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giovedì 6 agosto 2009

La pillola va giù


LIETTA TORNABUONI


Chi vuol prendere la pillola antiabortiva RU486, la prende. Chi non vuol prenderla (per motivi medici, etici, religiosi, varii) non la prende. Nessuno è obbligato a nulla. La scelta è chiara, semplice: infatti in altri Paesi europei questo farmaco è liberamente in vendita. Da noi, no. Da noi la Chiesa cattolica, dotata di un potere politico che è oppure sembra forte, che altrove ha già perduto la partita, che non pare avere fiducia nell’obbedienza e osservanza dei suoi fedeli, ha già dato inizio a tutte le possibili pressioni negative.

Non si tratta affatto di ragioni di principio. La ragione di principio cattolica riguarda l’aborto (come il divorzio, anch’esso legale in Italia): non le sue modalità. Il farmaco RU486 è una modalità semplificante, che riduce le complicazioni e il lavoro degli ospedali, che allevia i disagi e dolori delle donne: in tempi varii si prendono tre pillole, e basta. Non è quindi per motivi di principio che la Chiesa avrebbe già ottenuto dal governo diverse difficoltà altrove inesistenti: mancata libera vendita del farmaco, assunzione del farmaco soltanto in ospedale (dove i medici ricevono pressioni per dichiarare la propria obiezione di coscienza) e con ricovero (si sa quanto difficile), eccetera. A quale scopo? Dare tormento, fare dispetto, scoraggiare? Sarebbe un’assurdità. Anche in passato, quando la clandestinità, i divieti della Chiesa, la minaccia di galera e i pericoli erano molto più gravi, le donne che si trovavano nella necessità di abortire, abortivano. Nessuna compie un atto simile con leggerezza o fatuità, senza che sia indispensabile: non si può dire infatti che gli aborti siano diventati spensierati da quando sono stati legalizzati. Neppure è possibile ipotizzare che la Chiesa voglia ad ogni costo seguitare a circondare l’aborto di un senso di castigo, di punizione, di dolore: sarebbe davvero crudele, e inutile. Invece pure questo può sembrare un banco di prova del proprio potere politico nei confronti del governo italiano, a spese (come è già capitato troppe volte) delle donne. E’ un esercizio che ignora le persone e serve esclusivamente alle gerarchie: non è una bella cosa, e per un governo non confessionale dovrebbe essere inaccettabile.

giovedì 30 aprile 2009

Cerimonie e dispetti in Abruzzo


30/4/2009
LIETTA TORNABUONI

Prima del Papa, in Abruzzo, il 25 Aprile con i suoi dispettucci politici da scolari: Franceschini che dice «Sarò a Onna»; Berlusconi che replica «Vengo anch’io», sfalsa gli orari e, tra podio, discorso e telecamere, gli ruba l’idea e la scena. Dopo il Papa, Pescante ha solennemente promesso in conferenza-stampa un evento sportivo, la festa della Polizia è annunciata all’Aquila, sopravviene sulle macerie del terremoto il cosmopolitismo del G8. Il buon senso, invece, manca. Quando i terremotati chiedono che non si spengano i riflettori, si riferiscono a se stessi e ai loro problemi tragici, non al via vai di personalità e cerimonie, nazionali e internazionali, delle quali ovviamente non potrebbe fregargli di meno. Ciascuna di queste manifestazioni, la cui organizzazione sarà inevitabilmente difficile e assorbirà il lavoro di molti, non può rappresentare altro che un autentico impaccio per persone che stanno così male. La condizione dei terremotati è differente e infastidita dalle telecamere puntate altrove: mica sono politici.

Il modo per aiutare gli abruzzesi non è metterli in mostra, ma dar loro una solidarietà materiale: soldi, cose necessarie alla vita, accelerazione della ricostruzione. Il territorio devastato dal terremoto non è un salone per cerimonie: come si fa a non capirlo? Idee simili possono piacere solo al governo, l’unico che può considerarle soccorrevoli, entusiasmanti o utili. La lontananza tra presidente del Consiglio e cittadini colpiti non potrebbe essere più abissale: nulla pare poter indurre il primo ad astenersi dal fare i fatti suoi, ciò che crede essergli vantaggioso, neppure drammi che spezzano il cuore. È incomprensibile che l’essere andato sette-otto volte all’Aquila (impossibile non sapere quante volte, dato che ogni telegiornale o quasi l’ha ripetuto all’infinito) possa apparire uno sforzo sovrumano, un record altruista, la premessa a un lungo periodo di pre-elettorali celebrazioni ed esposizioni mediatiche.