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lunedì 4 aprile 2011

Parla Bersani: "Alfano servile il Pd in piazza per la giustizia"


GOFFREDO DE MARCHIS

"Alfano è arrogante come Berlusconi e servile a Berlusconi". Dunque si scordi il confronto, il "fumoso" dialogo. "Quando annunciò la sua epocale riforma della giustizia - ricorda Pier Luigi Bersani - dissi che entro 15 giorni saremmo tornati alle leggi ad personam. Da martedì voteremo una prescrizione costruita su misura del premier e sul fatto che Ruby è la nipote di Mubarak. Più chiaro di così".

È allarmante anche l'appello alla piazza del ministro della Giustizia?
"Mi allarma innanzitutto l'immagine di Alfano come emerge dall'intervista a Repubblica. Un ministro impastato di arroganza e servilismo. Un ministro che tradisce il suo mestiere e ha uno stile sartoriale perché adatta sempre i suoi provvedimenti ai voleri del capo. Quanto alla chiamata del popolo è un'affermazione sconsiderata. Ma lo avverto: è difficile arrampicarsi sulle piazze quando ci si arrampica sugli specchi".

Il Pd, rifiutando ogni confronto, rischia di apparire conservatore e succube dei magistrati. Ha messo in conto gli effetti negativi di questa posizione?
"Non siamo il partito dei giudici. Anzi, siamo pronti a disturbare i magistrati in nome di un servizio più efficiente per i cittadini come persino Alfano può arguire leggendo le nostre proposte di legge. Ma la riforma costituzionale ha un punto essenziale che è inaccettabile: dà alla politica un potere improprio nell'esercizio della giustizia. Contro questo e contro le leggi ad personam combatteremo in Parlamento e nelle piazze".

Il Guardasigilli è convinto che il vostro no sia dettato dalla fretta. Per molti dirigenti del Pd, dice, il tempo è quasi scaduto.
"Faccia bene il suo mestiere e queste cose le lasci dire al suo capo".

Sicuro che il Pd riuscirà a reggere senza fratture il doppio binario in piazza e in Parlamento?
"Sarebbe una novità davvero singolare che un grande partito popolare dicesse no alla piazza o no alle aule parlamentari. Non conosco partiti popolari che si facciano di questi problemi".

Ma nel Pd qualcuno invoca l'Aventino e qualcun altro teme scivolamenti verso il dipietrismo.
"Allora chiariamo. Noi combattiamo in Parlamento. Lo rispettiamo e non l'abbandoniamo. Poi ci sono le tattiche parlamentari. Ma Aventino è una parola grossa. Significa andare via dal Parlamento, non uscire dall'aula in certe occasioni".

E la piazza? I vostri potenziali alleati capiranno?
"Noi vogliamo avere un colloquio diretto con i cittadini che a loro volta hanno voglia di essere protagonisti. Martedì saremo al Pantheon. Poi, le notti bianche sulla scuola diventeranno anche per la democrazia. I manifesti contro la Lega tappezzeranno il Nord. I cittadini sono parte di questa battaglia. In modo democratico e civile.

Non siamo noi quelli delle monetine".
Lei chiede le elezioni anticipate. Sotto sotto non pensa ancora a un governo tecnico?
"Ho detto e ripeto: qualsiasi soluzione è migliore dello sfascio attuale. Ma dopo il 14 dicembre e la scesa in campo dei mitici responsabili - che hanno creato un cestino dove si mettono le uova che puoi comprare ovunque - il governo di transizione più che indebolito è tramontato. Per questo dico: si vada subito al voto. Non è una forzatura, basta guardare agli ultimi mesi. Il governo ha prodotto la scossa all'economia finita in un comunicato stampa, la riforma epocale della giustizia invece siamo sempre intorno a Ruby, la posizione ambigua sulla Libia, Parmalat, Edison e tutta la moda che volano verso l'estero".

Sull'arrivo dei profughi il governo sbandiera il successo dei trasferimenti da Lampedusa.
"Invece è un disastro. Noi abbiamo avanzato una proposta. A Tunisi Berlusconi chieda di bloccare i flussi. A chi è già qui si dia lo status temporaneo per circolare in Europa come è successo ai tempi del Kosovo. No alle tendopoli, sì all'accoglienza diffusa. Ma se lo spettacolo è che ogni mattina un ministro dice solidarietà e l'altro fora di ball, allora fanno da soli".

Condivide l'idea di Tremonti: frenare lo "shopping" in Italia con una nuova Iri?
"I buoi sono scappati e loro hanno dormito per due anni. La nostra posizione è chiara: non si possono allestire strumenti pubblici senza avere uno straccio di idea sulle politiche pubbliche. Quando ero all'Industria proposi degli indirizzi di politica industriale. Il governo faccia lo stesso e siamo pronti a discuterne. Ma faremo una battaglia dura contro ipotesi di Iri o Mediobanche organizzate nella versione del sistema di potere".

Proprio martedì e mercoledì al Senato si decide sull'arresto del senatore Pd Tedesco. Alcuni democratici vorrebbero votare contro. Rischiate un cortocircuito con le piazze anti-Berlusconi?
"Ho detto ai senatori: leggete bene le carte e fatevi un vostro legittimo convincimento perché in ballo c'è la libertà personale. E sappiate che il partito non ha niente da tutelare".

Lei come voterebbe?
"Bisognerebbe conoscere bene gli atti giudiziari. Ma posso dire che il Pd ha a cuore un profilo di assoluto rigore".

Ad appena 51 anni Zapatero annuncia che non si ricandiderà alle prossime elezioni. Un fenomenale spot per il rottamatore Renzi.
"Penso esattamente il contrario".

In che senso?
"È una straordinaria pubblicità alla nostra idea di leadership".

Come dice?
"Dopo due legislature è assolutamente necessario un ricambio del leader".

Il vostro album di famiglia è sempre lo stesso da decenni.
"Ma la differenza con l'esperienza spagnola e con altre, non è il ricambio, è la stabilità. Le maggioranze sono garantite per un'intera legislatura e questa garanzia viene dai partiti non dal ghe pensi mi".

Il nuovo può essere Montezemolo?
"Ho trovato positivo il suo appello alle classi dirigenti e agli imprenditori che conoscono benissimo il crollo di credibilità dell'Italia nel mondo. Lo dico da tempo: chi tace oggi come potrà parlare domani?".

Quindi tifa per un suo impegno in politica?
"Tutto quello che mette nuova energia nella cosa pubblica è benvenuto. Purché sia chiaro un punto. Il tramonto di Berlusconi deve coincidere con la fine di un'illusione: una sola persona non ha la bacchetta magica. Il Pd vuole innovare, riformare le istituzioni e i partiti. Ma proprio per avere sia le istituzioni sia i partiti. È il tempo di leadership che siano dentro un collettivo. Solo in Italia si pensa che i problemi si risolvono con la scelta di una singola persona".

(04 aprile 2011)

giovedì 17 febbraio 2011

La Bindi candidata premier piace anche a Romano Prodi


di GOFFREDO DE MARCHIS

Non è solo Nichi Vendola a indicare Rosy Bindi come candidato premier dell'alleanza democratica. Ieri a Montecitorio, dopo l'intervista del governatore della Puglia a Repubblica, molti democratici commentavano anche lo scambio di battute tra Romano Prodi e la Bindi durante la festa dei 60 anni del presidente Pd celebrata sabato scorso. "Ti auguro di diventare presidente del Consiglio, sei la persona giusta", ha detto il Professore alla festeggiata. L'omaggio di sabato scorso è diventato ieri, "non partecipo al totopotere", risposta ufficiale di Prodi a una domanda precisa. Resta la sostanza. In pochi giorni è arrivata una doppia investitura. Da due personalità che nel mondo del centrosinistra godono di popolarità e peso indiscutibili.

