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sabato 13 novembre 2010

Il momento della verità


di CLAUDIO TITO

IL TEMPO delle trattative è ormai finito. La crisi politica del governo, conclamata da tempo, adesso si trasferisce rapidamente sul piano parlamentare. Le aule di Camera e Senato sanciranno formalmente e in modo inequivocabile chi avrà la meglio nello scontro tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. La spaccatura che si è consumata a luglio scorso nel maggior partito italiano, il Pdl, ha prima provocato una pesante scissione. Poi ha prodotto una fase di sostanziale paralisi nell'attività dell'esecutivo. Ora porta il Berlusconi IV a prendere atto che la maggioranza uscita dalle elezioni del 2008 sta ormai venendo meno.

Nei prossimi giorni, infatti, l'aula di Palazzo Madama e quella di Montecitorio saranno chiamate a votare rispettivamente una mozione di sostegno al Cavaliere ed una di sfiducia. Due appuntamenti che con ogni probabilità decreteranno la fine del centrodestra nelle forme in cui si è presentato agli elettori negli ultimi anni. Il partito di Fini,
Futuro e Libertà, non confermerà il sostegno a Berlusconi. Raccogliendo così la sfida lanciata dal presidente del Consiglio: "Mi sfiduci in Parlamento", aveva detto. Bisogna "parlamentarizzare" la crisi aveva invocato lo stato maggiore del Pdl.

Un percorso divenuto inevitabile dopo l'ultimo stop di
Umberto Bossi alla trattativa per coinvolgere anche l'Udc di Casini nella costruzione di una nuova maggioranza. Tutti hanno dovuto prendere atto che non esistono al momento spazi per una mediazione. Anche perché il Senatur in questa fase non può incrinare il rapporto di lealtà con il premier, né accettare una situazione in cui la Lega perda il baricentro della coalizione e venga retrocessa a terza gamba dell'alleanza.

La prossima settimana, allora, il partito del premier chiederà di votare al Senato un documento di "sostegno". Un voto da fissare rapidamente o al massimo dopo l'approvazione della legge di stabilità, la Finanziaria. Non si tratterebbe di una vera e propria fiducia, ma di una formula per dimostrare che Berlusconi può ancora contare - almeno a Palazzo Madama - sui numeri per andare avanti. È anche una battaglia sui tempi con il Pd. Una mossa studiata per anticipare il voto sulla mozione di sfiducia che le opposizioni hanno presentato alla Camera. Un escamotage per non presentarsi disarmato davanti al presidente della Repubblica: la fiducia del Senato dimostrerebbe che un altro esecutivo è impossibile. E che quindi in caso di crisi di governo le soluzioni possibili sarebbero solo due: elezioni generali anticipate o scioglimento della sola Camera dei deputati. Un evento, quest'ultimo, senza precedenti ma che l'asse Pdl-Lega intende sbattere con forza sul tavolo del confronto con Giorgio Napolitano.

La vera partita, però, si gioca a Montecitorio. Dove i finiani sono determinanti. Il Pd e i dipietristi hanno depositato lì la sfiducia al Berlusconi quater. A breve verrà formalizzata anche la mozione del "terzo polo" composto da Fli, Udc, l'Api di Rutelli e l'Mpa del siciliano Lombardo. Insieme sono in grado di aprire formalmente la crisi di governo. Dopo meno di trenta mesi di vita, il governo si trova dunque dinanzi al bivio decisivo. Al passaggio che non solo segnerà il destino dell'esecutivo, ma che potrebbe rivoluzionare la fisionomia dell'attuale centrodestra. Uno scenario che si materializza proprio mentre si consuma l'ennesimo conflitto istituzionale di questa legislatura. Con il presidente della Camera e quello del Senato che - come già accadde qualche settimana fa sull'esame della riforma elettorale - danno vita ad una corsa su chi debba avere la precedenza nel dare la fiducia o la sfiducia.

Sta di fatto, che il voto dei deputati sarà comunque decisivo. E se le previsioni saranno confermate - in queste ore è però scattata la nuova compravendita di voti sia tra i senatori che nei corridoi di Montecitorio in grado di compromettere i pronostici - il Cavaliere sarà obbligato a salire al Quirinale per rassegnare le dimissioni. A quel punto, gli schemi che finora hanno guidato la legislatura cambieranno completamente. E tutti quei parlamentari che considerano una sciagura il ricorso alle elezioni anticipate - come il pidiellino Beppe Pisanu - o chi non intende mettere in pericolo il seggio per i prossimi due anni, potrebbe optare per l'appoggio ad un nuovo governo, senza il Cavaliere e senza il Pdl.

Se il patto tra Berlusconi e Bossi si rinnoverà nella richiesta del voto in primavera, allora l'ultima chance per salvare la legislatura sarà rappresentata dal blocco formato dall'attuale minoranza insieme agli uomini di Futuro e libertà. Esattamente la condizione che il presidente del consiglio vuole scongiurare. Ma, appunto, la "parlamentarizzazione" della crisi fa venire al pettine tutti i nodi. Anche quelli che stringono il Cavaliere dinanzi alla prospettiva di lasciare Palazzo Chigi e di rivedere tutte le sue aspettative politiche.

(13 novembre 2010)

giovedì 11 novembre 2010

"Ultima offerta, il Berlusconi bis" ma Fini dice no all'amico Gianni


di CLAUDIO TITO

"MA E' VERO quello che mi dicono i leghisti? Saresti disponibile ad un Berlusconi bis. Appoggeresti davvero un nuovo governo di Silvio?". La battaglia sulle dimissioni del ministro Bondi si era appena conclusa. La tensione nei corridoi di Montecitorio era altissima. La maggioranza alle prese con l'ennesimo psicodramma: un altro membro dell'esecutivo a un passo dall'addio. E proprio in quel momento, Gianni Letta, ha deciso di tentare l'ultima mediazione. L'estrema trattativa con Gianfranco Fini. È entrato alla Camera da un ingresso secondario e si è diretto al primo piano, nello studio del presidente. Una mossa concordata poco prima con Silvio Berlusconi in partenza per il G20 di Seul. "Se si tratta di fare una crisi pilotata, solo un passaggio rapido al Quirinale e una compagine governativa rinnovata - queste le condizioni dettata dal Cavaliere al suo braccio destro - allora se ne può parlare".

Ma la risposta ricevuta dal "plenipotenziario" di Palazzo Chigi non è certo stata delle più confortanti. "Ma di che stai parlando? Questa - lo ha rimbrottato - è una cosa che non sta né in cielo né in terra. Io non posso fare tutto questo per due ministeri in più". Fini vuole la "svolta". Un nuovo equilibrio nella politica italiana. E, infatti, l'unica ipotesi che i finiani prendono in considerazione per ricucire con "questo centrodestra", è il "passo indietro del Cavaliere". Un concetto che il leader di Futuro e Libertà ha ripetuto ai suoi fedelissimi: "È chiaro, che se il nuovo governo fosse presieduto da un altro, da Tremonti, da Maroni, da Letta o da Alfano, tutto cambierebbe. Sarebbe un'altra partita".

Un'opzione, però, inaccettabile per il presidente del consiglio. Non a caso il suo sottosegretario l'ha deliberatamente scartata in anticipo: "È chiaro - ha spiegato a Fini - che il capo del governo sarebbe Silvio. Lui non ha alcuna intenzione di ritirarsi. Su questo nessuna trattativa è possibile".

Il rapporto tra Letta e l'inquilino di Montecitorio, anche in questa fase di maggior attrito nel centrodestra, è sempre scivolato sui binari della cordialità. E anche stavolta il clima tra i due è rimasto privo di ostilità. Tanto che lo stesso sottosegretario, di fronte alle argomentazioni esposte si è limitato a dire sconsolato: "Me ne rendo conto".

Subito dopo, Letta ha riferito a Berlusconi l'esito della missione. Facendo cadere il castello di certezze costruito nelle ultime ora dagli ambasciatori lumbard. Che nei contatti informali con Fini avevano invece prospettato alcune soluzioni per solleticare l'ex alleato: tre dicasteri a Fli, il siluramento degli ex colonnelli di An come La Russa e Matteoli, la riforma elettorale e il quoziente familiare per invogliare i centristi dell'Udc. E, se fosse possibile, il coinvolgimento diretto di Fini e Casini nella "squadra". Non è un caso che stamattina per rendere più concreta l'offerta, il Pdl ha improvvisamente riunito il gruppo del Senato per mettere in campo una nuova legge elettorale. E dal cilindro è uscita la modifica del porcellum con l'introduzione di una soglia minima per accedere al premio di maggioranza o addirittura il ritorno al Mattarellum (il Cavaliere ha già ordinato dei sondaggi per verificare il risultato dell'asse Pdl-Lega se venisse ripristinato il vecchio sistema).

