Visualizzazione post con etichetta PETER GOMEZ. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta PETER GOMEZ. Mostra tutti i post

giovedì 17 novembre 2011

Silvio e Mario, dai poteri marci ai poteri forti


PETER GOMEZ

Se qualche anno fa ci fossimo trovati di fronte a un governo come questo, le critiche di un pezzo importante di opinione pubblica si sarebbero sprecate sin dal primo istante. I legami con il Vaticano sono evidenti, quelli con le banche e la grande industria addirittura dichiarati. Gli intrecci con il mondo dell’editoria, dal Corriere della Sera fino a La Repubblica, indiscutibili. L’età media dei ministri poi è così alta (63 anni) che la maggior parte di loro sarebbe costretta ad andare in pensione non dalle leggi presenti, ma persino da quelle future.

Nell’esecutivo c’è gente (non tutta) che ha gattopardescamente preso posizione contro lo scempio etico, politico ed economico dei lustri recenti solo all’ultimo, o al penultimo, minuto. E vi è pure chi non ha mai detto una parola.

Il governo dei professori (11 su 18) di Mario Monti però piace. E anche chi lo guarda con diffidenza in queste ore spesso si limita con ragionevolezza a dire: lo giudicheremo dai fatti.

Ovviamente nessuno sa quanto durerà la luna di miele. Finirà quando verranno imposti i primi sacrifici? O per conservare il consenso sarà sufficiente riuscire a far tirare la cinghia ai privilegiati, come promesso da Monti? E quanto conteranno le pensioni, la giustizia e il mercato del lavoro?

Inutile arrovellarsi intorno a queste domande. Ci penserà la cronaca, soprattutto quella economico-finanziaria, a rispondere.

Quella politica, invece, ci ha già spiegato perché gli italiani appaiono oggi felici di ritrovarsi nelle braccia di quelli che una volta si sarebbero chiamati i poteri forti.

A spingerli senza se, e pochi ma, in questa direzione non è stata tanto la quasi certa prospettiva di default per il nostro Paese. Il rischio Grecia c’è ancora. E, per come sono ormai messe le cose, è tutto da dimostrare che il nuovo esecutivo sia davvero in grado di allontanarlo.

A convertire i cittadini sono stati invece i poteri marci. Ovvero quelli, sempre presenti in Italia, che negli ultimi anni hanno trovato nel Cavaliere e nella sua corte i loro migliori campioni.

Così la compostezza e il rigore apparente di Monti e dei suoi ministri tecnici all’improvviso rasserenano gli animi. Le poche e misurate parole del neo-premier diventano sagge per antonomasia alle orecchie di chi fino a due giorni fa era costretto ad ascoltare ogni sera un vociare confuso, intercalato da insulti, barzellette più o meno spinte e pernacchie.

I volti anziani degli uomini e delle donne dell’esecutivo appaiono nuovi per il solo fatto di non essere conosciuti dai cittadini. Le loro storie professionali (generalmente eccellenti) sembrano giganteggiare se confrontate alle carriere politiche di chi a sinistra, a destra e al centro, li ha preceduti.

Bene, da oggi però per davvero contano solo i fatti.

Il compito del nuovo governo è gravoso. Mario Monti parlando della storia del super-ministro Corrado Passera che, come altri suoi colleghi, durante la sua carriera si è trovato ad affiancare più o meno tutti i protagonisti politici ed economici degli ultimi 15 anni (da De Benedetti a Berlusconi, per essere chiari), ha detto di considerarla “una premessa e una promessa di un’attività proficua senza che vi siano nelle sue nuove funzioni possibili intralci legati alla sua attività passata”.

Insomma ci ha messo la faccia. E su questo, come su ogni altro punto, merita di essere preso in parola. Fino a prova contraria.

domenica 13 novembre 2011

Berlusconi dimesso, una festa amara


PETER GOMEZ

Gestacci e minacce. Minacce e gestacci. Quella che Indro Montanelli chiamava “la feccia risalita dal pozzo” ha dato il peggio di sé anche nel giorno delle dimissioni del Capo, Silvio Berlusconi.

Dopo 17 anni quel finalmente, che avremmo voluto gridare a pieni polmoni, resta quasi strozzato dalle immagini di un importante presidente di Regione come
Roberto Formigoni immortalato mentre fa le corna e sfida la folla alzando il dito medio, esattamente come avevano fatto in giornata il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi e, più volte nei mesi precedenti, il cosiddetto responsabile delle Riforme, Umberto Bossi.

I sedicenti moderati, nel momento della sconfitta, perdono ogni residuo decoro istituzionale e diventano il simbolo della crisi di credibilità che, prima ancora di quella economica, sta affondando il nostro Paese. Le monetine lanciate fuori bersaglio e le contestazioni al premier uscente da parte dei cittadini, peraltro poi diventate una grande, rumorosa, inaspettata e pacifica festa di popolo, non bastano da sole per spiegare le iraconde reazioni di un pezzo importante dell’ex maggioranza.

I nervi saltano perché tutto il mondo ha ormai certificato che il sogno del miracolo italiano, più volte promesso da Berlusconi a partire dai primi anni ’90, era solo una truffa e un incubo. Un incubo così lungo e interminabile, da non essere ancora realmente finito.

Intanto, stacchiamo la spina quando vogliamo, ha detto il Cavaliere ai suoi dopo aver incontrato Mario Monti. E mentre metà del Pdl tentava inutilmente di convincere il Capo che nessun governo tecnico andava appoggiato, le agenzie battevano la notizia delle condizioni poste dal presidente del Consiglio uscente all’ex rettore della Bocconi. Due colpiscono in particolare. L’impegno di Monti e dei suoi futuri ministri tecnici a non presentarsi alle elezioni e la solita richiesta: non toccatemi le televisioni, non voglio nessuna legge anti-trust.

Ecco allora perché quel finalmente, che tanto ci sarebbe piaciuto urlare, va invece pronunciato con prudenza. Va sillabato sì col sorriso, ma ricordando sempre che è un semplice dato di cronaca politica.

Berlusconi, questo è certo, non tornerà mai più a Palazzo Chigi. Glielo impediscono l’età e la lunga e clamorosa catena d’insuccessi. Ma l’era della paura, non si è ancora chiusa. Il tempo delle minacce, non è ancora finito. E anzi adesso rischia di sommarsi a quello delle lacrime e del sangue che, inevitabilmente, a causa dell’ignavia di chi lo ha preceduto, il prossimo esecutivo riserverà agli italiani.

Perché a Berlusconi, l’uomo che passerà alla storia per aver portato non solo l’Italia, ma l’intera Europa, a un passo (si spera) dal baratro, è riuscito anche questo. Rendere amara persino la festa per la sua uscita di scena.

mercoledì 9 novembre 2011

Dimissioni, aspettando la vendetta del Caimano


PETER GOMEZ

Avviso ai naviganti. Non è ancora finita. Prima che Silvio Berlusconi se ne vada ne vedremo delle belle. Anzi delle brutte. Il premier, raccontano i suoi, si sta preparando al colpo di coda. Da assestare alla prima occasione. Che, in questo caso, si chiama legge di stabilità. È in quella legge, destinata in teoria a soddisfare i mercati, che i suoi uomini tenteranno di inserire un pezzo della buonuscita del Cavaliere.

Il capo del governo, del resto, è stato chiaro. Le dimissioni scatteranno solo dopo l’approvazione della nuova manovra, nella quale verrà aggiunto al Senato un maxi-emendamento contenente parte delle misure riportate nella sua lettera d’intenti inviata la scorsa settimana in Europa. Interventi che, proprio dopo il voto alla Camera, il commissario europeo agli affari economici Olli Rehn ha giudicato “insufficienti”.

Ora il punto è che nessuno conosce il contenuto del maxi-emendamento. Mentre si conoscono (e bene) alcune bozze dei lavori preparativi al Consiglio dei ministri del 24 ottobre che avrebbe dovuto licenziare il decreto sviluppo.

