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martedì 26 luglio 2011

Tedesco contro tutti e il Fatto “E’ un giornale fascista”

Ospite del programma radiofonico “La Zanzara”, su radio24, il senatore Pd Alberto Tedesco ha attaccato frontalmente una parte del suo partito (da Rosy Bindi alla Serracchiani, fino a Penati e al segretario Bersani) e soprattutto il quotidiano “Il Fatto”: “Ha ragione D’Alema, ma in realtà Il Fatto Quotidiano è un giornale non “tecnicamente” fascista, ma fascista e basta” di Gisella Ruccia

giovedì 30 dicembre 2010

Costituzione e codice civile, ecco le violazioni a Mirafiori


CON LE REGOLE IMPOSTE DALL’AZIENDA IL DIRITTO DI SCIOPERO NON PUÒ PIÙ ESSERE ESERCITATO

di Luigi Mariucci*

L’accordo di Mirafiori va osservato a tre livelli.

Il primo è quello della disciplina delle condizioni di lavoro. Una regolazione tutta centrata sulla esigenza della massima utilizzazione degli impianti: le turnazioni mobili, la riduzione delle pause, lo straordinario comandato ecc. C’è una idea della produttività fondata sull’utilizzo intensivo della prestazione di lavoro.

Il secondo livello riguarda il dritto di sciopero. Sarebbe necessario che i contraenti chiarissero se la clausola sulla “responsabilità individuale” riguarda l’inadempimento di specifici obblighi previsti dal contratto (quale la prestazione di lavoro straordinario) o lo sciopero tout court. In questo secondo caso la clausola sarebbe illegittima, per violazione dell’art. 40 della Costituzione, dato che lo sciopero è considerato un “diritto individuale ad esercizio collettivo”, un diritto quindi che in alcun modo può essere monopolizzato da singole organizzazioni.

IL SISTEMA. Il terzo livello riguarda il sistema delle relazioni industriali. Questa pare la parte più claudicante. Infatti l’accordo su Mirafiori si presenta per un verso come un accordo aziendale, modello di una aziendalizzazione dei rapporti contrattuali. “All’americana”, si dice, trascurando il fatto che negli Stati Uniti il sistema è da sempre aziendalistico, fondato sul monopolio del sindacato aziendale che ottiene con referendum il riconoscimento di esclusivo agente negoziale, mentre in Italia e in Europa i sistemi contrattuali prevedono sempre una cornice negoziale di tipo nazionale. Altre volte invece si invoca, altrettanto a sproposito, il modello tedesco dove la contrattazione aziendale non è mai esistita: i contratti collettivi sono regionali ma negoziati sotto la direzione di un unico sindacato nazionale, e i recenti accordi aziendali di tipo adattivo sono negoziati all’interno di un sistema di relazioni industriali coeso sul piano nazionale e nell’ambito di una disciplina della cogestione introdotta mezzo secolo fa. Per la quale nelle società per azioni i sindacati hanno una rappresentanza paritaria nei consigli di sorveglianza e nelle aziende i lavoratori eleggono consigli aziendali investiti di molteplici compiti, tra cui si segnala quello di autorizzare i licenziamenti individuali. Al tempo stesso l’accordo Mirafiori ipotizza la stipula di un futuro “contratto dell’auto”, da applicarsi a tutte le imprese dell’indotto: questo sarebbe allora un nuovo contratto nazionale di settore. Si tratta evidentemente di due prospettive diverse.

LA RAPPRESENTANZA. Infine la questione più rilevante dal punto di vista sistemico riguarda la rappresentanza sindacale e i diritti sindacali. Secondo l’accordo Mirafiori non esiste più una rappresentanza sindacale unitaria elettiva. I diritti sindacali vengono usufruiti dai sindacati firmatari in termini paritari, a prescindere dalla rappresentatività effettiva. Questo è l’aspetto più inquietante dell’accordo. A Mirafiori non ci saranno più rappresentanze elette dai lavoratori ma cinque r.s.a. (rappresentanze sindacali aziendali) di Fim, Uilm, Fismac, Ugl e associazione dei quadri Fiat, nominate dagli stessi sindacati firmatari dell’accordo, tutte usufruttuarie paritariamente dei diritti sindacali in termini di permessi, agibilità in azienda ecc. La Fiom resterà fuori e diventerà una organizzazione sindacale extra legem, non riconosciuta e non titolare di alcun diritto sindacale. Tutto questo è legittimo rispetto alla attuale dizione dell’art.19 dello Statuto dei lavoratori, come modificato da un demenziale referendum promosso nel 1994, naturalmente “da sinistra”, con l’idea di allargare il campo di applicazione dei diritti sindacali. L’esito consiste in uno straordinario paradosso: in base all’art.19 dello Statuto dei lavoratori hanno diritto a costituire proprie rappresentanze i sindacati firmatari di contratti collettivi applicati nei luoghi di lavoro; poiché i contratti collettivi si firmano in due ne consegue che sono le imprese a decidere, ammettendoli alla contrattazione, chi sono i sindacati titolari del diritto a costituire proprie rappresentanze in azienda. Poiché la Fiom non ha sottoscritto il contratto è esclusa dall’esercizio dei diritti sindacali in azienda. C’è di che rievocare la disposizione di cui all’art.17 dello Statuto dei lavoratori, dove si dice che “è fatto divieto ai datori di lavoro di costituire o sostenere, con mezzi finanziari o altrimenti, associazioni sindacali di lavoratori”.

LA COSTITUZIONE. L’esito appena descritto è non solo paradossale ma in sé irrazionale, e al fondo illegittimo, per il contrasto con i principi di fondo sanciti dalla Costituzione all’art. 39, in riferimento sia al primo comma, relativo alla garanzia della libertà e del pluralismo sindacale, sia al secondo comma, che sancisce un meccanismo comunque proporzionale di verifica della rappresentatività sindacale. Perciò l’operazione Mirafiori non funzionerà. Per molti motivi, ma specialmente perché il suo effetto sistemico sarebbe devastante: l’anarchia delle relazioni contrattuali, la riduzione dei rapporti di lavoro a puri rapporti di forza. Anche perché in quell’accordo c’è una clausola secondo cui i lavoratori verranno trasferiti alla nuova joint venture mediante licenziamenti e riassunzione, escludendo la disciplina dell’art. 2112 del codice civile sul trasferimento d’azienda. Ma chi ha mai detto che quella disciplina, per di più di derivazione comunitaria, sia derogabile a piacimento?

*Ordinario di Diritto del Lavoro alla Ca' Foscari e lavoce.info

mercoledì 29 dicembre 2010

Il lavoro artigianale di Stefano Zecchi


di Francesca Coin*

Ogni tanto dimentico che ai tempi della seconda guerra mondiale mio nonno era più o meno convintamente fascista. Ora ha quasi cent’anni e l’altra sera a cena ha posto una domanda. “Ti chiedo una cosa sola”, ha detto, dopo aver ascoltato in silenzio la conversazione che per due ore discuteva il potenziale delle proteste studentesche degli ultimi mesi. La sua domanda era rivolta a coloro che hanno attraversato le piazze il 14 dicembre a Roma. “La sentenza dei giudici (che non è ancora stata emessa) è giusta?” “Rilasciare dei criminali è giusto?” Questa era la sua domanda.

Si è torto lo stomaco già a me, dunque se possono seguano oltre i lettori. Aveva gli occhi rossi e puntava il dito come i patriarchi ai peccatori (mio nonno d’altro canto è un fervido uomo di chiesa). Mi colpiva l’inflessibilità delle sue conclusioni, l’autorità irata, l’assenza di consapevolezza sociale o di sensibilità.

Un effetto simile l’ha generato in me ieri mattina un articolo di Stefano Zecchi. “Bei tempi quando il famoso pezzo di carta dava il diritto ad entrare tra la gente che conta! Un lavoro importante, un bello stipendio: per molti era il biglietto da visita dell’emancipazione sociale”. Ma“era un altro mondo”. Oggi abbiamo un gran numero di laureati disoccupati, e “forse ancor più delusi e frustrati” di loro sono i genitori che desiderano per i loro figli un riscatto dalla povertà. Qual è la causa della disoccupazione dei giovani laureati, dunque? “È stato umiliato il lavoro degli artigiani, scrive Zecchi (filosofo, ndr.) producendo così intellettuali disoccupati (ed altri ahinoi occupati) a causa di “genitori dalle umili origini” e tuttavia “snob” (li definisce proprio così).