Tutte ipotesi, però, che l'uomo di Montecitorio ha declinato rinviando all'incontro di stamane con Umberto Bossi. E forse quel "vediamo con Bossi", è stato male interpretato dai big lumbard come Maroni e Calderoli. Tant'è che il summit di oggi viene considerato una sorta di formalità. Basti pensare alla domanda che ancora Letta ha posto ieri al presidente della Camera prima di salutarlo. "E la finanziaria? Su quella cosa fate?". "Faremo in modo - ha replicato - che venga approvata". Una formula che non ha affatto tranquillizzato l'emissario berlusconiano.

In effetti, il percorso studiato dallo stato maggiore di Fli - a meno che Berlusconi non faccia davvero un passo indietro - prevede un
escalation rapidissima. Se Tremonti porrà la fiducia sulla manovra economica, ad esempio, i finiani non parteciperanno al voto. Approveranno la Finanziaria ma non la fiducia. "Se questo non bastasse a far dimettere Berlusconi - spiegano gli uomini del presidente della Camera - allora dopo il via libera definitivo alla legge di stabilità, saranno i gruppi di Futuro e Libertà a presentare la mozione di sfiducia". Un destino, insomma, che i finiani considerano ormai segnato. Tanto da aver messo già in programma per sabato mattina le dimissioni della delegazione governativa. La data è stata scelta per aspettare che il presidente del consiglio torni in Italia dopo il G20 coreano.

"Io però - ha fatto sapere Berlusconi - vado avanti comunque. aspetto la sfiducia". Sebbene il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, si aspetti un passaggio sul Colle da parte del premier dopo l'addio dei finiani. E ieri, durante il Consiglio Supremo di difesa, non ha nascosto di voler mantenere una linea di totale equidistanza in vista dell'apertura della crisi: ha evitato con cura di parlare con il capo del governo della situazione politica.

L'ultimo capitolo del rapporto tra Fini e Berlusconi, quindi, verrà scritto solo quando sarà stata votata la sfiducia. Fino a quel momento il Cavaliere vuole tirare avanti e prendere tempo. Per dare corpo ad una nuova campagna acquisti che impedisca la nascita di un esecutivo tecnico. E per far svanire uno degli incubi che da qualche giorno si materializza nei ragionamenti del Cavaliere: "E se Bossi, a crisi aperta, facesse un passo verso chi vuole far nascere un altro governo?". Perché almeno ad un tavolo, il Senatur vorrà comunque sedersi: quello della riforma elettorale.

(11 novembre 2010)

venerdì 6 agosto 2010

Pisanu: "No alle elezioni anticipate in Parlamento tantissimi i contrari"


di CLAUDIO TITO

Se Berlusconi chiedesse le elezioni anticipate, "io mi opporrei", perché il ritorno alle urne sarebbe un "macigno" sulla "fragile" situazione economica del Paese. Beppe Pisanu non usa giri di parole. La linea dello scontro con Fini seguita dal premier e dai vertici del suo partito, il Pdl, non gli è piaciuta affatto. Avverte che nelle aule del Senato e della Camera "la contrarietà" al voto è "più ampia di quanto appaia" e spera in un esecutivo di "solidarietà nazionale" guidato dal Cavaliere. E poi non nasconde la sua preoccupazione per lo "smarrimento della moralità" in politica e per la "diffusa illegalità".

Ma se fosse stato deputato, come avrebbe votato su Caliendo?
"Probabilmente avrei votato a favore di Caliendo e non per garantismo, ma per evitare altri traumi politici al mio partito e alla stessa maggioranza di governo".

A che cosa si riferisce?
"Alla risposta brutale e lacerante dell'ufficio di presidenza del Pdl al gesto di distensione compiuto, seppure in extremis, da Fini. E' stato un grave errore politico e bisognerebbe correggerlo".

Scusi, ma correggere come? Ritirando l'espulsione?
"Non oso sperarlo, ma sarebbe già tanto se si cominciasse a rasserenare gli animi e ci si preparasse a discutere tra i gruppi parlamentari del centrodestra sull'agenda della ripresa autunnale".

Eppure sembra che il vertice del Pdl e il premier stiano puntando molto sulla vicenda della casa di Montecarlo per attaccare Fini.
"Non voglio entrare su terreno per me impraticabile".

Sarà pure impraticabile, ma non teme il ritorno della stagione dei dossier? Casini parla di squadrismo.
"Sarebbe un ritorno indietro di mezzo secolo ai giorni più bui del governo Tambroni. La maturità democratica delle nostre forze di sicurezza e dei nostri servizi di informazione m'induce ad escludere simile eventualità".

Esiste in Italia un'emergenza-legalità?
"C'è un problema di illegalità diffusa che corrode la vitalità complessiva del nostro Paese e che, allo stesso tempo, rende più acute e insopportabili le disuguaglianze prodotte dalla crisi generale".

Quindi le inchieste sul G8 e sulla P3 impongono una riflessione?
"Certamente la violazione continua delle norme di condotta pubblica e privata allarma i cittadini onesti e interroga più da vicino la classe dirigente. Quel che più mi preoccupa è lo smarrimento della moralità o meglio la dissociazione crescente tra l'ordine della morale e l'ordine della politica".

Vede analogie tra queste inchieste, quelle sulla P2 e quelle su tangentopoli?
"Di analogie se ne possono trovare tante. Ma non vedo il classico ripetersi della tragedia vecchia in farsa nuova. Amoralità e corruzione gravano su questo momento di storia. Secondo me siamo nel mezzo di una transizione che può portarci alla risalita o al declino in Europa e nel mondo. Molto dipenderà dalla politica".

Dopo la frattura con il presidente della Camera, è inevitabile la crisi di governo?
"Può essere evitata tranquillamente, perché Fini non ha mai messo in discussione né la leadership del presidente Berlusconi né la fiducia al suo governo".

Sembra però la fine di questa maggioranza?
"No, la maggioranza non si è dissolta. Semmai si è articolata diversamente, con la nascita quasi obbligata di un altro gruppo parlamentare di centrodestra che, peraltro, può creare nuovi spazi di dialogo con l'opposizione a tutto vantaggio della governabilità".

La crisi di governo però è dietro l'angolo. La strada delle elezioni anticipate è segnata?
"Con le premesse che le ho detto si può soltanto ipotizzare una crisi pilotata da Berlusconi in quanto leader dello schieramento maggioritario".

E se il Cavaliere insistesse sulle elezioni anticipate, lei che farebbe?
"Mi opporrei. Perché lo scioglimento anticipato delle Camere piomberebbe come un macigno sulla fragile situazione economico sociale del nostro Paese, spianando la strada agli speculatori della finanza internazionale. Sono comunque sicuro che la contrarietà alle elezioni anticipate sia molto più ampia di quanto non appaia, tanto nella società quanto nelle aule del Senato e della Camera. In ogni caso, e per nostra fortuna, la decisione finale spetta al Presidente della Repubblica".

Molti hanno fatto circolare il nome di Tremonti per un esecutivo di transizione.
"Mi pare che la Lega Nord lo abbia escluso e io comunque resto della mia opinione: un governo di solidarietà nazionale guidato da Silvio Berlusconi".

Il centrodestra è in fase di ristrutturazione. Le forze di centro hanno la possibilità di riorganizzarsi?
"La mia impressione è che invece siano in fase di destrutturazione sia il centrodestra sia il centrosinistra: in parte per la loro evidente inadeguatezza rispetto ai grandi problemi dell'Italia e in parte per la crisi di questo bipolarismo immaturo, e a tratti selvaggio, che mette insieme forze troppo disaffini e in sorda concorrenza tra loro. Una buona legge elettorale potrebbe favorire la ricomposizione degli schieramenti maggiori su basi più solide ed omogenee, e dar vita finalmente ad una democrazia matura dell'alternanza".

Cosa ne pensa della convergenza tra finiani, Udc e Api?
"Le ultime dichiarazioni di Casini sembrano collocarla al di fuori dei vecchi schieramenti descrivendola come un'area di responsabilità nazionale, dove possono incontrarsi cattolici e laici preoccupati per le sorti dell'Italia e impegnati a migliorarle. Se questa convergenza serve a ricollegare i moderati italiani nella prospettiva democratica che ho prima indicato, si tratta di una cosa nuova e positiva".

Quindi è un progetto che le interessa?
"Vedremo. Siamo solo ai primi, timidi passi di un processo politico. Se son rose fioriranno".

Si può parlare di fine del berlusconismo?
"Io non so che cosa sia esattamente il berlusconismo. So bene però che attraverso Berlusconi parlano ancor oggi milioni di italiani. Con loro bisogna fare i conti, senza per questo accendere ipoteche sul nostro futuro. Sento però il respiro affannoso delle cose vecchie che muoiono, con tutti i rischi che questo comporta, e sento il bisogno di persone prudenti e coraggiose che si mettano alla ricerca delle cose nuove che devono nascere".