Con questi sponsor l'ipotesi finisce per agitare le acque del Partito democratico. Bindi fa i passi necessari a disinnescare la mina. Di buon'ora telefona a
Pier Luigi Bersani e gli legge la dichiarazione per le agenzie. "Quello di Vendola è un passo positivo perché finalmente riconosce che c'è bisogno di una larga coalizione democratica", dice Bindi. E poi: "Lo ringrazio per la stima ma dobbiamo ripartire dalla politica, senza farci condizionare con nomi e candidature". Ma il gelo del Pd è evidente. Non si sa se indirizzato più verso la presidente o verso Vendola. Massimo D'Alema mette in guardia rispetto a iniziative estemporanee. "Voglio ringraziare Vendola per aver indicato una persona di grande valore - dice l'ex premier -. Naturalmente, visto che si parla di grande coalizione, il candidato deve essere concordato e non imposto". La bocciatura netta di Giovanna Melandri racconta l'umore dei veltroniani. "Per una grande alleanza vedo bene Mario Monti. Bindi non può federare un'alleanza da Vendola al Terzo polo". Lo stesso Walter Veltroni, nei suoi colloqui privati, esprime un giudizio negativo.

Non ci sono solo le diffidenze. Il presidente della Provincia di Genova
Alessandro Repetto scrive una lettera a Bersani per sostenere la Bindi: "Fai un gesto nobile, lancia lei". Paola Concia applaude: "Sono d'accordo con Nichi, occorre una leadership femminile. Ma tutti devono essere d'accordo". Alcuni vedono nelle parole di Vendola un'operazione, l'ennesima, studiata a tavolino per dividere il Partito democratico. Bersani cerca di tamponare ripetendo le parole della presidente. "Non mettiamo il carro davanti ai buoi - dice -. Prima costruiamo la coalizione, prima ancora arriviamo alle elezioni anticipate. Dopo sceglieremo chi saprà interpretare meglio il progetto". Bindi o non Bindi, l'ipotesi del governatore pugliese s'insinua nella maggiore difficoltà del centrosinistra: individuare il leader. "Vendola bleffa. Non indichi la Bindi, offra soluzioni alla crisi. Il modo migliore per aiutare questa maggioranza allo sfascio è indicare nomi e metodi per scegliere i candidati", dice Fioroni. Massimo Donadi dell'Idv considera "la Bindi una persona di qualità ma prima ci sia un incontro delle opposizioni". Il segretario di Prc Paolo Ferrero precisa: "Sì alla Bindi, senza Fini però".

(17 febbraio 2011)

venerdì 11 febbraio 2011

Il nuovo bavaglio del Pdl sui talk show della Rai


GOFFREDO DE MARCHIS

Se Bruno Vespa il lunedì sera tratta il caso Ruby-Berlusconi, per otto giorni nessun altro talk show potrà tornare sull'argomento. Per fare degli esempi: Ballarò, il martedì, dovrà occuparsi della crisi in Egitto e Annozero, il giovedì, della controversa festa del 17 marzo. È il "principio della ridondanza". A Parla con me sarà necessario il contraddittorio dei comici. Alla parodia di Minzolini dovrà seguire l'imitazione di Gad Lerner o di Bianca Berlinguer, perché "trasmissioni apparentemente di satira o di varietà" spacciano "una" verità per "la" verità.
Cari telespettatori, non siamo su "Scherzi a parte". È tutto vero, messo nero su bianco dal senatore Pdl della Vigilanza Rai Alessio Butti. Con un "Atto di indirizzo sul pluralismo" che verrà votato dalla commissione la prossima settimana, mercoledì probabilmente. La sinistra occupa la Rai, è la premessa di Butti, la tv di Stato "relega in posizioni assolutamente minoritarie le idee, i valori e le proposte della maggioranza degli italiani".

Occorre riequilibrare la situazione. Ma se l'impresa fosse troppo lenta e gravosa, il centrodestra si prepara a un'operazione più semplice e immediata: ripetere l'esperienza delle elezioni regionali. Allora, un regolamento della Vigilanza bloccò tutti i talk show un mese prima del voto. Adesso che un altro voto si avvicina va bissata la censura. Cancellare le voci dell'informazione televisiva, sterilizzarle, ridurre i loro spazi e la loro libertà. Per usare le parole dell'opposizione, un arzigogolato bavaglio. L'atto indirizzo non è vincolante, ma può diventare uno strumento utilissimo per il direttore generale
Mauro Masi. Il pretesto per mettere bocca sulle scelte editoriali dell'azienda.

La Rai, scrive Butti, deve "razionalizzare l'offerta delle trasmissioni di approfondimento giornalistico allo scopo di evitare ridondanze e sovrapposizioni che possono rendere confusa l'offerta Rai riducendo la libertà di scelta degli utenti". Come? "È opportuno - continua il senatore della Pdl, molto vicino al ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani - che i temi prevalenti di attualità o di politica trattati da un programma non costituiscano oggetto di approfondimento di altri programmi, anche di altre reti, almeno nell'arco di otto giorni successivi alla loro messa in onda". Sul rispetto di questa regola vigila "la direzione generale" per scongiurare "ripetizioni artificiose o la compressione di temi socialmente e politicamente rilevanti".

C'è anche un riferimento a
Report (che non è un talk show) quando si legge nel testo di Butti che "il conduttore è sempre responsabile dell'attendibilità e della qualità delle fonti e delle notizie sollevando la Rai da responsabilità civili e/o penali". Così si risolve la querelle sulla tutela legale per Milena Gabanelli. Sono tutti nel mirino. Il senatore del Pdl sembra "risolvere", con l'atto di indirizzo, i molti scontri tra Masi e alcune trasmissioni. "L'intervento di un opinionista a sostegno di una tesi - scrive - va calibrato con uno spazio adeguato anche alla rappresentazione di altre sensibilità culturali. Ciò è ancora più necessario per quei programmi, apparentemente di satira o di varietà, che diventano poi occasione per dibattere temi di attualità politica". Sono tanti i richiami all'Autorità delle comunicazioni, alle direttive della Vigilanza. Con il contributo della direzione generale, il documento punta a costruire una tenaglia normativa che può stritolare conduttori e programmi. I partiti vanno rappresentanti nelle trasmissioni "in proporzione al loro consenso". Solo così "il servizio pubblico rappresenterà il Paese reale, non le èlites culturali né i cosiddetti poteri forti". Lo sbilanciamento a sinistra può essere superato studiando "format di approfondimento che prevedano la presenza in studio di due conduttori di diversa estrazione culturale". E chi "ha interrotto la professione giornalistica per assumere ruoli politici" non può avere la "conduzione di un programma o la direzione di rete o testata". Una norma che varrebbe per Santoro ma anche per Fabrizio Del Noce. Ovviamente, l'attenzione è focalizzata su come vengono trattati i processi in tv. No a "interpretazioni a opera di attori, delle conversazioni telefoniche intercettate". Sì "al giusto rilievo delle conclusioni del processo, anche quando sia assolutorio".

Secondo l'opposizione ci sono gli estremi per giudicare irricevibile il "lodo" Butti. Il presidente Sergio Zavoli però si è impegnato per un documento sul pluralismo e vuole votare. Fabrizio Morri del Pd presenterà una relazione di minoranza. Impossibile trovare un accordo con la maggioranza per un testo unico. In commissione Pdl e Lega possono vincere 21 a 19.

