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domenica 1 gennaio 2012

Un anno che sa di nuovo




FURIO COLOMBO

Su questa scena si vedono tre personaggi: chi governa, la politica e il popolo. C’è una relazione strana fra i tre. Oscilla tra speranza e sospetto, tra giudizio positivo di attesa e preventiva condanna. Questa oscillazione divide la politica tra favorevoli e contrari a chi governa, ma ciò avviene lungo linee che non corrispondono ai partiti o alle idee (non oso dire “ideologie”) e che dunque lascia tutto in sospeso, perché al momento ogni conta è impossibile. Però alla politica, qualunque essa sia, certa o incerta, in movimento verso nuove aggregazioni o immobile, si sovrappone l’immagine della politica, che è pessima. Il problema è molto più grave di ciò che si definisce “anti politica”. Si tratta della diffusa percezione di un fallimento, di un vuoto pauroso, anche da parte di chi non pensa che tutto sia marcio e corrotto, ma ha capito che quel tutto, in ogni caso, non funziona, gira su se stesso, afferma e nega, promette e dimentica, persino se non c’è il sospetto o la denuncia di un tornaconto. È chiaro, però, che quando una macchina si inceppa in modo così grave e prolungato, il problema non è più se tutta questa gente immobile sia troppo pagata o troppo poco onesta, il problema è l’impressione, pericolosa e terribile, che non serva, che se ne possa o debba fare a meno. Nel migliore dei casi, che non fa differenza.

Poi c’è il popolo. Esso appare in
tre vesti: la prima è quella degli indignati, che non hanno predilezioni tra governo e opposizioni, fra una soluzione e l’altra. Sono stati a lungo delusi e intendono dichiararsi fuori e dire “no” comunque. La seconda incarnazione è quella di sostenitori e militanti delle coalizioni contrapposte, sui quali si esercitano ogni settimana i più validi sondaggisti. Ma tutti gli oroscopi sono oscuri perché le coalizioni sono o potrebbero essere frantumate, neppure chi dice “sì” e “no” a una parte o all’altra sa chi sarà assente, presente o nuovo arrivato, o se ci sarà un rimpasto profondo delle alleanze, al punto da spostare i pezzi del gioco. La terza incarnazione è quella di chi risponde per sè, non per uno schieramento che non è più sicuro di conoscere. E perciò questa terza incarnazione ci rivela un popolo che si astiene o non vota nella percentuale mai vista del 45 per cento. Se questa descrizione è attendibile, tutta l’attenzione torna, nel caso italiano, a spostarsi sul governo detto “tecnico”, professori, banchieri, manager. Nei giorni scorsi un giornale americano ha provato a stimolare i lettori sul come è nato questo governo tecnico, e ha immaginato che la Cancelliera tedesca lo abbia imposto con richiesta perentoria, al presidente italiano. Persino in un film sarebbe un modesto copione che probabilmente il produttore pregherebbe di riscrivere. Perché oscura del tutto il fatto che la politica italiana (qualunque cosa sia e da qualunque parti la si giudichi) aveva fermato le macchine, non per un giorno ma per più di due anni, proprio in periodo di pericolo estremo che è stato definito più volte “del precipizio”.

Dunque il “governo tecnico” è apparso una necessità al modo in cui lo è una ingessatura in caso di frattura scomposta. Infatti ciò che è accaduto in Italia è un fenomeno senza precedenti o analogie da invocare non tanto o non solo per la natura anomala e stravagante del berlusconismo quanto per il
disciplinato e rigoroso silenzio stampa, grandi e piccoli giornali e TV che si sono impediti di notare eventi clamorosi, ridicoli, assurdi, vistosamente pericolosi, mentre il resto del mondo vedeva, prendeva nota e detraeva ogni volta dalla quota di affidamento e fiducia. Infatti ciò che è stato giustamente addebitato all’Italia non era la vistosa anomalia psichica di un insieme di personaggi che, in posizione di responsabilità, andavano da Gasparri a Brunetta, da Bossi a Sacconi e il loro continuo trasmigrare ogni giorno dalla sottomissione religiosa al voto di fiducia sulla prostituzione minorile. Era il fatto che il resto della classe dirigente, imprese, manager, due sindacati su tre, tutta la stampa, prendessero e commentassero come vero l’intero pacchetto del non governo berlusconiano e non si permettessero di ridere sulle “leggi inutili” bruciate col lanciafiamme in prima serata o di denunciare con allarme la totale mancanza di attenzione alla crisi economica, mentre minacciava l’Italia un fenomeno distruttivo come le guerre, ma affrontato con demente allegria. Ma intanto anche l’opposizione restava al suo posto, persuasa che fosse meglio assecondare il vento folle che devastava l’Italia e allarmava il mondo, con il buon comportamento nelle commissioni e in aula. Per questo, per forza, arrivano i tecnici. E allora ci sono due domande inevitabili per la nuova, durissima opposizione di Di Pietro. Una è se, qualunque sia il giudizio, si possa combattere fianco a fianco con la Lega. I sindacati hanno le loro forti ragioni di opposizione come difesa del lavoro ma nessuno potrebbe confonderli con Calderoli. L’altra è che la Lega della persecuzione ai Rom e agli immigrati, degli affondamenti in mare e del trattato con la Libia, ha molto da temere da una situazione di libera Informazione (si vedano adesso i primi flash sulla vita privata del Trota) ma poco da perdere. Perché Bossi si è attenuto, più o meno con tutti i suoi, alla regola berlusconiana di sbarazzarsi della reputazione, che non ha. Di Pietro invece ha costruito un movimento politico importante sulla sua reputazione di giudice.

E ha condotto finora molto bene la sua battaglia. Ma se accusa di “televendita” il governo che ha bloccato il disastro di Berlusconi e si associa a Calderoli nelle affermazioni tipo Pontida, quale sarà il suo spazio (e la sua reputazione) nella politica che dovrebbe venire dopo? E a cosa serve ripetere che “passeremo la parola al popolo” se la politica continua a difendere in modo ermetico solo se stessa? Che cosa si aspetta dal popolo? Si allarga la distanza e si rafforza “l’altra protesta”, che non vuole legami con la politica di un tipo e dell’altro, che c’era prima. Adesso la prova più importante è il grado di separazione da quel prima.

domenica 25 dicembre 2011

Non lavorare stanca




FURIO COLOMBO

Il nuovo governo ha il merito – mai abbastanza apprezzato – di essere vero, normale e competente, e di essere subentrato da un giorno all’altro, a un governo incompetente, pericoloso e ridicolo. La lista delle cose da fare per salvare il Paese (una piccola parte per ora è entrata in una legge che, infatti, si chiama “salva Italia”) era enorme, perché niente, a parte i danni e le violazioni alla Costituzione, era stato fatto, in 17 anni di dominio mediatico berlusconiano, in tre governi, in dieci anni di effettivo e totale potere, da Porta a Porta alla Guardia di Finanza. Da questo vasto paniere il nuovo governo ha scelto, in modo realistico, ma molto pesante per tutti gli onesti, tasse, prelievi e tagli di quasi ogni attività che possa essere raggiunta dalla mano di un governo. Vuol dire tassare o tagliare tutto ciò che è alla luce del sole, tutta la parte emersa dell’economia (strana distinzione, ma necessaria, in un Paese malato in cui la metà dell’attività, e dunque del prodotto economico, è sommerso).

Dunque tutta la vita di lavoro di coloro che, dal portiere al manager, sono 
tassati alla fonte, tutto l’assetto delle pensioni (che pure non erano in pericolo né sull’orlo di alcun crollo, ma facevano cassa) cambiando in corsa molte regole, senza far caso alla sconnessione tra la vita grama dei conti pubblici, la vita grama delle persone e la vita grama delle imprese. Cosicché d’ora in poi ci sono persone che devono andare in pensione più tardi per migliorare i conti pubblici, ma vengono messi fuori dal lavoro più presto per migliorare i conti privati e, per salvare l’Italia, restano senza lavoro, senza pensione e dunque fuori da qualunque crescita o ripresa dell’economia, un peso morto per la recessione che, ci dicono, sta venendo.

