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mercoledì 29 dicembre 2010

Le 140 cause della morte di Mozart


EUGENIA TOGNOTTI

Ne vanta di primati il mistero della morte, a soli trentacinque anni, di Wolfgang Amadeus Mozart, uno dei più grandi geni musicali di tutti i tempi. Il più oscuro. Il più dibattuto. Il più impenetrabile. Il più romanzato. Il più indagato tra medicina e storia nei due secoli abbondanti che separano il nostro tempo da quel 1791, quando, dopo alcune settimane di malattia, e mentre lavorava al Requiem, Mozart morì. Ma di quale malattia? Da allora, l'interrogativo non ha mai cessato di aleggiare. E continua, senza tregua, a proporre e riproporre ipotesi, spinte, alcune, dai progressi delle conoscenze mediche, mentre restano sullo sfondo i sospetti di avvelenamento per opera dei gesuiti, dei massoni, del suo rivale e acerrimo nemico, il compositore di corte Antonio Salieri. Senza dimenticare gli effetti di una combinazione di farmaci, tra cui il mercurio per il trattamento della sifilide. Lo studio più recente sostiene la tesi di una sindrome nefritica, complicanza renale di un'infezione da streptococco.

La supposizione si basa su una forzatura dei segni fisici patognomonici, quelli cioè che consentono la diagnosi di una malattia.

Infatti, i testimoni oculari, che gli furono accanto negli ultimi giorni di vita, non parlarono di un edema grave. Mozart si era messo a letto con febbre alta, accompagnata da abbondante sudorazione, dolori addominali e vomito, gonfiore alle gambe e indolenzimento. Stando alla diagnosi di uno dei medici - che notò un esantema - si trattava di una "febbre miliare" che fu curata con ripetuti salassi, in linea con le strategie terapeutiche dominanti per secoli. Sulla base di questi pochi dati certi, le ipotesi sulla causa della morte di Mozart, così come quelle sulla sua storia medica, si sono moltiplicate lungo i secoli fino ad alimentare una torrenziale produzione di studi “specializzati”. Che si arricchiscono, di continuo, di spericolate diagnosi retrospettive e di teorie strampalate e rocambolesche dovute a patologi, neurologi, psichiatri, farmacologi, perfino neurochirurghi, che hanno sottoposto a esami il cosiddetto "teschio di Mozart" che - come si è poi scoperto - non era quello del grande compositore austriaco, il cui corpo fu sotterrato - causa indigenza - in una fossa comune.

In un articolo pubblicato nell'edizione natalizia dell'autorevole rivista medica, British Medical Journal, il medico e musicologo francese Lucien R. Karhausen, già membro della Commissione delle comunità europee, ha messo insieme un impressionante, curioso catalogo che comprende ben 140 cause di morte, 85 malattie, 27 turbe mentali, tra cui deliri, crisi epilettiche, sindrome di Capgras, sindrome da deficit di attenzione e disordine d'iperattività. E, ancora, psicosi, depressione maniacale e via delirando. Come se non bastassero, negli anni Ottanta si è aggiunta la sindrome di Tourette, ritenuta responsabile delle note tese e dissonanti di uno dei Quartetti dedicati ad Haydn. Ne è risultata una “narrazione” psichiatrica che si ritrova nel film Amadeus, ambientato nella Vienna gaia e libertina del '700 dove il giovane Mozart, sboccato, gaudente, volgare, incanta con la sua musica la corte di Giuseppe II.

Letture selettive delle fonti originali, citazioni sbagliate, perversione dei criteri diagnostici hanno portato a una serie di errori d'interpretazione, sempre in agguato nelle diagnosi retrospettive. Il lunghissimo elenco delle malattie che avrebbero afflitto la breve vita di Mozart comprende: l'influenza, diversi tipi d'infezione da stafilococco, streptococco, o meningococco, per vincere le quali, in un'altra era, sarebbe stata sufficiente una confezione di antibiotici; setticemie varie, scarlattina o morbillo, febbre tifoide o paratifo, tifo, tubercolosi, trichinellosi. E via avanzando ipotesi, dalle malattie più comuni alle più rare.

Ma perché la storia medica dell'uomo che con la sua musica ha incantato il mondo intero suscita e continua a suscitare una così insaziabile curiosità? Che importa, dopotutto, come Mozart morì? E' stato uno dei più grandi geni e uno dei più talentuosi musicisti che la storia ci ha dato, ma alla fine era umano, come tutti, nonostante il suo dono divino, ed è stata un'umanissima malattia a porre fine ai suoi giorni.

domenica 26 dicembre 2010

1582: i dieci giorni che non furono


PIERO BIANUCCI

Che cosa accadde il 6 ottobre 1582? Questa domanda era frequente nelle interrogazioni di storia al tempo della vecchia scuola nozionistica (l’attuale ha abolito le nozioni spesso senza sostituirvi i concetti, ma è un altro discorso). La risposta giusta, che ben pochi studenti sapevano dare, è: “Nulla, perché quel giorno non esiste”.

Il perfido tranello, causa di innumerevoli brutti voti, è una conseguenza (involontaria) della riforma del calendario introdotta dal pontefice Gregorio XIII, l’ultimo grande contributo dell’astronomia a occhio nudo. Una riforma che tuttora scandisce il tempo in gran parte del mondo e anche la nostra vita. Rievochiamo la vicenda in questi giorni di fine anno, quando i calendari ritornano di attualità.

I giorni che non furono mai sono dieci, e costituiscono un buco, un vuoto pneumatico nella Storia, che va dal 4 al 15 ottobre del 1582, una pausa nel ribollire degli eventi, il solo breve periodo di tempo che non conobbe guerre, soprusi, scontri sociali (ma neanche gesti generosi, scoperte scientifiche, opere d’arte).

Non che Gregorio XIII fosse interessato all’astronomia o agli almanacchi. Semplicemente era un papa che faceva il suo mestiere: aveva a cuore le feste religiose, in particolare la pasqua, e difendeva la chiesa cattolica senza andare troppo per il sottile, come dimostra la benedizione che accordò al massacro dei protestanti compiuto dai cattolici a Parigi nel 1572 durante la notte di San Bartolomeo.

La liturgia cattolica stabilisce che la pasqua deve cadere la domenica che segue la prima Luna piena successiva all’equinozio di primavera. Proprio qui stava il problema: ogni anno l’equinozio arrivava sempre un po’ più presto, e rispetto al tempo di Gesù la pasqua incominciava ad avvicinarsi un po’ troppo al natale.

Mettere d’accordo calendario, stagioni e festività era sempre stato un problema perché l’anno non contiene un numero intero di giorni e tanto meno un numero intero di lunazioni. A causa delle imprecisioni dell’antico calendario romano, al tempo di Giulio Cesare (101- 44 a.C.), la data si trovava in anticipo di tre mesi rispetto alle stagioni: di slittamento in slittamento, marzo, il primo mese di primavera, incominciava all’inizio dell’inverno, le gemme si schiudevano al giungere dell’estate, le ciliege maturavano in autunno e così via.

Giulio Cesare approfittò della campagna d’Egitto per chiedere aiuto all’astronomo alessandrino Sosigene, presentatogli da Cleopatra, che fu imparzialmente amica di entrambi. Per risolvere il problema Sosigene si inventò l’anno bisestile e al fine di rimettere la data al passo con le stagioni consigliò di aggiungere 90 giorni all’anno 708 dalla fondazione di Roma (quello che diventerà poi il 46 a.C) inserendo 23 giorni a febbraio e 67 tra novembre e dicembre.
Il 46 a.C. ebbe quindi 445 giorni e passò alla storia come “l’anno della confusione”. Da allora in poi gli anni normali furono di 365 giorni e ogni tre anni normali se ne inserì uno bisestile di 366. La durata media dell’anno adottata da Sosigene fu quindi di 365,25 giorni, un po’ di più di quella reale.

Per quanto piccola, la differenza residua del calendario giuliano comportava l’errore di un giorno in 133 anni, e al tempo di Gregorio XIII aveva accumulato un anticipo di dieci giorni. L’equinozio di primavera veniva quindi a cadere l’11 marzo, mentre al Concilio di Nicea del 325 d.C. si era convenuto che cadesse il 21. C’era inoltre un errore di quattro giorni nella determinazione della Luna nuova in base al ciclo di Metone ai fini di stabilire la domenica pasquale secondo le norme del Concilio di Nicea. Vedremo nella prossima rubrica come se ne venne fuori.

