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martedì 5 luglio 2011

Cattivi Pensieri

E pensare che il presidente dell'Associazione nazionale magistrati aveva salutato con favore il testo della manovra economica nella parte riguardante la giustizia perché, diceva, «non contiene norme ad personam». Quasi fosse un'insperata novità. Ma ecco che nel decreto approvato dal governo e inviato al Quirinale per la firma, alle ultime tre righe dell'ultimo comma del terz'ultimo articolo - seminascosto in un malloppo di oltre cento pagine - compare una postilla che inevitabilmente rientra in quell'ormai logora definizione di cui pure le persone più a digiuno di leggi e questioni giudiziarie hanno imparato il significato: norma ad personam, appunto, cioè disegnata per risolvere o favorire la soluzione dei problemi giudiziari del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Una costante che si ripete da dieci anni.

Stavolta la vicenda riguarda il contenzioso civile per la vicenda Mondadori, tra il premier e l'ingegner Carlo De Benedetti. Dopo che nel processo penale è divenuta definitiva la condanna del giudice corrotto che nel lontano 1991 sancì il passaggio della casa editrice alla Fininvest di Berlusconi, è cominciata la causa per il risarcimento chiesto da De Benedetti; e nel 2009 il giudice Raimondo Mesiano ha stabilito, in primo grado, che la Fininvest del Cavaliere deve versare alla Cir dell'Ingegnere la cifra record di 750 milioni di euro. Nel processo d'appello una perizia ha ridotto il valore del presunto danno tra 440 e 490 milioni. Comunque una bella somma. La sentenza è attesa a giorni.

Alla luce di questa situazione, le tre righe introdotte nel decreto legge contenente «disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria» assumono un significato fin troppo chiaro: la sospensione dell'esecuzione della sentenza, che secondo il codice vigente il giudice può stabilire in particolari situazioni, «è concessa in ogni caso per condanne di ammontare superiore a venti milioni di euro». Come quella della causa Mondadori e presumibilmente non molte altre.

Introdotta alla vigilia del verdetto d'appello, è difficile immaginare la ragione di una siffatta riforma diversa dall'esigenza di allontanare gli effetti (e soprattutto i costi per il capo del governo) di una possibile condanna della Fininvest. Paventata pochi giorni fa da un preoccupato Berlusconi, che agli ex compagni di scuola radunati per un funerale confidava: «Dove li trovo tanti soldi?». Se la nuova norma dovesse entrare in vigore, il ricorso in Cassazione gli concederebbe qualche altro anno di tempo: per rinviare il pagamento basterà «prestare idonea cauzione». Poi si vedrà.

Il paradosso è che l'articolo in cui è stata infilata l'ennesima norma ad personam s'intitola «Disposizioni per l'efficienza del sistema giudiziario e la celere definizione delle controversie». L'esecutività delle sentenze d'appello serve proprio a sveltire i tempi dei contenziosi, in modo da soddisfare più in fretta chi vince e scoraggiare ricorsi temerari o dilatori di chi perde. Il codicillo va nella direzione opposta. Nonostante il titolo. Ma evidentemente c'era un'urgenza più impellente da soddisfare.

Giovanni Bianconi
05 luglio 2011

domenica 25 luglio 2010

Troppi segreti poche verità


Fra le molte novità introdotte nel 2007 dalla riforma dei servizi segreti, c’è la temporaneità del segreto di Stato: quindici anni più, eventualmente, altri quindici. Trenta al massimo, è stato stabilito. Ma ora una commissione governativa incaricata di studiare modifiche e migliorie suggerisce la possibilità di reiterare, dopo quella scadenza, la classificazione dei documenti da parte degli stessi servizi di sicurezza, secondo i loro canoni: segreto, segretissimo, riservato, riservatissimo. Che hanno altre regole e nuove decorrenze.

Non più segreto di Stato deciso dall’autorità politica, quindi, ma reintroduzione di un segreto di fatto; non opponibile al magistrato, ma a tutti gli altri sì. Se questa proposta verrà accolta, il messaggio lanciato dalla tanto attesa riforma sul segreto finalmente a tempo—nel Paese che ha una solida e sfortunata tradizione in materia di spionaggio deviato e trame oscure—finirà per diventare l’ennesima promessa non mantenuta. Un modo per far sospettare che si sia trovato l’inganno, dopo aver fatto la legge. Sappiamo che tecnicamente la materia è complessa, e che ci possono essere legittime ragioni per non divulgare un atto non più coperto dal massimo grado di riservatezza deciso dall’autorità politica. Tuttavia, com’è emerso nel dibattito avviato in seno al comitato parlamentare per la sicurezza, quello giunto dalla commissione governativa non sembra un segnale nella direzione della trasparenza. È invece proprio di trasparenza che avremmo bisogno. Anche in materia di segreti, per quanto paradossale possa sembrare. Il prossimo 2 agosto si celebrerà il trentesimo anniversario della strage alla stazione di Bologna (85 morti e 200 feriti), che arriva a un mese dal trentennale della strage di Ustica (81 persone abbattute mentre volavano a bordo di un Dc9); fatti sui quali la verità giudiziaria è molto parziale, oppure non c’è. Lì i segreti di Stato non c’entrano, almeno ufficialmente.

