Visualizzazione post con etichetta LIANA MILELLA - 2011. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta LIANA MILELLA - 2011. Mostra tutti i post

sabato 12 novembre 2011

Economia, Monti pensa all'interim e per il Welfare spunta Dell'Aringa



di LIANA MILELLA
Il vento dei tecnici spazza via i politici. E marginalizza e tiene lontano dal nuovo governo le risse intestine tra le correnti del Pdl. Nessuna riconferma, via pure Frattini dagli Esteri, ma aria nuova, personaggi di alto livello dell'economia (Bini Smaghi, Dell'Aringa), delle istituzioni (De Siervo e Mirabelli), delle gerarchie militari (Mosca Moschini). A questo puntano Napolitano e Monti, un esecutivo inappuntabile, che ricostruisca l'immagine dell'Italia e la "venda" al meglio sullo scenario europeo e internazionale. Questa è la logica. Questo porta in primo piano una manciata di nomi del tutto sottratti alle alchimie dei partiti - Pdl, Pd, Terzo polo - che pure in Parlamento reggeranno le sorti numeriche del nuovo governo.

Un flash per chi esce definitivamente di scena. Di
Franco Frattini alla Farnesina s'è detto, al suo posto si ipotizza di mettere l'attuale segretario generale Giampiero Massolo. "Scatoloni pronti", come lui stesso annuncia, per Nitto Palma in via Arenula. Per la poltrona finita nel tritacarne delle leggi ad personam per responsabilità del Cavaliere, si lavora a una figura nettamente al di sopra di ogni sospetto. La soluzione caldeggiata è quella di un presidente della Corte costituzionale. Un nome gettonato è quello di Ugo De Siervo, che ha lasciato il palazzo antistante il Quirinale solo da pochi mesi. In alternativa c'è chi ipotizza un incarico per Cesare Mirabelli, ex della Consulta e anche del Csm. Crollano le chance anche per Raffaele Fitto, oggi agli Affari regionali, o per la new entry Maurizio Lupi, oggi numero due della Camera. In casa Pdl si tira quasi un sospiro di sollievo perché solo l'assenza di nomine garantisce uno stop alle faide incrociate e mette fine a uno scontro che rischia di mandare in pezzi tutto il partito.

E passiamo alle novità assolute, a quelle in parte già circolate ma che si stabilizzano, al difficile nodo dell'economia che vede il lizza più di un nome di prestigio. È una sorpresa quello di Antonio Catricalà, oggi presidente dell'Antitrust, come candidato alle Attività produttive. È inedita la soluzione, per il ministero della Difesa, di Rolando Mosca Moschini, oggi consigliere militare di Napolitano, ma anche ex comandante generale della Guardia di Finanza e soprattutto componente, per l'Italia, del comando militare dell'Unione europea. Nuova carta anche per il ministero del Welfare, dove perde peso la candidatura dell'attuale segretario della Cisl Raffaele Bonanni, per lasciare spazio a Carlo Dell'Aringa, noto economista della Cattolica. Si consolida il nome dell'oncologo Umberto Veronesi per la salute.
Al Quirinale, per la Giornata per la ricerca sul cancro, a chi lo ha avvicinato e gli ha chiesto conferma dei pronostici, lui ha risposto così: "Non vedo, non sento, non parlo. Sono come la famosa scimmietta". Nessuna indiscrezione anche dalla radicale Emma Bonino che pure al Senato ha incontrato e salutato affettuosamente Monti. Potrebbe essere suo il ministero delle Politiche comunitarie visto che in Europa, giusto ai tempi di Monti, come commissaria aveva quell'incarico.
E siamo al dicastero di via XX settembre, quello di più difficile attribuzione. Per il secondo giorno consecutivo non viene smentito che il futuro premier Monti potrebbe tenere per sé l'interim. Per legare qualsiasi decisione, anche impopolare, al prestigio del suo nome. In alternativa c'è la carta di Lorenzo Bini Smaghi, reduce dalla rinuncia al board della Bce, quella di Fabrizio Saccomanni, direttore generale di Bankitalia, e quella di Corrado Passera, amministratore delegato di Bancaintesa.

Restano in alto mare i nodi di più difficile soluzione, la vice presidenza e la poltrona di ministro dell'Interno. E qui si giocano le ultime carte di Gianni Letta, che però paiono ormai in scadenza, e di Giuliano Amato. Ma c'è chi, con una forte percentuale, li dà entrambi ormai fuori.
(12 novembre 2011)

lunedì 17 ottobre 2011

Berlusconi, telefonate shock con Lavitola "Facciamo fuori il Palazzo di giustizia"




di GIUSEPPE CAPORALE e LIANA MILELLA
"Portiamo in piazza milioni di persone, facciamo fuori il palazzo di giustizia di Milano, assediamo Repubblica: cose di questo genere, non c'è un'alternativa...". Parola di Silvio Berlusconi nell'ottobre 2009. Sì, proprio lui. Si sfoga al telefono con Valter Lavitola, il giornalista-faccendiere incredibilmente di casa a palazzo Grazioli. Questa è solo una delle migliaia di telefonate raccolte negli atti dell'inchiesta di Pescara sui fondi dell'Avanti. Sta in un cd depositato al processo. Intercettazioni ormai pubbliche quindi. Sorprendenti. Confermano il rapporto strettissimo tra il premier e Lavitola. Che, come dice lui stesso, lo accompagna abitualmente in aeroporto. In questa stretta relazione il Cavaliere rivela i suoi odi e le sue ossessioni: "La situazione oggi in Italia è la seguente: la gente non conta un cazzo... Il Parlamento non conta un cazzo... Siamo nelle mani dei giudici di sinistra, sia nel penale che nel civile, che si appoggiano a Repubblica e a tutti i giornali di sinistra, e alla stampa estera". Qual è, allora, la ricetta risolutiva del premier? "Facciamo la rivoluzione, ma la rivoluzione vera". Colloqui continui tra Lavitola e il premier, l'affannosa ricerca di non farsi intercettare, di beffare "il maresciallo" che ascolta.

La segretaria Marinella, pressata da Lavitola, gli dice "lasciami vivere" e "togli il fiato". Ma lui dà ordini su chi e come deve entrare dal Dottore. Parla con tutti i palazzi del potere, tutti gli rispondono, spesso con insofferenza e con fastidio, ma è evidente dai colloqui registrati che nessuno gli può dire di no. Sembra un plenipotenziario occulto, la cui frase preferita è: "Ne ho parlato con il capo".

Dottore come va?
Male male

(20 ottobre 2009 ore 9,30)
Lavitola. "Buongiorno dottore come va?".
Berlusconi. "Male male... dimmi...".
L. "Quando ci riusciamo a vedere un minuto?".
B. "Venerdì".
L. "Venerdì ok, l'altra faccenda ancora sulla questione editoria... Ma prima... Quello lì che poi ha incontrato, è andato bene (il riferimento è al generale Spaziante, ndr.)? Perché ho avuto riscontri entusiastici...".
(...)
B. "Non conto niente... Che cosa vuoi che conti... Hai visto la Corte Costituzionale che ha detto che io sono esattamente come gli altri ministri... quindi non ho bisogno di tutele... Allora, parliamoci chiaro, la situazione oggi in Italia è la seguente: la gente non conta un cazzo... Il Parlamento non conta un cazzo... Siamo nelle mani dei giudici di sinistra, sia nel penale che nel civile, che appoggiandosi alla Repubblica e a tutti i giornali di sinistra, alla stampa estera...".
L. "Ci fanno un culo come una casa...".
B. "Poi quando in Parlamento decidono qualcosa che alla sinistra non va, interviene il presidente della Repubblica che intanto non te la fa fare prima... come quella delle intercettazioni... e poi passa tutto alla Consulta, che hanno occupato, e con undici giudici la bocciano. Berlusconi è sputtanato, tiranneggiato, se va in tribunale a chiedere giustizia perché gli hanno dato del buffone... Berlusconi va a Messina, lavora tutta la mattina per rifare le case, va in chiesa e sta tre ore in piedi con la gamba che gli fa male, di fronte alle bare. Abbraccia tutti coloro che deve abbracciare perché hanno perso i cari eccetera ... Poi dalla chiesa va alla sua macchina e ha quindici giovani da una parte e dall'altra che gli dicono "assassino", "buffone", "vergogna", "vai via" "vai a casa", e non succede niente. Vado da un avvocato e gli dico "vorrei denunciare questi qua" e l'avvocato mi dice "lei vuol perdere soldi e tempo". Poi quando Berlusconi aggredito dalla stampa non dico non fa querela, ma semplicemente chiede un danno per far capire a questi giornali che non possono andare avanti così, rivolgendosi in maniera disarmata a quella magistratura civile che gli è ostile e dicendo "se per caso trovo un giudice onesto e vinco, quello che porto a casa lo da ad un'istituzione benefica... ti dicono che non c'è la libertà di stampa, che lui è un dittatore e portano il Parlamento Europeo a discutere e a votare sulla libertà di stampa in Italia... tu capisci che siamo a una situazione per cui: o io lascio, cosa che può essere anche possibile e che dato che non sto bene sto pensando anche di fare, oppure facciamo la rivoluzione, ma la rivoluzione vera... Portiamo in piazza milioni di persone, facciamo fuori il palazzo di giustizia di Milano, assediamo Repubblica: cose di questo genere, non c'è un'alternativa...".
L. "Presidente, però se lei mi permette la prima opzione scordiamocela per due o tre motivi: uno, si distrugge il Paese, due a lei la fanno a fettine sottili come la... come si chiama lì ... la bresaola diventa una cosa doppia, e mica solo a lei, a tutti quelli che...".
B. "Ci vediamo venerdì, ciao".
L. "Un bacio, grazie, buon viaggio".

