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martedì 28 dicembre 2010

Accordo FIAT: una lesione alla Costituzione


In questi giorni molti hanno applaudito l'accordo firmato dalla Fiat e da alcune organizzazioni sindacali per lo stabilimento di Mirafiori, che è il più grande d'Italia. Altri, fra cui la Fiom che è la più grande organizzazione sindacale dei metalmeccanici, hanno invece rivolto molte critiche a quell'accordo.

Noi dell'Italia del Valori pensiamo che quell'accordo ponga prima di tutto un enorme problema di legittimità costituzionale. Sui singoli punti si può discutere, si può essere o non essere d'accordo. Ma sulla Costituzione repubblicana non si può discutere. Va rispettata senza se e senza ma.

Invece è proprio la Costituzione repubblicana che viene negata e cancellata quando si dice che d'ora in poi non varrà più la reale rappresentanza dei sindacati ma solo il loro aver firmato o meno un accordo. Così l'Italia diventa un Paese dove le aziende possono scegliere quali sindacati hanno o no il diritto di trattare, ignorando l'elemento fondamentale in una democrazia che è la reale rappresentanza dei lavoratori.

Io sto ai fatti, non alle ideologie. La Fiat, per uscire dalla sua crisi, ha deciso di scommettere sull'aumento dell'orario di lavoro oltre le 40 ore settimanali e sulla riduzione delle pause e del salario. Il più grande sindacato industriale, la Fiom, pensa che questa prospettiva sia sbagliata e che invece per rilanciarsi la Fiat dovebbe puntare su altro, a cominciare dalla creazione di modelli di auto innovativi.

La Fiom può avere torto o ragione. Io qui non entro nel merito. Dico però che se, sulla base di questo dissenso del più grande sindacato del settore, l'azienda decide che d'ora in poi tratterà solo con sindacati che per sua stessa ammissione sono assolutamente minoritari ma che sono d'accordo con lei, l'Italia torna a una situazione molto simile a quella del ventennio fascista, quando c'erano i sindacati corporativi. Allora si diceva che per lavorare dovevi avere la tessera del sindacato corporativo in tasca, ed era così proprio perché quel sindacato garantiva l'azienda e non certo i lavoratori.

Però non è questa la funzione che la Costituzione repubblicana assegna alle organizzazioni dei lavoratori. La Costituzione nata dall'antifascismo garantisce la libertà di associazione dei lavoratori e l'indipendenza delle associazioni dei lavoratori dall'azienda. Questi non sono particolari che se ci sono o non ci sono cambia pochissimo. Sono i pilastri costituzionali della libertà sindacale e della democrazia nei posti di lavoro, e noi dell'Italia dei valori non possiamo accettare in silenzio il fatto che siano stati spazzati via con la firma di un solo accordo.

L'ho detto e lo ripeto: è questo il problema principale. Riguarda la legalità costituzionale e la Libertà di pensiero e di critica nel nostro Paese. Però non voglio fare l'ipocrita e negare che anche nel merito quell'accordo crea fortissimi dubbi, per una questione non di parte ma di dati di fatto.

Un dato di fatto dice che nel costo complessivo della costruzione di un'automobile il valore del lavoro incide tra il 7 e il 9%. Le operazioni di Marchionne servono a ridurre proprio il costo del lavoro. Però, bene che gli vada, il massimo che potrà risparmiare sarà più o meno dell'1%. Significa che alla fine della fiera, una macchina che costava 10mila euro ne costerà ora 9.900.

Ma si può davvero pensare che un'azienda con un calo di vendite che in questi ultimi due anni è stato doppio rispetto alle aziende concorrenti in Europa possa tirarsi fuori dai guai con un risparmio simile, che costa moltissimo ai lavoratori e garantisce pochissimi vantaggi all'azienda? Non dovrebbe invece, per vendere di più, puntare sulla creazione di modelli nuovi, che consumino di meno, più sicuri e anche più belli?

La giustificazione di Marchionne e anche di molti economisti per spiegare l'aumento dei ritmi lavorativi è che gli operai italiani producono la metà di quelli delle fabbriche delocalizzate in Brasile e in Polonia. Però nemmeno questi dati sono tanto convincenti. Marchionne non aggiunge, infatti, che mentre le fabbriche brasiliane e polacche, negli ultimi due anni e nei programmi del prossimo, hanno funzionato a tempo quasi pieno, gli impianti italiani sono rimasti fermi per il 50% del tempo, non per l'assenteismo dei lavoratori ma per lo scarso numero di auto vendute.

Bisogna pure dire un'altra verità. E cioè che in Brasile e in Polonia, a differenza dell'Italia, solo gli operai che lavorano alle catene di montaggio sono ufficialmente dipendenti Fiat, mentre tutti gli altri compaiono come lavoratori del circuito indotto e dunque nelle comparazioni non si vedono. E' ovvio che così sembra che per costruire una macchina in Brasile e in Polonia ci vogliano molti meno lavoratori che in Italia!

C'è un solo modo scientifico per valutare la produttività dei lavoratori, ed è la rapidità con cui le auto passano sulla catena di montaggio perché gli operai aggiungano dei pezzi. In Italia passa sulla catena un'automobile al minuto. In Polonia pure, e in Brasile anche. E allora di cosa stiamo parlando? Il problema vero della Fiat è che non sa fare macchine che si vendono!

Anche senza tenere conto di quello che è e rimane il problema principale, la lesione gravissima alla Costituzione, questo accordo conferma secondo me quanto siano giuste le domande che io e il responsabile del lavoro dell'Italia dei valori Maurizio Zipponi abbiamo già più volte rivolto a Marchionne senza mai ottenere risposte in merito alle operazioni finanziarie e alla strategia della famiglia Agnelli.

1. La Fiat, da azienda unica che era, dal 2011 sarà divisa in due aziende distinte, una per la produzione di automobili, l'altra per quella di camion e trattori (IVECO e CNH). Ad accumulare debiti è stato sinora il comparto auto, però al momento della divisione quei debiti sono stati caricati per la maggior parte tutti sull'altro, che era invece sano. Si capisce che la Fiat ha preferito fare così. La borsa non avrebbe certo gradito molto l'arrivo di una Fiat auto carica di debiti che non può pagare.
Solo che adesso IVECO e CNH, le aziende che producono camion e trattori, dovranno pagare gli interessi del debito, non potranno più fare investimenti e smetteranno presto di essere aziende sane. Dal punto di vista finanziario è stata certamente un'ottima mossa che porterà agli azionisti un sacco di dividendi, ma dal punto di vista industriale è una strada molto pericolosa, che secondo noi nel medio periodo potrebbe portare alla cessione di queste aziende oggi sane. Per questo chiediamo a Marchionne se la sua strategia non stia mettendo a rischio la proprietà italiana anche di IVECO e CNH.

2.Per avere il 51% della Chrysler, la Fiat dovrà partecipare alla restituzione del prestito di almeno 7 miliardi, che il governo USA ha dato per evitarne il fallimento. La nostra domanda è semplice: dove li va a prendere questi soldi, che al momento non ha? Non è che Marchionne pensa di farseli dare dal sistema bancario italiano a spese dell'intero paese, come la Fiat ha già fatto pochi anni fa per evitare il fallimento?

Quando dice che la Fiat non prende un soldo dallo Stato italiano, Marchionne racconta una favoletta. Quei soldi, in passato, la Fiat li ha presi dalle banche italiane, le quali hanno recuperato la perdita col sistema produttivo italiano e cioè sulla piccola e media impresa, sugli artigiani e i risparmiatori. Alla fine di questi giri di valzer, la Fiat ha quindi drenato una quantità di finanziamenti dal sistema italiano che sono poi venuti a mancare al sistema italiano stesso. Cioè a tutti noi.

3.Noi siamo convinti che la Fiat debba restare italiana tenendo aperti gli attuali 5 stabilimenti presenti sul nostro territorio. Vediamo che oggi tutti i nuovi modelli vengono prodotti all'estero e quello più innovativo di tutti, la 500 elettrica, la si produce direttamente negli Usa. Nel 2011 lo stabilimento di Termini Imerese verrà chiuso, in tutti gli altri ci sarà la cassa integrazione. Allora io chiedo agli italiani se il governo e i mass media, non stanno applaudendo l'uscita della Fiat dall'Italia.

