Visualizzazione post con etichetta BRUNO TINTI. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta BRUNO TINTI. Mostra tutti i post

martedì 28 dicembre 2010

Ma io dico: Attenti ai “moralizzatori”


C’è una questione morale in Idv; così dicono De Magistris, Alfano e Cavalli. Scilipoti e Razzi “si sono venduti, quantomeno moralmente, in virtù di altri interessi rispetto alla politica e al bene pubblico”; e poi “Lo scandaloso caso Porfidia, inquisito per fatti di camorra” e “il fumoso Pino Arlacchi, che dopo essere stato eletto con l’Idv e solo grazie all’Idv, ha salutato tutti con un misero pretesto ed è tornato con le orecchie basse al Pd”. E Di Pietro deve fare qualcosa; e se non lo fa lui ci pensano loro, i moralizzatori: “Si faccia aiutare a fare pulizia. Ci lasci lavorare”.
Che vuol dire “ci lasci lavorare”? Qualche iniziativa dei moralizzatori è stata respinta da Di Pietro? Solo Di Pietro ha il diritto di affrontare la questione morale? O chiunque può “lavorare” (collaborare) per risolverla? Perché la “questione morale” si risolve con la collaborazione dei “morali”: tutti insieme identificano i “non morali” e li sbattono fuori. E questo è proprio ciò che è stato fatto in Idv. Ma forse “ci lasci lavorare” ha un altro significato: Di Pietro non è stato capace di risolvere “la questione morale” di Idv; si faccia da parte e “lasci lavorare” noi che invece siamo capaci assai. Se è così, va detto che la fiducia in se stessi è una bella cosa; la presunzione un po’ meno.

Naturalmente anche in Idv ci saranno un sacco di “immorali”; il problema è trovarli. Certe volte è facile, altre più difficile. Trovare Porfidia, per esempio, “inquisito per fatti di camorra” è stato facile. Idv apprende che costui è indagato per violenza privata con aggravante mafiosa il 7/1/2009; in quella stessa data lo caccia dal partito e dal gruppo parlamentare; e Porfidia va a ingrossare le file del Gruppo Misto. A che pro citarlo come esempio di lassismo nei confronti della “questione morale”? In realtà, ma i moralizzatori non lo dicono, Idv ha una regola formale: i rinviati a giudizio sono buttati fuori e non più candidati (ma c’è un’eccezione); per gli iscritti nel registro degli indagati si decide caso per caso. E Porfidia fu buttato fuori quando si seppe dell’iscrizione come indagato. Si poteva fare di più?

Poi ci sono Arlacchi, Razzi e Scilipoti. E qui delle due l’una. Se i moralizzatori hanno la sfera di cristallo si accomodino, la “Commissione per la soluzione della questione morale di Idv” gli appartiene di diritto. Altrimenti tacciano. Cosa li autorizza a credersi in grado di valutare i candidati meglio di Di Pietro? Ovviamente nulla: esperienza politica minore; preparazione professionale (alludo ai trascorsi in magistratura) al massimo analoga (il solo De Magistris).

Scendiamo nel concreto. Arlacchi. Hanno provato a consultare Wikipedia? Un curriculum impressionante. Esperienze professionali a livello internazionale di altissimo livello (sottosegretario generale delle Nazioni Unite, direttore dell’ufficio delle Nazioni Unite per il controllo delle droghe e la prevenzione del crimine), un candidato da leccarsi i baffi. Dal Pds veniva e al Pd è tornato; non proprio un transfugo venduto e corrotto. Cosa avrebbe dovuto fare Di Pietro? Chiedergli un impegno a non cambiare idea? Ma andiamo.

Scilipoti e Razzi. Ma i moralizzatori lo sanno perché si sono “venduti”? Lo sapevano che eranoentrambi indagati, Scilipoti per calunnia e falsità in scrittura privata (Procura di Barcellona Pozzo di Gotto) e Razzi per appropriazione indebita di contributi destinati alla Regione Abruzzo (Procura di Lucerna)? Perché nessuno in Idv lo sapeva. Altrimenti, proprio come è capitato a Porfidia, sarebbero stati buttati fuori. Eccola la loro alta motivazione: la garanzia della poltrona. Idv gliela avrebbe sfilata da sotto il sedere e loro si sono premuniti per tempo: dopo un favore così B. gliela garantirà a vita. Adesso i “moralizzatori” questa cosa la sanno; perché non pensano che Scilipoti e Razzi sono la prova che in Idv non c’è una “questione morale”, che proprio per questo i due se ne sono andati, perché per gli “immorali” (e figuriamoci per i delinquenti) in Idv non c’è posto.

Certo, una prima garanzia potrebbe essere costituita dall’alt ai candidati scelti in base ai voti che si portano dietro; se si bada alle persone e non ai voti, vecchi arnesi corrotti o corrompibili è più difficile che si imbarchino. E poi bisogna scoprirli per tempo. Chiunque può aiutare. Un bell’elenco di indagati e di rinviati a giudizio aiuterebbe. Anche motivata sfiducia su questo o quell’altro candidato, apparentemente irreprensibile, gioverebbe molto. Soprattutto ai “moralizzatori”. Perché, quando e se i vertici di Idv rispondessero a queste sollecitazioni: “Non se ne parla nemmeno, questo e quello hanno la nostra piena fiducia”; e quando e se i segnalati si rivelassero concretamente “immorali”; ecco, allora i “moralizzatori” avrebbero diritto di chiedere la testa di qualcuno. Ma, per il momento, potrebbero riflettere sul fatto che un’eccezione al principio che chi è rinviato a giudizio non deve essere candidato in Idv (e, se ne fa parte, deve essere buttato fuori) è stata fatta. Una sola: riguarda De Magistris.

Il Fatto Quotidiano, 28 dicembre 2010

sabato 25 dicembre 2010

EFFETTO ORTICA


di Bruno Tinti

Quando si racconta che il Pd (non il Pdl) da tempo propone la modifica dell’art. 330 del codice di procedura penale la gente, in genere, se ne frega. Un po’ non sa cosa c’è scritto; e un po’ pensa che il fatto che il pm non possa prendere di propria iniziativa notizia dei reati non è poi così grave. Invece è una cosa gravissima, la trave portante di tutto il progetto di B&C (ma vedete quanti C ci sono nella cosiddetta opposizione?) per assoggettare e controllare la magistratura.

Questo articolo 330 dice dunque che il pm prende di propria iniziativa notizia dei reati; il che vuol dire che, se da qualche parte si commette un reato e lui lo viene a sapere perché ne parlano i giornali o la tv oppure perché glielo racconta direttamente qualche cittadino, magari con una lettera anonima, può decidere di indagare. Attenzione: può, non deve, indagare. La notizia di reato deve essere seria, circostanziata, attendibile; né l’articolo di giornale né la lettera anonima costituiscono prova del reato; sono solo uno spunto per fare indagini. Se poi si troveranno le prove ci sarà il rinvio a giudizio; se non si troveranno ci sarà l’archiviazione.

B&C lo vogliono abrogare: il pm potrà cominciare le indagini solo se la polizia gli fa pervenire una denuncia; se no il reato può essere sotto gli occhi di tutti ma, senza denuncia, non si può fare niente. E che importanza ha?, pensa il comune cittadino; tanto la polizia farà le denuncie.