Però c’entrano i depistaggi e le bugie, la scarsa collaborazione di alcuni apparati alle indagini, insomma tutto l’armamentario divenuto abituale nell’Italia dei misteri irrisolti. Ed è inevitabile che se i segreti sono destinati ad allungarsi anziché cadere prima o poi, dubbi e sospetti su verità nascoste in qualche archivio riservato finiscano per moltiplicarsi. L’Italia è anche il Paese dei complotti immaginari, delle inchieste sempre aperte e dei processi infiniti: a Brescia è in corso il dibattimento di primo grado per la bomba assassina di piazza della Loggia nel 1974 (8 morti e 102 feriti); e in Sicilia si sono riaperte le indagini sulle stragi del ’92 che lambiscono uomini delle istituzioni, nelle quali i Servizi riformati hanno fornito (riferiscono gli stessi inquirenti) un’adeguata collaborazione. Forse sarebbe opportuno che questo tipo di sensibilità portasse a trovare soluzioni diverse per tutelare le esigenze di sicurezza quando scade un segreto di Stato, che non sia un semplice e burocratico sbarramento. Anche per non alimentare falsi miti su indicibili arcani custoditi negli archivi inaccessibili; se davvero non c’è niente da nascondere, dovrà pur arrivare il giorno in cui sia consentito guardarci dentro.

di Giovanni Bianconi
23 luglio 2010

sabato 17 luglio 2010

Carboni: venivano da me perché li facevo arricchire


E su Cappellacci: è vero, l’ho sostenuto Ma poi ha fatto solo danni a tutti

«Rappresento uno che sa produrre ricchezza. Mi hanno sempre dato fiducia, che si tratti di eolico, di immobiliare». E’ una delle tante verità di Flavio Carboni, in carcere dal 9 luglio scorso e accusato con altri di far parte di una presunta «associazione segreta» che avrebbe interferito su attività di organi istituzionali e della pubblica amministrazione. Nell’interrogatorio Carboni ha anche raccontato degli incontri con Denis Verdini per candidare il giudice Miller in Campania. «All’epoca bisognava nominare i candidati per la Regione ». E Cappellacci, il governatore della Sardegna: «L’ho sostenuto, ma poi ho avuto solo svantaggi»

«Sono Carboni Flavio, nato a Sassari il 14 gennaio 1932».
«Titolo di studio?».
«La frequenza del liceo»
«Diploma di scuola media superiore?».
«No, la frequenza. Non ho conseguito il diploma ».
«Ha beni patrimoniali?».
«Non dispongo».
«Nessuno? Automobile, abitazione, niente?».
«No, li ho in uso, ma non sono miei...».
«È sottoposto ad altri procedimenti penali?».
«Sì».
«Condanne ne ha avute?».
«Sì»
.

Comincia così l’interrogatorio dell’imprenditore sardo— noto alle cronache come «faccendiere », definizione che lui respinge sdegnato— del 9 luglio scorso a Regina Coeli, davanti al giudice che l’ha fatto arrestare. Carboni è accusato di far parte (con altre persone, di cui almeno un paio parlamentari del Pdl) di una presunta «associazione segreta» che avrebbe interferito su attività di organi istituzionali e della pubblica amministrazione. Il giudice riassume i motivi dell’arresto e l’indagato — preoccupato per il suo stato di salute, «ho avuto tre infarti, il quarto non lo vorrei avere» — annuncia di voler ribattere punto su punto, per dimostrare la propria innocenza: «C’è questa meravigliosa, enorme, abnorme raccolta di dati dei carabinieri, ma io non mi riconosco in nessuna di queste affermazioni. Quest’Arma alla quale mi rivolgevo tutte le volte che non mi fidavo della polizia... In questo caso, probabilmente per errore, hanno raccolto dati molto diversi da quella che è la realtà ».