Ha una penna maliziosa Zecchi, per nulla preoccupata della disoccupazione, più interessata all’autocompiacimento e generalmente ansiosa di delegittimare il diritto all’istruzione presentandolo come un borghesismo illegittimo per le classi deboli. Utilizza la parola “snob” (ovvi i processi di proiezione contenuti nel linguaggio), richiamando le famiglie povere all’umiltà (che coraggio) e facendo appello per loro all’accettazione di un lavoro artigianale premoderno. Le sue argomentazioni sarebbero accettabili in un discorso dell’Europa del 1600 o pre-illuminista, prima ad esempio che Condorcet riconoscesse nell’istruzione pubblica un diritto universale necessario per portare l’umanità tutta oltre lo stato di minorità e di isolamento. Ma oggi questi discorsi appaiono anacronistici, gretti oppure demagogici. È barbaricamente demagogica l’opera del docente ordinario Zecchi, che sembra voler legittimare distrattamente una riforma che farà esattamente ciò che lui auspica, ovvero attribuire il diritto allo studio e al lavoro solamente a chi povero non è, riproducendo così un processo di inaridimento culturale di cui il suo articolo è già effetto e causa.

Zecchi non discute direttamente la riforma Gelmini, sottolinea solo l’inutilità del titolo di laurea (scollegando tale inutilità alla crisi del mercato del lavoro). Cita Sacconi e nomina il lavoro, ma non parla di neoliberismo, di banche d’investimento, di crisi degli stati sovrani, di esternalizzazione, di cassa integrazione. Si limita a dire che abbiamo “umiliato il lavoro artigianale” (lo rinobiliti lui, verrebbe da dire). In generale non offre nessuna soluzione ai drammi odierni, ma suggerisce di volere “più artigiani”, il che, leggerezza a parte, implica tra le righe che la saturazione del mercato non va contrastata con maggiori investimenti alla ricerca, ma va avvallata con una restrizione dell’offerta formativa sino a trasformare i giovani laureati qualificati e brillanti di oggi in lavoratori manuali.

Le parole di Zecchi sono leggere, e colpevole è la leggerezza del privilegio in tempi di crisi, come è pericolosa la sciatteria morale che essa ispira e che la ispira. Leggo Zecchi, e trovo la sua analisi deprecabile. È deprecabile perchè è priva di etica e di contenuti, è deprecabile per l’incuria verso un presente pieno di ferite, è deprecabile per l’atteggiamento paternalista ma privo di alcuna affettività paterna verso una generazione orfana seppur forte ma che ha già sufficienti problemi.

Forse è troppo chiedere un’analisi sensibile ad uomini egocentrici o autoritari, ma se è così ci basterebbe alle volte almeno un pò di generoso silenzio.

*Rete29Aprile

Rai, il giudice del Lavoro: “Tiziana Ferrario deve essere reintegrata al Tg1″


Secondo il giudice del lavoro la conduttrice ha subito una "grave lesione della sua professionalità per motivi di discriminazione politica"

Il tribunale di Roma sezione lavoro, giudice Marrocco, accogliendo il ricorso in via d’urgenza della giornalista Tiziana Ferrario (assistita dagli avvocati Domenico e Giovanni Nicola D’Amati), ha ordinato alla Rai di reintegrare la giornalista nelle mansioni di conduttrice del Tg1 delle 20 e di inviata speciale per grandi eventi. Il giudice ha ravvisato nella rimozione di Tiziana Ferrario dell’incarico di conduttrice del tg della rete ammiraglia una “grave lesione della sua professionalità per motivi di discriminazione politica a seguito dell’opposizione della stessa giornalista alla linea editoriale del direttore Augusto Minzolini”.

Secondo il giudice Marrocco, “i provvedimenti che hanno riguardato la Ferrario sono stati adottati in contiguità temporale con la manifestazione, da parte della lavoratrice, del dissenso alla linea editoriale impressa al telegiornale dal nuovo direttore. Con l’adesione da parte sua alla protesta sollevata dal cdr e diretta a far applicare nel tg i principi di completezza e pluralismo nell’informazione. E, infine, con la mancata sottoscrizione da parte della stessa del documento di censura al cdr il 4 marzo scorso”. Questi provvedimenti, si legge nella motivazione, “sono stati antitetici rispetto a quelli adottati nei confronti dei colleghi di redazione che non avevano posto in essere le suddette condotte”. In particolare, “in merito alla rimozione dell’incarico di conduzione del Tg1, dichiaratamente collegata dal direttore del telegiornale all’intento di ringiovanire i volti del tg, risulta in atti che identica decisione non ha coinvolto due giornalisti in sostanza coetanei della ricorrente (Petruni e Romita), i quali, di contro, avevano sottoscritto il documento 4 marzo 2010 di sostegno alla linea editoriale”.

Soddisfatta Tiziana Ferrario, che considera la sentenza ”importante perché afferma il principio fondamentale che i poteri del direttore di una testata giornalistica sono limitati dalla legge: non ha infatti il diritto di emarginare o mettere i giornalisti della sua redazioni in condizione di non lavorare. Dunque una sentenza ancora più importante in quanto può rivelarsi utile a tutti coloro che hanno subito il mio stesso trattamento, da Paolo Di Giannantonio a Massimo De Strobel, da Raffaele Genah a Bruno Mobrici alla stessa Maria Luisa Busi, che con grande coraggio ha deciso di rinunciare alla conduzione del Tg1 perchè non riteneva di essere più nelle condizioni di svolgere con serenità la propria professione”.

Alla sentenza del giudice ribatte Minzolini: “Paolo Frajese ha condotto il Tg per sette anni, Bruno Vespa per cinque. Tiziana Ferrario invece lo ha condotto per 30 anni”. Nessuna discriminazione politica, quindi, per il direttore, secondo cui la decisione del tribunale “è assurda perché interviene in decisioni di fatto del direttore”. Il presidente della Rai Paolo Garimberti ha espresso lo stesso pensiero che espresse quando a essere reintegrato dal giudice fu Paolo Ruffini: ”Le sentenze si rispettano non si commentano”.

A Minzolini esprime solidarietà il portavoce del Pdl Daniele Capezzone: “Se per caso, dopo circa sei lustri, il direttore del Tg1 decide di avvicendare alcuni conduttori e conduttrici, mi pare che la decisione possa essere rispettata. In un modo in cui tutti siamo flessibili, solo i mezzibusti del Tg1 devono essere considerati intoccabili?”. Secondo il presidente dei deputati del Pdl Fabrizio Cicchitto, “oramai è evidente che i giudici in Rai decidono larga parte degli organigrammi interni come dimostra non solo quest’ultimo episodio della Ferrario, ma anche storie precedenti. Il fatto singolare poi è che questi interventi avvengono solo quando a essere spostati sono giornalisti di sinistra”. Parla di “magistratura al servizio della sinistra” il presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri, che dice: ”Siamo alla follia. Spero che questa decisione venga considerata dalla Rai come merita: un proclama scritto su carta straccia. A quando sentenze che dicano quali notizie divulgare e quali no? Siamo alla protervia togata che sfocia nel ridicolo. In altri casi, Alfano ha inviato ispezioni. Qui servirebbe un controllo medico”.

Di tutt’altro avviso le opposizioni. Secondo il responsabile Cultura e Informazione del Pd, Matteo Orfini, ”la sentenza sul reintegro di Tiziana Ferrario certifica qualcosa che purtroppo era già evidente: al Tg1 ci sono discriminazioni politiche che mortificano professionalmente chi la pensa diversamente dal direttore”. Il capogruppo dell’Italia dei Valori in commissione di Vigilanza, Pancho Pardi, osserva: “Che la direzione di Minzolini fosse fallimentare, non lo attesta solo la sentenza del tribunale di Roma, ma anche e forse soprattutto il crollo dell’edizione del tg1 delle 20 nelle rilevazioni di un sondaggio commissionato proprio dalla Rai. Insomma non siamo lontani dalla realtà se definiamo la direzione di Minzolini la peggiore del servizio pubblico di tutti i tempi”.