(11 febbraio 2011)

mercoledì 2 febbraio 2011

"Quelle spese sono un benefit" Rai, Masi assolve Minzolini


Per Mauro Masi il caso è chiuso. "Minzolini ha sempre rispettato le regole e non emergono violazioni", scrive il direttore generale della Rai in una lettera inviata al consigliere Rizzo Nervo giovedì scorso (numero di protocollo 8676). Il direttore generale dunque non aprirà alcuna inchiesta interna sulle spese del direttore del Tg1.

Spese per 86.680 euro addebitati sulla carta di credito della Rai in uso a Minzolini nel periodo agosto 2009-settembre 2010. Ma è proprio la lettera di Masi a aprire nuovi interrogativi. Perché il dg, offrendo una copertura totale a Minzolini, scende nei dettagli, svela particolari del contratto del direttore e delle sue trasferte. Dettagli che secondo Rizzo Nervo configurano l'ipotesi di reati fiscali, come ha scritto nella lettera spedita lunedì al presidente Paolo Garimberti per discutere il caso Minzolini nel cda di domani. E domani se ne discuterà al settimo piano di Viale Mazzini.

Masi giustifica Minzolini sostenendo che la sua carta di credito è "una sorta di benefit compensativo". Per altro concordato con Garimberti "come lui può sicuramente confermare". Ma
Garimberti non conferma, anzi smentisce seccato: "Non ero in alcun modo a conoscenza che la carta di credito concessa al direttore del Tg1 fosse un benefit compensativo", scrive il presidente lo stesso giovedì a Rizzo Nervo e a Masi (lettera protocollata con il numero 3639). Ma c'è di più. "Non sono a conoscenza di alcun particolare che riguardi il contratto tra la Rai e Minzolini", aggiunge Garimberti. Non stupisce la reazione del presidente. Il benefit infatti, tanto più in un'azienda pubblica, va dichiarato per pagarci sopra le tasse e i contributi previdenziali. Questa norma non è stata rispettata, e il presidente non ne sapeva nulla.
Nel carteggio con Masi (da due giorni a disposizione di tutti i consiglieri di amministrazione) Rizzo Nervo rileva anche la "stranezza" dei numerosi viaggi di Minzolini:
129 giorni lavorati fuori sede in un anno. Nel foglio trasferte, solo per un numero esiguo si specifica il motivo del viaggio. Quale è la ragione di queste "lacune"? Lo spiega Masi: "Quando non è stato indicato lo scopo della missione ciò è avvenuto per motivi di riservatezza previa autorizzazione telefonica della direzione generale". E quali sono le mete "segrete"di Minzolini pagate dall'azienda? Tra le altre compaiono Marrakech (2 volte), Cannes (2 volte), Ischia, Capri, Positano, Cortina, Taormina, Praga, Istanbul, Dubai, Madonna di Campiglio. Località turistiche di grande prestigio raggiunte nel 90 per cento dei casi durante i week-end, anche lunghi.

Masi però illustra come "questo lavoro di rappresentanza" possa diventare "proficuo per la testata e per l'azienda". Fa l'esempio dell'uso dalla carta di credito per incontrare a Capodanno 2009-2010 esponenti del governo marocchino "instaurando un rapporto tale per cui sei mesi dopo un redattore del Tg1 è messo nelle condizioni dal governo di Rabat di fare un reportage sulle infiltrazioni del terrorismo fondamentalista. Ebbene - scrive il dg - credo che l'azienda ci abbia più che guadagnato". Questa "filosofia" inoltre, ha permesso "un risparmio di gestione di oltre 600 mila euro".

Ma che qualcosa nel benefit compensativo di Minzolini non abbia funzionato e che l'uso disinvolto della carta di credito comporti dei rischi amministrativi per l'azienda lo ammette lo stesso Masi. Annunciando nella lettera: "Le carte di credito aziendali assegnate ai direttori di testata sono state sospese su mia iniziativa a far data dal 1 dicembre 2010. Quindi la fenomenologia fin qui segnalata non potrà più, per definizione, verificarsi in futuro". Come dire: il problema c'è stato, eccome. Per questo i consiglieri di minoranza continuano a chiedere un'inchiesta interna fatta dall'apposito ufficio e non si accontentano della lettera "tombale" di Masi. E domani sono pronti a riaprire il caso che Masi considera chiuso.

(02 febbraio 2011)

giovedì 27 gennaio 2011

Bersani vuole il candidato esterno "Ora basta, ci giochiamo la faccia"


Primarie annullate e cancellate. A Napoli il candidato sindaco si sceglierà a tavolino. Bersani ha già chiesto un passo indietro ai duellanti Umberto Ranieri e Andrea Cozzolino. Sono nomi bruciati, non più potabili. Nessuno dei due correrà per il Comune. È una prima certezza che emerge dal caos in cui il Partito democratico si è cacciato nella città partenopea. Il segretario del Pd ha già cambiato cavallo. Si tornerà a sondare un esterno. Raffaele Cantone, magistrato anti-camorra, il nome ideale per Roberto Saviano e Walter Veltroni, molto stimato anche da Bersani. "Ci disse di no quando lo contattammo mesi fa - ricorda parlando a un gruppo di deputati in Transatlantico il segretario - . Non voleva mettersi nel rodeo delle primarie, tanto più a Napoli dove la situazione è, come dire, vivace". Ora si può dire che Cantone aveva avuto la vista lunga. L'altro nome è quello di Lucia Annunziata, primissima scelta dell'ex governatore Antonio Bassolino. Ma Bersani ha in testa un terzo uomo che, una volta consumate le vendette del disintegrato partito napoletano, potrebbe accettare l'offerta del Pd e mettere tutti d'accordo. È Paolo Mancuso, procuratore capo di Nola, già capo del pool antimafia di Napoli, fratello minore di Libero, che domenica scorsa correva per Sinistra e libertà.

Con i deputati amici il segretario fa battute: "Potenza delle primarie! Adesso possiamo finalmente puntare sul candidato migliore". In cuor suo la scelta è già fatta, Mancuso, impegnato come magistrato anche sul fronte dei rifiuti, è in pole position. Ma c'è ben poco da ridere e Bersani lo sa. "Non si scherza più, non possiamo consegnare Napoli a Cosentino - dice molto irritato - . Anche il rinvio dell'assemblea serve a calmare le acque e dare un rimedio politico a questo pasticcio. Il Pd ci mette la faccia, ma basta scherzare perché a Napoli il centrosinistra può e deve vincere". Il tavolo della coalizione si riunisce oggi con i rappresentati locali e gli organizzatori nazionali. Non ci saranno i leader. Bersani però vuole prendere in mano la situazione. "Non nascondo che pensavamo di andare all'assemblea e lanciare lì il nostro sindaco. Questo non è più possibile, allora meglio rimandare. Ma siamo al punto di non ritorno. Non accetto che si vada avanti così".

Fuori Ranieri e Cozzolino, dentro un esterno. Se fosse Cantone i duellanti non potrebbero fiatare. In teoria. Entrambi chiesero al magistrato di fare un passo avanti e loro ne avrebbero uno indietro. "Con Cantone ho parlato più volte. Non lo scoprono né Saviano né Veltroni", dice Bersani. Si tenterà ancora. Mancuso e Cantone hanno un profilo molto simile. Con loro sarà molto più facile recuperare Di Pietro e aumentare le chance di vittoria finale. "Cantone aveva un problema con le primarie, con un voto che non poteva contare su una base elettorale chiara. Lo capisco", ricorda oggi Bersani. Il giudice indicato da Saviano e l'Annunziata erano papabili già noti. Paolo Mancuso invece è rimasto sempre coperto. Lui stesso aveva chiesto a Bersani di non far circolare il nome per rispetto del ruolo istituzionale che ricopre. Adesso si può tornare su quella strada.