Bisogna vedere.

Denuncie per rapine, furti e omicidi quante ne volete. Ma per corruzione, interessi privati in atti d’ufficio e in genere per i reati dei politici e dei loro amici la denuncia non è frequente. Non perché la polizia partecipi del malaffare diffuso nella politica. Ma perché il ministro dell’Interno (o della Difesa se si tratta dei carabinieri, o delle Finanze se si tratta della guardia di finanza) telefona al prefetto o al generale che telefonano al questore o al colonnello che telefonano … fino a qualcuno che spiega al commissario o al maresciallo che quel rapporto, si hai capito bene, proprio quello, non si fa, mettilo nel cassetto e scordatelo. Sicché pensiamo a quello che sarebbe successo se la Procura di Milano non fosse stata (ancora) libera di “prendere di propria iniziativa notizia dei reati”. Capita che Maroni va Milano, viene informato che Comune ha assegnato alloggi popolari a 25 famiglie rom e si incazza: non se ne parla nemmeno, gli alloggi agli italiani. Disponibile, anzi prono, il Comune esegue e revoca l’assegnazione. Il Procuratore Spataro (che legge i giornali) si chiede: “ma come, prima si, poi arriva Maroni che si incazza perché ai rom le case popolari non si debbono dare, e adesso no? Ma sarà che c’è un tantino di discriminazione razziale? Perché, se c’è (se, andiamo a vedere le delibere del Comune, quelle prima di Maroni e quelle dopo), allora c’è l’art. 1 comma 1 lett. a della L. 25.6.93 n. 205 che punisce (da 6 mesi a 3 anni, mica poco) chi commette atti di discriminazione razziale”. Ecco, che i civich denuncino alla Procura il sindaco Moratti lo vedo poco probabile; senza l’articolo 330 la discriminazione razziale ai danni delle famiglie rom (se c’è stata, si vedrà) resterebbe impunita. Capito perché alla politica il 330 fa l’effetto dell’ortica?

sabato 18 dicembre 2010

Alfano, invasioni di campo


di Bruno Tinti

Certo che la vita del fazioso è semplice assai: questo è per bene, quello per male, questo è intelligente, quello stupido. Certezze, certezze, certezze. Invece, a sforzarsi di essere obiettivo, si prendono delle tranvate… Un paio di settimane fa pensai bene di chiedere scusa al ministro Alfano con cui me l'ero presa parecchie volte; lo avevo sentito parlare in occasione del congresso dell'Anm e mi era piaciuto molto: intelligente, equilibrato, pacato. Tutti gli amici e colleghi mi avevano chiesto se ero matto: fai le scuse ad Alfano!? Oggi le scuse mi tocca farle a loro: ho avuto torto, il lupo perde il pelo ma…

ANDIAMO per ordine. Il 14 dicembre movimenti di piazza anti B; la cosa degenera: violenze, disordini, lesioni, danneggiamenti; un casino. La polizia arresta un po’ di gente, pare studenti, e il Pm li rinvia a giudizio per direttissima in stato di detenzione. Imputazioni: resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento, lesioni, uno anche per rapina; c’è anche un danneggiamento seguito da incendio.

I Tribunali incardinano i processi, fanno istruttoria dibattimentale (che vuol dire che assumono prove) e poi rinviano il tutto al 23 dicembre. Però intanto scarcerano gli imputati; alcuni perché non ci sono ancora prove concrete che siano stati loro a commettere quei reati, bisogna approfondire; e altri perché i reati che sembrano aver commesso non sono poi così gravi.

B&C si incazzano; e questo è comprensibile: gente senza cultura, faziosa all'eccesso, non calmierati nemmeno dal senso del ridicolo. Il problema è che si incazza anche Alfano; e, siccome è il ministro della Giustizia, annuncia che manderà gli ispettori per verificare se vi sono state violazioni di legge formali o sostanziali. Ed ecco che io divento oggetto dei lazzi e frizzi degli amici.

Il problema è che, ancora una volta, Alfano si associa alle intimidazioni dei suoi compagni di fazione. Provo a spiegarglielo che questa cosa non va bene.

I REATI ASCRITTI agli imputati sono gravi: la resistenza è punita fino a 5 anni di reclusione, il danneggiamento, se seguito da incendio, fino a 6 anni e 3 mesi; e, quanto alle lesioni, dipende dalla loro gravità: si va da 3 a 12 anni. Della rapina non parliamone, fino a 10 anni.

Va anche detto che la gravità di questi reati è maggiore ancora di quello che sembra: perché commessi in un contesto di aggressione allo Stato, di illegalità proterva e arrogante, di vera e propria guerriglia urbana. Insomma gli autori di questi reati in prigione ci starebbero benissimo e anche per parecchio tempo.

Ma non è Alfano che lo deve stabilire; non è il Ministro della Giustizia che ha titolo per valutare le decisioni di un Tribunale. È qui che Alfano (di B&C non vale nemmeno la pena di parlare) ha proprio sbagliato.

Io non so se il Tribunale ha fatto bene. A me gente del genere piacerebbe vederla in galera; ma non so se gli imputati erano “gente del genere”; non so se le prove a loro carico fossero convincenti (pare di no, il Tribunale ha ritenuto di approfondire); non so se proprio quelli erano i reati da contestare o altri, magari meno gravi. Queste cose le sa il Tribunale che ha deciso come sappiamo. E magari ha sbagliato. E in questo caso il nostro ordinamento giuridico prevede appello e cassazione; e sarà in queste sedi che si deciderà. Dunque è evidente come il parere di Alfano sia irrilevante; e che, qualsiasi cosa gli diranno gli ispettori, resterà irrilevante.

Come ho detto, di B&C (e del C Maroni che ha spiegato alla Camera che lui non è d'accordo con le scarcerazioni) non vale nemmeno la pena di parlare: parlano di cose che non sanno. Ma il ministro Alfano sa; e sa di aver sbagliato. Per 2 motivi che non serve spiegare a lui ma che possono interessare i lettori del Fatto.

Del primo motivo ho già parlato: l’innocenza o la colpevolezza degli imputati riguarda i Tribunali. I ministri e i politici in genere possono andare a dire la loro nel talk-show di Vespa, consapevoli, loro e quelli che li ascoltano, che si tratta di chiacchiere da salotto.

IL SECONDO motivo: questi ministri dovranno capire, presto o tardi, che i processi non si fanno ai colpevoli. I processi si fanno per stabilire se l’imputato ha commesso o no il reato che gli è addebitato.

Dovranno capire che non basta che la polizia arresti e denunci, che il Pm rinvii a giudizio per emettere una sentenza di condanna. Se l’imputato deve finire in prigione lo stabilisce il Tribunale. Non fosse così, potremmo far comminare gli ergastoli direttamente dal Pm. Quindi indignarsi per le scarcerazioni di gente che deve ancora essere condannata è ridicolo e denota un’ignoranza giuridica e istituzionale che, certamente, non appartiene ad Alfano; e che dunque è imperdonabile.