Qualcuno se le ricorderà: s’introduceva una legge ad personam post mortem per favorire i figli di primo letto del Cavaliere dopo la dipartita del loro illustre genitore, si parlava di condoni, di militarizzazione della Val Susa. E quello era solo l’antipasto. Perché se si pensa ai conti dello Stato con un certo disagio viene in mente che con (inesistenti) ragioni economiche sono state in passato motivate dal Pdl pure le norme sulla prescrizione breve e quelle sulle intercettazioni.

Insomma il dibattito al Senato sarà l’occasione giusta per provare a far passare molto di ciò che davvero interessa a Berlusconi, assieme a norme draconiane sul mercato del lavoro e, probabilmente, le pensioni.

Una medicina amarissima che il futuro ex presidente del Consiglio vuole fare trangugiare a tutti in un colpo solo. Contando sulla spinta di uno spread sempre più alle stelle, sulle richieste dell’Unione Europea e sulle opposizioni costrette già oggi, e a scatola chiusa, a promettere che la legge di stabilità verrà votata celermente.

Allora e solo allora, si potrà capire se andremo a elezioni o se nascerà un nuovo governo. E Berlusconi, anche nella sconfitta, potrà ancora una volta pensare di aver vinto. Sarà la vendetta del Caimano. Gli italiani, c’è da giurarlo, la ricorderanno a lungo.

venerdì 4 novembre 2011

Santoro fa invecchiare la tv. L’altra


PETER GOMEZ

Un giorno ci renderemo conto di quanto sia stata importante la pagina scritta dalla prima puntata di Servizio Pubblico. All’improvviso il duopolio-monopolio che ha ingessato, impoverito e censurato la televisione in Italia è apparso per quel che è: vecchio e privo di senso.

La trasmissione di Michele Santoro, alla quale il Fatto Quotidiano e questo sito sono orgogliosi di aver dato il loro contributo, dimostra come anche in Italia ci siano spazi (enormi) di libertà che possono essere conquistati. Che il diritto-dovere d’informare (e criticare) può, nonostante tutto, essere ancora praticato da chi ne abbia la voglia e, lasciatecelo dire, il coraggio.

Grazie al sostegno di 100.000 cittadini, all’impegno di un gruppo d’imprenditori un po’ folli e un po’ visionari, alla professionalità di un pugno di cronisti di razza, al talento di Marco Travaglio e di Vauro, grazie alla rete delle tv private e al web, Servizio Pubblico ha rotto lo status quo. Ha spezzato il conformismo di chi sosteneva che contrastare Rai e Mediaset (le tv del presidente del Consiglio e del sistema dei partiti) era impossibile.

Anche per questo ora, pochi minuti dopo la conclusione della puntata, ci piace pensare che la breccia aperta da Servizio Pubblico sia destinata presto ad allargarsi per far passare nuove idee, nuove trasmissioni e, sopratutto, nuove storie e notizie.

Perché esiste un Paese diverso che vuole (e che merita) di essere raccontato. E chi rinuncia a farlo, avendo da adesso la dimostrazione che quella possibilità c’è, commette un delitto. Dal quale non potrà mai essere assolto.

sabato 29 ottobre 2011

L’Euro e la (lucida?) follia di Berlusconi


PETER GOMEZ

Adesso rischiamo davvero grosso. Il naufragio è realmente più vicino. Mentre con l’ultima asta dei Btp l’interesse sui titoli di Stato schizza al livello record del 6,06%, il Titanic Italia resta pilotato da un uomo (che appare) ormai in avanzato stato confusionale. Da un premier (che non sembra) più in grado di soppesare le conseguenze delle proprie affermazioni.

Prima il presidente del Consiglio boccia l’Euro durante un discorso davanti alla platea degli Stati Generali del commercio estero.

Lì davanti alle telecamere dice testualmente che “l’attenzione sull’Italia deriva dal fatto che c’è un attacco all’Euro che non ha convinto nessuno come moneta. E in effetti è una moneta un po’ strana, perché è una moneta non di un solo Paese, ma di tanti Paesi messi assieme, che però non hanno un governo unitario dell’economia, e che non ha alle sue spalle una banca di riferimento e di garanzia. È un fenomeno che non si era mai verificato e quindi l’Euro di per sé si presenta come moneta attaccabile dalla speculazione internazionale”.

Poi quando esplodono le polemiche, e il Quirinale va su tutte le furie, innesta un’incredibile, ma in realtà solo parziale, marcia indietro. “Come al solito”, scrive in una nota , “si cerca di alzare pretestuose polemiche su una mia frase interpretata in maniera maliziosa e distorta. L’Euro è la nostra moneta, la nostra bandiera. E’ proprio per difendere l’Euro dall’attacco speculativo che l’Italia sta facendo pesanti sacrifici. Il problema dell’Euro è che è l’unica moneta al mondo senza un governo comune, senza uno Stato, senza una banca di ultima istanza. Per queste ragioni è una moneta che può essere oggetto di attacchi speculativi”.

Ora il punto non è che Berlusconi conduca pubblicamente riflessioni sull’Euro, mischiandole ai consueti attacchi alla magistratura e a tutte le istituzioni di controllo. Quello che ha detto su una moneta unica di uno Stato che non esiste è in parte vero. Non è però vero che l’Euro non abbia “mai convinto nessuno”. E soprattutto anche un broker alle prime armi capirebbe che prendersela con la valuta europea, mentre è in corso una tempesta finanziaria come questa, è un sistema sicuro per peggiorare ancora la situazione. Per spingere non solo l’Italia, ma l’intera Unione, se non verso il default, almeno verso una nuova ondata di speculazione. Proprio quello che a parole (ma non con i fatti) il premer sostiene di voler evitare.

Per questo è il caso di andare oltre le apparenze. E di ricordare che il centro-destra è da sempre anti-europeista e che Lega, più volte in passato, si è pubblicamente schierata per il ritorno alla lira, in modo da poter svalutare la moneta nella speranza di recuperare competitività. Nel 2005 l’allora ministro del welfare,
Roberto Maroni, aveva persino proposto di far votare ai cittadini l’uscita dall’Euro.

Così oggi, nella mente di molti esponenti della maggioranza – e in quella di Berlusconi che si sente offeso da Merkel e Sarkozy -, sta riprendendo corpo l’idea di far saltare tutto facendo la guerra a Bruxelles. Di tornare, traumaticamente, ai tempi e alla valuta antica.

Che questa sia la soluzione giusta per un Paese al collasso è, per usare un eufemismo, del tutto opinabile (le materie prime e petrolio si pagano, tra l’altro, ancora in dollari). Ma il progetto piace. Parecchio. Sia a chi fa politica, che sulla battaglia contro la valuta unica e gli odiati euroburocrati può impiantare un’intera campagna elettorale. Sia a chi in questi anni ha fatto tanti, e spesso oscuri, affari.

Anche perché nei conti esteri dei paradisi off-shore i soldi vengono depositati in dollari. E senza l’Euro, o con un Euro debolissimo, per quei ricchi Paperoni, sarebbe davvero tutta un’altra musica.

venerdì 21 ottobre 2011

Lettera dal blocco nero in un Paese con poco futuro


PETER GOMEZ

A colpire, più che la rivendicazione degli scontri e della violenza, sono gli attacchi al resto dei manifestanti. Con gli indignanti che, nelle loro parole, diventano “l’espressione di un mondo che sta morendo”, vittime dell’illusione di poter avere “un buon governo”. Con i pacifisti definiti tout court dei “cittadini belanti”. E con i centri sociali dei disobbedienti considerati dei moderati, anzi dei nemici “pronti a vendersi per quattro poltrone a sinistra”.