(06 agosto 2010)

sabato 10 aprile 2010

Il piano segreto del Cavaliere . "Fini sta sbagliando ancora"


di CLAUDIO TITO

"La Lega cerca l'accordo con la sinistra perché non vuole il referendum. Ma è un errore. Sto facendo una gran fatica per convincere Umberto, ma ci riuscirò".

Il referendum dobbiamo farlo e dovrà esserci un solo quesito. Perché la "Grande Riforma" va fatta salire su un vagone unico, un solo disegno di legge". Presidenzialismo, federalismo, giustizia. Sono questi i tre corni del progetto (non la legge elettorale) che Silvio Berlusconi si è piazzato da qualche giorno in bella vista sulla scrivania di Palazzo Chigi. Un disegno che tecnicamente sta ancora prendendo forma, ma che negli obiettivi del Cavaliere ha già assunto una precisa fisionomia. E una scadenza: il 2013. Quando si chiuderà la legislatura e anche il mandato presidenziale di Giorgio Napolitano. Due appuntamenti che nella sua "road map" segreta vanno via via sempre più sovrapponendosi.

Dopo la conferenza stampa di ieri a Parigi e nei colloqui avuti l'altro ieri sera ad Arcore, il premier ha tracciato con i fedelissimi il percorso che intende seguire nei prossimi tre anni. Una strategia puntellata di precauzioni e preoccupazioni. È infatti convinto che con il Senatur "dovrò spezzarmi in due" per persuaderlo. Ed è poi cosciente che con Gianfranco Fini sarà tutto più complicato. A Via del Pebiscito, guardano infatti con diffidenza alle mosse del presidente della Camera: il feeling con Pier Ferdinando Casini, il dialogo con l'opposizione, la sponda con Giorgio Napolitano. Eppure, ragiona il presidente del consiglio, "non si è accorto che il capo dello Stato si sta comportando bene. Anche oggi è stato corretto". L'inquilino di Montecitorio, invece, "sta sbagliando, il referendum spazzerà via tutte le ambiguità".

Nella traiettoria che il premier ha tracciato, del resto, ci sono già dei punti fermi: non intende, ad esempio, segnare le riforme con la sola bandiera del federalismo. "Non ripeteremo l'errore del 2006. Il referendum solo sulle tesi leghiste era destinato alla sconfitta. Ma se puntiamo sul presidenzialismo e su un pacchetto unico e complessivo, gli italiani capiranno". Il referendum confermativo non prevede quorum e per questo la sfida del Cavaliere consiste nel persuadere elettori sul merito della "svolta". "L'Italia - ragionava ieri tornando in Italia da Parigi - è ormai pronta per il presidenzialismo. La gente vuole scegliere direttamente e io continuo a fare politica solo perché credo di poter lasciare il segno". Per di più, con un solo disegno di legge la campagna elettorale non potrà concentrarsi solo sul capitolo giustizia. Che Palazzo Chigi considera il più delicato. Sta di fatto che l'orizzonte del riforme, per Berlusconi, sta diventando sempre più lo strumento per accreditarsi con una veste nuova a fine legislatura. Un nuovo profilo per presentarsi di nuovo alle urne per candidarsi alla guida - da Palazzo Chigi o dal Quirinale - della "Terza Repubblica".

"Lasciare il segno", un refrain che ormai il Cavaliere ripete a tutti. Un risultato da conseguire nei prossimi tre anni per non rischiare "un ritorno alla Prima Repubblica". Un traguardo, però, che impone il superamento dei dubbi "lumbard" e "l'abbattimento" delle resistenze del presidente della Camera. Basti pensare a quel che dice della legge elettorale. Il modello semipresidenzialista francese va costruito senza il doppio turno perché l'attuale sistema "ha funzionato bene, ha tutelato il bipolarismo e la stabilità, ha portato in Parlamento solo cinque gruppi. Non accetterò mai che venga cambiato. Lo sappia anche Gianfranco". Il suo timore "ufficiale" è che si ritorni ad un meccanismo che favorisca "i boss locali e il malaffare". Quello "ufficioso" è fondato sulle paure che il doppio turno coalizzi tutti gli "anti-Berlusconi" mentre la Lega può correre da sola al primo turno.

Persino le richieste pervenute da Bersani rafforzano l'opzione referendaria. "Io vorrei l'accordo con la sinistra, lo vorrei tanto, ma temo che saremo costretti a fare da soli. Lavorare solo sul Senato federale e sulla riduzione dei parlamentari, come chiede il segretario Pd, equivale a non fare niente. Vedo che pure Violante sostiene questa tesi. Ma a che serve? La verità è che non hanno un leader, non hanno uno in grado di "tenere", di difendere le mediazioni come fece Togliatti nel '48. Non sapranno resistere a Di Pietro e a quel Grillo. Dovranno dirci di no e noi procederemo con il referendum".

Il percorso triennale studiato da Berlusconi terminerà dunque con la legislatura. E negli ultimi giorni, il presidente del consiglio ha ricominciato a parlare del suo "futuro" in politica con uno sguardo di lungo periodo. "Io - si è sfogato con i suoi - vorrei tanto poter fare un passo indietro. Comportarmi come con le mie aziende: ho trovato una persona di cui fidarmi come Fedele che le gestisce benissimo. Ma un Confalonieri in politica non l'ho trovato". Eppoi ha azzardato un paragone che ha lasciato tutti di stucco e ha insinuato il sospetto anche tra lo staff: "Mi dicono che nel 2013 sarei troppo vecchio, eppure io vedo quanto è attivo Napolitano. E allora perché non posso andare avanti io che sono pure più giovane?".

(10 aprile 2010)

mercoledì 24 febbraio 2010

Berlusconi pronto a rivoluzionare il Pdl


"Pentito della fusione con quelli di An"

di CLAUDIO TITO

"Mi sono pentito. Non c'è stata la fusione come la immaginavo io. Anzi, quelli di An hanno iniettato nel nostro partito il virus delle correnti. Forse si poteva studiare un'altra soluzione. Ma oramai dobbiamo fare i conti con quello che c'è". L'amarezza è quella del "fondatore". Di Silvio Berlusconi, che aveva progettato di costruire il "primo partito italiano" e di fare da levatrice ad un movimento politico di lungo periodo. Ora, però, quel "sogno" si è trasformato in un incubo. Che agita i suoi sonni in maniera tanto energica da fargli proclamare persino il "pentimento". Dopo il coinvolgimento del coordinatore Denis Verdini nell'inchiesta G8, la pentola del Pdl si è scoperchiata in un attimo. Con un tutti contro tutti che ha messo in mostra odi antichi e scontri recenti. Ha fatto nascere correnti e camarille. Basate su un solo presupposto: piazzarsi nel posto migliore in vista della "successione".

"Ma io - ha avvertito il capo del governo - non ho alcuna intenzione di mollare". Non solo. L'idea che qualcuno pensi al "dopo" lo fa letteralmente infuriare. "Sono disgustato. Così non si può andare avanti e se perdiamo le regionali , cambio tutto". E nella "rivoluzione" rientrerà anche il "triumvirato" Verdini-La Russa-Bondi. Tant'è che ieri il presidente del consiglio ha iniziato a sondare Claudio Scajola. "Faresti il coordinatore unico?". "Solo se continuo a fare il ministro", la risposta. Da qualche giorno, dunque, la sede del partito è attraversata dal fragore della lotta intestina. E i riflettori sono puntati su gli ex aennini. "Mi dicono - si è sfogato Berlusconi - che le loro correnti a livello locale stanno cannibalizzando tutto". I "finiani" addirittura stano pensando a far nascere dei "Club" nel nome del presidente della Camera. Ma non solo loro si muovono. Anche la galassia degli ex forzisti si è messa in azione. "Fratelli coltelli", è il motto più usato per descrivere il clima. E già, perché la guerra non è combattuta solo dagli uomini di Alleanza nazionale. A volte taglia trasversalmente le due componenti d'origine. Basti pensare che Verdini e Bondi sono soprannominati "parenti serpenti". Un tempo "amicissimi", adesso si odiano. Motivo? "Denis ha fatto asse con La Russa", emarginando il ministro dei Beni culturali. Oppure è sufficiente leggere le ultime intercettazioni di cui è stato protagonista ancora Verdini nell'inchiesta fiorentina. "Io - sibilava conversando nel 2008 con Riccardo Fusi spiegando le nomine ministeriali - a Scajola non glielo fò il vice... A Vito sì".