Il leghista emiliano e i rimborsi fasulli chiesti alla regione

MARCO LUSETTI

Il Carroccio rischia di crollare sotto il peso dello scandalo delle irregolarità di una serie di fatture per le trasferte di Maurizio Parma, capogruppo leghista di via Aldo Moro. Si faceva rimborsare impegni personali e di partito come fossero attività istituzionale

“Meglio non avvisare Roberto Calderoli della faccenda dei fondi regionali del Carroccio perché sennò non ‘salta’ solo Maurizio Parma, ma tutta l’Emilia”. E’ questo uno dei passaggi di una conversazione telefonica del luglio 2009 tra il segretario della Lega nord Emilia Romagna Angelo Alessandri (e presidente della Commissione Ambiente alla Camera) e l’ex vicesegretario del movimento Marco Lusetti. I due parlano dello scandalo delle note spese fasulle presentate dal capogruppo leghista in regione Maurizio Parma. Una vicenda che adesso rischia di trasformarsi in una valanga di fango per il Carroccio che solo pochi mesi fa, alle ultime regionali, aveva conquistato più del 13% dei consensi. Lusetti, dopo aver tentato per due volte di spingere il partito a fare chiarezza sui presunti rimborsi taroccati, nel luglio 2010 è stato espulso. Ma lunedì scorso si è preso la sua rivincita: ha convocato una conferenza stampa, ha fatto ascoltare la registrazione della telefonata e ha mostrato una serie di documenti che secondo lui dimostrano le irregolarità commesse da Parma, oggi vicepresidente della provincia di Piacenza, nella gestione dei fondi a disposizione del gruppo regionale. Nelle mani dei cronisti finiscono così le ricevute che Parma girava agli uffici della regione per farsi rimborsare le trasferte.

Si inizia con un viaggio del 28 agosto 2008 quando l’esponente leghista sostiene di aver incontrato tra Pordenone, Bergamo e Pontida gli amministratori regionali di Friuli Venezia Giulia e Lombardia, chiedendo ed ottenendo dalla Regione Emilia Romagna un rimborso spese di 463 euro. Lusetti, però, racconta che in quegli stessi giorni, di scena a Pontida, c’era la tradizionale festa dei Popoli padani. “Non vorrei – dice l’ex leghista – che Parma si sia fatto rimborsare il viaggio per andare ad una festa di partito e non all’incontro con alcuni funzionari regionali”.

Un anno prima, il 16 e 17 settembre 2007, Parma si fa rifondere anche una trasferta a Venezia e Treviso per, si legge nel documento su carta intestata del gruppo regionale, una manifestazione sul federalismo fiscale e un incontro con gli amministratori regionali del Veneto. Totale: 201,60 euro. Spicci, ma è ancora Lusetti a mettere in dubbio la versione di Parma: “In quel periodo c’è il raduno dei leghisti a Venezia – rivela – e guarda caso la moglie di Maurizio Parma vive proprio a Treviso”.

Ma Lusetti non si ferma e fa saltare fuori altri due rimborsi spese “che puzzano proprio”: il primo, datato 26 dicembre 2006, riguarda l’affitto di una delle sale di Piacenza Expo per un convegno sugli enti locali, a cui Lusetti allega pure la ricevuta su carta intestata del centro fieristico. Parma, per quell’incontro a ridosso del Natale 2006, avrebbe ottenuto come rimborso 1.800 euro “anche se è strano- rileva Lusetti- che a Santo Stefano si organizzi un convegno sugli enti locali e nessuno se ne sia accorto”. Un incontro talmente segreto che non se ne sono accorti, evidentemente, neanche a Piacenza Expo visto che, interpellati, fanno sapere che nessuna sala per quella data e’ mai stata affittata e per il mese di dicembre del 2006 non furono calendarizzati eventi di natura privata.

Infine, Parma avrebbe anche ottenuto un rimborso spese per più di 5.000 euro (con due fatture, una da 3.600 ed un’altra da 1.640 euro) per una cena avvenuta il 30 marzo 2008 al Park hotel di Piacenza a cui partecipo’ anche Umberto Bossi: niente di irregolare ad una prima occhiata ma è proprio Lusetti ad offrire una chiave di lettura. “Io c’ero a quella cena – dichiara l’ex numero due del movimento – e ricordo benissimo che tutti i militanti hanno pagato di tasca propria la quota parte della cena, quindi e’ evidente che Parma ha chiesto un rimborso spese nonostante non ne avesse la ragione”.

Con il faldone di rimborsi “pieni di criticità”, Lusetti stava quindi cercando di incontrare il ministro Calderoli, visto che in sede di direttivo del partito, la mozione per la discussione di questi documenti poco chiari era stata congelata per ben due volte.

“Ma questa faccenda la chiudiamo noi” minimizza per telefono Alessandri invitando il suo vice a firmare una dichiarazione che farà avere ai piani alti del movimento. Lusetti non sembra convinto ma Alessandri chiede di velocizzare i tempi: “Ma no, ragazzi, non apriamo questi libri qua, ma stiamo scherzando? Non bisogna raccontare in giro questa storia, devi minimizzare – sprona Alessandri – perché questi qua, per quanto gliela spieghi, non la capiranno mai, vedono solo il problema loro” visto che “il problema è dell’Emilia, non solo di Maurizio Parma”.

Alessandri cerca quindi di contenere lo scandalo che potrebbe scoppiare da un momento all’altro e modificare la geografia politica della Provincia di Piacenza, neo eletta giunta Pdl e Lega che vince le elezioni per la prima volta dopo 50 anni di sinistra.

Ma dal 2009 al 2010 gli scandali legati alla Lega in amministrazione provinciale si susseguono uno dopo l’altro: un assessore, Davide Allegri, che affida piani regolatori allo studio di architettura dove lavora e ad un dipartimento universitario in cui insegna; un consigliere provinciale in quota Carroccio, Davide Maloberti, indagato per truffa ai danni dello Stato per la questione delle quote latte e, infine, il vicepresidente Maurizio Parma a cui non tornano i conti di quando era capogruppo in Regione. Ma Rosy Mauro, nuova reggente del partito emiliano, ne è sicura: “Non esiste nessuna questione morale nella Lega”.

di Massimo A. Paradiso

L’AGGUATO A BELPIETRO E GLI SPARI SPARITI





L’inchiesta verso l’archiviazione

di Paola Zanca

Resta solo un ultimo scrupolo: sentire nuovamente il caposcorta e provare a vedere se in questi tre mesi l’autista che aspettava in macchina si è ricordato qualcosa. Altrimenti, non resta che archiviare. L’attentato a Maurizio Belpietro non c’è mai stato. Ieri, è stato Il Giornale - in un inedito attacco ai colleghi che proprio in questi giorni raccontano di un altro presunto agguato, questa volta a Fini - a descrivere gli umori della Procura di Milano. Poi, la conferma è arrivata anche da altre fonti vicine agli inquirenti: il fascicolo per tentato omicidio a carico di ignoti aperto dai pm Pradella e Pomarici probabilmente finirà sepolto in un cassetto.

PROPRIO il contrario di quel giovedì sera, era il 30 settembre, in cui Belpietro chiamò in redazione per far riaprire il giornale: “Hanno sparato fuori da casa mia - disse al telefono ai suoi redattori - Non ho capito cosa sia successo, ci sentiamo tra poco”. Ha appena sentito esplodere dei colpi fuori dalla sua porta, ma non fa in tempo a riattaccare la cornetta, che l’attentatore è già fuggito: ha provato a sparare al caposcorta ma la pistola si è inceppata, si è dileguato nel nulla dall’uscita secondaria, senza lasciare impronte, senza essere ripreso da nessuna delle telecamere della zona. È sparito per le vie di Milano, nonostante le decine di volanti subito mobilitate per la caccia all’uomo. L’identikit viene immediatamente diffuso, ma nessuno lo ha mai più trovato. Non a caso, l’indagine potrebbe essere archiviata. Ma nel frattempo, per tre mesi, ci hanno raccontato la favola del clima d’odio.

L’agguato finisce in prima pagina il primo ottobre. Giusto il tempo di ricostruire la dinamica del “misterioso episodio” ed emettere la sentenza nella seconda riga di catenaccio: “Maroni l’aveva detto: ‘Attenti all’odio’” . Sono i giorni dei titoli a cinque colonne. A Repubblica, la sera stessa, Belpietro racconta che idea si è fatto su quei minuti di terrore: “Non credo proprio che fosse lì per offrirmi un mazzo di fiori, né credo che fosse un ladro. Sì, penso proprio di essere io l’obiettivo”. Ha fatto il callo alle “minacce”, spiega, “ne ho avute tantissime , alla fine uno ci si abitua, ma questo agguato proprio non me l’aspettavo”. Lo ripete il giorno dopo a La Stampa, anche se nel frattempo ha elaborato la sua teoria: “C’è un clima che non è dei più favorevoli (…) Se racconti fatti diversi sei un nemico da abbattere, questo può eccitare qualche animo”. Un’altra notte porta consiglio, e il 3 ottobre sul Corriere della Sera, Belpietro arriva a paragonarsi a Saviano costretto a “una vita da recluso” per quello che scrive. Ha ricevuto solidarietà da tutti, dice, tranne da Di Pietro. I distinguo tra buoni e cattivi sono cominciati. Perché se innocente, e comprensibile, era l’accorata ricostruzione del direttore che si è fidato del racconto del suo capo-scorta, innocente non è il fatto che nel giro di ventiquattr'ore l’episodio di cronaca serva a saldare vecchi conti in sospeso. Quello con Marco Travaglio, per esempio, che “con la sua consueta simpatia - ricorda Libero - definì Belpietro ‘più che un cane da guardia, un cane da riporto’”; con Eugenio Scalfari “un altro maestro di tolleranza”, colpevole di aver replicato chiamandolo “un alano da riporto”; con Massimo Giannini anche lui sostenitore della tesi per cui Belpietro fa parte di “una muta famelica di cani”.