Anche per questo, ma non solo, il filmato che vedete pubblicato in queste pagine web è un documento importante. L’intervista a distanza che ilfattoquotidiano.it è riuscito a ottenere inviando delle domande scritte a un gruppo di esponenti di rilievo del cosiddetto blocco nero, è infatti utile per capire cosa sta accadendo nell’ala più dura del movimento, dopo i disordini di sabato 15 ottobre e alla vigilia della manifestazione contro la Tav. Dopo averla ascoltata resta netta l’impressione di trovarsi di fronte a una sorta di manifesto politico. A una piattaforma che col tempo rischia di trovare seguaci pure tra chi protesta democraticamente.

Il filo conduttore del colloquio è infatti la rabbia. Una rabbia ormai non più solo generazionale che è destinata ad aumentare e diffondersi se il Paese non tenterà di risolvere i suoi molti problemi: la crisi economica, una classe politica spesso vecchia e corrotta, le diseguaglianze sociali che di giorno in giorno si allargano.

Certo, i violenti sono fortunatamente pochi e di fatto non propongono soluzioni. Teorizzano l’insurrezione (e già qui ci sarebbe molto da eccepire), ma non spiegano cosa secondo loro deve venire dopo. Negli anni ’70, quando un pezzo importante di una generazione si diede addirittura al terrorismo o gravitò pericolosamente intorno alla lotta armata, quella follia almeno un obbiettivo (che chi scrive non ha mai condiviso) lo aveva: il marxismo e la dittatura del proletariato.

Adesso invece l’obbiettivo è “la rivoluzione, la distruzione e il superamento delle cose presenti”. E la principale ragione di essere dei protagonisti degli scontri è quella di rappresentare “una forza che sappia spazzare via il passato, la politica classica, la finta illusione di libertà, il capitalismo mercantile e forse la democrazia stessa”.

Insomma, il dopo non c’è. L’obbiettivo finale non esiste. Quello che conta di più è la battaglia, lo scontro, l’assenza di paura.

Così quando i nostri interlocutori definiscono “vittoriosa la giornata del 15 ottobre” anche perché in piazza San Giovanni duemila persone (tra cui molti ultras del calcio e paradossalmente qualche cane sciolto dell’estrema destra) hanno tenuto per ore impegnate le forze di polizia costringendole a indietreggiare, finiscono senza volerlo per riecheggiare il mito dannunziano della bella morte.

Sorridere e sottovalutare però sarebbe sbagliato. Perché, se è vero che proprio il corteo del 15 ottobre ha più volte dimostrato coi fatti di voler espellere i violenti e molti manifestanti hanno messo in Rete le foto con i loro volti perché venissero identificati (e questa non è social delation, ma una precisa scelta politica), è anche vero che in tanti, in troppi, cittadini pensano ormai di non avere più un futuro. E in un Paese senza futuro, il virus antico di chi da sempre sogna e pratica l’insurrezione, può davvero sperare di crescere.

giovedì 6 ottobre 2011

Legge Bavaglio, ovvero stupidità al Potere


PETER GOMEZ

Il voto alla Camera di Pdl e Lega sulla legge bavaglio più che un attentato alla libertà d’informazione (che c’è, ed è grosso come una casa), rappresenta una fotografia perfetta della stupidità e dell’ignoranza dei nostri governanti. E dimostra come davvero la maggior parte dei frequentatori di Montecitorio e Palazzo Madama utilizzi la Rete, i Pc e gli IPad solo per giocare a carte o visitare siti raffiguranti immagini di belle signorine.

Mentre il Titanic Italia viaggia spedito vesto il disastro, i nostri eroi hanno infatti deciso che qualsiasi tipo d’intercettazione potrà essere pubblicata solo dopo un’udienza filtro nel corso della quale accusa e difesa decideranno cosa tenere e cosa buttare al macero. Cioè dopo anni dall’inizio di un’indagine.

Anche quando i colloqui saranno riportati all’interno di un’ordinanza di custodia cautelare, il giornalista non potrà né riprodurli, né citarli, né riassumerli. Se lo farà scatteranno sanzioni pesantissime per lui e per l’editore. Si arriverà così al paradosso di leggere articoli in cui si racconta che Tizio è stato arrestato per estorsione, per traffico di droga o per tangenti, senza però poter capire il perché. O almeno senza essere in grado di farlo quando l’inchiesta è basata anche su intercettazioni.

Se poi un avvocato vorrà pubblicizzare dei colloqui agli atti che, secondo il suo punto di vista, dimostrano l’innocenza del proprio assistito si vedrà la strada sbarrata. I movimenti di opinione che spesso servono per difendere gli indagati da eventuali soprusi da parte dell’autorità giudiziaria insomma non avranno più spazio.

Chiunque abbia un po’ di dimestichezza con il web può capire che questa norma, ideata per evitare che gli elettori vengano a conoscenza dei comportamenti della classe dirigente più corrotta e inefficiente d’Europa, è però destinata a rivelarsi non solo inutile, ma addirittura pericolosa e controproducente (sopratutto dal punto di vista del Palazzo).

Vediamo perché.

Nella maggior parte dei casi i documenti giudiziari (intercettazioni comprese) che finiscono sui giornali, o che vengono riassunti dalla stampa, sono pubblici. Si tratta di atti non più coperti da segreto che vengono consegnati alle parti (agli avvocati e agli indagati) in occasioni di perquisizioni, arresti, tribunali del riesame. Sono insomma carte che possono circolare liberamente, visto che in Italia il segreto istruttorio è stato abolito nel 1989 e oggi l’unico segreto rimasto in vigore è quello investigativo.

Ora immaginatevi cosa accadrà in casi come quelli di Giampaolo Tarantini, il giovane imprenditore di Bari sotto inchiesta per favoreggiamento della prostituzione e arrestato perché accusato di aver ricattato Silvio Berlusconi. Le indagini su di lui si basano principalmente su intercettazioni: colloqui ritenuti rilevanti dai magistrati al punto di essere riprodotti nelle ordinanze di custodia o negli atti depositati per chiederne il rinvio a giudizio.

Quando il Bavaglio sarà in vigore i giornalisti continueranno a ritrovarsi in mano le trascrizioni delle sue chiacchierate, le potranno far leggere ai loro amici, o consegnarle in copia al loro portinaio, vicino di casa o edicolante (e nessuno li potrà perseguire per questo). Per legge però non le potranno nemmeno citare di sfuggita nei loro articoli. E non lo potranno fare anche se sono di evidente interesse pubblico (abbiamo un premier ricattato? oppure il nostro presidente del Consiglio paga testimoni e indagati per evitare che venga fatto il suo nome davanti ai giudici?). E lo stesso succederà in inchieste per tangenti (vedi quelle sulla cricca del G8), sulla malasanità (vedi clinica degli orrori) e via dicendo.

Ebbene c’è qualche parlamentare del centrodestra, ancora in grado di usare il cervello, convinto che le ordinanze di custodia cautelare e le intercettazioni alla base di queste inchieste, una volta depositate, non finiranno per essere pubblicate sul web da testate estere o da siti anonimi magari ospitati da inaccessibili server situati in Paesi off shore? L’esperienza di Wikileaks non ha insegnato nulla ai nostri astuti legislatori?

Evidentemente no. Perché se avesse insegnato qualcosa almeno alla Camera sarebbe stata fatta un’ulteriore riflessione. Qualcuno avrebbe, per esempio, ragionato su un fatto: oggi non tutti i documenti raccolti nelle redazioni dei giornali finiscono in Rete o in pagina.