Ma ci pensate cosa farebbero i francesi o i tedeschi se la loro azienda più importante si preparasse a lasciare quei paesi? Non farebbero le barricate alle frontiere? I governi non userebbero qualsiasi mezzo di pressione per impedirlo? Da noi invece tutti applaudono a quello che sarà un disastro per l'intera economia italiana, e il governo invece di impedirla la facilita.

Io capisco che Marchionne, da bravo manager, sta facendo gli interessi degli azionisti Fiat, cioè della famiglia Agnelli. Però mi chiedo e chiedo a tutti a partire da quelli che stanno al governo: non è che oggi la realtà è l'opposto di quello che diceva Gianni Agnelli quando affermava che il bene della Fiat era il bene dell'Italia e viceversa? Non sarà che oggi il bene degli azionisti della Fiat equivalga al male dell'Italia?

l'italia dei Valori è un partito che con tutte le proprie forze vuole affermare ciò che è praticato in tutta Europa e cioè che si può mantenere nel proprio Paese l'industria dell'auto vendendo macchine ad alto valore aggiunto senza distruggere i principi fondamentali della libertà e della democrazia, mentre la strada imboccata, purtroppo, con il consenso di questo sciagurato governo, ci farà perdere il settore dell'auto in quanto la testa tecnologico-finanziaria sarà negli USA e il corpo produttivo nell'Europa dell'est, in Turchia e in Brasile.

E' per questa ragione che alziamo la voce, facendo quello che fa la Merkel in Germania, Sarkozy in Francia e Obama negli Usa.

Noi invece abbiamo Berlusconi.

lunedì 27 dicembre 2010

Bugie


Per i cittadini di Napoli il Natale, quest'anno, ha l'odore dei rifiuti. In una sola giornata di festa, la città intera è stata di nuovo sommersa dalla spazzatura. Per le strade ce ne sono 1500 tonnellate, e nessuno sa come smaltirle. Berlusconi ha mandato l'esercito, ma poveracci, anche i soldati mica possono fare i miracoli. Così chi doveva risolvere il problema ha avuto un'idea: ha chiesto ai cittadini di tenersi la spazzatura in casa per un po' di giorni, così oltre che le strade anche le case saranno sommerse dai sacchi pieni di rifiuti.
Da mesi Berlusconi vende fumo e false promesse ai napoletani. Il 22 ottobre aveva detto che la situazione si sarebbe risolta in 10 giorni. Il 28 ottobre aveva giurato prima in una conferenza che ci mancavano solo tre giorni alla soluzione finale del problema e poi, sempre il 28 ottobre, era tornato in tv per garantire che in altri 10 giorni tutto sarebbe passato e Napoli sarebbe diventata pulitissima. Il 2 novembre aveva affermato che non c'era più niente da fare e che l'emergenza era stata risolta. Invece la spazzatura stava sempre lì e ancora ci sta, perché Berlusconi, come sempre, è solo capace di inventare bugie, fare promesse, illudere la gente ma non è capace di risolvere nessun problema.
Proprio nei giorni di Natale decine e decine di passeggeri hanno visto la loro festa trasformarsi in un incubo. Viaggiavano da Milano e dovevano arrivare a Reggio Calabria, ma nel treno non c'era nemmeno un bagno che funzionava e il viaggio, già lungo, è diventato eterno per i soliti ritardi. Quei passeggeri, tra cui anche molti bambini e anziani, non potevano nemmeno scendere nelle stazioni in cui il treno si fermava per andare in bagno, perché rischiavano che il treno ripartisse lasciandoli a terra.
Sono incidenti che possono succedere? No, perché basta avere preso un treno che viaggia nel Mezzogiorno per sapere che la situazione dei trasporti da Roma in giù è un'emergenza continua, che i passeggeri pagano biglietti carissimi per viaggiare in diligenze che arrivano sempre con ore ore di ritardo.
Però non è che se scelgono di andare in macchina le cose vanno meglio. Sono anni che la Salerno-Reggio Calabria, l'autostrada più pericolosa d'Italia, aspetta di essere rifatta e non si muove mai niente. Pure lì Berlusconi ha promesso, nel settembre scorso, che nel 2013 i lavori saranno completati e quell'autostrada sarà finalmente sicura. Quella volta lo hanno sbugiardato i suoi stessi parlamentari che mentre lui faceva le sue promesse tagliavano in commissione i fondi proprio per quei lavori.
Non è che al centro e al nord le cose vadano molto meglio. Ieri 150 persone sono rimaste isolate dal mondo in Garfagnana per una frana, una settimana prima centinaia di automobilisti avevano passato la notte nel gelo sull'autostrada per Firenze, bevendosi la neve sciolta per combattere la sete. Anche il maltempo, in Italia, è un'emergenza che torna tutti gli inverni e spesso pure nelle altre stagioni. Ma se ogni anno è peggio non è per colpa del clima: l'inverno è sempre l'inverno e c'è sempre stato. E' perché da dieci anni, da quando al governo c'è Silvio Berlusconi, non si fa niente per evitare che un normale inverno freddo diventi una catastrofe per i cittadini.
Anche il lavoro è sempre e solo un'emergenza in Italia. Quanti sono i lavoratori che il Natale lo hanno dovuto passare presidiando le loro fabbriche? Oppure arrampicati su qualche monumento o su qualche torre perché non ne possono più di stare da anni in cassa integrazione? Quante sono le aziende che minacciano di chiudere gettando centinaia di famiglie sul lastrico e distruggendo l'economia di intere zone del paese?
Con Maurizio Zipponi, responsabile del lavoro dell'Italia dei valori, stiamo segnalando ogni giorno, nel “Diario della crisi”, una caso particolarmente grave o particolarmente significativo. Ma quelli sono solo alcuni esempi. I casi simili sono migliaia, tanti che nessuno riuscirebbe a elencarli tutti, e sono dappertutto, al nord, al centro e al sud.
E' questa la crisi, quella che secondo Berlusconi prima non c'era e poi era già passata. Bugia la prima e bugia la seconda. Bugie inventate per non dire la sola verità: che la crisi c'è e il governo non la affronta, non è capace di affrontarla, non è interessato ad affrontarla perché le uniche crisi che lo toccano davvero sono quelle che riguardano gli interessi o i processi del presidente del consiglio.
Però stare fermi, di fronte alle crisi e alle emergenze, di fronte ai rifiuti di Napoli, agli sfollati dell'Aquila, ai disoccupati e ai cassintegrati di tutta Italia, significa distruggere. Questo non è il governo del fare ma del disfare. Se non lo mandiamo a casa presto, subito, finirà per disfare tutto il Paese, e ricostruirlo non sarà facile.