Resta lo sfregio al Pd, alla sua immagine, resta il caos dei democratici napoletani. E la tentazione di Cozzolino di candidarsi comunque. "Non possiamo permetterci giochi e giochetti - è l'avvertimento del segretario diretto soprattutto al vincitore Cozzolino - . Il Pd deve evitare altri sbagli". Ma la bufera può durare. Anche le pressioni esterne condizionano un partito che già ha molti problemi. "A me non infastidisce il fatto che Saviano metta bocca nelle nostre cose - ribatte Bersani ai deputati più scettici -. Anzi, abbiamo bisogno di lui e dei suoi consigli".

GOFFREDO DE MARCHIS

(27 gennaio 2011)

venerdì 17 dicembre 2010

Bersani: "Ora alleanza col terzo polo" Il Pd pensa a sacrificare le primarie


di GOFFREDO DE MARCHIS

Un patto per la riforma della Repubblica. Un'alleanza per lavoro e crescita. Pier Luigi Bersani prepara una "piattaforma democratica". E la offre a tutte le forze di opposizione, Terzo polo in testa, per andare "non contro Berlusconi ma oltre Berlusconi, oltre il populismo. Non penso a un Cln anti-Cavaliere. Il Pd vuole aprire una fase fondativa".

Segretario, dopo la vittoria numerica ma non politica di Berlusconi alla Camera, perché non chiedete le elezioni anticipate?
"Se ci saranno le elezioni in primavera non avremo paura di affrontarle e vincerle. Ma non toglieremo le castagne dal fuoco a Berlusconi. Lui ha detto al Parlamento "voglio tre voti in più per la stabilità". Adesso vediamo quale stabilità e quale governo è capace di garantire. Se alla fine si andrà al voto dovrà pagare il prezzo: del suo fallimento e dell'ennesima promessa non mantenuta".

Intanto è fallita la vostra spallata al premier ed è tramontato il governo di responsabilità. Il Pd non deve cambiare linea?
"Di quale fallimento stiamo parlando? Avevano 70 voti in più, ora ne hanno 3. Certo, nella nuova fase l'esecutivo di transizione sembra meno praticabile. Ma la sostanza politica c'è ancora. E il Pd, entro gennaio, vuole presentare una proposta a tutte le forze di opposizione di centro e di centrosinistra che può avere anche un profilo elettorale".

Qual è il senso di questa proposta?
"Partiamo dalla situazione che abbiamo davanti. Il governo Berlusconi punta solo a una sopravvivenza spregiudicata. Cercherà di galleggiare rapinando qualche voto, spargendo veleni come la voce di dirigenti del Pd pronti a passare con lui, mostrando quindi il volto peggiore della politica. Tutti quelli che non vogliono cedere a questa deriva devono prendersi la responsabilità di essere non solo contro Berlusconi ma di andare oltre".

Come?
"Guardando in faccia quello che ci consegna il tramonto del berlusconismo, la crisi di sistema in cui ci ha precipitato. Costruendo da subito una risposta positiva. Per mettere in sicurezza la democrazia e dare una speranza di futuro ai giovani. Noi ci candidiamo a presentare una piattaforma per la riforma della Repubblica, per la crescita e il lavoro".

Nel dettaglio cosa significa?
"Posso dare dei titoli. Riforme istituzionali. Riforma elettorale. Misure per la legalità e sui costi della politica. L'informazione. La riforma della giustizia per i cittadini".

E sul fronte sociale?
"Una riforma fiscale che carichi sull'evasione e le rendite alleggerendo lavoro, impresa e famiglie. Una nuova legislazione sul lavoro che affronti il dramma del precariato. Qualcosa l'abbiamo già detta: abbassare il costo del lavoro stabile, alzare quello del lavoro precario. Un pacchetto di liberalizzazioni".

Questa piattaforma con chi la discuterete?
"Con tutte le forze di opposizione, con le forze sociali. E con il Paese. A gennaio comincerò un tour delle regioni per parlare dei problemi reali. C'è un Italia che vuole cambiare".

Il Terzo polo una risposta ve l'ha già data. In caso di elezioni andranno da soli. Né Pd né Pdl. Perché volete sbattere di nuovo il grugno?
"Vedo che il terzo polo è stato battezzato con una certa urgenza per respingere le sirene berlusconiane. Li capisco, il timore è fondato. Ma se puntano a un ruolo di condizionamento del centrodestra presto dovranno convincersi che è un'illusione. Berlusconi non tratta, compra. L'idea stessa di un Berlusconi condizionato è un ossimoro. Perciò facciamo maturare nel Terzo polo una riflessione. Sapendo che l'idea e il confronto che proponiamo vivrebbero in ogni caso".

Nelle sue parole è scomparsa la formula Nuovo Ulivo. Di Pietro invece vi chiede un immediato matrimonio a tre. Volete abbandonare l'ex pm e Vendola?
"No. Nessun abbandono di nessun genere. Ma chi vuol discutere con noi deve accettare di confrontarsi seriamente con l'esigenza che poniamo. Quella di una riforma democratica e di una riscossa italiana che richiedono da parte di tutti una straordinaria apertura politica".

Siete consapevoli che per allearvi con il terzo polo dovrete rinunciare alle primarie?
"In nome di una strategia che chiede a ogni forza politica di non peccare di egoismo e di dare qualcosa, siamo pronti a mettere in discussione anche i nostri strumenti. Ci interessa l'obiettivo. Poi c'è un problema che riguarda soprattutto noi: le primarie per le amministrative. Possono inibire rapporti più aperti e più larghi non solo con i partiti ma con la società civile. E possono portare elementi di dissociazione dentro il Pd che non fanno bene a nessuno. Bisogna dunque riformarle".

È vero che la scorciatoia per stringere un patto con il Centro passa per l'offerta a Casini della candidatura a Palazzo Chigi?
"Queste sono fantasie. Non banalizziamo il tema parlando di organigrammi".

Ma lei sarebbe disponibile a un passo indietro nella corsa alla premiership?
"Non ho fatto passi avanti e non faccio passi indietro. Metto davanti a tutto il progetto".

Il Pd è impermeabile a nuove fughe e scissioni?
"Sì. Lo ha dimostrato la manifestazione di Piazza San Giovanni, piena di giovani e famiglie, lo dimostrano le battaglie parlamentari di queste settimane. Siamo un partito elastico ma proprio per questo non ci spezziamo".

Non rischiate di appannarvi e svenarvi nella ricerca di alleanze difficili?
"È il contrario. Come si è capito metto il profilo del Pd prima di discussioni astratte sugli alleati. Del resto questa responsabilità ci compete. Perché senza il nostro progetto non è possibile immaginare alleanze vincenti che superino il berlusconismo".

I giovani hanno manifestato martedì scatenando la loro violenza. Come si può fermare in tempo questo fenomeno?
"Tocca alla politica dare una risposta non ambigua di condanna rispetto alla violenza e noi lo facciamo, tocca alle forze dell'ordine fermare i violenti e pur nelle difficoltà l'impegno c'è stato. Bisogna però lavorare di più per prevenire infiltrazioni organizzate. Tocca agli studenti avere estrema attenzione nelle forme organizzative delle loro proteste, di rimarcare la distanza da ogni strumentalizzazione che può vanificare la loro voce, il loro comprensibile disagio".