A Napoli un Natale con i rifiuti Oltre 1.400 tonnellate in strada


Natale con i rifiuti in strada a Napoli: sono oltre 1400 oggi le tonnellate di spazzatura che giacciono lungo le arterie della città. Dopo le 1532 tonnellate raccolte e conferite tra il 23 e il 24 dicembre, la scorsa notte la raccolta si è fermata a 920 tonnellate a causa della indisponibilità degli impianti Stir, oggi chiusi per la festività natalizia.

Soltanto la discarica di Chiaiano ha accolto i rifiuti della città. Lì hanno sversato 70 compattatori, mentre 25 automezzi non hanno fatto in tempo a rovesciare il loro carico a causa della chiusura della discarica, avvenuta intorno alle 12. «L’amministrazione - dice l’assessore all’Igiene Urbana Paolo Giacomelli - ringrazia i lavoratori dell’Asia (l’azienda cittadina che si occupa della raccolta, ndr) e quelli della discarica di Chiaiano che hanno lavorato anche la notte e il giorno di Natale, a dimostrazione dell’impegno di tutti».

In mattinata c’è stato un intervento straordinario con sette compattatori impegnati in alcune strade del centro cittadino, laddove maggiori permangono le criticità: in particolare sono state ripulite Corso Vittorio Emanuele e via Crispi. Se il centro è più sporco, va meglio in periferia dove si registra un netto miglioramento. Dall’assessore Giacomelli viene rinnovato l’appello a trattenere in casa il più possibile i rifiuti, specie la frazione secca, scatole e cartoni, almeno fino a lunedì. La pioggia delle ultime ore ha contribuito a rendere più difficoltosa la raccolta che per la prossima notte, con la riapertura degli Stir, dovrebbe essere più corposa.

Lirica, così si chiude


ALBERTO MATTIOLI

Si chiude. Giù il sipario. L’opera in Italia è sopravvissuta a invasioni, pestilenze, dittature, incendi e a due guerre mondiali.

Ironia della sorte, la uccide un decretino dal nome ridicolo, «Milleproroghe», approvato ieri. Un regalo di Natale di mille guai. Perché, mentre è prorogata l’elemosina al cinema con gli incentivi fiscali, è stato stralciato dal decreto il reintegro del Fus, il Fondo unico dello spettacolo (e, già che ci siamo, anche il Piano straordinario per Pompei, ma quelli, si sa, sono quattro sassi che interessano a quattro gatti...).

Il Fus scende a 258 milioni di euro, minimo storico, con il quale si deve finanziare tutto lo spettacolo italiano e soprattutto il più italiano degli spettacoli: l’opera. Nel 2011, alle fondazioni liriche andranno 125 milioni di euro. Furono 190 nel 2010 e 222 nel 2009. Come dire: i fondi statali si sono dimezzati in due anni. E adesso per finanziare tutta l’opera italiana c’è la stessa somma che lo Stato francese destina alla sola Opéra, quella di Parigi. Ora si spera in un recupero in sede di conversione del decreto, chissà.

A questo punto si dovrebbe fare il solito discorso e spiegare che il melodramma è una componente fondamentale della nostra identità in patria e del nostro prestigio all’estero, che l’Italia l’ha fatta Cavour ma gli italiani li hanno fatti Rossini, Verdi e Puccini, che stiamo mutilando le celebrazioni dell’Unità della loro colonna sonora e via ribadendo ovvietà a una classe politica (tutta: di destra e di sinistra) che queste cose o non le sa oppure finge di non saperle. Parole al vento.

Aggiungiamo solo due aspetti.

Il primo è che i tagli saranno, al solito, indiscriminati. Cioè colpiranno allo stesso modo tutti i teatri, quelli che hanno lavorato bene e quelli che hanno lavorato male (o che non hanno lavorato affatto), i virtuosi e i viziosi, il Regio di Torino che ha 14 mila abbonati con meno della metà dei dipendenti dell’Opera di Roma che di abbonati ne ha 2.500.

Secondo: chiunque conosca come funzionano le fondazioni sa che la maggior parte delle spese, dal 50% in su, sono fisse: in altri termini, stipendi. Visto che quelli sono già stati tagliati per decreto, è fatale che la scure si abbatterà sulla produzione.

Con il meraviglioso risultato di avere dei teatri che continueranno a costare molto ma alzeranno il sipario sempre di meno. Come se una fabbrica di mobili spendesse tutto per pagare i dipendenti e non le restasse nulla per comprare il legno. E dire che, quando Sandro Bondi diventò ministro, si tirò un sospiro di sollievo: finalmente qualcuno con il peso politico per trasformare la Cenerentola dei Beni culturali in principessa. E invece non c’è rimasta nemmeno la scarpetta.

venerdì 24 dicembre 2010

Uno tsunami morale per risalire


MASSIMO GRAMELLINI

Il 2010 è stato l’anno delle sabbie mobili: né avanti né indietro, ma sempre più a fondo. Si discute di nucleare, mentre l’energia di cui avremmo maggiormente bisogno è la passione. Quella che ti spinge prima a immaginare il futuro e poi a crearne uno. Gli innocenti non sapevano che la cosa era impossibile e per questo la fecero, scriveva Bertrand Russell. E invece, dopo la breve sbornia obamiana, «yes we can» ha lasciato di nuovo il posto a «non si può», che è il mantra degli arresi, la gabbia contro cui si spiaccicano i sogni.

Il 2010 si chiude con gli studenti in piazza e presto potrebbe toccare ai pensionati e persino agli occupati, perché se gli stipendi stanno diventando cinesi, il costo della vita rimane drammaticamente europeo. Ci si può opporre a questa crisi epocale che ha cambiato il flusso millenario della storia? No, ma ci si può convivere. Purché tutti facciano qualcosa. E in quel tutti ci siamo davvero tutti. Noi e loro. Loro sarebbero i politici, la classe dirigente. Alla quale per il 2011 non chiediamo miracoli, ma un sussulto di dignità. Anzitutto il coraggio di qualche scelta impopolare che privilegi l’istruzione, la ricerca, la cultura e l’ambiente, sacrificando all’occorrenza qualcosa del resto, perché la sopravvivenza di una specie è garantita dalla crescita dei giovani, non dall’immortalità degli anziani. Dai potenti vorremmo meno prediche e più buoni esempi. Più decenza e senso della realtà. Un presidente del Senato non può menare vanto che i parlamentari lavorino fino all’antivigilia di Natale e poi aggiornare la seduta al 12 gennaio. La classe dirigente si gloria di assomigliare alla società anche nei difetti, ma è proprio questo che le ha tolto autorevolezza. Pretendere da un leader comportamenti superiori alla media - nel trattare i soldi, nel trattare le donne - non è moralismo, ma la precondizione per la tenuta della gerarchia sociale. Se il capufficio ruba e tocca il sedere alla segretaria, gli impiegati si sentiranno autorizzati a fare altrettanto.

Magari lo ammireranno, ma non lo rispetteranno più. Però sarebbe troppo comodo gettare tutto il peso del 2011 sulle spalle di chi ha responsabilità pubbliche. Se potessi evocare uno tsunami morale, gli chiederei di spazzare dalle nostre viscere il vittimismo e l’egocentrismo, in virtù dei quali ci riteniamo continuamente vittime di ingiustizie e di complotti, come se il mondo non avesse altro da fare che pensare a noi, salvo poi lamentarci proprio di questo: che il mondo non pensa abbastanza a noi. Ogni tanto bisognerebbe ricordarsi che siamo fatti di fango ma anche di stelle, che siamo cittadini e non sudditi, che la vita dipende in larga misura dalle nostre scelte personali e non da quelle della politica. Che ogni Io fa parte di un Noi e che il Noi non è solo la nostra famiglia, ma le tante comunità a cui decidiamo di aderire. Che se una cosa è pubblica appartiene a tutti, non a nessuno. E che per ogni porta che si chiude c’è sempre una finestra che si sta aprendo da qualche altra parte. A volte basta smettere di piangere e asciugarsi gli occhi per riuscire a vederla.