Avrete notato che ho detto, dell’insieme delle mosse del governo, che “sono realistiche”. Intendevo dire che Monti e i suoi ministri hanno fatto ciò che si fa in tutte le democrazie, e che non è il colmo della giustizia, ma è il meglio del risultato: tassare i tassabili. Negli Stati Uniti di George W. Bush, la tassazione era stata esplicitamente accollata tutta e solo al lavoro dipendente, vantando pubblicamente il merito di avere esonerato i ricchi. In quello stesso Paese un presidente di cultura e moralità opposta, Barack Obama, non è ancora riuscito a spostare il peso delle tasse da chi vive di lavoro a chi vive di ricchezza, e c’è il rischio che esca di scena prima di esserci riuscito e con il rimpianto di non aver potuto restituire ai poveri le cure mediche garantite, cancellate da Ronald Reagan, per donare il “tesoretto della salute” all’immenso potere delle compagnie di assicurazione. Poteva essere più facile la vita di un governo tecnico italiano che i partiti, più che sostenere, contengono, fermandolo un po’ qua e un po’ là? Comunque questo governo ci ha promesso un secondo tempo che potrebbe portare, almeno in parte, ciò che non è ancora accaduto: un piano, finalmente vero (quelli di Berlusconi erano come la lotta alla mafia di Maroni, che – mentre lui dava la caccia agli zingari – gli si è insediata al Nord) di lotta all’evasione fiscale, che vuol dire anche un grandioso censimento di capitali vaganti e mancanti all’appello dell’emergenza.

Restano due questioni tentate e incompiute. Sono le liberalizzazioni e la cosiddetta riforma del lavoro. Alle liberalizzazioni (delle professioni, delle vendite, degli orari, delle attività produttive) si sono opposti con furore rapido ed efficace (e molta complicità nel sottofondo del Parlamento) gli interessati più tutti coloro che si definiscono “liberali” in Italia, e non se ne parla più. Se farmacisti ed esclusivisti di questo e di quello non vogliono liberalizzare, ci sarà una ragione. Siamo una democrazia. Rispettiamola.
Difendere il lavoro invece è sovietico, eversivo, e potrebbe portare anche a brutti eventi, tipo il terrorismo. Si fa così: si prendono i lavoratori che sono ancora protetti dalla legge detta “Statuto dei lavoratori” e li si dichiara “superprotetti”. Tutti gli altri, che attraverso una serie di trovate e marchingegni, sono stati lasciati fuori, vengono definiti (dopo avere creato la situazione in cui si trovano) ingiustamente esclusi. La terza mossa è dichiarare “privilegiato” chi gode ancora del beneficio della legge (che non ha un costo e non pesa su nessuno) e sfidarlo a rinunciare a quel “privilegio” (in gergo, l’art. 18 dello Statuto appena citato) cosicché i lavoratori siano tutti uguali, tutti senza garanzie. Si chiama “flex security” e vuol dire libertà di licenziamento, che, a quanto pare, il mondo ci chiede per essere rispettabili.

Non risulta che sia vero né che ci siano capitali fermi alle frontiere in attesa della liberazione dei lavoratori italiani dall’art. 18. Però di una cosa dobbiamo alla fine renderci conto. Qui è come discutere con Ratzinger della procreazione assistita o del testamento biologico. Non si può, non si deve e basta. Al momento neppure questo buon governo fondato sulla tecnica e non sulla fede sembra disposto ad accantonare la teologia del lavoro libero e vagante, come valore per misurare un Paese. Forse nel terzo tempo ne riparleremo senza insultare e denunciare 
Cgil, Fiom e Camusso come pericolosi avversari della pace di Marchionne?

Il Fatto Quotidiano, 24 Dicembre 2011

sabato 17 dicembre 2011

Il risveglio degli zombie padani




FURIO COLOMBO
Doveva essere sciolto e invece si è pietrificato il Parlamento italiano. Figure irrigidite nell’ultimo ruolo rivestito in vita si aggirano come zombie fra le macerie ingombranti di ciò che c’era e sembrava destinato a durare “tutta la legislatura” e invece è andato giù di colpo, come il palco di Jovanotti, anche qui facendo vittime, non la vita ma quel che resta della dignità e della ragione di esistere di un gruppo politico. Come il deputato leghista Buonanno che, alle ore 11:10 del giorno 15 dicembre, in un’assemblea gremita quasi solo di deputati della Lega intenti a urlare e fischiare, si è alzato come da un sonno, si è guardato intorno e ha gridato: “Siete tutti comunisti, tutti comunisti, qui ci vuole il lanciafiamme“. E ha ripetuto a lungo l’invocazione di quell’arma micidiale che, a quanto pare, sarebbe stato il solo oggetto capace di lenire il suo tormento: non c’è più il governo. Non c’è più il potere. Poi il brusco risveglio del deputato torna a mischiarsi con le grida, i cori, la nuova abitudine di richiamare l’attenzione con fischi prolungati (che il presidente Fini, gelido, ha ritenuto di definire “alla pecorara”), che sono il messaggio che manda adesso ai cittadini il partito della Lega Nord.

Probabilmente di tutto ciò nulla si salverà. “Tutto ciò” è il racconto con immagini di una settimana alla Camera dei deputati della Repubblica italiana. Qualcuno ha lavorato, anche molto, anche bene, in questi ultimi quattro giorni, nelle commissioni che stanno trasformando in legge il piano di salvataggio del governo tecnico, con la sua competenza chirurgica e la sua quasi completa estraneità ai destini individuali. Chi vi ha partecipato ha dovuto constatare, persino a destra, che tutto ciò è accaduto perché per tre anni la stanza delle scelte, dei piani, delle decisioni, è stata abbandonata dopo avere chiuso porte e finestre su ciò che davvero stava accadendo.

E così, a parità di difficoltà e di destini, l’Italia è stata lasciata inerte e immobile, estranea a ogni tentativo di schivare i colpi che intanto si abbattevano sulle aziende, sul lavoro, sulla fiducia verso questo Paese. La Lega Nord ha montato la guardia alla stanza vuota e per anni ha avuto forza e mano libera per cambiare discorso: ha fatto credere che il problema fossero “i clandestini assassini ” (citazione da Radio Padania); che la sicurezza – intesa come persecuzione agli immigrati – era il bene più urgente; che la politica estera consistesse nel diritto dei delittuosi “respingimenti in mare”.

In nome di questa visione chiusa e ottusa hanno avuto, esercitato e profittato, in posizione chiave, di un potere molto grande, addirittura il controllo del ministero dell’Interno, una funzione di vero dominio, su quasi tutti gli aspetti della vita italiana. Non si dà indietro facilmente e con mitezza un potere così grande in cambio di niente. Perché tutto è caduto sull’incompetenza a tenere testa a una complicata situazione internazionale che avrebbe richiesto esperienza e competenza, il potere di Maroni di infierire sui “clandestini” e di usare l’esercito contro i campi nomadi, e quello di Calderoli di farsi filmare mentre brucia, ridendo, scatoloni (lui dice) di leggi inutili (come il suo ministero) non sarà mai più restituito. E allora irrompono a Montecitorio, corrono in alto nell’emiciclo, urlano, fischiano, mostrano cartelli stralunati, minacciano da vicino i pochi sottosegretari seduti al banco del governo mentre dovrebbe esserci una serrata e competente discussione sul progetto Monti. Fingono di essere oppositori, ma non sanno di cosa.

I loro complici del Pdl, coloro che hanno consentito, per ricevere voti, la finzione del grande partito popolare con radici nel territorio, stanno alla larga. Solo una volta 
La Russa fa capolino per suggerire alla Mussolini un’aggressione maleducata e scomposta a Fini, unico gesto di collaborazione verso la schizofrenia della Lega. Ma il vistoso e clamoroso sdoppiamento del partito di Bossi in aula, davanti a tutti, fra un’immagine di partito di governo sempre piuttosto arrogante e convinto di avere per sempre il potere e la gang da pub screditato che va e viene urlando dentro un’aula del Parlamento è uno spettacolo che segnerà la storia della Repubblica. Insultano come in una curva da stadio i deputati Buonanno e Ranieri. Ma quando sono espulsi restano in aula e partecipano al voto. Sono presenti in buona parte i deputati del Pd e di Idv. E assieme ai pochi e imbarazzati sopravvissuti del mondo di Berlusconi, bocciano la “pregiudiziale di incostituzionalità ” della Lega (pensate, della Lega, che è sempre stata fuori dalla Costituzione). Urlano con tutte le forze quando il ministro Giarda annuncia il voto di fiducia. E poi tacciono subito esausti per le ore trascorse a rimpiangere, con furiosa e sgangherata violenza, il potere perduto e la fine della brutta fiaba chiamata Padania.

Il Fatto Quotidiano, 16 dicembre 2011

lunedì 12 dicembre 2011

E se fosse un governo di destra?