(17 dicembre 2010)

venerdì 6 agosto 2010

Bersani: "Dobbiamo liberarci di Berlusconi Tremonti? Bene ciò che serve a cambiare"


di GOFFREDO DE MARCHIS

"Non si tratta solo di mandare a casa un governo. Dobbiamo superare una fase lunga sedici anni, non due. Dobbiamo liberarci di Berlusconi. Per questo non vado troppo per il sottile e mi rivolgo a tutti. Se è vero che rischia la democrazia, se la posta in gioco è quella, ognuno si assuma le proprie responsabilità. Accorciamo le distanze tra i partiti che vogliono archiviare questa stagione ed evitiamo veti reciproci". Pier Luigi Bersani punta a rimettere al centro dell'opposizione il Partito democratico. "Ora, amichevolmente, sono io a fare qualche domanda a Casini, Vendola, Di Pietro". E a qualche "ribelle" del Pd. Insiste su un governo di transizione e spiega perché. Continua a non escludere nessuna strada anche un esecutivo a guida Tremonti: "Tutto quello che va nella direzione del cambiamento è benvenuto".


L'appello a tutti sembra la chiamata a un Cln antiberlusconiano.
"L'idea del Cln l'ha tirata fuori Casini qualche tempo fa, mica io. Dico una cosa diversa. Se il terreno dello scontro nei prossimi mesi è quello del rapporto tra politica e legalità la proposta del Pd non può che essere molto larga, cioè rivolgersi a tutte le forze di opposizione. Poi ne misureremo la praticabilità, ma questo è il primo passo, il più sensato. Adesso siamo noi a chiedere agli altri di fare una scelta chiara. Il leader dell'Udc vuole fare il terzo polo o il secondo che può diventare il primo? Cos'è precisamente la sua area di responsabilità nazionale? Di Pietro vuole cavalcare tutte le tigri capaci di dividere irrimediabilmente l'opposizione o dare una mano a far cadere Berlusconi? La narrazione di Vendola prende la forma di una compiuta responsabilità di governo? Sono loro a doverci delle risposte. E quando sento dire che il Pd è fuori dai giochi mi torna in mente la vecchia freddura consolatoria degli inglesi: tempesta sulla Manica, Europa isolata".

Eppure qualcuno osserva che il Pd non ha una linea chiara.
"Io vedo che oggi Berlusconi e Bossi fanno la voce grossa, ma sono totalmente nel pallone. Come sono arrivati a questo punto? Grazie all'iniziativa incalzante del Pd e dell'opposizione. Per essere chiari: senza la nostra mozione su Caliendo non ci sarebbe stata l'astensione di Fini, Casini e Rutelli. Non ci sarebbe stato, cioè, il trauma del governo che perde la maggioranza. E' un punto a nostro favore che va rivendicato. Per di più lo abbiamo segnato sul tema clou della disarticolazione del Pdl: la legalità. I commentatori che parlano dell'assenza del Pd dovrebbero sapere che il mestiere della minoranza, nell'era berlusconiana del conformismo e del controllo dell'informazione, è più difficile. Nonostante questo ci stiamo infilando nelle loro crepe e prepariamo l'alternativa con il nostro progetto per l'Italia".

Corteggiando la Lega per un governo-ponte? Non è contraddittorio oltre che una perdita di tempo?
"Non stiamo corteggiando nessuno. Anzi, sfidiamo sia la Lega sia Berlusconi. Da Cosentino a Brancher passando per Caliendo e le leggi ad personam vogliamo capire come fa Bossi a gridare ancora Roma ladrona e a salvare sempre i ladroni di Roma. Quanto a Berlusconi chi crede di spaventare minacciando le elezioni? Il voto anticipato certificherebbe il suo fallimento".

Quindi voi invocate il governo di transizione per stanare Berlusconi, non perché avete paura del voto anticipato.
"In questa situazione, con la barca che fa acqua, non si può andare a un immediato scontro elettorale. Bisogna affrontare i temi sociali, cambiare una legge elettorale deleteria, bonificare le norme che favoriscono la corruzione. Non è un ribaltone, è una fase che consente al Paese di scegliere alternative che non siano nel vecchio film. è il nostro modo per predisporre il sistema alle elezioni. Ma non temiamo affatto il voto. Se ci si arriva però dev'essere chiaro che è Berlusconi a far precipitare tutto. Per problemi suoi, solo suoi. Io non divido con lui questa responsabilità".

Questa benedetta modifica della legge elettorale, senza una definizione, sembra una scusa.
"Il Pd ha approvato un documento molto chiaro. Prima di tutto l'elettore va messo in condizione di scegliersi il parlamentare e di farlo su base territoriale, cioè coi collegi. Poi vogliamo una legge che sia ispirata alla logica bipolare ma con una maggiore flessibilità".

Le coalizioni si decidono prima o dopo il voto?
"I cittadini devono sapere a quale maggioranza affidano il proprio consenso".

Con la legge elettorale volete anche cambiare il quadro delle alleanze del Pd? O rischiate di fare l'Unione-bis?
"L'Unione è una formula vecchia, non più praticabile se non altro perché noi vogliamo offrire al Paese una proposta diversa. Ma non ragiono in vitro. Per il momento mi rivolgo a tutti e chiedo di evitare veti. Chi li mette se ne assume la responsabilità".

Il terzo polo è più un concorrente o un alleato?
"Il terzo polo è qualcosa in divenire. Considero il voto dell'altro ieri un evoluzione importante verso la fine del berlusconismo. Ma per gli italiani quello bipolare è un sistema ormai assodato".

Come si fa indicare Tremonti premier per il governo-ponte dopo aver definito la sua manovra la più iniqua nella storia repubblicana?
"Si fa per principio perché un partito ha il dovere di esprimere inclusioni ed esclusioni nello studio del capo dello Stato. Ma quando si parla di superamento di una fase, è ovvio che più novità ci sono meglio è".

La strada maestra per sconfiggere politicamente Berlusconi non sono le elezioni?
"Certo che sono le elezioni ma c'è modo e modo di arrivarci. Berlusconi se le vuole subito sarà costretto a sceglierne il terreno e il significato. E lo aspetto lì. Fosse il processo breve ne vedremo delle belle".

Cacciari le propone di andare da Casini per offrirgli l'alleanza e la candidatura a premier.
"Mi sembra una pensata tattica. Nel nostro sistema non ci sono più i partiti che distribuiscono le candidature. Abbiamo meccanismi partecipativi. ".

Vuol dire che le primarie ci saranno sicuramente?
"Nello statuto sono previste le primarie di coalizione. Siamo affezionati a questo strumento, anche se non possiamo dettare il compito agli altri".

(06 agosto 2010)

domenica 4 aprile 2010

"No a Veltroni capo di Democratica"


Rivolta nella Fondazione, slitta il lancio

di GOFFREDO DE MARCHIS

Una riunione molto agitata e alla fine aggiornata a tempi migliori. Doveva essere l'occasione per lanciare Fondazione Democratica, un po' think tank, un po' scuola di formazione legata al nome di Walter Veltroni. E al suo ruolo nel futuro prossimo del centrosinistra. Doveva diventare il momento giusto per indicare come presidente dell'associazione l'ex sindaco di Roma. È finita piuttosto male con una vera e propria rivolta anti-Walter. "Non vogliamo partecipare a un organo di corrente, non siamo a disposizione di nessuno", è stato il ritornello di alcuni partecipanti. Meglio rinviare il lancio, dunque, e tornare a riunirsi intorno al 20 aprile, con più calma.

