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giovedì 22 settembre 2011

Un pericoloso isolamento


Si può anche concedere che Barack Obama sia stato sgarbato con l’Italia. Ringraziare davanti all’Assemblea delle Nazioni unite Lega araba, Egitto, Tunisia, Francia, Danimarca, Norvegia e Gran Bretagna per il ruolo svolto in Libia contro il regime di Gheddafi, dimenticando il governo di Roma, è un’amnesia singolare. Ma sottolineare l’omissione di un presidente degli Stati Uniti che vive lui stesso un momento di seria difficoltà non basta a eludere una domanda di fondo: perché l’inquilino della Casa Bianca non sente il bisogno di dire grazie anche a un’Italia immersa nel Mediterraneo?

Trovare una risposta confortante non è facile. Riesce impossibile sfuggire alla sensazione di un isolamento crescente del nostro Paese, che tende a essere trattato come il comodo capro espiatorio dei problemi dell’Occidente; e in particolare dell’Europa. Non ci si può non chiedere se un simile atteggiamento sia favorito anche dagli errori del governo di Silvio Berlusconi: dalle oscillazioni sull’operazione in Libia a quelle sulla manovra economica, fino alla tesi autoconsolatoria di un complotto anti-italiano. La verità è che dopo la perdita di ruolo che la Guerra fredda regalava all’Italia, certi atteggiamenti non le sono più consentiti.

E in una fase come l’attuale diventano imperdonabili. Quando si accredita un nostro ruolo in politica estera superiore alla realtà dei rapporti di forza, alla lunga il risveglio è brusco. Molto meglio guardare in faccia l’isolamento e individuarne l’origine; e smetterla di fingere che esista ancora una maggioranza politica e di fare piani per l’eternità: perfino nel centrodestra ormai c’è chi misura l’eternità del governo in termini di mesi ma anche di giorni. Il convulso tramonto del berlusconismo e l’involuzione della Lega non sono meno vistosi solo perché per Pdl e Carroccio non esistono alternative alla loro alleanza.

Purtroppo è vero che l’opposizione non offre molto. E l’evocazione lugubre di Antonio Di Pietro, secondo il quale se Berlusconi non getta la spugna «ci scappa il morto », non contribuisce ad alzarne le quotazioni: lo ammette anche il Pd, spaventato da un suo alleato che semina i germi di una guerra civile strisciante. Ma questo non basta a cancellare il sospetto che, comunque vada oggi la votazione segreta del Parlamento sull’arresto di Marco Milanese, ex braccio destro del ministro dell’Economia Giulio Tremonti, il governo sta concludendo la sua traiettoria.

Lo scontro virulento fra Palazzo Chigi e magistratura contribuisce a offrire all’opinione pubblica italiana e internazionale l’immagine di un’Italia immobilizzata e sfigurata dalle proprie faide interne. Somiglia a una sorta di conflitto tribale, nel quale l’istinto di sopravvivenza del centrodestra finisce per apparire insieme una risorsa e un limite: quasi un alibi per scansare i veri problemi. Protrarre nel tempo una situazione così tesa mentre la crisi finanziaria morde i risparmi, tuttavia, è rischioso. Più la conclusione sarà rinviata, più il «dopo» segnerà una rottura. E, alla fine, la realtà potrebbe prendersi una rivincita traumatica per tutti.

Massimo Franco
22 settembre 2011

venerdì 15 aprile 2011

Pagina Oscura


Compatto e pronto a una serie di forzature, il governo ha vinto la guerra parlamentare del «processo breve». E un'opposizione salda solo a parole l'ha persa malamente. Ma i riflessi sull'opinione pubblica di quanto è avvenuto andranno misurati nel tempo, e a freddo. Si fatica a ritenere che rappresentino gli umori profondi del Paese sia i deputati che hanno permesso a Silvio Berlusconi questa affermazione; sia quelli che l'hanno contrastata; sia chi protestava fuori dal Parlamento al grido di «mafiosi» e «vergogna». L'unico dato vistoso è che il presidente del Consiglio ha politicizzato il conflitto, ottenendo il risultato che voleva.