Viene Spaziante
non lo deve sapere Milanese

(14 ottobre 2009 alle 9,45)
Lavitola raccomanda il generale della Gdf Emilio Spaziante a Berlusconi. "Per fare il numero due, non il numero uno, la mediazione la sta facendo il ministro" diceva al telefono. Il premier lo incontra a Palazzo Grazioli, come dimostra la conversazione tra Lavitola e una Marinella spazientita per la richiesta di tenere nascosta la cosa a Milanese.
L. "Sono Valter".
M. "Sì, è arrivato tutto, gliel'ho già messo sul tavolo, gli ho detto che lo deve leggere prima dell'incontro".
L. "La freccia alata, ascolta, siccome il generale sta venendo lì tra un quarto d'ora, mica c'è pure Letta all'appuntamento?".
M."No, Letta non c'è forse".
L. "Gli mandi qualcuno giù per farlo salire alle sei meno cinque?".
M. "Ma dove, davanti o dietro?".
L. "No... secondo me è meglio anche dietro?".
M. "A piazza Grazioli".
L. "Ma Valentino c'è lì?".
M. (a un altro telefono)"Qualcuno può scendere a prendere il generale Spaziante?".
L. "Valentino, o coso, siccome ci sta un certo Marco Milanese che non deve sapere niente assolutamente, vedi se fai in modo che non lo veda proprio nessuno, ... i due assistenti, chi c'è dei due?".
M. "Ci sono tutti e due in giro, io non posso nascondere gli assistenti, Valter per piacere, o dirgli andate a casa...".
L. "Hai ragione, ma vedi se puoi farlo entrare senza farlo vedere".
M. "Allora non deve entrare da noi, ma di là, perché se entra di qua ci vede Betta, Valter... Valter è a posto, ho già dato indicazione alla scorta, hai detto dietro, ho detto dietro, ciao, oh, togli il fiato, ciao".

Un telefono tranquillo
per parlare con il Dottore

(21 ottobre 2009, alle 18)
Lavitola. "Salve, sono Lavitola, Marinella c'è?".
Segretario. "Un attimo...".
Marinella "Pronto, sì, ciao, dimmi".
L. "Avevamo detto di sentirci per sapere se tu sai il Dottore che fa".
M. "Rimane qua ad Arcore".
L. "E domani?".
M."Ad Arcore. Se chiami domani ci parli al telefono... dai".
L. "Allora ascolta un secondo, siccome mo' io sto andando dove gli avevo detto che andavo no... lui mi deve dare un orario preciso in cui io lo chiamo da un telefono tranquillo, così il mio maresciallo in ascolto non sa gli affari miei...".

Manda a Schifani
gli appunti per l'emendamento

(30 ottobre 2009 alle 9,38)
L. "Buongiorno sono Walter... c'è Marinella".
Segretario "Un attimo"
L. "Bella buondì".
M."Sì, dimmi".
L. "Sei riuscita a dargli quella cosa a Schifani?".
M. "No, no no assolutamente, io non l'ho ancora visto e non riesco ancora a vederlo".
L. "Marinè..., vedi che il fatto è urgente perché oggi questi devono dare il parere di legittimità. Tu l'hai vista pure quella cosa firmata dai giornali (lettera di protesta perché il governo vuole tagliare i fondi all'editoria, ndr.)?".
M. "Sì, vista, e... niente, adesso comunque si sta informando anche un'altra persona su sta cosa".
L. "Vedi se è Bonaiuti, senno non combiniamo un cazzo".
M. "È Bonaiuti, è Bonaiuti, perché è il suo settore per cui non possiamo scavalcarlo. Chiama Bonaiuti".
L. "Ma lascia stare Bonaiuti, Bonaiuti l'ho sentito, chiede al Dottore di mandare questa cosa da Schifani.. ti prego, perché è importante".
M. "Ciao...".
L."Non me lo puoi passare?".
M. "No, non te lo posso passare, non abbiamo ancora modo di parlargli...".
L. "Che fa, chiamo tra un po'?".
M. "Prova, ciao".
(richiama dopo pochi minuti)
L. "Scusi, sono di nuovo Walter. Marinella?".
M. "Pronto..."
L. "Bella... ci pensavo un secondo... senza far casini, senza disturbare lui più di tanto... se tu ti facessi autorizzare a mandare solo la copia di quell'emendamento a Schifani, con due righe, dicendo vedi se si può renderlo ammissibile, senza...".
M. "Io non la faccio se non mi dà l'ok il capo".
L. "Ma è ovvio... Mi fai sapere?".
M. "Lasciami vivere".
(17 ottobre 2011)

martedì 13 settembre 2011

Legittime le dieci domande a Berlusconi "Erano diritto di cronaca e di critica"



LIANA MILELLA
"Assolte". Non offesero né l’onore, né tantomeno la reputazione di Berlusconi. Le "nuove dieci domande" - ideate, proposte allo stesso premier e da lui rifiutate, scritte da Giuseppe D’Avanzo il 26 giugno 2009 sull’intreccio politico-giudiziario dei casi di Noemi Letizia e di Patrizia D’Addario - furono "un legittimo esercizio del diritto di critica e la lecita manifestazione della libertà di pensiero e di opinioni garantita dall’articolo 21 della Costituzione". Che fissa i paletti del diritto di cronaca.

LE PRIME DIECI DOMANDE A BERLUSCONI

LE NUOVE DIECI DOMANDE A BERLUSCONI

Era ricorso ai giudici il Cavaliere, in sede civile, assistito stavolta da una Ghedini donna, Ippolita, la sorella di Niccolò. Era il 25 agosto 2009. Ma Angela Salvio, toga in servizio presso la sezione civile del tribunale di Roma, il 5 settembre gli ha dato torto. Repubblica ha esercitato, al contempo, "il diritto di cronaca e il diritto di critica". D’Avanzo non era andato "oltre" nel mettere in fila quelle domande, che seguivano le prime dieci, pubblicate non appena esplose la storia del rapporto tra il capo del governo e la minorenne Noemi. Poi, svelata dalla stessa D’Addario la storia delle escort portate a Roma da Tarantini, le domande presero una nuova veste. Che fece infuriare Berlusconi. Pronto a chiedere un milione di euro in forma di risarcimento. Centesimo più, centesimo meno, giusto la cifra che ha poi versato a Tarantini.

Il giudice Salvio non esita. Gli dà torto e lo condanna a pagare le spese legali. Firma una sentenza di 15 pagine destinata a pesare nella storia dei rapporti tra la stampa e il potere politico. Per due ragioni. La puntualità nel ricostruire un contesto in cui le "nuove dieci domande" videro la luce. E i riferimenti ai pilastri del diritto. Da una parte ci sono date e fatti di quei giorni. Essi portarono alle dieci domande. Il 27 aprile, un articolo della finiana Ventura sul "velinismo". Il 28 Repubblica rivela la festa di Noemi con Berlusconi. La sera stessa parla Veronica Lario, la moglie, che denuncia il "ciarpame senza pudore". Il 3 maggio Veronica rende pubblica la richiesta di separazione. Il 17 giugno esplode il caso D’Addario. Scrive la Salvio: "In un paese democratico costituisce un diritto-dovere della stampa chiedere conto e ragione dei comportamenti a chi ricopre cariche politiche ed esercita il potere di governo, per soddisfare l’interesse pubblico della formazione del giudizio complessivo di valore sulla persona che occupa posizioni di vertice, non solo sull’ attività pubblica svolta, ma con riferimento al patrimonio etico e alla coerenza dei comportamenti".

