, non sono stati realizzati che per un fluttuante decimo dal presidente Obama: egli ha deluso troppi americani che l’avevano votato, in tempi di grande crisi, intravedendo o stravedendo in lui un erede naturale del New Deal di Roosevelt. Il risanamento in extremis del capitalismo sfibrato, minacciato d’infarto dalla violenta depressione del 1929, risanamento operato da Roosevelt con un vasto programma di lavori pubblici e interventi di assistenza sociale, aveva finito per dimezzare la disoccupazione e produrre una sorprendente ripresa economica; era iniziata l’era moderna di un puritanesimo nuovo, più popolare, meno elitario, meno wasp: quella del Welfare anglosassone.

Con Obama purtroppo non s’è ripetuto il miracolo teorizzato da Keynes e attuato dal più grande presidente americano del secolo scorso. I cantieri per lavori pubblici si vedono qua e là, in diversi Stati, ma funzionano a rilento. La disoccupazione aumenta. La decantata assistenza sanitaria è da un pezzo bloccata. Quel che stenta malamente in piedi è soltanto un compromesso al ribasso dei parlamentari democratici, disprezzati dalla sinistra liberal, con quelli repubblicani, incalzati e ricattati dalla destra populista. Mai la classe politica americana era apparsa così lacerata, polarizzata, intossicata da simili rancori e rivalità personali; mai nelle vicende del Congresso i due partiti s’erano mostrati così incapaci di mobilitarsi, sulla nave in pericolo, attorno a un comandante che sembra vivere la tempesta più da spettatore che da combattente e pensare soprattutto alla propria rielezione nel novembre 2012.

Ma la realtà profonda del colosso a stelle e strisce, quella a cui molti osservatori costernati guardano oggi di meno, o solo superficialmente, è tuttavia diversa dall’immagine di declino che ci offrono i valori tradizionali più noti della storia e della mentalità americane. Vale la pena di citare, in proposito, un interessante articolo controcorrente che il politologo Moisés Naìm ha pubblicato sul «Sole - 24 Ore».

«La Borsa è crollata e ci saranno tagli che colpiranno il bilancio di settori importanti come le forze armate. Ma, anche così, il vantaggio di cui godono gli Stati Uniti sui propri rivali è talmente ampio da non far perdere al Paese la prima posizione. La sola flotta della guardia costiera possiede più mezzi navali di tutti quelli delle dodici marine da guerra più imponenti a livello mondiale». C’è poi l’incremento demografico, che negli Stati Uniti continua ad aumentare, mentre in quasi tutti i Paesi ricchi è in stallo o diminuisce. Inoltre la nazione di Obama seguita a essere la più potente calamita di talenti scientifici internazionali e a favorire la più rapida integrazione dei flussi migratori. Negli strati sempre mobili del ceto medio risparmiatore la vitalità e l’istinto di conservazione assumono forme spesso più incisive della disperazione.

Talora anche sorprendenti e direi perfino ossimoriche nella loro calcolata imprevedibilità: per esempio, chi avrebbe detto che, mentre dilaga il panico e le Borse crollano, la fame di titoli del Tesoro americano avrebbe superato tutti i record? Chi avrebbe immaginato che sarebbero andati a ruba, pur offrendo tassi minimi, proprio i titoli messi a disposizione da un governo la cui solvibilità viene posta in discussione dagli influenti indovini e giocolieri delle agenzie di rating? Neppure il declassamento del debito cosiddetto sovrano ha provocato una fuga di capitali. Coloro che conoscono il danaro, che sanno come maneggiarlo e dove collocarlo, non ne hanno tenuto minimamente conto. Il maggiore dei paradossi è che l’America, data da molti sull’orlo del baratro, continui nonostante tutto a rappresentare uno dei porti finanziari più sicuri e affidabili.

Luci e ombre s’intrecciano e s’accompagnano a questo apparente tramonto spengleriano della superpotenza, ferita sì nell’immagine, ma ancora resistente nelle sue più profonde radici biologiche. Non è certo la prima volta che il gigante si presenta al mondo con un volto malato e febbricitante. Ma ce ne vuole a darlo già per spacciato o soltanto degradato al secondo o terzo posto, dopo la Cina, nel gran concerto della globalizzazione.

lunedì 16 maggio 2011

La seconda rifondazione dell'Europa


ENZO BETTIZA

Il «secondo miracolo tedesco», come già lo chiamano, si staglia in tutta la sua potenza e solitaria ambiguità sullo sfondo di un’Europa sempre più disunita e attratta da una sorta di magniloquente cupio dissolvi. Mentre la Germania celebra i suoi trionfi economici e sociali - crescita del 5 per cento su base annua, due volte più dell’America, salari e domanda in salita, disoccupazione in calo, rilancio della produzione automobilistica, fortissimo incremento dell’export con la Cina - vediamo altri smarriti Paesi dell’Unione sferrare un colpo dopo l’altro contro i pilastri della costruzione comunitaria: contro le regole di Maastricht, la stabilità dell’euro, la solidarietà con i soci periferici, soprattutto Grecia e Portogallo, che languono in sala rianimazione senza sapere ancora se li aspetta la rinascita o l’eutanasia.