I nomi dei "rivoltosi" sono di un certo calibro. Tiziano Treu, Pietro Ichino, Massimo Livi Bacci, Albertina Soliani, Claudia Mancina, Mariangela Bastico. Tutti membri del consiglio di amministrazione o supporter autorevoli della Fondazione Scuola di politica, la radice da cui dovrebbe nascere "Democratica". Alcuni di loro si sono visti martedì sera, in una sede al centro di Roma, per ascoltare le proposte del deputato veltroniano e direttore di "Scuola di politica" Salvatore Vassallo, apripista dello sbarco di Veltroni alla guida della nuova sigla culturale. "Creo una scuola perché una generazione rischia di considerare la politica come un mestiere. Ma la politica non è un mestiere - aveva detto qualche settimana fa Veltroni -. È una vocazione. Se non è così, è una schifezza in cui tutto diventa possibile".

Ottime intenzioni, nessuna trama correntizia da parte dell'ex segretario, a onore del vero. Eppure le sue rassicurazioni non hanno frenato il malcontento. "L'idea originaria era di fare una scuola a disposizione del Pd. Se adesso si trasforma in uno strumento a disposizione di Veltroni, cambia tutto e io non ci starò dentro", ha spiegato il senatore Treu alla riunione di martedì. "Non voglio, cioè, che Democratica diventi simile a Italianieuropei o a Red e rappresenti solo una parte del Pd". Il giuslavorista Ichino, presente all'incontro, ha condiviso le parole del collega.

Quella sera era invece assente per motivi di salute la senatrice Soliani. Ma la sua posizione è chiara: "La fondazione non si deve legare a nessuno dei capicorrente democratici e alle loro vicende personali. Non può essere un'arma in mano a qualcuno dei vecchi leader". Anche il senatore e demografo Livi Bacci martedì aveva un altro impegno. "Comunque, il mio pensiero è questo: la scuola serve a rafforzare tutto il Pd. Se cambia la sua natura e diventa un organo di corrente non mi sta più bene e non mi avrà tra i suoi sostenitori". Lo spettro da non replicare, per questi dissidenti, è l'esperienza di Red, costola di Italianieuropei, usata dai dalemiani per contestare la leadership veltroniana.

Agli argomenti della rivolta hanno dato man forte anche la Mancina e la senatrice Magda Negri. Alcuni raccontano dei forti dubbi di Michele Salvati, attuale presidente di "Scuola di politica", per la piega che starebbe prendendo la fondazione. Vassallo ha spiegato martedì quali buoni motivi dovrebbero aprire le porte a Veltroni. Fra gli altri, la possibilità di avere maggiori risorse economiche con finanziatori più sensibili grazie al richiamo del nuovo presidente, Veltroni appunto. "Scuola di politica" organizza già da un po' di tempo dei corsi estivi partecipati e di ottimo livello a Bertinoro, in Romagna. Ma le sue casse languono e anche durante la segreteria Veltroni non sono state granché aiutate.

Ma per i rivoltosi il problema è politico, non di soldi (peraltro Enrico Morando pensa all'azionariato popolare, modello Real Madrid: tutti soci alla pari). Naturalmente, Veltroni chiarirà personalmente, nei prossimi giorni, la sua posizione, proverà a spazzare via gli equivoci che si sono creati. Democratica nascerà ugualmente, con o senza i vecchi sostenitori. Meglio con, però. E senza strappi.

(04 aprile 2010)

mercoledì 10 marzo 2010

"Dalla destra strategia del caos, il Pd alzi la sfida oltre le liste"


di GOFFREDO DE MARCHIS

"Considero il decreto salva-liste l'episodio più grave della parabola berlusconiana". Walter Veltroni sembra alludere al punto di non ritorno. "Cos'altro dobbiamo temere dopo un provvedimento che interviene nella materia elettorale per sanare i propri errori? Lì dentro c'è la concezione delle istituzioni che ha il premier e il senso proprietario dei suoi comportamenti. Direi che è la prova più lampante della strategia del caos perseguita da Berlusconi".

Il Cavaliere annuncia ora una manifestazione del Pdl, denuncia il sopruso violento e una sinistra che semina solo odio. Siamo al momento dello show down?

"Berlusconi vuole radicalizzare il confronto. Noi non dobbiamo cadere nella trappola proponendo al Paese un messaggio positivo e di unità. Loro invece continuano a non fare l'unica cosa giusta: chiedere scusa agli italiani per averlo precipitato in questo pasticcio. Contro chi manifestano? Contro il signor Milioni o contro chi ha varato un decreto che non ha risolto il problema?".

Parla del decreto come dell'episodio più grave del berlusconismo. Non era già tutto chiaro con le leggi ad personam?

"Senza dubbio. È sempre stato evidente che il premier puntasse a piegare le regole del gioco a suo piacimento. Lo ha fatto per tutelare gli interessi della sua azienda e per risolvere i problemi giudiziari. Ora però si spinge fino al punto costituzionalmente delicatissimo di un intervento sulle leggi elettorali, cioè sul principale istituto di garanzia del sistema democratico. Faccio un passo indietro, come nei romanzi di appendice: non è nemmeno la prima volta che mette in discussione queste regole fondamentali. Nel 2006 reintrodusse nella politica italiana il tema dei brogli. Sarà la storia, se non il giornalismo, a occuparsi delle concitate ore che seguirono lo spoglio di quel voto...".

A cosa dovrebbe portare la strategia del caos?

"Alla destrutturazione dei pilastri su cui si fonda il nostro sistema costituzionale. Parlamento? Svuotato e trasformato in puro strumento di ratifica. Magistratura? Delegittimata, ridotta nella sua autonomia. Libera informazione? Limitata e censurata. Presidenza della Repubblica? Sempre sotto tiro. La destrutturazione dovrebbe lasciare un solo arbitro della situazione: il premier trasfigurato per autocomportamenti in capo carismatico eletto dal popolo. Una situazione che non ha precedenti. Il modo in cui il Pd e il centrosinistra stanno in questo passaggio non si può limitare alla protesta per il decreto salva-liste. Deve guardare oltre, a un paese che sta male come non mai".

Sta forse dicendo che il Pd ha reagito nella maniera sbagliata allo strappo del Cavaliere?

"No. Ha fatto bene la sua parte, ha interpretato il disagio reale e lo ha espresso come era suo dovere fare. E, com'è giusto, abbiamo detto che una competizione elettorale senza candidati presidenti del centrodestra sarebbe stato un vulnus. Ma penso sia anche suo dovere allargare il discorso, dare consapevolezza del momento delicato in cui viviamo e indicare una via d'uscita. Mentre noi siamo in ansia per la lista del Lazio, ogni 20 minuti in un call center veneto che si occupa di operai o piccoli imprenditori a rischio suicidio squilla il telefono. I precari arrivano a 40 anni senza certezze e alla stessa età tanti lavoratori perdono il posto. Le piccole e medie imprese sono lasciate sole davanti alla crisi e tutto il Paese sembra dominato dal più pericoloso dei sentimenti, un misto di insicurezza sociale e paura degli altri".

Tutta colpa di Berlusconi?

"Di sicuro Berlusconi tiene da dieci anni l'Italia immersa nel caos e non ha cambiato nulla. E i cittadini hanno sempre la sensazione di stare sull'orlo del burrone. In Italia non si ha più la fiducia che spinge a progettare. Ecco perché il Pd non può presentarsi solo come la variabile di un copione scritto 50 anni fa, ma deve dimostrare di essere la forza che finalmente può introdurre cambiamenti radicali. C'è una corazza conservatrice che blocca il Paese. Invece abbiamo bisogno di una primavera di innovazione e di istituzioni ammodernate che rispondano alla velocità della società".

Non è la strada imboccata dal Partito democratico?