Martino e Lombardi: «Sono estraneo a quei due»
Carboni nega di avere legami d’affari e d’interessi con Martino e Lombardi, gli altri due arrestati. Anzi, cerca di mettere una linea di demarcazione fra loro e sé: «Per me sono due estranei, e mi hanno creato solo guai, altro che complicità ». L’ex politico napoletano Arcangelo Martino, dice Carboni, «mi è stato presentato come uomo importantissimo, pieno di mezzi, di conoscenze innumerevoli», e un imprenditore non deve farsi sfuggire occasioni simili: «Quando conosco una persona importante me la coltivo, e ritengo che Martino meritasse questo tipo di interessamento». Che poi si sarebbe limitato a «qualche sporadico incontro». Il geometra e giudice tributario Pasquale Lombardi, invece, era uno che parlava troppo e a sproposito: «Uno stupido che al telefono diceva quello che a me non interessava... Io non ho mai avuto nessun rapporto di inciuci... Se poi i due soggetti, gli altri che sono incriminati, avessero altre intenzioni o avessero altre malefatte ai danni dello Stato, questo lo chieda a loro, non a me perché io con loro non ho nulla a che fare, né prima né dopo... I miei rapporti sono stati solo e unicamente quelli di ricevere richieste da entrambi, ma soprattutto da Martino, quello che frequentavo di più». Il giudice prova a controbattere che dalle intercettazioni telefoniche emergono interessi comuni e discorsi su interventi provocati da reciproche richieste, ma Carboni non si smuove: «Al Grand Hotel di Roma incontrai due o tre volte il signor Martino e gli dissi "Non mi far parlare più con quel coglione, scusi l’espressione, che al telefono mi dice queste cose"... Non ero tanto ingenuo da non immaginare, scusi sa... Io ho sempre immaginato di essere intercettato ».

«Dopo tre infarti, arrestato come un volgare criminale»
Più avanti il giudice obietta: «Lei è persona acuta, ma deve sapere che io non sono un ingenuo », e Carboni sbotta: «Ma neanche io, signor giudice, ma neanche lei può condannare un innocente. Signor giudice, che non ha nulla a che fare con quei mascalzoni! Né tantomeno con Cappellacci (il presidente della Regione Sardegna indagato per corruzione nella stessa inchiesta, ndr)... Io le sto dicendo che cosa ho fatto, non voglio ingannare lei... Mai un fatto reale, però... ». Nel suo sfogo—«dopo tre infarti, arrestato come un volgare criminale... senza aver fatto nulla!» — l’imprenditore-faccendiere si sente male, l’interrogatorio s’interrompe. Il suo avvocato Renato Borzone, che l’ha fatto assolvere in primo e secondo grado dall’accusa di aver ucciso il banchiere Roberto Calvi nel 1982, invita Carboni a calmarsi e a continuare a rispondere. Alla fine farà mettere a verbale i «non ne sapevo niente» del suo assistito sul dossieraggio a danno di Caldoro (candidato Pdl in Campania, ndr), sulle interferenze nelle nomine del Csm, sulla tentata ispezione ai giudici che avevano escluso la Lista Formigoni dalle elezioni in Lombardia.

La candidatura di Arcibaldo Miller
Alla ripresa si parla delle riunioni a casa del coordinatore nazionale del Pdl, Denis Verdini, che per l’accusa servivano a pianificare le pressioni sulla corte costituzionale per far dichiarare legittimo il «lodo Alfano» che bloccava i processi a carico di Silvio Berlusconi. Col padrone di casa c’erano i tre arrestati, il senatore Dell’Utri, il sottosegretario alla Giustizia Caliendo, il capo dell’ispettorato dello stesso ministero Arcibaldo Miller, il giudice Antonio Martone. Ma Carboni nega che si sia parlato dei problemi giudiziari del premier, dando un’altra versione: «Bellissima riunione... All’epoca bisognava nominare i candidati della Regione Campania. Miller era la persona più idonea, era considerati da Verdini la persona ideale. E perché proprio io che di politica...? Perché io avevo una certa frequentazione, soprattutto con Verdini». La candidatura del magistrato napoletano a capo degli ispettori ministeriali, spiega Carboni, interessava soprattutto Martino e Lombardi: «Essendo io più amico, probabilmente, di Verdini rispetto a Miller, potevo influenzare, potevo raccomandare. Cosa che ho fatto... che io trovo estremamente normale... Non so se ricordo bene, credo che sia stato Miller a rinunciare... Evidentemente ritenevano che io potessi influire, perché Verdini potesse convincere il dottor Miller, a cui loro tenevano moltissimo, perché accettasse la canditatura ». Carboni esclude accenni al «Lodo Alfano», dice solo che era una cosa di cui scrivevano molto i giornali, e insiste sulla scelta dei candidati: «Si è parlato di Cosentino, si è parlato di un altro, di Altieri, si è parlato di quello che c’è attualmente... Ogni tanto veniva, "vediamoci, vedi di dire a Verdini di sostenere questo e quello", e questo non lo consideravo un reato di alcun genere... ».