Infine. Ma cosa pensa di fare il ministro Alfano con gli ispettori? Sa benissimo che la sentenza del Tribunale quella sarà e quella resterà, qualsiasi cosa dicano o facciano i suoi pretoriani. E allora? Cosa resta? L’intimidazione. Che non è meno grave perché, in genere, con i magistrati non funziona.

venerdì 17 dicembre 2010

RIFONDARE L’OPPOSIZIONE


di Bruno Tinti

Quando sono in giro per convegni e conferenze capita sempre, a un certo punto, che qualcuno mi chieda: ma come se ne esce? In questi casi confesso di non avere una risposta; non si supera la volontà popolare, disinformata e meschina che sia.

Poi qualcuno più subdolo, in buona o mala fede, allude a una “nuova resistenza”. Non mi sottraggo: spiego che scendere sullo stesso terreno di B&C, condividere le sue illegalità, addirittura porsi fuori dei principi democratici impedirebbe di proporci come valida alternativa.

Ma, quando mi fanno osservare che dico solo ciò che non si deve fare e che però non propongo soluzioni costruttive, devo ammettere che hanno ragione.

Oggi ho le idee chiare. E il merito è tutto di B&C.

In questi giorni ho fatto un tifo sfegatato per B; ho sperato che i suoi acquisti andassero a buon fine e che riuscisse a comprare un numero sufficiente di C mascherati.

Ho pensato che l’esibizione spregiudicata di un Parlamento-mercato valesse più di centinaia di dotti articoli.

Ho pensato che lo spettacolo di patetici figuri impegnati a spiegare come, a due o tre giorni da un voto decisivo, avevano improvvisamente visto una grande luce avrebbe indignato i cittadini.

Ho pensato che la constatazione di questo abisso etico e politico sarebbe stata l’occasione di un nuovo inizio.

Ho pensato: se si riesce a votare abbastanza in fretta, prima che la memoria dello squallido sconcio si appanni (non è un caso che perfino Bossi sembra aver rinunciato ad elezioni immediate) può anche darsi che l’era B. finisca non per strategia parlamentare ma per definitivo disgusto dei cittadini. P

erò magari ho pensato male; magari alla maggioranza degli italiani la spregiudicatezza, la furbizia, la corruzione paiono qualità. E poi i voltagabbana hanno procurato un danno ulteriore, assai più grave del salvagente gettato a B: ma sono tutti uguali – si dirà – fanno tanto i puri e poi, al momento buono... Così può anche succedere che B&C restino in sella.

E allora? Questa non è una sconfitta, è un’opportunità. Se non si riesce a cambiare la maggioranza, si può rifondare l’opposizione. Si può passare al pettine fitto i partiti ed espellere gli indegni prima che, atteggiandosi a virtuosi, ti pugnalino alle spalle. Si può cogliere l’occasione per smetterla di dipendere dalla magistratura e fare pulizia dall’interno: non perché questo o quello hanno commesso reati (certo, anche) ma perché “politicamente” chi ha frequentazioni equivoche, conflitti di interessi, analfabetismo politico e culturale non è un vantaggio per il partito, non importa quanti voti porta con sé.

Si possono superare le divisioni, valorizzare le identità, accettare la riduzione delle tante poltrone di segretario, vicesegretario, coordinatore, vicecoordinatore etc.

Si può insomma interpretare la politica come un servizio e non come un mestiere. E quando tutto questo fosse realtà, l’alternativa presentata ai cittadini sarebbe semplice: da una parte le persone perbene e dall’altra quelle per male.

E se gli elettori continuassero a preferire quelle per male non sarebbe un dramma: come diceva Lenin, il vero rivoluzionario è quello che, consapevole dell’inutilità dei suoi sforzi, fa freddamente e fino in fondo il proprio dovere.

venerdì 10 dicembre 2010

IL GOVERNO DEI MIEI SOGNI


di Bruno Tinti

“Posso resistere a tutto tranne che alla tentazione” diceva Oscar Wilde. E debbo confessare che, nel mio piccolo, mi sono sempre lasciato tentare molto. Le idee soprattutto sono tentatrici.

Per questo mi è difficile resistere al sogno di un governo presieduto da Monti o Draghi, composto da tecnici addetti ognuno al ministero corrispondente (pensate a un magistrato alla Giustizia, a un medico alla Sanità, a un ingegnere ai Lavori pubblici etc).

Ancora più difficile è resistere al sogno di B&C e di tutti gli altri C mascherati da oppositori che se ne vanno a casa (o in prigione). E siccome questo governo farebbe sicuramente benissimo, varerebbe subito una legge elettorale e un’altra sul conflitto di interessi, provvederebbe alla riforma della Giustizia (e non dei magistrati), smaltirebbe i rifiuti napoletani e tutto quello che ci vive sopra (che è il vero problema) e affronterebbe la crisi economica con competenza e rigore, è ovvio che penso: dove devo firmare per dire che sono d’accordo?

Poi sono andato a dormire e la mattina dopo...

Ecco, prima di tutto la storia di Cincinnato non è proprio come ce la spiegano a scuola: un soldato, un contadino, chiamato a furor di popolo a salvare Roma; sconfitto il nemico, se ne torna tranquillo al suo orticello.

In realtà lui era un politico: eletto console, intraprese una lunga lotta contro i tribuni della plebe che avevano intentato un processo contro suo figlio.

Sembra che sia stato un bravo console; e certo fu un bravo dittatore, soprattutto perché, come previsto dalla legge, se ne tornò a casa sua alla scadenza del mandato. Ma, anche lui teneva famiglia, come si è visto.

Il punto fondamentale però è un altro.

In democrazia è il popolo che sceglie da chi vuole essere governato. È vero che la nostra Costituzione non prevede che il presidente del Consiglio debba essere necessariamente un esponente della maggioranza che ha vinto le elezioni; basta che la persona nominata dal presidente della Repubblica abbia la fiducia delle Camere e poi governa legittimamente.

Solo che, con questo sistema, la volontà popolare va a farsi benedire: nessuno pensava a Monti o Draghi quando ha dato il suo sciagurato voto a B&C e agli altri C mascherati da oppositori.

Un 30% scarso voleva proprio B. come presidente del Consiglio; e gli altri pensavano ai leader del partito che votavano.

Questa è la conseguenza dell’immaturità politica del nostro paese: si sceglie l’imbonitore televisivo, l’etichetta priva di contenuti, lo slogan anti qualcuno o qualcosa.

Voto irresponsabile, è vero: però voto.

Affidare il governo a persone estranee al circuito politico significa sostanzialmente dire a tutte queste persone: voi non avete capito niente, adesso ci penso io.

Il che può anche andar bene, per un po’.

Ma probabilmente questo fu proprio il pensiero di re Vittorio Emanuele III che, nel 1922, invece di appoggiare il governo Facta (pessimo, è vero, ma frutto del consenso popolare) nominò Mussolini presidente del Consiglio. E non andò bene per niente.

Certo, resta il problema: che facciamo con B&C che stanno portando alla rovina il paese? Eh, aspettiamo di votare. E speriamo che qualcosa cambi.

Quando saremo finiti come la Grecia qualcosa cambierà di sicuro.