Lo dimostra, tra l’altro, un caso che lor signori dovrebbero conoscere bene: l’inchiesta sui furbetti del quartierino. Nel 2005 quando le intercettazioni evidenziarono di che pasta fosse fatto il governatore di Bankitalia, Antonio Fazio, e quali manovre politico-finanziarie si giocassero intorno alle banche, i cronisti non pubblicarono i colloqui – anche molto divertenti – tra alcuni protagonisti delle scalate e le loro rispettive amanti. La storia d’interesse pubblico era infatti quella sui ladrocini, non quella delle eventuali corna di un gruppo di manager. E quando un quotidiano mise in pagina un sms (piuttosto innocuo, per la verità) tra i novelli sposi Anna Falchi e Stefano Ricucci, fu punito con una multa salata da parte del Garante della privacy. Un provvedimento che servì a ricordare a tutti cosa prevede la deontologia professionale di chi scrive.

Essere giornalisti infatti vuol dire saper raccontare storie (vere) selezionando e gerarchizzando i fatti. Non tutto è una notizia. E non tutto ha interesse pubblico. Lo spazio di un articolo, giornale o di un tg non è infinito. Per questo bisogna saper scegliere, con onestà e correttezza, cosa mandare in stampa e cosa no. I lettori poi valuteranno i giornalisti anche sulla base di questa loro capacità. E se qualcuno si riterrà diffamato, o riterrà violata la propria privacy, potrà chiedere (e ottenere se ha ragione) un risarcimento.

Difficile però pensare che domani, con la legge Bavaglio in vigore, le maglie di questa selezione non si allarghino: con la prospettiva evidente che sul web ci finisca davvero di tutto.

Sia perché il concetto di privacy varia da paese a paese (ricordate le foto di villa La Certosa messe on line da El Pais e invece finite sotto sequestro in Italia?), sia perché nel caso di documenti o articoli pubblicati da siti per così dire anonimi, il pericolo è che i criteri di scelta vengano a mancare. L’opacità, la non trasparenza favorisce infatti la deresponsabilizzazione.

Per questo il Bavaglio, come tutte le leggi ingiuste, è stupido. E diventa la cartina di tornasole che permette anche di capire perché il nostro Paese sia ormai passato dal declino alla decadenza. Una classe dirigente capace d’ideare norme del genere, non può che essere sulla tolda di comando di un Titanic. Che non cambierà rotta. Fino al naufragio.

Ps: Ma cosa faremo noi de Il Fatto e de ilfattoquotidiano.it? Non lanceremo il sasso nascondendo la mano. Non utilizzeremo l’anonimato. Di questo i lettori possono starne certi. Di fronte a intercettazioni che sono notizie, le pubblicheremo. Sopportando tutte le conseguenze e ricorrendo davanti a ogni tribunale: dalla Corte Costituzionale fino ai giudici di Strasburgo. Insomma, come avevamo già scritto il 2 aprile del 2010, la nostra sarà disobbedienza. Disobbedienza civile.

giovedì 18 agosto 2011

Stufi anche a destra


di Peter Gomez

Molto tempo fa il presidente americano John Fitzgerald Kennedy disse che la parola crisi, in cinese, viene scritta con due ideogrammi: uno rappresenta il pericolo, l’altro l’opportunità. Oggi, dopo i consensi raccolti dalla proposta, lanciata da questo giornale già nel 2010, sul contributo di solidarietà da chiedere a chi le tasse le ha evase portando denaro all’estero, i nostri politici si trovano di fronte a una grande opportunità. A un’occasione (l’ultima) per recuperare un po’ di credibilità sia agli occhi dei mercati che a quelli degli elettori: cambiare la finanziaria e introdurre un prelievo straordinario a carico di quei contribuenti infedeli che nel 2009 scudarono a prezzi da saldo (il 5%) oltre 100 miliardi di euro.

Le chiacchiere stanno a zero.

L’Italia non è più il Paese dei furbi. O meglio non è più il Paese dei fessi, visto che i furbi dalle nostre parti, al contrario di quello che ci hanno sempre raccontato, erano e sono una minoranza (sia pur numerosa), mentre chi subiva e taceva rappresentava la maggioranza. In questi mesi i cittadini hanno imparato a loro spese che l’illegalità non conviene. E non solo per una questione etica o morale.

Il fatto è che evasione fiscale, corruzione e mafia, costano ai contribuenti 330 miliardi di euro l’anno. Un tesoro enorme di cui adesso tutti gli elettori, davanti ai tagli ai servizi e alle nuove imposte, colgono dimensioni e portata. Per questo pure il centro-destra – Pd e Idv hanno già annunciato gli emendamenti sulla ritassazione – ha tutto il vantaggio di far propria la proposta de Il Fatto Quotidiano. Una proposta sulla cui attuazione, lo promettiamo, noi continueremo a vigilare.

La voglia di ricorrere a interventi di facciata è tanta.

Due giorni fa il premier, probabilmente in preda a un attacco di conflitto d’interessi, ha parlato di un’imposizione sugli evasori dell’1 o 2%.

Troppo poco. Anche per il popolo di Pdl e Lega, ormai alle prese con un sogno che è diventato un incubo.

Se da qui alla riconversione della manovra non accadrà qualcosa, il vero pericolo per il sempre più sedicente governo, è proprio la rivolta del suo elettorato. E per capirlo non bisogna conoscere gli ideogrammi cinesi. A questo punto basta il veneto. O, meglio ancora, il brianzolo.



mercoledì 10 agosto 2011

Berlusconi imprenditore di successo? Una favola

di Peter Gomez

Proprio come aveva preannunciato il 5 agosto, con uno scatto quasi d’ira in Parlamento, anche ieri Silvio Berlusconi è rimasto “in trincea”. Col corpo, certo, il premier è lì, nel suo buen retiro di villa La Certosa, tra palme, laghi artificiali e vulcani finti. Ma con lo spirito resta in prima linea e tiene in testa un poco politico, e molto imprenditoriale, elmetto.

Mentre quello che suo padre chiamava “l’orologio rotto della Borsa” riprendeva in chiusura un po’ di fiato, i titoli Mediaset e Mondadori hanno continuato a segnare rosso fisso (rispettivamente meno 47,14 % in un anno e meno 25,92 in sei mesi). E nemmeno il leggero recupero di Mediolanum (+1,92%) è bastato per ridare al Cavaliere il buon umore. Pure a guardare il grafico del gruppo gestito dal socio Ennio Doris vengono, del resto, le vertigini: qui l’asticella dal febbraio a oggi è scesa del 38,61%. Il tutto in una Piazza Affari che in un anno ha perso solo (si fa per dire) il 25 per cento.

Eh sì, il Cavaliere ha un bel ripetere che le “Borse hanno una vita scostata da quella economica”. Può benissimo tentare di usare Palazzo Chigi per invitare i cittadini a comprare azioni del suo gruppo (“io se avessi risparmi importanti da parte, investirei prepotentemente nelle mie aziende” ha detto in conferenza stampa quattro giorni fa). E può persino (non senza qualche ragione) ricordare che la crisi è internazionale e generalizzata.

Resta però un fatto. Anzi ne restano due. Il primo: negli ultimi dieci anni (otto dei quali con Berlusconi al governo) il Pil italiano è cresciuto in media dello 0,25% ogni 12 mesi: un dato migliore solo a quello di Haiti e Zimbabwe. Il secondo: la storia italiana del Berlusconi imprenditore di successo, che proprio per questo avrebbe saputo cosa fare con la nostra economia, è appunto una storia. Anzi una favola.

E non perché il politico più ricco del mondo una volta andato al potere sia diventato improvvisamente un incapace. Ma perché il Cavaliere ha applicato al sistema Italia le stesse tecniche che utilizzava nella gestione delle sue aziende. Scorciatoie, trucchi, poco o nessun rispetto delle regole. Sistemi buoni per fare cassa, per salvarsi per il rotto della cuffia, ma non certo per modernizzare e rendere competitivo un paese.