Ugo Cappellacci e l’energia eolica
Il giudice, che pare poco convinto dalle risposte, passa al tema Cappellacci e investimenti nell’energia eolica in Sardegna. Carboni è categorico: «L’ho sostenuto, Cappellacci, è vero», ma poi ne avrebbe avuto solo svantaggi. Perché ha cancellato la «legge Soru», dice, che «consentiva alle grandi società di intervenire nel mondo dell’eolico». Insomma: «Da quando è stato eletto questo signore ha creato danni a tutti, non solo a me. E’ vero che è ricolmo di sorrisi, che è venuto da Verdini, è venuto a Roma, ci siamo incontrati, ma per tutto l’anno non ha fatto nessuna legge». Però ci sono telefonate in cui Carboni, dopo gli incontri col governatore, riferiva che «è andata benissimo», ma l’indagato replica: «Ecco, guardi i risultati. Meno male che è andata benissimo... ». Ci sono pure conversazioni su provvedimenti normativi che Carboni e soci dovevano preparare in bozza, per farli approvare. Risposta: «Questo è normale, mi scusi.. Per qualunque imprenditore, cosa che è successa e continua a succedere sia nel campo immobiliare che nel campo dell’energia, di qualunque iniziativa commerciale, la cosa migliore da fare è andare a trattare con il sindaco, con gli assessori, e quindi si va dal presidente... Lo facciamo tutti». E quando il giudice chiede quale fosse la ragione del sostegno di Martino a Cosentino in Campania, Carboni risponde: «Mi permetto di dire che qualunque imprenditore, dico proprio qualunque, più onesto del mondo, ha interesse a che il politico che va a governarlo sia magari suo amico, e questo non credo che costituisca reato...».

«Io sono uno che sa produrre ricchezza»
Carboni ammette quello che per l’accusa è un altro indizio di partecipazione all’associazione segreta, cioè il finanziamento al convegno svoltosi a Fort Village, in Sardegna, nel quale Lombardi aveva radunato decine di giudici. Dando tutt’altra spiegazione, però: «Incontrare le persone e avere rapporti con la gente importante è una cosa che mi interessava, mi interessa e mi interesserà sempre, ma non per finalizzarla a reati ». Ha ricevuto soldi dagli imprenditori romagnoli, almeno 4 milioni di euro; non per la corruzione in vista degli appalti nell’eolico, come sostiene l’accusa, ma perché «io, Flavio Carboni, rappresento uno che sa produrre ricchezza, cosa che è successa sempre nel passato, con 24 lottizzazioni e iniziative di tanti tipi, legali. Mi hanno dato fiducia, che si tratti di eolico, di immobiliare. Quei soldi io li potevo destinare all’eolico o anche al casinò, se poi li facevo produrre... ». E gli assegni per alcune centinaia di euro negoziati nella banca di Denis Verdini (secondo gli investigatori dallo stesso parlamentare-presidente del Credito cooperativo fiorentino) erano un investimento nel quotidiano locale Il Giornale di Toscana: «Non è la prima volta, la Nuova Sardegna era mia, sono stato socio dell’editoriale L’Espresso... Così come ho finanziato Paese Sera... E’ un mondo diverso al quale io tengo moltissimo». Stavolta ha scelto il giornale del coordinatore del Pdl: «Con Verdini c’è un rapporto molto molto intrinseco, direi molto cordiale, molto affettuoso. Naturalmente queste situazioni di questi momenti hanno creato disagi a tutti, come può immaginare, signor giudice...».

Giovanni Bianconi
17 luglio 2010

La nomina a sorpresa che spaccò il Csm e innescò i primi sospetti


Quella nomina fu una ferita mai rimarginata. E con le intercettazioni sulle manovre sotterranee per ottenerla è tornata a sanguinare. Al punto da dover correre ai ripari in tutta fretta, per quanto si può. La decisione di far presiedere la corte d’appello di Milano ad Alfonso Marra divise a metà il Consiglio superiore. Era il 3 febbraio scorso. Marra ottenne 14 voti contro i 12 dell’altro candidato, Renato Rordorf. Fu una spaccatura trasversale, anche all’interno delle correnti. Dentro Unicost e Magistratura indipendente, i due gruppi «moderati», Berruti e Patrono si schierarono a favore di Rordorf, considerato «di sinistra». E tra i «laici» eletti dall’Ulivo, Celestina Tinelli preferì Marra. Come i tre membri dell’ufficio di presidenza (Mancino, il presidente della Cassazione Carbone e il procuratore generale Esposito); per motivi di opportunità, fecero trapelare, legati a un precedente voto unanime in favore dello stesso giudice, e perché Rordorf aveva lavorato al Csm.

Spiegazioni che all’epoca non convinsero. Perché nei corridoi del palazzo dei Marescialli, sede del Csm, si sussurrò fin da subito che dietro i voti determinanti della Tinelli, di Mancino e di Carbone c’era qualcosa di strano. Niente di dimostrabile, ma molto di avvertito. Nell’abituale resoconto per gli aderenti alla sua corrente, la consigliera di Magistratura democratica Elisabetta Cesqui—già pubblico ministero nel processo alla Loggia P2 —sulla nomina di Marra si lasciò andare a considerazioni amare: «L’aria viziata delle pressioni si è sentita fortissima... Il Consiglio può fare tutti gli sforzi di rinnovamento che vuole, ma quando si parla di decisioni veramente importanti, l’esigenza di presidio di certi territori e di certi uffici prevale sistematicamente sulle logiche di merito effettivo».