"Io dico che il Pd deve favorire un'altra prospettiva rispetto alla destra della paura. La prospettiva della speranza su cui si costruiscono le fortune delle forze democratiche. Ma la novità della politica italiana è la divisione del Pdl. E in questo momento il compito del Pd e del centrosinistra è stare uniti. Avrei auspicato che lo fossero anche quando ero io il segretario ma adesso che sono in una posizione diversa mantengo lo stesso auspicio. Per esempio, nella campagna elettorale ho deciso di fare solo manifestazioni del Pd o del centrosinistra. Non farò come altri dirigenti del mio partito che vanno a sostenere, secondo me sbagliando, singoli candidati. Sarò un romantico, sarò un idealista, ma questo mi sento di fare. E la scuola di politica che stiamo costruendo seguirà la stessa ispirazione. Ci saranno personalità di tutte le componenti del Pd e di altre forze politiche, parlerà alla diverse culture riformiste e alla società civile".

Come il Popolo viola?

"L'altra sera, al coordinamento, ho polemizzato con un importante dirigente del Pd, di cui non voglio fare il nome, che faceva dell'ironia sgradevole su quel popolo".

Sul colore?

"Esatto. Gli ho detto: dobbiamo apprezzare che nel Paese ci siano ancora energie che anche fuori dai partiti manifestano ciò che si sta perdendo, indignazione e rispetto delle regole. Poi sta all'intelligenza del Pd dialogare con queste forze per far sì che diventino un fatto dinamico, positivo".

Cioè che non attacchino Giorgio Napolitano per la firma al decreto.

"Attaccare il presidente della Repubblica è il miglior regalo alla strategia del caos. Napolitano, e prima di lui Ciampi e Scalfaro, hanno garantito un equilibrio delicatissimo avendo di fronte un premier che ha sempre teorizzato l'idea che il mandato elettorale fosse prevalente sulle regole scritte".

Molti elettori del Pd però criticano la firma del capo dello Stato al decreto.

"Indebolire Napolitano significa spianare la strada al processo di destrutturazione democratica. La piazza di sabato deve avere un obiettivo inequivoco: la destra e Berlusconi. Se quella vuole essere una grande manifestazione tenga fuori il capo dello Stato".

Ipotesi: Berlusconi perde le regionali. Deve dimettersi?

"Penso che le regionali vedranno un successo del centrosinistra. Per il premier saranno un colpo molto forte. E dopo due anni fallimentari di governo sarà impossibile che tutto resti come prima. Ma so anche che questo è il passaggio più pericoloso. Berlusconi non è come me e come altri uomini della Repubblica. Non è il tipo che saluta, ringrazia della fiducia e fa spazio a un altro, anche del suo schieramento".

Come tramonterà allora il berlusconismo?

"Il finale del "Caimano" di Moretti era un incubo inquietante. Tutte le persone responsabili devono far sì che non diventi una preveggenza".

(10 marzo 2010)

lunedì 28 dicembre 2009

L'Udc in Puglia sceglie Emiliano, nel Lazio accordo con Polverini


di GOFFREDO DE MARCHIS


In un colpo solo l'Udc di Pier Ferdinando Casini chiude due alleanze per le regionali. Ha avuto dal Pd quello che chiedeva in Puglia: via Vendola, dentro Michele Emiliano, il sindaco di Bari gradito ai centristi per la corsa alla regione. Una volta incassata una grande regione del Centrosud, ha chiuso anche nel Lazio ma guardando all'altro campo: il Pdl. Nella regione travolta dallo scandalo Marrazzo, l'Udc si schiererà (l'ufficialità è attesa nei prossimi giorni) con Renata Polverini, candidata della destra già in pista.
La resistenza di Nicola Zingaretti al pressing del centrosinistra e dei centristi aveva perciò degli ottimi motivi. La corsa del segretario dell'Ugl ha spostato verso destra i centristi e ora il Pd è alle prese con una strada tutta in salita verso la vittoria. Il piano B prevede la candidatura dell'attuale vicepresidente della Regione Esterino Montino. Con possibilità di successo risicate. Il Partito democratico è chiamato a uscire dall'angolo. Salta l'incontro di maggioranza fissato per oggi mentre l'Idv cerca di infilare il dito nella piaga. Il senatore Stefano Pedica si dice pronto a lanciare un ticket per la regione con il suo nome e quello di Debora Serracchiani.

A questo punto Casini ha chiuso un accordo con il Pd in Liguria (dove Claudio Burlando cerca la riconferma), nelle Marche (Gian Mario Spacca punta al bis), in Basilicata (anche qui a favore dell'uscente Vito De Filippo). Regioni importanti ma dal peso politico non di primo piano. Se oggi l'assemblea del Pd darà il via libera ufficiale a Michele Emiliano sarà la Puglia la regione chiave dell'intesa Udc-Pd. In tutte queste regioni i centristi possono pensare sondaggi e dati alla mano di aver stretto un'alleanza destinata a governare l'amministrazione locale. I centristi correranno da soli nelle regioni rosse (Emilia, Toscana, Marche), faranno lo stesso in Veneto contro il candidato leghista Luca Zaia.

In Piemonte Casini aveva messo in mora la conferma di Mercedes Bresso, ma adesso che il centrodestra corre con il capogruppo del Carroccio Roberto Cota scenderà a più miti consigli. Resta comunque, quello piemontese, un accordo ancora da perfezionare. Così dall'altra parte va studiato il patto Udc-Pdl in Campania. I centristi pendono verso il centrodestra a Napoli, dove le chance di vittoria del centrosinistra sono pochine. Ma il candidato della destra ancora non c'è. Piace Stefano Caldoro, ex socialista, ex ministro del Programma, ma il Popolo delle libertà è alla prese con i problemi interni dopo il passo indietro di Nicola Cosentino. Sicura invece l'intesa Udc-Pdl in Calabria (corre Giuseppe Scopelliti) e in Lombardia (Roberto Formigoni).

Se la partita nel Lazio sembra decisa, quella pugliese resta tutta da giocare. La candidatura di Emiliano è destinata a provocare un terremoto e il sisma potrebbe mettere a rischio le possibilità di vittoria del cartello di centrosinistra. Nichi Vendola non ha nessuna intenzione di ritirarsi. Chiede al Pd le primarie, che il Pd pugliese non vuole dargli. Giura, che in questo caso, lui correrà lo stesso "senza se e senza ma", ha ripetuto ancora ieri. I dalemiani sono invece convinti che quando Emiliano sarà in corsa ufficialmente dal governatore in carica arriverà una parola di pace. Ma un quadro di sfida intestina è destinato ad allontanare l'Udc dall'ipotesi di alleanza.

(28 dicembre 2009)

mercoledì 23 dicembre 2009

A Report e Rai Tre gli oscar della tv di qualità


di GOFFREDO DE MARCHIS


Alla Rai torna l'indice di gradimento e celebra il trionfo di Report, una delle trasmissioni più contestate di Raitre, da tempo nel mirino della maggioranza e in particolare di Giulio Tremonti. Milena Gabanelli sbaraglia i concorrenti, anche i programmi cosiddetti "per tutti", cioè con una vasta platea di potenziali sostenitori come "Ulisse" di Piero e Alberto Angela e "Alle falde del Kilimangiaro".

Le polemiche politiche non fanno nemmeno il solletico a Report che dal pubblico viene considerata "una trasmissione accurata, chiara, che rispetta le varie tipologie dello spettatore e divulga una pluralità d'informazioni". Una motivazione persino più gratificante del premio ideale. Altri format nel mirino berlusconiano sono in testa alla classifica di qualità: Che tempo che fa di Fabio Fazio (73 punti, la sufficienza è 56), Ballarò (63) mentre Porta a porta (60) e Annozero (59) camminano appaiati appena sopra la soglia di apprezzamento. E il Tg2 delle 13 batte il Tg1 delle 20.