La Costituzione, la Convenzione europea dei diritti dell’ uomo, il nostro codice penale parlano chiaro. Non c’è diffamazione a mezzo stampa se c’è "un interesse pubblico dell’informazione", se "la notizia è vera", se è espressa "in forma civile nell’esposizione dei fatti e nella valutazione". Al diritto di critica è concessa qualche licenza in più. Può essere esercitato "con toni aspri, duri, enfatici, impietosi, dissacranti". E nel valutare le espressioni usate "non si può prescindere da un esame globale del complesso dell’argomento trattato".

Erano giustificate le dieci domande? Esse, documenta la Salvio, "non sono state "catapultate" sul giornale da un momento all’altro". Giungevano "a conclusione di un articolo di D’Avanzo che conteneva la ricostruzione analitica degli accadimenti che si erano succeduti in un brevissimo lasso di tempo, che era ben conosciuti e facevano parte della memoria storica recente dei lettori che avevano potuto seguire il rincorrersi di dichiarazioni, fatti, smentite, interviste, foto, registrazioni". Cos’erano, dunque, le domande di D’Avanzo? "Poste in maniera civile, garbata e misurata, senza allusioni o insinuazioni malevoli, erano riflessioni critiche sintetiche di interpretazione dei fatti". Il diretto interessato, Berlusconi, può ritenerlo "fastidioso, impertinente e sgradevole", ma tutto ciò rientra "nella lecita manifestazione del diritto di critica al potere politico e a chi ricopre posizioni di particolare responsabilità pubblica". Perde Ippolita Ghedini, vincono Virginia Ripa di Meana e Carlo Federico Grosso, i legali di Repubblica. Perché la gente ha diritto di sapere cosa fa Berlusconi e, in quanto uomo pubblico, di criticarne l’operato.
13 settembre 2011

Dallo scandalo Ruby a Lavitola le telefonate che spaventano Berlusconi



Il premier tenta di congelare i processi e di bloccare tutte le carte in Giunta. Gli atti di Bari, visto che alcune protagoniste sono le stesse, potrebbero finire a Milano

NON S'ERA mai letta, pur in tanti anni di succose intercettazioni su di lui, e di "guerra" con lui per mettere il bavaglio alla stampa, una lettera autografa del Cavaliere per fermarle. Adesso è lì, a Montecitorio. Firmata: Silvio Berlusconi. È l'ultimo atto dello strano caso del "Signor B.". Il suo tentativo disperato, e a sorpresa, per evitare che escano tutte le conversazioni che lo riguardano. Quelle di Bari in primis. Missiva consegnata a mano il primo settembre, giusto quando esplode l'inchiesta di Napoli. E lui si rende conto che quelle telefonate costringeranno la procura di Bari a tirar fuori, finalmente, anche le sue con Tarantini.

Ufficialmente, la richiesta alla Camera serve per il processo Ruby. Ma è la mossa in extremis per stoppare quelle del caso D'Addario, le escort pugliesi portate a palazzo Grazioli e a villa Certosa. Quelle in cui Tarantini e Berlusconi parlano delle "puttane". Conversazioni annunciate come "terrificanti". Lo dice lo stesso Tarantini al giornalista-faccendiere Lavitola il 2 luglio. Sono "una bomba" ripete il 14. "Sta per uscire la bomba" insiste il 17. Invece niente. Le telefonate esplosive non escono, si rinvia di giorno in giorno. Volutamente ritardate per mesi per trascriverle e depositarle, poi segretate dal procuratore di Bari Antonio Laudati che le riceve il 23 giugno. Che ne ordina "il deposito presso il suo ufficio", come denuncia al Csm il pm Pino Scelsi, titolare dell'inchiesta sulla D'Addario. Telefonate che, come dice il 5 luglio Tarantini a Lavitola, riguardano ragazze "coinvolte a Milano" e "confermano il fatto che erano puttane". E dunque "il favoreggiamento della prostituzione ci sta" si dicono i due il 5 luglio. Ci sta anche per il premier, se egli era al corrente che erano "puttane" e ne discuteva al telefono con il procacciatore Tarantini. Quegli atti di Bari, visto che alcune protagoniste sono le stesse, potrebbero finire a Milano e saldare il processo pugliese con quello di Ruby.

Dunque uno, fondamentale, prioritario, vitale è l'obiettivo del premier, che solo ora si muove su Milano mentre avrebbe potuto farlo da mesi. Ormai con l'acqua alla gola, punta a creare il precedente per bloccare poi, con lo stesso sistema, l'uso delle intercettazioni di Bari, dimostrare che esse sono state raccolte abusivamente dai pm, che hanno aggirato e violato l'articolo 68 della Costituzione. Sentire le ragazze, sentire Tarantini, per spiare in realtà la vita del premier. Utilizzare i nastri, sbatterli nelle ordinanze di custodia cautelare, a Milano come a Napoli come a Bari, senza chiedere l'autorizzazione alla Camera.

È qui lo strano caso del "signor B." Che tenta di dire "basta" e pone un aut aut ai colleghi deputati. Lo dice per Milano, mentre sta per uscire, se il procuratore Laudati la licenzia, la "bomba" di Bari. Mentre lui stesso rischia di essere incriminato per lo stesso reato che scontano quelli che lo facevano "scopare" ("L'unica cosa che possono dire di me è che scopo..." dice il premier a Lavitola 13 luglio). Solo un decreto legge, a cui Berlusconi già pensa, gli permetterebbe di bloccare l'uscita sui giornali delle telefonate. Col rischio che Napolitano lo fermi. Come ha sempre fatto in questi anni. E prima di lui Ciampi. Ma può mettere una zeppa. Costringere i pm ad espungere gli ascolti dal processo. Magari ricorrere alla Consulta sollevando un nuovo conflitto, questa volta sulla violazione delle tutele parlamentari.

Un fatto è documentato. La segretazione fino a oggi delle telefonate di Bari. Il ritardo nel chiudere l'inchiesta Tarantini. Tutto ciò ha una spiegazione. Stiamo attenti alle date: giugno-luglio di quest'anno. Quando a Milano si tengono le prime udienze del processo Ruby, il 31 maggio, il 14 giugno, il 18 luglio, in attesa - e nella speranza - che la Corte costituzionale, quanto prima, dichiari la competenza del tribunale dei ministri, tolga il processo a Milano, si cancellino tutti gli atti. In quei giorni, è una coincidenza documentata, Laudati fa depositare "presso il suo ufficio", scrive Scelsi, le intercettazioni. Occhio ai comportamenti del capo della procura che, dice sempre l'ormai ex pm, non consente a lui e ai colleghi "una preventiva lettura dell'informativa della Gdf" neppure prima di una riunione di coordinamento convocata per il 27 giugno, tre giorni prima che lo stesso Scelsi se ne vada in procura generale. Laudati blinda le telefonate nel suo ufficio. Tant'è che Scelsi scrive nell'esposto al Csm: "Con la richiesta del 21 giugno ha di fatto avocato a sé la consegna dell'informativa della Gdf sul procedimento 9322/09 (quello escort-D'Addario), trasferendo su di sé, in qualità di dirigente dell'ufficio, la naturale interlocuzione che le norme processuali e l'interpretazione che il Csm ne ha dato riconoscono a ogni singolo sostituto delegato alle indagini nei suoi rapporti con la polizia giudiziaria".

È il procuratore che ha un rapporto strettissimo con la Gdf. Che ha costruito la sua "squadretta". I cui ufficiali, come Antonio Cecere Quintavalle, comandante del nucleo di polizia tributaria di Bari, sono al corrente, come se si trattasse di una cosa normale e arrivano a dirlo ai pm Scelsi e Pontassuglia, che la direttiva è quella di "frenare" sul caso D'Addario: "Ma non si era detto che (questa inchiesta,
ndr.) bisognava lasciarla un po' da parte?". Lo scrive Scelsi al Csm e ai vertici della magistratura di Bari e d'Italia.