Vercelli, trovate le 15enni scomparse


BALLESIO, NASI E GUELPA

La fuga di Niki e Fatima si è conclusa ieri, in tarda serata. Nicole Donis e Fatima Dermoumi, le due 15enni che da sabato sera tenevano col fiato sospeso Vercelli, sono tornate a casa a bordo di un’auto della squadra Mobile della polizia di Vercelli. Gli agenti sono andati a prenderle alla stazione Centrale di Milano insieme ai genitori di Niki, Stefano e Roberta, che le hanno riservato un lungo e caldo abbraccio. Le due giovani hanno atteso il loro arrivo con gli agenti della Polfer di Milano, al binario 21, dove hanno potuto cenare e riscaldarsi. «Stanno bene, sono serene e adesso al sicuro», confermano gli agenti. Un’avventura che si conclude nel migliore dei modi, quando molti temevano già un brutto epilogo. La pista della fuga volontaria, sostenuta sin dall’inizio dal capo di gabinetto Andrea Crucianelli, alla fine si è rivelata quella esatta. Le due hanno fatto una bravata, un colpo di testa figlio dell’incoscienza della loro età. Una fuga alla «Thelma e Louise» che, per fortuna, si è conclusa senza drammi.

Niki e Fatima, dopo le prime ore passate a Novara, si sono trasferite a Milano e poi a Brescia, forse con un’amica. Una sera conoscono in un locale di Brescia un ragazzo albanese di 18 anni e altri due amici, trascorrendo la serata con loro. Alle 3 escono dal locale e le ragazze chiedono di essere riportate in stazione. Vista l’ora il ragazzo albanese le convince a trascorrere la notte a casa sua, a Leno. Qui rimangono per un paio di giorni. Mercoledì però la svolta: una delle ragazze, probabilmente Fatima, si connette col pc di casa a Facebook, forse per scrivere ad un’amica o per chattare con qualcuno. Il contatto viene subito agganciato dalla Postale di Vercelli e girato alla Mobile di Brescia. Niki e Fatima però lasciano la casa poco dopo: forse il ragazzo albanese ha capito la situazione delicata o le ragazze hanno letto qualcosa su Facebook che le ha convinte a tornare. Niki e Fatima tornano verso Milano: gli inquirenti confermano un avvistamento sul treno che collega Bergamo a Milano. Dall’arrivo nel capoluogo lombardo al primo contatto telefonico di ieri sera la ricostruzione è ancora confusa. La chiave però è il cellulare di una delle due ragazze, quasi sicuramente quello di Nicole. Subito dopo averlo riacceso, la 15enne riceve alcune telefonate, sia dagli amici che la cercavano da giorni che dalla madre. «Sto bene, vogliamo tornare a casa», le poche parole di Nicole. La fuga di Niki e Fatima finisce quindi con l’intervento della Polfer di Milano Centrale che ha aiutato le due giovani.

Nel frattempo iera sera, spinte dalle voci che davano le minorenni in arrivo con il regionale delle 22,12, la stazione di Vercelli è stata letteralmente presa d’assalto da decine di ragazzini che hanno aspettato invano l’arrivo di Niki e Fatima. Preso dalla disperazione di non vederle arrivare, un gruppetto di ragazzini è anche salito su un treno per raggiungere Milano. «Voglio solo abbracciare Niki. Nient’altro. Non possono impedirmelo». Parole bagnate da qualche lacrima quelle di Cristina Valanzano, l’amica del cuore di Niki, che ieri sera l’ha aspettata per ore sui binari. Ma Niki e Fatima non hanno usato il treno per tornare: lo hanno fatto con l’auto della polizia, tra le braccia di mamma Roberta e papà Stefano.

"Bracciali dell'equilibrio inefficaci" L'Antritrust multa il Power Balance


Garantiscono equilibrio, forza e resistenza fisica, ma i braccialetti di plastica colorata andati a ruba quest’estate e sempre più utilizzati da professionisti, calciatori, attori e gente comune non sono in realtà in grado di mantenere nessuna delle promesse date. Per questo è arrivata, puntuale, la multa dell’Antitrust che ha inflitto alla casa produttrice Power Balance e alla distributrice Sporto Town due sanzioni per complessivi 350 mila euro.

L’Autorità Garante della Concorrenza aveva avviato lo scorso agosto un’istruttoria per pubblicità ingannevole sul braccialetto fatto di silicone e neoprene con un ologramma centrale, capace, secondo i messaggi pubblicitari che ne accompagnano la vendita (ma anche secondo il tam tam diffusosi sulle spiagge di mezza Italia), di rafforzare il fisico grazie al magnetismo amplificato dell’organismo umano. Proprietà tutt’altro che rispondenti al vero, secondo l’Antitrust, che ha deciso di sanzionare le società Power Balance Italy e Sport Town, con multe rispettivamente di 300mila e 50mila euro. Le comunicazioni delle aziende sono state infatti giudicate «prive di ogni riscontro scientifico» e tali da indurre i consumatori «a compiere scelte di acquisto che altrimenti non avrebbero fatto».

Il Garante ha adottato il provvedimento alla luce della documentazione presentata dall’Istituto Superiore di Sanità, secondo il quale non esiste alcuna documentazione scientifica in grado di provare gli effetti promessi dalle due società, «con toni enfatici e perentori», nei messaggi diretti ai consumatori. In particolare, l’Istituto ha sostenuto che il materiale prodotto da Power Balance Italy, al quale rinvia anche Sport Town, «non fornisce alcuna evidenza scientifica degli effetti attribuiti ai prodotti, sulla stabilità, flessibilità e potenza muscolare». L’istruttoria ha peraltro permesso di escludere che i bracciali e le collane dell’equilibrio possano avere controindicazioni per la salute e la sicurezza dei consumatori. L’Antitrust, a tutela dei consumatori, ha inoltre disposto, a carico delle due società, la pubblicazione della dichiarazione rettificativa sui loro siti internet e, a carico della sola Power Bilance Italy, la pubblicazione della stessa dichiarazione su alcuni organi di stampa.

Napolitano: "Diamo risposte a una generazione inascoltata"


MARIO CALABRESI

Mi sono trovato davanti una generazione che si sente inascoltata e a cui dobbiamo dare risposte». Nelle ore in cui la nuova riforma dell’Università diventa legge, Giorgio Napolitano ragiona sulla protesta giovanile che per giorni ha occupato il dibattito politico italiano, mettendo al centro «il tema dell’ascolto, della capacità della politica di tornare a comunicare con i più giovani». E' un chiodo fisso del Presidente - che lo ripeterà anche la prossima settimana nel suo discorso di fine anno - quello di dare «valide risposte ad un malessere crescente fatto di disoccupazione e precarietà», accentuato dalla crisi economica e dal divario crescente tra Nord e Sud.

Il Capo dello Stato già ragiona sulle sfide del 2011, quando celebrerà il primo secolo e mezzo dell’Unità d'Italia chiedendo al Paese di avere memoria ma di guardare avanti e tornare a progettare un futuro. Il Presidente della Repubblica, l'altroieri sera, ha aperto le porte del Quirinale ad una delegazione di ragazzi perché proprio loro sono il futuro già tra noi e ora racconta: «Li ho accolti perché la loro protesta non era stata sporcata dai segni della violenza. Sono venuti da me dopo una giornata molto tranquilla, e questa era la condizione preliminare per ogni dialogo». Una condizione posta lunedì scorso, nel discorso alle alte cariche dello Stato: «Sono stato chiaro: i giovani hanno il diritto di manifestare e protestare ma devono tenere fortemente le distanze da quei gruppi che sono portatori di una intollerabile illegalità e violenza distruttiva.

Mi sembra che abbiano capito che sarebbero finiti nell’angolo, in un "cul de sac", se avessero incoraggiato o anche tollerato una violenza come quella della settimana prima, e il fatto che quegli episodi non si siano ripetuti è importante». Così per un’ora e mezzo dodici studenti si sono seduti intorno al Presidente nel suo studio e hanno raccontato la loro opposizione alla legge di Mariastella Gelmini: «Nel dialogo con loro ho trovato tratti di ingenuità ma buona fede e dobbiamo renderci conto che non è solo il problema di una legge ma è il problema di una generazione». Un messaggio, Giorgio Napolitano, vuole lanciare ora che la riforma è passata, le manifestazioni finite e pure un anno segnato da polemiche e scontri terribili sta per andare in archivio: «Oggi mi sento di dire che gli studenti che protestano, e che ho ricevuto, sentono e pongono soprattutto il problema dell'avere voce, del veder ascoltate, considerate e discusse le loro preoccupazioni, le loro esigenze e le loro proposte.