Ora le registrazioni di alcuni colloqui messi a fondamento dell’arresto dei tre ispiratori della presunta «associazione segreta» che si sarebbe adoperata, fra l’altro, per la nomina di Marra, ha dato nuovi argomenti a chi sosteneva quella tesi. Al di là della loro rilevanza penale. I dialoghi fra Pasquale Lombardi, il «ministro della Giustizia» del gruppo, con lo stesso Marra e con il sottosegretario Giacomo Caliendo (ex magistrato di Unicost) sembrano dare concretezza ai sospetti. Come se avessero strappato un velo.

«Mi pare che ho concluso, per te, col capo», diceva Lombardi a Marra dopo un incontro con Carbone. «Ma bisogna avvicinare ’sto cazzo di Berruti... », ribatteva Marra. E Lombardi a Caliendo: «Per quanto riguarda Berruti te la devi vedere tu». Poi ancora a Marra: «Ho parlato con Giacomino e... stiamo operando». Alla Tinelli chiedeva: «È opportuno che ne parli un poco con il presidente Carbone?». E lei: «Sì, assolutamente». In altri dialoghi Lombardi faceva intendere che il voto di Carbone si poteva conquistare prolungando la sua permanenza al vertice della Cassazione, con un emendamento sull’eta pensionabile; riferiva di incontri con Mancino, e consigliava Marra di rivolgersi all’ex ministro Diliberto per convincere la «laica» Letizia Vacca.


Tutte chiacchiere e millanterie, replicano gli interessati; Carbone avrebbe persino avvisato il ministro della Giustizia che non avrebbe accettato proroghe della sua presidenza. Ma è difficile districarsi tra intercettazioni e giustificazioni. Restano la puzza di bruciato che si avvertì al tempo della nomina e le conversazioni che oggi rivelano le pressioni. Almeno tentate, visto il tempo trascorso al telefono da Lombardi per il suo amico Marra. «Pasqualì, poi facciamo ’na bella festa, a Milano o a Roma», diceva il giudice. E l’altro: «Eh, ce la facimm’ ’na bella festa!». La rapidissima decisione del Csm — giunto a fine mandato, scadrà fra due settimane — di avviare la pratica per la rimozione di Marra sembra il tentativo di cancellare una pagina opaca della propria storia. Quasi certamente toccherà al prossimo Consiglio decidere il destino di quel giudice, ma chi l’ha nominato ha voluto mettere le basi per dissipare l’ombra di una scelta condizionata da un gruppo di potere occulto e illegale, almeno secondo l’accusa. Lo stesso Csm ha chiesto alla Procura di Roma «ogni utile informazione» su altri magistrati i cui nomi emergono dall’inchiesta. A cominciare da Arcibaldo Miller, il capo degli ispettori del ministero della Giustizia, che—hanno scritto i carabinieri nel loro rapporto— «forniva il proprio contributo alle attività di interferenza». Al pari del sottosegretario Caliendo e dell’ex avvocato generale della Cassazione Antonio Martone, che però hanno abbandonato la toga.

Anche la decisione della Procura generale di aprire l’istruttoria per un procedimento disciplinare a Marra suona come uno squillo di riscossa rispetto alla «questione morale» nella magistratura; e così l’allarme del segretario dell’Associazione magistrati Giuseppe Cascini, che confessa di aver provato «vergogna, indignazione e rabbia» a leggere i dialoghi dei suoi colleghi intercettati. L’Anm ha chiesto ai probiviri di valutare sanzioni, fino all’eventuale espulsione. Come se ci fosse l’urgenza di fare pulizia nella corporazione, a costo di dividere i magistrati e le loro correnti, pure al proprio interno. Per dare un esempio alla politica, l’altro potere toccato dall’indagine giudiziaria, col quale le toghe (non tutte, a leggere i resoconti dell intercettazioni) sembrano in perenne conflitto.

Giovanni Bianconi
16 luglio 2010

sabato 5 dicembre 2009

Le anomalie e i «si dice» di un processo difficile


Dice il pentito Spatuzza che «ora bisogna resti­tuire la verità alla storia, e non mi fermerà nessuno». Assicura che questa è diventata la sua «missione, in onore di tutti i morti innocenti» uccisi anche da lui. C’è fin troppa enfasi nelle parole dell’ex mafioso che ha fatto riaprire le inchieste sulle stragi del ’92-’93, quando rivendica le motivazioni della collaborazione.

Molta più di quella sottesa alle frasi in cui ricorda che il suo capomafia, Giuseppe Graviano, gli raccontò di aver chiuso un accordo politico con «il signor Berlusconi» e «il nostro compaesano» Dell’Utri, ripetendo quanto ha già detto ai pubblici ministeri che indagano sulle bombe esplose a Palermo, Roma, Firenze e Milano.