Il teorema è servito. A esporlo è lo stesso direttore: “Quando si sostiene che un giornalista è un servo, un cane, una prostituta, un leccaculo, uno che sguazza nella merda e opera nella fogna – tuona Belpietro – certo poi non c’è da stupirsi se c’è chi mette in pratica il proposito di levare di mezzo un personaggio tanto spregevole”. Su un’altra prima pagina, quella de Il Giornale, il suo futuro socio in affari Vittorio Feltri (ora insieme sono editori di Libero) confermava la tesi, aggiornando la lista dei mandanti morali: “Belpietro, che oltre ad aver steso articoli sulla vicenda scottante di Montecarlo (...) è presto diventato un simbolo del giornalismo esecrato dai Bocchino, dai Briguglio, dai Granata, quindi da colpire. Questo è perlomeno il messaggio raccolto dal delinquente che l’altra notte ha impugnato la pistola”.

QUOTIDIANAMENTE, Libero e Il Giornale pubblicano messaggi raccolti su Facebook, dove qualche maniaco ha aperto il gruppo “Uccidiamo Belpietro”. Ed è proprio la Rete che serve l’assist a Maroni per dire che “l’agguato a Belpietro non sarà l’ultimo”. I due quotidiani danno grande spazio alle dichiarazioni del ministro e anche alla sparata di Gasparri, preoccupato perché a coordinare le indagini è il procuratore Spataro: “Non è in grado di garantire l’imparzialità, mi auguro che la Procura incarichi un altro magistrato” . Nelle aule di Tribunale, è questo il punto, ci sarebbero “amici” proprio di quei giornalisti che su Belpietro hanno rovesciato “menzogne e cattiverie”: “La lotta continua di Travaglio a noi moderati”, è il titolo dell’editoriale con cui, quattro notti dopo l’agguato, Belpietro apre il suo giornale. Giovedì 7 ottobre, Belpietro è ospite di Annozero. La mattina dopo butta in prima pagina uno “Scusate se sono vivo”. Siccome non c'è stato “spargimento di sangue, né un cadavere - si indigna - gli scettici suppongono si tratti di una messa in scena”. “Come negli anni Settanta”, lo consola Il Giornale nell’ultimo scampolo di polemica finita su carta. “Giornali e politici di sinistra hanno sostenuto che l’attentato fosse inventato. Sempre così: se non sono messinscene, questi episodi vengono ridotti a bravate”. Da archiviare, come sembra intenzionata a fare anche la procura di Milano.

SCOMMESSE IN LEGA PRO, L’OMBRA ADELLA CAMORRA



Nel mirino il gruppo Intralot, sede in Grecia e attività in 50 Paesi nel mondo, sbarcata in Italia nel 2007
Dove gestisce circa 600 punti vendita

di Antonio Massari

“Durante la stagione calcistica 2008/2009, il nostro circuito, non ha accettato scommesse sul campionato di serie C”. È il 22 novembre quando Bruno Lener, 47enne calabrese di Vibo Valentia, viene sentito (come persona informata sui fatti) dal pm napoletano Pierpaolo Filippelli. Lener è il direttore commerciale della “Intralot”, gruppo che si occupa di scommesse sportive, ha sede in Grecia ed è presente in 50 nazioni, tra cui l’Italia, dove è sbarcato nel 2007. La procura di Napoli – i pm Filippelli, Claudio Siragusa e il procuratore aggiunto Rosario Cantelmo con l’ausilio del Nucleo investigativo dei Carabinieri di Torre Annunziata – stanno concentrando l’indagine su Intralot per comprenderne i legami con la camorra. In ballo non c’è soltanto il giro di scommesse sulle partite di calcio: c’è la manipolazione dei campionati. Vogliono capire quanto i clan abbiano influito, e stiano ancora influendo, sui risultati dei tornei. C’è una traccia fin troppo evidente: il banco scommesse che salta per tutto – o gran parte – il campionato di Lega Pro (la ex serie C), come spiega Lener, che aggiunge: è una scelta adottata anche dai nostri concorrenti. Ma non è l’unica traccia. Accade – per esempio – che un calciatore italiano, mezz’ora prima che l’arbitro ne fischi l’inizio, conosca il risultato d’una partita della massima divisione tedesca, la Bundesliga: una delle 200 partite sospette che l’Uefa considera “la punta dell’iceberg” del “più grande scandalo del calcio europeo”. E soprattutto : c’è un precedente. L’inchiesta – che è in pieno sviluppo e alza il tiro di giorno in giorno – prende spunto da un incontro “truccato” il 5 aprile 2009. Campionato di Lega Pro: Juve Stabia-Sorrento 1 - 0. Per questa partita – e per altri fatti di camorra – a ottobre sono state arrestate 22 persone. E il direttore commerciale di Intralot spiega: “Quando sono venuto a conoscenza della combine tra la Juve Stabia e Sorrento ne ho parlato con Maurizio Lopez”.

La società greca al centro dell’inchiesta

LOPEZ – oggi indagato per associazione per delinquere – è un profondo conoscitore della “borsa” delle scommesse: “È il responsabile della direzione quote e rischio della Intralot”, spiega Lener. “In sostanza – prosegue – è lui e il suo staff che si occupano di creare le quote e di farle ‘evolvere’ durante la settimana e, successivamente, di accettare o meno le ‘grosse’ scommesse”. Ed ecco cosa risponde Lopez a Lener sulla partita truccata tra Juve Stabia e Sorrento:“Lopez mi ha detto – racconta il direttore commerciale di Intralot – che non solo non avevamo raccolto scommesse su quella partita, ma non avevamo accettato giocate per tutto quel campionato o, comunque, per un rilevante periodo. Lopez mi disse che era stato lui stesso, dall’analisi che aveva fatto delle puntate, e da una serie di informazioni in suo possesso, a ritenere che gli eventi calcistici erano falsati e a segnalare, informalmente, questa circostanza ai Monopoli di Stato. Precisò che l’indirizzo scelto da Intralot era stato seguito anche dai nostri concorrenti”. Se quanto dice Lener è vero, i Monopoli di Stato, sapevano che i campionati potevano essere stati falsati: sarebbe stato proprio Lopez, sebbene “informalmente”, ad avvertirli. Non solo: oltre Intralot, per gli stessi motivi, anche altri gruppi avrebbero evitato giocate per partite sospette. Ma è su Intralot che la procura di Napoli, per il momento, ha puntato l’attenzione. Il gruppo Intralot ha sede in Grecia, è quotata in Borsa ad Atene, dichiara d’essere attivo in 50 Paesi ed è sbarcato in Italia nel 2007, dove gestisce circa 600 punti vendita (15 di proprietà, il resto in franchising). Intralot Italia, nel 2009, può vantare ricavi per 220 milioni di euro, ma è ancora in perdita per 2,2 milioni, sebbene in crescita, visto che nel 2008 ne perdeva 9,2. La quota di mercato italiano di Intralot è per il momento relativamente modesta: il 5,4 per cento. A marzo è cresciuta fino al 5,6. Non possiamo quindi parlare di un gigante, se raffrontiamo i 220 milioni di ricavi con l’intero volume d’affari delle scommesse sportive che, in Italia, nel2009, ha toccato i 4 miliardi di euro. Un mercato in crescita – nel 2003 ammontava a 1,2 miliardi – ma che ha subìto una battuta d’arresto proprio nel 2009. Nel 2008 era cresciuto del 50,8 per cento sul 2007, l’anno scorso è aumentato solo dell’1 per cento rispetto al 2008. Un mercato dominato da tre operatori storici – Snai, Lottomatica e Sisal – dove è molto difficile conquistare spazi. E infatti Intralot si sta interessando anche alle video lotterie, un’evoluzione delle slot machine , e punta all’apertura di tre “mini casinò”. Ma l’attenzione degli inquirenti è concentrata sulle scommesse e sulle frodi sportive. C’è un sospetto: questa vicenda può essersi spinta oltre i confini della Campania. La camorra potrebbe aver conquistato altre regioni e altri campionati. E quello tra Juve Stabia e Sorrento, potrebbe essere il canovaccio di altri episodi, quindi torniamo al 5 aprile 2009 e all’incontro “truccato”. “Una piscina senz’acqua, una coca-cola senza ghiaccio, un professionista serio, sì, ma forse sfortunato o qualcuno dice impreparato. Nella ripresa è fatale una sua respinta goffa e corta su punizione di Grieco. Mineo insacca un gol che nemmeno nei suoi sogni era riuscito a realizzare”. Il cronista sportivo Roberto Fiorentino chiude la sua pagella con un 4 e mezzo: voto da bocciatura, per il portiere Vitangelo Spadavecchia, ex nazionale under 20, autore d’una respinta talmente goffa da risultare un assist delizioso per l’attaccante della Juve Stabia.