Chi "lo ha detto"? E perché "lo ha detto"? E a chi "lo ha detto"? E con quale obiettivo "lo ha detto"? E perché, effettivamente, per fatti che sono accaduti nel 2008, le "scopate" di Berlusconi a Roma e in Sardegna, per un'indagine esplosa a Bari un anno dopo, siamo ancora qui, nel settembre del 2011, a voler conoscere quelle intercettazioni in cui, a quanto dice Tarantini a Lavitola il 5 luglio, "le ragazze mi dicono che hanno ricevuto soldi da lui"?. L'interrogativo è giudiziario e politico. L'uno e l'altro. Il primo: leggere quelle telefonate, e capire, e decidere, se per Berlusconi è configurabile il reato di favoreggiamento della prostituzione. A Bari come a Milano. Il secondo: può un presidente del Consiglio, sul quale incombe e poi cade addosso il reato di prostituzione, continuare a fare quello che sta facendo. Governare il Paese e rappresentarlo nel mondo.
Se il quadro è questo, e le carte dimostrano che è questo, allora c'è più di un motivo per ritardare l'uscita delle carte di Bari. Per questo, dal suo arrivo nel capoluogo pugliese, Scelsi fa capire che "lavori" il procuratore Laudati. Lo nomina il Csm il 30 aprile. Lui in via Arenula è il direttore generale della giustizia penale. Il Guardasigilli Alfano commenta entusiasta: "Gli avevo proposto di diventare rappresentante italiano ad Eurojust, ma ha scelto di rimanere in trincea e guidare un'importante procura".

S'insedia l'8 settembre 2009. Due giorni dopo dichiara: "Da quello che viene pubblicato sui giornali è di tutta evidenza che il presidente del Consiglio Berlusconi è assolutamente fuori da qualsiasi responsabilità penale". I quotidiani riportavano i verbali di Tarantini. Il quale, a telefono con Lavitola il 5 luglio, dice: "Lui ha detto che il suo ruolo è fallito là. Hai capito, perché lui era convinto, ti ricordi, di archiviarla". L'inchiesta, è ovvio. Lavitola di rimando: "Sissignore, il suo ruolo è fallito, ma nelle intercettazioni trascritte non ci sta scritto...". Tarantini lo blocca: "No, lui dice che si evince chiaramente che c'è il reato di favoreggiamento".

È il 5 luglio. Dalla sua stanza di pm a Bari, di pm che ha seguito il caso Tarantini, Scelsi se n'è andato da cinque giorni. Ha consegnato le chiavi "della stanza e della cassaforte" senza leggere l'informativa della Gdf in cui ci sono le intercettazioni tra Tarantini e Berlusconi. Che è rimasta chiusa nella stanza del procuratore. Il quale non gliel'ha fatta vedere ma, a quanto riferisce Tarantini, ne ha parlato diffusamente con altri. Scelsi, a luglio, ha rivelato in una lettera ironica ma pesante quanto avveniva. Nessuno si è mosso. Fino a oggi. Né il Csm, né il pg della Cassazione che fa parte del Csm, né (ovviamente) il ministro della Giustizia. Le intercettazioni sulle "puttane" di Bari finora hanno dormito tranquille nel cassetto di Laudati. Quello che ha fatto in modo, dice sempre Tarantini a Lavitola il 17 luglio, di "non mandare l'avviso di conclusione così non diventano pubbliche". Adesso, mentre Berlusconi invoca il suo diritto di parlamentare per fermare tutto, è tempo - e ce ne sono gli strumenti - per scoprire chi è colpevole dei ritardi. E per quale squadra ha giocato. Se quella dello Stato o quella degli imputati. Prima che Berlusconi se ne inventi un'altra per mandare al macero quelle telefonate.
08 settembre 2011

sabato 30 luglio 2011

Da Unipol-Bnl alla strage di Viareggio le cause a rischio per i testimoni "infiniti"


di LIANA MILELLA
Per un Berlusconi libero dai processi, che di dibattimenti in primo grado, perché solo a quelli si applica la nuova legge, ne vadano pure in malore a migliaia. Nomi? I più famosi, in questo momento, nelle aule giudiziarie italiane. Eccoli. A Milano la famosa scalata Unipol alla Bnl. Quella dei furbetti del quartierino. Ma pure i meno noti, ma assai gravi crac Burani e Cit. Clamoroso a Torino: potrebbero tornare i 9.841 testimoni chiesti dai difensori per i morti dei veleni della Eternit. I giudici ne hanno concessi due a persona, ma adesso tutto potrebbe riaprirsi. A Viareggio. Ancora di scena il dibattimento per la strage del treno deragliato in stazione. Stimano i pm che i 38 indagati delle Ferrovie potrebbero pretendere di sentire decine di testimoni a testa. E a Roma? Potrebbe andare in crisi il processo Cucchi, il detenuto morto per le percosse ricevute, perché gli avvocati sarebbero legittimati a presentare una lista testi in cui figurano tutti coloro che si trovavano nel penitenziario e in questura e in ospedale in quei drammatici momenti. A Palermo sarebbe la fine dei processi di mafia. Un esempio? Franco Mineo, deputato regionale del transfuga Pdl Micciché, indagato per essere un prestanome dei boss dell'Acquasanta, potrebbe far chiedere dai suoi avvocati una sfilza di testi che comprende l'intero quartiere dove ha vissuto. E a Bari rischierebbero l'impasse inchieste ormai in aula o prossime ad esserlo come quelle sul ministro Raffaele Fitto e sul re della sanità pugliese Giampaolo Tarantini. Idem a Bologna per la bancarotta fraudolenta della società Victoria 2000 che controllava la squadra di calcio o per le morti all'ospedale Sant'Orsola.

Potrebbero essere davvero "devastanti", come da due giorni vanno dicendo disperati i vertici dell'Anm Luca Palamara e Giuseppe Cascini, gli effetti concreti della legge sul "processo lungo". Com'è sempre avvenuto nelle leggi cucite addosso a Berlusconi, ritagliate dai suoi casi giudiziari, praticamente scritte sopra con l'antica carta carbone,
i guai cominciano quando si applica la norma a tutto il resto. A tutti gli altri processi in corso in Italia. È accaduto, appena qualche mese fa, con la prescrizione breve per gli incensurati. Si calcolò che potevano finire al macero 15mila dibattimenti. Adesso il drammatico calcolo ricomincia. Ma stavolta, di primo acchito, con gli uffici che sono già o stanno per andare in ferie, l'impressione è che l'impatto, proprio per la natura della norma, potrebbe essere ben più invasivo e devastante.

In queste ore, si stanno facendo le prime valutazioni. Ci ragionano l'Anm, ma anche il Csm. Pronti, a settembre, a dare battaglia con i dati alla mano. L'opposizione già scopre la sua strategia. La dichiara
Donatella Ferranti, la capogruppo del Pd in commissione Giustizia alla Camera, che del Csm è stata segretaria generale: "Non è una stima facile, intendiamoci. Ma è del tutto imprescindibile. Ci comincerò a lavorare subito, da lunedì. Ed è chiaro che questo costituirà la base della nostra opposizione. Vogliamo sapere nel dettaglio quanti processi cadranno pur di salvare Berlusconi". "Impatto", magica parola, da cui in questa legislatura si sono tenuti sempre lontano gli strateghi giudiziari del premier. E il governo con l'ex Guardasigilli Alfano. Fanno le leggi, ma non danno i numeri. Perché sanno che sono catastrofi.
Di Berlusconi e dei suoi processi s'è detto. "Morte" certa per Mills, "morituro" Mediaset, in zona salvezza Mediatrade, senza rischi Ruby. Questa previsione la ammette pure Niccolò Ghedini, l'avvocato del Cavaliere, che parla del "processo lungo" come di "una norma di civiltà giuridica" e di "semplice traduzione dell'articolo 111 della Costituzione". Abbiamo visto che effetti produce in giro per l'Italia questa norma. Un primo sondaggio attraverso gli uffici rivela una prossima e sicura catastrofe. Un "colpo mortale per la giustizia italiana", come dice il segretario di Md Piergiorgio Morosini. Quello per cui un omicidio come quello del tifoso laziale Gabriele Sandri sull'autostrada giustificherebbe la convocazione di centinaia di automobilisti in veste di testimoni.
(30 luglio 2011)

sabato 23 luglio 2011

Il Cavaliere sfida il Quirinale "Martedì la norma salva-Ruby"


di FRANCESCO BEI e LIANA MILELLA
Approvare la norma blocca-Ruby subito, prima della chiusura estiva delle Camere. Per lanciare un segnale preciso sulla giustizia, in controtendenza rispetto alla sconfitta su Alfonso Papa e alle voci insistenti di procure in movimento all'assalto del palazzo. Questo pretende Berlusconi prima delle vacanze. Questo sta chiedendo ai suoi ormai da giorni. "Dobbiamo opporre resistenza e far capire con nettezza che non piegheremo la testa di fronte a questa nuova ondata di giustizialismo dilagante".
Niente di meglio, per riuscirci, che un'altra delle sue leggi ad personam. Quella ribattezzata "processo lungo", che contiene già due zeppe per rallentare i dibattimenti, in particolare i suoi a Milano, Ruby, Mills, Mediaset, Mediatrade. Più poteri alle difese nell'imporre ai giudici la lista dei testi, divieto di usare le sentenze definitive già nei processi in corso. Ma soprattutto l'assist, quella piccola regola che impone, sempre ai giudici, di fermare le udienze in presenza di un conflitto di attribuzione. Giusto il caso di Ruby e di Mediaset.