Così, se un tempo i suoi manager per evitare problemi con le tasse versavano mazzette alla Guardia di Finanza (lo ha fatto l’attuale senatore Pdl, Salvatore Sciascia), Berlusconi per tre volte, tra il 2001 e il 2009, tira su qualche miliardo, facendo approvare lo scudo fiscale. La tangente (legalizzata) è del 5 per cento e mette l’evasore al riparo al riparo da ogni conseguenza. Per chi non ha conti all’estero il premier, inventa invece due condoni tombali (2003 e 2009) e una legge che depenalizza di fatto il falso in bilancio (2001).

Anche in campo economico a Palazzo Chigi si va avanti allo stesso modo, prendendo a modello ciò che si era fatto con la vecchia e gloriosa Fininvest tra il 1992-93. Si scommette per anni sulla ripresa internazionale (che quando poi è arrivata non si è peraltro stati in grado di agganciare), ma si evita di procedere con le ristrutturazioni. Per rendersene conto basta leggere alcuni documenti: i verbali delle riunioni dei manager del Biscione allora redatti dall’ex segretario di Berlusconi e attuale senatore Guido Possa. A quel tempo i debiti totali del gruppo ammontavano 4.550 miliardi di lire, contro i 3.300 comunicati ai giornali. I manager temevano il default e suggerivano dismissioni e profondi cambiamenti. Niente da fare. Il colpo di genio di Berlusconi è una furbata: aspettare, spingere la Rai a smetterla con la concorrenza e risparmiare così “300-350 miliardi di lire l’anno”. Come? Il Cavaliere, scrive Possa, ordina di trovare dei nomi di manager da inserire in Rai con un’operazione di lobby con i quali sia possibile “raggiungere un buon accordo”. Poi decide di entrare in politica. Vince il piatto e in Rai si mette a comandare. Una mossa da gambler spregiudicato. Utile di certo per salvare un’azienda. Perfettamente inutile oggi per tentare di far progredire un Paese.

sabato 9 luglio 2011

Il Titanic-Italia verso la tempesta perfetta

PETER GOMEZ

Alla fine ce l’hanno fatta! I capitani coraggiosi che per quasi vent’anni si sono alternati alla guida del Paese sono finalmente riusciti a portarci a un passo dalla tempesta perfetta. Ancora un piccolo sforzo e, forse già lunedì mattina con la riapertura delle borse, la nave Italia si trasformerà in un Titanic dal destino quasi ineluttabile.

Una menzione speciale va perciò al premier
Silvio Berlusconi, che proprio oggi ha visto riconoscere da una sentenza civile di appello, ciò che tutti sapevano, ma che quasi tutti facevano finta di non vedere.

Lo straordinario imprenditore che dal niente è diventato uno degli uomini più ricchi del pianeta deve buona parte delle sue fortune alle tangenti. E se adesso si riparla di quelle versate dall’avvocato
Cesare Previti ai giudici di Roma in modo che il suo cliente e amico potesse impadronirsi della Mondadori, scippandola a Carlo De Benedetti, bisogna ricordare che l’elenco delle mazzette Fininvest è ben più corposo.

Ci sono quelle allungate dall’ex manager e attuale parlamentare
Salvatore Sciascia per addolcire gli accertamenti della Guardia di Finanza. Ci sono quelle, da molti miliardi di lire, bonificate estero su estero a Bettino Craxi. E c’è quella da 600.000 dollari intascata dal legale inglese David Mills per dire il falso e salvare Berlusconi dalle condanne penali.

Una lista impressionante (e incompleta) utile per comprendere ciò che è accaduto, e sta accadendo, all’Italia. Berlusconi, il leader del centrodestra che ora piange falsamente miseria e protesta assieme a quasi tutto il suo partito, ha selezionato una classe dirigente fatta a sua immagine e somiglianza. Un gruppo di figuri bravi soprattutto ad arricchirsi e spingere tutti gli altri (noi) verso il baratro.

Mentre il presidente del Consiglio viene condannato a sborsare mezzo miliardo di euro come risarcimento per la rapina perpetrata sulla Mondadori, nel suo governo e nella sua maggioranza siedono frotte di pregiudicati, di imputati, di prescritti e di ladri di varia specie. Venerdì il responsabile dell’Agricoltura,
Saverio Romano, nominato ministro nonostante le indagini in corso, si è ritrovato imputato per fatti di mafia. Il giorno prima Marco Milanese, il braccio destro del ministro dell’Economia Giulio Tremonti, aveva (con poca sorpresa) scoperto di essere destinatario di una richiesta di arresto per tangenti e associazione per delinquere.

Tremonti, che gli aveva di fatto delegato il compito di tenere i rapporti con la Guardia di Finanza e quello di sovrintendere alle nomine nelle società partecipate dal Tesoro, lo aveva mantenuto al suo posto sebbene sapesse da sei mesi di cosa era accusato. Il fatto poi che il responsabile dell’Economia abitasse in una casa pagata da Milanese 8.500 euro al mese e che la sua portavoce fosse la compagna dello stesso Milanese, deve spingere a una riflessione: o Tremonti è un uomo poco intelligente incapace di scegliersi i collaboratori (e perciò non può continuare a fare il ministro) o ha qualcosa da nascondere.

Continuare a far finta che questo quadro – al quale vanno aggiunte le storie dei vari
Fitto, Berruti e compagnia cantante – non c’entri con la rincorsa che il Paese sta facendo per raggiungere la Grecia, é da stupidi. Prendersela con i cosiddetti mercati, maledire gli speculatori, è da ipocriti.

In tempi di crisi economica la credibilità delle classi dirigenti è fondamentale. Sostenere che gente del genere possa mettere la faccia su una manovra economica in grado di rassicurare gli investitori esteri e di ristabilire un po’ di giustizia sociale in Italia, è da incoscienti.

Certo, inutile nasconderlo, anche guardando dall’altra parte, nelle fila della cosiddetta opposizione, spesso c’è poco da stare allegri. Quella che stiamo vivendo è una crisi di sistema. Del nostro sistema politico di cui Berlusconi è solo il più visibile, ma non unico, campione.

La lettura dei giornali ci fa intuire come l’Italia sia a un passo dallo scoperchiare una nuova tangentopoli. Le varie fondazioni di cui si sono dotati molti sedicenti leader a partire dagli anni Novanta si stanno rivelando semplicemente degli schermi per tentare di nascondere, in maniera formalmente legale, finanziamenti di dubbia provenienza e, forse, vere e proprie tangenti. Lo insegnano sia il caso
Pronzato, il responsabile dei trasporti aerei del Pd, che incassava denaro da imprenditori interessati a ottenere rotte dall’Enac, sia il caso Milanese.

Il parallelismo tra le due vicende è evidente. Chi, secondo l’accusa, pagava Pronzato versava anche soldi –
con finanziamenti registrati, ma non pubblici – alla fondazione Italiani Europei che fa capo a Massimo D’Alema. Chi invece dava barche sottocosto a Milanese per ottenere nomine all’Enav foraggiava pure la Fondazione Casa delle Libertà.

Se si tiene conto che le fondazioni sono decine e decine e che in qualche caso alla testa di esse si trovano personaggi già condannati in Mani Pulite o coinvolti in altre indagini sulla pubblica amministrazione, ecco che il sospetto di trovarsi davanti a un metodo di sottogoverno diventa fortissimo. Anche perché i nomi dei finanziatori delle fondazioni vengono mantenuti riservati, invocando senza imbarazzo alcuno (lo ha fatto proprio D’Alema) le leggi sulla privacy.

E’ il lato oscuro della Casta. E’ il non detto di un’oligarchia inefficiente e costosa che a volte si palesa votando contro l’abolizione delle provincie (o astenendosi). E altre volte si mostra approvando leggi finanziarie che colpiscono solo i piccoli risparmiatori e rimandano di anni ogni riduzione dei costi della politica.