Il nocciolo della deposizione — qui limitata alle eventuali responsabilità del senatore Marcello Dell’Utri, già condannato in primo grado per concorso in associazione mafiosa — sono i due episodi in cui parlò direttamente coi due fratelli Graviano: con Giuseppe al bar Doney di Via Veneto a Roma, quando questi gli svelò il presunto patto del ’93, e con Filippo nel carcere di Tolmezzo, dieci anni dopo, quando si sentì dire che «se non arriva niente da dove deve arrivare» si poteva cominciare a parlare coi magistrati visto che non era stato rispettato il patto politico-mafioso.

Per l’accusa si tratta di «fatti storici», per la difesa di opinioni che valgono meno di zero. I giudici, nei loro rari interventi, lasciano trapelare qualche dubbio: «Si tratta di fatti avvenuti nella mente del testimone», dice il presidente della Corte d’appello al pubblico ministero, facendo capire che l’attendibilità di racconti e deduzioni del «collaborante» saranno oggetto di valutazione nel verdetto d’appello. Che riguarda solo Dell’Utri e non Silvio Berlusconi, sul quale le dichiarazioni dell’ex mafioso sembrano più dirette rispetto al senatore imputato.

Gaspare Spatuzza quasi s’inalbera quando gli obiettano che le sue ricostruzioni sono basate su discorsi altrui: «Il mio 'sentito dire' non è da mercato ortofrutticolo, Giuseppe Graviano per me era Madre natura, come fosse un padre». È un’autocertificazione di attendibilità che ovviamente non basta, ma Spatuzza non può che fermarsi qui. Riferisce quanto gli spiegò il suo capo e mette insieme le «anomalie» che registrò nell’esecuzione delle stragi del ’92 e del ’93, insieme ad altre che per lui sono la conferma della trattativa e dell’accordo con la nuova formazione politica che vinse le elezioni della primavera ’94.

Parla delle strane e inedite lettere che Graviano gli fece spedire prima delle bombe di Roma e Milano; dell’apertura di un magazzino Standa nel quartiere palermitano di Brancaccio, dove tutto era controllato dai suoi capimafia, «credo l’unico in città»; del fatto che dopo l’attentato di via D’Amelio Giuseppe Graviano, «complimentandosi» per l’eliminazione del giudice Borsellino, gli disse che bisognava soprassedere su alcuni contrasti interni al clan perché «dovevamo portare avanti altre cose come quella appena fatta», cioè nuove bombe; dello strano arresto dei fratelli stragisti a Milano, pochi giorni dopo la rivelazione di Giuseppe sull’accordo chiuso con Berlusconi: «Si supponeva che fossero stati venduti ma non da Cosa Nostra, per quello che mi consta».

Queste e altre «anomalie» sono per l’ex mafioso che dice di aver intrapreso un «bellissimo percorso» di conversione e collaborazione con lo Stato, la dimostrazione che c’era qualcosa dietro la stagione terroristica di Cosa Nostra, legato ai contatti con la politica.

Deduzioni o fatti? Congetture o verità?
«Praticità della vita», rispose Tommaso Buscetta all’avvocato Franco Coppi durante il processo Andreotti, in una situazione molto simile. «Tragica esperienza di questi fatti» ha spiegato Spatuzza agli inquirenti. Basterà per far ritenere attendibile il neo-pentito dalla Corte che deve giudicare Dell’Utri?

La risposta arriverà con la sentenza. Gli avvocati del senatore-imputato ricordano al pentito che nel primo anno di interrogatori ha taciuto i nomi fatti oggi, e anzi ha negato di sapere alcunché sui contatti politici dei Graviano; e facendogli confessare che prima di lanciare accuse protetto dal paravento e dalle misure di sicurezza accordategli dallo Stato — ancora provvisorie, su quelle definitive appena chieste dalle Procure competenti la commissione governativa non s’è ancora pronunciata — ha organizzato sei-sette stragi e commesso una quarantina di omicidi.

«Una brava persona», ironizza un difensore di Dell’Utri, provocando la replica del pubblico ministero: «Più le persone sono cattive e più cose sanno».

È probabile che non saranno questi gli argomenti centrali per la decisione dei giudici. Ma è altrettanto probabile che gli echi delle dichiarazioni del neo-pentito non si fermeranno al processo d’appello contro il senatore del Popolo della libertà, comunque finisca.

Di certo il peso di quel verdetto (su cui influiranno anche le risposte che venerdì prossimo daranno o non daranno i fratelli Graviano chiamati a testimoniare) non si limiterà al destino giudiziario di Marcello Dell’Utri; ma il principale banco di prova delle rivelazioni di Spatuzza resta l’esito delle inchieste riaperte a Firenze sugli attentati del ’93 e a Palermo sulla presunta trattativa Stato-mafia.