Ma, anche se non sarà così, penso che sia sempre meglio resistere resistere resistere in democrazia che affidarsi all’uomo del destino.

venerdì 3 dicembre 2010

MORTE, CLERO E LIBERTÀ


di Bruno Tinti

Un mio amico si è ucciso. Era stanco, aveva perso gioia e interesse. Sono stato molto triste. Non per la sua morte: era stata una sua scelta da rispettare. Ma per la mia vita: perché mi sarebbe mancata la sua intelligenza e la sua cultura. E soprattutto per la sua, di vita, per la tristezza e il vuoto che l’avevano portato a decidere di liberarsene. Non sono stato capace di stargli vicino, ho pensato. Comunque sono andato a salutarlo. Lui non credeva, come me. Un laico tollerante e silente, la vita poneva ben altri problemi. Ci arrabbiavamo un po’ per l’approccio confessionale alle miserie degli uomini; e molto di più per la loro strumentalizzazione. Ma non se ne discuteva: quando la si pensa nello stesso modo c’è poco da dire. E, per fortuna, noi avevamo così tante idee diverse. Come ho detto sono andato al cimitero; alla sala delle cremazioni, così aveva deciso il mio amico. Niente cerimonia religiosa, il che mi sembrava logico visto il suo suicidio: conservavo una vaga memoria, forse errata, che ai suicidi non fosse consentito il riposo in terra consacrata; che, per un credente stanco e depresso, mi era sempre sembrato l’ultimo insulto. E poi avevo saputo da un amico che c’era un biglietto: niente cerimonie religiose, solo cremazione. All’ingresso del cimitero c’era tanta gente; il mio amico era una persona nota, molto stimato; e amato profondamente da molti, anche se aveva una personalità complessa. Proprio questo aveva attratto molti di noi. E lì siamo stati intercettati. Un prete, che avevo già notato fermo all’ingresso, intento alla predica per un funerale precedente, ha fermato la macchina con la bara, ha fermato tutti noi che la seguivamo e ha iniziato una nuova predica. Preghiamo per lui, uomo di fede, buono, marito affettuoso, padre esemplare, Dio lo accoglierà, la vera vita, ci sarà sempre vicino, insomma tutto il repertorio. Sono rimasto perplesso, poi arrabbiato. Ho chiesto a un altro amico (che era in condizione di saperlo) “ma, non aveva lasciato un biglietto in cui aveva detto niente preghiere …”. “Questa non è preghiera, è liturgia della preghiera”, mi ha risposto. Naturalmente non ho capito quale fosse la differenza e perché il mio amico, che non voleva cerimonie religiose, avrebbe dovuto dispiacersene di meno. Ma ho taciuto. C’era la sua famiglia e non volevo aggiungere dolore a dolore. Poi ho parlato con un altro amico e gli ho fatto la stessa domanda. Intelligente, saggio, furbo come è sempre stato, mi ha detto “Sai, adesso non gliene importa più nulla”. E io sono rimasto a chiedermi se era giusto fare violenza ai morti; se era giusto non rispettarli; se era giusto lasciare una sentinella in servizio permanente all’ingresso dei cimiteri, per intercettare bare e fare propaganda; se era giusto approfittare di un momento di minorata difesa per sottoporre tutti a una liturgia (eh, si, su questo il primo amico aveva ragione) che il morto e molti suoi amici non condividevano e non desideravano. Mi sono chiesto soprattutto se questa prevaricazione fosse coerente con il messaggio di amore (ma non di rispetto) che quel sacerdote ossessivamente ripeteva davanti a tutte le bare che gli passavano davanti e che contenevano ciò che restava di un uomo e della sua libertà.

venerdì 26 novembre 2010

PM OPERATORE ECOLOGICO


di Bruno Tinti

Una delle accuse più frequentemente rivolte dalla politica alla magistratura è quella di svolgere compiti di “supplenza”. Basta pensare al significato di questa parola, supplenza (e cioè fare qualcosa al posto di altra persona che dovrebbe farla ma che non la fa), per capire che, giusta o no che sia l'accusa, trattasi di attività assolutamente meritoria.

Pensavo a questo mentre vedevo scorrere su Sky Tg24 (Rai e gli altri telegiornali di Berlusconi sono un po' riluttanti a mandarle in onda) le immagini relative alle strade di Napoli bloccate da tonnellate di rifiuti. E, siccome “semel cura, semper cura” (una volta prete, sempre prete), da bravo pm in pensione, ho pensato come migliorare la vita dei cittadini di Napoli e l'immagine dell'Italia, nonché come evitare epidemie e le salate multe della Ue.

Non è complicato.

Ammucchiare sul suolo o nelle acque pubbliche rifiuti appartenenti a tutte le categorie previste da ogni legge divina e umana è un reato previsto dall'art. 256 del D. Lgs. 152/06: si chiama discarica abusiva.

Lo si capisce per intuito e comunque lo ha detto tante volte anche la Cassazione.

Quando c'è un reato, la cosa è di competenza della Procura della Repubblica.

E qui comincia il bello.

I rifiuti sono il prodotto del reato (si chiama “corpo del reato”) della discarica abusiva.

Secondo il codice penale (art. 240) il corpo del reato deve essere confiscato; per confiscarlo bisogna sequestrarlo (art. 253 codice di procedura).

Siccome migliaia di tonnellate di rifiuti non possono essere depositate in cancelleria come prevede l'art. 259, si deve nominare un custode (che è pagato dallo Stato).

Il Pm può, anzi deve quando si tratta di cose pericolose, ordinare la distruzione di quanto sequestrato (art. 260), previa campionatura per poter avere la prova del reato e far condannare il delinquente che lo ha commesso.

Quindi il custode deve individuare qualcuno che, lautamente pagato (sempre dallo Stato – art. 691 del codice di procedura e 200 delle disposizioni attuative – e senza il mercanteggiamento politico-mafioso che sta impedendo da anni di costruire i termovalorizzatori e di aprire nuove discariche) provvederà alla distruzione.

Tutto questo si può fare anche in un procedimento contro ignoti, in attesa che diventino noti (sarebbero quelli che avevano l'obbligo di evitare che le strade di Napoli diventassero una discarica e che se ne sono sovranamente sbattuti; si chiama reato omissivo, art. 40 del codice penale).

Sarà supplenza? Visto che il reato c'è e che sequestro e distruzione sono previsti dalla legge, direi proprio di no.

Ma se politici gelosi delle loro competenze (benché inadempienti, inerti e un po' mafiosi) dovessero rispondere di sì, si potrebbe trovare un accordo: intanto la magistratura comincia a ripulire le strade; appena cominciano a farlo loro, ci si ritira in buon ordine.

Se poi si mettono personalmente a guidare i famosi compattatori e a prendersi le ingiurie e minacce che gli competono di diritto e che, al momento, finiscono iniquamente sulle spalle di incolpevoli autisti, si può anche avviare una sottoscrizione popolare per la costruzione di un monumento loro dedicato; fatto di sacchi di rifiuti, naturalmente.

sabato 20 novembre 2010

Brescia, giustizia impossibile


di Bruno Tinti

Strage di Brescia: sentenza di assoluzione per insufficienza di prove. “La sentenza mortifica i parenti delle vittime”; “Niente giustizia per mio padre, oggi mi manca ancora di più”; “Me l’aspettavo. Come si fa a fidarsi delle istituzioni?”; “La vergogna di Roy Hagen” (Delfo Zorzi, uno degli imputati); “La nuova ferita”. Questi alcuni dei titoli di giornale. Capisco il dolore dei parenti: la condanna dei colpevoli non restituirebbe la vita ma realizzerebbe una specie di equilibrio; resterebbe il dolore, non la frustrazione, l’ira, l’impotenza. Ma è possibile – pensano – che, dopo 36 anni, questo equilibrio non sia stato realizzato? Si, è possibile, soprattutto dopo 36 anni. Provo a spiegare perché.