E tutti noi che abbiamo responsabilità nelle istituzioni e nella politica dobbiamo capire che sono, al fondo, le preoccupazioni di una generazione cui è ormai chiaro, nella percezione di molti, quali incognite presenti per essa il futuro». La necessità di dare risposte, e questo è l’altro cavallo di battaglia del Presidente da settimane, è legata alla stabilità che deve essere funzionale però a una «efficace azione di governo» e a un lavoro parlamentare che «sia produttivo». Se gli si chiede come può riuscire a svolgere serenamente il suo ruolo mentre il mondo politico è preda di continue guerre, risponde candidamente: «L’unica cosa è cercare di non farsi travolgere dalle scosse, dai problemi e dalle novità che si accavallano ogni giorno e provare a guardare lontano».

Il Presidente della Repubblica si prepara ad un anno intenso, che lo vedrà protagonista e motore delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Il primo appuntamento sarà già il 7 gennaio a Reggio Emilia con la Giornata Nazionale della Bandiera, con un simbolico passaggio di mano del tricolore dal sindaco di Torino a quello di Roma. Quel giorno sarà l’apertura ufficiale dei festeggiamenti e mancano ormai solo due settimane: Giorgio Napolitano non nasconde il suo dispiacere per l’atteggiamento freddo del governo. Il Presidente riconosce ai giornali, all’editoria, alla scuola e agli enti locali l’impegno nel sostenere le celebrazioni, ma torna a sottolineare «la mancanza di un impegno politico nazionale».

Così prova ancora a spronare il governo affinché «faccia sentire la propria voce e diventi finalmente protagonista della festa della nazione, perché - ripete - non è mai troppo tardi e si può ancora recuperare». L’importanza dell’unità sarà al centro del discorso di fine anno insieme alla centralità dell’Europa: «Un tema che sembra essere scomparso dall’agenda politica italiana ma che andrà a condizionare qualsiasi sbocco della crisi italiana». Appare incomprensibile, al Presidente, l’incapacità di pensare «europeo» in un momento in cui l’intreccio tra la crisi indotta dall’accelerazione della globalizzazione, le tempeste monetarie e la crisi finanziaria rappresenta ancora un rischio forte anche per l’Italia.

«Per questo è necessario tenere la guardia alta», per questo nei suoi atti e nei suoi discorsi Giorgio Napolitano ha messo la stabilità al centro e ha sottolineato i tempi fisiologici di durata di una legislatura. Ma se chi governa ha tempo davanti lo deve usare con efficacia, «con la massima serietà», pensando alla riduzione del debito pubblico e allo sviluppo. E questi concetti lo riportano a parlare dei giovani, della necessità di trovare soluzioni sostenibili e di lungo periodo per il Paese che lasceremo in eredità alle prossime generazioni, perché nel momento in cui si ripensa il Welfare e le risorse sono scarse bisogna mettere bene in chiaro quali sono le priorità e i bisogni dell’Italia.

I Palazzi della politica ormai hanno chiuso per le ferie, per qualche settimana il rumore degli scontri potrebbe calare, ma il Presidente non riesce a pensare alle vacanze, dice che prima di riposarsi deve preparare il discorso agli italiani di fine anno. Poi sarà l’anno nuovo, cominceranno le celebrazioni dei 150 anni e l’attività politica riprenderà e subito ci sarà la sentenza della Corte Costituzionale sul legittimo impedimento. Napolitano invita tutti alla serenità, alla calma e ad evitare fughe in avanti, da parte sua continuerà ad applicare la regola d’oro di non farsi travolgere dalle scosse.

D'Alema agli Usa: i magistrati minaccia per lo Stato italiano


CARLO BERTINI, ALBERTO INFELISE

«Sebbene la magistratura italiana sia tradizionalmente considerata orientata a sinistra, l’ex premier ed ex ministro degli Esteri Massimo D’Alema ha detto lo scorso anno all’ambasciatore (Usa, ndr) che la magistratura è la più grande minaccia allo Stato italiano». Queste le parole contenute in un cablo scritto dall’ambasciatore americano a Roma, Ronald Spogli, in un cable del 2008 e inviato a Washington. Il cablo, pubblicato dal quotidiano spagnolo «El Pais», è ovviamente targato Wikileaks. Nel dispaccio del 3 luglio 2008, intitolato «Berlusconi incontra forti turbolenze», nel paragrafo «La magistratura in Italia: per molti un sistema “rotto”», l’ambasciatore americano argomenta che la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche relative alle inchieste giudiziarie da parte della stampa creano «imbarazzo a coloro che si battono per una riforma del sistema giudiziario e per la fine della pratica delle intercettazioni».

I responsabili delle fughe di notizie «raramente vengono» individuati. «Nonostante 15 anni di dibattiti sulla necessità di una riforma del sistema, non sono stati fatti progressi significativi. Gli italiani considerato il loro sistema “rotto” e hanno veramente poca fiducia sul fatto che garantisca giustizia», commenta ancora il diplomatico americano. La notizia, uscita in Italia dopo la mezzanotte ha creato stupore e sconcerto nell’entourage del presidente del Copasir D’Alema. Matteo Orsini, membro della segreteria del Pd e braccio destro dell’ex ministro degli Esteri ha osservato che «più volte D’Alema ha detto pubblicamente che le fughe di notizie sono scandalose e che non si trovano mai i responsabili. Ma da qui a dire che la magistratura costituisce una minaccia per lo Stato ce ne corre ed escludo fermamente che sia questa l’opinione di D’Alema che non ha mai detto cose del genere». Le inchieste in cui si parla del cablo sono relative al «caso Mills» e ai «diritti tv Mediaset».

Nel caso «più seguito» dalla stampa, «Berlusconi è accusato di aver trattato favori politici con l’ex direttore della Rai,
Agostino Saccà, anche se la gran parte delle prove riguarda le raccomandazioni di Berlusconi che certe showgirl avrebbero dovuto avere più spazio (in tv, ndr)». Sul punto, Spogli commenta in una nota che «Berlusconi non sarebbe tenuto alle dimissioni in caso di una condanna penale, anche se probabilmente subirebbe forti pressioni politiche per farlo. Le condanne non sono considerate definitive, finché non superano altri due giudizi. In Italia, questo può richiedere diversi anni».

Dopo un’analisi del «Lodo Schifani», di quella «che Berlusconi chiama una giustizia ad orologeria», l’ambasciatore americano conclude - nel commento finale del dispaccio - che i «guai giudiziari hanno perseguitato i 15 anni di attività politica» del premier italiano «anche se non ha mai ricevuto una condanna definitiva». Anche con le critiche alla magistratura di alcuni esponenti dell’opposizione, «sembra che alcuni magistrati motivati politicamente siano andati troppo oltre».

La legge per l’immunità, «che ha il supporto implicito del presidente Napolitano», potrebbe poi «mettere a tacere» i problemi legali del premier fino alla fine del «mandato di governo». Secondo quanto riporta Spogli, Gianni Letta ha detto che potrebbero essere pubblicate altre «imbarazzanti intercettazioni. Berlusconi è finito nelle turbolenze e non è chiaro se abbiano girato a suo vantaggio. È possibile immaginare uno scenario nel quale Berlusconi potrebbe perdere popolarità, la sua abilità di portare avanti le riforme e anche il suo potere di governare».

Berlusconi all'attacco dei pm "Un'emergenza democratica"


Le elezioni sarebbero un «grave danno» per un Paese che sta uscendo da un anno «difficile» più forte di prima. Tuttavia, senza una maggioranza in grado di fare le riforme, l’unica alternativa resta quella del voto. Silvio Berlusconi, dopo la conferenza stampa di fine anno, continua a rivendicare i meriti del suo esecutivo, rinnovando l’apertura a Pier Ferdinando Casini.