La Lega già rumoreggia perché l'originario disegno di legge Lussana sul divieto di ottenere il rito abbreviato per i reati da ergastolo è stato stravolto. Ma anche a costo di andare, come per certo si andrà, a un
nuovo scontro con il Quirinale, il Cavaliere ha imposto al gruppo del Pdl di piazzare il "processo lungo" nel calendario d'aula la prossima settimana, da martedì, sfidando il centrosinistra e giusto in tempo per essere approvato prima delle ferie.

Il premier non è riuscito, come avrebbe voluto, nell'originaria pretesa di chiudere la partita addirittura anche alla Camera. Gli hanno spiegato che avrebbero dovuto tenere i deputati incollati alla sedia fino a Ferragosto e questo avrebbe prodotto un altro risultato negativo: far chiudere subito anche la partita sull'arresto di
Marco Milanese. Berlusconi conta ora sul fatto che l'approvazione del ddl in un solo ramo del Parlamento - palazzo Madama - possa consentire ai suoi avvocati di premere in Tribunale per fermare i processi.

Il braccio di ferro con il Quirinale e con l'opposizione è comunque assicurato, in questo scorcio di luglio caldo. Potrebbe coincidere anche con l'ultima settimana da Guardasigilli di
Angelino Alfano. Lui vuole andare via a tutti i costi dal governo. Vuole mani totalmente libere sul Pdl. A Napolitano ha detto "sto per lasciare". Ma la transizione è difficile. La carta giusta ancora non c'è. E ai vertici del Pdl c'è chi assicura che il cambio di guardia si farà all'inizio della prossima settimana (anche perché Napolitano a metà settimana andrà in vacanza) e chi invece è certo di un rinvio a settembre.

Potrebbe anche diventare necessario imporre la candidatura a chi, per esempio il vice presidente della Camera Maurizio Lupi, preferisce fare quello che sta facendo e occuparsi del partito. Finisce nel grottesco questa sostituzione. Tutti smaniano solitamente per fare il ministro, ma adesso nel Pdl nessuno vuole diventare un "Guardasigilli breve", di breve durata se ad ottobre matura la crisi, con più oneri che onori, soprattutto nel pieno di una nuova Mani pulite. E con un governo che, come rivelano gli stessi sondaggi di palazzo Chigi, non ha mai toccato punte così basse di gradimento.

L'ultima rilevazione, planata sulla scrivania del Cavaliere tre giorni fa, dà la sua fiducia al
minimo storico con il 25 per cento, mentre quella del governo nel suo complesso è scesa al 26%. Numeri da brivido, a cui fa invece da contraltare la popolarità al 90% del capo dello Stato.

In questa situazione il premier non è riuscito, come invece avrebbe voluto, a ottenere da Umberto Bossi alcuna assicurazione circa le intenzioni del Carroccio. Ieri la prevista telefonata tra i due leader non c'è stata e con la Lega resta il gelo.

Lo dimostra, da ultimo, la contrapposizione sul disegno di legge Calderoli di riforma della Costituzione. Nel Pdl infatti non ne vogliono sapere, lo ritengono pieno zeppo di errori. I senatori di Berlusconi non hanno alcuna intenzione di dare il via libera a un testo che lascia ai soli deputati il privilegio di votare la fiducia al governo. Con palazzo Madama che, di fatto, sarebbe ridotto a una sorta di Conferenza Stato-Regioni più larga. Per questo ieri in Consiglio dei ministri il ddl è stato approvato "salvo intese", ovvero resta sospeso in un limbo finché non sarà trovato un accordo dentro la maggioranza. Calderoli non l'ha presa bene e si è rifiutato di scendere in conferenza stampa insieme a Berlusconi.
(23 luglio 2011)

martedì 14 giugno 2011

Palazzo Chigi punta sulla prescrizione breve "Ma con il Colle ora c'è un'incognita in più"


"E adesso che si fa?". Sono in difficoltà i pasdaran della giustizia ad personam nel Pdl. Dopo un decennio di leggi salva-Silvio, la gente ha detto basta. Non si fa illusioni neppure Berlusconi. L'avrebbero sentito mormorare agli Alfano e ai Ghedini: "Certo, d'ora in avanti tutto sarà più difficile". Su di lui s'allunga la possibile condanna per corruzione nel processo Mills (anche se proprio Ghedini la esclude), e le decine di udienze per Mediaset, Mediatrade, Rubygate, ma si allarga pure la grande ombra del Colle, di un Napolitano che d'ora in avanti - non che ne avesse bisogno, per la verità - sarà più forte nei suoi possibili "no" in grazia di quel 56,5% di italiani che è andato a votare per bocciare una norma monstre come il legittimo impedimento. Messa in campo dall'Udc, giusto dall'attuale vice presidente del Csm Michele Vietti per salvare letteralmente il Paese, la magistratura e i cittadini da quel processo breve che avrebbe fulminato centomila processi.
Una legge per salvare Berlusconi ma, con lui, liberare pure migliaia di potenziali condannati.Questo sono le leggi ad personam. Che, fino a ieri sera, non erano certo state messe da parte. Né morte, né tantomeno ufficialmente seppellite. Di loro, un deputato che gode la piena fiducia di Niccolò Ghedini come l'avvocato di Belluno Maurizio Paniz - il legale che liberò Zornitta dall'incubo di essere Unabomber, che si è accollato alla Camera la parte del falco nel Rubygate - ancora ieri diceva con voce tranquilla: "Non vedo il problema: faremo la riforma della giustizia. Faremo la prescrizione breve. Faremo, se ci riusciamo, anche la legge sulle intercettazioni". E il processo lungo? "Quello non so, vedremo". E la norma blocca-Ruby? "Quella l'avete inventata voi della stampa. Io, nel principio, la condivido. Ma non ne ho mai discusso".
Per chi non lo ricordasse il processo lungo doveva servire per dare più potere agli avvocati nell'imporre ai giudici i testi in udienza. E per non utilizzare le sentenze definitive (quella dell'avvocato Mills nel processo Mills). Dentro c'era la blocca-Ruby, processi congelati se c'è un conflitto d'attribuzione. Giusto quello di cui la Consulta valuterà il 6 luglio l'ammissibilità (scontata) e quello per Mediaset, per cui s'aspetta il 5 ottobre.Ha forti certezze Paniz. E non è il solo ad averle. Chi vuole proteggere il Cavaliere dai processi sostiene la stessa cosa. "Almeno la prescrizione breve si deve fare". Già votata alla Camera, attende l'ok del Senato. Un voto, e si chiude. Dal Quirinale ci si aspetta clemenza. Ma dopo questo weekend referendario tutto è più complicato. La trattativa già impossibile, diventa lunare. Il perché è lampante: dopo un simile voto, un capo dello Stato, su certi temi, non può lasciare neppure il minimo spiraglio di dubbio. Che, invero, non ha mai lasciato.
Soprattutto perché la prescrizione breve è l'origine dei mali. È la figlia del processo breve. Ne condivide il vizio d'origine. Scritta per l'imputato Berlusconi, essa però vale per tutti coloro che sono incensurati e si trovano ad affrontare il primo giudizio in cui potrebbero essere condannati. Per loro si chiede, chissà perché, uno sconto sui tempi di prescrizione. Un regalo? Diciamo un occhio di riguardo.
C'è chi, nel Pdl, consiglia al Cavaliere di non gettarsi per nulla in questa partita. Perché a sfilarsi per primi saranno quelli della
Lega, timorosi di perdere altri consensi. E poi i Responsabili, che alzeranno a dismisura il prezzo del loro appoggio. L'autorevole fonte del centrodestra dà la partita a rischio sconfitta. E cita in proposito un segnale negativo che, a suo dire, sarebbe arrivato dalla Corte costituzionale. Una sentenza recentissima, la 183, fresca di una settimana. L'ha scritta Giorgio Lattanzi. L'ultimo giudice arrivato alla Consulta dalla Cassazione. Un giurista rinomato. Essa boccia un altro pezzetto della Cirielli che per Berlusconi, nel 2005, accorciò già la prescrizione. Stabilisce che nel dare le attenuanti generiche a un recidivo reiterato il giudice non può essere sottoposto a limiti. Dev'essere libero.
Del pari, quel giudice perché dovrebbe riconoscere una prescrizione accorciata per un imputato incensurato? Ne andrebbe della sua libertà. Quindi la prescrizione breve sarebbe incostituzionale. Dice la fonte Pdl: "Pare scritta apposta per fornire a Napolitano una buona motivazione per bocciare la nostra prescrizione breve". Un segnale quanto meno funesto.
(14 giugno 2011)