FURIO COLOMBO

Cerchiamo di essere onesti con noi stessi. Quando abbiamo invocato il miracolo di far sparire Berlusconi, mentre eravamo umiliati, offesi, presi in giro nel mondo, non abbiamo mai detto, nella nostra invocazione, “fa che sia di sinistra chi viene dopo”. Abbiamo detto (tutti, e già l’invocazione ci sembrava enorme): “Fa che vada via Berlusconi, adesso e subito”. Gruppi diversi di noi, umiliati e offesi, si sono rivolti chi a Dio, chi alla folla di concittadini umiliati e offesi come noi, chi (pochi) alla politica. Ma dobbiamo ammettere che non abbiamo messo condizioni. Intimamente e pubblicamente (quelli di noi che avevano già perso il diritto di parlare dal dentro delle istituzioni e delle comunicazioni) ripetevano a bassa e ad alta voce “purché se ne vada”. E ne abbiamo fatto un slogan fisso persino quando ci dicevano (ogni dieci, quindici giorni) di abbassare i toni. Ora, può darsi benissimo che il nuovo oggetto comparso all’improvviso in scena, in luogo dello stralunato Bagaglino a cui siamo stati condannati per quasi due decenni sia di destra, nel senso della normale destra europea. E allora? Lo esaminiamo, lo critichiamo, lo circondiamo di obiezioni e di tutti gli strumenti della democrazia, Parlamento, sindacati, giornali, opinione pubblica. Ma tutti liberi.

La caratteristica del nuovo, rivoluzionario teatro democratico di cui siamo parte è che non ci sarà più l’incredibile scena del padrone di televisioni con scrivania propria e fogli preparati in cui deve solo ricopiare la traccia dei principali lavori pubblici che donerà al Paese. Erano i tempi del Ponte di Messina, ricordate? Era il tempo in cui si poteva mettere in scena il “contratto con gli italiani”, elogiato da tutti, nel silenzio profondo di alcuni direttori di massimi giornali italiani presenti in studio come comparse. A quel tempo il ministro di polizia sindacale, certo Sacconi, era riuscito a dividere i sindacati, facendone entrare due dalla porta di dietro e svergognandone uno, la famigerata Cgil, meglio nota alle questure giornalistiche come Fiom, indicata come naturale avversario da tutte le persone dabbene e – se impiegate nei media – preoccupate di proteggersi la carriera. Tutti e tre i sindacati, adesso, non sono affatto disposti a dire che va bene così e che non hanno obiezioni solo perché il governo non è più Berlusconi e non dobbiamo più sentirci spiegare la vita (con qualche schizzo di saliva sul microfono), dall’acceso statista Gasparri in tutti i telegiornali di ciascun giorno e di ciascuna sera o programma notturno. Non va affatto bene, nell’opinione di operai al lavoro, operai a zero ore e operai “messi in libertà”, e di tutti i pensionati da mille euro. E lo diranno insieme nelle piazze italiane, senza particolare delicatezza. Ma lo diranno sapendo bene, e ricordando bene, che il lungo oblio di Berlusconi, la sua costante assenza dal governare perché impegnato in vicende non sempre raccontabili fuori dai tribunali, la sua leggendaria incompetenza (imprenditore, sì, ma con certi aiutini che funzionano solo in situazioni appartate), le sue euforiche clamorose bugie, ovvero tutto il suo fanatico e celebratissimo niente, hanno reso gravissimo e quasi irreparabile ciò che si poteva (doveva) affrontare in tempo.

Resta l’altra questione. Se sia scandalo un governo di destra. La risposta è ovvia. Qualcuno vede uno scandalo in Inghilterra, dove un governo conservatore, di gente che veste bene ma non porta né visione né intuizione per il futuro, non piace agli studenti, non piace a chi lavora, non piace a competenti e studiosi, ma resta legittimo e accettato governo fino alle prossime elezioni?

Resta ancora un’altra domanda. È sempre e solo di destra un governo di cui non condividiamo molte idee e molte proposte? Non potrebbe essere un governo che usa subito, e nel pochissimo tempo che rimane, la sua natura tecnica per fare cose urgenti che dovevano essere fatte prima e in modo diverso, ma adesso sono brutali e impopolari perché gravate da un immenso, colpevole, rischiosissimo ritardo?

Qualcuno ricorda che il ministro delle Attività produttive Romani, passa un giorno e passa l’altro, non si è mai presentato alle Camere con uno straccio di leggina, o anche solo un appunto da condividere con i colleghi, sulla “crescita” e “lo sviluppo”, mentre gli altri leader europei aspettavano, stupiti e offesi, di là dal confine della strana, incosciente, area Italiana che continuava a restare spensierata e assente? Credo di poter dire questo. Per attaccare brutalmente e anche con insulti pesanti, che un tempo facevano parte (vedi Il Cimitero di Praga di Eco) delle classiche teorie del complotto, “il governo dei banchieri e degli speculatori”, bisogna essere stati abbandonati dalla memoria. Bisogna non sapere che prima viene Berlusconi, ovvero una accurata e minuziosa distruzione legale, istituzionale, morale del Paese, in un paesaggio già molto lontano dalla legalità. E poi c’è, per forza e con estrema urgenza, un tentativo di salvataggio che si può discutere in tutto, ma non pensando di vivere ancora nel clima di interessata malafede e di privato tornaconto in cui ci ha tenuti immersi, nel suo ventennio, l’uomo di Arcore. Non dimentichiamo che lui aveva solo due grandi riferimenti etici, Gheddafi e Putin. Qui c’è l’Europa e c’è Obama. Questa persuasione non toglie nulla alla volontà di migliorare e di cambiare, con il solo limite dell’urgenza. Ma libera dall’incubo dei passaggi oscuri e delle trame misteriose che qualcuno, a destra, ha già chiamato “giudaico massoniche”. E qualcuno, a sinistra, attribuisce a “proprietari dell’industria bellica”. Meglio proporre con urgenza ragionevoli correzioni perché ci resti un po’ di tempo per domandarci: ma come tornerà la politica in questo paesaggio “dopo Fukushima” in cui sono impantanati i partiti che dovrebbero dare vita alla ricostruzione?

Il Fatto Quotidiano, 11 dicembre 2011

sabato 19 novembre 2011

Il sonno di B. e il lungo addio


di Furio Colombo

Visto dalla Camera dei deputati, il grande abbraccio di cui tanti parlano, appare piuttosto un lungo addio. Infatti, mi sento di sostenere e di predire, non ci sarà il viaggio insieme e non ci sarà uno sbocco armonioso e simmetrico in un altro Parlamento simile a questo.

Il fatto che Berlusconi si sia addormentato durante il discorso di Alfano che offriva la sua fiducia al governo Monti “con convinzione”, non deve far pensare all'inizio di un tempo tranquillo.

La sua coalizione detta Pdl, vista da vicino, sembra la folla di un tram in corsa in cui non ci sono mancorrenti per aggrapparsi. Sbandano in modo vistoso, e dovranno per forza trovare appigli: le elezioni, comunque, si avvicinano.

Ma c'è di più. La Lega è fuori, è libera e si divertirà a rompere i vetri.

Prendete una questione che non è economica, ma che spaccherà l'aula, la cittadinanza ai bambini di immigrati nati in Italia. Se il Pdl vota “sì”, rompe definitivamente con la Lega. Se vota “no”, ci sarà una frattura seria con il resto del Parlamento.

Tener conto anche del fatto che quasi ogni decisione economica proposta al Parlamento avrà la stessa reazione beffarda della Lega, e dunque costringerà il Pdl a una continua difficile scelta.

Nel frattempo continuerà il sonno di Berlusconi? Probabilmente organizzerà l'attacco, in ogni caso inizierà la campagna elettorale, anche se non è chiaro con chi e guidata da chi.

Ci sono tutte le ragioni per prevedere una stagione di frantumazioni e turbolenze, anche se non più o non solo fra Pdl e Pd. Succederanno cose diverse, alcune imprevedibili, spaccature dentro i partiti, proliferazione di gruppi, ma non grandi serate, tra manate sulle spalle e cordiali compiacimenti.

lunedì 24 ottobre 2011

I pericoli di Berlusconi-Breznev


FURIO COLOMBO

Si può salvare l’Italia? Sembra chiaro che nella lista dei pericoli gravi che incombono sul Paese, il più grave è quello che viene chiamato “la tenuta di Berlusconi” e che sarebbe meglio definire la inspiegabile accettazione di un fatto assurdo e ormai illegale: Berlusconi continua comunque a fare il primo ministro e, invano, il mondo democratico apertamente si interroga.

In ordine di pericolo c’è la mancanza di voce istituzionale, l’assenza di una qualsiasi classe dirigente che, a qualsiasi titolo, si assuma la responsabilità di dire chiaro e a tutti quello che accade. Segue la debolezza sempre più grande dei contenitori sociali di opinione e di influenza, dalla Confindustria ai sindacati, fino ai gentili commentatori di molti grandi giornali. E infine, ultima e tremenda, la nuova violenza di strada, intensamente alimentata da tutti e tre i gravi fenomeni appena elencati.