Il leader centrista però rifiuta garbatamente la proposta e ribadisce di voler restare equidistante anche dal Pd, respingendo l’invito di Pier Luigi Bersani ad una «alleanza costituente». Il presidente del Consiglio, in un audio-messaggio ai Promotori della Libertà, avverte che la fine anticipata della legislatura sarebbe un «grave danno» al Paese. Per questo promette di fare il possibile per evitarlo. Ove ciò non fosse possibile, precisa però, «non ci sarà altra scelta se non tornare dal popolo sovrano». L’obiettivo «primario», ripete, resta la «governabilità» attraverso un allargamento della maggioranza, visto che non esiste una maggioranza alternativa a quella attuale.

L’intento è sempre quello di attrarre singoli deputati delusi. Ma anche di convincere i centristi: spero che Casini si «ravveda» e decida di dare perlomeno un appoggio esterno al governo, afferma il premier. Che invece ripete di non vedere alcun margine con il presidente della Camera, Gianfranco Fini. Con i militanti Berlusconi rivendica soprattutto l’azione di governo, che «tenendo in ordine i conti» in un anno «difficile» è riuscito a «traghettare verso il 2011 un’Italia più stimata, più forte e più competitiva», mentre altri «ordivano congiure di palazzo». Conferma però che per tornare ai livelli di crescita pre-crisi bisognerà attendere il 2012. Nel complesso, comunque, per il 2010 si può guardare al «bicchiere mezzo pieno», anche in considerazione dell’accordo raggiunto dalla Fiat a Mirafiori che non esita a definire «storico».

Sul tema sempre caldo della giustizia, il Cavaliere rinnova le sue critiche a quei pm che con «indebite ingerenze sulla vita delle altre istituzioni» determinano una «vera e propria emergenza democratica». Infine, a proposito di un possibile passo indietro, ripete che nel Pdl e nel governo ci sono alcuni «protagonisti» che «potrebbero davvero, in un prossimo futuro, assumersi la responsabilità di guidare il governo». Eventualità, aggiunge, che «mi auguro» visto che farlo richiede «grandissimi sacrifici». L’ennesima offerta del premier non trova sponda nei centristi: «Non diciamo nè si nè no ad un tavolo, constatiamo che il tavolo c’è già ed è il Parlamento», ribadisce Casini. Che risponde picche anche all’alleanza costituzionale proposta da Bersani. «È un’idea emergenziale, ma io mi auguro che assieme si possa scongiurare una simile emergenza». Insomma, per l’ex Dc è meglio «convergere» in Aula su alcuni provvedimenti, restando «ciascuno dov’è, maggioranza e opposizione».

Le parole del Cavaliere scatenano la reazione dell’opposizione: Per il Pd parlano Maurizio Migliavacca, che definisce l’intervento un «copione ormai logoro», e Stefano Fassina, che accusa il premier di rifilare agli italiani una «stanca litania propagandistica». Altrettanto dure le reazioni dell’Italia dei Valori: Antonio Di Pietro, a proposito della Fiat, parla di «panettone al veleno», mentre Luigi De Magistris e Fabio Evangelisti lo attaccano rispettivamente sulla giustizia («l’unica emergenza democratica è Berlusconi») e sulla crisi («Preoccupa la sua capacità di mentire»).

lunedì 20 dicembre 2010

Primarie, scontro tra Vendola e D'Alema


CARLO BERTINI

Ci sarà un motivo se, coperti dall’anonimato, molti peones del Pd condividano nella sostanza una tesi come quella espressa ieri da un berlusconiano doc come Osvaldo Napoli. E cioè che «Bersani e Casini sono i primi ad augurarsi che il governo possa rafforzarsi perché questo è l’unico modo che hanno per allontanare da sé l’amaro calice elettorale». Basta registrare la guerra senza esclusione di colpi che si fanno da giorni gli stati maggiori di Pd, Sel e Idv, così come i continui smarcamenti di Casini dai suoi corteggiatori, per capire come allo stato l’unica coalizione sicura in caso di voto sia quella Pdl-Lega. A sinistra infatti regna sovrana la confusione, con alleanze d’ogni sorta evocate e subito contrastate, primarie rinviate e opposte interpretazioni alle porte socchiuse dai centristi. Stasera i 75 parlamentari della minoranza “Modem” riuniti da Veltroni, Fioroni e Gentiloni, faranno il punto in vista della Direzione convocata da Bersani il 23 dicembre. E malgrado la contrarietà a rinunciare ad un pezzo dell’identità Democrat come le primarie, la correzione di linea del segretario ha raffreddato un poco gli animi. E anche la definizione del Pd di Massimo D’Alema ieri sera da Fabio Fazio potrebbe essere in teoria sottoscritta dai veltroniani: quella di «una grande forza che deve indicare una prospettiva al paese anche indicando le riforme da fare, con un progetto: chi lo condivide lo sosterrà, non dobbiamo guardare da una parte o dall’altra, come nella fisica siamo noi il corpo maggiore». Ma l’incertezza sul destino delle primarie scuote nel profondo la base del partito e fa infuriare l’alleato Nichi. «Anche gli americani mi hanno detto che siamo matti a farle così, servono regole e garanzie», dice D’Alema.

Vendola ribatte dunque al fuoco di sbarramento del vertice Democrats (con Bersani che lo apostrofa, «io sto fuori dal Palazzo, non tu» ed Enrico Letta che lo accusa di «autismo»), con un’operazione di marketing elettorale volta a rovesciare la prospettiva: «Leggo sull’Unità sondaggi secondo cui se il Pd va col Terzo Polo è al 35%, mentre se si allea con Sel e Idv è al 37%. E poi Sel è una cosa, ma io prendo voti ovunque, anche a destra. E mi spieghino come si fa ad allearsi con Fini che vuole rifondare il centrodestra». E ancora: «Quelli del Pd mi attaccano per coprire la rivolta della base e se ho solo il milione di voti delle europee perché hanno paura delle primarie? L’autismo è il loro che non sono in grado di elaborare risposte all’altezza dei problemi di oggi».

«Con lui vorrei parlare di cosa ritiene necessario per il futuro del Paese», replica caustico D’Alema, che liquida la pur «legittima ambizione» di Vendola come frutto di «un’ossessione della leadership carismatica alla Berlusconi». Convinto che «l’esito probabile siano le elezioni», il presidente del Copasir annuncia che la campagna elettorale sarà giocata sul tema dell’unità nazionale e rilancia la prospettiva di «un governo che affronti i problemi e dia speranze al paese». Un governo «che per me può unire un arco ampio di forze, anche forze che sembravano lontane». Quindi anche con il leader del Fli, «con il quale dialogo da tre anni su vari temi: con lui ho riscontrato ad esempio una convergenza sul voto agli immigrati, che sarebbe stata impossibile ai tempi della Bossi-Fini».

Adesso il Terzo polo prova a dare ossigeno al premier


AMEDEO LA MATTINA

Il terzo polo userà la maschera di ossigeno sulla bocca di Berlusconi pur di non fare morire il suo governo. Condizionarlo dall’esterno, far mostra di responsabilità nazionale, prendere tempo per rafforzarsi agli occhi dell’opinione pubblica, innanzitutto quella moderata e che normalmente vota centrodestra. Una strategia del carciofo che serve ad evitare le urne in primavera e dimostrare che se qualcosa di buono il Cavaliere sta facendo è tutto merito loro. Intanto a sinistra Bersani faccia bene i conti con Vendola e l’«impresentabile» e non coalizzabile Di Pietro: e poi si vedrà quale alleanza per battere Berlusconi e Bossi. L’unica veramente competitiva è Patto della Nazione-Pd «depurata» da dipietristi e vendoliani.