Una farsa non una partita

OLTRE al quattro e mezzo, però, con la sua papera, Spadavecchia avrebbe incassato anche un bel po’ di soldi: da uomini legati al clan d’Alessandro di Castellamare di Stabia. Soldi che avrebbe fatto fruttare, quello stesso giorno, scommettendo circa 20mila euro sulla sconfitta della sua squadra. E proprio quella scommessa rassicurò gli uomini del clan, che su Spadavecchia avevano investito per truccare la partita e che, nel frattempo, attraverso un prestanome, gestivano anche le giocate del centro Intralot di Castellamare di Stabia. Ed ecco che le due storie – la partita truccata e il giro di scommesse – s’intrecciano davanti agli occhi degli investigatori. In questa fase, gli uomini chiave, sono quattro.

“Le indagini – scrivono gli inquirenti – hanno dimostrato che Cristian Biancone ha organizzato, con Francesco Avallone e con la collaborazione di Michele Scannapieco, la combine di incontri calcistici in almeno tre occasioni – a una delle quali ha partecipato Spadavecchia”. Tutti indagati per frode sportiva e associazione per delinquere. E quindi: gli incontri truccati, individuati dagli investigatori a ottobre, sono almeno tre. Di uno solo, per il momento, v’è certezza: quello tra Juve Stabia e Sorrento. Ma chi sono i quattro uomini citati dalla procura? Cristian Biancone – arrestato a ottobre e rilasciato pochi giorni fa – è un calciatore romano, nato a Colleferro 33 anni fa, con un passato da attaccante professionista nei campionati di serie B e C. Vitangelo Spadavecchia – indagato ma non arrestato – oggi è portiere dell’Andria calcio in prima divisione. E fin qui siamo nell’ambito delle scarpette chiodate. Michele Scannapieco è il primo anello di congiunzione con la Intralot: è il gestore del centro scommesse di Sorrento. “Il punto Intralot di Sorrento – dice Lener al pm Filippelli – era gestito da entrambi i fratelli Scannapieco, con i quali ho avuto modo d’interloquire”. Lener, quindi, conosce bene uno dei quattro indagati per la frode sportiva. “Non so chi sia Francesco Avallone – aggiunge – non è certo un nostro dipendente, né con lui abbiamo mai avuto nessuna relazione commerciale”. Il punto è che Avallone aveva una stretta relazione commerciale con il gestore Intralot di Sorrento e Castellammare di Stabia: alla gestione ufficiale delle scommesse con il marchio Intralot, infatti, s’affiancava una gestione clandestina. “Ad Avallone e Michele Scannapieco – scrivono i pm – è affidato il compito di veri e propri registri di raccolta delle scommesse clandestine sugli incontri sportivi, di cui tengono la contabilità”. Ma chi controlla, nei fatti, i centri Intralot di Sorrento e Castellammare di Stabia? Un uomo del clan D’Alessandro: Paolo Carolei. “Esponente di spicco della criminalità organizzata campana già a partire dagli anni Ottanta – scrivono i pm – al quale sono conferiti diretti poteri gestionali, in relazione al riciclaggio e al re-investimento dei proventi illeciti acquisiti dal clan D’Alessandro. Costituisce la mente finanziaria della cosca. Ha acquisito, anche tramite prestanomi, il controllo e la gestione diretta di due punti scommesse del circuito Intralot”.

Il primo cerchio si chiude

E COSÌ il primo cerchio si chiude: la camorra – sostiene l’accusa –ha interesse a controllare i due punti Intralot perché sono un ottimo canale di riciclaggio e re-investimento dei capitali illeciti. Ed è proprio il direttore generale di Intralot a spiegare che i centri scommesse sono delle miniere. Gli investigatori l’avevano scoperto già con le intercettazioni: “Il Corner di Cascone è uno dei nostri punti vip - dice al telefono Concetta Falcone - l’anno scorso ha fatto quattro milioni e mezzo di euro”. Concetta Falcone – indagata per associazione a delinquere – è un elemento chiave in questa vicenda: “Riveste la qualifica di ‘responsabile commerciale di area’ per le province di Napoli e Salerno – spiega Lener ai pm – e il suo compito è quello di individuare i nuovi gestori. Compito della Falcone è tutelare l’interesse dell’azienda, evitando che tramite la rete Intralot siano organizzate e gestite scommesse clandestine”. Obiettivo perfettamente fallito. Quanto al fatturato, Lener precisa: “Il punto scommesse di via Pioppaino, dalla sua apertura nel 2007, aveva fatturato molti soldi. Posso dire che si tratta d’una cifra pari a quasi 10 milioni di euro”. E negli atti dell’inchiesta i pm non mostrano dubbi: per l’agenzia scommesse Intralot di Via Pioppaino a Castellammare di Stabia, gli inquirenti parlano di un volume d’affari “direttamente riconducibile alla titolarità effettiva di Paolo Carolei”. Lener però – messo alle strette dall’evidenza delle intercettazioni e degli atti d’indagine – aggiunge un’ulteriore considerazione: “Leggendo l’ordinanza ho ricavato il convincimento che, effettivamente, ci fosse un giro di scommesse clandestine in questa vicenda (...). Addirittura mediante la falsificazione, sulle ricevute di gioco, del logo Intralot e di quelli delle altre società concessionarie. Si tratta, in sostanza, della nuova frontiera delle scommesse clandestine per via telematica”. Che ci fosse un “giro di scommesse clandestine”, in realtà, Lener doveva averlo compreso già da tempo e ben prima di leggere l’ordinanza: “La Falcone mi aveva denunciato, verbalmente, la possibilità concreta che il punto Intralot gestito dai fratelli Scannapieco utilizzasse dei software per contraffare i titoli di gioco e, dunque, per organizzare e gestire scommesse clandestine. Contestammo verbalmente questa cosa agli Scannapieco, Alberto e Michele, dicendo loro che, in presenza d’una prova concreta, li avremmo denunciati”. Eppure di prove concrete, stando agli atti dell’indagine, Concetta Falcone già doveva averne accumulate parecchie: secondo l’accusa, all’interno dell’associazione per delinquere, aveva un ruolo preciso: “Smistare, almeno in parte, sul circuito legale delle scommesse le eventuali perdite subìte dall’organizzazione in caso di grosse vincite, da parte degli scommettitori, che avevano effettuato puntate vincenti avvalendosi del sistema clandestino”. In altre parole esisteva una sorta di sistema parallelo: da un lato le scommesse ufficiali, dall’altro le scommesse clandestine. In caso di vincita, incassava il sistema clandestino, in caso di perdita, pagava Intralot. E l’anello di congiunzione era Avallone, il quarto uomo che Lener dice di non conoscere. Lo stesso che si occupa di truccare la partita tra Juve Stabia e Sorrento. E – sempre secondo l’accusa – almeno altre due. È intercettando Avallone che i pm s’imbattono nell’attaccante Biancone.