Con Verdini ce l'hanno in molti: "Non ci ha mai difeso e non è mai presente", è l'accusa che tutti i "peones" ripetono ad ogni piè sospinto. Ma un altro che nel Transatlantico di Montecitorio viene seguito con sospetto dai forzisti è il finiano Italo Bocchino. "Pensa di comandare con il gruppo dei napoletani", si sfoga un deputato piediellino del nord. Con Bocchino, anche Mara Carfagna si è fatta un bel po' di nemici. Compreso il Cavaliere che non ha gradito la sua preferenza pubblica per Fini: "Dopo il Cavaliere vedo Gianfranco", aveva detto. E il gruppo forzista se l'è legata al dito. Così, non a caso, sono usciti dal congelatore due iniziative messe in campo qualche mese fa. I "Club della libertà" di Valducci e i "Promotori della libertà" della Brambilla. "Ho avuto il via libera del presidente", spiega il forzista della prima ora. I suoi Club serviranno a "fronteggiare quelli di An che si stanno impadronendo di tutto". I "Promotori" brambilliani, invece, saranno dei "raccoglitori di voto": andranno porta a porta a convincere gli elettori, come "I comitati civici" messi in piedi da Gedda nel '48. Sta di fatto che gli esponenti di Forza Italia non riescono a organizzarsi come quelli di Alleanza nazionale. Tante "microcorrenti" che fanno riferimenti a singoli ministri o plenipotenziari: Scajola, Pisanu, Valducci. Mai in grado, però, di fronteggiare la struttura dell'ex Msi. Non a caso da Palazzo Chigi è arrivato un via libera informale: "a questo punto strutturatevi pure voi".

Le correnti, però, stanno facendo a pezzo anche i vecchi assetti. Ad esempio: i due "colonnelli" Ignazio La Russa e Altero Matteoli non si parlano più da quasi due anni. Il ministro della Difesa ha dato vita al "Correntone di Arezzo" con Gasparri e Cicchitto. Quello delle Infrastrutture preferisce restare autonomo e coltivare il rapporto solo con il premier. Non più con Fini. Tant'è che l'inquilino di Montecitorio, della vecchia squadra non si fida più. Non considera più "fedelissimi" La Russa e Matteoli e su Gasparri è andato addirittura oltre: nei giorni scorsi ha chiesto a Berlusconi di valutare la possibilità di rimuoverlo dall'incarico di capogruppo al Senato.

Anche Fini, dunque, inizia a piazzare le sue truppe. Tutti si muovono per il "dopo Berlusconi". A Palazzo Chigi, ad esempio, c'è chi imputa pure al ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, di non essersi speso nella difesa della "squadra" sulle vicenda G8-Bertolaso-Letta. Il titolare del Tesoro, del resto, si è costruito un "plotone" di fedelissimi pronti a progettare un'altra "fusione a freddo": quella con la Lega. Per giocarsi la sua partita. E nel risiko complicatissimo del Pdl, Berlusconi ha dovuto aspettare un turno per "promuovere" il "suo" Gianni Letta a vicepremier.

(24 febbraio 2010)

venerdì 27 novembre 2009

"Stavolta non mollo per un avviso"


di CLAUDIO TITO


"SE qualcuno pensa che si debba trattare su queste vicende, allora sappia che io non negozio. Né con l'opposizione, né con qualunque soggetto ritenga di potermi ricattare. Io andrò avanti comunque. In un modo o in un altro". Da giorni Silvio Berlusconi è letteralmente infuriato. È convinto di trovarsi sotto un assedio che diventa sempre più asfissiante.

Una condizione che il premier chiama a chiare lettere "accerchiamento". "È saltato l'equilibrio costituzionale dello Stato", è la versione fornita nel documento approvato dall'Ufficio di presidenza del Pdl. Sta di fatto che il capo del governo è ormai convinto di subire un attacco concentrico portato da più "nemici": dall'opposizione, da alcuni dei suoi alleati (a cominciare da Gianfranco Fini), da settori dell'imprenditoria, dai magistrati e soprattutto da quelli che negli ultimi giorni definisce "altri soggetti".

Una "battaglia" da combattere con tutte le armi: a partire dal provvedimento per il processo breve e dalla legge costituzionale per il nuovo Lodo Alfano.
Del resto, le voci che da luglio si inseguono sul suo potenziale coinvolgimento nelle inchieste di mafia sono arrivate anche a Palazzo Chigi. Tutti i suoi più stretti collaboratori lo hanno messo in guardia sulla possibilità che il capitolo giustizia si arricchisca di un'altra pagina. E così, l'altro ieri ad Arcore, le riflessioni su questo punto sono diventate via via più allarmate.

Ma l'elemento di maggiore preoccupazione riguarda proprio quegli "altri soggetti" che corrono sulla direttrice Palermo-Firenze. "Soggetti" che il presidente del consiglio, anche nelle riunioni più private, si rifiuta di specificare. Ma con i quali non intende scendere a patti: "Io non tratto con nessuno, se tratto ora poi devo farlo con tutti e su troppi piani".

Una linea che sta guidando pure i rapporti burrascosi con i partner della coalizione, con i magistrati e con l'opposizione. Non a caso, è stato proprio Berlusconi a chiedere ieri all'ufficio di presidenza del Pdl l'approvazione di un documento che mette sul banco degli imputati la magistratura ordinaria e quella "alta" della Corte costituzionale. Gli incubi di nuove implicazioni in azioni giudiziarie stanno dettando i tempi delle scelte del Cavaliere. "Se anche mi mandassero un avviso di garanzia - è sbottato con i fedelissimi prima a Villa San Martino e poi ieri a Palazzo Grazioli -. Io andrò avanti come se nulla fosse. Di certo non farò come nel '94. Stavolta non mi farò da parte".

Nella cena con i "Club del buongoverno", ha provato a sdrammatizzare con una barzelletta raccontata ("Un bambino chiede al papà siciliano: "perché Einstein è morto?" Troppo sapeva..."), eppure considera le prossime scadenze come una sorta di "battaglia all'ultimo sangue". Il processo breve e il Lodo Alfano da inserire nella Costituzione. Chiede tempi strettissimi. Il primo provvedimento - è la sua formale istanza - dovrebbe essere approvato entro il 25 gennaio.

Una data che viene considerata a Via del Plebiscito una sorta di spartiacque per il futuro delle inchieste che lo riguardano. Ma soprattutto è la data entro la quale il Cavaliere vuole sapere se la sua coalizione è in grado di sostenerlo o meno. È il limite entro il quale ha ancora forza la minaccia del voto a marzo con le regionali: "O si risolvono i problemi oppure li risolveranno gli italiani". Tant'è che i "messaggeri" del premier hanno sondato il presidente della Camera sulla possibilità di convocare l'Aula per il voto finale sul processo breve subito dopo le feste natalizie, ossia il 7 gennaio. Un pressing che prende il via dai dubbi sul comportamento del presidente della Repubblica e dello stesso Fini. "Se Napolitano non firma la legge e temo che non lo farà - ha avvertito il premier - la ripresentiamo in Parlamento così com'è. E dobbiamo votarla in una settimana. A quel punto dovrà promulgarla".

Le altre "attenzioni", Berlusconi le riserva ai partner di governo. La tensione è altissima. Non si fida di Fini e nemmeno di Tremonti. Anzi, a palazzo Chigi sono ormai convinti che ci sia un asse tra i due: il no congiunto al taglio dell'irap e alla fiducia sulla Finanziaria ha ulteriormente alimentato i dubbi. L'inquilino di Montecitorio ieri ha telefonato al presidente del consiglio prima del vertice Pdl per ammorbidire i toni: "Evita lo scontro. Non mi mettere in condizione di risponderti negativamente". Ma Berlusconi non ha raccolto il consiglio. Anzi ha ingranato la marcia per arrivare allo "show down".

"Ora - ha spiegato ai suoi - devono stare tutti dietro di me. Si deve fare il processo breve e il lodo Alfano. Chi non ci sta lo dica subito. In questo caso si va a votare". Un segnale lanciato anche verso il ministero dell'Economia. Quel "no" alla riduzione delle tasse lo ha fatto infuriare. Lunedì scorso, poi, il suo umore è diventato ancora più nero quando gli hanno riferito che molti sindaci - compresi i leghisti (ad esempio quelli di Varese e Novara) - sono pronti a scendere piazza contro l'esecutivo per i tagli ai comuni. Una manifestazione senza precedenti. Per di più il feeling mostrato da Tremonti con il centrosinistra lo innervosisce da tempo. "Se facesse l'accordo con l'opposizione - ripete da tempo il titolare del Tesoro - risolverebbe anche i suoi guai". "Ma si scordino tutti - è esploso ieri mattina Berlusconi - che io mi metta a trattare pure con la sinistra. Mi dicono che posso ottenere una tregua dialogando con la sinistra sulle riforme. Ma questa è un'emergenza e io non tratto. Con nessuno. Piuttosto, meglio andare a votare".

(27 novembre 2009)

sabato 24 ottobre 2009

"Fammi vicepremier". "No, ora basta",lite al telefono tra Berlusconi e Tremonti


di CLAUDIO TITO


"Io le dimissioni le ho presentate. Stanno sulla tua scrivania di Palazzo Chigi. Tocca a te decidere. Ma per quanto mi riguarda, un modo per arrivare al chiarimento c'è. Nominami vicepresidente del consiglio con deleghe piene". "Vicepremier? Non esiste. E poi cosa dico a quelli di An? Stai esagerando. Con te non ce la faccio più". La linea tra Roma e San Pietroburgo è rovente. Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti sono ai ferri corti.