Giovanni Bianconi
05 dicembre 2009

sabato 21 novembre 2009

«Io, i Graviano e i politici»


Il pentito Ga­spare Spatuzza non ha dubbi: quando fece l’accordo politi­co con chi doveva risolvere i problemi della mafia — Sil­vio Berlusconi e Marcello Del­l’Utri, a suo dire — il boss Giuseppe Graviano li contat­tò direttamente. «Ritengo di poter escludere categorica­mente — spiega l’ex uomo d’onore —, conoscendoli as­sai bene, che i Graviano si sia­no mossi nei confronti di Ber­lusconi e Dell’Utri attraverso altre persone. Non prendo in considerazione la possibilità che Graviano abbia stretto un patto politico con costoro senza averne personalmente parlato». Che avevano chiuso l’accor­do, ha raccontato Spatuzza, glielo spiegò lo stesso Giusep­pe Graviano, facendogli i no­mi dell’attuale capo del gover­no e del suo principale colla­boratore in Sicilia. Ma quan­do un pm gli chiede se Gravia­no potesse essere arrivato a quei due «attraverso un’altra persona, senza conoscere lo­ro », Spatuzza reagisce deciso: «No, no! Non esiste! Non trat­tano con le mezze carte. Han­no avuto sempre nella vita i contatti diretti». E parlando­gli di Dell’Utri come «un pae­sano », il capomafia intende­va «qualcosa di più di Berlu­sconi... Paesano lo posso con­siderare come una persona vi­cinissima a noi».

Nell’interrogatorio reso ai magistrati di Firenze che in­dagano sulle stragi mafiose del 1993, depositato ieri al processo d’appello contro il senatore del Pdl Marcello Del­l’Utri (condannato in primo grado a 9 anni di carcere per concorso in associazione ma­fiosa) il neo-pentito Spatuz­za, che deporrà in aula il 4 di­cembre, spiega che lui con i Graviano e gli altri boss parla­va «a mezze frasi», ma poi precisa: «Sono le abitudini di Cosa nostra, nella quale con le mezze frasi si fanno i palaz­zi ». E aggiunge la «deduzio­ne », come la definisce lui stes­so, maturata sulla base della sua «disgraziata esperienza», che Berlusconi e Dell’Utri, «in un un primo momento han­no fatto fare le stragi a Cosa nostra, e poi si volevano ac­creditare all’esterno come co­loro che erano stati in grado di farle cessare».

Accuse pesanti, entrate ora anche nell’indagine palermi­tana sulla presunta trattativa tra mafia e Stato nel cui ambi­to ieri è stato nuovamente in­terrogato Massimo Ciancimi­no, figlio dell’ex sindaco ma­fioso di Palermo. A Firenze in­vece, dov’è stata riaperta l’in­chiesta sulle bombe del ’93, Spatuzza è stato messo a con­fronto con i due fratelli Gra­viano, condannati all’ergasto­lo per l’omicidio di don padre Puglisi, il parroco del quartie­re palermitano Brancaccio, e per le stragi organizzate nel continente. Davanti al mag­giore, Giuseppe, il pentito s’è presentato con una lettera in cui lo invita a muovere il suo stesso passo. «Mi rendo con­to quanto sia difficile passare dalla parte dello Stato — scri­ve Spatuzza al suo ex capoma­fia — ma una volta fatto il pri­mo passo tutto diventa più bello... Si deve avere la capaci­tà di rompere questo schema terroristico mafioso che è pro­fondamente radicato nella no­stra cultura...». All’esortazio­ne Giuseppe Graviano ha ri­sposto con un secco: «Non ho niente da dire».

Ha parlato, invece, Filippo. Senza confessare nulla e anzi smentendo le accuse e i ricor­di di Spatuzza. Ma ripetendo sempre, come un ritornello: «Mi dispiace...». Quarantotto anni, laureando in Economia e commercio attraverso esa­mi sostenuti in carcere con ot­timi risultati, Filippo Gravia­no dice che lui dai politici non s’è mai aspettato nulla, né di aver mai confidato a Spatuzza che se i politici non avessero rispettato le promes­se fatte a Cosa nostra si pote­va cominciare a parlare coi magistrati. Ma ad ogni occa­sione il giovane Graviano ri­badisce al suo ex amico frater­no: «Mi dispiace dovermi tro­vare in contraddizione con te. Io non ho motivo di con­traddire quello che tu hai det­to ». Atteggiamento insolito per un mafioso davanti a un pentito, solitamente oggetto di contumelie e controaccuse di «infamità». Niente di tutto questo, anzi: «Ti auguro tutto il bene del mondo, non ho niente contro le tue scelte. So­no contento che tu abbia ri­trovato la pace interiore».

Nel faccia a faccia Spatuzza mostra a Graviano jr la famo­sa foto del bambino ebreo al cospetto dei nazisti. «Te l’ho fatta vedere nel 2000», gli ri­corda: «Rappresenta padre Puglisi, Giuseppe di Matteo (il figlio del pentito sciolto nell’acido, ndr )... tutte le vitti­me che abbiamo fatto». Filip­po Graviano nega: «Non ricor­do di averla mai vista». Ma ancora una volta, rivolto al pentito: «Non ho nulla con­tro di te, né contro la tua col­laborazione ».