Attraverso la Camera intendeva impartire una lezione all'odiata Procura di Milano. E adesso forse riuscirà a uscire indenne da uno dei processi più insidiosi, quello Mills in cui è accusato di corruzione in atti giudiziari. Ma il provvedimento approvato ieri sera dovrà superare una serie di severe verifiche istituzionali. Proprio perché segnato da una logica quasi disperata, si lascia dietro un alone di perplessità e di veleni; e un altro cumulo di macerie nei rapporti fra centrodestra e magistratura. È indubbio, tuttavia, che gli avversari di un Berlusconi debole riemergono per l'ennesima volta più logorati di lui.

Lo scrutinio segreto chiesto nel pomeriggio dal centrosinistra nella speranza di fare affiorare una maggioranza sommersa favorevole alla crisi, è stato un boomerang imbarazzante. Ha rivelato l'esistenza di una «minoranza silenziosa» pronta a sostenere il governo nelle pieghe di un'ostilità in apparenza così aggressiva e irriducibile da ricorrere all'ostruzionismo. La vera sconfitta di chi non voleva il «processo breve» è questa: aver dovuto registrare che i cosiddetti franchi tiratori, quelli che colpiscono a tradimento, non si annidano nelle file di Pdl e Lega, ma nelle proprie.
I 316 «sì» sono stati due più di quelli ottenuti nella votazione finale; e sei più di quelli a disposizione del centrodestra. Dunque contano e, soprattutto, pesano. Dicono che l'onda lunga della sconfitta degli avversari del premier, il 14 dicembre scorso, continua a produrre effetti. Puntella ulteriormente un governo che pure è in affanno sul piano internazionale per l'emergenza dell'immigrazione; e un Berlusconi inseguito tuttora da rivelazioni imbarazzanti sulla sua vita privata. Attraverso canali oscuri ma inesorabili, si ingrossa un
«partito del galleggiamento» destinato a frustrare quanti sognano velleitarie spallate.

È probabile che al Senato il percorso del provvedimento sia meno tormentato. Il governo ne sembra così convinto che dedicherà le prossime settimane a depotenziare i referendum di giugno su giustizia e nucleare. D'altronde, la strategia del conflitto permanente premia ancora una volta Berlusconi: un elemento sul quale riflettere. Ma le incognite che si allungano su alcuni processi a rischio di prescrizione non possono essere sottovalutate, né sacrificate sull'altare di una stabilità fine a se stessa. Non è stata una giornata memorabile: non, almeno, nel senso positivo del termine. Una pagina oscura, tra le tante.

Massimo Franco
14 aprile 2011

mercoledì 13 aprile 2011

Un sì a tutti i costi per «sterilizzare» i processi del premier


Il centrodestra si prepara a consegnare a Silvio Berlusconi il primo «sì» parlamentare al cosiddetto «processo breve». La Camera dei deputati potrebbe approvarlo stasera, nonostante l'ostruzionismo tentato ieri dal Pd. Una maggioranza mobilitata allo spasimo sa che, una volta passata a Montecitorio, al Senato la legge dovrebbe avere vita meno difficile. Ma la logica è quella di un provvedimento avulso dalle esigenze di riforma della giustizia. Il Pdl risponde con una forzatura a quella che considera un'altra forzatura, attribuita alla Procura di Milano.
Per il governo si tratta di riaffermare il primato nei confronti della magistratura: con in palio la possibilità di proteggere il premier dai processi. Su questo, Pdl e Lega ostentano una compattezza che resiste a ogni pressione.
Significa che la maggioranza è pronta a sfidare l'impopolarità. Il fatto che oggi si riunisca il Cdm in un intermezzo delle votazioni conferma la determinazione ad arrivare al risultato.
Un personaggio defilato come il sottosegretario
Gianni Letta prevede «una settimana incandescente». E fa capire che Palazzo Chigi ha chiare le incognite dell'operazione; e che nella cerchia berlusconiana si spera di chiudere la fase più acuta con l'approvazione del Parlamento. In realtà, i passaggi successivi appaiono altrettanto incerti.