L'indice di gradimento oggi si chiama Qualitel. È un'indagine condotta da Pragma Dinamiche su un campione di 7530 spettatori intervistati lungo il mese di novembre. Altri mezzi, altro approccio scientifico rispetto al passato. Il 6 scolastico corrisponde a 56, il 7 a 67, l'8-9 a 78. Il sondaggio, il primo del genere commissionato da Viale Mazzini (seguendo le indicazioni del contratto di servizio), è stato voluto dalla direzione generale, da Mauro Masi e dal vicedirettore generale con la delega sul prodotto Antonio Marano. Marano ha già mandato i risultati a tutti i direttori.

Sulla sua scrivania, al sesto piano di Viale Mazzini, è invece rimasto il dossier più riservato, quello che riguarda la concorrenza Mediaset. "Il confronto è molto positivo per noi - dice Marano -. Sì, battiamo le reti del Biscione. Ma anche loro hanno dei programmi di qualità".

Per i capi delle reti e delle testate la ricerca dovrà servire da bussola per valutare programmi ed edizioni dei tg. Non per tagliare teste, garantisce Marano. "Complessivamente, l'offerta della Rai conquista il 63 per cento di gradimento qualitativo. È un buon risultato, ma si può, si deve fare meglio. Per le trasmissioni meno apprezzare le attenuanti possono essere parecchie. I talk show che dividono di più o quelle con un target molto preciso sono penalizzate da questo metodo di sondaggio". Per esempio, X Factor, programma-cult di Raidue è sotto la sufficienza, non paga avere un pubblico di soli giovani e giovanissimi.

Il vero uso del Qualitel è calibrare una programmazione di valore sulla gigantesca piattaforma Rai come si configura oggi col digitale terrestre. "La Bbc ha 9 canali, noi 12. E da giugno l'80 per cento del Paese sarà digitalizzato", ricorda Marano. Il rapporto va letto e pesato per organizzare il palinsesto, spalmare la qualità su ogni canale ed evitare controprogrammazioni. Certo, anche per migliorare il prodotto. "Ma il dato complessivo ci dice che il pubblico giudica la Rai migliore di come la descrivono gli addetti ai lavori", puntualizza Marano.

Il vicedirettore generale considera carente l'offerta "comica" dell'azienda ed è a Zelig che si riferisce quando parla di qualità della concorrenza. Anche se "Parla con me", altra trasmissione bersaglio di critiche dal centrodestra, conquista un buon 65. Da leggere bene, con le lenti suggerite da Marano, i dati negativi della Domenica In di Giletti e Baudo (53) e In mezz'ora di Lucia Annunziata (51). Tra i bocciati, per dire, c'è la popolarissima soap di Rai3 Un posto al sole. L'edizione principale del Tg2 di Orfeo (67) batte di un'incollatura il Tg1 delle 20. Tutti i telegiornali Rai navigano sopra il "6". La fiction preferita è Don Matteo (62) seguita da Un medico in famiglia (61), il quiz più gradito è L'eredità (68), la Prova del cuoco (68) viene promossa.

Il Qualitel rivaluta anche l'Auditel perché i numeri quasi sempre coincidono. E sul tavolo di Marano compare il diagramma delle ultime rilevazioni. La Bibbia dei direttori Rai, l'incubo dei conduttori. E dal sorriso di Marano si capisce che continua a contare più dell'indice di gradimento: nel day time e nel prime time la Rai batte Mediaset sull'analogico e sul digitale.
(23 dicembre 2009)

mercoledì 2 dicembre 2009

No-B day, Veltroni si schiera. "Incomprensibili esitazioni del Pd"


di GOFFREDO DE MARCHIS


"Più gente va, meglio è". Walter Veltroni sposa la piazza del No B day. Un'adesione piena alla ragioni di quella manifestazione, una sintonia assoluta con il popolo che la animerà. Prima di infilarsi nella seduta della commissione Antimafia, chiamata ad ascoltare Antonio Bassolino, il governatore cui aveva chiesto un passo indietro quando era segretario del Pd, Veltroni si ferma a parlare dell'appuntamento di sabato prossimo.

Lui fisicamente non ci sarà. "Alle 15 ho una presentazione del libro, poi il matrimonio di ex agente della mia scorta. Poi, non mi piace la sfilata dei politici davanti alle telecamere, questo no". Almeno su un punto sembra essere d'accordo con Pierluigi Bersani che "non vuole mettere il cappello su un corteo che nasce dal basso". Ma certe posizioni dentro il Partito democratico lo convincono davvero poco. "Ha letto cosa dice Livia Turco all'Unità?". Sfoglia il giornale, vuole essere sicuro di ricordare bene le parole della parlamentare dalemiana. "Ecco qua, pagina 11. "Esserci vuol dire fare il gioco del premier". Sì, insomma, come se la piazza fosse un regalo a Berlusconi. Non sono d'accordo. E certe esitazioni mi paiono davvero incomprensibili".

A chi lo ha chiamato in questi giorni per confrontarsi sul nuovo Pd, Veltroni ha mostrato le sue perplessità. Non ha capito dove può portare il dialogo con la maggioranza, come si fa ad aprire un canale con il Cavaliere in questo momento. Ma non è questo il momento per affrontare di petto la questione. Preme invece la data di sabato e le parole della Turco gli paiono davvero il frutto di un malinteso, per dirla con un eufemismo. "Perché dovrebbe essere un regalo? Tutt'altro - dice -. È un fatto molto positivo". Per questo Veltroni si augura una piazza piena, strapiena. Ad alcuni suoi fedelissimi del Pd ha consigliato di andare. Walter Verini, parlamentare democratico e suo braccio destro, gli ha detto che voleva andare. "Ottima scelta", ha risposto l'ex segretario. E avrà apprezzato la scelta di Verini, direttore dimissionario ma ancora in sella di Youdem, la tv del Pd, di trasmettere in diretta la giornata del No B day. I dubbi sull'esserci o non esserci li ha spazzati via la nuova forma dell'appuntamento.

"Non ci saranno le bandiere, non ci sono i partiti a promuoverla, non parleranno i politici dal palco. È l società civile che si muove, i movimenti". E se lo fanno "per denunciare la gravissima situazione democratica che stiamo vivendo, se lo fanno per promuovere e sostenere un radicale cambiamento di questa situazione, vanno appoggiati". Sa che c'è un pericolo di fondo, sa che qualcuno paventa una degenerazione dello spirito di sabato. E sa che il Pd è stato cauto anche per questo. "La piazza la capisco a condizione che non si trasformi in un bis di piazza Navona". Nel luglio 2008 il corteo organizzato da Di Pietro diventò la tribuna di un attacco al Quirinale, delle parole contro il Papa, delle accuse a Mara Carfagna. "Non devono ripetersi i toni, le parole e il clima di quel giorno", insiste Veltroni.

Dopo l'incertezza iniziale l'ex segretario dunque chiarisce la sua posizione. Nei prossimi giorni si attende la risposta di altri dirigenti del Pd. Non ha ancora deciso come comportarsi Dario Franceschini, lo sfidante di Bersani alle primarie. Ma il leader democratico ha confermato la sua linea: il Pd non ferma nessuno, saranno in piazza militanti e dirigenti, chi vuole vada e riempia il corteo. "Ma noi abbiamo le nostre proposte - ha ripetuto ieri alla prima riunione della nuova segreteria -. E il Pd non può seguire la strada del referendum quotidiano su Berlusconi. Anche perché il punto non è solo la questione giudiziaria. C'è il boom della disoccupazione, dati impressionati. Noi dobbiamo andare in piazza soprattutto per questo".

(2 dicembre 2009)