Sull’onda dei movimenti euronegazionisti di estrema destra, onda che si diceva lunga ed è oggi veloce e corta, si sbaraccano con picconate gli accordi di Schengen. Erano accordi, fra l’altro, di profondo valore simbolico. Avrebbero dovuto rappresentare, con la libera circolazione dei beni e delle persone, un continente alfine rappacificato con la propria storia. Senza dogane, senza dazi, garitte, guardie di frontiera; in una parola, senza linee Maginot e Sigfrido.

Tutto è iniziato con la giusta decisione dell’Italia, coinvolta nell’infinita guerra libica voluta dalla Francia, di concedere un permesso di soggiorno europeo a ventimila migranti tunisini. Il grazie dei francesi, nonché dei loro accoliti belgi e danesi, premurosamente sostenuti dalla Commissione di Bruxelles, è stata la scorretta demolizione dei codici di Schengen. Nel blocco di Ventimiglia è risorto qualcosa che riporta alla memoria lo spirito isolazionista della Maginot mai sopito nei ministeri pesanti di Parigi. Sarà istruttivo anche ricordare che la «guerra umanitaria» in Libia, da cui si è dissociata la Germania non più carolingia, è stata lanciata da un Sarkozy il quale cercava, a suo tempo, di vendere a Gheddafi gli stessi aerei Rafale che oggi bombardano le casematte del Colonnello in Tripolitania.

Le reazioni a catena, innescate dagli eventi nordafricani con rivolte indecifrabili e invasioni di massa inarrestabili, stanno di fatto portando alla chiusura dell’Europa senza frontiere. I populisti antieuropei francesi, fiamminghi, olandesi, danesi, finlandesi, svedesi incalzano e ricattano i rispettivi governi moderati, spaventati dall’ombra di cupe ghigliottine elettorali. Basti pensare all’immagine che dell’Europa dà al mondo l’Ungheria che, da gennaio, ne rappresenta la presidenza. Da Budapest la voce dell’autoritario premier
Victor Orbàn, presidente di turno, ha annunciato inequivocabilmente: «Noi non crediamo nell’Unione Europea, crediamo nell’Ungheria. Il nostro lavoro nell’Unione varrà soltanto se l’Ungheria ne trarrà un tornaconto».

Dubito che la Germania arricchita, che pure ha tratto tanti benefici dall’integrazione europea, voglia o possa fare da locomotiva salvifica di un’Unione che fa acqua da ogni parte: che compie ogni giorno un salto all’indietro, verso il passato degli Stati-nazione, piuttosto che verso il declamato futuro di una Confederazione transnazionale. La locomotiva è a suo modo timida, incerta, priva di un’incisiva bussola continentale, e preferisce scorrere sui binari sicuri del commercio estero più che affrontare i marosi della politica estera. Le bastano per ora come alleati e seguaci i polacchi, con crescita al 4 per cento prossima a quella di Berlino, poi i lituani, gli estoni, i lettoni, i cechi e gli slovacchi. Insomma un «Sonderweg», o «cammino speciale», che in termini aggiornati e non aggressivi potrebbe evocare quello del Reich prussificato da Bismarck. La cautissima cancelliera Merkel, che in Germania è ritenuta un primus inter pares, viene invece considerata come un’imperatrice nei Paesi dell’Est: pacifica e facoltosa sovrana di un rinnovato «Drang nach Osten», la corsa all’Oriente. Oggi si usa dire che esiste un’Europa a quattro velocità. Forse sarebbe più esatto specificare a ventisette. Un bel numero, idoneo a segnalare qualcosa di troppo, che rischia di paralizzarsi e soccombere per eccesso di frazionamento. La verità è che l’Europa che conosciamo ed esaltiamo a parole da mezzo secolo, l’Europa che proviene dalla Ceca di Schuman e Adenauer, poi da Roma con De Gasperi e Martino, poi da Maastricht, infine da Lisbona, non funziona più.
Ormai s’avverte che una sua fase lunga e travagliata è finita sull’orlo dell’autodissolvimento. Nelle più ambiziose edificazioni storiche le ombre purtroppo fanno parte integrante dello spartito.

