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sabato 19 novembre 2011

domenica 16 agosto 2009

Ferragosto in carcere



16 Agosto 2009
Autore Fabio Evangelisti


Come altri miei colleghi, ho raccolto l’invito dei Radicali a passare il “Ferragosto in carcere”. Così, venerdì, ho visitato la struttura di Sollicciano a Firenze e l’attiguo Istituto per minori, dedicato alla memoria di Mario Gozzini (padre della riforma carceraria, scomparso giusto dieci anni fa), conosciuto dai più come Solliccianino. Sabato, invece, sono entrato nel penitenziario di Massa, la mia città.

Dico subito che, mentre al ‘Gozzini’ e a Massa ho trovato sì problemi, ma anche occasioni di lavoro, impegno culturale e ambienti vivibili, son rimasto impressionato del degrado e anche del disfacimento fisico del più grande carcere di Firenze. Qui oltre al sovraffollamento, che caratterizza l’intero sistema carcerario italiano ed alla carenza del personale, è ormai venuta meno ogni parvenza di umanizzazione della pena, è scomparsa la filosofia del recupero e del reinserimento del detenuto, ogni progetto scolastico, formativo e lavorativo. Gli stessi agenti di custodia rischiano l’abbruttimento. La presenza, infine, ben oltre il 50%, di stranieri, lascia ormai spazio soltanto all’azione dei mediatori culturali.

Del resto, l’idea di questa visite era (è) proprio quella di approfondire la conoscenza e denunciare, portare all’esterno la triste realtà che ogni giorno vive quella che io chiamo un’umanità dolente. Ma anche per vedere come operano (ed in quali condizioni) non solo gli agenti, ma anche i medici, gli infermieri, gli psicologi, gli educatori e come favorire il rispetto dei valori sanciti dall’art. 27 della Costituzione per il quale “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Intorno a questa ‘giornata particolare’ ho raccolto apprezzamenti, ma anche scherno e qualche battuta pesante. Su Facebook un’amica mi ha scritto “per carità...ammirevole iniziativa...ma prima di Caino...c'è Abele da tutelare...e non mi sembra che in Italia questo succeda sempre...”. Pur trovando in questo messaggio la conferma di quanto mi aveva confidato (”la pietà sta scomparendo”) Don Mario Bigali che ha accompagnato me e Severino Saccardi , Consigliere Regionale del Pd, nella visita tra le celle fiorentine, mi interrogo e cerco di capire perché molte persone, non necessariamente di destra e forcaiole, pensano che per chi delinque l’unica soluzione sia “buttare la chiave”.

Me lo spiego soltanto con il clima di paura che si è alimentato in questi anni nel Paese. Con l’impatto che si ha di fronte a chi sentiamo diverso da noi. Per l’ignoranza che si ha della situazione carceraria, dove dentro - insieme a fior di delinquenti - ci sono per lo più disgraziati e ladri di polli. A Massa, ad esempio, c’è un povero cristo (è proprio il caso di dirlo), solo al mondo, senza fissa dimora, che per aver rubato una decina di euro dalla cassetta delle elemosine s’è beccato 9 mesi di reclusione.

Ricordo, anni fa, un direttore che mi diceva: “Il carcere non è un posto per ricchi”. Aveva (ha) tragicamente ragione. I furbetti del quartierino, gli Agnelli che nascondono due miliardi di euro nelle banche svizzere, la mafia dei colletti bianchi, gli imprenditori senza scrupoli (i Tanzi, i Cragnotti, i Consorte) trovano sempre un buon avvocato che fa cadere in prescrizione i loro reati. E, forse, anche più d’uno fra gli uomini politici.

I dati che abbiamo raccolto sono drammatici. In Toscana siamo tornati al sovraffollamento del preindulto: 4.243 detenuti in 18 istituti (compreso l’ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino) costruiti o ristrutturati per ospitarne 3.060. A Sollicciano ci sono 932 (di cui 98 donne) in una struttura pensata per ospitarne 458. A Massa 239 a fronte di 115 posti letto regolamentari. Ho visto celle di pochi metri quadrati in cui sono stipati ora 4, ora 5,a volte anche 6 detenuti. Letti a castello e letti a scomparsa. Gabinetti e docce in cui ciascuno di noi si rifiuterebbe persino di entrare. E’ vero. Hanno sbagliato. Devono pagare. Ma gli interessi che applichiamo loro sono spesso insostenibili. Roba da suicidio. E, infatti, sono molti, troppi quelli che non reggono. Suicidi e morti sospette. Fra i carcerati, ma anche fra gli agenti penitenziari. Anch’essi parte dell’umanità dolente. Seppur a part-time.

A Massa, un gruppo di detenuti mi ha consegnato una lettera che pesa in tasca come un sasso: “Onorevole, vorrebbe farsi portavoce del fatto che i detenuti non chiedono la luna, ma solo coerenza con leggi che, per definizione, non dovrebbero commettere crimini peggiori di quelli commessi dalle persone? E’ molto chiedere il rispetto minimo della dignità? E degli affetti?”.