Logorare il Cavaliere e rafforzarsi, insomma, è l’obiettivo di Fini, Casini e Rutelli. Bossi ha compreso la pericolosità di questa linea delle mani libere e vuole accelerare verso le elezioni. Non è risolutiva la nascita di un nuovo gruppo che ruota attorno all’ex finiano
Silvano Moffa, ai Popolari di Saverio Romano, all’Alleanza di centro di Francesco Pionati e Noi Sud (la riunione dei deputati che hanno votato la fiducia al governo è prevista domani). Non incide sulla stabilità perché non aggiunge alcunché ai 314 voti ottenuti da Berlusconi. Sarebbero in arrivo altri 8 deputati dalle fila di Fli, come ha annunciato dal premier a Bruxelles nei giorni scorsi. Ma per il momento non ce n’è traccia. E per Bossi è una previsione del tutto aleatoria. Quindi meglio cogliere l’occasione propizia di una sinistra che litiga, di un Pd incerto sulle alleanze e andare all’incasso dei consensi. Senza stare lì a raccattare singoli parlamentari e trattare con l’Udc. Berlusconi invece vuole provarci fino all’ultimo secondo utile. «Poi se non si potrà governare - avverte il capogruppo Cicchitto - allora si andrà a votare».

Una mano ieri a Berlusconi gliel’ha data il presidente del Senato Schifani, complice il clima natalizio. «Il Paese ha bisogno di governabilità, le elezioni sono sicuramente un momento estremo, a cui ricorre quando la politica, e il governo in particolar modo, non è in grado di esprimere l’attuazione del programma». Per Schifani il 2010 è stato un anno «denso di avvenimenti tragici e di tensioni, anche nel mondo della politica. Il miglior modo di concluderlo è quello di trovare momenti di concordia e di sintesi». Su questa scia si sono messi Casini e Rutelli. «Basta litigi e basta risse», afferma il primo. «Vorrei un presidente del Consiglio - aggiunge il leader dell’Udc - che non cercasse scorciatoie, ma guardasse in faccia la realtà, che si rapportasse a noi come Obama ha fatto con i repubblicani. Loro hanno risposto “presente”, noi risponderemo “presente”"». Ancora più esplicito Francesco Rutelli, dell’Api, che in nome delle «riforme serie» si dice pronto addirittura a farle anche con Berlusconi. Niente poltrone, comunque. «Bossi stia tranquillo: i posti se li può tenere tutti per lui. Berlusconi li dia tutti a lui», provoca Casini. Il metodo Obama prospettato da Casini trova d’accordo il coordinatore Pdl e ministro Bondi («un passo avanti rispetto alla sfiducia»). Ma lo attende alla prova dei fatti, a cominciare dall’approvazione della riforma Gelmini.

Bossi non crede alla sponda del terzo polo, non vuole tirare a campare. Berlusconi gli chiede di pazientare fino a gennaio. Tanto Bersani non risolverà tanto facilmente i suoi problemi. «Il Pd - gira il coltello nella piaga
Osvaldo Napoli, vicecapogruppo del Pdl - è ridotto come l’asino in mezzo ai suoni: guarda alla sua sinistra ma poi fa rotta a destra. Strizza l’occhio a Casini e Fini, ma rassicura Vendola e Di Pietro che lavora a una maggioranza larga».

Napolitano: "Cortei spia di malessere" Gasparri: "Potenziali assassini"


«Voglio fare un appello: genitori, dite ai vostri figli di stare a casa. Quelle manifestazioni sono frequentate da potenziali assassini. Vanno evitate». Così, il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri ai microfoni di Agorà su Rai Tre riferendosi alla manifestazione degli studenti in programma per mercoledì prossimo. Alla classe politica - e alla società in generale - giunge però il monito del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: "I cortei sono la spia di un malessere che non va ignorato". Per Napolitano, «La protesta pacifica, benché spesso sviata da inammissibili violenze, di tanti cittadini nelle strade delle nostre capitali, è una spia di malessere che le democrazie non possono ignorare». Lo ha detto durante i tradizionali auguri al corpo diplomatico.

Quanto alle forze di Governo, dopo gli scontri della scorsa settimana a Roma, vogliono giocare d’anticipo. E annunciano giri di vite, mentre il presidente del Senato Schifani rivolge agli studenti, che si preparano a scendere di nuovo in piazza il 22 in concomitanza con lo sprint finale della riforma universitaria, un appello affinché protestino «con compostezza e nel rispetto delle regole».

«Invece delle sciocchezze che vanno dicendo i vari Cascini e Palamara, qui ci vuole un Sette aprile», ha già detto ieri il capogruppo del Pdl al Senato evocando quel giorno del 1979 in cui furono arrestati tanti capi dell’estrema sinistra collusi con il terrorismo. «Qui serve - ha spiegato - una vasta e decisa azione preventiva. Si sa chi c’è dietro la violenza scoppiata a Roma. La sinistra, per coprire i violenti, ha mentito parlando di infiltrati. Bugie. Per non far vivere all’Italia nuove stagioni di terrore occorre agire con immediatezza».

Affermazioni che, come prevedibile, hanno rinfocolato le polemiche già sollevate dalla proposta di estendere il Daspo anche alle manifestazioni di piazza. «Bisogna stare molto attenti - ha detto a «Che tempo che fa» Massimo D’Alema, presidente del Copasir - perché l’interesse alla violenza è un interesse dei gruppi violenti, ma potrebbe diventare anche un modo di chi è al potere di rafforzare il proprio potere. È un gioco che abbiamo già visto anche nel passato». «È sbagliato - ha aggiunto pur non volendo commentare la proposta di Gasparri - che il governo non apra un dialogo con gli studenti, sarebbe un modo per isolare la violenza».

«Quello che propone Gasparri è contro la nostra Costituzione. Le sue sono parole pericolose. Se Gasparri conosce nomi e cognomi li faccia. Sennò lasci lavorare e rispetti le autorità competenti senza avvelenare il clima con dichiarazioni provocatorie e parafasciste», ha commentato la capogruppo del Pd al Senato
Anna Finocchiaro. Per il leader dell’Italia dei valori, Antonio Di Pietro, le parole di Gasparri «confermano soltanto la volontà del governo e di questa maggioranza di imporre il modello fascista». Gasparri «con la consueta finezza argomentativa propone una riesumazione dell’arresto preventivo che è annuncio di fascismo», ha osservato il leader di Sel Nichi Vendola. «Gasparri fascista era e fascista è rimasto», ha chiosato il Presidente nazionale dei Verdi Angelo Bonelli, mentre Articolo21 si chiede «perchè Maurizio Gasparri fomenta con dichiarazioni irresponsabili gli animi già tesi?».

Critici anche i finiani: «Tra fantasiose proposte di daspo per i manifestanti e farneticanti ipotesi di arresti preventivi, Pdl e Lega rischiano di creare - ha dichiarato
Fabio Granata - dinamiche sudamericane in Italia». «Fascismo da sceriffi» l’accusa di Mario Staderini, segretario di Radicali italiani. Schierate a fianco dell’ex ministro delle Comunicazioni le colleghe di partito Jole Santelli e Isabella Bertolini. Alle parole di Maurizio Gasparri «non viene data risposta politica ma solo - ha osservato Santelli - inutili e sterili insulti». «C’è da chiedersi - ha aggiunto Bertolini - se tutti questi indignati dell’ultim’ora vogliano davvero un rigoroso rispetto della legge durante le manifestazioni».

E Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera, assicurando che «nessuno vuole ledere il diritto di manifestare liberamente» ricorda che a Firenze qualche anno fa, ministro degli Interni Pisanu, nei fatti l’azione preventiva fu portata avanti d’intesa fra le forze dell’ordine, il Comune e i sindacati e passò sotto il nome di monitoraggio preventivo. E mentre il presidente dei senatori Pdl risponde alle accuse facendo notare che «è molto grave che in molti invece di condividere la prevenzione contro la violenza, preferiscano insultare e fiancheggiare chi ha devastato Roma», Pietro Calogero, il magistrato autore proprio dell’inchiesta 7 aprile, giudica «contrario all’obiettività storica» un parallelo tra le violenze studentesche e la vasta operazione che nella primavera del ’79 decapitò Autonomia Operaia. «Quelle che portarono agli arresti del 7 aprile si svilupparono - fa notare - all’interno di un preciso disegno strategico di insurrezione, per sovvertire il sistema».

E per Oreste Scalzone, che quel lontano giorno del ’79 fu tra gli arrestati, Gasparri «non perde occasione per straparlare in modo talmente grottesco che rende difficile anche infuriarsi». In ogni caso - puntualizza Valerio Onida, presidente emerito della Corte Costituzionale - ipotesi di questo tipo al limite dovrebbe farle la magistratura, non un politico». Cerca, invece, di placare le acque il leader dell’Udc, Pierferdinando Casini: »alla vigilia delle manifestazione annunciata dagli studenti contro la riforma universitaria è necessario mantenere i nervi saldi ed evitare di esacerbare preventivamente gli animi. Maggioranza e opposizione non facciano le ennesime polemiche sulle spalle degli studenti e diano prova di serietà e capacità di dialogo«.