Un attaccante molto informato

SCOPRONO che – inspiegabilmente – avrebbe conosciuto in anticipo persino il risultati della Bundensliga: “Senti – dice Biancone ad Avallone – hanno fatto un numero in Bundesliga, mica da ridere (...). Hanno fatto un capolavoro proprio! (...) Io l’ho saputo mezzora prima!”. “E che partita?”, chiede Aavallone. “Bochum e Energie Cottbus... lo sapevano già che finiva uno la partita, però, fino a venti minuti prima della partita, non c’è stato un euro puntato sopra! (...). I primi venti minuti che iniziasse la partita, hanno scaricato 1 milionee280milaeuro(...). Come andava in vantaggio la squadra di casa, in live, scaricavano ancora trenta, quarantamila, sull’uno!”. Come facesse Biancone a sapere il risultato in anticipo resta ancora un mistero. Ciò che è più chiaro – a giudicare dalle intercettazioni – è invece il suo ruolo di intermediario nel truccare le partite. Gli investigatori parlano di “tre combine”. La prima emerge a dicembre del 2008 quando “Biancone contatta Avallone perché ha da riferigli ‘buone notizie’”, scrivono i pm. “Scannapieco (il gestore di Intralot, ndr) contatta Avallone per sapere cosa trattassero le belle notizie – scrive l’accusa – e l’Avallone riferisce che Biancone ha prospettato la possibilità di indirizzare il risultato finale di un incontro sportivo, con la complicità di quattro calciatori, pagando la somma anticipata di 25 mi-la euro a un intermediario di Bari”. Continuando a intercettare scoprono il trucco su Juve Stabia-Sorrento: “La situazione è come facciamo sempre le volte”, dice Avallone a Biancone, “io gli ho detto più o meno cosa si deve fare... e vedi tu cosa puoi fare! Metà e metà ... vedi tu come puoi fare ... parla con loro”. L’affare va in porto, come dimostrano da un lato le intercettazioni, dall’altro la “papera” di Spadavecchia, portiere del Sorrento calcio che, prima della partita, decide di puntare sulla sconfitta della sua stessa squadra: “Ha prenotato 20 mila euro sull’uno”, si dicono Avallone e Scannapieco, “ha detto che quello, Spadavecchia, ha prenotato 20mila. Perciò, se Spadavecchia ha giocato già con i 20 mila, mica si può tirare indietro? Se lo ha fatto il portiere, che cosa dobbiamo fare più?”.

martedì 28 dicembre 2010

“E adesso la Marcegaglia batta un colpo”


“È un po’ come avere due presidenti della Repubblica, bisogna scegliere, non possono convivere due leggi opposte, due sistemi diversi”. L’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano, Partito democratico, spiega che, per come è scritto, l’accordo su Mirafiori rischia di cancellare le regole in vigore fino a oggi, a cominciare dall’accordo del 1993 sulla rappresentanza sindacale.

Onorevole Damiano, l’intesa su Mirafiori è un bis di Pomigliano?

C’è una novità importante: i sindacati che hanno firmato hanno una rappresentanza, chi non ha firmato resta fuori dagli stabilimenti. Il primo accordo separato in Fiat risale al 1988, ma l’azienda non si era mai neppure sognata di escludere chi era in disaccordo.

E quali sono gli effetti immediati?

Che la Fiom, non essendo firmataria dell’ultimo contratto nazionale, quello del 2009, e neanche di quello aziendale, si trova esclusa da tutto. Bisogna chiarire se per le aziende italiane vale ancora il modello del 1993 che prevede siano rappresentate anche le organizzazioni che non firmano l’accordo oppure se siamo in un contesto diverso.

Chi deve rispondere?

Le associazioni firmatarie dell’accordo del 1993. La posizione della Cgil e della Fiom è chiara, ovviamente. Ma ci sono anche Cisl e Uil, e la Confindustria con Emma Marcegaglia dovrebbe battere un colpo.

L’ipotesi del contratto del settore auto, che sarebbe comunque un contratto nazionale, potrebbe limitare i danni?

Se il contratto auto recepirà i contenuti delle intese su Mirafiori e Pomigliano, avrà la rappresentanza soltanto chi firma. E quindi la Fiom, che non firmerebbe il contratto nazionale auto, sarebbe comunque esclusa da tutto.

Ormai il potere contrattuale sembra tutto nelle mani di Marchionne.

Senza dubbio, ma se Marchionne sbatte la porta e lascia Confindustria, si applica solo la legge, cioè lo Statuto dei lavoratori. E questo avrebbe conseguenze molto gravi sul sistema delle relazioni industriali.

Tanto da rimettere in discussione un diritto costituzionale come quello allo sciopero?

Qui ci sono due tesi, relative alle intese su Mirafiori e Pomigliano. C’è chi, come il senatore Pietro Ichino, dice che i diritti costituzionali non vengono lesi dall’accordo e chi denuncia l’introduzione dell’automatismo “se scioperi ti licenzio”.

E chi ha ragione?

Mi limito a segnalare un’ambiguità. La Fiat dovrebbe chiarire se le sanzioni, fino al licenziamento, riguardano chi sciopera contro i turni comandati al sabato che vengono introdotti o se si riferisce invece a un qualsiasi sciopero aziendale. Se la licenziabilità è collegata automaticamente a una violazione anche parziale dell’accordo mi sembra che siamo al di là del lecito.

FIAT L’ULTIMA SPALLATA




A Mirafiori Marchionne stravolge la vita degli operai
Sulle regole sfida alla Confindustria e alla Costituzione

di Stefano Feltri

Per lo stabilimento campano di Pomigliano d’Arco il futuro comincia oggi, per Mirafiori chissà. A Roma i sindacati e l’azienda iniziano a discutere le assunzioni della newco, la nuova azienda che, con nuove regole da gennaio rileverà i dipendenti che oggi lavorano in fabbrica. Tutti? Forse. Per Mirafiori siamo un passo indietro.

Da ieri si possono consultare le 78 pagine dell’accordo firmato dal Lingotto e dai sindacati, esclusa la Fiom-Cgil, che hanno accettato lo scambio: un miliardo di investimenti per produrre Jeep e Alfa a Torino in cambio di flessibilità e, come la chiama l’amministratore delegato Sergio Marchionne, “governabilità degli stabilimenti”. L’accordo, infatti, non è omogeneo. E bisogna distinguere le novità in base alle conseguenze, cioè gli effetti sulla vita (in fabbrica e fuori) degli operai e quelli sul sistema delle relazioni industriali, cioè sui rapporti tra impresa, sindacato, associazione imprenditoriale e governo. I primi sono molto concreti e misurabili, i secondi ancora incerti ma quasi certamente dirompenti.

NON SOLO TURNI. “Non siamo di fronte a una nuova organizzazione di turni, ma a un menu di turnistica a disposizione dell’azienda. Un operaio non sa se il mese successivo dovrà lavorare con 12 o 18 turni. non ti puoi più organizzare la vita”, dice Federico Bellono, segretario della Fiom torinese. Nella newco Fiat-Chrysler, cioè l’entità aziendale che si farà carico di Mirafiori (ora semplicemente di Fiat Auto), si può lavorare su 15 turni, cioè con tre turni da otto ore su cinque giorni, oppure con 18 turni su sei giorni, sabato incluso, con un complesso sistema di riposi a slittamento che dovrebbe permettere di alternare settimane di quattro giorni e settimane di sei. Poi ci sono gli straordinari che l’azienda può richiedere, che passano da 40 ore all’anno a 120, cioè 10 ore al mese in media. Cosa si farà, in questi turni, non è ben chiaro, visto che non c’è garanzia di essere ri-assunti con le stesse mansioni, “e l’azienda non ha scritto in alcun punto, come usa di solito in questi casi, che si impegna ad assumere tutti gli attuali dipendenti di Mirafiori”, nota Bellono. Le pause, questo invece è nero su bianco, passano da 40 minuti a 30, divise in blocchi da dieci. Non sono le uniche evoluzioni concrete: la Fiat vuole ridurre l’assenteismo dal 6 al 4 per cento, per farlo non pagherà più i primi tre giorni di malattia ma soltanto uno o due, a seconda della percentuale raggiunta.

SCIOPERO O NO? Il punto più delicato, però, è la cosiddetta “clausola di responsabilità”, cioè l’impegno che i nuovi assunti si prendono a rispettare l’accordo. Nel testo si legge che “le clausole sono correlate e inscindibili tra loro”, cioè si deve prendere il pacchetto completo , e che le violazioni di tutto o parte dell’articolato “liberano l’azienda dagli obblighi derivanti dal presente accordo” e anche da quelli in materia sindacale, cioè permessi per i delegati e trattenuta in busta paga dei contributi per i sindacati. Qui la dimensione individuale e quella collettiva dell’accordo si saldano.