Superarle, dissolverle come? Accettando passivamente un anacronistico ritorno al vecchiume del passato? Oppure cessare di contemplare e di contare ipnotizzati i grandi numeri del miracolo tedesco, e cominciare a pensare a un secondo miracolo europeo: oramai, chi ha occhi per vedere non vedrà altra via d’uscita se non quella di una seconda rifondazione dell’Unione Europea, dopo l’inevitabile e forse imminente estinzione della prima.
Magari invertendo le piste di decollo e partendo non più dall’economia ma soprattutto dalla politica.

martedì 19 aprile 2011

L'ora della verità per l'Europa




ENZO BETTIZA

L’ultimo colpo alla botte sempre più vuota dell’Unione europea lo ha sferrato la Finlandia, con un risultato elettorale non solo esiziale in sé, ma anche spia paradigmatica della brutta aria che tira su quasi tutti i Paesi comunitari.

I «Veri Finlandesi» dell’euroscettico e nazionalpopulista Timo Soini sono stati i veri trionfatori di una gara che, in convenzionali e vaghi termini statistici, li mette al «terzo posto». Ma se analizziamo più da vicino il risultato, vediamo che la sostanza politica della classifica è quanto mai opinabile. L’impressionante marea di voti ha posto in realtà il partito dell’antieuropeista Soini quasi al secondo posto e non lontano dal primo, con un 19,6 per cento contro il 19,8 dei socialdemocratici e forse il 20 dei conservatori: ai quali, dopo il tracollo del partito centrista della premier uscente Kiviniemi, spetterà l’onere spinoso di formare la nuova coalizione di governo.

Ma non basta. I dati del recente passato ci dicono che il trionfo di Soini è stato altrettanto schiacciante quanto imprevedibile. Il suo partito xenofobo ha spiccato infatti un balzo gigantesco dallo scarno 4 per cento del 2007, quintuplicando i seggi da 6 a 38, mentre i conservatori con la loro vittoria di Pirro ne perdono 6 e i socialdemocratici 2.

È possibile quindi che i «Veri Finlandesi» possano entrare nella futura coalizione, ottenendo qualche ministero pesante nei settori dell’economia e dell’immigrazione. Però, se ne restassero esclusi, la loro prepotenza anche numerica dai banchi d’opposizione si farebbe sentire comunque su uno dei nodi più delicati della politica europea del prossimo governo di Helsinki: il salvataggio finanziario del Portogallo, che richiede l’unanimità dei 17 membri dell’Eurozona, e già da tempo suscita il crescente malumore della maggioranza dei finlandesi. «Quale Portogallo?», obietta Soini. «Si è già visto che il pacchetto di aiuti alla Grecia e all’Irlanda non ha funzionato».

Se poi spostiamo lo sguardo su altri territori scandinavi e dell’Europa nordica, che sta diventando sempre più nordista, ci accorgiamo che la musica non cambia e anzi si fa più minacciosa. In Svezia, i cosiddetti «democratici», che rappresentano l’estrema destra, sono riusciti lo scorso settembre a entrare per la prima volta nella Camera dei deputati superando la soglia di sbarramento; un partito analogo è presente nel parlamento danese; in Olanda gli ultranazionalisti di Geert Wilders, nonostante la campagna ostile all’aiuto ai Paesi europei in bancarotta, sono stati accettati come forza di sostegno dal governo di minoranza; in Belgio il populismo regionalista di Bart De Wewer paralizza da circa dodici mesi la formazione di un nuovo esecutivo. Un anno senza governo: caso limite fra le democrazie europee.

Che dire inoltre dell’affondamento di tutte le regole antidoganali di Schengen, voluto e imposto dalla Francia all’Italia, con colpi bassi di polizia intesi a impedire l’arrivo da Ventimiglia o da Bardonecchia di migranti tunisini di lingua francese? Forse non ci si rende del tutto conto che si tratta di un affondamento delle stesse basi di libertà e di convivenza civile su cui, dai tempi della Ceca, ormai leggendari, avevamo cercato di creare un continente transnazionale che oggi chiamiamo Unione Europea con parole vuote e fatti che la contraddicono alla radice. Oggi la linea storta di Sarkozy in crisi elettorale, incalzato da Marine Le Pen in testa ai sondaggi per il primo turno delle presidenziali 2012, non appare altro che una replica esasperata e isolazionista della politica della «sedia vuota» di De Gaulle. Non ritroviamo qualcosa del Generale che abbandonò la Nato, che sognò un’Antieuropa carolingia, nel modo con cui il suo ultimo erede si è lanciato quasi da solo, o malamente scortato, nella guerra calda in Libia e nella guerra fredda con l’Italia? Non sappiamo ancora se tutto questo basterà a Sarkozy per soffocare il canto della sirena Marine, la quale, per batterlo in curva, promette ai moltissimi francesi che la ascoltano addirittura un referendum sull’uscita dall’Unione europea. Di certo sappiamo che Sarkozy sta già rispondendo alla rivale con le sue personalissime e implicite azioni poco europee, per non dire antieuropee. Un grande e sincero europeista come Robert Schuman, autore del «piano S» da cui nacque la Ceca, si rivolterà nella tomba.