Con Wikileaks per la libertà della rete


Per pagarsi le spese legali Julian Assange, il fondatore di Wikileaks, si è impegnato a scrivere la sua autobiografia per oltre un milione e 200mila dollari. Non è uno dei tanti che ha deciso di raccontare la sua storia per farsi un po’ di soldi e un po’ di pubblicità. Quei dollari gli servono per difendersi dalle accuse gravissime di cui è accusato in Svezia e da quelle che lo minacciano negli Stati uniti se sarà estradato.
In Svezia Assange è accusato di un reato comune molto grave: lo stupro. Sarà la magistratura svedese a giudicare se quelle accuse abbiano o no un fondamento.Negli Usa, invece, Assange sarebbe probabilmente accusato di spionaggio, sarebbe cioè processato senza nessun alibi e nessuna finzione a causa di Wikileaks. Un processo del genere sarebbe un attentato diretto alla libertà della rete, sarebbe il tentativo più clamoroso di mettere le briglie e la museruola a uno strumento di cui il potere ha sempre più paura, perché è il più forte mezzo di trasparenza, partecipazione e libertà che ci sia oggi.
Molti hanno criticato Wikileaks archiviando le sue rivelazioni come semplici pettegolezzi. “Cosa c’importa – dicono - di sapere cosa pensano politici o diplomatici? L’importante è quello che dichiarano in pubblico, quello che poi pensano davvero sono affari loro”. Ma quando mai! Sapere se un politico pensa davvero le cose che dice oppure le racconta solo per farsi bello o per convenienza, secondo me, è importantissimo. L’idea che i leader politici debbano essere sempre ipocriti e bugiardi perché quelli sono i loro “ferri del mestiere”, e che Internet vada punita se li sbugiarda, è all’origine della degenerazione della politica, della sfiducia che sempre più cittadini nutrono verso essa. Se noi politici smettiamo di averne paura, la rete può diventare non una minaccia, ma uno strumento per restituire all’amministrazione della cosa pubblica la sua nobiltà.
Per sua fortuna, Assange ha potuto vendere le sue memorie per pagare gli avvocati. Però, io mi chiedo, se uno questa fortuna non ce l’ha, se uno fatica a trovare anche solo alcune decine di migliaia di euro di multa, come fa a difendere la propria libertà di operatore della rete? Probabilmente sarà per questa via, con le denunce e con le multe salate, che nel prossimo futuro il potere cercherà di azzittire la rete.
Questo già oggi succede anche in Italia. Dai primi anni del secolo, grazie a un decreto antiterrorismo, chiunque volesse creare un punto di accesso wireless alla rete ha dovuto registrarsi presso il questore e registrare anche tutti i documenti dei suoi utenti. E’ ovvio che uno strumento del genere non serve a niente contro il terrorismo, ma permette di multare decine di punti di accesso, come i bar o le biblioteche, che non rispettano una disposizione burocratica tanto inutile quanto pesante.
Quest’anno, finalmente, alcune di quelle disposizioni assurde sono state ritirate, come quella di registrare i documenti degli utenti. Però questo passo in avanti rischia di trasformarsi in un passo indietro. Senza più la registrazione degli utenti, infatti, la responsabilità di eventuali reati ricade tutta sui gestori. Se si scopre che un utente ha usato Internet in un bar per guardare materiale pedopornografico, la responsabilità è del gestore del bar che fornisce l’accesso a Internet. Come se per punire un attentato fatto adoperando gli impulsi di un telefono cellulare fosse inquisita la compagnia telefonica di cui l’attentatore è utente.
Il governo ha anche rispolverato un decreto del 1992, sinora inapplicato, per cui a installare gli accessi devono essere “installatori patentati”. E per chi trasgredisce a questa norma il cui unico senso è avvantaggiare la lobby degli “installatori” hanno già cominciato a fioccare multe.
Tutte queste norme sono prima di tutto uno specchio della pesantezza burocratica che a parole questo governo dice di voler combattere, per “liberalizzare” gli accessi a Internet, quando è proprio lui a imporre inutili e dannose complicazioni. Ma possono anche diventare, grazie a multe molto grosse che hanno già iniziato a essere comminate, uno strumento per mettere in gabbia Internet e limitarne la libertà.
Noi invece pensiamo che il mondo della rete, come quello reale, sia pieno di voci plurali diverse e contraddittorie e che tutte debbano potersi esprimere in piena libertà, e che le denunce che partono da Internet devono essere difese perché riguardano la libertà di tutti noi e la trasparenza del potere. Per questo siamo e saremo impegnati a combattere tutte le pastoie burocratiche che oggi rallentano lo sviluppo e domani possono diventare strumenti di controllo. Per questo crediamo che oggi sia un dovere per tutti difendere anche la libertà di Wikileaks.

I peccati capitali di Paolo Flores d'Arcais


Oggi ho scoperto un altro carattere di Paolo Flores D’Arcais: l’accidia, nel senso più biblico del termine: negligenza nel fare il bene.
Lo avevo già sospettato tempo addietro, quando – partendo da alcuni casi sporadici di persone che non meritavano di militare nel partito dell’Italia dei Valori – egli aveva criticato la classe dirigente di IDV nel suo complesso, senza fare alcuno sforzo per comprendere le difficoltà che un partito – specie come il nostro, nato spontaneamente e non per scomposizione e ricomposizione di altri partiti - incontra tutti i giorni nel selezionare le persone a cui attribuire compiti, ruoli ed incarichi.
Ne ho avuto la riprova in queste ore, prendendo atto dell’uso strumentale che ha fatto e sta facendo di un’accorata lettera aperta indirizzatami dagli europarlamentari Sonia Alfano e Luigi De Magistris e dal consigliere regionale Giulio Cavalli, tutti e tre eletti – come circa altre 1.500 persone che prima non avevano mai fatto politica - nelle fila dell’Italia dei Valori, proprio a dimostrazione del fatto che IDV ha aperto e sa aprirsi alla società civile.
Costoro hanno chiesto una maggiore attenzione nella selezione della classe dirigente. Ho assicurato loro che - nei limiti dell’umano possibile - lo farò anche se sono ben conscio di come sia difficile sondare in anticipo i retro-pensieri altrui (Razzi e Scilipoti, tanto per citare gli ultimi due casi di tradimento politico, militavano nel partito da circa 10 anni ed hanno sempre condiviso con entusiasmo ed eccitazione la linea politica di IDV, tanto è vero che Razzi appena un mese addietro aveva addirittura denunciato pubblicamente il tentativo di chi voleva corromperlo per fargli votare il Governo Berlusconi).
Ho anche immediatamente convocato l’Esecutivo nazionale di IDV (fissato per la metà di gennaio) proprio per affrontare in modo ancora più stringente la questione della militanza nel partito e ciò perché credo che abbiano diritto a far valere il loro punto di vista soprattutto coloro che aderiscono e si iscrivono al partito, piuttosto che i tanti “saputoni” della domenica che danno i voti agli altri senza mai mettersi in gioco personalmente.
Senonchè proprio alla vigilia di Natale, quando tutti erano affaccendati in altre faccende, Paolo Flores D’Arcais ha lanciato su Micromega un sondaggio per verificare se gli elettori di Micromega ritenessero anche loro che ci fosse una “questione morale” all’interno di IDV.
Ancora una volta, quindi, egli ha inteso mistificare casi sporadici di umane debolezze (che in dieci anni di vita di IDV si possono comunque contare su poche unità) con il collasso morale di un partito che ha fatto della legalità la sua bandiera portante ed il suo asse di riferimento.
Mi sta bene il sondaggio, a condizione, però, che non sia condotto in modo furbastro ed omissivo, come invece ha fatto il direttore Paolo Flores D’Arcais.
E’ ovvio, infatti, che all’inizio, sono stati solo i lettori assidui di Micromega a rispondere (così assidui da farlo anche il giorno di Natale). E’ comprensibile, quindi che, all’inizio, il sondaggio fosse decisamente più favorevole all’opzione caldeggiata proprio dal direttore della rivista.
E’ altrettanto ovvio che, finite le feste, l’intera “società in rete” si è mossa (specie dopo che il sondaggio è stato riperso anche da altri siti come Repubblica.it).
E’ ovvio anche che – come sempre accade in questi casi – si creino spontaneamente in rete dei “passaparola” fra gli internauti, sia da una parte (cioè chi crede che in IDV ci sia una questione morale), sia dall’altra (chi, invece, non ci crede affatto e reputa ingiusto ed offensivo un’affermazione del genere).
E’ accaduto così, che – con il propagarsi in rete della notizia circa l’esistenza di un tale sondaggio – le percentuali siano andate via via modificandosi a favore della seconda opzione (l’ingiustizia dell’accusa).
E qui scatta – anzi è scattato come una mannaia – il peccato di
accidia di Flores D’Arcais: preso atto che i sondaggi non rispondevano più ai suoi desideri lo ha letteralmente sospeso, bloccando l’accesso in rete a coloro che volevano e vogliono ancora partecipare.
Non solo: per giustificare tale suo assurdo comportamento, ha addirittura accusato me - con un velenoso articolo scritto in queste ore sul sito di Micromega - di aver organizzato la manipolazione del sondaggio.
Lo nego nel modo più assoluto: io, fino alla lettura dei giornali di questa mattina, nemmeno avevo piena contezza dell’evolversi dei sondaggi (non fosse altro perché ho passato un sereno Natale in famiglia a Montenero e non ho avuto proprio tempo né voglia né occasione di occuparmi dei sondaggi di Micromega).
Lo nego nel modo più assoluto anche perché non avrei nulla da guadagnarci a truccare i sondaggi, tanto la realtà nessuno la può cambiare.
Certo, può essere accaduto - come sempre accade quando si propongono all’opinione pubblica due quesiti opposti – che vi sia stato uno spontaneo passaparola da un parte e dall’altra. Ma spegnere l’accesso solo perché le iniziali aspettative non piacciono più a chi ha commissionato il sondaggio - accusando addirittura me di aver organizzato il “passaparola” - è davvero un grave peccato di accidia (il primo dei sette peccati capitali), inteso appunto come “negligenza nel fare il bene”.
Anzi di più: è anche un grave peccato di
superbia (il secondo dei sette peccati capitali), inteso come ostentazione del proprio sapere per sminuire i meriti altrui.
Anzi, ancora di più: è anche un grave peccato di invidia (il terzo dei sette peccati capitali), inteso come frustrazione personale per i successi altrui.
Caro Paolo, posso assicurarti che ieri e l’altro ieri né tu né Micromega eravate al centro dei miei pensieri: a Natale preferisco il presepe. A te ricordo invece che l’accidia e la superbia portano all’inferno dei sentimenti!
Buon anno!