Continuano, intanto, le polemiche sul Daspo. Se il Governatore del Lazio,
Renata Polverini, si mostra cauta - «bisogna capire se è realizzabile nella sua applicazione» -, il presidente del consiglio regionale della Lombardia, Davide Boni, definisce la misura «un atto di responsabilità» e il leghista Michelino Davico «una forma di dissuasione». Considerazioni per nulla condivise sul fronte delle opposizioni: Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc-Federazione della sinistra, parla di idea «aberrante e incostituzionale» e Antonio Di Pietro (Idv) di «misura fascista».

domenica 19 dicembre 2010

Il cordoglio per Padoa-Schioppa Napolitano: servitore dello Stato


Tommaso Padoa-Schioppa è stato un grande servitore dello Stato e dell’interesse pubblico. È quanto scrive il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel messaggio inviato alla famiglia dell’ex ministro scomparso la scorsa notte.

«Partecipo con indicibile turbamento e tristezza al dolore dei famigliari e al più generale cordoglio - si legge - per l’improvvisa scomparsa. È stato un grande servitore dello Stato e dell’interesse pubblico, che nell’esercizio di tutte le alte funzioni cui è stato chiamato in Italia e in Europa ha lasciato l’impronta del suo eccezionale talento, della sua preziosa professionalità, della sua passione civile e della sua integrità personale. È stato tra coloro che hanno saputo tradurre l’ideale europeistico in analisi e progetti sapienti e concreti, dando in particolare un contributo incancellabile alla nascita dell’Euro e alla costruzione dell’Eurozona».

«L’Italia - continua Napolitano - perde con Tommaso Padoa-Schioppa una personalità tra le più preparate, colte e fini su cui ha potuto contare negli ultimi decenni; che ho potuto anch’io conoscere e apprezzare sempre meglio stabilendo con lui un rapporto di profonda stima, vicinanza e fiducia». Sin dalla tarda notte esponenti politici e delle istituzioni hanno voluto esprimete il loro cordoglio per la scomparse dell'ex ministro dell'Economia.

Il presidente della Camera dei deputati
Gianfranco Fini ha espresso «profondo sgomento per l’improvvisa scomparsa del professor Tommaso Padoa-Schioppa uno dei più insigni economisti italiani e tra gli artefici della costruzione della moneta unica. Con lui scompare un autorevole esponente dell’Italia nello scenario delle istituzioni europee. Alla famiglia giunga il cordoglio mio personale e della Camera dei deputati». «Una persona di straordinario livello, un intellettuale curioso di tutto», è il ricordo del segretario del Pd Bersani. «Sempre con l’idea di un’Italia più rigorosa, più seria, più adatta ad una dimensione internazionale e ad essere vista nel mondo con la sua grande tradizione. Questa - ha sottolineato - era la sua grande preoccupazione. Lo definirei un nobile borghese».

«Tommaso Padoa Schioppa ha rappresentato - scrive il Presidente del Senato
Schifani in un messaggio ai familiari - il rigore e la dottrina economica nei suoi molteplici uffici ricoperti sia in ambito finanziario che politico. Economista di riconosciuto valore internazionale, con lui scompare un esempio di uomo al servizio delle Istituzioni che ha svolto il proprio ruolo con probità e grande impegno civile». Per Casini «scompare un economista di grande valore e di autentico spessore internazionale che ha servito le istituzioni della Repubblica italiana e l’Europa, di cui è stato fervente testimone». «L'Italia dei Valori è vicina alla famiglia di Tommaso Padoa Schioppa. E' andato via un uomo di valore, un grande economista, di cui abbiamo apprezzato le qualità professionali e umane. Personalmente non dimenticherò mai i suoi consigli quando ero al ministero», afferma in una nota il presidente dell'Idv Antonio Di Pietro.

Addio all'ex ministro Padoa-Schioppa uomo dei conti con la testa in Europa


STEFANO LEPRI

A settant’anni e qualche mese, nel pieno delle sue energie intellettuali, un arresto cardiaco ieri sera ha portato via Tommaso Padoa Schioppa, uno dei più europei tra gli italiani. Erano davvero in tanti a cercare il contributo delle sue idee: al momento era consigliere del governo greco, presidente del centro studi parigino “Notre Europe”, membro del “Gruppo dei 30” che è un autorevolissimo pensatoio mondiale, consulente del Fondo monetario internazionale, e da appena tre giorni anche consigliere di amministrazione di Fiat Industrial. Non avrebbe certo voluto lasciare ora l’Italia che vedeva in preda a una «crisi della democrazia e dello Stato di diritto», l’Europa dove è in difficoltà l’Unione monetaria di cui era stato uno dei costruttori.

Economista di formazione, ma di vasta cultura letteraria, era un personaggio di un formato difficile da ritrovare nelle generazioni seguenti. Ha saputo svolgere incarichi molto diversi senza portare nell’uno le ambizioni dell’altro. Liberista ma lontano dagli «adoratori del mercato» di scuola americana che avevano prevalso negli anni prima della crisi, attento al rigore della moneta e dei bilanci pubblici ma senza le rigidezze dogmatiche dei tedeschi, sicuro di sé nel parlare di doveri e di senso dello Stato, è stato un bersaglio facile per i populisti sia della destra sia dell’estrema sinistra; lo sapeva e quasi quasi ci si divertiva.

Laureato alla Bocconi e poi al Mit di Boston, si era formato alla Banca d’Italia, da cui era passato nel 1979 alla Comunità europea per poi tornarvi e salire fino alla vicedirezione generale. Una vecchia foto su un libro che narra la storia della Banca d’Italia lo ritrae giovane serio e per nulla intimidito accanto a Guido Carli. Quando Carlo Azeglio Ciampi si dimise da governatore per assumere la presidenza del consiglio dei ministri, l’avrebbe voluto come suo successore; ma l’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro gli preferì
Antonio Fazio, più rassicurante per il mondo cattolico.

Alla nascita della Banca centrale europea, nel 1998, fu scelto per quel posto tra i sei del comitato esecutivo che, per prassi, tocca all’Italia; e lì, allora, si confrontava da amico con il membro designato dalla Germania Otmar Issing, («e qualche volta a sostenere le posizioni più dure ero io», ricordava). Così nella primavera scorsa l’aveva addolorato molto che Issing, con altri tedeschi, volesse abbandonare la Grecia al suo destino; mentre lui ha voluto impegnarsi proprio per l’opposto, per una scelta di solidarietà fra tutti i popoli che dell’Europa fanno parte. Era doloroso, per lui, constatare questa divisione fra persone di diversi paesi che avevano messo insieme i pezzi del meccanismo dell’euro.

Poco dopo che era terminato l’incarico alla Bce, Romano Prodi lo contattò per offrirgli il ministero dell’Economia, nel caso il centro-sinistra avesse vinto le elezioni del 2006. Lui disse di sì e volle tener fede alla parola data pur se, visti i risultati, un governo con una maggioranza di due voti non era adatto a un ministro tecnico quale lui si sentiva. Si impegnò per risanare i conti pubblici, sballottato tra le mille mediazioni politiche di una coalizione frammentatissima e discorde;
i numeri mostrano che solo nei suoi due anni la curva della spesa pubblica corrente aveva frenato la sua corsa verso l’alto. Ma la vinaigrette, come lui la chiamava, ovvero la mescolanza di olio e di aceto che lui usava come metafora dell’incontro fra le sue idee e quelle di Fausto Bertinotti, non restò stabile a lungo, come si sa.