Ne sono uscito con un senso di impotenza. A livello nazionale, a luglio 2006 (prima dell’indulto) c’erano 60.710 carcerati. A dicembre erano scesi a 39.005. Oggi siamo oltre quota 63.000. Molti di quelli usciti sono tornati dietro le sbarre. Senza alcun progetto di reinserimento anche chi è a fine pena sa che la libertà durerà poco. Aggiungiamo che da una settimana è reato anche la clandestinità. Basterà, quindi, arrestare i primi diecimila di quel milione e mezzo di clandestini che stima la Caritas per immaginare il disastro prossimo venturo.

Noi potremo anche ‘buttare la chiave’, ma non servirà a salvarci dalla marea che sta montando.

mercoledì 24 giugno 2009

Sultanato a reti unificate

24 Giugno 2009
Autore Giuseppe Giulietti

Riporto una mia intervista, rilasciata a "Altronline.it", sul "caso Minzolini" e sul tema dell'informazione.

Altronline: Giulietti, i silenzi dei tg “amici” di Berlusconi diventano un caso politico. L'informazione, dice l'opposizione, è drogata dal potere del Cavaliere. Qual è la novità?
Beppe Giulietti: Nessuna, questo è il problema. Non c'è nessuna novità, si tratta della riproposizione integrale dello schema che Berlusconi prima e Dell'Utri avevano già messo a punto dettagliatamente. Il premier disse: “È ora di finirla con programmi e tg che mandano in onda notizie ansiogene”. Via i servizi e gli approfondimenti su povertà, crisi economica e sociale, tutto ciò che dimostra che la realtà è diversa dalla finzione...

Altronline: Negli ultimi giorni però si è passato il segno. Il direttore del Tg1 è apparso in prima serata davanti agli italiani per giustificare la scelta di “basso profilo” sul Bari-gate. Era mai successo prima?
Beppe Giulietti: No, a mia memoria mai. È la prima volta che il direttore di un telegiornale firma un editoriale per spiegare agli italiani perché non ha dato una notizia. È vero che ha il direttore ha il potere di decidere la linea editoriale e di valutare quali notizie dare e quali no, ma quando scoppia un caso che finisce su tutti i giornali nazionali e internazionali, questi margini di discrezionalità decadono. Si tratta di un giornalista che non ha mai fatto mistero della sua simpatia per l'uomo più potente d'Italia.

Altronline: Non è un mistero neppure che le nomine Rai siano politiche. Perché ci si scandalizza soltanto ora?
Beppe Giulietti: È un'obiezione giusta che però non regge di fronte alla vera anomalia. La scelta di piazzare Minzolini al Tg1 è il frutto di un accordo fatto direttamente nella casa del presidente del Consiglio, quel Palazzo Grazioli oggi noto per altre ragioni. Non si tratta di un uomo qualsiasi, ma del proprietario delle reti televisive concorrenti.

Altronline: Garimberti ha convocato Minzolini per chiedere chiarimenti. Ma a giudizio di molti il presidente della Rai sembra avere le mani legate. È così?
Beppe Giulietti: Bisogna innanzitutto che qualcuno ci spieghi cosa mai si siano detti, visto che dopo l'incontro Minzolini si è alzato e ha fatto quell'editoriale. Quello che manca sono proprio le voci degli organismi predisposti al corretto funzionamento del servizio pubblico. Sono il presidente della Rai Garimberti e il direttore generale Masi, in qualità di uomini di garanzia, che dovrebbero convocare una riunione e discutere di una violazione delle regole senza precedenti, editoriale e deontologica.

Altronline: È d'accordo con chi chiede la testa del direttore?
Beppe Giulietti: Non mi appassiona il coro di personaggi politici che invocano licenziamenti e provvedimenti disciplinari. A me interessa la lotta sociale, professionale, sindacale. Perché qui è in atto una mistificazione, si sta facendo finta di non vedere qual è il vero problema, altro che Minzolini...

Altronline: Qual è il vero problema?
Beppe Giulietti: In Italia si sta portando avanti la costruzione di un sultanato a reti unificate, si sta procedendo a sottrarre ai cittadini le informazioni quotidiane, non se so è chiaro. Il problema sono i silenzi dell'autorità di garanzia, il girarsi dall'altra parte di chi avrebbe il dovere di intervenire. Ma c'è dell'altro.

Altronline: Cosa?
Beppe Giulietti: Questi episodi avvengono in un momento in cui il parlamento sta per varare la legge bavaglio sulle intercettazioni. Nel nostro paese c'è un'emergenza democratica, mi preoccupa che su questo tema le opposizioni procedano in ordine sparso.