Illustrerò il danno e il pericolo dell’incombenza di Berlusconi-Breznev sul Paese paralizzato, ricordando che il 18 ottobre, mentre il Segretario di Stato americano diretto in Africa sorvolava l’Italia senza fermarsi, preferendo fare sosta a Malta piuttosto che correre il rischio di essere ricevuta da Frattini a Fiumicino, mentre cominciava il conto alla rovescia delle ultime ore di Gheddafi (e stranamente americani, francesi, inglesi erano già sul posto), mentre il presidente francese e la cancelliera tedesca convocavano di notte un inatteso vertice “perché l’Europa non può più aspettare” (e poi lo convocavano di nuovo), mentre non arrivava traccia della legge per lo sviluppo (o la crescita, o la messa in moto o la risposta alla richiesta minacciosa, ma anche angosciata d’Europa, Confindustria, sindacati, artigiani, piccole imprese, banche), in quel giorno tutta la Camera dei deputati e l’intero governo (davvero, l’intero governo, dagli Esteri alla Difesa, dall’Economia alle Attività produttive, compreso il ministro per i rapporti con la mafia) erano comandati in aula (altrimenti mancano i voti) per un’importante riforma costituzionale.

Sarebbe come convocare gli inquilini di un edificio del centro storico de L’Aquila per discutere di regole condominiali, e costringerli a restare e discutere mentre nessuno tocca le macerie. L’obiettivo è vandalizzare l’articolo 41 della Costituzione. Fino a questo estremo momento di civiltà quell’articolo, in una breve e felice sintesi della lingua italiana era: “L’iniziativa privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da arrecare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.

Il Parlamento è stato convocato e bloccato in aula con tutto il governo per votare, invece, un nuovo articolo 41 così scritto: “La legge non può stabilire limitazioni all’iniziativa e alle attività economiche private se non quando necessario a tutelare”. Come vedete si tratta di un testo ipocrita e tronco che prima vieta e poi vieta di vietare (“la legge non può stabilire limitazioni…”), un testo così mal scritto che mi ha consentito di dire, presente il ministro delle Riforme: “È così brutto che sembra scritto da Bossi” (urla e tafferuglio della Lega). Ma alla fine sono tutti obbligati a restare in Aula altrimenti, nonostante la compravendita, mancherebbero i voti.

Ma il danno sostanziale e l’intenzionale collaborazione politica-camorra, sono evidenti. Questa è una “libertà di impresa” che consente tutto ciò che viene rivelato e narrato nel libro di Saviano Gomorra, compreso il libero uso delle scorie tossiche. L’Italia di Berlusconi-Breznev continua a dare i suoi frutti. Uno è la natura pericolosa e devastante delle “riforme” che fanno di ogni giorno di lavoro in Parlamento un rischio per il Paese.

L’altro è la tetra analogia fra lo Stato dell’Italia bloccata dalla salma politica di Berlusconi (a cui nessuno ha detto, o meglio intimato, che è politicamente finito) e quella dei tombini di Roma che, in mancanza di manutenzione e di buon lavoro del sindaco, trasformano un nubifragio in una tragedia: città allagata perché l’acqua non può defluire, e la gente muore. Si può anche rendere onore all’opposizione (in questo caso Pd e Idv) per aver tentato l’ostruzionismo: tutti, finora, hanno parlato contro (ciascuno per il minuto consentito).

Ma la legge, respinta per un giorno, ritorna e alla fine “passa”, se continua il buon lavoro regolare. E persino i bravi colleghi giornalisti – senza capire – ti rimproverano se i voti sono pochi. Siete sicuri che in questa Italia, in questo Parlamento, il dovere civile di chi si trova a rappresentare i cittadini sia di continuare a votare invece di interrompere e di opporsi in tutti i modi alle leggi di Berlusconi?

Il Fatto Quotidiano, 23 ottobre 2011

giovedì 13 ottobre 2011

Berlusconi, la caduta


FURIO COLOMBO

Berlusconi è in aula, con la mascella alta, circondato dai suoi inutili ministri. Il più vicino, da un lato è Bossi, intento a osservare il vuoto. Dall’altro, giustamente spalla a spalla, il ministro Romano, il più vicino alla mafia. Ma questo conta: Berlusconi è in aula, quando, dieci minuti prima delle sei del pomeriggio, la maggioranza non c’è. Manca un voto. Puoi scherzare sul fatto che il voto mancante si è materializzato un istante dopo (lungo boato e applauso delle opposizioni e Berlusconi immobile, in silenzio, senza espressione) quando Tremonti, che non aveva votato, è entrato in aula.

Ma il voto non c’era. Ed è un dramma a cui valeva la pena di partecipare, dopo tanti anni di dominio di una corte corrotta, servile, immensamente dannosa. Eccoci dunque di fronte a Berlusconi battuto, una faccia color arancione, una testa tinta di marrone che sembra bloccata anche nel minimo movimento. Finché si alza di scatto, sbatte la sedia, urta Tremonti e va via da solo in un uragano di applausi che segnano ciò che è accaduto: il voto non si può ripetere e non si può correggere. È stato cancellato l’articolo 1 della legge sul bilancio dello Stato, dunque tutta la legge.

È un voto che non si può ripetere né una legge che può aspettare. Tutti i ministri del più penoso governo nella storia repubblicana sembrano inghiottiti dalla disattenzione. Bossi va via per suo conto e nessuno nota nessuno, a quello che era il banco del governo. Devi guardare la parte destra del Parlamento. Quei deputati, che da settimane danno segni di impazienza un po’ disperata, si sono trovati di fronte a un uomo che era tutto fino a un istante prima e che un solo voto ha trasformato di colpo in un peone, solo e senza notizie sul dove andare e che cosa fare. Non è sua la dichiarazione “è solo un guasto tecnico”. Bonaiuti è di quegli attendenti che restano accanto al capo anche sotto le ultime cannonate, e detta le ultime parole. Gli altri non puoi dire che escano. Piuttosto si sfilano, passano in fretta e di profilo attraverso la porta evitando persino i commessi, pericolosi testimoni di ciò che è accaduto.

È accaduto che all’improvviso, alla presenza di Berlusconi, non c’è più la maggioranza. Non sappiamo quali espedienti saranno tentati per dimostrare che non è vero. Ma è vero, io c’ero.

da Il Fatto Quotidiano del 12 ottobre 2011

martedì 20 settembre 2011

Secessione, Presidente intervenga


FURIO COLOMBO

Signor Presidente, in questo momento, che è il peggiore della storia repubblicana, mi rivolgo a lei, certo di farlo a nome di moltissimi italiani, perché Lei è il capo di uno Stato ferito a morte e resta l’unico riferimento, l’Istituzione, ma anche la persona, a cui i cittadini guardano senza sarcasmo.

La tempesta che si sta scatenando su tutto il mondo industriale colpisce, in Italia, un Paese alla deriva, privo di governo, preda di corruzione e ricatti, travolto da conflitti autogenerati nei punti cruciali di raccordo delle sue istituzioni. Tutti i Paesi ricchi possono essere preda di speculazione. L’Italia è una preda inerte. Lei, Signor Presidente, non può contare – se fosse convocato il Parlamento – su una maggioranza politica, motivata, coerente. Essa è scomparsa, come hanno dimostrato ripetute prove elettorali e referendarie, ed è stata sostituita, nelle due Camere, da nuovi membri acquistati, volta per volta e voto per voto. E dunque ciò che presentano oggi come maggioranza non corrisponde al consenso che, nel 2008, aveva legittimato il governo. Lei, in Parlamento, avrà di fronte deputati e senatori che non sono pro o contro qualcosa. Sono a disposizione di una persona ricca e malata. Si sono dati l’unico compito di esultare e applaudire in piena tempesta, un uomo spaventato, incapace e inseguito da pesanti ricatti.

L’ultimo ricatto, forse persino più grave di quelli che trapelano dalle inchieste giudiziarie, è il ricatto di una parte politica, la Lega Nord che controlla tre importanti ministeri, tra cui il ministero dell’Interno e – allo stesso tempo – dichiara apertamente di lavorare alla secessione contro la Repubblica “unica e indivisibile” (art. 5 della Costituzione) e fa sequestrare dalla polizia italiana il tricolore, strappandolo dalle mani di cittadini che volevano testimoniare il legame con il loro, il nostro Paese. A quei cittadini sono state rivolte minacce e insulti di immensa volgarità in una piazza italiana alla presenza e con il concorso di importanti ministri del governo italiano. Signor Presidente, la irresponsabile farsa che l’Italia è costretta a vivere, tra ricatti e malavita che assediano il presidente del Consiglio, mentre un partito di governo esprime il suo disprezzo per la Repubblica e la tempesta economica si fa ancora più grave per mancanza di guida, molti italiani pensano che solo Lei possa prendere un’iniziativa legittima e condivisa. Ma gliela chiedono subito. Il silenzio è la porta accanto al buco nero del disastro.