Il governo è convinto che Giorgio Napolitano non avrà obiezioni nei confronti della legge.

Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, invece, ritiene che Berlusconi tenga «il Paese in ostaggio».
In realtà, nessuno può fare previsioni né in un senso né nell'altro. Finora l'atteggiamento presidenziale è stato guardingo. Si può solo dare per certo che gli scambi d'accuse di queste ore sono l'opposto dell'invito del Quirinale a tenere i nervi saldi: anche nei rapporti con l'Europa. Viste le premesse, tuttavia, lo scontro era inevitabile.
Rappresenta un'anteprima del panorama di macerie politiche che «il processo breve» porterà con sé; e che verranno additate con intenti opposti all'opinione pubblica.
Per il governo, l'accusa più insidiosa è quella di
Antonio Di Pietro, di far saltare alcuni processi. Il Guardasigilli, Angelino Alfano, spiega che «sarebbe a rischio solo lo 0,2% dei procedimenti penali». «Se l'impatto è così modesto, perché state bloccando il Parlamento?», lo rimbecca il leader centrista, Pier Ferdinando Casini. L'ultima istantanea è quella dell'Anm che taccia di irresponsabilità il premier per gli «appelli alla piazza» contro i magistrati. Stancamente, dopo una seduta notturna col brivido del voto segreto, forse oggi si chiude il primo capitolo di una vicenda assai poco esaltante.

Massimo Franco
13 aprile 2011

mercoledì 28 luglio 2010

Prima la manovra poi l'addio a Fini


Le cronache giudiziarie tendono ad intrecciarsi con le convulsioni politiche del centrodestra. E la reazione del Pdl fa capire che Silvio Berlusconi cercherà fino all’ultimo di non perdere altri pezzi; ma è intenzionato a ratificare dopo oltre sedici anni di alleanza la rottura con il presidente della Camera, Gianfranco Fini. Il capo del governo non vuole le dimissioni né del coordinatore Denis Verdini, né del sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, indagato ieri per appartenenza ad associazioni segrete, né del coordinatore della Campania, Nicola Cosentino. La priorità è l’approvazione della manovra economica, per la quale occorre una coalizione parlamentare blindata. Dopo il «sì» a quella che il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, chiama «una finanziaria comune dell’Europa», il rischio di una deriva «alla greca» sarà parzialmente scongiurato.

E da quel momento, lo scenario cambierà. Berlusconi prenderà di petto i rapporti fra la maggioranza e quella che definisce «giustizia politica»: probabilmente con un discorso al Parlamento. E quasi in parallelo cercherà di liquidare la questione di Fini. La rottura potrebbe essere sancita entro qualche giorno. Psicologicamente, ma sembra anche politicamente, Berlusconi ha deciso. Anzi, la novità è che mentre fino ad un paio di settimane fa tentava di trovare motivi per una ricucitura, adesso non la cerca più. L’urgenza improvvisa con la quale la minoranza invoca un incontro tra fondatore e cofondatore del Pdl nasce dalla percezione di un pericolo imminente. L’alternanza fra parole rissose e appelli in extremis segnala un epilogo difficilmente evitabile; e dalle conseguenze imprevedibili per lo stesso governo: anche perché i finiani non vogliono abbandonare il Pdl e daranno battaglia per rimanerci.
È evidente, d’altronde, che l’uscita di scena della minoranza indebolisce numericamente la maggioranza. I dati sui gruppi parlamentari che Palazzo Chigi ha esaminato, offrirebbero margini di sicurezza ambigui, se non esigui. Ma i vertici del Pdl appaiono convinti che sia preferibile un esercito meno numeroso e più responsabile e compatto, rispetto ad uno stillicidio quotidiano di polemiche e di distinguo, quando non di attacchi devastanti. Non solo. Ormai Berlusconi e lo stesso Umberto Bossi, capo della Lega Nord, ritengono la situazione irrecuperabile; e dunque sono d’accordo ad agire prima che le inchieste giudiziarie e le frustrazioni nel Pdl rimpolpino la pattuglia finiana. Ormai non si parla più di «se» ma di «come» si consumerà lo strappo.