La verità amara è che nulla, purtroppo quasi nulla, dell’Europa immaginata dai «padri fondatori» alla Schuman ha attecchito in profondità. L’Europa ha sempre affossato gli strumenti che avrebbero potuto darle il prestigio e la forza di competere con le maggiori potenze del mondo. Ha bocciato l’idea di un esercito comune, di una politica estera comune, di un vero presidente eletto e riconosciuto da tutti gli europei. Non è andata al di là dell’euro, dando al presidente della Banca Centrale di Francoforte quasi la supplenza di un capo di Stato; ma ora, con l’euro pure in crisi, si vede che da Francoforte potevano e possono partire solo impulsi per salvare banche e banchieri, ma assai meno i cittadini impoveriti di Atene, di Dublino, di Lisbona. Meno ancora per fronteggiare le sfide delle potenze emergenti o già emerse da secoli come la Cina, la Russia, gli Stati Uniti.

Si direbbe che l’attuale Europa divisa, autolesionista, acefala, dove è di moda celebrare in primissimo luogo il glorioso passato nazionale, sia giunta al momento della verità: andare avanti, o indietreggiare e sfasciare quel poco che s’è fatto? La cosa peggiore sarebbe, in ogni caso, che tutti quanti gli europei diventassero prima o poi «veri finlandesi».

sabato 14 marzo 2009

Finisce il tempo dei diritti umani


14/3/2009
ENZO BETTIZA

Non c’è giorno che la Cina non faccia notizia per una ragione o per l’altra o, meglio, per ragioni paradossalmente contrapposte. Se restringiamo il paradosso all’ottica italiana, vediamo da un lato la Camera censurare all’unanimità il governo cinese per la violazione dei diritti umani nel Tibet dove mezzo secolo fa, nel marzo 1959, fallì un’impetuosa rivolta anti-cinese costringendo il Dalai Lama alla fuga verso l’India. Ma da un altro lato vediamo però e sentiamo Gianfranco Fini, presidente della stessa Camera, aprire un seminario sulle relazioni tra il gigante asiatico e l’Europa con le seguenti parole: «La Cina, il cui ruolo è destinato ad accrescersi, ormai è un attore globale con il quale dobbiamo confrontarci in tutti i settori».

La censura, nell’auspicio realistico di Fini, sembra rivolgersi non tanto all’assenza dei diritti umani a Lhasa, quanto alla mancanza d’una più coesa e più perspicace politica europea nei confronti di una Cina che oggi, nella tempesta che minaccia le economie del mondo industriale, appare attestata su posizioni sensibilmente meno vulnerabili di quelle occidentali.

Quasi in simultanea la Camera di commercio di Milano ha reso noto che intende attivare al massimo con iniziative fieristiche e imprenditoriali la sua sede a Shanghai, dove dal 1° maggio 2010 si apriranno per 184 giorni i padiglioni di 185 Paesi partecipanti all’Expo.

Se poi allarghiamo l’ottica dall’Europa all’America rivediamo il paradosso ingrandirsi al pantografo. Qui il contrasto tra la difesa dei valori civili dell’Occidente, che la Cina violerebbe soprattutto nel Tibet, e la tutela degli interessi vitali della massima potenza occidentale che la Cina con le sue manovre anti-crisi potrebbe o agevolare o peggiorare, manda quasi un assurdo stridore cacofonico. Per l’America, maestra storica di democrazia, cosa deve prevalere nella bufera di una crisi che da Wall Street a Detroit ne sta colpendo i gangli strutturali più delicati ed essenziali? La battaglia morale con la Cina sui diritti del monaco tibetano? Oppure la cooperazione realistica con la Cina che detiene buoni del tesoro americani per 700 miliardi di dollari? La risposta l’ha già data una delle più note militanti per i diritti umani, Hillary Clinton, la quale, nella recente visita a Pechino in veste di segretario di Stato dell’amministrazione Obama, ha parlato di tante cose senza spendere una parola sul Tibet o sulla satrapia del Sudan protetta dai cinesi. Un’altra americana famosa, Bianca Jagger, membro del direttivo di Amnesty International, ex moglie del leader dei Rolling Stones, pur criticando la Clinton non ha potuto fare altro che prendere atto delle complesse ragioni della paralisi morale di Washington: «Non facciamoci illusioni. L’America dipende ormai finanziariamente da Pechino, che se la ride delle sue minacce, sapendo di avere la superpotenza in pugno. Gli Stati Uniti si sono indebitati fino al collo con la Cina e l’era in cui potevano dettare politica ad altri Paesi è finita».