Il Fatto Quotidiano, 20 settembre 2011

martedì 6 settembre 2011

Caro lettore, niente si somma a niente


FURIO COLOMBO

Caro signor Colombo, gentilmente riuscirebbe a spiegarmi una cosa che non ho capito seguendo varie testate giornalistiche: ma la manovra finanziaria di fine agosto si somma o si sostituisce a quella di metà agosto o si sostituisce a quella di luglio? Cioè, se già a luglio si erano trovati 48 miliardi e l’Europa li voleva subito, non si poteva anticipare tutto? Né in rete né sui giornali trovo una risposta. Forse anche loro non hanno capito?
Albino.

La ansiosa domanda di chiarimento del lettore Albino (1 settembre) non è che una delle moltissime mail che giungono al Fatto. Provo a ricostruire frammenti di percorso del peggior periodo della storia recente italiana per vedere insieme come si è formato l’ingorgo.

“La grave crisi dell’economia mondiale rafforza la posizione della Chiesa, non solo perché i tempi difficili richiedono riferimenti forti, ma perché la dottrina sociale del cattolicesimo ha anticipato la tendenza che riemerge in tutto il mondo, fondata sul primato delle persone sulle cose, e del lavoro sul capitale” (Il Corriere della Sera, 22 agosto).

“Calderoli annuncia che proporrà una patrimoniale sui patrimoni di lusso per far pagare chi finora non lo ha fatto” (Repubblica, 22 agosto ).

“Rosy Bindi dice che il Pd è pronto a raccogliere l’invito di Napolitano. Il pidiellino Cicchitto ricorda che la strigliata del capo dello Stato riguarda l’opposizione” (Repubblica, 22 agosto ).

“Pensioni: i conti del Pdl, da riforma 3,5 miliardi. Da un punto di Iva 6 miliardi” (Repubblica, 22 agosto ).

“Paolo Bonaiuti invita alla cautela: nessuno strappo con la Lega. Ognuno lancia la sua proposta, ma una sintesi sarà fatta in Parlamento, mantenendo invariati i saldi. Alfano fino a ieri sera lavorava seriamente all’ipotesi di innalzamento dell’età pensionabile. In serata il dossier è finito nel cassetto” (Repubblica, 23 agosto).

“Nel suo vestito leggero color acquamarina, Mariastella Gelmini, ministro dell’Istruzione, ha assicurato che i tagli sono finiti e la scuola, il 12 settembre, partirà rinnovata e migliorata. In un lavoro di approfondimento il periodico Tuttoscuola ha spiegato che, grazie a tre commi della manovra bis di luglio, la riorganizzazione gelminiana sarà profonda e dolorosa. Duemila scuole saranno date in reggenza a presidi già impegnati in altre scuole. In Sicilia e in Sardegna un istituto su cinque sarà cancellato”.

Come si vede, la sequenza è del tutto priva di senso. Eppure siamo appena a un frammento del tormentato e incomprensibile percorso. Infatti ecco come prosegue la parata dei titoli: “Manovra, i redditi su Internet. Emendamento di Tremonti: il carcere a chi evade” Il premier: Iva, il 22 per cento per tre mesi” (Repubblica 2 settembre).

“Il premier: opposizione criminale. Alimenta le speculazioni contro l’Italia. In cella gli evasori milionari”. (La Stampa 2 settembre).

“Conti correnti nelle denunce dei redditi. Le modifiche della manovra: carcere per chi nasconde dai tre milioni in su. Le dichiarazioni pubblicate online” (Il Corriere della Sera, 2 settembre).

“Carcere agli evasori, i redditi online” (Il Messaggero, 2 settembre).

A questo punto, e benché manchino moltissimi titoli e pagine dei maggiori quotidiani di agosto, una cosa è chiara: non si capisce. E poiché non è in gioco la qualità dei giornali, è chiaro che tutto lo spazio è ancora occupato dal regime, e che si può dire di tutto ma non tirare le somme. Ovvero avvertire i cittadini Italiani che il Paese, in un momento di rischio mortale, non è governato, che la situazione è peggiore della Libia, se persino Bersani, che pure è in testa ai sondaggi nonostante Penati, conclude la sua constatazione del dramma con la frase “non ho parole”. E si ferma, perché più in là ci sarebbe la rivolta.

Il 2 settembre il titolo del Corriere (l’intera pag. 15) è un pacato e responsabile “Il premier: io, spiato, via dall’Italia”. Il lettore che avrà avuto la pazienza di scendere fino alla 51esima riga, senza l’aiuto o l’invito di alcun occhiello o sottotitolo o richiamo, leggerà quanto segue (testo di una registrazione di telefonata di Tarantini a Berlusconi il giorno 13 luglio di questo stesso anno): “Mi mettono le spie dove vogliono, mi controllano le telefonate, non me ne fotte niente, io tra qualche mese me ne vado per i cazzi miei da un’altra parte, e quindi vado via da questo Paese di merda, punto e basta“. Nota bene: “Cazzi” e “merda” sono parole che, per riguardo (a Berlusconi, ai lettori?) non trovate sul Corriere, non trovate, se non con le iniziali e i puntini, su quasi tutti gli altri giornali. La frase è grave anche perché è di questi giorni, come tutti gli eventi che stiamo tentando di ri-raccontare e mettere in ordine. È evidente che viviamo tuttora in un Paese in cui Berlusconi è una persona normale dal punto di vista psichico, un uomo perbene dal punto di vista penale, un soggetto perseguitato, di tanto in tanto, da una ossessione dei giudici. Ma lui a questi inconvenienti porrà rimedio appena terminata la quarta o la quinta manovra per salvare l’Italia. Noi possiamo soltanto informare il lettore Albino che niente si somma a niente.

Infatti, nonostante i seri e circostanziati titoli dei giornali (che corrispondono ai “lanci” delle grandi tv) e nonostante la gravità della situazione italiana e la durezza dei giudizi internazionali, non è successo niente di tutto ciò che è stato presentato, annunciato, discusso e cambiato.

E niente è arrivato, mentre scrivo, in Parlamento. Questa però non è una rassicurazione. Il passaggio più brutto e allarmante di un altro articolo del Corriere della Sera, stesso argomento, stesso giorno, pag. 8, è il seguente: “Berlusconi invece si mostra serafico sull’approvazione della manovra (che, mentre lui parla, non esiste, ndr ): “Non ci sono problemi, si è cianciato di divisioni nel Pdl, ma i deputati sanno che cosa è la disciplina di partito e l’interesse del Paese”. A quanto pare, sono ancora in molti a saperlo in Italia.

Il Fatto Quotidiano, 4 settembre 2011

mercoledì 27 luglio 2011

Ponte Galeria inferno inutile

di Furio Colombo

Una ragione grave ha indotto un gruppo di senatori e deputati (tutti di opposizione) ad andare a Ponte Galeria, il cosiddetto Centro di Identificazione e di espulsione di Roma, ovvero la prigione di immigrati e profughi catturati a caso, rinchiusi a caso, detenuti senza spiegazioni, senza ragioni e senza capire.

Lo stesso giorno, il 25 luglio, altri deputati e altri senatori si sono presentati ai Cie in tutta Italia.

È accaduto che il governo Bossi-Maroni (al momento ancora formalmente presieduto da Berlusconi) abbia appena stabilito, in modo del tutto arbitrario e mentre tutto accade, nel mondo e in Italia, tranne che un’emergenza immigrati, che la detenzione cieca, che era di sei mesi, sia adesso improvvisamente diventata una detenzione cieca di un anno e mezzo. Ho scritto “cieca” perché niente è chiaro o spiegato o documentato in questa brutta storia. Per essere sicuro che resti cieca, il governo Bossi-Maroni ha deciso, contro la Costituzione, di vietare l’ingresso ai giornalisti, impedendo dunque qualunque informazione per i cittadini e per l’opinione pubblica internazionale. Il 25 luglio a Roma c’erano il presidente dell’Ordine dei giornalisti, C’era il segretario della Federazione della stampa. C’erano televisioni e decine di colleghi giornalisti. Dal tetto di uno degli edifici-prigione alcuni detenuti ribelli chiedevano di incontrare i giornalisti e di parlare. Per la stampa non è entrato nessuno.