Il conflitto ha implicazioni pesanti anche sul piano istituzionale. Come presidente della Camera, Fini è la terza carica dello Stato. Il fatto di essere diventato leader della minoranza del Pdl ha un po’ modificato il suo profilo. Nel momento in cui l’addio con Berlusconi ed il suo partito fosse ufficializzato e sanzionato, la situazione diventerebbe paradossale. Non a caso negli ultimi giorni alcuni ex di An hanno invitato Fini ad abbandonare il vertice di Montecitorio e ad entrare nel governo: una provocazione, perché offriva implicitamente la resa in alternativa allo scontro finale. E in un momento in cui i richiami finiani alla legalità sono stati bollati come «dipietristi».

Fa riflettere la possibilità che la separazione possa avvenire nel momento in cui è virulenta la contrapposizione tra governo e magistratura. Si profila una rottura sullo sfondo delle inchieste sulla cosiddetta P3, col presidente della Camera che martella sulla «questione morale» e insiste sull’ «opportunità» delle dimissioni di tutti gli indagati; insomma, cavalca tutti i temi considerati inaccettabili da Berlusconi. È una situazione che può aprire scenari oggi impensabili: perfino quello di una convergenza di fatto fra l’attuale minoranza del Pdl e quei settori dell’opinione pubblica e dell’opposizione che vengono definiti «giustizialisti». Bisogna prepararsi ad una separazione cattiva, fitta di trappole. E sovrastata dall’incognita del comportamento della Lega, oggi in totale sintonia con Berlusconi ma percorsa da tensioni interne inedite.

Massimo Franco
28 luglio 2010

venerdì 4 settembre 2009

L'aggressione e la ferita


Non capita spesso che il direttore del giornale dei vescovi italiani si dimetta per un attacco del quotidiano di proprietà del fratello del premier. Eppure è quanto è avvenuto ieri, al termine di una settimana che si può definire eufemisticamente concitata e torbida. E sarà difficile, nonostante gli sforzi imbarazzati e francamente un po’ penosi di alcuni esponenti del centrodestra, cancellare l’impressione di un’intimidazione contro i vertici di Avvenire per le critiche alla vita privata di Silvio Berlusconi.

Il tentativo di dirottare la responsabilità sull’offensiva martellante degli avversari contro le vicende personali del presidente del Consiglio è comprensibile. Ma finisce per rendere ancora più evidente la gravità e la miopìa dell’aggressione a Dino Boffo e al suo giornale, di certo non catalogabili come esponenti di una stampa militarizzata; né tanto meno prevenuti verso Berlusconi e il suo governo. Al di là dei rilievi che si possono muovere al modo in cui il direttore di Avvenire si è difeso da accuse mescolate al fango delle lettere anonime, prevale la sensazione di un’operazione politicamente poco lucida, oltre che inquietante. Fra le righe amare della lettera di dimissioni si intravede un filo di sarcasmo verso un’aggressione «vittoriosa » che potrebbe rivelarsi un boomerang per palazzo Chigi.