Molto critico sulle condizioni in cui
Giulio Tremonti gli aveva lasciato i conti pubblici nel 2006, aveva invece voluto riconoscere una «continuità» di rigore e controllo della spesa nelle scelte che lo stesso Tremonti ha fatto dopo il 2008. Non aveva mai commentato, invece, la presa di distanza dalla politica del rigore che è prevalsa nel centro-sinistra all’opposizione. Ma non ce n’era bisogno. E guarda caso proprio negli ultimi giorni due delle figure emergenti in quella parte politica, il sindaco di Firenze Matteo Renzi e il presidente della Puglia Nichi Vendola, sia pur con umori diversissimi proprio da Padoa-Schioppa hanno voluto prendere le distanze: Renzi rimproverandogli l’aver inneggiato al dovere di pagare le tasse, Vendola accusandolo di liberismo. Ed è forse questa un’altra prova di quella profondissima crisi in cui, nel suo ultimo articolo, vedeva immergersi l’Italia.

sabato 18 dicembre 2010

L'incubo del premier: Casini "nuovo Prodi"


AMEDEO LA MATTINA

Le operazioni mediatiche sono quelle che meglio riescono a Berlusconi. Batte il tasto dei nuovi arrivi nella maggioranza e mette paura agli avversari finiti per il momento in un angolo. Schiaccia a sinistra il «traditore» Fini e ai deputati dell’Udc ricorda che il loro leader Casini ha perso un’occasione d’oro: entrare nel governo dalla porta principale di ministeri e sottosegretariati. Ma quello che ora il Cavaliere teme veramente è una possibile alleanza in divenire tra il nascente terzo polo e il Pd «depurata» da Di Pietro e Vendola. Un centrosinistra di nuovo conio per dirla con un’espressione in voga un po’ di tempo fa e inventata da Rutelli. Berlusconi lo teme perché non potrà dire con tanta credibilità che i suoi vecchi partner si sono consegnati a comunisti e forcaioli. Soprattutto se il «nuovo Prodi» si chiamerà Casini, democristiano di provata fede, tra i fondatori del centrodestra.

Il suo avversario ideale è il governatore della Puglia, orecchino, gay, onestamente e dignitosamente comunista anche se postmoderno. Contro di lui il Cavaliere potrebbe dire le umane e le inumane cose, tanto rimane minoranza. Per non parlare dell’ex Tonino nazionale che ha perso l’onore politico da quando i suoi due deputati hanno salvato il nemico numero uno dell’Idv. Di Casini, che è stato all’opposizione e ce l’ha mandato proprio lui, bisognerebbe lavorare di fino per dire tutto il male possibile. Tanto più se il leader Udc sarà alla testa del battaglione democratico, che alla sua sinistra farebbe strage di voti utili non facendo scattare il 4%. E’ vero che sarebbe un’ammucchiata anche Patto della Nazione più Pd «depurato», ma per Berlusconi sarebbe una concorrenza al centro e sulle fasce moderate che non potrebbe sottovalutare. Ovviamente non può ammettere di averne paura.

Noi glielo abbiamo chiesto alla fine del vertice Ue: teme un’alleanza di questo tipo? E lui: «Non mi preoccupa perché non hanno elettori». Una risposta insolitamente breve, come se non avesse ancora messo a fuoco il problema che potrà trovarsi di fronte. Del resto un sondaggio ad hoc non ce l’ha, e quindi che può dire? Il premier è persona pratica, procede passo dopo passo. Non si pone un problema che non è andato a maturazione. Adesso è interessato all’espansione della maggioranza e i suoi messaggi si fanno incalzanti e quotidiani. Erano mesi che non si offriva ai giornalisti come in questi giorni così a lungo e in tutte le circostanze. Quando non lo fa, annullando viaggi e conferenze stampa, è perché le cose gli vanno male o sta incubando qualcosa. Da quando invece ha superato la rischiosa boa della sfiducia, nonostante possa contare solo su 3 voti di maggioranza, il premier parla a iosa (anche alle 2 di notte come è accaduto l’altra sera nella hall del Conrad).

Ieri, all’uscita vip del Justus Lipsius, è stato l’unico leader che si è fermato con i giornalisti. Si mostra sicuro, ostenta il suo ritorno a Bruxelles da vincitore. «Ditelo che non riuscite a stare senza di me. Non è facile abbattere un combattente veterano come me», ha scherzato con alcuni colleghi al vertice Ue. Colleghi che gli avrebbero fatto tanti di quei complimenti per la fiducia ottenuta da averlo imbarazzato. Del resto, ha osservato, la caduta del governo avrebbe creato instabilità anche in Europa e avrebbe fatto male alla tenuta dell’euro. «Anche questo dimostra l’irresponsabilità di una manovra per come era stata pensata e cercata di portare avanti». Ecco, per fortuna un governo a Roma c’è ancora e a Bruxelles è stato approvato il fondo permanente «salva-Stati». Ora l’euro a suo avviso è in «sicurezza irreversibile», grazie al clima di concordia tra i 27. Non è passata la proposta, sostenuta fortemente dall’Italia, di emettere eurobond. C’è la contrarietà della Merkel e di Sarkozy.

Il Cavaliere nega che ci sia uno strapotere franco-tedesco, anche perché spesso le loro iniziative incontrano la «mancata adesione degli altri Paesi». Ammette però che in Europa serpeggia ancora la voglia di «un protagonismo nazionalistico». In Italia invece deve fare i conti con il duo Fini-Casini. Li considera perdenti, soprattutto il primo, mentre per il secondo usa toni più soft, lasciando la porta socchiusa. Il suo bersaglio è comunque il presidente della Camera: è il Fli che vuole dissanguare, saccheggiare.

giovedì 16 dicembre 2010

La stampa straniera su Berlusconi "E' rimasto aggrappato al potere"


Berlusconi è sopravvissuto al voto di fiducia ma «il suo governo, discredidato, non ha più una maggioranza in grado di funzionare. Non è una situazione che l’Italia può tollerare a lungo. Servono, e servono con urgenza, nuovi leader, nuove elezioni e uno stile di governo più onesto». Berlusconi ha fallito e il suo è «Un fallimento personale». Questo il giudizio, sintetico e impietoso del New York Times che alla situazione italiana dedica oggi un editoriale. Il quotidiano ricorda che «gli investitori sono nervosi sull’Italia». Il paese «Non è la Grecia o l’Irlanda, il suo deficit è ancora gestibile» ma «anche prima della crisi finanziaria» la crescita economica italiana era molto indietro rispetto a quella degli altri stati europei «affondata da una corruzione pervasiva e da una pesantissima burocrazia ad ogni livello di governo».

Berlusconi sinora ha sempre sostenuto di essere una scelta obbligata, cioè di essere l’unico «capace di tenere insieme le varie e disparate fazioni del centro-destra. Ora è incapace di fare persino questo». Considerato che dall’altra parte resta un centro sinistra «fratturato» al suo interno, «incapace di unirsi e formare un governo», il «fallimento di Berlusconi è personale». Dopo una serie di scandali personali o giudiziari, «si è alienato anche i suoi alleati politici più stretti». Il suo «restare in carica ha estenuato l’Italia, indebolito il discorso pubblico, indebolito il governo della legge».

Anche il Financial Times giudica severamente il Cavaliere. «Berlusconi deve avere delle unghie resistenti», scrive oggi il quotidiano, riferendo su come il Presidente del Consiglio italiano sia riuscito, «tra la violenza nelle strade di Roma e le risse in parlamento», a rimanere «aggrappato al potere» con il minimo scarto. Berlusconi può presentarsi come il vincitore, ma la sua «non è altro che una vittoria di Pirro», sottolinea il Ft, perché ha perso la maggioranza assoluta alla Camera e molti suoi ex colleghi sono oggi all’opposizione.

Tuttavia, sebbene il governo sia in difficoltà, i suoi oppositori hanno poco da festeggiare, continua il quotidiano economico: «Il loro fallimento a trarne vantaggio serve solo a illuminare il loro scompiglio». «Ma è l’Italia la grande sconfitta» del voto di martedì scorso, sottolinea il quotidiano, «come spesso durante la farsesca leaderdership di Berlusconi». Perché il voto ha prolungato la paralisi politica« del Paese. «La settima economia mondiale ha bisogno di riforme - conclude il Ft - un giovane su quattro non ha lavoro; la crescita è poco meno che anemica; il debito nazionale ha toccato 1.800 miliardi di euro. Berlusconi ha dato prova senza alcun dubbio che non è in grado di affrontare queste sfide. La tragedia italiana è che finora non è emerso nessuno più capace che possa farlo sloggiare».