Ma la Cina è diventata davvero così forte, una sorta d’usuraia ricattatrice a livello globale, da poter dettare lei, oggi, le sue leggi nel mondo? Nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, nello sfruttamento delle materie prime africane, nelle questioni nucleari della Corea del Nord, nei rapporti con le Borse mondiali, nelle relazioni con gli Usa, nei mercati finanziari europei? La Cina rappresenta davvero l’unico miracolo di resistenza alla crisi che da un pezzo scompagina l’America, lambisce già la Russia, devasta gran parte dell’Europa centrorientale, incombe su quella occidentale?

Bisogna stare attenti a non scambiare lucciole per lanterne. La Cina odierna, che proviene con la sua relativa solidità economica e sociale da tre decenni d’ininterrotta riforma capitalista, è tuttora nello slancio di una crescita che le consente di mantenersi a un tasso di sviluppo dell’8%. Nella scia del grande decollo, ha elaborato una capacità di ammortizzatori anti-crisi ignota all’Occidente, il quale ha esaurito, in parte, le sue risorse di resistenza non solo materiale ma anche psichica. La Cina non è più sana in assoluto dell’America, dell’Europa o della Russia; è soltanto meno malata e perciò anche meno minacciata dall’incubo di un disastro imminente. Con i forzieri bancari pieni di buoni americani e di valuta convertibile può destreggiarsi meglio di altri Paesi fra inflazione e deflazione, può dare perfino l’impressione ottica di una fuga in avanti premendo l’acceleratore sugli investimenti nella sanità pubblica, nel mercato interno, nelle spese militari, nelle esibizioni titaniche che dalle Olimpiadi di Pechino del 2008 si prolungheranno nell’Esposizione universale di Shanghai del 2010.

La crisi vera della Cina è d’una qualità diversa dalle crisi occidentali; sotto l’apparente mobilità, è una crisi di rallentamento, di terapia, tesa a raffreddare un’economia che correva il rischio di surriscaldarsi e di perdere la cadenza di una crescita ordinata. L’altra faccia del miracolo continuo, la faccia problematica, è difatti il crollo delle esportazioni e lo spettro della disoccupazione che, temperata a petto della potenza demografica del Paese, può toccare pur sempre decine di milioni di individui e fomentare il pericolo che il Partito comunista cinese teme più d’ogni altro: il disordine sociale e le jacqueries rurali e urbane. La rigidità sul Tibet, che preoccupa tanti democratici occidentali, che ignorano il passato di miseria a cui la teocrazia medievale dei preti buddisti sottoponeva una popolazione ignorante e sfruttata, non è di per sé un problema per il governo e tanto meno per la maggioranza Han che, dopo l’azzeramento maoista, si gode i frutti del «socialismo ricco» raccomandato da Deng e realizzato dai suoi eredi capital-comunisti; è il «cattivo esempio» indipendentista quello che più spaventa i governanti che sentono minacciata l’unità nazionale, non tanto dai tibetani, disponibili al compromesso autonomistico, quanto dalle ben più agguerrite, più popolose e più intransigenti minoranze islamiche del Sinkiang.

Continuare a insistere sui diritti civili, da parte occidentale, è un’inutile perdita di tempo alla quale, meno che mai oggi, i governanti cinesi possono dare una risposta. Quella che essi paventano è la ripercussione politica interna di una crisi economica esterna che, per ora, hanno deciso di tenere il più possibile lontana dalla Grande Muraglia. È tenendo conto di tali preoccupazioni essenzialmente politiche che l’Occidente, forse, anziché chiedere e aspettare l’impossibile, potrebbe ottenere qualche vantaggio dalla locomotiva cinese che, seppure rallentata, non desiste dal suo percorso. Bisognerebbe non ostacolarla ma facilitarle il punto di raccordo e d’incontro utile per tutti, per loro e per noi.

mercoledì 25 febbraio 2009

Razzisti con i romeni?