Certo non oggi, né domani, perché ha ragione Berlusconi a dire che i rapporti con la Santa Sede rimangono eccellenti; e quelli con la Cei non potranno non rimanere di collaborazione. Ma una ferita si è prodotta. E per una parte di quel mondo, a torto o a ragione, si tratta di uno strappo violento e inaspettato. Fermarsi a questo significherebbe tuttavia offrire una fotografia incompleta di un brutto capitolo: per la politica, per il giornalismo. E per la Chiesa cattolica. Non si può trascurare l’immagine di confusione e di ambiguità offerta, soprattutto nella fase iniziale, dalle gerarchie ecclesiastiche. I distinguo, le ipocrisie, il senso di sbandamento e il cinismo, trasmessi da chi oltre Tevere ha dato l’impressione di utilizzare la vicenda per regolare vecchi e nuovi conti, sono apparsi a dir poco sconcertanti.

Lo scontro sembra aver svelato, più che provocato, lo sgretolamento di una sorta di Prima Repubblica cattolica. Solo nelle ultime ore si è ricomposta un’unità che ha attenuato il sospetto di una lotta di potere fra Segreteria di Stato e Cei, e non solo. Anche lì, dunque, la vicenda lascia indovinare una ferita aperta. D’altronde, al ringraziamento ai vescovi ed alla Santa Sede, Boffo affianca una bordata a «qualche vanesio irresponsabile che ha parlato a vanvera»: un atto d’accusa a chi, in Vaticano, ha attaccato Avvenire e difeso il governo nei momenti più drammatici dello scontro. Boffo esce di scena pagando un prezzo ben superiore a qualunque responsabilità; e con la consapevolezza di un giornalista più che corretto ma convinto di non potere restare al timone come un’«anatra zoppa ». In realtà, a uscire lesionati sono in molti, anche se forse non se ne rendono conto.

Massimo Franco
04 settembre 2009

sabato 20 giugno 2009

Alone d’incertezza sull’esecutivo


Sarebbe ingiusto legare la probabile bocciatura del candidato italiano al vertice del Parlamento europeo alle vicissitudini private di Silvio Berlusconi. Ma c’è da giurarci: l’eventuale insuccesso verrà visto come controprova del logoramento progressivo del presidente del Consiglio. Se non altro perché aveva proiettato su Bruxelles le sue ambizioni di vittoria elettorale; e preannunciato un Pdl fondamentale nello scacchiere continentale.

In realtà, è probabile che la posizione non sia stata né rafforzata né indebolita da quanto accade fra Bari e Ro­ma. Ma quello sfondo finisce per rivelare una sopravvalu­tazione del ruolo italiano, che adesso emerge insieme a problemi di colpo fuori controllo.

La reazione irritata di Berlusconi contro i giornali di­pende dal fatto che in questa fase, a torto o a ragione, gli sembrano dei nemici. Anche la sua stizza sorridente in conferenza stampa, però, comincia ad apparire sotto una luce un po’ diversa dal passato. Non trasmette più un sen­so di sicurezza, quanto un presagio di debolezza e di fragi­lità. È difficile dare torto al premier quando bolla come fantapolitica l’ipotesi di una congiura nel centrodestra per scalzarlo da palazzo Chigi. Della maggioranza rimane il padrone, seppure ormai a mezzadria con la Lega di Um­berto Bossi. Si può discutere se questo oggi rappresenti un elemento di stabilità o di precarietà della coalizione: è comunque un dato di fatto.

Ma all’ombra delle difese rocciose, della denuncia di complotti fra pezzi d’opposizione e di magistratura, è pal­pabile il nervosismo del capo del governo; e l’imbarazzo, autentico o ben studiato, di alcuni alleati. È come se cre­scesse la consapevolezza che si è aperta una fase nuova, forse destinata a scheggiare la patina del successo che Berlusconi è riuscito ad associare alla propria leadership. Per quanto da tempo ec­centrico rispetto alla strategia del Pdl, ieri il presidente della Came­ra, Gianfranco Fini, ha additato il pericolo che corrono il governo ed il Paese. Nessun rischio di instabilità; ma una per­dita progressiva di fidu­cia verso «il fondamento della democrazia».