giovedì 9 giugno 2011

Prescrizione breve subito in Senato se passa il sì al quesito sulla giustizia


LIANA MILELLA
Se tra domenica e lunedì si raggiunge il quorum e vincono i sì per cancellare definitivamente anche l'ultimo brandello del legittimo impedimento, i berlusconiani hanno già pronta la contromossa. L'hanno studiata, facendo i calcoli perfino sui giorni, gli esperti giustizia del Cavaliere. Tra di loro lo chiamano "il risarcimento". Consiste nell'approvare subito al Senato, senza l'ombra di modifiche, la prescrizione breve per gli incensurati.

Lo sconto che, senza sottoporre il premier allo stress delle udienze a Milano e a quello di una possibile condanna per corruzione di un testimone, cancella d'un colpo il processo Mills. E con esso il rischio di una condanna, anche se solo in primo grado, per corruzione. Brutta figura, per un premier, in Italia e all'estero. Prescrizione prevista a febbraio. Sconto di sette mesi. Dibattimento chiuso in autunno.

Il "risarcimento" dunque. Portare a casa una
norma ad personam molto contestata perché, come sempre in questi casi (vedi la blocca processi o il processo breve vecchia versione), essa non chiude solo "un" processo, quello di Berlusconi addosso al quale è stata confezionata, ma fulmina pure tutti gli altri che si trovano nelle stesse condizioni. Quindicimila processi all'aria è la stima del Csm e dell'Anm, tra cui alcuni sensibili (s'è parlato della strage ferroviaria di Viareggio). Un dato che il Guardasigilli Angelino Alfano ha smentito e nettamente ridimensionato. Ma che ha preoccupato il Quirinale. Tant'è che proprio lì il capo del governo avrebbe voluto spedire il suo ministro, trattenuto poi dallo stesso presidente, poco incline a trattative sulla giustizia che abbiano come oggetto le leggi per il Cavaliere.

Ma con un referendum perso alle spalle, e la prospettiva di interpretarlo come la definitiva bocciatura di una politica della giustizia tutta imperniata sulla vendetta di Berlusconi contro le toghe per via dei suoi processi, scatterebbe per il premier la linea dell'ultimo favore, dell'ultima volta, dell'ultima legge per se stesso. Per la quale chiedere anche a Napolitano una sorta di lasciapassare del tutto speciale. Tant'è che il vice capogruppo al Senato
Gaetano Quagliariello ha fatto il primo passo e ha chiesto al presidente Renato Schifani di mettere il calendario la prescrizione breve. Un passo ufficiale, con toni soft com'è nello stile dell'uomo, ma con l'esplicito riferimento a un voto che determini l'entrata in vigore immediata della norma già sottoposta a due passaggi parlamentari.
Sarebbe l'ultima legge ad personam. Questo gli ambasciatori con il Colle sono stati incaricati di far sapere a Napolitano. L'ultimo salvacondotto rispetto alla "fabbrica" delle norme "salva Silvio" che tenevano banco fino a un mese prima delle elezioni amministrative. Processo e prescrizione breve, dibattimento lungo (più potere agli avvocati e divieto di usare le sentenze definitive), il comma blocca Ruby (sospensione obbligatoria in caso di conflitto d'attribuzioni, proprio come per l'ultimo processo milanese). Cui si aggiunge la riforma della giustizia, considerata sempre come una lezione per indebolire e ridurre al silenzio le toghe.

Ma adesso il clima è cambiato. La sconfitta alle amministrative viene vista anche come la bocciatura della politica contro i magistrati. Il futuro sarà diverso e la legge sulla prescrizione sarebbe destinata a mettere un sigillo su una stagione che va in soffitta. Ma sull'operazione, studiata nei dettagli, aleggia da ieri la brutta sortita della maggioranza nel voto al Senato sul ddl anti-corruzione. Timori e preoccupazioni per un malessere serpeggiante che potrebbe aggravarsi, soprattutto tra le truppe leghiste, di fronte a un nuovo intervento legislativo per chiudere un processo del Cavaliere. Ma, a ieri sera, l'orientamento era quello di un rischio da correre.
(09 giugno 2011)

sabato 16 aprile 2011

Blocca-processo per salvare il premier "Va sospeso per il conflitto Camera-pm"



di LIANA MILELLA
L'ESTATE della giustizia, che si preannuncia caldissima, guadagna un'altra norma per tentare di mettere in sicurezza Berlusconi. Questa volta puntando al "bersaglio grosso", il processo Ruby. Vogliono bloccarlo con un articolo semplice: se c'è un conflitto d'attribuzioni, il processo deve fermarsi per forza. Volevano giocarsela subito alla Camera e infilarla nella prescrizione breve per gli incensurati. Era già scritta giovedì 17 marzo, quando il relatore Maurizio Paniz, nuovo astro nascente delle leggine "salva Silvio", e il capogruppo in commissione Giustizia Enrico Costa, presentano gli emendamenti al processo breve. Tardarono, quel pomeriggio, ad arrivare. Ci furono riunioni su riunioni. Telefonate frenetiche. Adesso se ne capisce il motivo. Oltre alla prescrizione scontata, nel pacchetto doveva esserci anche un altro articolo, poche righe, per stabilire una nuova regola. Questa: il giudice è obbligato a sospendere il processo se sul suo tavolo arriva un conflitto di attribuzioni.

Leggi: il tribunale di Milano "deve" fermare il dibattimento Ruby nel momento in cui la Camera si rivolge alla Consulta. Un intervento sull'articolo 37 della legge 87 del '53, quella che disciplina la vita della Consulta. Il gioco è fatto. Il Rubygate si congela per mesi e mesi. A stoppare Paniz e Costa sono state
due questioni. Una tecnica e una politica. La prima: la (quasi) certezza che la coppia Fini-Bongiorno avrebbe bloccato l'emendamento come inammissibile per estraneità alla materia. La seconda, dirimente: il timore che la mossa avrebbe finito per bloccare il conflitto stesso, che in quel momento doveva essere ancora votato (lo sarà solo il 5 aprile).

I berlusconiani hanno rinunciato a giocarsi la carta della blocca-Ruby? Niente affatto. Lo scopre il Sole-24 ore, che trova traccia dell'emendamento, questa volta pronto per rispuntare al Senato. Il conflitto di attribuzione ormai è sulla via di arrivare alla Corte, l'avvocato
Roberto Nania, incaricato dalla Camera, ne sta scrivendo il testo; il processo Ruby è in calendario per il 31 maggio; la prescrizione breve ha già superato la prima prova; ora si può sfidare l'opposizione con un'altra norma.