25/2/2009
ENZO BETTIZA

Secondo il presidente del Senato di Bucarest, Mircea Geoana, gli italiani sarebbero affetti da una vera e propria «romenofobia», cioè da xenofobia e razzismo ormai a senso unico: tutto diretto contro gli immigrati provenienti, con passaporto comunitario europeo, dal più popoloso dei Paesi balcanici.

L’obiezione ci sembra alquanto stonata, al limite offensiva, dopo le equilibrate e anche severe dichiarazioni congiunte fatte l’altroieri dal ministro degli Esteri Franco Frattini e dal suo omologo romeno Cristian Diaconescu. Il fatto che l’altroieri i due ministri abbiano deciso di affrontare pubblicamente insieme, a Roma, uno a fianco dell’altro, la più perniciosa piaga immigratoria di cui da un paio d’anni soffre l’Italia, dimostra per se stesso che né i governanti italiani né tanto meno quelli romeni possono più ignorare un problema divenuto ossessivo e, per tanti aspetti, spaventoso: lo stillicidio ininterrotto di crimini con stupro e ferocia spesso mortale perpetrati da cittadini romeni, crimini che, dopo lo scempio della signora Reggiani, sono purtroppo continuati senza esclusione di colpi e di scelta: coppie di fidanzati inermi, ragazze quattordicenni, ottuagenarie disabili.

Inutile nascondersi dietro un dito o alzarlo per accusare di xenofobia indiscriminata l’ospite, ovvero la società italiana e le sue istituzioni, che semmai dovrebbero venire rimproverate di eccessiva tolleranza legale e umanitaria. Basta un paragone. La Francia, che pure ha avuto il vantaggio di ospitare per decenni emeriti intellettuali e scienziati romeni nei suoi laboratori, nelle grandi università, nei migliori teatri parigini, nelle più prestigiose case editrici.

Ebbene, questa Francia, che ha saputo vivere per lunghi decenni in simbiosi linguistica e culturale con Ionesco, Mircea Eliade, Émile Cioran, non ha esitato a espellere soltanto nel 2008 oltre 7000 indesiderabili romeni. Nel corso dello stesso anno l’Italia ne ha espulsi circa 40, a titolo più che altro simbolico, perché macchiatisi di atti illegali visibili e spesso recidivi.

Quale xenofobia dunque? Chi scrive ha sempre cercato di nominare rispettosamente nei suoi articoli il romeno con la «o» e mai con la «u» inserita da tanti colleghi con sprezzo più o meno consapevole nella parola «rumeno». Ero io stesso un esule dell’Est adriatico, e ne sapevo qualcosa degli scafisti d’arrembaggio che nel primo dopoguerra traghettavano a prezzo salato, a prezzo di fuga, ebrei sopravvissuti e profughi detti «giuliani» verso le coste povere e non sempre accoglienti di un’Italia in ginocchio dopo la sconfitta. Tuttavia, pur consci di essere gettati dalla malasorte allo sbaraglio, si cercava di comprendere che anche la miseria e l’angoscia degli ospiti peninsulari, compatrioti simili e dissimili da noi, erano in quegli anni per tanti aspetti vicine alle nostre miserie e alle nostre angosce: cercavamo di non offendere, non pretendere l’impossibile, non soppesare e commisurare col bilancino le diversità nella disgrazia, cercando d’amalgamarci e adattarci con discrezione e lavori umili al poco che la seconda patria poteva allora offrirci.

Si dirà, altri tempi. Altri, risponderò, peggiori, durissimi per l’ospite e per l’ospitato, nei quali l’incertezza del domani avrebbe potuto fomentare facili istinti di scontro e di rapina e di violenza astratta. Il che, a memoria mia, non accadde quasi mai. Al contrario d’allora, oggi l’immigrato corretto, non solo comunitario, può trovare in Italia protezione sindacale, assistenza sanitaria, contratti di lavoro, tredicesime pagate, in un ambiente che nonostante la crisi è tuttora ricco e, nell’insieme, solidale per legge e per animo rispetto alla sua nullatenenza originaria. Quello che riesce più difficile da capire è come i fuochi fatui di un benessere non solo materiale, ma rotocalcato dalle televisioni, dalla densità animata e fumosa delle metropoli, hanno potuto scatenare nelle successive ondate migratorie dai Paesi europei ex comunisti (assai più che da quelli islamici) brame e pretese di possesso immediato, totale, di carne e di danaro, che evocano tempi di guerra più che di pace: le donne di Berlino o di Belgrado assaltate dai soldati russi, le terre bruciate dai tedeschi in fuga dalle nazioni occupate, le bravate crudeli e le sevizie inferte dai servizi segreti francesi in Algeria, da ultimo, dopo le foibe, le orrende e infamanti pulizie etniche interjugoslave in Bosnia, in Croazia, in Kosovo.