Si tratta di una deriva verso la sfiducia nella politica, che non può essere data per avvenuta e dunque irreversi­bile. Ma certamente, oggi la capacità berlusconiana di ar­ginarla ed incanalarla sembra meno prepotente ed indi­scussa di appena un anno fa. È possibile che all’origine di questa magia inceppatasi improvvisamente ci sia quella che Berlusconi chiama la «spazzatura» di alcune inchie­ste giudiziarie: «rifiuti» dei quali giura si libererà come quelli a Napoli. E la sua reazione indignata ai contestatori di sinistra che ieri sera lo hanno fischiato a Cinisello Bal­samo, riflette la pressione a cui è sottoposto. Ma questo non basta a cancellare la sensazione di una difficoltà.

Lo dimostrano le richieste di chiarezza da parte di un mondo cattolico disorientato dagli scandali che lambisco­no il premier; l’alone di incertezza che si avverte nel go­verno; e, di nuovo, un contesto internazionale nel quale l’Italia berlusconiana si accorge di avere qualche amico meno del previsto. È un’incrinatura quasi impercettibile, e senza contraccolpi elettorali, a breve termine. Ma alla lunga può oscurare quanto di buono il governo ha fatto: dalla gestione del terremoto a quella di una situazione economica che può ancora creare tensioni sociali. Sareb­be grave se ci fosse una crisi sull’onda di quelle che il pre­mier chiama «trame giudiziarie»: e non solo perché si cre­erebbe un vuoto preoccupante.
Rimane da capire se Berlusconi sarà in grado di riem­pirlo, o contribuirà a crearlo.



Massimo Franco
20 giugno 2009

martedì 17 febbraio 2009

L'onda lunga



di Massimo Franco

Dire che è un risultato locale suona scontato e, insieme, molto riduttivo. La tesi sarebbe convincente se la sconfitta del Pd in Sardegna arrivasse come una parentesi inaspettata ed isolata. Ma segue di nemmeno un anno le elezioni politiche; di due mesi la disfatta in Abruzzo; e arriva in coincidenza con le primarie fiorentine, nelle quali è stato scelto come candidato sindaco del centrosinistra l’esponente che si opponeva al vertice nazionale del partito.

I fattori regionali c’entrano poco, dunque. E pesa molto, invece, l’onda lunga del voto dell’aprile scorso. È la conferma che quel risultato non ha rappresentato solo una vittoria, ma uno spartiacque nel Paese. Il «domino» che sta travolgendo ad una ad una le roccheforti dell’opposizione appare una conseguenza di quanto è accaduto allora; e dell’incapacità degli avversari di Silvio Berlusconi di capirlo e di affrontare una stagione nuova. Per questo lo schiaffo sardo ha un’eco dolorosamente nazionale, per Walter Veltroni. E porta a chiedersi se non abbia funzionato «l’effetto Soru»; oppure se il governatore uscente della Sardegna sia vittima della maledizione di un Pd ormai incapace di leggere le pulsioni più profonde dell’Italia. Gli indizi mostrano un elettorato d’opposizione in lenta erosione; e avviato ad un voto europeo che si profila ogni giorno di più come una disfatta.

La crisi economica comincia a mordere il Paese. Il paradosso è che le responsabilità non si scaricano sul governo, ma sui suoi avversari. Merito, senz’altro, di un presidente del Consiglio che continua a macinare consensi, nonostante tutto; e che sulla Sardegna ha investito con una campagna martellante quanto invadente. Ma anche demerito del centrosinistra, che non è stato capace di opporre alla «politicizzazione» del voto regionale un antidoto credibile. Si possono evocare come scusante la guerra di logoramento all’interno del Pd; e le voci velenose su un Soru futuro leader nazionale. Tanto che all’inizio, mentre i dati affluivano con lentezza esasperante, lunare per un Paese occidentale, veniva accarezzata l’illusione di una sua vittoria. Tutto questo, però, non basta a cancellare il sospetto di un’implosione che coinvolge la nomenklatura del centrosinistra e la sua cultura politica.