Imprecare, disperarsi, tentare di raggiungere in massa le scialuppe di salvataggio del Titanic-Italia, però non serve.
La tempesta è brutta è vero. Ma fortunatamente non è ancora perfetta. Meglio che i passeggeri comincino a spiegare con calma a tutti che cosa sta accadendo. E che si organizzino per cambiare ciurma e comandante. Invertire la rotta ancora si può, lo dimostra quello che è successo a Napoli e Milano. Ma bisogna farlo in fretta. Prima che sia troppo tardi.

martedì 5 luglio 2011

Berlusconi e i cortigiani reggi-pitale

PETER GOMEZ

La decisione di inserire nella legge finanziaria una norma per evitare alla Fininvest e al suo padrone di pagare alla Cir di Carlo De Benedetti il risarcimento per i giudici comprati durante il caso Mondadori, e il conseguente scippo della casa editrice, rappresenta una soglia di non ritorno. Non per Silvio Berlusconi, che quella soglia l’ha già superata da un pezzo, ma per tutta la sua maggioranza e per i suoi (ultimi) supporter.

Dalla difesa della libertà del premier (dai processi e dalle sentenze) si passa a quella apertamente dichiarata dei suoi soldi. Sapendo oltretutto benissimo che un’eventuale condanna civile in secondo grado di Fininvest, anche eguale a quella inflitta in primo grado (750 milioni di euro), non ridurrà Berlusconi sul lastrico, ma lo renderà appena un po’ meno ricco.

Che Berlusconi lo faccia non stupisce. Il vecchio leader del Pdl sente di essere al tramonto. Al di là delle dichiarazioni di facciata, teme che questa sia la sua ultima legislatura da presidente del Consiglio. E allora tenta di arraffare tutto quello che c’è ancora da arraffare. In fondo tiene famiglia pure lui.

Più interessante è invece riflettere sulla stupidità del resto della Corte. Cercare d’introdurre, a quattro giorni dal verdetto d’appello sul lodo Mondadori, una norma del genere, è una follia per chi tra i cortigiani pensa di continuare a fare politica anche nei prossimi anni. La manovra impone sacrifici a milioni di cittadini. Gli elettori del Pdl, e sopratutto quelli della Lega, hanno già preso malissimo la scelta di rinviare al 2013 i tagli ai costi della Casta. E ora si trovano di fronte a un decreto legge che punta a far pagare tutti meno uno: il loro leader.

Certo, nelle prossime ore, assisteremo al consueto fuoco di sbarramento teso a spiegare che qui chi doveva incassare non era l’erario, ma l’odiato Carlo De Benedetti. Altre voci faranno poi notare che la legge vale per tutti quelli che hanno in ballo risarcimenti civili superiori ai 20 milioni di euro (cioè pochissime aziende ndr). Qualche buontempone, infine, dirà che la norma non cancella i pagamenti, ma si limita a congelarli sino alla cassazione.

Resta però un fatto: centinaia di migliaia di cittadini, anzi milioni, sanno benissimo per diretta esperienza personale che nelle cause civili, fino ad ora, prima si versava il dovuto e poi si sperava nel ricorso. In questo clima, insomma, prenderli per fessi sui soldi (magari a colpi di televisioni e di tg) non è esattamente quella che si definisce una grande idea.

Se fino a due anni fa, quando votava le leggi pro Berlusconi, il centrodestra poteva sostenere che il premier aveva dietro di sé la maggioranza del paese, oggi a quella favola non crede più nessuno. Per tutti, finalmente, la questione Berlusconi diventa quello che era sempre stata e che in molti facevano però finta di non vedere: una semplice questione d’interessi personali e soldi.

Una faccenda esclusiva di un uomo anziano che non riesce più a evitare di farla fuori dal vaso. Di un ricco signore che, giorno dopo giorno, rischia sempre più di vedere discostarsi di un passo coloro i quali gli reggono ancora il pitale. Di un politico dal futuro sempre più breve, ormai disposto a combattere solo per sé e per la sua roba.

sabato 25 giugno 2011

Casta, a Parma il tappo è saltato.

PETER GOMEZ

Il Titanic su cui viaggia un pezzo importante della nostra classe dirigente imbarca sempre più pericolosamente acqua. Nel pomeriggio di venerdì il tappo è saltato a Parma. Qui undici arresti nella pubblica amministrazione e un furto di denaro dei contribuenti stimato intorno ai 500mila euro ha spinto un folto gruppo di abitanti a considerare ormai colma la misura. Cinquecento cittadini hanno preso d’assedio l’ingresso del Municipio, hanno chiesto a gran voce le dimissioni del sindaco Pdl Roberto Vignali e hanno lanciato monetine agli assessori, come era accaduto con Bettino Craxi ai tempi dell’Hotel Raphael. Trenta di loro sono anche entrati nella sala del consiglio comunale urlando “ladro, ladro” all’indirizzo di Vignali.

Contemporaneamente a Roma la maggioranza della P4, invece che discutere seriamente del probabile declassamento del rating del Paese e delle banche, o della proposta per ridurre i costi della politica avanzata dal ministro
Giulio Tremonti, ha continuato a blaterare di legge bavaglio sulle intercettazioni. Non contenti di aver dato il peggio di sé intrattenendo affettuosi rapporti con il pregiudicato (per tangenti) ed ex piduista Luigi Bisignani, i nostri eroi non hanno pensato neanche per un minuto a prendere l’impegno, almeno per il futuro, di evitare frequentazioni del genere. E hanno proseguito il dibattito su un vecchio tema: qual è il modo migliore per evitare che gli elettori sappiano certe cose.

È ormai una reazione pavloviana. Ogni qualvolta un’indagine fa emergere comportamenti criticabili da parte delle classi dirigenti, la Casta riscopre il pensiero unico sulla limitazioni alla libertà d’informazione. Lo dimostra anche la mossa di
Pierluigi Bersani che, dopo la direzione del Pd, si è detto favorevole a una legge per vietare la pubblicazione delle “intercettazioni irrilevanti”. Esattamente lo stesso concetto espresso in mattinata dal ministro della Giustizia Angelino Alfano, deciso ad approvare le nuove norme prima di agosto. Ovviamente, visto l’autogol politico, sono poi piovute semi-ritrattazioni e precisazioni. Ma a rimettere a posto le cose è arrivato Silvio Berlusconi. Mentre tutto il partito della P4 plaudiva l’avversario, il premier ha fatto sapere che per lui andrebbe benissimo ripartire dal disegno di legge di Clemente Mastella. Cioè dalle norme bavaglio inventate dal centrosinistra un anno dopo lo scandalo bipartisan delle scalate bancarie (“i furbetti del quartierino”) e votate dall’intera camera, con sole sette astensioni, nel 2007. Come dire: eravamo d’accordo allora, possiamo ritrovarci d’accordo adesso.

Non è qui nemmeno il caso di ricordare che nessuna delle intercettazioni (non più segrete, perché tutte regolarmente depositate) pubblicate in questi giorni dai giornali può essere considerata irrilevante (e non lo erano nemmeno quelle sulle scalate bancarie). È infatti evidente che se si indaga su una “normale” (per questo Paese) organizzazione illegale in grado di pilotare nomine nello Stato e nel parastato, scelte politiche e presentazione di emendamenti in parlamento, non è possibile ignorare le conversazioni tra il venerato maestro del network occulto e decine e decine di ministri, magistrati, grand commis dello Stato, parlamentari ed esponenti delle forze dell’ordine, della finanza e dell’industria.