Altronline: Che può fare l'opposizione?
Beppe Giulietti: Bisogna chiamare a raccolta tutti, organizzare davanti al Senato un manifestazione nazionale durante le votazioni sulla legge bavaglio. Per lanciare questo allarme le opposizioni devono essere unite, parlare con una voce sola. Serve un incontro immediato di tutte le forze politiche e sociali per mettere in piedi un'iniziativa comune.

martedì 30 dicembre 2008

La questione morale e i carri armati

L'ITALIA DEI VALORI
LUIGI LI GOTTI
30 Dicembre 2008


Qualcuno aveva pensato che la “questione morale”, specie in un momento di grave crisi economica, fosse di più ridotto interesse per gli italiani.
Qualcuno aveva anche pensato che la “questione morale” fosse stata retrocessa, essendo gli italiani molto più preoccupati per la illegalità di strada e per la sicurezza individuale compromessa. Qualcuno aveva pure pensato che la “questione morale” fosse meno avvertita del “pericolo” della immigrazione irregolare.

I governanti hanno favorito questa opinione, parlando di emergenza economica, di emergenza sicurezza, di emergenza “clandestini”, senza alcuna attenzione per la “questione morale”.
Le scelte dei governanti sono state, in questi mesi, proprio in quest’ottica.
L’Italia dei Valori, non ha invece mai rinunziato a proporre, come tema di irrisolta attualità, la “questione morale”.

Nel nome delle asserite “vere” emergenze, la maggioranza politica del paese e il governo, hanno fatto le loro scelte e hanno dimostrato indifferenza per la “questione morale”.
Si ascrivono alla spregiudicata indifferenza, diversi fatti (dalla elezione di condannati e indagati, anche per mafia, alla impunità per il presidente del consiglio, al diniego alle richieste della magistratura di autorizzazione a provvedimenti giudiziari riguardanti parlamentari).

In quest’ottica, sono state con grande insofferenza recepite le iniziative della magistratura su questioni afferenti la “questione morale”.
Tutto è improvvisamente cambiato nel momento in cui Cristiano Di Pietro, ha raccomandato alcuni professionisti perché potesse valutarsi la loro nomina in commissioni di collaudo di alcune opere.
Ed ecco che la “questione morale” è stata scoperta dal centrodestra che proclama, che su questo tema andrà avanti “come un carro armato”.

Il proclama dovrebbe preludere a qualche dolorosa decisione. Facciamone un sommario, molto sommario, elenco:
a) sospensione dal gruppo del PdL alla Camera, del vice presidente del gruppo, on. Bocchino;
b) sospensione dal gruppo del PdL al Senato, del sen. Marcello Dell’Utri (condannato in primo grado a 9 anni di reclusione per mafia) e voto favorevole dell’assemblea del senato alla richiesta della magistratura di utilizzazione delle telefonate del sen. Dell’Utri con alcuni familiari di mafiosi siciliani;
c) ritiro della nomina dell’on. Nicola Cosentino a sottosegretario, a causa delle indagini per collusione con la camorra che lo riguardano;
d) abrogazione della legge cosiddetta “Alfano” e, nel frattempo, sospensione dell’on. Silvio Berlusconi dal gruppo del PdL della Camera
.

Ho fatto solo quattro esempi (ma i casi sono diverse decine) più significativi.
Ma, voi cittadini, pensate veramente alla storia del “carro armato” guidato dal sen. Gasparri? La verità è che la speranza del centro-destra (e non solo) è quella di depotenziare la battaglia dell’Italia dei Valori per un paese pulito e onesto, nella convinzione che ha l’Italia dei Valori che la politica debba offrire esempi e coerenza. Non si può combattere la mafia ed eleggere i condannati per mafia o fare sottosegretari, indagati per mafia. Non si può chiedere onestà, se il presidente del consiglio è imputato (ma il processo è sospeso grazie alla legge Alfano) di atti disonesti.

La forza della politica (anzi l’autorevolezza della politica) è nel prendere decisioni vestite di moralità, trasparenza, rispetto per i cittadini. Ma se la politica si autoassolve e protegge i suoi esponenti, non è e non sarà mai autorevole, bensì solo cialtrona. L’Italia dei Valori, ha questa autorevolezza e la esercita (anche dolorosamente), perché ha assunto un impegno con tutti gli italiani.

Noi ci battiamo e ci batteremo sempre per un paese che desideriamo onesto e pulito, senza sconti per nessuno. Nel nome e nel rispetto di questo nostro impegno, saremo con noi stessi ancora più rigorosi, anzi eccessivamente rigorosi. Noi rispettiamo i cittadini e vorremmo, però, che anche i cittadini pretendessero qualcosa dai partiti che hanno votato e chiedessero, ad esempio, a Gasparri di fare realmente il “carro armato” sulla questione morale.
Noi ne saremmo compiaciuti perché vorrebbe dire che la “questione morale” ha toccato il cuore dei politici.

Ma se così non fosse e se nessuna delle quattro ipotesi sopraindicate, trovasse una soluzione nel segno del rispetto, della correttezza e della coerenza, allora vorrebbe solo dire che a crescere non è la sensibilità per la morale, ma la cialtroneria e la solidarietà con i disonesti.