I colloqui tra i due sono tesissimi
. A tratti scorbutico. Chi ha assistito alle due telefonate intercorse sulla direttrice Italia- Russia, le definisce drammatiche. Con un elemento che mai era emerso in passato: il deterioramento dei rapporti personali.
E a poco è servita la mediazione di Gianni Letta. Le incomprensioni restano. Il capo di Via XX Settembre vuole "un chiarimento definitivo" e ai suoi ha confidato: "Non so se la prossima settimana sarò ancora ministro". Così, la rabbia del Cavaliere è arrivata al punto di dover inventare una scusa meteorologica (la neve in Russia) pur di non partecipare al consiglio dei ministri di ieri mattina e di non incontrare "l'amico Giulio". "Se vado adesso - ha spiegato a Letta - succede il finimondo. Parleremo a freddo. Ma il Chiarimento, a questo punto, lo pretendo io". Oggi dovrebbe esserci un faccia a faccia nella villa di Arcore. Ma l'appuntamento, secondo l'inquilino di Via del Plebiscito, deve avere una condizione: avvenire senza la "scorta" leghista. Senza, insomma, la difesa di Umberto Bossi.

Le parole lanciate dalla dacia di Putin verso la Capitale, sono durissime. "Ormai - si è lasciato andare con un ministro - Giulio assomiglia sempre più a Padoa-Schioppa. Non ce la faccio più. Sembra quasi che stia remando contro. Se potessi, lo manderei via subito". Ecco, il punto di svolta. L'ipotesi di un "licenziamento" non è più esclusa. Una sacrificio da consumare sull'altare di quello che ormai viene chiamato il "Predellino fiscale". Ma quel "se potessi", fa capire che la scelta non è per niente facile. Una "voglia" mai manifestata nemmeno nei momenti più bui, quelli del 2005. Eppure qualche nome, per la successione, già circola dalle parti di Palazzo Chigi. Quello di Renato Brunetta, ad esempio. Per ammansire la Lega e separarne il destino da quello di Tremonti, un altro candidato è stato suggerito al Cavaliere: Giancarlo Giorgetti, il presidente lumbard della commissione Bilancio della Camera.

Un pressing, insomma, che ha trasformato il "chiarimento" in un passaggio "imprescindibile" per il capo dell'Economia. "Il Pdl organizza la fronda contro di me. Molti ministri tramano alle mie spalle. E soprattutto si prospetta una politica economica ben diversa da quella sostenuta in questi mesi. Diversa da quella "sostenibile"". Il riferimento è all'intenzione di tagliare l'Irap. Prima annunciato dal ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, e poi confermato dal sottosegretario Letta. Un intervento non concordato. Tant'è che ieri arrivavano i report delle agenzie di rating con un comune denominatore: giudizio negativo sul taglio delle tasse. Non è un caso che per rasserenarlo, Letta - davanti alla Conferenza Stato-Regioni - abbia definito "impossibile" la soppressione di quell'imposta.

La mediazione del sottosegretario, però, è un'iniziativa autonoma. Per il Cavaliere, invece, non è affatto "impossibile". Non solo. Il premier si è fatto scappare un progetto che ha letteralmente terrorizzato l'Economia: la riduzione dell'Irpef. L'imposta sulle persone fisiche. E già, perché Berlusconi si sente in un angolo. In vista delle regionali - che considera un voto sull'esecutivo - spinge per una sorta di "Predellino fiscale". Una svolta maturata dopo le elezioni in Germania. Quando il Cancelliere Merkel, una volta formata l'alleanza con i liberali, ha annunciato il taglio delle aliquote. Da sempre, del resto, il Cavaliere vagheggia una sistema con due solo aliquote: al 23% e al 33%.

Il titolare del Tesoro, allora, si sente sempre più isolato. Con tanti ministri del Pdl infastiditi dall'atteggiamento del "collega", con Gianfranco Fini irritato per la scarsa propensione a alimentare i consumi, con la Confindustria decisa a sostenere le proprie ragioni "fiscali" e con il mondo delle banche pronto al regolamento dei conti. La mossa di ieri, poi, di mettere sul tavolo delle Regioni ben 3 miliardi per la spesa sanitaria ha colto di sorpresa un po' tutto l'esecutivo. "Fino a ieri non c'era una lira - si lamenta un ministro Pdl - e ora spuntano tre miliardi. Non è che c'è un tesoretto nascosto che Giulio vuole usare per il futuro? Per il suo futuro politico?". Un dubbio che avvolge pure Berlusconi: "Se qualcuno pensa di farmi fuori, la risposta saranno le elezioni anticipate". Forse il vero obiettivo del premier.

(24 ottobre 2009)

venerdì 9 ottobre 2009

Il Colle esige il chiarimento: basta strappi


di CLAUDIO TITO


"Bisogna mettere un punto fermo". La tensione è altissima. Il rischio di uno conflitto istituzionale senza precedenti aleggia sul Quirinale e su Palazzo Chigi. Le bordate sparate l'altro ieri da Silvio Berlusconi contro il presidente della Repubblica hanno provocato una vera e propria crisi nei rapporti tra le massime cariche dello Stato. Napolitano è preoccupatissimo. Soprattutto non accetta che sia messa in dubbio la sua "correttezza" costituzionale. Nell'altra "palazzo", quello di via del Plebiscito, i toni sono ancor più aspri. La parola "complotto" viene ripetuta ossessivamente. E il Cavaliere pone un interrogativo ai suoi fedelissimi: "Perché, se abbiamo la maggioranza nel Paese, alcune istituzioni sono in mano all'opposizione?".

Il clima è pesantissimo. I canali di comunicazione tra Quirinale e governo sono praticamente interrotti. Di buon mattino, allora, Napolitano chiama prima il presidente della Camera, Gianfranco Fini, e poi quello del Senato, Renato Schifani. Li convoca al Quirinale per un vertice straordinario. Obiettivo: dare atto che la più alta magistratura dello Stato ha agito nel "pieno rispetto" delle prerogative costituzionali. E poi tessere una "rete" di sicurezza che salvaguardi l'equilibrio tra le istituzioni. Il presidente della Repubblica, insomma, chiede un pronunciamento pubblico. Un "chiarimento" definitivo.

L'allarme scatta anche a Montecitorio. Le uscite di Berlusconi non sono piaciute a Fini. "Non si può attaccare il capo dello Stato in questo modo", si lamenta con gli "ambasciatori" del Cavaliere: "Silvio proprio non lo capisco. Ma come si fa a sparare in quel modo? Deve capire che non può attaccare così il presidente della Repubblica. Cosa ha in mente?". È d'accordo con Napolitano. Ma è Schifani a sollevare dubbi.

L'incontro sul Colle si trasforma in una trattativa difficilissima. Le posizioni tra i tre, in un primo momento, non sono convergenti. Del resto, proprio mentre i presidenti dei due rami del Parlamento salgano al Quirinale, Berlusconi continua a sparare alzo zero verso il Colle. È furibondo e anche davanti alla "colomba" Gianni Letta non riesce a trattenersi. "Anche io pretendo rispetto". E soprattutto butta là una domanda che lascia di stucco i suoi interlocutori: "Io sono eletto dal popolo. La maggioranza del paese è con noi, ma alcune della massime cariche dello Stato sono dall'altra parte. È possibile andare avanti così?". Il riferimento è chiaro: il Quirinale, la Consulta, il Csm.

Il vertice tra Napolitano, Fini e Schifani, dura oltre un'ora
. In passato, i medesimi summit erano iniziati e finiti con una intesa totale. Così fu nel novembre del '93 quando Scalfaro convocò lo stesso Napolitano e Giovanni Spadolini per poi pronunciare il famoso "non ci stò" in seguito all'inchiesta sui fondi Sisde. E così fu anche nel 2002 quando Ciampi consultò Casini e Pera sulla crisi che si era aperta al vertice della Rai. Stavolta la seconda carica dello Stato presenta, in partenza, i suoi appunti.

A quel punto il presidente della Repubblica ripercorre punto per punto la vicenda. Rammenta che tutto nasce con il cosiddetto provvedimento "blocca processi" ideato dall'esecutivo. Ricorda l'intervento svolto a Torino nell'aprile scorso in riferimento ai "limiti che non possono essere ignorati nemmeno in forza dell'investitura popolare, diretta o indiretta, di chi governa". Soprattutto chiede di intervenire per far "ragionare" il capo del governo. Fini si schiera al suo fianco. Il presidente del Senato prende tempo. Non vorrebbe un comunicato congiunto. E comunque chiede di apportare dei correttivi. Si impunta sulla necessità di inserire un passaggio pure sul "risultato delle elezioni". Il confronto prosegue. Il presidente della Repubblica deve lasciare la riunione per un appuntamento non procrastinabile, cui prende parte pure Papa Benedetto XVI. Fini e Schifani restano al Quirinale per altri venti minuti a limare il testo e l'accordo viene trovato solo esplicitando il valore della "volontà del corpo elettorale".