Antonio Di Pietro

domenica 26 dicembre 2010

Auguri, soprattutto agli operai della Federal Mogul


Buon Natale a tutti.
Buon Natale in particolare agli operai della Federal Mogul di Desenzano, in provincia di Brescia, che per la seconda volta consecutiva lo festeggeranno di fronte ai cancelli della loro fabbrica, per impedire di essere buttati per strada senza alcuna vera ragione, per difendere la vita loro e delle loro quasi duecento famiglie.
In tutta Italia e in tutta Europa ce ne stanno tanti di presidi simili al loro: lavoratori a cui da un giorno all'altro hanno detto che, per colpa della crisi, la fabbrica doveva chiudere e loro dovevano restare senza lavoro. Ce ne sono tanti, ma nessuno dura da più tempo di quello di Desenzano. E' il più lungo di tutto il continente. Sono 13 mesi che i lavoratori stanno là tutti i giorni, per impedire che i camion dell'azienda portino via tutti i macchinari per trasferirli in Polonia.
La Federal Mogul è una multinazionale americana che produce componenti per i motori. In Italia ha sette stabilimenti, e circa il 30% dei suoi 1224 operai sono in cassa integrazione. Lo stabilimento di Desenzano è aperto da 60 anni. Dava lavoro a 196 operai, moltissimi dei quali erano in quella fabbrica da vent'anni e anche di più. Non erano giovani neoassunti, che anche nella disperazione possono immaginare di trovare un'altra occupazione e di ricominciare faticosamente da capo. Su quel lavoro avevano fondato tutta la loro sicurezza, tutti i loro progetti, tutto il loro presente e tutto il loro futuro.
A novembre del 2009 li hanno mandati in cassa integrazione straordinaria, poi hanno annunciato che il 31 dicembre la fabbrica avrebbe chiuso. Colpa della crisi, gli hanno detto. Colpa degli ordini che, secondo l'azienda erano “diminuiti del 70%”. Era una bugia, proprio come quelle che racconta Marchionne e di cui abbiamo parlato ieri, proprio come quelle che tutti i giorni racconta Berlusconi. Mentre si lamentava per aver perso il 70% degli ordini, la Federal Mogul aumentava del 7% le sue quotazioni in borsa. E com'è possibile? Delle due l'una: o quelle quotazioni in borsa sono una truffa, oppure l'azienda mente quando dice che deve cacciare i lavoratori e ridurli sul lastrico per colpa della crisi.
La Federal Mogul non è mica una fabbrichetta a conduzione familiare come tante ce ne sono in Italia, e quasi tutte messe nei guai dalla crisi e dell'immobilismo del governo! Ha 36 fabbriche sparse per il mondo. I suoi operai sono quasi 40mila. Ha un giro di affari pari a 7 miliardi di dollari. Se ha deciso di chiudere Desenzano non è perché sta alla frutta come racconta, ma perché da anni sta spostando i suoi impianti produttivi in Brasile e in Polonia, per moltiplicare i suoi profitti. E' solo per questo che i lavoratori di Desenzano devono finire nella povertà e nella disperazione: perché la Federal Mogul possa guadagnare di più.
Non c'è nessun altro motivo per spostare la produzione da Desenzano in Polonia, tant' è che gli stabilimenti in Germania e in Svezia dove il lavoro certo non costa meno che in Italia sono rimasti aperti.
Noi dell'Italia dei valori siamo stati dall'inizio con i lavoratori di Desenzano. Chiediamo che l'azienda si sieda attorno ad un tavolo per fare una seria trattativa al fine di offrire a tutti i lavoratori un posto di lavoro certo e dignitoso, anche attraverso un processo di reindustrializzazione, che può essere favorito da un ruolo positivo del governo attraverso l’Ente che fa capo al Ministero dello Sviluppo Economico adibito proprio ad intervenire in situazioni come queste.
A loro, in questo Natale, auguriamo che sia l'ultima volta che debbano passare questa giornata presidiando il loro posto di lavoro e con l'angoscia di non sapere che ne sarà delle loro vite nei prossimi mesi. A tutti i lavoratori, a tutto il Paese, a tutti noi auguriamo che a governare i rapporti di lavoro non sia più quella logica che è feroce ma anche miope per cui conta solo aumentare subito il profitto. E' questo il nostro impegno.
Buon Natale e un abbraccio ad uno ad uno ai lavoratori della Federal Mogul.

Antonio Di Pietro, Maurizio Zipponi

venerdì 24 dicembre 2010

Carta canta: IDV e Di Pietro sono trasparenti, lo dice il giudice



Da qualche parte si parla della questione morale ed etica all'interno dell'Italia dei Valori. Voglio rassicurare tutti sul fatto che c'è un impegno preciso del partito per una militanza trasparente del quale parleremo in un esecutivo nazionale a Gennaio.
Posso invece garantire sulla correttezza dei dirigenti del partito rispetto al passato e per oggi. Lo faccio alla maniera mia più consona: pubblicando gli atti ufficiali, in modo che tutti possano leggere e diffondere. In questo caso si tratta della richiesta di archiviazione del Giudice per le Indagini Preliminari di Roma per il procedimento penale instaurato nei nostri confronti dal duo Veltri e Occhetto e dal loro difensore Paola...