IL PROCESSO non si fa solo ai colpevoli, non serve per ratificare una sentenza di condanna già emessa. Se così fosse, sarebbe inutile: c’è un delitto, la polizia scopre il colpevole, il pm lo condanna all’ergastolo. Il processo si fa nei confronti di persone che non si sa se sono colpevoli o no; serve per accertarne la colpevolezza; e, ma è la stessa cosa, per accertarne l’innocenza. La rabbia della vittima per una sentenza di assoluzione è l’altra faccia della medaglia della rabbia dell’imputato per una sentenza di condanna: ognuno dei due ha già deciso, prima ancora che il processo finisca, che la sentenza “giusta” è quella che corrisponde alla sua aspirazione. Ma questa convinzione è dissennata. La sentenza “giusta” è solo quella emessa dal giudice nel rispetto delle regole. Solo se si prova che il giudice è stato corrotto o ha trascurato prove decisive in un senso o nell’altro, solo in questo caso la sentenza può essere definita “ingiusta”. E allora si farà un altro processo e ci sarà una nuova sentenza. Insomma nessuno è “colpevole” se una sentenza non lo qualifica tale.

Una sentenza è cosa diversa dal giudizio del privato cittadino. Una sentenza deve essere motivata solo sulla base delle prove acquisite nel processo, non può fondarsi su convincimenti personali, sensazioni, intuizioni, nemmeno sull’accertata responsabilità dell’imputato in altri casi analoghi. Facciamo un esempio: la moglie sorprende il marito a cena con un’avvenente signora; li affronta, contesta il tradimento; i due sono imbarazzati; “ma no, che dici, non è come pensi”; poi tacciono, confusi; magari, più tardi, a casa, il marito confessa. Due anni dopo, udienza di separazione. La moglie ricorda l’episodio, il marito lo minimizza: “Un incontro di lavoro, un aperitivo; non le avevo detto niente perché è sempre gelosa, mi fa scenate continue”. La confessione? Mai avvenuta. Il giudice presumibilmente non riterrà provato il tradimento: a chi credere? Ma, se gli fosse stato mostrato un video di quella cena, se avesse visto, sentito, la sua decisione sarebbe stata diversa. Solo che il video non esiste, deve decidere con le prove che ha. Ecco perché non c’è necessaria coincidenza tra la decisione del giudice e la verità storica. Può non piacere, può deludere, ma è così. La sentenza è il tentativo degli uomini per garantire una civile convivenza, la soluzione dei rapporti tra i cittadini; ma non può essere considerata un oracolo, il giudizio divino, la Verità.

È NORMALE che non si arrivi a una decisione certa dopo 36 anni; è quasi impossibile. Si scopre un documento dopo 15 anni; a quando risale, chi lo ha conservato, perché non è stato trovato prima? E se è falso, come dice Tizio, smentito da Caio ma confermato da Sempronio? Arriva un testimone, dopo 10 anni, rivela alcune cose, ne smentisce altre, poi ritratta. Quando ha detto la verità, prima, dopo? E perché si è fatto vivo dopo 10 anni? Chi lo ha mandato? Il problema è che il giudice non può dire, come chiunque, “boh, non ci capisco niente, non ho elementi per decidere, chiedete a qualcun altro” . Lui deve emettere una sentenza; e, quando gli elementi a sua disposizione non sono sufficienti per decidere, non gli resta che dirlo: insufficienza di prove. Non c’è da stupirsene. La Corte Suprema degli Stati Uniti giudicò irragionevole la tesi in base alla quale l’assassino di John Kennedy era Lee Oswald, poi ammazzato da Jack Ruby in un impeto d’ira e di vendetta. Ma non fu possibile trovare le prove su chi fosse il mandante del primo e del secondo omicidio. Supposizioni, convincimenti, pregiudizi: la Cia, i terroristi, gruppi di potere di varia natura. Ma a chi fare il processo? Chi mandare sulla sedia elettrica?

E qui, nel nostro Paese, a Brescia: sì, strage nata negli ambienti neofascisti, così hanno detto alcune sentenze; ma chi piazzò l’ordigno, chi dette gli ordini, chi progettò? Non si è accertato; in 36 anni decine di giudici, centinaia di poliziotti, hanno fatto quello che potevano per accertare la verità; certamente altri, molto potenti, hanno fatto anche loro quello che potevano per impedire le indagini. Ci sono riusciti; in Italia, come negli Usa, come in qualsiasi altro Paese, quando il Potere decide di sottrarsi al controllo di legalità. È la constatazione di una verità che, presto o tardi, tutti debbono capire: la storia non si fa con le sentenze, si fa con le elezioni; e, qualche volta, con le rivoluzioni.

venerdì 19 novembre 2010

QUANTO PESA IL VATICANO


di Bruno Tinti

Una parte del lavoro che faccio adesso consiste nell’andare in giro per partecipare a dibattiti organizzati da associazioni culturali, librerie e, qualche volta, da partiti.

La settimana scorsa sono andato a Trieste, in una libreria fantastica: grandissima, piena di libri insoliti, con un bar fornito di cose buonissime e di vini superlativi. Tra il pubblico c’era un cittadino americano che parlava un ottimo italiano e che, non so per quali ragioni, era molto interessato ai fatti nostri. In particolare aveva un’ottima competenza giudiziaria e, siccome io avevo messo a confronto il nostro sistema con quello statunitense, concludendo che il nostro era comunque assai migliore, mi ha mosso alcune significative obiezioni, molto tecniche.

La gente ha partecipato molto, il che in fondo mi ha stupito: ma guarda che fame di informazioni, ho pensato. Dove la cosa si è fatta interessante è quando questo signore ha spiegato che, secondo lui, il nostro problema sta nel fatto che siamo cattolici e, in particolare, che in Italia c’è il Vaticano, il Papa, una gerarchia ecclesiastica molto attiva politicamente etc. etc.

Ha continuato dicendo che noi abbiamo tante leggi, la maggior parte inutili (ho condiviso entusiasticamente), perché è nella nostra formazione culturale quella di farci guidare dall’esterno, da leggi o persone che ci dicano cosa è giusto e cosa è sbagliato. Mentre nei Paesi anglosassoni, che sono a maggioranza protestante, le leggi sono in numero infinitamente minore, i processi si basano su precedenti decisioni da cui ci si discosta solo in casi eccezionali e le regole etero imposte (insomma i casi in cui si dice al cittadino cosa fare e cosa non fare) sono pochissime. E questo perché, ha concluso, i protestanti hanno una cultura diversa, un codice etico e civico di cui si considerano depositari e responsabili; e le cui violazioni costituiscono un’incoerenza verso se stessi, non una trasgressione a comandamenti esterni.

La cosa mi è piaciuta molto e ho cercato di spiegare che proprio questo sostanziava la differenza fondamentale tra il nostro codice di procedura penale e quello americano: noi abbiamo la sentenza, dove il giudice spiega quali leggi ha seguito, come le ha interpretate e dunque perché ha preso quella decisione. Negli Usa hanno il verdetto, cioè la decisione tout court: ti condanno, ti assolvo; ma la giuria non spiega quali ne sono stati i motivi. In effetti, la giuria è il popolo; e il popolo, etico - diciamo così - per natura e non per obbedienza, non ha bisogno di spiegare.