La tregua alla fine viene siglata. Ma la pace è ancora lontana. In gran segreto, infatti, Schifani, lasciato il Quirinale, va a palazzo Grazioli. Spiega tutto a Berlusconi. Il Cavaliere si infuria ancora di più. Le sue sono parole di fuoco contro il presidente della Repubblica. "Sono io a pretendere rispetto - sbotta -. Forse ieri avrò pure esagerato ma è chiaro che c'è un complotto contro di me". Nell'ufficio di presidenza del Pdl molti evocano le elezioni anticipate. Il Cavaliere non li smentisce. Ma il suo "chiarimento", a questo punto, riguarda gli equilibri nelle più alte cariche dello Stato.

(9 ottobre 2009)

venerdì 4 settembre 2009

Milan, la tentazione di Berlusconi


CLAUDIO TITO


IL MILAN? Non è più un "asset strategico". Nella galassia imprenditoriale di Silvio Berlusconi, è un pianeta che "si può perdere". Non rientra nei piani aziendali a lunga scadenza. Insomma, i rossoneri sono "vendibili". O meglio, la tentazione del Cavaliere è quella di metterli già "in vendita".

Silvio Berlusconi ha resistito fino all'ultimo. Ha cercato di trattenersi dinanzi ai "numeri" del bilancio e al pressing della "famiglia". Ma alla fine ha accettato di imboccare la strada indicata da tempo dai suoi due figli maggiori, Marina e Piersilvio. Di preparare un "piano" per uscire dal calcio. La svolta è maturata questa estate. Il mercato in difficoltà, i risultati sportivi non più in linea con quelli del passato, i litigi domestici sull'eredità. E soprattutto gli effetti del campionato sui sondaggi di popolarità e sulle elezioni. "La vicenda Kakà - ha ricordato lo stesso presidente del Consiglio - mi ha fatto perdere almeno 2 punti nell'ultima tornata europea". Tutti fattori che lo hanno convinto ad accettare il "sacrificio". Al punto di avviare personalmente le prime trattative per la cessione.

Un percorso che sicuramente non sarà breve. L'Ac Milan costa tanto. Secondo le prime valutazioni, il valore si attesta tra i 600 e gli 800 milioni di euro. Non sarà quindi facile individuare un acquirente. Tant'è che la "grana" se l'è assunta direttamente Berlusconi effettuando qualche sondaggio. Domenica scorsa, il giorno dopo la sonora sconfitta subita nel derby, il capo del governo è volato a Tripoli per incontrare il leader libico Gheddafi. Un vertice istituzionale, certo. Nel corso del quale, però, il capitolo "affari" è stato preponderante. Il business petrolifero, quello infrastrutturale, quello delle tlc sono ormai da tempo al centro dei contatti tra Italia e Libia. Il Cavaliere ha inserito anche il dossier Milan provando a saggiare la disponibilità di uno dei fondi sovrani libici: il Central Bank of Lybia, il Lybian Investiment Authority o il Lybian Foreign Bank. Da tempo, del resto, questi soggetti sono attratti dal nostro calcio.

In passato è accaduto con la Juve, di recente hanno chiesto informazioni sulla Roma. E adesso Berlusconi li ha consultati sulla sua squadra. Per non turbare gli assetti societari e familiari, il capo del governo immagina una vendita "a tappe", senza strappi improvvisi. Con un primo ingresso in quota minoritaria. In ogni caso l'iter non deve condizionare le prossime scadenze politiche. Dei contatti libici ancora non si conoscono gli esiti, dimostrano però la ricerca di una nuova frontiera per il Diavolo.
La questione, dunque, è ufficialmente sul tavolo di Berlusconi. Anche perché il "mondo-Milan" non rappresenta più solo un "giocattolo sportivo". Sempre più interseca gli interessi politici e soprattutto quelli imprenditoriali e "familiari" del gruppo Fininvest-Mediaset.

Argomenti che il premier ha sollevato pure nella cena piuttosto mesta con Adriano Galliani organizzata in un noto ristorante di Milano dopo la partita di sabato scorso. E lo stesso amministratore delegato del Milan da tempo ha messo nel conto la "necessità" di vendere. In diverse occasioni, infatti, - in colloqui informali con esponenti del mondo politico e imprenditoriale - proprio Galliani si è sbilanciato sulle prospettive della sua società sportiva: "Il Milan - è stato il ragionamento esposto nelle ultime settimane - lo teniamo solo se resta competitivo a livello europeo. Ma per questo bisogna investire tanto. Il punto, però, è che ormai non so se sia possibile colmare in tempi brevi il gap con squadre come Manchester United, Real Madrid o Barcellona". Il Cavaliere si è sempre appoggiato sull'immensa turbina milanista che macinava consenso e alimentava un'immagine vincente. Con le sconfitte, però, l'effetto diventa opposto. E secondo l'inquilino di Palazzo Grazioli, le prime conseguenze si sono avvertite a giugno scorso. Alle Europee e nei sondaggi di popolarità.

Non solo. Lo stesso "numero due" milanista si è dovuto scontrare con la fermezza dei primogeniti del Cavaliere, Marina e Piersilvio. Poco interessati al calcio e soprattutto non più disponibili a ripianare i passivi del Milan. "Abbiamo dato già troppo", è il loro leit motiv riferito pure alle consistenti esposizioni bancarie. Tant'è che negli ultimi anni, alcune scelte di mercato sono state dettate proprio da "ragioni" di bilancio. Gli acquisti di calciatori come Ronaldo, Ronaldinho, Beckham rispondevano più alle logiche del merchandising che a quelle del calcio. Incrementare il valore del brand rossonero per ravvivare le casse di Milanello ed evitare esborsi eccessivi da parte di Fininvest. Seguendo un po' il modello spagnolo dei "Galacticos" di qualche anno fa. Con una differenza: il Real Madrid può contare sullo stadio di proprietà.

Appunto lo stadio. A Via Turati fino a qualche mese stavano lavorando per il nuovo impianto. Prevedendo una spesa di oltre 300 milioni di euro. Un investimento considerato prioritario e per il quale erano già state attivate le reti di finanziamento. Ma da questa estate l'intera procedura è stata bloccata. Su preciso input dello stesso Galliani. Il quale ha fatto sapere - persino agli uomini del comune incaricati di seguire la pratica - che per il momento ogni passo può essere sospeso. Un'indicazione coerente solo con la scelta di "vendere". "Per fare certe cose - si è lamentato con molti - dovremmo essere in Premier League". Eppure, in Italia altre squadre sono impegnate nello stadio di proprietà: la Juventus in primo luogo, ma anche team meno blasonati come Parma e Como.

La vera spinta ad accettare l'idea della cessione, però, è venuta dalla famiglia. La "fermezza" della prole berlusconiana risponde non solo all'esigenza di razionalizzare il core business del gruppo. Ma anche al desiderio di fare chiarezza sull'eredità dell'"impero". Visto che oltre a Marina e Piersilvio, pure Luigi, Barbara e Eleonora non hanno mai manifestato una particolare predisposizione per i rossoneri. Nessuno, insomma, sembra poi tanto interessato alle gesta di Pato, Gattuso e Pirlo.

4 settembre 2009

mercoledì 5 agosto 2009

Il piano segreto del governo. "Tutta la Rai via da Murdoch"


di CLAUDIO TITO


La Tv pubblica non solo è uscita dalla piattaforma di Rupert Murdoch con i suoi canali satellitari, ma presto potrebbe oscurare anche le cosiddette reti "free": RaiUno, RaiDue e RaiTre. Una scelta che assesterebbe un ultimo e potentissimo colpo all'emittente del tycoon australiano. Ma soprattutto supererebbe le prescrizioni dell'attuale Contratto di servizio sottoscritto appunto dalla Rai e dal ministero delle Comunicazioni. Un ostacolo non da poco. Che però il governo sta provando a bypassare.

Un'operazione allo studio non solo ai piani alti di Viale Mazzini. Ma anche dalle parti di Palazzo Chigi. O meglio, negli uffici del dicastero delle Attività produttive. E già, perché per cancellare la Rai dai canali 101, 102 e 103 di Sky è indispensabile modificare proprio il Contratto di servizio siglato nel 2007 dal governo Prodi. In quel documento, all'articolo 26, si prevede che i canali analogici del servizio pubblico debbano essere presenti "sulle diverse piattaforme distributive". Quindi, tutte le piattaforme. Quelle satellitari e quelle del digitale terrestre. Uno stratagemma per raggiungere tutto il territorio nazionale, anche quello non coperto dalle più classiche antenne televisive.