Ormai non serve sottolineare neppure l’inutilità di un antiberlusconismo che mobilita porzioni sempre più minoritarie. Il problema del Pd e dei suoi alleati è la mancanza di un’analisi seria della vittoria berlusconiana del 13 e 14 aprile del 2008. La domanda da porsi è se il centrosinistra non abbia avuto il coraggio di farla; o se più banalmente non ne sia stato capace. Qualunque sia la risposta, viene da pensare che sia stato sciupato quasi un anno. E la lotta per la successione a Veltroni, che già si intravede, non promette recuperi miracolosi.

17 febbraio 2009

lunedì 2 febbraio 2009

I rapporti con le toghe uniscono Pd e Idv pur divisi sul Colle


La rottura fra Walter Veltroni e Antonio Di Pietro si sarebbe consumata da tempo: da subito dopo le elezioni di dieci mesi fa, sostiene uno dei consiglieri più vicini al segretario del Pd, Giorgio Tonini. E non essendo alle viste nessun governo da formare insieme, chiedere ulteriori prese di distanza avrebbe il sapore della provocazione. In apparenza, il ragionamento non fa una grinza. Eppure, a questo smarcamento, particolarmente netto quando nei giorni scorsi l’Idv ha attaccato frontalmente Giorgio Napolitano, si affianca un’alleanza di fatto. I toni saranno pure diversi.

Ma il no alla legge sulle intercettazioni che Di Pietro e Veltroni preannunciano, li vede in tandem: l’Udc di Pier Ferdinando Casini è più possibilista. La cosa più scivolosa per il centrosinistra, però, è un’altra. La difesa del potere di indagine dei magistrati, che secondo Pd e Idv la riforma cancellerebbe, è accompagnata da un nuovo attacco dipietrista contro il presidente della Repubblica; e a bordate pesanti nei confronti di Francesco Rutelli. Di Pietro nega di avere insultato Napolitano in piazza Farnese: si tratterebbe a di «presunte offese», frutto di invenzioni, protesta. Ma intanto ribadisce le critiche al Quirinale, sostenendo che secondo un sondaggio della rivista Micromega il capo dello Stato non sarebbe «un buon custode della Costituzione».

Insomma, continua una strategia che tende a delegittimarlo in modo scientifico: quasi a tavolino. L’Idv sembra considerare Napolitano il bersaglio grosso della sua polemica. È il cuore del tentativo di stabilizzazione del sistema; e il nemico di quanti puntano per motivi diversi al «tanto peggio tanto meglio». Il fatto che il centrodestra gli riconosca il ruolo di arbitro e garante, agli occhi di una parte dell’opposizione è un difetto in più, non in meno; e dunque un motivo ulteriore per attaccarlo. Accreditare l’idea del «cattivo custode» della Costituzione significa dargli larvatamente del filoberlusconiano: il peggiore degli insulti politici, agli occhi del dipietrismo e dei suoi seguaci.

Non solo. Nella caccia ai voti estremisti, il leader dell’Idv tenta di accreditarsi come un perseguitato dei giornali. E nella sua offensiva accusa Rutelli, presidente del Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza) di intimidazione per avere convocato il procuratore De Magistris, che su Rutelli ha espresso di recente giudizi duri. Si tratta di un crescendo nel quale si intravede una filiera di avversari: il governo, il Quirinale, il Pd. E una contrapposizione così pregiudiziale che alla fine risulta funzionale ai piani della maggioranza. Su questo sfondo, le critiche veltroniane a Berlusconi sono oscurate e sovrastate dalle urla dell’Idv e dalla strana coabitazione col Pd: un rapporto tormentato e doloroso, destinato a segnare l’intera campagna elettorale per le europee.