Oggi vi voglio parlare del partito Italia dei Valori. Ne voglio parlare sia con riferimento alle preoccupazioni di alcuni dirigenti e militanti che hanno posto il problema se esista o meno una questione morale all'interno dell’IDV, sia con riferimento ad alcune denunce che furono presentate a suo tempo in ordine ad asserite illegittimità o irregolarità nella gestione dei conti economici e dei rimborsi elettorali del partito. Lo faccio con tutta pacatezza perché, come si dice dalle mie parti, carta canta.
Sulla questione morale, non v'è dubbio che un partito che nasce dal nulla – ho sempre detto come fiore spontaneo di campo – ogni tanto si trova costretto a vedere nel proprio campo qualche erbaccia cattiva.
Il compito nostro è di rimuovere le erbacce e di far crescere l'erba buona. Per farlo ci vuole tempo, perseveranza, costanza, umiltà, determinazione, partecipazione.La critica soltanto, senza apporto costruttivo, è critica fine a se stessa. Però noi la critica la dobbiamo ascoltare, per migliorarci sempre. Ed è questo l'impegno che io ho preso e che intendo continuare a prendere.
Alcune persone ci hanno lasciato, altre persone si sono dimostrate non all'altezza, a volte non all'altezza morale, della situazione, e noi le abbiamo anche espulse. Se dovessimo trovare altre situazioni poco chiare, provvederemo di conseguenza. Ma proprio questo deve dimostrare la nostra voglia di migliorarci ogni giorno: questo continuo interrogarci, questo sforzo fatto con umiltà per intervenire laddove c'è qualche situazione non convincente.
Epperò, insisto, non è che chi critica ha sempre ragione. Ha volte chi critica è interessato a prendere lui stesso il posto di chi viene criticato. Voglio tranquillizzare tutti sul fatto che, piano piano, l'acqua sta diventando pulita, e più l'acqua diventa pulita e limpida, più dobbiamo essere orgogliosi dell'Italia dei Valori.
In particolar modo oggi, e vengo al secondo tema. Vi ricordate? Alcune delle grandi accuse che ci sono state fatte in questi anni, ce le hanno mosse soprattutto da Occhetto e Veltri, difesi da un tal avvocato Francesco Paola, sia attraverso interviste, sia attraverso articoli ripresi dai giornali, e soprattutto dal “Giornale”. Veltri, per una intervista al “Giornale” è stato anche condannato, insieme al “Giornale” stesso, a risarcire un danno importante, di alcune decine di migliaia di euro, per diffamazione. In realtà poi ha pagato il “Giornale” di Berlusconi e anche questo fa pensare.
Una delle accuse che queste persone hanno cercato di portare avanti negli anni è che esisterebbero due realtà: associazione e partito, e che i fondi a nome del partito se li sarebbe presi un'associazione personale, gestita da me, mia moglie e la tesoriera del partito stesso. Oggi il gip di Roma, pronunciandosi definitivamente, per la quarta volta dice: “L'opposizione proposta da Elio Veltri e Occhetto è inammissibile, in quanto non rivestono la qualifica di parte lesa”. Loro, cioè, si sono sempre lamentati di essere stati lesi in qualche diritto. Il giudice dice che non sono manco parte lesa, quindi non hanno diritto ad alcunché.
Dice ancora, la motivazione, che “non ci sono elementi a sostegno della prospettazione accusatoria, con riferimento ai reati configurabili, risultando del tutto ininfluente l'asserita distinzione di soggetti giuridici”. Cioè non c'è un'influenza di soggetti giuridici diversi, associazione e partito.
E ancora: “Quanto alla asserita irregolarità nella gestione dei rimborsi elettorali, con adombrata illecita destinazione a fini personali, la gestione delle somme elargite dagli organi parlamentari risulta corretta e rispettosa delle prescrizioni di legge, non emergendo che i rendiconti presentati alla Camera siano stati oggetto di osservazione e tanto nonostante il controllo dei revisori all'uopo previsto. [...] Per queste ragioni archivio il procedimento nei confronti sia di Antonio Di Pietro sia di tutti gli altri membri dell'esecutivo nazionale del partito."
L'atto nella sua interezza lo troverete allegato e vi prego di leggerlo. Vale la pena di leggerlo. Vi renderete conto di quante calunnie e diffamazioni abbiamo ricevuto in questi anni. E fatelo girare questo decreto di archiviazione sulle rete, per tacitare colo che hanno utilizzato strumentalmente certe accuse per limitare la credibilità dell'Italia dei valori.
In soldoni e in riassunto: il partito Italia dei Valori è un partito che c'è, che sta facendo opposizione vera e concreta al governo Berlusconi, che si sta proponendo per un'alternativa al governo Berlusconi, che sta chiamando a raccolta gli altri partiti che vogliono assumersi la responsabilità di creare una coalizione, un programma, una leadership, perché per il dopo Berlusconi bisogna offrire qualcosa al Paese. In questo senso abbiamo lanciato un appello al Pd e a Sel, ma lo lanciamo anche da qui ai movimenti e alle associazioni. Diciamo a tutti costoro: potete stare tranquilli perché, come vedete, l'Italia dei Valori se trova qualche mela marcia per strada la allontana.
Anche per i famosi Razzi e Scilipoti, che si sono comportati in modo indegno dopo dieci anni che stavano con noi: io sono andato alla Procura della Repubblica, non ho fatto finta di niente, mi sono assunto le mie responsabilità politiche e ho chiesto alla Procura della Repubblica di valutare le responsabilità giudiziarie.
Infine, quanto alla corretta gestione del partito, noi non siamo sfuggiti al nostro giudice. Siamo corsi dal nostro giudice chiedendo giustizia, chiedendo di accertare la verità. E la verità sta qui. Carta canta.
Buon Natale.

Leggi il Decreto di Archiviazione GIP di Roma

mercoledì 22 dicembre 2010

Bersani decida: con noi o con la nuova DC?


“C’è uno scollamento enorme del gruppo dirigente del Pd con la sua base. Io giro l’Italia ogni giorno, me ne rendo conto sempre di più. Credo che non dobbiamo farci ingannare dalla propaganda. Siamo già al dopo-Berlusconi. Il governo è più pericoloso perché è al capolinea. Altro che destra! Ormai l’unico modello del governo è l’autoritarismo fascista, con qualche innesto di cultura piduista.
Non vedo l’ora di mettere da parte il Di Pietro d’opposizione per tornare a quello di governo, quello che costruisce. Ma nel frattempo non abbasso la guardia. Non posso”.

Perché proprio ora questa pressione sul Pd?
“Perché alle regionali del Lazio siamo rimasti imbambolati fino all’ultimo e abbiamo pagato un prezzo enorme. Perché non imparano? Parte dei loro dirigenti si culla nell’illusione di scaricare le ali radicali, per imbarcare i neodemocristiani. Questo produce disagio e angoscia negli elettori progressisti e anche moderati. Io e Vendola siamo l’ala social-riformista. Siamo i partiti più vicini alla società civile. Ma noi siamo liberaldemocratici, e infatti a novembre organizzeremo in Italia il congresso dell’Eldr”.

Si dice che D’Alema pensi a Casini come possibile premier.
“Provi a convincere i suoi elettori. Se lo scopo di tutto è togliere Berlusconi per mettere Casini siamo alla frutta. Il leader Udc con il Pd è come il marito che corre dietro all’amante della moglie. Anziché costruire quello che c’è sogna quello che non c’è. Io Bersani non lo capisco proprio. Il terzo polo per definizione è terzo. Gioca la sua partita. Deciderà sicuramente all’ultimo minuto utile dove stare. Per ora dice di non voler stare con noi… che senso ha corrergli dietro?”.

Ma queste cose a lui le ha dette?
“Ogni volta che ci siamo parlati Bersani ha risposto sempre nello stesso modo: adesso vediamo. Adesso vediamo, vediamo, il problema del Pd è che non si vede mai. La data del 23 dicembre non l’ho mica decisa io! È stato Bersani, a indicarla, e lui adesso a posticipare ancora. E il risultato è che l’opposizione resta imbambolata”.

E che ne pensa dell’idea di Letta di una possibile alleanza con il terzo polo che tagli fuori IdV e Sel?
“Se Letta vuole infilarsi nel terzo polo, non ha che da iscriversi all’Udc, così si risolve il problema. Ci tiene tanto? Si iscriva lì che fa meno danni. Sentendolo parlare mi rendo conto che vede un altro film e vive in un altro Paese, non in Italia. I primi a volere l’alleanza di centrosinistra sono i suoi elettori”.

Che dice a chi nel Pd dice di non potersi non alleare con i centristi?
“E’ sbagliato chiamarli centristi. Io preferisco neodemocristiani. Io voglio vincere. È chiaro ai bambini che il terzo polo più è ‘terzo’, più prende voti a destra. Invece, se si schiera a sinistra… perde voti a destra, è evidente. È accaduto in Puglia, può accadere anche a livello nazionale”.