Più interessante notare invece la tendenza al suicidio che ormai pervade buona parte della politica italiana. Dopo che amministrative e referendum hanno segnalato come i cittadini chiedano un immediato mutamento di rotta, la barra è rimasta a dritta. E così il vento cambiato,di cui molti parlano, a poco a poco si sta trasformando in tempesta. A Parma si sono sentite le prime forti folate. Nei prossimi giorni, c’è da giurarlo, ne arriveranno delle altre. Le onde diventano sempre più grosse. Ma il Titanic continua come niente fosse a navigare. E arrivati a questo punto si può solo sperare che il mare lo inghiotta presto. Senza tirare anche il resto del Paese a fondo.

martedì 17 maggio 2011

Elezioni, c’è una luce in fondo al tunnel


PETER GOMEZ

Di una cosa possiamo essere sicuri: d’ora in poi nella politica italiana niente sarà più come prima. Il voto di ieri, che proprio Silvio Berlusconi aveva presentato come un referendum su se stesso e sul suo governo, ha dato un responso chiaro. Ha detto che il Paese non ne può più del Cavaliere. Ha dimostrato che il suo disprezzo per le regole, per gli avversari, per l’etica e per l’educazione, ha ormai irrimediabilmente stancato.

Per questo non è azzardato prevedere che, se tra quindici i giorni anche i ballottaggi – a partire da quello di Milano – si concluderanno nello stesso modo, la permanenza del presidente del Consiglio pro-tempore a Palazzo Chigi rischia di durare meno di quanto lui speri.

La partita però è tutt’altro che chiusa. Per dare una scossa e frantumare la maggioranza parlamentare che Berlusconi ancora controlla, non sarà sufficiente che all’ombra della Madonnina Giuliano Pisapia strappi (fatto probabile, ma non del tutto certo) la poltrona di sindaco a Letizia Moratti. Decisivo sarà anche il ben più difficile secondo turno di Napoli dove
Luigi De Magistris per vincere dovrà ottenere l’appoggio degli elettori del Pd e del Terzo polo.

Solo così i signori del Palazzo sentiranno realmente il fiato sul collo dei cittadini. Solo così le crepe nelle fila del centrodestra si allargheranno fino a rendere palese il fatto che la maggioranza (quasi quanto il Paese) ha mille problemi. Ma che il più grosso di tutti è lui: il settantacinquenne Berlusconi.

Poi, per completare l’opera, bisognerà pensare al passo successivo: i referendum di giugno. Ieri in Sardegna quello consultivo sul nucleare ha dimostrato come realmente sull’atomo sia possibile raggiungere e superare (e di molto) il quorum.

Al Senato, già questa settimana, si dovrebbe cominciare a discutere la legge Omnibus in cui Berlusconi, per sua stessa ammissione, ha introdotto l’abrogazione a tempo delle centrali, in modo da evitare la consultazione nazionale e poi riprendere, tra un paio d’anni, il programma atomico. Una furbata, o meglio un furto di democrazia dichiarato, che però potrebbe non bastare per evitare il voto. Sia perché la corte di Cassazione può ammettere il referendum lo stesso (la legge attuale non verrà interamente abrogata da Palazzo Madama), sia perché il presidente Giorgio Napolitano può evitare di promulgare immediatamente le nuove norme (per farlo ha 30 giorni di tempo), dando così agli elettori la possibilità di esprimersi.

Ecco perché i referendum, tra i quali accanto a quello sull’acqua pubblica è presente quello sul legittimo impedimento, sono ora, con i ballottaggi, la nuova tappa nella corsa per ristabilire (o meglio stabilire) nel nostro Paese dei canoni da normale democrazia .

La festa di Milano per la vittoria di Pisapia, alla quale sono accorse senza essere state convocate da nessuno migliaia di persone, e i risultati straordinari raggiunti in molte città del Movimento 5 Stelle (il vero terzo polo), dimostrano come in Italia tra i cittadini ci sia una gran voglia di riappropriarsi della politica con la P maiuscola. Chi ora è asserragliato nel palazzo la sa benissimo. Per questo la partita è tutt’altro che chiusa. Ma in fondo al tunnel, dopo tanti anni, si intravede un po’ di luce.

mercoledì 11 maggio 2011

Berlusconi parla di Napoli ma pensa a Milano



PETER GOMEZ

Per sgretolare la sua ultima bordata di accuse basterebbero poche parole. Quelle dell’ultramoderato procuratore di Napoli, Giandomenico Lepore: “Nella nostra provincia non ci sono discariche, come potremmo chiuderle?“. Ma ormai non è con la logica che si può pensare di arginare Silvio Berlusconi. Inutile spiegare che, al contrario di quanto urlato dal premier, il capoluogo campano non è invaso dalla monnezza per colpa della magistratura. Inutile ricordare che l’unica discarica della regione in cui un giudice ha disposto un sequestro, quella di Chiaiano, è ancora aperta.

Berlusconi, intanto, ha deciso di rompere gli indugi. Vuole vincere le elezioni in modo da poter dire che tutto il Paese è con lui. L’impresa non è semplice.
L’anziano presidente del Consiglio lo sa bene. Ma non è impossibile. Soprattutto perché, nelle sue continue uscite pubbliche, il Cavaliere ha più volte ripetuto che chi conquista Milano si prende tutto il piatto (“Il voto di Milano è fondamentale per dare sostegno e forza al governo del Paese” , ha detto al Palasharp). Ovviamente non è vero. Le amministrative non si giocano (solo) all’ombra della Madonnina. Ma non importa. Almeno questo punto Berlusconi lo ha già segnato. Nell’immaginario collettivo di buona parte del Paese davvero la battaglia è ormai esclusivamente quella che si combatte lungo i Navigli. Ora però il premier deve completare l’opera. Deve riuscire a far trionfare Letizia Moratti al primo turno.

Il sindaco uscente non è amato dai milanesi. Pure gli elettori di Pdl e Lega la considerano un primo cittadino mediocre. E alle critiche verso la Moratti si sommano quelle – fortissime anche nel centrosinistra – nei confronti di tutto il ceto politico. Per questo Berlusconi si è dato un obbiettivo apparentemente minimo. Utilizzare messaggi semplici (se le cose in Italia vanno male la responsabilità è delle toghe) in grado di spingere una parte dello zoccolo duro dei suoi ad andare ancora una volta a votare.

Visto che tutti prevedono un’alta astensione, Berlusconi pensa che recuperare poche decine di migliaia di voti possa essere sufficiente per far evitare alla Moratti il ballottaggio. Questa volta insomma il Cavaliere non punta ai grandi numeri. Tenta solo di far raggiungere a Milano al suo candidato, il 50 per cento più uno dei voti. E se per farlo sarà necessario rinunciare agli elettori moderati non importa. Quelli, intanto, non votano a sinistra.

Da questo punto di vista l’incognita è il cosiddetto terzo polo. Ma se il calcolo del Cavaliere è esatto, con la vittoria (per niente scontata) di Milano, Berlusconi incasserà pure un altro risultato. Potrà sostenere che il voto è stato una sorta di referendum sulle sue strampalate idee in materia di giustizia. E dal giorno dopo comincerà a muoversi in Parlamento come un rullo compressore.

La sua, insomma, è una scommessa. Non è detto che la vinca. Ma nemmeno che la perda. E questo tutti i cittadini lo devono avere ben presente.

martedì 12 aprile 2011

Cerca l’incidente


di Peter Gomez

I duecento manifestanti che, intonando “Meno male che Silvio c’è”, hanno atteso il premier all’uscita del Tribunale di Milano e il successivo comizio di Berlusconi, illustrano bene la situazione e i rischi corsi in questi giorni dal Paese.

Il capo del governo, quasi fosse un Al Capone qualsiasi alle prese con un processo per presunte frodi fiscali, ha definitivamente scelto di rivolgersi alla piazza.

Lo ha fatto per la prima volta il 28 marzo quando, dal predellino della sua auto, aveva rivendicato il proprio ben poco glorioso curriculum di “presidente più imputato della Storia”.

Lo ha fatto ieri con una confusa autodifesa chiusa dall’ormai consueto attacco frontale ai magistrati.

E lo farà di nuovo nelle prossime settimane, man mano che si avvicina la (per lui) decisiva tornata delle elezioni amministrative.

La strategia seguita da Berlusconi è evidente.