“Oggi le proteste nascono per lo più dal basso, per il troppo carico sulla linea, per la velocità eccessiva, per la mancanza di rimpiazzi, gli operai si fermano e poi il sindacato si fa carico della protesta”, spiega Bellono. Il problema è che nella nuova Fiat-Chrysler la rappresentanza è riservata alle sigle che hanno firmato l’accordo: Fim (Cisl), Uilm (Uil), Fismic. Niente Fiom, che non avrà rappresentanti in nessuno degli organismi che devono applicare l’accordo, come la commissione che vigila sull’assenteismo. E non potrà neppure partecipare alle elezioni dei rappresentanti. Un operaio tesserato della Fiom non può votare un delegato della Fiom, che diventa una sigla fantasma. E se il diritto di sciopero è un diritto individuale che si esercita in forma collettiva, come si fa a esercitarlo se una parte di lavoratori si muove senza rappresentanti e quindi non si può organizzare? “Prevedo che i giudici avranno da lavorare”, commenta Carlo Dell’Aringa, professore alla Cattolica e grande esperto di Diritto del lavoro, già presidente dell’Aran (controparte dei sindacati nell’amministrazione pubblica). La Costituzione, all’articolo 40, recita: “Il diritto di sciopero si esercita nell'ambito delle leggi che lo regolano”. E la legge (146 del 1990) lo limita per i servizi pubblici essenziali, non certo per le imprese metalmeccaniche. Ma si è visto a Melfi che Marchionne non ha esitato un attimo a licenziare tre dipendenti (poi reintegrati dal tribunale) accusati di aver protestato bloccando la produzione.

RIVOLUZIONE. Passa da qui, dalla “governabilità” degli stabilimenti la vera scossa che parte da Marchionne e travolge un sistema di relazioni industriali che dura da 17 anni. Dell’Aringa delinea due scenari: “Una volta approvato l’accordo di Mirafiori con il referendum, i sindacati esclusa la Fiom devono discutere con Federmeccanica il contratto per il settore auto. Se si trova un compromesso che soddisfa Marchionne, la Fiat rientra in Confindustria applicando un contratto diverso da quello dei metalmeccanici. Altrimenti Marchionne rimane da solo e si scrive da solo le sue

A sinistra, l’ingresso di Mirafiori. Sotto, Cesare Damiano. A destra, l’accordo di

Marchionne visto da Marilena Nardi e sotto, il segretario Pd Pier Luigi Bersani

regole, aprendo la strada a ogni multinazionale che per fare investimenti in Italia potrà così chiedere di avere un suo proprio contratto”. Stare fuori da Confindustria significa applicare soltanto lo statuto dei lavoratori, cioè la legge, invece dell’accordo interconfederale del 1993. Al posto delle Rsu ci sono le Rsa, con soltanto i sindacati firmatari, niente contratti nazionali, tutto si decide in azienda, non c’è più la mediazione dell’associazione imprenditoriale, ognuno per sé, la legge per tutti.

“In Germania sono migliaia le imprese che, non potendo competere rispettando le leggi federali si chiamano fuori e applicano altri standard. Lo ha fatto 10 anni da la Volkswagen che, combinando maggiore produttività e investimenti con salari più bassi, è tornata a crescere e ora i suoi dipendenti sono molto flessibili ma ben pagati”, dice Dell’Aringa. Però in Germania i sindacati siedono nei consigli di sorveglianza, da dove vigilano l’operato dei consigli di amministrazione, spesso partecipano agli utili nel modello renano di cogestione. In Italia, invece, la rivoluzione Marchionne si limita a far lavorare per più tempo e in modo più intenso. I soldi arriveranno, perché gli straordinari rendono bene, ma le contropartite sono notevoli. E non ancora tutte evidenti.

FLORES D’ARCAIS CONTRO DI PIETRO “HA MANIPOLATO UN SONDAGGIO ONLINE”


Questione morale, per Micromega il leader ha alterato i risultati

di Stefano Caselli

Lo abbiamo ammirato ad Annozero mentre, in perfetta mimica dipietrese, si schiaffeggiava le guance al solo suono di “Razzi e Scilipoti”. Il leader Idv avrebbe probabilmente sperato in una tregua, ma le turbolenze del partito non rispettano la pax natalizia e per Antonio Di Pietro è ancora tempo di mulinare le mani. Non bastava la lettera aperta di Luigi De Magistris, Sonia Alfano e Giulio Cavalli sulla “spinosa e scottante questione morale” all’interno del partito. Ora ci si è messo anche il sondaggio online di MicroMega con annesso, e infiammabile, corollario di un sms galeotto che ha scatenato la polemica tra Paolo Flores d’Arcais e Di Pietro: “Caro Antonio, con questi mezzucci ti fai male da solo”, scrive il direttore di MicroMega sul fattoquotidiano.it . “Oggi ho scoperto un altro carattere di Flores d’Arcais – risponde Di Pietro sul suo blog – l’accidia”.

Procediamo con ordine: il 24 dicembre il sito del mensile, prendendo spunto dalla lettera di De Magistris, Alfano e Cavalli, mette in Rete un sondaggio (oltre 27 mila voti alle 21 di ieri sera) per tastare gli umori sull’allarme lanciato dai tre europarlamentari. Quattro opzioni: le prime due – accusatorie – concordano con l’emergenza questione morale (ma solo la prima considera Antonio Di Pietro direttamente responsabile), la terza “morbida” (è un problema che riguarda tutti i partiti), la quarta assolutoria (la questione morale non esiste e chi insiste lavora contro il partito). Nelle prime quarantott’ore l’umore dei naviganti è un semi-plebiscito per le prime due risposte, poi qualcosa cambia: “Il 26 dicembre – scrive Flores d’Arcais – quasi l’80 % considerava più che ragionevole l’allarme sulla questione morale. Stamattina (ieri, ndr) il miracolo! I voti alla quarta opzione sono al 20% e continuano a salire”.

SECONDO FLORES il mistero è presto spiegato: “Ho ricevuto copia da due militanti Idv l’sms inviato a tutti gli iscritti e simpatizzanti: ‘Ciao, vai su micromega e vota (e fai votare) per il presidente. Grazie, risposta n. 4 (gira sms a tutti i tuoi contatti)’”. Che il messaggio sia girato è sicuro (molti militanti ed ex militanti confermano), più difficile risalire con certezza all’origine, per quanto il sospetto che l’imprimatur provenga dalle alte sfere sia più che fondato. Flores d’Arcais ne è persuaso, Di Pietro respinge le accuse con toni da Antico Testamento: “Ho scoperto un altro carattere di Paolo Flores d’Arcais: l’accidia nel senso più biblico del termine, negligenza nel fare il bene (...). Prendo atto – scrive l’ex pm sul suo blog – dell’uso strumentale di un’accorata lettera aperta indirizzatami”. Di Pietro stigmatizza la “mistificazione” di “casi sporadici di umane debolezze” e attribuisce il cambio di rotta del sondaggio al fisiologico allargamento della “società in rete”, negando di aver organizzato truppe cammellate via sms: “Non avrei nulla da guadagnare a truccare i sondaggi, tanto la realtà nessuno la può cambiare”.

LA REALTÀ, appunto. La querelle, infatti, è molto di più che una tenzone sul bon-ton telematico, è l’ennesimo capitolo della frizione tra il vertice e la base, un po’ come il Pd. L’Idv, come tutti i partiti, è un apparato, ma alle spalle ha un elettorato di movimento che in massima parte è artefice del successo elettorale (8% alle Europee del 2009, quarta forza nazionale subito dietro la Lega). Tra queste due anime il conflitto è innegabile.

Non ci sono soltanto i Razzi e gli Scilipoti, c’è soprattutto un popolo che, principalmente attraverso FaceBook, da mesi si riunisce (per ora poco più che virtualmente ) nei gruppi de l’Italia dei Veri Valori. La polemica contro la gestione del partito – e soprattutto contro il metodo di selezione della classe dirigente – è fortissima e si gioca (per ora) all’interno di una realtà che ancora si riconosce in quei “Valori” che del partito non dovrebbero soltanto essere l’etichetta. Di questo, secondo i delusi, il leader sembra non avere la giusta consapevolezza: “Di fronte a un dato di realtà – scrive Flores a Di Pietro a proposito del sondaggio – tu preferisci operare per cancellarlo anziché affrontarlo. È tipico dei media berlusconiani fare il maquillage alla realtà. Cosa ci guadagni a fare come loro?” Sprezzante la replica: “Caro Paolo – scrive Di Pietro – posso assicurarti che a Natale né tu né MicroMega eravate al centro dei miei pensieri, preferisco il presepe – A te ricordo invece che l’accidia e la superbia portano all’inferno dei sentimenti!”.