E purtroppo nessun giornale o Tv (breve eccezione, il Tg3) ha condiviso la protesta o almeno dato spazio a questa notizia non insignificante. Siamo entrati noi, i deputati e senatori, e abbiamo incontrato gente disperata in un carcere costruito con mura altissime, sbarre da massima sicurezza, impianti da grave e pericolosa emergenza. Intorno, con la funzione umiliante dei carcerieri, soldati italiani in divisa da guerra, con l’identificazione tricolore sul braccio, qualcosa che i prigionieri, che sono tutti giovani e prima o poi ritorneranno nel mondo, non dimenticheranno. Dentro funzionari e agenti di polizia, prigionieri a loro volta di una folle invenzione, a cui è stato imposto, nonostante la ben diversa professionalità di fare i sorveglianti, di qua dalle sbarre altissime, che tengono a bada prigionieri che non hanno commesso alcun reato. Tutto è folle qui, dalla violazione dei più elementari diritti garantiti dai trattati che l’Italia ha firmato, allo sfregio della nostra Costituzione. Tutto, tranne il dolore e il senso di assurdo che viene dal non sapere il perché (l’arresto) e quando (la liberazione). Le mani si protendevano dietro le sbarre e noi le abbiamo strette facendo promesse che, da minoranza nelle Camere, non potremo mantenere.

Due cose però accadranno. I giornalisti non smetteranno di rivendicare il loro diritto (e avranno tutto il nostro sostegno e il sostegno di molti cittadini). E costituiremo, sul modello proposto dai Radicali, un gruppo di giuristi e avvocati per affrontare questo grave problema legale e morale che infetta e degrada la vita italiana.

martedì 26 luglio 2011

Utoya e Oklahoma City

di Furio Colombo

Tutti ricorderanno la frase con cui si è fatta la prima luce sulla bomba e il massacro norvegese di venerdì 22 luglio: "Qui c'è più Oklahoma City che Torri gemelle."È stato l'inizio di una narrazione ancora lacunosa che tuttavia ha interrotto la corsa che stava per scattare in direzione della guerra islamica. Il richiamo alla tragedia del terrorismo interno americano compiutasi il 29 aprile 1995 è stato dunque utile per bloccare un'onda di emozione mondiale che stava andando nella direzione sbagliata. Ma il suo effetto si è fermato subito. Le domande avrebbero dovuto essere: che cosa era successo a Oklahoma City, per mano di chi e perché; se quel fenomeno (organizzazione e credenze) è finito in America o è ancora vivo e attivo e pericoloso; come, in che senso, con che dimensioni il fenomeno del fondamentalismo armato cristiano è attivo in Europa; perché tende a condurre una guerra preventiva contro la propria gente e il proprio Paese.

INFINE, mentre sostiamo accanto alle macerie di Oslo e ai cento cadaveri dei ragazzi dell'isola di Utoya, in che senso si possa parlare di "destra", e se, da un evento come questo, discenda la conclusione che il multiculturalismo è morto. L'opinione che sto per esporre è che si debba dare importanza al legame fra quanto è accaduto nel terrorismo contro l'America prima dell'11 settembre e l'azione criminosa del militante Andres Behring Breivik a Oslo e Utoya. Una strana cecità dei media del mondo impedisce di notare che il fenomeno "violenza armata fondamentalista" appare collaterale e parallelo al coraggioso e diffuso insediarsi di una destra economica sempre più estremista nelle richieste e nelle pretese economiche. Sono stato attento alle parole: ho detto che i due fenomeni, quello armato e quello economico, sono collaterali e paralleli, non che uno genera l'altro o lo usa. Ma la correlazione è inevitabile. Infatti occorre rimettere al suo posto il tassello Oklahoma City (168 morti, 46 bambini) che, come è stato detto, è il primo atto di terrorismo contro l'America, ed è stato compiuto da una misteriosa unità armata americana proprio mentre si espandeva la nuova destra politica e un progetto di "nuovo ordine mondiale" armato, interpretato, poco dopo, da un presidente fondamentalista ed estremista, George W. Bush. Come allora, un uomo solo, con gli stessi ingredienti (uso di fertilizzanti più esplosivo, per la potentissima, semplicissima bomba) apre la campagna di guerra contro i suoi compatrioti.

A OKLAHOMA non si sono mai intravisti, neppure per accenno o attraverso fantasie giornalistiche, le immagini o anche solo l'ombra, di mandanti. Il soldato Timothy McVeigh, è apparso l'ideatore e l'esecutore di tutto, senza complici, come adesso. Può interessare la data: l'esplosione che ha fatto strage di americani per mano di un giovane militare americano che aveva piazzato nel garage sotterraneo dell'edificio federale un camion carico di esplosivo, è avvenuta il 29 aprile 1995. Quel giorno era l'anniversario di un'altra esplosione, avvenuta due anni prima nella chiesa del pastore David Koresh, a Waco, Texas. Koresh era ricercato perché aveva persuaso più di cento fedeli, tutti armati, a rinchiudersi nella chiesa trasformata in fortino, per sottrarsi al governo federale, corrotto – lui predicava – da Nazioni Unite, ebrei e neri. Quando la chiesa-fortino è stata divorata da un incendio, e poi è saltata in aria, non si è mai accertato se il pastore Koresh abbia immolato, assieme a lui, i suoi fedeli, come forma di atroce vendetta contro lo Stato americano, o se un proiettile degli agenti federali, nella sparatoria che aveva preceduto l'esplosione, abbia colpito uno dei depositi di esplosivo della chiesa. Ma occorreva rispondere con una vendetta al nemico. Koresh e i suoi erano fondamentalisti cristiani, affiliati a una vasta rete di fondamentalismo nota alla polizia federale americana come "Christian Identity". È lo stesso legame che ha portato ad agire il ventenne McVeigh, lo stesso giorno, due anni dopo, della tragedia di Waco. McVeigh non ha mai parlato né confessato. Le ragioni di Breivik sono bizzarre e incoerenti.

CI SI AGGIRA attraverso le fantasie di stravaganti ordini cavallereschi. Se è una copertura, è una copertura perfetta. Tanto che, dopo averla esaminata e illustrata, conclude il conduttore del Tg3: "È il raffazzonato impasto di una mente folle". La mente folle però lascia due tracce: la perfezione del suo realizzato progetto. Il silenzio assoluto che ce lo consegna solo e unico, pericoloso e pazzo.

LA CULTURA e i media sono travolti in pieno dal volto apparente dell'evento, al punto che il poliziotto norvegese che ha detto "qui c'è più Oklahoma City che 11 settembre", viene scavalcato da riflessioni sul multiculturalismo, come se Breivik fosse davvero un islamico e non un norvegese colto, alto e biondo. Ma l'analogia impressionante fra il determinato e bene organizzato furore della estrema destra norvegese contro la Norvegia e il furore identico dell’estrema destra americana contro adulti e bambini americani non si ferma al passato. Mentre Andres Behring Breivik, soldato di una armata che non si è rivelata (ma lui parla di "altre cellule" che lo avrebbero aiutato) faceva fuoco e collocava bombe nel suo Paese, un’estrema destra americana in abiti e apparenze civili stava (e sta) attentando alla vita economica degli Stati Uniti attraverso l'espediente del blocco legislativo sulla legge finanziaria del presidente, pur di eliminare il presidente, il nero democratico e "comunista" Barack Obama, a costo di abbattere l'intera economia americana. Si continua a non vedere che la destra, armata o politica, ha notato il disarmo mi-te di tutto ciò che è di sinistra, ha notato il diligente e scrupoloso rigetto di ogni traccia di Ideologia che una volta era, almeno, socialista. Ha visto le mani vuote, ha ascoltato i programmi generici di schieramenti esangui , e ha colto il momento: fare fuoco. Qualche volta, come nell'Oklahoma o in Norvegia, avviene nel sangue. Ma se riuscisse, in questi stessi giorni, il colpo della uccisione politica di Obama questa nuova destra avrebbe segnato la sua prima importante vittoria globale.

Ecco la notizia. Stiamo parlando di una destra estrema come negli anni Trenta.

lunedì 25 luglio 2011

La Repubblica della frattura multipla

di Furio Colombo

“Frattura multipla”, queste sono le condizioni della Repubblica Italiana, nel dopo Berlusconi che ormai è cominciato. E non solo nel Parlamento, che appare ormai devastato, ma nel Paese, dove ognuno cerca la salvezza da solo contro tutti, ma tutti si rivoltano contro la politica. La politica non ha volto e non ha voce per dare risposta, non ha volto e non ha voce neppure per risposte parziali e credibili.