Berlusconi, 4 tipi di bugie cattive

lunedì 20 dicembre 2010

Eaton di Massa, catastrofe sociale


La Eaton di Massa è una di quelle fabbriche in cui le barzellette del governo, sulla crisi che in Italia sarebbe finita o affrontata molto meglio che altrove, non suonano solo come bugie ma come sinistre prese in giro. Qui la catastrofe sociale che si è abbattuta non solo sulla fabbrica e su centinaia di operai ma sull’intera città rischia di degenerare in tragedia se nelle prossime ore non sarà trovata una soluzione e se il governo non inizierà a fare il proprio dovere occupandosi seriamente della vicenda, invece di guardare da un’altra parte.
Mercoledì scorso, dopo il licenziamento di tutti i 304 operai della fabbrica, dieci di loro avevano dichiarato lo sciopero della fame a oltranza. Si erano chiusi nella fabbrica occupata, sfidando il gelo, e avevano annunciato la scelta estrema di protrarre lo sciopero della fame sino a quando il governo non avesse convocato un tavolo con tutte le parti sociali per cercare una soluzione tale da restituir loro speranza. Un primo risultato lo hanno ottenuto: un incontro è stato fissato per lunedì mattina. Però c’è poco ottimismo e senza una presa di posizione forte, chiara e decisa del governo è molto difficile che possa essere trovata una soluzione.
La Eaton è una fabbrica di proprietà statunitense che produce componentistica per auto. Nel 2008, all’inizio della crisi economica, è stata chiusa e i lavoratori sono stati messi tutti in cassa integrazione. Da allora il governo non ha mosso un dito per impedire che alla Cig seguissero i licenziamenti, che la Eaton aveva annunciato per il 15 dicembre di quest’anno.
La Regione Toscana si è mossa di più e, anche grazie al suo intervento, alcune industrie toscane, Fidi Toscana, Sici e Invitalia, a settembre hanno presentato un piano di reindustrializzazione che avrebbe permesso di evitare i licenziamenti. Ma la Eaton si è rifiutata di trattare. Prima ha negato la cassa integrazione in deroga per altri quattro mesi, che pure sarebbe costata all’azienda soltanto 800mila euro. Poi ha cercato di ricattare gli operai scommettendo cinicamente sulla loro disperazione e ha detto che in cambio della cassa integrazione in deroga dovevano firmare un’intesa preventiva che sanciva il “nulla a pretendere” in futuro. In cambio di quei quattro mesi di cassa integrazione dovevano rinunciare alla tutela di qualsiasi diritto.
Quando gli operai hanno rifiutato di mettere la loro testa in questo capestro, l’azienda ha rotto le trattative e, lo scorso 15 dicembre, ha iniziato a inviare le lettere di licenziamento in ordine alfabetico. Gli operai, subito dopo la rottura, all’inizio di ottobre, avevano riaperto i cancelli della fabbrica chiusi da due anni e l’avevano occupata. La loro situazione è particolarmente drammatica anche perché oltre un terzo dei licenziati ha meno di 40 anni. Così non esiste alcuna possibilità di “accompagnarli” senza traumi definitivi verso la pensione. Quello che aspetta loro e le loro famiglie è la disoccupazione, con esiti devastanti su tutto il tessuto sociale di Massa.
Noi dell’Italia dei Valori siamo stati fin dall’inizio dalla parte degli operai e della loro lotta. Il nostro responsabile provinciale,
Galeano Fruzzetti, ha passato buona parte degli ultimi giorni negli stabilimenti occupati insieme a loro. Il nostro segretario regionale, Fabio Evangelisti, si è fatto promotore di numerose interrogazioni parlamentari rivolte al governo ed è stato uno degli organizzatori delle iniziative, nella speranza di convincere il governo ad uscire dal suo sonno e convocare d’urgenza un nuovo tavolo delle trattative.
Lunedì il tavolo si riunirà davvero presso il ministero dello Sviluppo economico, ma senza una posizione decisa del governo questa riunione sarà solo l’ultima beffa, un contentino concesso per fare finta di interessarsi alla sorte di questi cittadini, senza ottenere alcun risultato. Il governo deve invece mettere sul tavolo tutto il suo peso per costringere la Eaton ad accettare le alternative industriali e occupazionali che sono state individuate nei mesi scorsi. Deve esigere l’immediato ritiro dei licenziamenti e, di fronte all’eventuale irrigidimento della Eaton, deve intervenire direttamente sugli interessi di quell’azienda in Italia.
Noi dell’Idv riteniamo che il governo possa e debba, anche in termini di legge, intervenire sui beni aziendali della Eaton in Italia. L’azienda si è, infatti, avvalsa di agevolazioni di ogni tipo, ha sfruttato senza pietà il territorio circostante per i suoi profitti e oggi sta creando un danno che a nostro parere è prevalente anche rispetto alle prerogative della libertà d’impresa. Non è possibile e non è giusto che a pagare i costi della crisi siano sempre e soltanto i lavoratori.
Sinora il governo si è fatto bello in televisione parlando di una crisi affrontata con successo, senza aver mai ottenuto risultati e facendo ben poco per contrastarla nella realtà. Ha detto molte belle favole e ha ordinato alla sua disinformazione di raccontare il meno possibile qual è la situazione reale dei lavoratori in Italia. Per questo, d’ora in poi, la racconteremo noi dell’Italia dei valori. Da oggi io e
Maurizio Zipponi, responsabile del Dipartimento Lavoro dell’Idv, apriremo sul mio blog un “Diario della crisi”. Ci occuperemo ogni giorno di una situazione diversa, racconteremo cosa succede, cosa devono affrontare i lavoratori, cosa fa e cosa non fa il governo. Soprattutto, ogni volta che sarà possibile, cercheremo di individuare noi quelle soluzioni che il governo di Berlusconi, Tremonti e Sacconi non vede o finge di non vedere.

La Tessera del manifestante filogovernativo


E' sempre quando vedono avvicinarsi la propria fine che i dittatori diventano più pericolosi. Un governo che si basa su un pugno di voti parlamentari comprati con i soldi e le poltrone invece che con le idee e i progetti propone oggi di fronteggiare le manifestazioni di protesta degli studenti, dei precari, dei lavoratori, dei cittadini dell'Aquila e di quelli campani, degli stessi tutori dell'ordine che per giorni hanno protestato di fronte a Montecitorio, estendendo alle manifestazioni politiche il Daspo.
Daspo significa “Divieto di accedere alle manifestazioni sportive”. Farlo diventare Dapo, “Divieto di accedere alle manifestazioni politiche”, significa adottare una misura fascista che nessuno Stato democratico al mondo si sognerebbe neppure di immaginare. Sarebbe istituire la “Tessera del manifestante” che presto diventerebbe la “Tessera del manifestante filogovernativo”.
Non credo che la Corte costituzionale potrebbe mai sottoscrivere una disposizione che fa a cazzotti con lo spirito e con la forma della nostra Costituzione.
Ma forse il governo di Berlusconi e La Russa vuole oggi sostituirsi anche alla Corte costituzionale. Si è già sostituito al Parlamento, che su una questione così vitale per la democrazia come il divieto di manifestare non è stato nemmeno consultato. Vorrebbe sostituirsi alla magistratura insegnando ai magistrati il loro mestiere.
I magistrati che hanno scarcerato gli arrestati del 14 dicembre in attesa del processo hanno applicato la legge, perché non esisteva il rischio di inquinamento delle prove né quello della reiterazione del reato. I ministri presieduti da un signore che di leggi ne ha violate a decine li hanno rimproverati pubblicamente e hanno cercato di intimidirli in tutti i modi per aver applicato la legge invece di obbedire a loro.
Credo che nessuno possa sospettare me - ex commissario di polizia - di essere ostile alle forze dell'ordine o di essere favorevole alla violenza di piazza. Ho detto e non ripeterò mai abbastanza che bisogna sempre rinunciare e rifiutare ogni più piccolo atto di violenza.
Però alla giusta protesta dei giovani e dei cittadini non si può rispondere ignorandola, deridendola e insultandola come ha fatto il ministro fascista della Difesa, La Russa di fronte a milioni di telespettatori. Alle manifestazioni degli studenti, dei lavoratori, dei cittadini e persino dei poliziotti non si possono opporre le città blindate, le zone rosse o addirittura super-rosse come vorrebbe fare il sindaco fascista Alemanno.
Bisogna dialogare: chi si rifiuta di farlo e pensa di discutere solo con i divieti lo fa per provocare. Lo fa, temo, non per evitare le violenze ma, al contrario, le agevola e le usa per riconquistare un po' della popolarità e del consenso che ha perso. Insomma lo fa per riportare il Paese allo stato fascista.

ANNI ‘70: IL GERARCA MISSINO NELLA MILANO CON LA BAVA ALLA BOCCA


I suoi camerati d’un tempo, quelli che erano al suo fianco nel fuoco degli anni Settanta, non riescono a crederci. Proprio non ce lo vedono, Ignazio La Russa, nei panni del difensore della legalità contro la violenza, dei poliziotti contro i giovani in piazza. “Fu proprio lui a volere più d’ogni altro la manifestazione del 12 aprile 1973 in cui fu ammazzato l’agente Antonio Marino”, ricorda Tomaso Staiti di Cuddia, camerata ed ex parlamentare del Msi.