La cosa più divertente per lo sconcerto che ha provocato è arrivata alla fine. Il mio amico (a questo punto così lo consideravo) ha detto: “Il problema vostro è la confessione. Voi vi comportate male ma poi avete il vostro mediatore privato con Dio. Andate da lui, gli raccontate tutto e vi dichiarate pentiti. E lui vi perdona e vi dice: va e non peccare più. Non aggiunge, ma è implicito, però se pecchi torna qui che l’aggiustiamo. Da noi, se uno si comporta male il problema è serio. Che fa, si autoassolve?”. Mi è piaciuta molto. Chissà che ne pensano i miei 25 lettori?

venerdì 12 novembre 2010

IL MINISTRO IMPUGNATORE


di Bruno Tinti

Il 15 settembre Alfano ha scritto alla Corte d’Appello di Milano spiegando come doveva essere deciso il processo Abu Omar. Si trattava dell’imam di Milano, rapito da agenti Cia con la complicità dei servizi segreti italiani, portato in Egitto, incarcerato e torturato. I vertici del Sismi furono salvati dal governo italiano con il segreto di Stato; gli agenti Cia furono condannati. Il difensore di uno di questi disse che il suo assistito doveva essere giudicato in Usa secondo la Convenzione Nato del 1951. Alfano inviò una lettera al Tribunale: “Questo avvocato ha proprio ragione”. Il giudice gli dette torto e lo spione fu condannato.

Naturalmente fu proposto appello. E adesso Alfano ci riprova.

La cosa è scandalosa sotto tanti punti di vista.

Cominciamo dal merito. La convenzione Nato in effetti prevede che, in caso di giurisdizione concorrente, le autorità militari Usa hanno il diritto di processare uno dei loro per “i reati compiuti nell’esecuzione del servizio”. Dunque, se un militare Usa commette in Italia un reato; se questo è considerato reato anche negli Usa; se è stato commesso durante un servizio per conto degli Usa; allora sarà giudicato dai giudici Usa. È ciò che avvenne con la tragedia del Cermis: un aereo Usa per un errore di manovra troncò il cavo di una teleferica; la cabina cadde e morirono 20 persone; processo ai piloti in Usa. Ma il rapimento di Abu Omar è tutta un’altra cosa. Prima di tutto è reato solo per la legge italiana (art. 605 codice penale).

Negli Usa si chiama extraordinay rendition ed è considerato legittimo. Sicché niente giurisdizione concorrente. Se l’Italia non li processasse, gli spioni non sarebbero processati in Usa perché lì non è reato.

Ma allora, se non c’è giurisdizione concorrente, se si tratta di un reato solo per la legge italiana (e per quella di – quasi – tutti gli Stati civili della terra), la convenzione Nato non c’entra niente. E poi, quale persona sana di mente può pensare che un pubblico servizio consista nel rapire e torturare una persona?

In questo caso, il pubblico servizio Usa era un reato in sé, non un’attività lecita nel corso della quale (come espressamente dice la Convenzione Nato) sono stati commessi reati. E si può sostenere che l’Italia debba accettare che delitti gravissimi siano commessi impunemente nel suo territorio solo perché chi li commette è cittadino di un altro Stato le cui leggi (che non ci riguardano, siamo – ancora – uno Stato sovrano) dicono che non si tratta di attività illecita? E se gli Usa decidessero che è lecito per la Cia appostare, dietro la madonnina del Duomo di Milano, un tiratore scelto e fare secco qualcuno perché, secondo loro, è un terrorista, a noi ci dovrebbe star bene? Ma dai!

E ora passiamo ad Alfano. Non è poi così sorprendente che Alfano abbia sposato con tanto entusiasmo l’improbabile tesi di un difensore che, lui sì, era assolutamente giustificato a fare il possibile per tirare fuori dai guai il suo cliente. Solo che il ministro della Giustizia non ha titolo per dare consigli, istruzioni, raccomandazioni a un Tribunale della Repubblica italiana. Se proprio vuole, partecipi la sua solidarietà alla Cia e le dica che, purtroppo, i giudici italiani sono tutti comunisti; ma abbandoni l’idea di influire sulle sentenze. A meno che… Sarà che è in gestazione un decreto legge che attribuisce al ministro della Giustizia la facoltà di impugnare le sentenze che non gli piacciono? E se stesse facendo le prove generali?

venerdì 5 novembre 2010

MA LEI NON SI VERGOGNA?


di Bruno Tinti

Transparency International ha pubblicato il CPI (Corruption Perception Index) 2010. L’Italia occupa il posto numero 67 su 178. Prima di noi tutti i paesi Ue, G8 e G 20, fatta eccezione di Romania (69), Bulgaria (73) e Grecia (78). Prima di noi, soprattutto, Malesia (56), Turchia (56), Tunisia (59), Croazia e Macedonia (62), Ghana e Samoa (62), Rwanda (66).

Naturalmente per B&C il CPI non ha nessun significato. Corruzione percepita? Impressioni soggettive! Processi politici di giudici comunisti! Impressioni soggettive un cazzo.

1) Non si può valutare il livello di corruzione in un Paese comparando la quantità di reati accertati. Questo dato dimostra solo l’efficienza del sistema giustizia di quel paese: quante corruzioni hanno scoperto i poliziotti, quanto hanno funzionato i sistemi di controllo interni della Pubblica amministrazione, quante condanne sono state inflitte dai tribunali. Quindi il cosiddetto criterio oggettivo non serve a niente. In ogni modo, se anche lo si utilizzasse, considerata l’inefficienza del nostro sistema giustizia (anche B&C ne convengono visto che ogni giorno annunziano che la riformeranno dopodiché finalmente funzionerà), è giocoforza concludere che in Italia i reati di corruzione non vengono scoperti e dunque si deve procedere per stime proporzionali. Proprio come si fa, per esempio, quando si valuta l’evasione fiscale: stima sulla quale nessuno trova da ridire, anzi: sul gettito della lotta all’evasione è fondata la finanziaria.

2) Transparency International richiede in particolare il parere di analisti e uomini d’affari; cioè gente che studia professionalmente il fenomeno (gli analisti) e che lo vive sulla propria pelle (gli uomini d’affari). E considera attendibile il risultato solo se la stessa valutazione è fornita da almeno tre delle fonti cui si rivolge. Inoltre richiede una valutazione coincidente tra le fonti residenti e quelle non residenti; in altri termini, gli uomini d’affari italiani e quelli stranieri hanno dato la stessa valutazione del livello di corruzione in Italia.

3) Aggrapparsi alla soggettività di Transparency International è, soprattutto per quanto riguarda l’Italia, ridicolo. Noi siamo il paese che vuole bloccare le intercettazioni che sono l’unico strumento che permette di scoprire la corruzione. Noi siamo il paese che ha depenalizzato di fatto il falso in bilancio che era l’unico modo per accertare il “nero”, cioè la costituzione dei fondi riservati utilizzati per corrompere. Noi siamo il paese che ha dimezzato i termini di prescrizione per la corruzione (e anche per tanti altri reati) e che vuole ammazzare i processi pendenti con il cosiddetto processo breve. Noi siamo il paese che si occupa da 15 anni di salvare il suo presidente del Consiglio da processi di frode fiscale e corruzione. Come dicevo, impressioni soggettive un cazzo.