Da una parte utilizzare i processi per fare propaganda politica. Dall’altra tentare d’intimidire i giudici, arroventando il clima nella speranza inconfessabile che scoppi un incidente tale (basta una lite) da giustificare una richiesta di spostamento dei dibattimenti ad altra sede per legittimo sospetto.

È bene dunque che in futuro i cittadini in disaccordo con i supporter del Cavaliere rinuncino per un giorno al loro diritto alla protesta e lascino sfilare Berlusconi in tribunale da solo. Del resto proprio quello che è accaduto durante la piazzata di via Freguglia (una strada significativamente laterale rispetto al Palazzo di Giustizia) è la fotografia perfetta dello status in cui versa – politicamente, ma non solo – il premier.

Costantemente accompagnato dal suo medico, Alberto Zangrillo, e con il volto coperto da un pesante fondo tinta virato d’arancione, il primo ministro non è riuscito a concedersi il bagno di folla che sperava.

Mario Mantovani, nominato coordinatore lombardo del Pdl, dopo aver fatto edificare in quel di Arconate un monumento a mamma Rosa (Berlusconi), aveva detto esplicitamente di attendere un “migliaio di persone”. Sms e email erano stati inviati a tutti i Promotori della libertà. Ma alla fine per sostenere il premier sono arrivati solo dei pullman semi-vuoti e quasi nessun milanese. Segno che, se si manterranno i nervi saldi, la situazione si rivelerà per quel che è. Grave. Anzi tragica, ma ormai tendente al comico.

venerdì 18 marzo 2011

Il Fatto e le 400mila teste pensanti


PETER GOMEZ

Lo sappiamo. Lo sappiamo bene anche noi. In queste settimane ci sono storie e notizie molto più importanti da raccontare. Gli oltre 350mila visitatori unici che quotidianamente navigano per le nostre pagine e i 75mila che ci acquistano in edicola, del resto, se ne sono accorti. Quello che viviamo non è un periodo normale.

Accanto alla tragedia dello tsunami giapponese, che rende minuscole e quasi ridicole le beghe di casa nostra, adesso sembra avvicinarsi un’altra catastrofe. Tutti – a partire da noi de ilfattoquotidiano.it che per quasi 24 ore al giorno seguiamo l’evolversi di ciò che accade nella centrale nucleare di Fukushima – si rendono conto del cambiamento in atto.

Sul nucleare l’evidenza dei fatti costringe molti a rivedere convinzioni che parevano granitiche. Spinge al dibattito e alla riflessione. Classi dirigenti più serie delle nostre (cioè quasi tutte) danno finalmente il segno di voler rivedere le proprie politiche energetiche. Accade in Germania, accade più timidamente negli Usa. E persino in Italia la maggioranza comincia a pensare che incaponirsi sulla strada, fortunatamente non ancora battuta, dei reattori di terza generazione sia stata una pessima idea. Almeno dal punto di vista politico.

Intanto, a poche centinaia di chilometri da Tokyo, cinquanta uomini lottano per tentare di salvarne migliaia. Come gli operai di Chernobyl sanno di essere destinati alla morte, ma lavorano lo stesso perché a volte, per gli esseri umani, la propria vita non conta.
Noi tutto questo cerchiamo di raccontarvelo ora per ora. Minuto per minuto. Così come dal 22 di giugno abbiamo raccontato tutto il resto. Un po’ perché siamo giornalisti e non sapremmo fare altro. E un po’ perché siamo convinti che dei cittadini informati, alla fine saranno dei cittadini migliori. Per questo vogliamo ricordare che proprio oggi Il Fatto Quotidiano ha raggiunto e superato quota 400.000 iscritti sulla sua pagina Facebook.

Sui social network siamo insomma diventati il primo quotidiano italiano e, forse, europeo (vista la quantità di lavoro e gli accadimenti non abbiamo avuto il tempo per controllare troppo bene). Il perché di questo fenomeno ha molte possibili spiegazioni. A noi de Il Fatto una però piace più delle altre. Nel nostro paese le notizie vengono spesso nascoste o distorte. Le opinioni controcorrente sui grandi media hanno poco spazio. Per questo chi le trova le ritiene un bene prezioso. E, quando può, le condivide con chi conosce.
Sia come sia, grazie di tutto. Perché da soli noi non saremmo qui.

lunedì 14 febbraio 2011

Berlusconi è minoranza nel Paese


PETER GOMEZ

In questi ultimi anni la politica e il giornalismo italiano sono ruotati tutti intorno a una grande bugia: la falsa convinzione che Silvio Berlusconi e il berlusconismo fossero maggioranza nel Paese. I numeri, per la verità, hanno sempre detto il contrario. Anche quando Berlusconi era all’apice della sua forza (le elezioni del 2008) mai ha saputo raccogliere il 51 per cento dei consensi. Il Cavaliere si è invece fermato al 37 per cento dei votanti (cosa diversa rispetto agli aventi diritto al voto), per poi perdere seguito ad ogni tornata elettorale. La grande menzogna, però, è stata ripetuta, raccontata, enunciata e analizzata talmente tante volte, da finire per essere presa per vera. Con rassegnazione, e senza necessariamente riferirsi solo al Cavaliere, in molti dicevano che il nostro Paese ha la classe dirigente che si merita. Che una nazione fatta di furbi, di evasori fiscali, di fannulloni, di corrotti e di raccomandati, poteva solo essere rappresentata da Berlusconi e dai suoi vari cloni.

Ebbene, si sbagliavano. L’Italia era (ed è) un’altra cosa. Gli italiani – sia a destra che a sinistra – sono in maggioranza un popolo straordinario. Fatto di donne e di uomini che si ammazzano (quando ce l’hanno) di lavoro. Che s’impegnano in quasi 500.000 organizzazioni di volontariato. Che vanno all’estero (4 milioni) per riuscire a fare quello che in patria è impossibile. Questo non è (solo) il Paese delle mafie più potenti del mondo, della classe politica più corrotta di tutta l’Europa occidentale. Questo è, invece, il Paese di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e Paolo Borsellino, delle associazioni anti-racket, della Confindustria e dei commercianti che in Sicilia dicono di no al pizzo. È il paese di Giorgio Ambrosoli, di Libero Grassi, di Peppino Impastato, dei giornalisti minacciati in Calabria, dei poliziotti che si pagano da soli la benzina per le loro auto, dei dipendenti pubblici che si portano da casa i computer per far funzionare i loro uffici, degli operai che occupano le fabbriche e salgono sui tetti chiedendo solo di poter lavorare.

L’Italia, insomma, è molto meglio di chi al Governo e in Parlamento immeritatamente la rappresenta. E in questa domenica di febbraio, grazie alle donne, cominciamo ad accorgercene. Mai prima d’ora si era assistito a manifestazioni tanto imponenti organizzate non dai partiti, ma dalla gente. Centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza non per moralismo, ma per dignità. Senza odio, senza violenza, hanno detto che loro alla grande bugia non ci stanno più.

Berlusconi che pure, grazie alla compravendita dei deputati, ha ancora la maggioranza alle Camere, è sempre più minoranza nel Paese. Come dimostrano i vari flop delle manifestazioni organizzate dal Pdl, anche tra chi ha votato il Cavaliere è ormai difficile trovare qualcuno disposto a spendersi per lui. Il Re, non solo metaforicamente, è nudo. Inutile però illudersi. Il presidente del Consiglio non si dimetterà. Non lo farà ora. Per costringerlo a lasciare ci vorranno molti altri 13 febbraio, molte altre piazze, e una finalmente chiara richiesta di elezioni anticipate. Solo così chi in Parlamento milita al fianco di Berlusconi- non per lealtà, ma per interesse – azzarderà due calcoli. E comincerà a capire che reggere il sempre più pesante trono di un vecchio Sultano in agonia non conviene. Perché al momento dell’inevitabile caduta tutta la corte finirà travolta.