Allora Ignazio era un giovane dirigente missino, segretario regionale del Fronte della gioventù e leader a Milano di quella destra che si presentava davanti alle scuole e nelle piazze armata di catene e coltelli. Il 1973 fu l’anno più duro della “strategia della tensione”. “A Milano il Msi da tempo non riusciva a fare una manifestazione all’aperto, con corteo”, racconta Staiti. “Così La Russa s’impuntò: il 12 aprile dovevamo riuscirci. A tutti i costi. Man mano che la data s’avvicinava, diventava chiaro a tutti che sarebbe stato un massacro.
Alla fine il corteo fu vietato dalla questura. Ma Ignazio continuò a insistere: dovevamo scendere in piazza. E così fu”. Quel pomeriggio gli scontri con la polizia furono durissimi. Era arrivato a Milano da Reggio Calabria anche Ciccio Franco, il caporione dei “boia chi molla”. Durante la manifestazione (“Contro la violenza rossa”, diceva il manifesto che la convocava),
furono lanciate perfino due bombe a mano Srcm. Una distrusse un’edicola in largo Tricolore. L’altra, in via Bellotti, uccise il poliziotto Antonio Marino, 22 anni, a cui fu tirata in pieno petto.
Di quel giorno, resta una foto che ritrae La Russa, capelli lunghi, occhi luciferini, assieme a
Ciccio Franco, al senatore missino Franco Servello e a tutti i caporioni del Msi milanese. “Ma non aspettatevi di trovarlo direttamente coinvolto in azioni violente”, racconta un altro camerata che chiede di non fare il suo nome. “Ignazio restava nell’ombra, le cose le faceva fare agli altri. Era già un politico. E poi diciamolo: non è mai stato un cuor di leone. Dopo quel pomeriggio di sangue, Giorgio Almirante, che non amava quel ragazzotto con i capelli troppo lunghi e gli occhi spiritati, sciolse la federazione milanese del Msi e il Fronte della gioventù. Ma La Russa ricostruì,anzi aumentò, il suo influsso sul partito a Milano, di cui divenne pian piano il padrone.
“A parole era tutt’altro che un moderato: un fascista con la bava alla bocca”, racconta Staiti. “Quando divenni deputato del Msi, tentò di emarginarmi. Alle riunioni della segreteria provinciale non mi invitava. Io partecipavo ugualmente e lui cominciava così: ‘Saluto i camerati e anche Staiti che non è stato invitato’. Alla quarta volta mi alzai e gli allungai quattro ceffoni: ‘Io l’invito me lo sono preso, e tu ti tieni le sberle’ ”. In quei turbolenti anni Settanta, Ignazio s’impossessò di Radio University, un’emittente di destra che trasmetteva da Milano. In quella “radio libera” lavorava una ragazza di nome
Amina Fiorillo. Ignazio la presentò a un camerata di Roma, Maurizio Gasparri, che poi divenne suo marito. “Il potere che Ignazio aveva nel Msi non gli derivava però dalla militanza, ma dalla famiglia”, continua Staiti. Il padre, Antonino La Russa, ex federale fascista di Paternò e poi senatore missino, era arrivato a Milano dalla Sicilia con una dote di rapporti pesanti. Con Michelangelo Virgillito innanzitutto, suo compaesano, cognato e grande corsaro di Borsa. E con Raffaele Ursini, l’uomo che ereditò da Virgillito il gruppo Liquigas. “Il vecchio patriarca Antonino era invisibile, ma potentissimo nel partito: era lui a trovare i soldi per finanziarlo”. È anche l’uomo che pilota le eredità.
Convogliando rapporti, soldi, affari e azioni verso un giovane di bottega, arrivato anch’egli da Paternò, che diventa, non senza qualche conflitto, l’erede del potere dei
La Russa-Virgillito-Ursini: è Salvatore Ligresti. Don Totò è cresciuto insieme con Ignazio, tra busti del duce e scorribande in Borsa. E non dimentica la fonte del suo potere e della sua ricchezza, tanto da riservare sempre ai La Russa qualche poltrona nei consigli d’amministrazione delle sue aziende. “Con Almirante”, dice Staiti, “Ignazio ricucì il rapporto quando fece dare a un figlio di donna Assunta, che aveva fatto fallire la sua concessionaria d’automobili, la gestione di un’agenzia romana della Sai, la compagnia d’assicurazioni di Ligresti ”. Oggi Ignazio vive a Milano in un palazzo che, di notte, sembra uscito dalla Gotham City di Batman, con le luci che si proiettano dritte sulla geometrica facciata anni Trenta.
La leggenda dice che La Russa abbia ristrutturato l’appartamento dove viveva Mussolini. Nostalgie private. In pubblico, però, oggi prevale il senso pratico di Ignazio, amico di Ligresti, sostenitore di Berlusconi, ministro della Repubblica e ospite pirotecnico dei talk - show.

di Gianni Barbacetto (dal Fatto Quotidiano di oggi 18/12/2010)

martedì 14 dicembre 2010

Fine dell'impero di cartapesta



Finalmente signor presidente del Consiglio oggi inizia la fine del suo impero di cartapesta. Qualunque sia il risultato numerico del voto di fiducia, qualunque sia il numero di voti comprati, è chiaro che non ha più quella maggioranza politica che le permette di governare. Le piaccia o non le piaccia è arrivato al capolinea della sua esperienza politica. Non le rimane che rassegnarsi al suo destino, consegnarsi alla magistratura e come un Noriega qualsiasi farsi giudicare. Pavido, pavido presidente del Consiglio che fugge. Scappi alle Bahamas, vada anche lei a nascondersi perché altrimenti sarà processato ed è questo che vogliono i cittadini che in questi anni non si sono fatti infinocchiare dalla sua propaganda fascista. Lei si è messo a fare politica non per badare agli interessi dell’Italia ma per risolvere i suoi affari personali, soprattutto quelli giudiziari, fuggiasco Berlusconi. Fino a qualche tempo fa lo denunciavamo solo noi dell’Italia dei Valori e siamo stati chiamati giustizialisti, populisti, questurini, ed è stato pure coniato un termine da voi ritenuto dispregiativo: “dipietristi”. Quello che noi diciamo da anni ora l’hanno ammesso anche membri della maggioranza, a partire dal presidente della Camera Fini.
Lei pensa di lavarsi la coscienza dicendo che sono tutti comunisti, ma l’altro giorno, davanti a Montecitorio, hanno protestato i rappresentanti dei costruttori dicendo che sono stati presi in giro. Non vorrà dire, fuggitivo Berlusconi, che pure il presidente dell’associazione nazionale Costruttori edili, il dott. Buzzetti, sia un rivoluzionario comunista?
Ieri la guardavo, oggi fugge, mentre ieri era tutto tronfio, si sbrodolava nei suoi calzoni dicendo di essere il leader più popolare del mondo. Si è vero, di lei ne parlano tutti all’estero, ma è proprio per questo che noi ci vergogniamo di avere un presidente del Consiglio che fuori dall’Italia viene deriso, ridicolizzato, sbeffeggiato, messo all’angolo, trattato da buffone di corte. Noi, da italiani, ci vergogniamo di lei, specie quando va all’estero. Ci vergogniamo dello stesso premier che chiama la questura per dire di rilasciare la nipote di Mubarak, che definisce Putin un “dono di Dio” e Gheddafi “un leader della libertà”. Noi ci vergogniamo perché quando va all’estero fa vergognare l’Italia.
Noi dell’Idv ci vergogniamo di lei che compra, a suon di bigliettoni, il consenso e il voto di fiducia dei parlamentari. Si rende conto di quel che ha fatto? Ha subornato la mente e la coscienza di alcuni deputati approfittando delle loro debolezze esistenziali. Lei è un presidente del Consiglio e non può comportarsi in questo modo; è un delitto comprare il consenso parlamentare, nonché un atto moralmente deplorevole. Non mi venga a dire che non è reato perché la Costituzione garantisce i parlamentari nella loro libertà di voto. Ma dev’essere un voto davvero libero, un moto spontaneo di coscienza, senza condizionamenti e pressioni esterne e soprattutto non deve essere frutto di corruzione. Il voto non è più libero se, come ha fatto lei, viene venduto, scambiato, ricattato, costretto, indotto. Lei è moralmente riprovevole perché comprando il voto di alcuni deputati ha violentato la Costituzione e umiliato il ruolo del Parlamento, ha ridotto grandemente le condizioni minime di agibilità democratica in quest’Aula e nel Paese. Lei oggi deve affrontare la verità e non nascondersi dietro le sue bugie, come bugiardo e ipocrita è stato il suo discorso di ieri per chiedere la fiducia. Lei ha descritto un Paese delle meraviglie che esiste soltanto nella sua mente, nei suoi sogni narcisistici. Ha detto che ci sono 100 miliardi di euro messi a disposizione per rilanciare l’economia del Paese. Ma quali 100 miliardi di euro? Dove stanno? Chi li ha visti? Forse si riferiva ai suoi investimenti al sud di Antigua, ottenuti in cambio dell’annullamento del debito che quel Paese pirata aveva nei confronti dell’Italia. Perché lei è abituato a pagare con i soldi degli italiani i suoi affari. Così ha fatto e sta facendo con Gheddafi in Libia e con Putin in Russia.
Il Paese reale si trova in una situazione completamente diversa da quella che lei ha descritto. Provi a mettere fuori il naso da Palazzo Grazioli o da Montecitorio. All’esterno ci sono migliaia di persone stanche di essere prese in giro da lei e dal suo governo. Ieri mattina protestavano persino i poliziotti che sono stufi di pagarsi persino la benzina per inseguire i delinquenti. Ci sono studenti e docenti che non sono delinquenti per il solo fatto che protestano, signora Gelmini, ma sono giovani disperati ai quali avete tolto pure il futuro. E ancora ci sono i giovani senza contratto, ricattati dai vari Marchionne e strozzini di turno; ci sono i precari senza futuro di ogni categoria di lavoro. Fuori di qui non c’è il Paese delle meraviglie che lei ha descritto ma i giovani e meno giovani che hanno perso il lavoro o non l’hanno mai avuto, i cittadini dell’Aquila terremotati due volte, dal destino e dalle sue frottole, ci sono i bisognosi ai quali avete tolto la solidarietà, ci sono persone che vogliono un po’ di giustizia.
Fuori di qui, fuori da questo Parlamento e da questo governo perché avete ridotto l’Italia al Paese delle banane e prima se ne va, meglio è.