Finiamo con un contributo personale. Qualche tempo fa, una TV olandese mi ha intervistato per un servizio sulla situazione politica, giudiziaria e sociale italiana. Alla fine il conduttore-regista mi ha chiesto con molta serietà (gli avevo raccontato che avevo fatto tante rogatorie): “Ma lei, quando va a lavorare all’estero, non si vergogna di essere italiano?”.

venerdì 29 ottobre 2010

I SOLDI NON C’ENTRANO


di Bruno Tinti

Il 27 ottobre la Camera ha discusso del bilancio 2011 e del programma finanziario 2011-2013. Per la parte che riguardava la Giustizia, il PD ha presentato un emendamento sulla previsione di fondi per l'informatizzazione e un altro per l’eliminazione del taglio agli straordinari del personale; entrambi gli emendamenti sono stati respinti.

Secondo il PD, dunque, la crisi della Giustizia potrebbe essere alleviata con la formula: più soldi, più mezzi, più personale. Il che non solo è irragionevole ma è un errore politico: nonostante le trionfalistiche dichiarazioni di B, l’Italia, come tutto il mondo occidentale, è alla canna del gas; e chiedere soldi ai poveri è privo di senso.

Sulla irragionevolezza provo a spiegarmi con un esempio.

Supponiamo che Marchionne metta in cantiere un nuovo modello di macchina: dovrà trasportare 5 persone, 250 kg di bagaglio, raggiungere 150 km/h e consumare non più di 10 litri per 100 km. Queste caratteristiche, naturalmente, non sono frutto del suo capriccio ma corrispondono alle esigenze del mercato: le macchine prodotte dalle altre fabbriche le hanno. Quando il prototipo è pronto si scopre che il motore non ce la fa a portare la macchina a 150 km/h: è troppo poco potente. Si potrebbe alleggerire la macchina; ma in questo caso diventerà troppo piccola e non potrà portare le persone e il bagaglio previsti. Oppure si può aumentare la potenza del motore; ma in questo caso consumerà più di 10 litri per 100 km. Progetto sbagliato. Marchionne licenzierebbe gli ingegneri, ne assumerebbe di più bravi e ordinerebbe di ricominciare da capo.

Il PD aumenterebbe la potenza del motore, ma non poi tanto; e rimpicciolirebbe la carrozzeria, ma di poco. Risultato: macchina inutile, pericolosa e costosa. Nessuno la compra.

Tutto questo perché Marchionne capisce di economia e il PD no. In particolare il PD non ne conosce la legge fondamentale: “i bisogni sono infiniti; ma i beni (cioè le risorse necessarie per soddisfarli) sono finiti (nel senso di limitati)”. Il che vuol dire prima di tutto che nessuna esigenza può essere soddisfatta semplicemente aumentando le risorse che essa richiede; e, in secondo luogo, che, se l’aumento di risorse è necessario perché altrimenti l’esigenza non è soddisfatta, allora questo modo di soddisfarla è sbagliato e bisogna trovarne un altro.

Applichiamo tutto questo alla giustizia. Se c’è bisogno, per farla funzionare, di risorse straordinarie (l’Italia spende, in proporzione al numero di abitanti, più di quanto spendono gli altri Paesi occidentali), vuol dire che il sistema è sbagliato e che bisogna riprogettarlo. Il che, del resto, è spiegato con disperata perseveranza da decine di persone esperte della materia. E non è un caso che B&C da questo orecchio proprio non ci sentono. Certo, qui il nuovo progetto non lo posso raccontare bene; il Fatto si paga la carta con i suoi soldi. Mi limito alla pre-condizione fondamentale: buttare nel primo cassonetto della monnezza (non napoletano perché se no ce lo troveremo tra i piedi per l’eternità) il codice di procedura penale; e anche un buon pezzo di codice e leggi penali.

martedì 26 ottobre 2010

Retrodatiamo l’onestà


di Bruno Tinti

Delle due l’una: B&C se ne sbattono di Costituzione e leggi; oppure sono del tutto ignoranti in materia e non ritengono di far ricorso a sapienti che li illuminino. Nel primo caso non vale la pena di discutere con loro: come molte volte in passato (comunisti o no che siano i giudici ordinari e costituzionali che si sono occupati delle loro cosiddette leggi) sbatteranno il naso contro i principi di diritto che hanno violato; e si faranno anche male. Nel secondo caso, animato da spirito di collaborazione (sempre del mio Paese si tratta) cerco di spiegare come stanno le cose. È anche vero che ci ha provato nientepopodimeno che il presidente della Repubblica con uno sdegnato “a me lasciatemi da parte, con questa impunità non voglio averci niente a che fare; e, per il resto, dirò quando mi manderete questa cosa”; ma non pare che B&C si siano vergognati almeno un po’. Le ultime notizie sul Lodo Alfano costituzionale (ha ragione Travaglio: la piantiamo di chiamarlo lodo? Non si tratta di un’illuminata transazione tra interessi contrapposti, è una legge porcata come tutte le altre) sono le seguenti: continua ad assicurare l’impunità al presidente del Consiglio; arruola nel gruppo degli impuniti anche il presidente della Repubblica; continua a riguardare i reati comuni (omicidio, rapina, estorsione, truffa, tanto per capirci; ma quello che interessa soprattutto sono corruzione, falso in bilancio e frode fiscale); ha efficacia retroattiva, che significa che gli impuniti tali restano anche se i reati sono stati commessi prima di diventare presidenti.

LA BRUTTA NOTIZIA è che anche questa nuova legge, costituzionale che sia, gli si scioglierà in mano; proprio come i precedenti “lodi”, sarà dichiarata incostituzionale. Il perché è semplice assai. Il problema è l’impunità e i suoi rapporti con l’articolo 3 della Costituzione. Come tutti sanno, specie dopo che la Corte costituzionale lo ha spiegato in occasione dell’esecuzione capitale dei “lodi” Schifani e Alfano, non si può garantire ad alcuni, benché illustrissimi, individui un trattamento differenziato rispetto agli altri cittadini: “Tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge”; questa cosa a B&C non piace proprio ma c’è poco da fare. Adesso pensano che, se l’obbrobrio è scritto in una legge costituzionale invece che in una legge ordinaria, non sarà possibile per i giudici sollevare l’eccezione di incostituzionalità e chiedere alla Corte costituzionale di scoparla via dall’ordinamento. Invece è vero il contrario. Lo sanno tutti gli studenti di Giurisprudenza che hanno dato l’esame di Diritto costituzionale; ed è scritto in molte sentenze della Corte tra cui la numero 1146 del 1988: “La Costituzione italiana contiene alcuni principi supremi che non possono essere sovvertiti neppure da leggi costituzionali. Tali sono i principi che, pur non essendo espressamente menzionati fra quelli non assoggettabili al procedimento di revisione costituzionale, appartengono all'essenza dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione italiana. Non si può, pertanto, negare che questa Corte sia competente a giudicare sulla conformità delle leggi costituzionali anche nei confronti dei principi supremi dell'ordinamento costituzionale”. Quindi il primo suggerimento è: lasciate perdere, non è cosa. Siccome non mi daranno retta, procedo con suggerimenti, diciamo così, costruttivi.