Per certo non andrà nel ddl sulla prescrizione. Quello resterà identico alla versione della Camera. Chiuso a qualsiasi miglioria anche se fosse suggerita (ma non lo sarà) dal Quirinale. Avanti fino al sì. E in caso di stop del Colle è "certo" un nuovo voto.
La norma blocca-Ruby vogliono piazzarla nel "processo lungo". Già votato in commissione Giustizia, pronto per l'aula di palazzo Madama. Anche lì hanno ripescato l'armamentario caro ai giuristi del Cavaliere. Una norma per allargare le maglie delle difese, non "potare" le liste dei testi e le prove a discarico. Un'altra per tenere fuori le sentenze passate in giudicato e far perdere tempo ricercando le stesse prove. Se ne farà carico Franco Mugnai che già ha "sporcato" il ddl Lussana sul divieto di accedere al rito abbreviato per i reati da ergastolo. Di quello originario della Camera sono rimaste due righe, il resto è solo il "processo lungo". Lì finirà anche, con una modifica per l'aula, la norma blocca-Ruby, configurata in modo tranchant: il giudice ferma "subito" in processo non appena arriva il conflitto, senza attendere neppure la pronuncia di ammissibilità della Consulta. Le menti giuridiche di Berlusconi la giustificano come un tributo al principio della parità tra le parti: se il processo si ferma quando è il giudice a rivolgersi alla Consulta, del pari ciò deve accadere se il Parlamento interviene per l'imputato. Teoria che fa acqua, perché il giudice per legge è il dominus del processo.
Gasparri e Quagliariello, i capi del Pdl al Senato, si schermiscono sulla blocca-Ruby. Dice il primo: "Mi auguro che non ci sia bisogno di un emendamento: è prassi che un processo si sospenda se c'è un conflitto di attribuzione". Non è affatto così. I processi vanno sempre avanti. Mastella, Matteoli, anche Abu Omar. L'opposizione è incredula. Antonio Di Pietro parla di ipotesi "vergognosa". Massimo Donadi e Luigi Li Gotti sono inviperiti. Il primo: "Stiamo per passare dalla Repubblica parlamentare alla satrapia". Il secondo: "È possibile che una banda di cialtroni possa cambiare le norme che infastidiscono il sultano?". La Pd Donatella Ferranti: "L'arroganza dei berlusconiani non ha limiti". Il finiano Nino Lo Presti: "È una vergogna nazionale, così svelano il vero scopo del conflitto di attribuzioni". Proprio così. Ci hanno girato intorno. Hanno raccontato che era una mossa di civiltà contro lo strapotere dei giudici. Ma l'obiettivo era un'altra "salva Silvio".
(16 aprile 2011)

venerdì 15 aprile 2011

Berlusconi pronto alla prova di forza "Se ce la boccia la riapproveremo"



di LIANA MILELLA
"Questa volta, se cerca di ostacolarci, noi andremo avanti lo stesso. Lui ce la boccia? E noi la riapproviamo". Lo andava dicendo da giorni Berlusconi, quasi avesse avvertito, col fiuto politico che ha o per qualche soffiata sul malumore di Napolitano, un'aria di tempesta in arrivo dal Quirinale. Parlava della prescrizione breve per gli incensurati, ovviamente. E già tesseva la sua tela, motivando fortemente i suoi per ottenere l'affermazione alla Camera che poi ha avuto, e attrezzandosi a reggere un eventuale altolà del capo dello Stato. In chiave preventiva, nasceva proprio da questo timore la decisione di far parlare in aula il Guardasigilli. Cui aveva detto: "Angelino, tu devi intervenire. Devi spazzare via le bugie che stanno girando, devi rassicurare i nostri elettori che sono un po' disorientati. Devi tranquillizzare gli uomini di Napolitano e lui stesso. Devi dire che tutte queste storie di Viareggio e dell'Aquila sono solo menzogne inventate dai giornali".

Ieri, letto Napolitano, il "ve l'avevo detto" di Berlusconi è stato ovvio. E altrettanto scontata, nel giornaliero vertice a via del Plebiscito, la reazione da far trapelare subito all'esterno. "Dobbiamo convincere il Quirinale che non c'è nessuna trappola nella prescrizione breve, che i dati diffusi dai magistrati sono del tutto falsi, che nessuna strage resterà impunita". Poi la missione affidata ancora ad Alfano. Che dovrà salire al Colle per parlare col presidente. Per spiegargli la vera ratio della norma. E tranquillizzarlo sugli effetti. Poi, quando la traduzione giornalistica sembra far intendere che Berlusconi quasi voglia "trattare" col presidente, tant'è che Napolitano mette i puntini sulle "i" ("Niente interventi preventivi"), ecco che tocca al sottosegretario
Paolo Bonaiuti mettere in chiaro che il premier "non vuole affatto convincere Napolitano, ma solo chiarire quali saranno gli effetti della legge".
Ma il vero umore è contrassegnato dalla preoccupazione. Nonostante siano dissimulate dietro una cortina di sbandierata sicumera di vincere, sono fortissime le paure e le fibrillazioni per quella che potrebbe profilarsi come l'ennesima prova di forza sulla giustizia persa con il Quirinale. Blocca-processi, intercettazioni, processo breve, responsabilità civile dei giudici, prima versione della riforma della giustizia. A ogni tappa, Berlusconi ha dovuto piegare la testa alle indicazioni del Colle. Che adesso, però, rifiuta qualsiasi forma di cogestione su queste leggi, in particolare su quelle dal sapore marcatamente ad personam. Niente suggerimenti, né consigli in itinere. Su questo Napolitano è fermissimo. Nessuna deroga. Si pronuncerà sulla prescrizione solo quando il Parlamento l'avrà licenziata definitivamente. Certo, il Colle non potrà rifiutare un appuntamento ad Alfano ma, com'è già accaduto proprio con la riforma costituzionale, si tratterà di un incontro all'insegna della più pura cortesia. Ma niente trattative.

Ed è proprio questo che ieri ha fatto fibrillare Berlusconi e il suo staff. L'ipotesi dello stop, o quanto meno di un ridimensionamento della prescrizione breve a legge ormai approvata e quando, sarà ormai giugno, ci sarà poco tempo per riaprire i giochi e rifare la spola tra Camera e Senato. Mentre il processo Mills va avanti. Inesorabilmente verso la sentenza e una possibile condanna per corruzione. Alfano fa mostra di ottimismo. Altrettanto garantisce il relatore
Maurizio Paniz a chiunque gli parli, "state tranquilli, è tutto a posto, Napolitano non può fermare alcunché perché non c'è alcuna manifesta incostituzionalità da poter addurre". Eppure c'è chi, all'orecchio di Berlusconi, continua a istillare l'allarme di uno stop sulla prescrizione breve che risulterebbe devastante e suggerisce di puntare comunque su una strategia alternativa. Portare avanti in fretta l'iter del processo "lungo" al Senato, che sortirebbe il duplice effetto di allungare i tempi del dibattimento e di non poter utilizzare la sentenza (quattro anni e sei mesi) del coimputato David Mills. Ma è qui, davanti a distinguo e difficoltà che Berlusconi si smarca ed infastidito ragiona: "Io voglio andare avanti su tutto. Sulla giustizia non faccio sconti. E alla prescrizione non rinuncio".
(15 aprile 2011)

lunedì 11 aprile 2011

Prescrizione breve, incognita Quirinale "Ma il premier non accetta frenate"



di LIANA MILELLA
Non hanno mai pensato, quelli del Pdl, che il voto sulla prescrizione breve per gli incensurati potesse essere una passeggiata. Ma non s'immaginavano neppure tre settimane d'inferno. Adesso che ci sono dentro fino al collo i berlusconiani contano i minuti al voto finale che, secondo i loro calcoli più ottimisti, dovrebbe tenersi mercoledì sera, un po' dopo le sette. Ma le incognite, che uno di loro è pronto a elencare, sono troppe e potrebbero anche far saltare tutto. A partire dai boatos sempre più insistenti che, indirettamente, arrivano dal Quirinale e che descrivono, secondo quanto viene riferito dagli uomini più vicini al Cavaliere, un Napolitano fortemente preoccupato per le conseguenze della legge, per l'impatto che essa potrebbe avere sui processi, per le vittime che si vedrebbero scippare all'improvviso, e del tutto inopinatamente, una giustizia cui hanno diritto e che avevano a portata di mano. Intendiamoci. Mai come in queste ore dal Colle non trapela un fiato. Ma i pidiellini avvertono lo stesso che qualcosa non va ed elencano le ragioni dei sospetti. A partire dal parere del Csm che, prima ancora del voto, ha stroncato la prescrizione breve. Parere che non si sarebbe discusso senza il via libera del Colle. E poi quel dato, sempre del Csm, i 15mila reati in fumo quasi a sostanziare l'espressione "amnistia sostanziale" usata nel parere. Per finire le voci di chi ha parlato col presidente e l'ha trovato preoccupato.