QUESTA non è una impressione soggettiva. È una constatazione. Se anche non vi fosse una barriera di cattive ragioni che isola la politica dai cittadini, mancherebbe comunque l’autorevolezza per farsi ascoltare e la fiducia per farsi credere. C’è un contesto locale (lo stato dell’Italia così come è visto e vissuto dagli italiani). È brutto perché la macchina semiferma consuma senza produrre e non ha un manovratore. E c’è un contesto internazionale , nel quale Europa e mondo chiedono conto al Paese, dell’immensità di conti non pagati e di debiti accumulati. C’è una sola via d'uscita che non è rinviabile, perché il peggioramento di ogni rinvio moltiplica paurosamente il danno e ogni altra conseguenza, compresa la divaricazione fra cittadini e (qualunque cosa sia) la politica. La via d’uscita è fermare e scendere. Seguono varie ipotesi (un governo tecnico capace di gestire la risposta di finanza e di banche; un governo di scopo in grado di restituire ai cittadini una decente legge elettorale; un governo dignitoso, capace di portare cautamente la legislatura al termine). Si può sperare che la discussione sia fervida e aperta e intelligente. Ma sapendo bene che non c’è tempo, che non sono consentiti ritardi, che non esistono piazzole di sosta. Il tempo è adesso, un attimo prima del crollo politico, o di quello economico. O di entrambi. Il fatto è che se sposti l’attenzione dentro la politica, devi constatarne lo stato esausto che induce a comportamenti automatici, ciascuno che recita l’imitazione di un se stesso finito per sempre: Bossi che imita Bossi, Berlusconi che tenta di reincarnare se stesso, la sinistra in cerca di una dignità che non riesce a ritrovare e ad esprimere, ciascuno solo e intestardito nell’idea di avere un affezionato seguito che non se ne andrà mai e che invece si è già disperso. Se invece osservi ciò che accade fuori e intorno alla politica, ti rendi conto che ogni giorno è un giorno fortunato se non finisce nella esplosione della tensione infiammabile che circola fra i cittadini. Ciò che si vede di più e che appare subito non riparabile sono le fratture. Tutta la destra, qualunque cosa sia nel nostro Paese che non ha e non concepisce una destra liberale ma solo una destra personalistica e autoritaria, è un aggregato di fazioni che hanno sempre meno ragioni e volontà di stare insieme. Non tutto è già accaduto, ma ciò che è accaduto è grave e clamoroso.

IL PARTITO-GUIDA della destra, il Pdl, si sta separando lungo la linea verticale del potere (la sfida al vecchio sovrano è aperta e non sempre riguardosa) e lungo la linea orizzontale della coalizione. Gli acquisti di voti avvengono alla giornata, occasione per occasione, con personaggi che deliberatamente ostentano la natura buffa o ridicola del loro sostegno come modo per dire: niente è per sempre. Si comincia a capire che la fuoriuscita dei finiani (essi stessi frantumati) è una smagliatura che ha comunque definitivamente posto fine alla impermeabilità dei plotoni berlusconiani. Adesso si entra e si esce, in cerca di molto (da una imputazione di mafia puoi arrivare fino a un ministero importante) ma senza dare e senza ricevere garanzie, e comunque per tempi brevi e precari, come ha mostrato il caso Papa e il suo passaggio rapido da un punto alto del Parlamento a un punto basso nel carcere di Napoli.

SI PENSI alla comparsa, come unità di sostegno a Berlusconi, di un gruppo detto “Popolo e Territorio”, inconscia traduzione della sigla di una formazione nazista e comunque contenitore di un frammento che intende restare separato, evitando di confluire nel corpo del partito per mantenere libera la trattativa volta per volta. Ma anche dentro la parte apparentemente intatta del Pdl originale, così come è stato fondato e guidato finora in solitudine e finti organismi (i coordinatori, il segretario del partito) da Berlusconi, si sono viste fratture non più riparabili. Come quando alla Camera, il 18 luglio, tutto il governo e tutta la maggioranza hanno votato contro il ministro per l’Ambiente Stefania Prestigiacomo, lasciandola sola con il suo decreto sui rifiuti di Napoli, abbandonato (il decreto, ma anche il ministro) in aula come un rifiuto, senza alcun sostegno tecnico o politico. Colpisce la frantumazione Lega - Pdl, in apparenza improvvisa e non annunciata, in realtà una lunga marcia al coperto, in un ambiente poco democratico e semiclandestino, come sono le vicende politiche in via Bellerio a Milano. La Lega perde presa ma perde anche pezzi. Sull’arresto del deputato Papa richiesto dalla magistratura, il mitico Bossi ha dato tre annunci diversi al suo presunto “popolo” prima che Roberto Maroni prendesse il comando in aula, si separasse dal governo di cui fa parte e dirigesse il gruppo Lega Nord a votare contro Bossi, contro Berlusconi e per l’arresto, pur avendo organizzato la finzione della libertà di coscienza e avere fatto dire in aula, dalla deputata Lussana, il si e il no all’arresto, nello stesso (deliberatamente sconclusionato) discorso. È evidente che resta impossibile - nonostante le finte dichiarazioni che seguiranno, ricomporre pezzi frantumati della fu maggioranza che dovrebbe governare il Paese.

È EVIDENTE anche dal modo in cui un frammento del Pd ha condotto la vicenda Tedesco al Senato (il senatore-imputato non è stato arrestato nonostante la sua rinuncia alla protezione parlamentare, per un intervento organizzato di alcuni senatori Pd) ,anche dalla pesante situazione giudiziaria che ha coinvolto Penati, capo della segreteria di Bersani, anche dal dissenso profondo su una nuova legge elettorale che attraversa il Pd - che il maggior partito della opposizione è a sua volta fratturato, proprio mentre l’urgenza di un governo autorevole è grande e la tensione esasperata dei cittadini cresce di momento in momento. Ormai è evidente a tutti che l’unico modo dignitoso di fermare stupore e malore che stanno travolgendo la Repubblica, è interrompere la finzione del governo, cercare un curatore del fallimento, con l’unico disperato intento di avere una legge elettorale democratica, e poi chiudere la peggiore legislatura della Repubblica.

venerdì 22 luglio 2011

Dopo la caduta

di Furio Colombo

C’è silenzio e imbarazzo, dopo la caduta, un silenzio così compatto che si nota persino nei telegiornali, quando mandano in onda quel frammento di secondi in cui il presidente della Camera annuncia il risultato, l’arresto del deputato Papa.

E subito si è capito che quel risultato non era previsto. Nei pochi secondi di un voto elettronico si sono spezzati brutalmente due legami: Bossi con Berlusconi e Maroni con Bossi. È cominciato il dopo Berlusconi. Ciò che vedi la sera del voto è che i deputati del Pdl si avviano in silenzio verso l'uscita, alcuni seguendo Papa come una scorta (il deputato Farina, camminando, gli tiene le mani sulla schiena come per proteggerlo) e l'impressione non è tanto la scena di una sconfitta parlamentare, quanto l'arrivo di una polizia segreta che si impossessa del simbolo della protesta.

Eppure c'era stato un annuncio premonitore. In questa stessa aula, il giorno prima, l'intera maggioranza aveva respinto il proprio decreto sui rifiuti di Napoli, un decreto appena votato (ma senza i leghisti) dal Consiglio dei ministri.

Alla Camera il decreto è stato abbandonato. Ed è stata abbandonata Stefania Prestigiacomo, ministro dell'Ambiente del governo Bossi-Berlusconi, sola a votare contro tutto il suo governo e tutta la sua maggioranza.

L'intento era uno scambio con la Lega: hanno offerto la rispettabilità di un ministro e un decreto urgente per Napoli in cambio della libertà di Papa. La Lega ha incassato Napoli e votato per l'arresto di Papa, forse rompendo un patto.

Il giorno dopo una rada folla di deputati di Berlusconi sparsi fra i banchi tenta di sostenere che l'arresto di Papa non è valido.