SUGGERIMENTO n. 2: voi lo sapete che tanti malpensanti sono convinti che del popolo italiano non ve ne frega niente e che pensate solo a salvare le terga di B. Così fate qualcosa per convincerli che non è vero. Per esempio, volete una legge che garantisca l‘impunità anche per i reati commessi prima di diventare presidente del Consiglio; magari anche prima di essere eletti deputati? Va bene. Allora però siate un po’ coerenti: fate una legge che dica che se qualcuno è sottoposto a processo penale non può essere candidato a deputato o senatore; e che, se lo è già, non può essere nominato presidente del Consiglio . Così date una prova di buona fede. Voi pretendete che gli unti dal consenso popolare possano governare in pace; allora non sfidate la sorte: se già sapete che c’è la possibilità che si tratti di gente un po’ delinquente non la eleggete o non la nominate presidente. Se poi capita, pazienza, tanto saranno processati appena avranno finito di governare. Il che ci porta al suggerimento n. 3.

SCRIVETE da qualche parte che, appena finito di fare il presidente, i temporaneamente impuniti si sottopongano al processo penale. Non lo sapevate che forse erano un po’ delinquenti, li avete messi a governare e adesso lo debbono fare; però alla scadenza ne cercate altri e questi se la vedano con la giustizia. Se no diventa una sinecura. Ecco, così diventate un po’ più credibili.

SUGGERIMENTO n. 4. Lo sappiamo tutti che B vuole fare il presidente della Repubblica. Con il sistema che si sono inventati e che ha fatto trasalire Napolitano, finisce che con una maggioranza semplice (la metà più uno) il Parlamento può decidere di far processare il presidente della Repubblica che invece adesso, secondo l’articolo 90 della Costituzione, “non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni”. Mettiamo che B. vada a stare al Quirinale (oh Dio!) e che pensi bene di darsi da fare con la commissione di Vigilanza RAI o con l’AGCOM o con il Cda RAI per far chiudere Report o Anno-zero o qualsiasi altra trasmissione che gli rompe i cabasisi. Mettiamo che Il Fatto lo scopra (in passato siamo stati piuttosto bravi...) e che lo sbatta per un paio di mesi in prima pagina. Mettiamo che una Procura apra un’indagine. Ci ha pensato che finisce che la metà più uno del Parlamento, in un sussulto di dignità, può decidere di farlo processare?

Infine il suggerimento n. 5: c’è una ragione più importante di tutte per lasciar perdere. Se fare l’alta carica dello Stato garantisce l’impunità anche per i reati commessi nella vita precedente, c’è la concreta possibilità che il prossimo presidente del Consiglio sia Totò Riina. I voti per farsi eleggere deputato o senatore probabilmente li ha; le alleanze politiche, spontanee o frutto di ricatti, per farsi nominare presidente del Consiglio anche. Va bene che siamo caduti un po’ in basso; ma, fino a questo punto...

venerdì 22 ottobre 2010

LUNARDI E LA CAMERA


di Bruno Tinti

Come tutti sanno la Camera dei deputati non ha deciso sull’autorizzazione a procedere nei confronti dell’ex ministro Lunardi e ha richiesto al Tribunale dei ministri di Perugia (che lo vuole processare per corruzione) ulteriori atti.

Decisione politica, come testimoniato dal fatto che la maggioranza ha votato compatta per rinviare la decisione e l’opposizione, altrettanto compatta, per concedere subito l’autorizzazione.

È ovvio che l’identità tra il voto del singolo parlamentare e la posizione “ufficiale” del partito di appartenenza esclude l’indipendenza di giudizio; il che, del resto, è la regola tra i nostri politici per i quali i loro sono sempre innocenti e gli altri sempre colpevoli.

Però, prescindendo dagli ordini di scuderia, era giusto processare subito Lunardi (e quindi concedere l’autorizzazione) oppure no? Vediamo.

Lunardi è indagato per corruzione: quando era ministro avrebbe concesso un finanziamento di due milioni e mezzo di euro alla Propaganda Fide, diretta all’epoca dal cardinale Sepe, che, per ringraziamento, gli avrebbe venduto a prezzo di favore (in realtà a una società immobiliare di cui era amministratore il figlio) un palazzo di pregio sito in Roma; per lo stesso reato, ovviamente, anche il cardinale Sepe è indagato.

La Camera ha ritenuto che, per decidere se concedere l’autorizzazione oppure no, doveva avere un quadro completo della situazione e quindi ha chiesto, in aggiunta agli atti già trasmessi e che riguardavano Lunardi, anche quelli concernenti il suo complice Sepe. Qui bisogna sapere che questa stessa richiesta era già stata fatta dalla giunta per le autorizzazioni a procedere (che prepara una relazione per la Camera) e che il Tribunale dei ministri di Perugia aveva risposto picche, ritenendo che gli atti trasmessi fossero sufficienti.

Sicché tutto lascia pensare che si finirà davanti alla Corte costituzionale. Con quanto vantaggio per la celere definizione del processo ognuno può immaginarlo.

Il fatto è che la corruzione è, come si dice in gergo, un reato a concorso necessario: c’è il corruttore e c’è il corrotto. Il reato sempre uno è, commesso da due persone con ruoli differenti. Perciò, sotto questo profilo, la richiesta della Camera, “datemi anche gli atti che riguardano Sepe, voglio capire bene come sono andate le cose”, è ragionevole.

In altri termini la Camera non ha chiesto atti che riguardavano un fatto diverso, non necessari per la sua decisione (per la verità, anche in questo caso, quando i fatti sono collegati può essere necessario leggersi tutto); ha chiesto di avere tutto quello che riguardava il reato di corruzione ascritto a Lunardi e Sepe. E il Tribunale non ha risposto “ti ho già dato tutto”; ha detto “quello che ti ho mandato ti basta”; segno è che altri atti c’erano. Allora la Camera ha avuto ragione a insistere: “prima di dare l’autorizzazione voglio capire bene come sono andate le cose”.

Se poi ci leggiamo la legge costituzionale 1/1989, scopriamo (articolo 8) che il Tribunale dei ministri deve trasmettere “gli atti con relazione motivata al procuratore della Repubblica per la loro immediata rimessione al Presidente della Camera”. “Gli atti”, non quella parte degli atti che il Tribunale giudica necessaria e sufficiente. Quindi c’è pure un puntello formale alla richiesta della Camera: così dice la legge.

Adesso, siccome tutti ci ricordiamo delle indegnità commesse dal Parlamento in materia di autorizzazioni a procedere, senza distinzioni di partito, è ovvio che anche questa volta pensiamo: questi non autorizzano mai niente, il loro problema è “oggi assicuro l’impunità a te perché domani la dovrai assicurare a me”. Ma, se i politici (tutti) si fossero comportati virtuosamente in passato, magari questo pregiudizio non ci sarebbe. Eh, ma in che mondo vivo? Per tornare con i piedi per terra, il Tribunale doveva proprio mettersi a litigare con la Camera? E mandagli quello che vogliono, senza preparargli un’autostrada per negare l’autorizzazione! Con chi credevano di avere a che fare, con il Parlamento di una paese civile?