Ma guarda caso, il Contratto di servizio scade il 31 dicembre 2009. E andrà rinnovato. Una competenza esclusiva dell'esecutivo. Tra le ipotesi sul tavolo del viceministro, Paolo Romani, allora c'è proprio quella di modificare l'articolo 26. Come? Stabilendo che i canali analogici della Rai siano presenti su "almeno una" delle piattaforme. E l'alternativa è già pronta: la neonata Tivusat, frutto dell'intesa Rai-Mediaset. Una modifica necessaria anche per la recente interpretazione data dal presidente dell'authority per le Tlc, Corrado Calabrò, secondo il quale Viale Mazzini "must offer", ossia deve offrire le sue reti a tutte piattaforme. Non solo, in una recente audizione in commissione di Vigilanza, lo stesso Calabrò aveva sottolineato che è compito dell'Autorità interpretare i limiti e gli ambiti del Contratto di servizio.

La scelta del governo, dunque, punta proprio a dribblare anche i paletti dell'Agcom. Modificando il "Contratto", nessuno potrà opporsi al definitivo addio di Rai a Sky. E per l'emittente satellitare diventerà obbligatorio rivedere l'intero bouquet. L'ennesimo schiaffo da parte del governo Berlusconi in pochi mesi: prima l'aumento dell'Iva al 20% e ora l'affondo sulla piattaforma satellitare. Nel frattempo la guerra dei nervi con la Newscorp andrà avanti. Fino al 31 dicembre le ore "criptate" della tv pubblica aumenteranno sempre più sfruttando fino in fondo la regola che prevede la trasmissione solo nazionale (le parabole invece captano il segnale in tutta Europa) dei programmi per i quali Viale Mazzini ha i "diritti domestici": film di prima visione televisiva e partite di calcio.

Una situazione che è balzata agli occhi del Presidente della Repubblica Napolitano preoccupato anche del destino di 120 lavoratori Rai impegnati nei canali satellitari. Senza contare che l'addio a Sky costerà quest'anno alla tv pubblica circa 57 milioni di euro.

Una contrazione delle entrate che nell'ultimo budget stilato da Viale Mazzini è stato dimenticato.
Non solo. La guerra è condotta per ora solo dalla Rai. Mediaset al momento non sembra avere intenzione di "scendere" dal satellite. Cripta solo alcune trasmissioni, come i match delle squadre i cui diritti sono stati acquisiti da Mediaset. Non "scende" completamente, pur non avendo i vincoli del Contratto di servizio, perché non è "conveniente" dal punto di vista economico: i punti di auditel in più dati dalle parabole si riversano direttamente sulla raccolta pubblicitaria. La successiva sfida, però, si disputerà su altro terreno: quello dei diritti Sky sui film della berlusconiana Medusa.

(5 agosto 2009)

giovedì 23 luglio 2009

Il Cavaliere teme i sondaggi. "Ora mi serve la pace sociale"


di CLAUDIO TITO


"Una nuova legittimazione". Un piano per provare a far dimenticare gli scandali di questi tre mesi e costruire una "pace sociale" in grado di sostenere le difficoltà del prossimo "autunno caldo". I sondaggi non sono più brillanti come all'inizio dell'anno. La speranza di presentarsi come "il presidente di tutta l'Italia" si è allontanata. Le spine dell'esecutivo crescono e rischiano di moltiplicarsi da settembre in poi. Silvio Berlusconi, allora, tenta la "mossa del cavallo"(Camilleri docet, n.d.r.). Cambiare strategia per impostare una "fase nuova" del suo governo e per rivitalizzare il rapporto con gli elettori. Evitando lo scontro diretto con l'opposizione e avviando un "rinnovato dialogo" con le parti sociali. Compresa la Cgil di Guglielmo Epifani.

Il Cavaliere, insomma, è convinto che le ultime vicende "non avranno alcun effetto sulla durata dell'esecutivo". Il suo timore, semmai, è che possano condizionarne i risultati. Ha paura della paralisi. E in più che si incrini definitivamente il feeling con gli italiani. Il caso Noemi, gli scatti osè di Villa Certosa, adesso le registrazioni di Patrizia D'Addario, infatti, stanno pesando sul suo indice di popolarità. I sondaggi segnano un flessione per quanto riguarda la fiducia nel premier. Ma la sua preoccupazione, appunto, è un'altra. Che la luna di miele sia definitivamente tramontata e che il clima di "scontro" possa congelare ogni scelta di "lungo periodo" della sua maggioranza. Tant'è che negli ultimi giorni, ha iniziato a discutere con i suoi fedelissimi, sulla strategia da studiare per la ripresa dopo la pausa estiva.

"Resto convinto che questa vicenda della D'Addario non cambierà la situazione rispetto a noi. Non c'è la possibilità che l'asse nazionale si sposti a sinistra. Il Paese - è il suo ragionamento - ha già digerito tutto".
Il problema però è il "feeling" con gli italiani. "Dobbiamo ricostruire la sintonia", dice.

"Indispensabile" per affrontare il prossimo "autunno caldo" e compiere scelte capaci di dar vita a "riforme strutturali". A partire da quella previdenziale e della sanità. E già, perché gli studi che girano sulle scrivanie di Palazzo Chigi e del ministero del Tesoro non lasciano molte speranze su quel che accadrà alla nostra economia da settembre in poi. Aziende costrette a chiudere i battenti soprattutto nei distretti settentrionali, il pil ulteriormente in discesa. In più proprio tra qualche mese scatteranno le vertenze per il rinnovo di importanti contratti come quello del pubblico impiego. Una situazione esplosiva che, anche per il presidente dl consiglio, potrebbe imporre decisioni "drastiche" ma "condivise". Non solo con la Lega.

Non a caso negli ultimi giorni il capo del governo ha incaricato "ambasciatori" e ministri di ricucire il dialogo con "tutte" le parti sociali. Ieri ha chiamato a Palazzo Grazioli Emma Marcegaglia, il presidente di Confindustria. Di recente Gianni Letta ha sentito i segretari di Cisl e Uil, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti. E soprattutto la scorsa settimana Giulio Tremonti è corso all'Assemblea di programma della Cgil proponendo di "fare insieme l'ultimo miglio". Il tutto, appunto, per scommettere su una nuova "pace sociale" che generi una "nuova legittimazione" e faccia dimenticare gli scandali.

Proprio in questa ottica Berlusconi ha dato ordine di chiudere senza scossoni l'ultima partita di nomine nelle società controllate dallo Stato. Senza rivoluzioni. Nel braccio di ferro che ha visto sfidarsi Letta e Tremonti, allora, ha decisamente avuto la meglio il primo. Risultato: solo conferme. All'Anas è rimasto Pietro Ciucci, alle Poste Massimo Sarmi (che rischiava di chiudere anticipatamente il suo mandato), a Fincantieri ci sarà ancora Giuseppe Bono, a Fintecna Maurizio Prato. Per non parlare del caso Eni-Porto Torres per il quale il Cavaliere ha chiesto ai vertici del "cane a sei zampe" di trovare l'accordo con "tutti" i sindacati.

Non solo. Secondo il premier, è indispensabile un ragionamento analogo anche per i rapporti con l'opposizione. "Non penso alla possibilità di "grandi intese" sulle riforme istituzionali", puntualizza a ogni piè sospinto. Eppure, Berlusconi si è convinto che un clima "più disteso" possa servire sia al centrodestra, sia al centrosinistra. "Loro - dice - possono avere la possibilità di tenere il loro congresso serenamente". In cambio il governo - tra settembre e ottobre - potrebbe esaminare "altrettanto serenamente" il disegno di legge sulle intercettazioni e affrontare "con fiducia" il giudizio della Corte costituzionale sul Lodo Alfano. Un patto "informale" che vorrebbe sottoporre presto alla valutazione del Quirinale.

"Per il resto - sono i ragionamenti svolti nelle ultime ore con lo staff - dobbiamo puntare su azioni di governo concrete, come la ricostruzione in Abruzzo. E poi comunicare meglio quello che facciamo". In attesa di verificare se davvero potrà siglare la "pace sociale".

(23 luglio 2009)

mercoledì 10 giugno 2009

"Subito un vertice per rifare l'agenda"


di CLAUDIO TITO


Qualcuno la chiama "fase due". Qualcun altro parla di "rilancio". O di messa a punto dei tempi di attuazione del programma di governo. Sta di fatto che Silvio Berlusconi convocherà dopo i ballottaggi e il referendum del 21 giugno un seminario a porte chiuse con ministri e capigruppo, leader di partito e "maggiorenti", per ridisegnare le priorità della maggioranza.