I berlusconiani potrebbero fermarsi a riflettere, ma non hanno alcuna intenzione di farlo. Tutt'altro. Vogliono andare avanti a spron battuto. Incuranti delle avvisaglie. Decisi ad andare allo scontro con l'opposizione. Che a sua volta è più che decisa a vender cara la pelle. Come dice il capogruppo dell'Idv
Massimo Donadi "useremo fino all'ultimo secondo utile per bloccare questa porcata. Loro vogliono il sì per mercoledì? Noi faremo di tutto per portarli nell'altra settimana". Il vice capogruppo del Pd Roberto Giachetti, l'inventore del diabolico scontro sul verbale d'aula, ha in serbo qualcosa per tenere in scacco la maggioranza, ma ovviamente non rompe l'effetto sorpresa. Nel Pdl il suo omologo Simone Baldelli sa che cosa aspetta la maggioranza: "Non sarà un percorso né certo, né liscio, ma all'opposto incerto e impervio, per questo siamo allertati per ogni evenienza, pronti a stare in aula di notte, e fino a venerdì".
I pidiellini sanno che sulla prescrizione breve Berlusconi non accetta sorprese. L'ordine è uno solo: "Andate avanti. Approvatela. L'abbiamo scritta in modo conforme alle indicazioni della Consulta e Napolitano non ha alcun appiglio per fermarla. Non c'è alcuna manifesta incostituzionalità". Se anche il presidente dovesse mettersi per traverso, Berlusconi stavolta è deciso ad andare avanti, addirittura a riapprovare la legge qualora il capo dello Stato non la firmasse.

Ma è ancora presto per simili sfide. Per ora c'è quella sotto il naso, superare il voto alla Camera. Battaglia assai tosta. Dell'opposizione ancora 190 emendamenti da respingere, per altrettanti voti d'aula. Una marea. Complessivamente, il centrosinistra ha ancora una dozzina di ore. Ma a ogni voto maturano nuovi minuti e il tempo potrebbe raddoppiare. Si parte domani alle 15, si va avanti nella notte, fino alle 24 s'è detto, ma potrebbe essere necessario fare l'alba a Montecitorio, com'è avvenuto nella battaglia sugli enti lirici. Tutto per finire mercoledì, con un voto davanti alle telecamere, dopo le 18.
Ma chi, nel Pdl, ha grande esperienza dei lavori d'aula, è preoccupato: "C'è un brutto clima, ci sono troppi assenti, c'è gente che si alza e non vota, e c'è uno scarto di voti troppo basso, sei, quattro, tre voti, per cui si può cadere da un momento all'altro. La norma non è sentita, la Lega vota solo per dovere, ma dissente del tutto. Loro arrivano dai loro paesi dove la gente li ha rimproverati per una norma che favorisce ladri e scippatori. E poi queste vittime che manifestano in strada, queste sì che sono un problema". Le vittime delle stragi di Viareggio, dell'Aquila. Sono giusto le facce che, a quanto dicono quelli del Pdl, allarmano il Quirinale. E possono far precipitare nel limbo la prescrizione breve.
(11 aprile 2011)

sabato 9 aprile 2011

Spada di Damocle su 15 mila processi per truffa, omicidio colposo e corruzione



di LIANA MILELLA
E' UN calcolo, chiuso in un cassetto del Csm, la mina che potrebbe mettere in crisi la prescrizione breve. Quella stima, studiata a ridosso del parere in cui la nuova norma "salva Silvio" viene considerata "un'amnistia sostanziale", parla di un 10% di processi a rischio, per un numero più o meno pari a 15mila. Tanti sarebbero, in Italia, i dibattimenti destinati a finire al macero. Con imputati fino a quel momento incensurati, e quindi liberi fruitori della prescrizione in versione scontata.
Ben 15mila pur di chiudere subito un processo di Berlusconi, il caso Mills; forse, nel 2013, un altro suo guaio giudiziario, il caso Mediaset. Al Csm si preoccupano, ma non si stupiscono. Perché, come spiega chi in questi anni a palazzo dei Marescialli ha sempre studiato le norme ad personam cucite su misura per Berlusconi, la logica è sempre la stessa: guardare al caso concreto, quello del premier, cercare di affrontarlo con l'obiettivo di chiuderlo, senza curarsi degli effetti che questo poi provoca sul sistema giudiziario italiano. È accaduto con la legge blocca-processi d'inizio legislatura, centomila dibattimenti a rischio, poi con le intercettazioni, poi con il processo breve. Come dice l'autorevole fonte del Csm: "È il loro modo di intendere la politica della giustizia, a misura di premier". Senza curarsi "dell'odiosa lista dei reati che finiranno impuniti". Le truffe, gli omicidi colposi, le corruzioni. Reati che hanno un tempo ordinario medio di prescrizione tra io sette e i dieci anni. A cui bisogna toglierne due o tre perché il delitto non si scopre subito. Restano, ben che vada, cinque o sei anni per fare tre gradi di giudizio. Un tempo risibile rispetto all'attuale durata media dei processi nel nostro Paese.
Quella stima rimbalza alla Camera. Dove, già da 48 ore, la maggioranza teme che il giudizio tranchant del Consiglio possa allarmare il Quirinale e innescare dei possibili dubbi sulla legge. C'è chi, tra i berlusconiani, teme di rivedere un film già visto. Il presidente della Repubblica che, nel momento di passaggio del ddl da una Camera all'altra, quando il Parlamento tace, chiama a sé il Guardasigilli Alfano, o esercita un'efficace moral suasion attraverso i suoi uffici legislativi, per spiegare che forse qualche dettaglio va ripensato. Sarà un caso, ma è accaduto sia per le intercettazioni che per il processo breve. Potrebbe accadere anche per la prescrizione breve? Altrimenti, ragionano gli uomini del Cavaliere, perché il presidente avrebbe autorizzato il Csm a chiudere così in fretta, e con un contenuto così duro, il parere sulla prescrizione breve per gli incensurati?

Da via Arenula spiegano però che il ministro della Giustizia è tranquillo.
Angelino Alfano, da quando si è aperto il dibattito a Montecitorio, non ha mai lasciato il banco del governo. Attorniato dalle donne ministro, soprattutto la Gelmini e la Prestigiacomo, ha diretto la maggioranza, ha retto le critiche dell'opposizione. All'insegna di una considerazione che gli è abituale: "Chi fa ostruzionismo poi non può chiedere il dialogo". Non ha battuto ciglio quando, per tre volte durante l'ostruzionismo dei futuristi, Nino Lo Presti lo ha rimproverato di non aver fornito al Paese "i dati dell'impatto sui processi", di non aver detto "quanti aborti clandestini, quanti maltrattamenti in famiglia, quante violenze private, quante corruzioni resteranno impunite". Il Guardasigilli sta pensando di dire la sua opinione sulla legge chiudendo la discussione mercoledì prossimo. Assumendo sulle spalle l'onere politico della prescrizione breve.

Del resto il fronte del ministero della Giustizia sta all'opposto rispetto al Csm. I tecnici di Alfano hanno studiato e hanno garantito al loro ministro due cose.
La prima: oggi in Italia sono già 170mila i processi che "muoiono" per prescrizione. Quindi non si può parlare di effetto amnistia, come fa il Csm, se a questa cifra già pesante se ne aggiunge una di impatto ben minore, quei 15mila in più. La seconda questione è più pregnante e, a quanto dicono quelle stesse fonti, avrebbe "tranquillizzato" del tutto il Guardasigilli. Nel 2005, quando fu approvata la legge Cirielli che già rimaneggiava i tempi della prescrizione riducendoli in generale, ma con una scansione modulata sulla recidiva, non ci furono problemi né con il Quirinale, né con la Consulta. L'ex presidente Carlo Azeglio Ciampi, che pure aveva bloccato altre leggi sulla giustizia (famoso lo stop all'ordinamento giudiziario), firmò questa senza problemi. Egli riconobbe, secondo l'attuale maggioranza, che era discrezione del governo regolare in modo differente i tempi di estinzione dell'azione penale. Questo è considerato adesso "il punto di forza maggiore dell'attuale legge", quello che "mette a tacere" sia gli allarmi del Csm, che quelli dell'opposizione. Per questo Alfano sta in aula senza imbarazzi. Convinto che non solo essa passerà a Montecitorio, ma che entro una settimana sarà al Senato. E lì può diventare legge subito dopo il voto per le amministrative. Il processo Mills si chiuderà grosso modo qualche giorno dopo.
(08 aprile 2011)