Il giudice che invitò a cena Berlusconi ora chiede di votare a favore dello scudo



ANTONELLA MASCALI

I membri della Consulta hanno ricevuto una lettera che caldeggia la costituzionalità del legittimo impedimento. A scriverla è stato il loro collega Luigi Mazzella, lo stesso che a pochi mesi dalla decisione sul lodo Alfano, nel maggio 2009, ospitò nel suo appartamento il premier e il ministro della Giustizia

Non è servito a niente, come era prevedibile, aspettare che passasse il fatidico 14 dicembre, giorno della fiducia a Berlusconi. “Il clima politico surriscaldato”, per usare le parole del presidente della Consulta, Ugo De Siervo, è sempre rovente, e così gli alti giudici che l’11 gennaio discuteranno sul legittimo impedimento “ad premier e ministri”, continuano a ricevere messaggi sulla “delicatezza della decisione per le sorti della legislatura e del Paese”. I membri della Corte hanno anche ricevuto una lettera da parte di un collega, che è musica per le orecchie del Cavaliere.

La missiva, che caldeggia la costituzionalità dell’ultima norma ad personam, approvata per bloccare i processi di Berlusconi, è a firma di Luigi Mazzella. Quel Mazzella che a pochi mesi dalla decisione sul lodo Alfano, nel maggio 2009, invitò a cena nel suo appartamento romano, tra gli altri, il presidente del Consiglio, il ministro Alfano e il giudice Paolo Maria Napolitano, anche lui componente della Consulta. La posizione di Mazzella non è isolata. Qualcun altro della Corte vorrebbe la conferma del legittimo impedimento, facendo leva sulla temporalità di una norma che scade a ottobre 2011. C’è però chi pensa che la legge non sia incostituzionale solo se interpretata in un determinato modo, lontano da quello degli avvocati del premier, Ghedini e Longo o dell’Avvocatura dello Stato.

Se dovesse prevalere questo orientamento ci troveremmo di fronte a una sentenza interpretativa di rigetto. In parole semplici la Corte respingerebbe i ricorsi dei giudici milanesi dei processi Mediaset, Mills e Mediatrade secondo i quali la legge è incostituzionale, ma allo stesso tempo fisserebbe i paletti: nessun automatismo del legittimo impedimento dietro un certificato del segretario generale di Palazzo Chigi, fino a 6 mesi consecutivi. Deve invece esserci la discrezionalità del giudice, tenendo presente anche un pronunciamento già espresso dalla Consulta ai tempi dei processi a carico di Cesare Previti. Nel “sindacare” sul legittimo impedimento di un esponente politico, il giudice deve conciliare l’agenda degli impegni istituzionali con le esigenze del processo.

Un’interpretazione simile l’ha proposta il 14 aprile scorso il “ pm famigerato”, come l’ha chiamato Berlusconi, Fabio De Pasquale, nell’udienza in cui i giudici del processo Mediaset hanno deciso di rivolgersi alla Consulta. “Possono due paginette scritte da un funzionario bloccare la funzione giurisdizionale? No”, si era chiesto e risposto il magistrato. Alla Consulta, tra i sostenitori di questa interpretazione del legittimo impedimento ad hoc, c’è chi pensa che una sentenza del genere rispetterebbe la Costituzione e allo stesso tempo non offrirebbe il destro a Berlusconi (con sollievo del Quirinale) per dire nuovamente che la Corte è piena di comunisti. Ma il premier ha già detto che una bocciatura della legge sarebbe “indecente”.

da Il Fatto Quotidiano del 28 dicembre 2010

Svp si astiene sulla fiducia e da Roma piovono regali. Dopo lo Stelvio, l’aeroporto


Lo scalo di Bolzano era finito nella lista nera perché "troppo piccolo". Ma il governo lo salverà, così come ha acconsentito, pochi giorni dopo il voto di fiducia alla Camera, a separare la gesione del parco dello Stelvio. Ma la lista dei desideri del partito altoatesino è ancora lunga

Se due voti vi sembran pochi, di questi tempi è bene ricredersi. Silvio Berlusconi, mentre aspetta al varco Pierferdinando Casini, si è intanto assicurato l’appoggio esterno della Südtiroler volkspartei (Svp), partito di maggioranza assoluta nel Sudtirolo-Alto Adige. Una svolta dopo anni di opposizione più al ministro dell’Economia Giulio Tremonti, appostato ai rubinetti e pronto a chiudere l’assistenza all’autonomia (qualcosa come 2 miliardi di euro all’anno) che al Popolo della Libertà.

Una svolta tanto epocale, che impone a Luis Durnwalder, padre padrone della provincia di Bolzano e del Partito, assoluta cautela. “Siamo blockfrei, dunque voteremo solo quello che riteniamo giusto”. Intanto Durnwalder si è assicurato oltre alla gestione dello Stelvio, già varata dal consiglio dei ministri, altri cinque punti cari a lui e ai sudtirolesi, compreso l’aeroporto di Bolzano, l’ultimo punto che si è aggiunto in questi giorni. Lo scalo, finito nella lista degli aeroporti troppo piccoli e, di conseguenza, da eliminare, sarà salvato per volontà del governo.

Sentite cosa ha detto il deputato Karl Zeller al Dolomiten e all’Alto Adige, i quotidiani di riferimento a Bolzano, uno della popolazione in lingua tedesca, l’altro della comunità italiana: “Cinque norme d’attuazione sono pronte per le prossime sedute a Palazzo Chigi. Il via libera è già stato dato in Paritetica, compresi i pareri ministeriali, ogni riunione del Consiglio dei ministri è adesso utile per varare i relativi decreti legislativi. Si tratta delle norme su terzo consigliere di Stato, controlli della Corte dei conti su organismi della Provincia, possibilità di dichiararsi o aggregarsi ad un gruppo linguistico per cittadini italiani e comunitari senza residenza in Alto Adige che vogliano partecipare a concorsi pubblici, test linguistico terminologico per i concorsi in magistratura in provincia di Bolzano e un ultima disposizione sull’Enac, l’ente per l’aviazione civile”.

Un piccolo particolare sul quale Zeller non si addentra, ma che vuol dire salvataggio dell’aeroporto di Bolzano. Già, perché non più di tre settimane fa, il ministero dei Trasporti ha ricevuto uno studio fatto da Nomisma, One Works e Kpmg, che proverebbe come 25 aeroporti su 100 siano improduttivi, per non dire inutili, visto che uno scalo per sopravvivere ha bisogno di un traffico minimo di 500 mila persone all’anno. Bolzano di passeggeri ogni anno ne trasporta appena 65.000. Ma, come aveva avuto modo di annunciare con sicumera Mirko Kopfsguter, direttore dello scalo altoatesino, Bolzano si salverà: “Ho visto quel rapporto già a febbraio, quando è stato licenziato dal Senato. Non bisogna fermarsi a leggere i numeri”. Certo Kopfsguter non sapeva che Berlusconi avrebbe fatto regali oltremisura per salvare il suo governo, ma qualche contatto era già stato comunque avviato.

E a svelarlo è sempre Zeller: “I contatti diretti sono con i ministri Raffaele Fitto, Roberto Calderoli e Franco Frattini, oltre che con Tremonti“, spiega Zeller. “Senza dimenticare che il responsabile della Farnesina, tiene da sempre un filo diretto con il presidente Durnwalder“. Non ultimo l’accordo raggiunto, proprio sulla fiducia, davanti ad un risotto al tartufo lo scorso fine settimana in val Badia. “Rispetto al picco in negativo nei primi due anni della legislatura a livello di rapporti tra Bolzano e Roma non poteva certo andare peggio”, dice Zeller. E Durnwalder che gli fa eco: “Intanto abbiamo cominciato a parlarci e probabilmente entrambe le parti si sono accorte di avere interlocutori non così cattivi e il dialogo è migliorato”.

Un dialogo così migliorato che dall’opposizione al governo si è passati all’appoggio. Anche se Zeller smentisce: “Palazzo Chigi ha preso atto della nostra posizione fuori dai blocchi, votiamo a favore quando riteniamo giusta una legge, altrimenti contrarietà o astensione. Si era partiti da una posizione del governo molto critica nei nostri confronti, anche per alcune determinazioni che avevamo preso come partito con la precedente dirigenza, lo stesso ministro Frattini non era certo favorevole ad ampliare le nostre competenze. Adesso la situazione è cambiata”.

Miracolo di due voti. Anche perché due anni fa, prima delle elezioni, Durnwalder aveva avvisato Berlusconi e Tremonti: “Se il centrodestra dovesse attaccare o violare la nostra autonomia speciale, allora ci rivolgeremo all’Austria – che è sempre la nostra potenza tutrice – e riporteremo la questione altoatesina davanti all’ Onu”. Il pericolo e i dubbi, dopo la fiducia e la promessa di appoggio, sono cambiati. Berlusconi ha ottenuto due voti in più, Durnwalder si è guadagnato soldi e autonomia in abbondanza, tanta da poter campare molti anni di rendita.

di Emiliano Liuzzi