Senti le urla e capisci che hanno capito: non avevano mai visto fallire il salvacondotto che rende imprendibili i loro affiliati. Non avevano mai corso il rischio che uno di loro, alla fine, dalla prigione, parli. Una cosa però devi dire, ripensando al giorno in cui, alla Camera, con l'ammutinamento della Lega e l'arresto di Papa, Berlusconi ha cominciato a vedere la fine. Devi dire che non è andata così al Senato, con la vicenda del senatore Tedesco (Pd) che invece è stato protetto da una formazione mista, uno strano destra-sinistra sotto la copertura del voto segreto. Un giorno drammatico ha cambiato molto. Ma non ha cambiato tutto. Per capire che cosa ci attende, dobbiamo sapere chi ha salvato il senatore Pd. Dobbiamo sapere perché, per rispetto dei suoi elettori e dei cittadini esasperati dai giochi della politica, il senatore Tedesco non ha deciso subito di dimettersi.

sabato 16 luglio 2011

Presidente, intervenga

di Furio Colombo

Dopo avere ascoltato alla Camera il breve dibattito che ha consentito il voto quasi istantaneo della legge sulla manovra finanziaria, dopo avere constatato che si tratta di una manovra di classe che fa precipitare tutto il peso della presunta salvezza del Paese sui pensionati e sui poveri, sulle madri e sugli ammalati, mi sembra inevitabile il confronto con una diffusa voce popolare che sta diventando invettiva, che sta diventando tuono. Riguarda il costo della politica.

A quanto pare tale costo, che appare rilevante in tutta la documentazione (che probabilmente non è tutta) a disposizione dei cittadini, è un problema che non può (non può più) essere accantonato, mentre ciascuna famiglia viene inseguita fino alle squallide sale del pronto soccorso con l’intimazione di pagare molto e subito.

Rimpiango che non si sia mai dato ascolto alla richiesta dei Radicali (deputati e senatori, ma prima ancora Pannella) di rendere sempre pubblica la contabilità del Parlamento, fino ai dettagli. Adesso serve molto di più.

Chiedo al presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, di assumersi, di fronte ai deputati e assieme ai deputati, la responsabilità di affrontare il problema. I cittadini devono sapere dal presidente Fini lo stato delle cose e ciò che propone la Camera, in luogo del silenzio, in luogo della speranza che la bufera passi, per rispondere ai cittadini e dire loro che esiste un Paese solo, con gli stessi sacrifici, lo stesso impegno di salvare il Paese, la sua credibilità, il suo futuro.

Camera e Senato hanno votato interventi duri e pesanti. Ma il Parlamento sembra non avere voluto notare uno tra i costi che il Paese non può sopportare. Ci deve essere una risposta. E la risposta, per realizzarsi con ordine e decoro, può avvenire solo per iniziativa immediata di coloro che sembrano invece chiusi in una loro cittadella protetta. È l’ultima occasione per restare agganciati ai sentimenti del Paese, invece che apparire contraddizione, privilegio e ostacolo.

Chiedo al presidente della Camera Gianfranco Fini di riconoscere e guidare il difficile compito di ricongiungere la vita di tutti con le istituzioni politiche del Paese. Ciò consentirà anche di identificare e salvare quella parte di Parlamento che si adopera per contribuire al bene del Paese e non alla propria vita privata. E che non ha avventure, neanche minori, con la Giustizia. Altrimenti tutti sembreranno persone difficilmente distinguibili da Papa, da Romano, da Milanese.

domenica 3 luglio 2011

Aspettando l’annuncio

di Furio Colombo

Qualunque cosa sia il berlusconismo, la fine è avvenuta alla Camera dei deputati alle cinque della sera del 29 giugno, quando un boato di grida e di applausi dell’opposizione ha salutato un voto che ha segnato il passaggio dal prima al dopo.

Il prima è il ventennio berlusconiano (la mia opinione è che Berlusconi, a causa del poderoso conflitto di interessi, ha dominato sempre, anche durante i frammenti di buon governo di Prodi). Il dopo non sappiamo. Ma tutto è avvenuto quando ci si è accorti che una maggioranza disordinata e distratta mostrava molti spazi vuoti, che gli interventi o non c'erano o erano pro forma, che Bossi sedeva isolato al banco dei ministri, che la Lega si è divisa al suo interno, rompendo per la prima volta la disciplina perfetta.

MENTRE DURAVANO gli applausi dell’opposizione, Bossi, che non aveva altri leghisti accanto o vicino come sempre, ha dovuto spostare da solo le sedie già vuote dei ministri (erano corsi a rapporto da Berlusconi nella saletta detta “del governo”), ha dovuto chiedere alla Prestigiacomo, che invece era rimasta seduta, di spostarsi per lasciarlo passare (neppure l'ombra di un sorriso tra i due). E se ne è andato, per la prima volta, senza accompagnatori di amicizia, di corte o di scorta.

La legge – detta “comunitaria” (apparentemente per far diventare norma italiana una serie di decisioni comunitarie, in realtà una truffa che comprendeva persino il tentativo di far passare la responsabilità civile dei giudici dal punto di vista del consueto imputato) era ovviamente importante, e ciò che è avvenuto, a causa di assenze inspiegabili (il voto negativo dell’opposizione) ha eliminato l'articolo uno, ovvero ha abbattuto tutto l'impianto di un cattivo e disonesto lavoro.

Le vittorie fondate sul voto, in un Parlamento, vanno e vengono e ce ne sono state altre. Perché parlo di questa e dico che segna la fine? Perché si è capito che tutto avveniva senza guida. E si è visto per la prima volta questo spettacolo: invece dello scatto di rabbia e di orgoglio (le due parole care alla Fallaci sono state sempre la loro regola di condotta in casi di difficoltà) c'è stato un mesto “sciogliete le fila”. Il capogruppo Cicchitto, noto per la sua veemenza, ha avuto poco da dire, e lo ha fatto come puro dovere. E poi c'è lo spettacolo dell’uscita di Bossi dall'aula che racconta molto di quel giorno. Anticipa anche la notizia – di nuovo, altrettanto inedita e sorprendente – della Lega che vota contro il decreto rifiuti nel Consiglio dei ministri di giovedì 30 giugno.

Siamo in tempi non epici. E il voto del Gran Consiglio del Fascismo su Mussolini e la guerra diventa un voto sull’immondizia di Napoli. Questa volta è impossibile ripetere la frase che ha reso celebre quell'evento, “la guerra continua”. Qui, anche se i tempi tecnici potranno essere un po’ prolungati, non continua niente. Il capolinea è qui. Penso che il fatto sia difficile da negare perché la sequenza del voto alla Camera e del voto al Consiglio dei ministri, la spaccatura con la Lega e la spaccatura dentro la Lega, mentre si vede bene che il Popolo della libertà va a pezzi (nella fretta è stata saltata la stagione delle correnti) siano tutte prove che la loro festa è finita. Però ci sono anche prove, se possibile, più pesanti. L'annuncio dato dal ministro Tremonti di una Finanziaria che cade, quasi tutta, non adesso ma in anni successivi, dimostra che, per forza, bisognerà dichiarare formalmente finita al più presto questa fase della legislatura berlusconiana. Altrimenti la Finanziaria pesante cadrebbe in pieno sulle spalle di chi governa adesso, e allora non avrebbe senso lo spostamento nel tempo della parte pesante della legge finanziaria.

Se tutto ciò è vero, e credo che sia molto difficile confutarlo, ci sono alcuni fatti, importanti e urgenti di cui bisognerà tenere conto.

Il primo è la legge elettorale. Ci sono molti convegni e scambi di vedute e documenti esortativi, come quello di Libertà e Giustizia, firmato anche da Giovanni Sartori e Umberto Eco, ma nessuna iniziativa parlamentare o di partito. Per questo, proprio nel giorno della disfatta parlamentare di Berlusconi e Bossi, ho firmato, con molti altri parlamentari del Pd, una lettera che Arturo Parisi ha inviato a Dario Franceschini per chiedergli di impegnare subito il gruppo parlamentare di cui è presidente nel compito di dare al più presto al Paese una nuova legge elettorale, liberandoci dalla “porcata” Calderoli.

Un secondo impegno urgente è di “consolidare” (come si direbbe in una azienda) la guida del Partito democratico. Non si tratta di mettere in discussione il buon lavoro di Bersani e i buoni frutti che ha dato, ma di aprire subito la strada alle primarie di cui si è tanto parlato, ma quasi solo parlato (salvo affidare le correzioni di percorso ai fatti della vita, nei casi recenti, fatti fortunati).

MA NON SI PUÒ sempre sperare che le cose si risolvano da sole o con colpi di buona sorte.

Ma un altro impegno urgente è di impedire che il Parlamento finisca nel vuoto di sedute dedicate al niente, oppure alla residua, ostinata ricerca di far passare ciò che resta, in punto di morte, delle loro “riforme”, cadendo nella trappola di un “bene comune”, che non esiste con l'attuale cricca di governo. Basterà tener presente che cade in questi giorni l'anniversario del G8 di Genova (che si è tentato di ripetere in Val di Susa) per ricordare a ciascuno di noi e a tutti i nostri concittadini quale era il percorso che avevano progettato per l'Italia e che, se potessero (vedi il ritorno di Scajola) tenterebbero ancora.