È tutto questo che sembra ritornare e noi sembriamo riscoprire nelle spietate scorribande e nei delitti efferati di una fascia di criminali e spostati balcanici. Certo, come ci dicono, essi rappresentano l’uno per cento su una comunità che conta un milione e che nella sua stragrande maggioranza è composta di persone oneste e operose. Ma quell’uno per cento, censito su un milione, raggiunge su per giù la cifra non indifferente di diecimila individui, prossima a quella rinviata drasticamente da Sarkozy al loro Paese. Si tratta quasi sempre di individui instabili, ubiqui, spesso clandestini, dediti allo spaccio di donne e di droga, fuggiti dalla Romania per malefatte impunite, giunti dal profondo del postcomunismo ceauceschiano, taluni già espulsi più volte dall’Italia e poi ritornati indenni in Italia attirati e rassicurati dall’incertezza della pena con cui sovente li condonano tribunali indulgenti. Sono le minoranze aggressive che purtroppo, talora ingiustamente, nella nostra epoca di nuove invasioni, danno il tono e il timbro alle maggioranze pulite di cui parlano la stessa lingua. Non a caso da noi si trova il 40 per cento di romeni ricercati con mandato internazionale. Non a caso ci sono 1773 romeni in attesa di processo e 953 condannati in via definitiva. Sono i restanti 990 mila, la più grossa compagine straniera in Italia, che ne subiscono controvoglia la pressione immorale e la coloritura etnica. È la minoranza corrotta a dare corpo alla «questione romena» ormai divenuta questione di Stato e perfino di Chiesa sia a Roma che a Bucarest. I prelati delle comunità romene ortodosse in Italia invocano «comprensione e fratellanza» per i correligionari perbene, paventando anch’essi il rischio di contraccolpi xenofobi, mentre la Chiesa cattolica di Romania tramite una lettera del vescovo di Bucarest Ian Robu al cardinale Bagnasco, in cui non si grida al razzismo, chiede scusa all’Italia per i «suoi» criminali e con chiarezza dice che «tutto il male fatto da loro ci mortifica e ci riempie di sdegno».

Come si vede, c’è anche nelle autorità morali di Bucarest un filo razionale che discerne l’orrore e, se vogliamo, distingue l’impotenza paralizzata della società italiana dalla supposta «romenofobia». Sarebbe augurabile che anche quelli che accusano l’Italia di razzismo vedessero un intensissimo film italiano, Cover Boy di Carmine Amoroso, in cui si racconta il sodalizio disperato di due precari solitari e disperati: un giovane romeno e un meno giovane italiano, che appassionatamente quanto vanamente cercano di soccorrersi fino al sacrificio suicida dell’italiano: non il dissidio di razza ma il vincolo nel dolore condiviso lega, fino al gesto estremo del poverissimo «ospite», un’amicizia priva di speranza e di futuro. Un omaggio dolente a due candidi sventurati dell’Ovest e dell’Est.

Quanto ai governi delle due parti, essi certo aspetteranno con comprensibile interesse la prossima prova del nove legittimante l’identità europea della cospicua comunità romena che sarà la prima a votare, in massa, per i candidati italiani al Parlamento di Strasburgo. Alemanno, il sindaco di Roma, la città più orrendamente martoriata dalle recenti nerissime cronache, ha inviato ai residenti romeni nella capitale il modulo di iscrizione alle liste elettorali aggiunte. Sarà la prima volta che gli immigrati dalla Romania verranno pienamente equiparati ai votanti italiani nell’esercizio dei loro doveri e diritti di cittadini dell’Unione Europea. Sarà, più che un orpello emblematico, un patto di rinnovata convivenza nell’ambito di una stessa nazione e nella cornice di uno stesso continente.