domenica 5 dicembre 2010

In diretta alla Convention


Stamattina ho partecipato, in diretta video, all'assemblea del Popolo viola che si è svolta a Roma. Uno dei luoghi in cui nell'ultimo anno si è costruita, con l'Italia dei valori, una opposizione vera e senza sconti al governo di Berlusconi e dove oggi si sta costruendo un'alternativa non gatttopardesca al potere berlusconiano.
Di fronte al popolo viola ho illustrato quali sono i punti sui cui noi dell'Idv ci stiamo impegnando perché dopo Berlusconi non venga fuori un governo identico al suo, pronto a riprendere quasi tutte le sue leggi e magari anche molti dei suoi ministri. Ho parlato di lavoro, di scuola e istruzione, di libertà e di Internet perché è su questi fronti che il governo ha varato le sue leggi peggiori, quando non era occupato a preparare quelle a vantaggio del suo premier.

L’Italia dei Valori mette al primo posto il lavoro e l’occupazione. Da tempo l’IdV è presente dentro e fuori le fabbriche, cercando di rappresentare le istanze di chi lavora, dei disoccupati e di chi convive con il nodo scorsoio del precariato, dei contratti a termine e con il ricatto continuo delle false partite Iva.

Abbiamo già detto più volte di essere dalla parte degli operai di Pomigliano e non della Fiat e ci stiamo battendo per convincere il ministero dello Sviluppo Economico a realizzare un piano per il rilancio delle piccole e medie imprese e per uscire in maniera definitiva dal precariato.

Ma le nostre battaglie sono anche quelle degli studenti perché l’IdV, oltre al lavoro, ha messo al primo posto la scuola, la cultura e l’università. All’interno del Parlamento non abbiamo fatto sconti al regime berlusconiano: abbiamo chiesto la sfiducia dei ministri Calderoli e Bondi e di tutto il governo.

Ci siamo inoltre battuti per la libertà di informazione e della rete, per evitare che venga messo il bavaglio ad Internet che oggi resta uno degli ultimi baluardi in difesa della democrazia.

Alla fine del mio intervento ho dato appuntamento a tutti per il 14 dicembre a Roma, davanti a Montecitorio. Quel giorno vedremo se Fini sarà coerente con quanto ha detto sinora o se all'ultimo momento si inventerà una scappatoia per tenere ancora in piedi il governo. Quel giorno Berlusconi cercherà di comprare qualche parlamentare, offrendo mari e monti pur di restare a palazzo Chigi. Tutti questi giochetti saranno molto più difficile se a Roma ci saranno moltissimi cittadini a vigilare e a controllare che la democrazia non sia inquinata ancora una volta dal grande corruttore.

sabato 4 dicembre 2010

Che c'azzeca Berlusconi con Gazprom?


Qual è la vera natura dei rapporti tra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin? Si limitano a scambiarsi “doni sontuosi” o vanno oltre e aggiungono al rapporto d'amicizia anche quello di soci in affari?
Questa è la domanda che si pongono da anni le amministrazioni degli Stati uniti, come sappiamo grazie alle rivelazioni di Wikileaks che tutto sono tranne che vuoti pettegolezzi. Per questo noi dell'Italia dei Valori abbiamo chiesto che il Parlamento italiano indaghi per raggiungere una verità certa, ma senza risposta. Tutto ciò è assurdo e incomprensibile.

Mettiamo i fatti in fila. Berlusconi si vanta continuamente del suo rapporto privilegiato con Putin e per una volta non mente come al solito, ovvero mente a metà. Quel rapporto c'è davvero e i due compari le scelte più importanti le fanno da soli, a porte chiuse.

L'Eni, che è una società pubblica e non privata, ha concluso un accordo con la russa Gazprom in base al quale l'Italia acquista gas dalla Russia a un prezzo molto superiore di quello che avrebbe potuto pagare acquistando da altre fonti il metano. E' solo inettitudine o c'è qualcosa di più e di peggio? E ancora: la scelta dell'Eni è stata condizionata dalle pressioni del presidente del consiglio o no? Sono domande che toccano le tasche e gli interessi concreti di ciascun italiano, dal momento che le scelte dell'Eni le paghiamo tutti noi.

Non è finita. L'Eni sta costruendo insieme a Gazprom il gasdotto South Stream, che porterà il gas russo in Italia senza passare per l'Ucraina. Quel progetto miliardario di gasdotto è alternativo a quello su cui scommette l'Europa, impegnata a costruire un altro gasdotto, il “Nabucco”.
Secondo gli esperti, non sarà possibile realizzare tutti e due i gasdotti, perché i giacimenti di gas dell'Asia centrale non sarebbero sufficienti ad alimentare entrambi. Puntare su South Stream significa quindi affossare Nabucco, e
rendere l'intera Europa dipendente dalla fornitura di gas russo. Scegliendo di collaborare al gasdotto di Putin invece che a quello europeo, Berlusconi e l'Italia hanno dunque fatto un enorme favore a Putin.

Io mi domando, gli americani si domandano e credo che tutti gli italiani dovrebbero domandarsi: in cambio di cosa?

Il nostro presidente del consiglio non è solo un politico. E' prima di tutto un affarista dai grandi intrighi, ed è entrato in politica proprio per difendere il suo impero economico e se stesso dalle inchieste derivate da come aveva fatto sino a quel momento i suoi affari. Con il conflitto di interessi ci va a dormire la notte, quando finisce il festino di turno, e ci si sveglia la mattina. Davvero non è coinvolto personalmente in questo che è uno degli affari più ricchi che ci siano al mondo? E allora perché continua ad avvantaggiare la Russia contro quell'Europa di cui fa parte? Insomma, che c'azzeca Berlusconi con Gazprom?

Berlusconi, dalla Russia, ha garantito di non aver alcun interesse personale in questa faccenda e di aver pensato sempre e solo al bene dell'Italia. Tanto ci dovrebbe bastare: la sua parola, la parola di un bugiardo cronico che ha mentito a tutti e su tutto un'infinità di volte. Io dico che la sua parola e le sue garanzie al Parlamento italiano non possono bastare e che sugli affari italo-russi bisogna indagare sul serio. Presto e andando sino in fondo.