Veltroni continua ad escludere un cartello antiberlusconiano come quello rappresentato dall’Unione prodiana. A suo avviso impedirebbe qualsiasi riforma, e politicamente si è già rivelato perdente. Ma se l’intesa con Di Pietro è fallita da tempo, la sensazione è che il Pd si ritrovi circondato dalle macerie delle proprie alleanze. Perfino le sponde sindacali sembrano smottare un po’. I rapporti con la Cgil di Guglielmo Epifani sono a dir poco agrodolci. La spina che l’Idv rappresenta nei rapporti politici e con il Quirinale, ha l’equivalente nella Cgil sul versante sociale. E pochi pensano che la soglia del 4 per cento alle europee immunizzerà il Pd da entrambe.

Massimo Franco
31 gennaio 2009

giovedì 1 gennaio 2009

Italia dei valori da sola in difesa contro gli attacchi del governo

IL CORRIERE DELLA SERA

Il rischio che la giustizia diventi terreno di una resa dei conti tra governo e Idv
È troppo facile, e dunque ingiusto infierire su Cristiano Di Pietro. Hanno ragione i dirigenti dell’Italia dei Valori quando sostengono che si colpisce il figlio per mettere in difficoltà il padre, Antonio, leader del partito. Anche se quando inneggiano alla sua «inconfutabile tensione etica» perché si è dimesso dall’Idv (ma non da consigliere provinciale a Campobasso), non lo aiutano. Si comportano come gli avversari, seppure al contrario. Sembrano complimentarsi non con il figlio, ma con il genitore che lo ha costretto al passo indietro a metà. Esagerano in modo sospetto.

Il problema non è il rapporto discutibile del rampollo dipietrista con un personaggio dell’inchiesta di Napoli sull’imprenditore Alfredo Romeo. Giustamente, il segretario dell’Idv sottolinea che non esistono reati; che si tratta al massimo di scorrettezze. E di certo la vicenda si è gonfiata per questioni di parentela. Insomma, a nessuno sfugge il carattere strumentale della polemica di esponenti del governo; e del silenzio tombale degli alleati del Pd, attaccato di recente dall’Idv per altre inchieste. A sfumare l’identità virtuosa del partito non sono, però, le telefonate di Cristiano Di Pietro con l’ex provveditore ai Llpp, Mario Mautone. Il problema, semmai, è che ieri un deputato dell’Idv, Amedeo Porfidia, si sia autosospeso perché indagato per reati gravi nel Casertano.

Pesa il fatto che restino incerti i motivi per i quali l’ex pm di Mani pulite, allora ministro, trasferì Mautone a Roma poco dopo l’inizio dell’inchiesta. La maggioranza berlusconiana insinua che il leader dell’Idv sia stato informato segretamente di quell’indagine; e che abbia agito per evitare ulteriori contatti tra il figlio e Mautone. Di Pietro nega sdegnato. Ma il sospetto viene tenuto in vita dagli avversari e da qualche sbavatura non ancora smaltita del tutto. Le stesse dimissioni di Cristiano, presentate nella vulgata dipietrista come un «eccesso di intransigenza» e di correttezza, hanno anche il sapore del pasticcio, visto che resta consigliere provinciale.

Alla fine, prevale la sensazione deprimente di un duello fra centrodestra e Idv, con la giustizia scelta come terreno di resa dei conti. Il dubbio preoccupante è che garantismo e giustizialismo risultino un alibi per non fare nessuna riforma; oppure per legittimare forzature dalle quali uscirebbero indeboliti tutti. Ma la vicenda dei Di Pietro appare istruttiva. Conferma quanto sia difficile alimentare le parole d’ordine più radicali e iniettarle nell’elettorato, senza alla fine restarne vittime: al di là di ogni buona intenzione.

Massimo Franco
30 dicembre 2008