La sede è ancora da stabilire, l'obiettivo invece è già definito: rilanciare l'azione dell'esecutivo. Fare fronte allo stop subito alle europee e iniettare altra linfa alla coalizione litigiosa. Mettendo in primo piano le riforme istituzionali. "Dobbiamo dare nuove scadenze e un nuovo impulso all'alleanza", è l'annuncio ai leader del centrodestra. Ne ha parlato in primo luogo lunedì sera al summit di Arcore con Umberto Bossi e con lo stato maggiore leghista. Con loro ha concordato tutto. E poi lo ha fatto sapere anche al presidente della Camera, Gianfranco Fini. Che, infatti, ha rinviato proprio a quell'appuntamento il "regolamento dei conti" interni.

Del resto, i rapporti nella maggioranza dopo la tornata di domenica e lo strappo berlusconiano sui quesiti referendari, non sono più tanto sereni. Anche Romano Prodi provò a ricompattare l'Unione nel 2007 con un mega-vertice a Caserta. Come allora anche il Cavaliere vuole rimettere le cose a posto convocando il "conclave" del centrodestra. Ma rifiuta il confronto con il Professore: "Noi in questo anno abbiamo comunque fatto tante cose positive, dobbiamo solo dare un ordine ai nostri impegni. La nostra è una squadra compatta".

La sua idea è quella di scrivere un nuovo "calendario" del programma di governo. In cui ogni partner potrà inserire le proprie emergenze. Per l'inquilino di Palazzo Chigi, allora, questa potrebbe essere l'occasione per puntare sulle riforme istituzionali, se necessario senza il contributo dell'opposizione. Un passaggio concordato proprio con il Carroccio. "È l'unica piattaforma - è il ragionamento esposto nelle ultime ore - che può permetterci di porre il governo al di sopra delle diatribe quotidiane". In questa ottica è stato apprezzato pure il discorso pronunciato ieri al Csm dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

Una procedura che il Senatur ha già avallato. Sicuro che nella nuova cronologia programmatica potrà vedere la realizzazione concreta dei suoi "issue". I decreti attuativi del federalismo fiscale già all'esame del ministro dell'Economia Tremonti. E poi il Codice delle Autonomie cui sta lavorando da tempo il ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli. Il tutto, sono le intenzioni del premier, per marcare il profilo riformatore del governo e affrontare le regionali del 2010 con meno apprensione.

E in più ridimensionare le fibrillazioni in atto nel centrodestra. Già, perché la defaillance delle europee e l'archiviazione del referendum ha acuito le distanze con Gianfranco Fini e gli uomini di Alleanza nazionale. L'uomo di Montecitorio è a dir poco infuriato con Berlusconi. "Fare quel comunicato proprio dopo la cena con i leghisti - si è sfogato con i suoi - è davvero troppo". Lo considera un affronto. Come dice Mario Landolfi, "le decisioni si prendono negli organi collegiali del partito. E non a Arcore". Il presidente della Camera, referendario della prima ora, ha mal digerito l'archiviazione dei quesiti referendari. "I conti - ha avvertito - li faremo dopo i ballottaggi". Magari proprio in occasione del Seminario di coalizione.

Ma anche a Via del Plebiscito non sono piaciute le reazioni di An. Berlusconi mal sopporta le esternazioni "troppo autonome" di Fini: "anche stavolta ha fatto di tutto per prendere le distanze". Non solo. Il Cavaliere ha accettato le richieste leghiste senza controbattere dopo aver letto i dati del suo partito e aver sottolineato le "incapacità" del Pdl a raccogliere voti "senza di me". Il 35,2%, inoltre, da solo non gli garantirebbe la vittoria. "Eppoi - ha spiegato al titolare delle Riforme - io ho detto che avrei votato al referendum perché i giornalisti mi hanno fatto una domanda. Però avrei preferito non ritrovarmi in mezzo questi quesiti. Non ho raccolto le firme, non ho fatto niente per arrivare a questa consultazione. E continuerò a comportarmi così". Eppure il comunicato diramato ieri pomeriggio è stato richiesto esplicitamente da Bossi. Il Senatur, durante la cena di Villa San Martino, ha subito messo in chiaro che avrebbe sostenuto i candidati del Pdl nei ballottaggi. Ma ad una condizione: "nessun apparentamento con i democristiani". Ossia con l'Udc. Tant'è che i centristi con ogni probabilità non verranno consultati per le amministrazioni del nord impegnate nel secondo turno. "Silvio - si è quasi rassegnato Casini - è succube della Lega".

(10 giugno 2009)

martedì 26 maggio 2009

Veronica: "Il problema non è quella ragazza"


di CLAUDIO TITO


ROMA - "Niente e nessuno mi farà tornare indietro". L'ultima puntata della saga "Noemi-Silvio" ha di nuovo lasciato il segno in casa Berlusconi. Sia sul versante del premier, sia su quello di Veronica. Così, mentre il Cavaliere è furibondo e se la prende pure con le donne del Pdl che "non mi difendono", la signora Lario è rimasta esterrefatta dopo aver letto l'intervista all'ex fidanzato di Noemi. Da circa un mese non parla con il marito. I rapporti si sono azzerati. E, ancora ieri, ha confermato i suoi propositi: "Niente e nessuno mi farà tornare indietro".

Per stemperare il nervosismo, ha visitato la mostra di Monet in corso a Palazzo Reale a Milano. Il pressing degli "amici", la tensione in famiglia e i "suggerimenti disinteressati" sono le tappe di tutte le giornate da un mese a questa parte. "Non accetto i consigli di Emilio Fede", si è sfogata con un'amica. Il divorzio insomma resta il suo obiettivo. E non la famiglia Letizia. Che tiene lontana dalla crisi matrimoniale. "Non ho mai voluto accusare Noemi e la sua famiglia - si è lasciata andare con l'amica che la accompagnava -. Questo non è il "caso Noemi"". Un modo, forse, per ribadire che la questione riguarda solo il presidente del consiglio. Tanto da citare anche le osservazioni di Dario Fo: "Questi sono i comportamenti di un uomo pubblico che è a capo del governo".

Tra Macherio e Arcore, dunque, il filo della comunicazione sembra inesorabilmente interrotto. Ieri Berlusconi è rimasto chiuso a Villa San Martino. È infuriato. La "querelle Casoria" lo sta davvero disturbando. Con Gianni Letta e Nicolò Ghedini sta studiando le contromosse. "Dobbiamo ribaltare la situazione", è il suo refrain. Si sente "sotto assedio". Un "accerchiamento" di cui scarica la responsabilità anche sugli alleati. A cominciare dalle donne del Pdl.

Le "ministre", in particolare. Che dal 28 aprile, da quando cioè Veronica ha rilasciato la dichiarazione all'Ansa sul "ciarpame politico", non hanno speso una parola in sua difesa. Il suo dito indice è puntato contro Stefania Prestigiacomo che il 4 maggio scorso si è limitata solo a sottolineare che "lui ha bisogno della famiglia. Spero che non si separino, per Berlusconi la famiglia è un grande rifugio". Ce l'ha con Mara Carfagna che ha evitato con cura qualsiasi presa di posizione. Ma pure con Michela Vittoria Brambilla, promossa di recente ministro, e con Giorgia Meloni. Quest'ultima, consultata sull'argomento, ha sempre cercato di dribblare: "non tiratemi in questa vicenda".

Le uniche voci in difesa del premier sono state quelle di Daniela Santanché ("Veronica ha fatto un danno agli italiani") e di due parlamentari "semplici": Beatrice Lorenzin ("il Pd ha inaugurato la quarta via: il gossip casereccio") e Barbara Saltarmartini ("la sinistra utilizza le donne, infangandole e attaccandole, per colpire il presidente Berlusconi").

Il premier dunque si sente "isolato", "lasciato solo" da molti dei partner di maggioranza. Sta studiando una via d'uscita. Prima delle elezioni proverà a sminare il terreno. Con una controffensiva mediatica. Le parole di Elio Letizia sono state solo la prima mossa. Non è escluso che nei prossimi giorni possa intervenire anche l'amica di Noemi, Roberta. Così come a Via del Plebiscito è stata presa in considerazione la possibilità di un "messaggio" tv alla nazione e di una lettera "elettorale" agli italiani. Sta di fatto che i collaboratori più stretti del Cavaliere stanno vagliando le diverse opzioni. E si rincorrono anche tante voci incontrollate sulle origini del legame tra Berlusconi e la famiglia Letizia. Alcuni dei fedelissimi del presidente del consiglio, ad esempio, addirittura accennano ad una antica amicizia tra il Cavaliere e la nonna di Noemi. Nata quando il futuro premier ancora intratteneva gli ospiti sulle navi da crociera.

In vista del voto del 7 giugno, intanto, l'inquilino di Palazzo Chigi cerca di stringere i bulloni della coalizione. Giovedì prossimo, ad esempio, incontrerà a pranzo Gianfranco Fini. Per rasserenare il clima, Gianni Letta ieri ha parlato a lungo con il presidente della Camera e con il capo dello Stato. Ma a Palazzo Chigi l'allarme è ancora rosso.

(26 maggio 2009)