Giovanni Bianconi
21 novembre 2009

giovedì 11 giugno 2009

Ciancimino, indagati 4 politici. Il figlio di «don Vito»: presero soldi per favorire gli affari di mio padre



L’accusa è concor­so in corruzione aggravata dal­l’aver favorito l’associazione mafiosa. I senatori inquisiti Car­lo Vizzini (Popolo della Libertà, presidente della commissione Affari costituzionali), Salvatore Cintola, Saverio Romano e Sal­vatore Cuffaro (Udc) saranno chiamati a risponderne nei prossimi giorni davanti ai magi­strati della Procura di Palermo che indagano sul cosiddetto «te­soro » di Vito Ciancimino, l’ex sindaco della città condannato per mafia e morto nel 2002. L’inchiesta è scaturita dalle più recenti dichiarazioni del­l’ultimogenito di Ciancimino, Massimo, già condannato in primo grado a 5 anni e 8 mesi di carcere per riciclaggio dei soldi del padre.

S’è definito una capro espiatorio, ha parla­to di altri personaggi ben più importanti di lui coinvolti nel­la gestione dei soldi lasciati dal padre, compresi uomini politi­ci. Di loro si occupava — ha ri­ferito — il tributarista Giorgio Lapis, condannato anche lui nel processo per riciclaggio, di­stribuendo il denaro prelevato dal conto «Mignon Sa» presso la Banca di Ginevra, in Svizze­ra, da un altro imputato con­dannato: l’avvocato Giorgio Ghiron, titolare di studi a New York, Londra e Roma. Secondo quanto raccontato da Massimo Ciancimino, che gli inquirenti ritengono riscon­trato da altri elementi di prova, tra gli «ingenti quantitativi di denaro» elargiti da Lapis per conto di Ciancimino una buona fetta sarebbe finita a Vizzini, ex leader socialdemocratico poi entrato in Forza Italia. Secondo i calcoli degli inquirenti, nel corso del tempo, avrebbe rice­vuto almeno un milione di eu­ro. Tramite la mediazione di Cintola (ex assessore regionale, già inquisito per concorso in as­sociazione mafiosa in indagine archiviata nel settembre 2007, senatore dal 2008), altri soldi sarebbero finiti a Saverio Roma­no e Salvatore Cuffaro; il primo è stato appena eletto al Parla­mento europeo, l’altro è l’ex presidente della Regione, di­messosi dopo una condanna in primo grado per favoreggia­mento, approdato lo scorso an­no a palazzo Madama.

I milioni del «tesoro» di Cian­cimino, in parte già sequestra­to nel 2005 perché considerato di «provenienza mafiosa» vista la condanna riportata da Vito e i suoi rapporti con capimafia del calibro di Bernardo Proven­zano, stavano sul conto «Mi­gnon » e sono serviti a liquidare i soci palesi e occulti della socie­tà «Gas», una sorta di conteni­tore creato dall’ex sindaco do­po la vendita a un gruppo spa­gnolo. Secondo Ciancimino jr., e ora anche secondo l’ipotesi ac­cusatoria formulata dai pubbli­ci ministeri Antonio Ingroia e Nino Di Matteo, a una quota di liquidazione avrebbe avuto di­ritto anche il senatore Vizzini. Di qui i pagamenti a lui e ad al­tri politici che, nella storia rac­contata dal figlio dell’ex sinda­co, sono serviti negli anni pas­sati a «oliare i meccanismi» del­le concessione per la distribu­zione del gas in Sicilia, un affa­re gestito proprio da Ciancimi­no attraverso le sue società. In pratica il denaro veniva da­to ai capi-partito o ai capi-cor­rente dei partiti, che poi aveva­no il compito di agevolare l’ag­giudicazione degli appalti e la concessione dei lavori nei vari centri dell’isola. A riscontro del­le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, ci sarebbero parzia­li ammissioni (seppure con giu­stificazioni diverse e molto me­no compromettenti) dell’anzia­no tributarista Lapis, documen­ti e intercettazioni telefoniche che però, per essere contestate ai senatori indagati, dovranno prima essere trasmesse al Parla­mento insieme alla richiesta di utilizzazione. Qualche mese fa, dopo la pubblicazione di indiscrezioni sul coinvolgimento di Vizzini nell’inchiesta, il senatore aveva replicato con una denuncia per calunnia contro il figlio dell’ex sindaco: «Non conosco il si­gnor Massimo Ciancimino — disse Vizzini —, dal quale dun­que non posso mai avere ricevu­to nulla, così come non ho mai avuto rapporto alcuno con suo padre. Ho però dedicato buona parte della mia vita e della mia attività parlamentare prima a demolire il sistema politico-ma­fioso costruito dal signor Vito Ciancimino, e poi a combattere la mafia e tutti i detentori di pa­trimoni mafiosi». L’onorevole Romano parlò di «vicenda che non ha alcun fondamento».

Giovanni Bianconi
11 giugno 2009