lunedì 5 gennaio 2009

L'Europa sbandata

LA STAMPA
5/1/2009
ENZO BETTIZA

Sembra di essere tornati ai tempi dell’infinita crisi bellica nella ex Jugoslavia quando l’Onu non sapeva che fare, la Francia appoggiava i serbi, la Germania i croati, l’Italia navigava fra gli uni e gli altri e l’Unione Europea, nel complesso disunita, restava in attesa delle decisioni americane per sintonizzare le proprie bussole discordi sulla bussola maestra di Washington. Oggi, al cospetto di Gaza in fiamme, il Consiglio di sicurezza non riesce a produrre una risoluzione comune sulla guerra in corso, mentre l’Europa, in attesa del verbo di Obama, torna ad esibire lo spettacolo di un’entità sbandata in preda alla schizofrenia. Ancora una volta Francia e Germania si ritrovano su posizioni nettamente contrapposte: il presidente Sarkozy condanna con dura chiarezza l’offensiva terrestre di Israele, riservando in coda qualche critica formale a Hamas, nello stesso momento in cui la cancelliera Merkel ribadisce il diritto degli israeliani di difendersi dallo stillicidio di missili.

Peraltro missili non più così artigianali, lanciati da Hamas fino all’antica Beersheva, annidata nel deserto di Negev.
Possiamo notare poi una sequela di altri paradossi degni di nota. Il primo è il più impressionante. Sarkozy, fino a pochi giorni fa presidente semestrale europeo, è stato immediatamente smentito dal suo successore ai vertici dell’Ue, il presidente ceco Vaclav Klaus, che per bocca di un portavoce ha voluto definire «difensivo» e non «offensivo» l’attacco israeliano. Si è di nuovo profilata così, come nei giorni delle guerre jugoslave e più ancora della guerra in Iraq, una spaccatura tra le posizioni francesi e quelle di un Paese importante dell’Est filoamericano e, di conseguenza, anche filoisraeliano. Non a caso i giornali parigini, per sminuire il peso della Repubblica ceca alla guida dell’Unione, stanno sottolineando con insinuanti accenti negativi il notorio euroscetticismo di Klaus.

Il secondo paradosso è anche il più contraddittorio. In queste ore vediamo due separate missioni europee, una francese guidata da Sarkozy, l’altra dal ceco Karel Schwarzenberg, programmate entrambe a incontrare e discutere con gli stessi interlocutori mediorientali; ma il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouschner, membro della delegazione di Bruxelles e non di Parigi, quale linea è destinato a seguire? Quella del suo presidente Sarkozy, oppure quella del collega e ministro degli Esteri praghese Schwarzenberg? Non s’era ancora vista la diplomazia europea, affidata perlopiù alle parole riluttanti e convenzionali di Javier Solana, irretita in un simile pasticcio di contrapposizioni, diversità di giudizio, proposte disarmoniche, che nell’insieme conferiscono all’orchestra europea uno stridente timbro cacofonico.

Il terzo paradosso è costituito dalle oscillazioni amatoriali italiane. Da un lato vediamo il ministro degli Esteri, consapevole degli scenari mutati rispetto all’epoca di Andreotti, indicare la strada giusta puntando il dito sulle pesanti «responsabilità» terroristiche di Hamas; dall’altro lato, però, lo abbiamo visto incespicare, chissà come e perché, nell’annuncio errato e frettoloso che non vi sarebbero state operazioni terrestri da parte israeliana. Non sarebbe stato invece più giusto tacere, poche ore prima dell’attacco, senza sminuire con una previsione infondata la severità di giudizio espressa sulla rottura della tregua e il rilancio missilistico di Hamas?

Quanto all’opposizione, impegnata soprattutto a polemizzare con la politica estera del governo, non si capisce bene se essa intenda concedere a Israele il diritto all’autodifesa o suggerirgli il dovere di «dialogare» con chi per principio rifiuta ogni dialogo con l’ebreo satanico. Tutto ciò, proprio nel momento in cui l’Italia, la Francia, la Germania, la Repubblica ceca, l’Europa insomma, avrebbero più che mai bisogno di intervenire con una strategia concorde nella crisi, piena d’insidie, che sta esplodendo a un passo dalle porte di casa.

Peccato. Mai come in questo momento s’era intravista, sia pure per qualche attimo, la possibilità di una correzione d’opinione e di linea da parte europea su quella che seguitiamo dal 27 dicembre a chiamare guerra. Ma non è guerra vera, tra Stati sovrani. È una drastica e violentissima operazione di gendarmeria di un Paese minacciato di sterminio da una setta che ha giurato di estirparlo dalla faccia della Terra. Finora è sopravvissuta, fra stragi, autobombe, lanci di razzi, aiutata dai servizi siriani e dagli ayatollah iraniani. Non si sa fino a quando l’operazione, che sta provocando troppe vittime e troppo dolore, potrà durare. L’Europa, che con le sue divisioni mostra di non volerlo sapere, forse non potrà fare altro che aspettare il verbo ancora ignoto del prossimo presidente americano.