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giovedì 18 novembre 2010

I clan stanno con chi comanda


FRANCESCO LA LICATA

Una nota stonata, il rumore di fondo delle polemiche Saviano-Maroni. Specialmente nel giorno della cattura di Antonio Iovine. Il successo delle forze dell’ordine, frutto di lavoro e sacrifici di tanti poliziotti e magistrati, in sostanza dello Stato, avrebbe dovuto placare il clamore provocato dal monologo dell’autore di Gomorra.

Colpevole», a giudizio del ministro dell’Interno, di aver «ideologizzato» la lotta alla mafia screditando la Lega Nord, cioè il partito di appartenenza del titolare del Viminale.

Diceva Giovanni Falcone che la lotta alla mafia non è, non dovrebbe essere, né di destra né di sinistra. E i successi dello Stato sono successi di tutti, perché ogni sconfitta delle cosche è una vittoria del bene comune. Così dovrebbe essere, ma così non è e non è mai stato, sin dagli albori della «questione mafiosa» che è antecedente all’Unità d’Italia. Un’autolesionistica vocazione alla rissa ha portato spesso il Paese a dividersi puntualmente, proprio quando - invece - sarebbe stata utile coesione e superamento delle diversità per combattere le mafie.

Cos’è accaduto nelle ultime ore? Un intellettuale tra i più amati dal grande pubblico ha raccontato in tv come la ‘ndrangheta calabrese abbia piano piano, nell’indifferenza generale, conquistato i territori del Nord, e in particolare la Lombardia, fino a ripetere un copione già collaudato nel tempo da tutte le mafie: la ricerca di interlocutori politici per meglio invadere il nuovo territorio e realizzare profitti. Come esemplificazione, esercitando una forzatura, ma sottolineando con onestà che nessuna conseguenza giudiziaria si era verificata, ha citato l’incontro fra un consigliere regionale lombardo della Lega Nord e un mafioso indicato come il capo di un gruppo criminale ben saldo in quella regione. È stata, questa, la miccia che ha fatto esplodere non una polemica ma una «Santabarbara», amplificata da una successiva intervista di Saviano che, con un’uscita infelice, accostava la reazione del ministro a quella del suo nemico giurato Francesco Schiavone, detto «Sandokan». Chiaro che, in simile clima, risulti davvero difficile mantenere la rotta giusta.

Ed è un peccato, perché il monologo di Roberto Saviano avrebbe potuto funzionare come punto di partenza per una riflessione necessaria, specialmente dopo l’esito delle indagini avviate da Ilda Boccassini (Milano) e Giuseppe Pignatone (Reggio Calabria). Un’inchiesta che fotografa una realtà pericolosissima, come sottolinea la relazione semestrale della Dia al Parlamento. «Si è visto - scrive la Direzione Investigativa, riferendosi alla situazione criminale in Lombardia - il coinvolgimento di alcuni personaggi, rappresentati da pubblici amministratori locali e tecnici del settore, che, mantenendo fede ad impegni assunti con talune significative componenti, organicamente inserite nelle cosche, hanno agevolato l’assegnazione di appalti ed assestato oblique vicende amministrative».

Nessuno, ovviamente, vuol dire che la Lega è collusa con la mafia e meno che mai si può mettere in discussione l’impegno antimafia del ministro, tra l’altro sotto gli occhi di tutti. Ma non si deve perdere di vista la vocazione delle mafie ad entrare in relazione coi gruppi politici che amministrano il territorio. Anche stavolta ci sorregge il pensiero di Falcone che metteva in guardia: «Attenzione, la mafia non ha ideologia. Sta o cerca di stare con chi comanda e amministra». Nulla di eccezionale, dunque, che ci provi anche con forze politiche lontane dalla cultura mafiosa. Ecco, in questo senso l’allarme di Saviano non può essere antitetico al senso di responsabilità del governo, come confermato dallo stesso Maroni, laddove dichiara di conoscere perfettamente i tentativi di infiltrazione al Nord compiuti dai gruppi criminali del Sud. Lo scontro frontale, al contrario, risulterebbe perdente nel lungo tempo. In Sicilia si negò per decenni l’esistenza della mafia e i partiti difesero contro ogni evidenza le mele marce che avevano al loro interno. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

venerdì 27 agosto 2010

Non solo mafia


FRANCESCO LA LICATA


Il processo di «sicilianizzazione» della mafia calabrese ha fatto registrare un altro picco con la bomba contro la casa del pg di Reggio Calabria Salvatore Di Landro.

E’ la seconda volta - la prima risale a gennaio e fu preso di mira l’edificio dove ha sede l’ufficio del magistrato - che la ’ndrangheta alza il tiro in direzione della più alta carica inquirente del capoluogo. Ed è, dunque, questo il motivo della preoccupazione che ha portato il comitato per la sicurezza a decidere opportunamente il rafforzamento del livello di scorta al giudice. Ma, tra il primo e il secondo attentato, Reggio è stata teatro di tutta una serie di avvenimenti, piccoli e grandi, che oggi suggeriscono ad autorevoli osservatori di scegliere, nell’analisi di quanto sta accadendo, una «lettura complessa». In questi termini si esprimono il procuratore nazionale Pietro Grasso e il procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone, con ciò sottolineando la difficoltà di decifrare un movimento sotterraneo - ormai costante da mesi e spesso adoperato come contraccolpo all’azione repressiva dello Stato - che sta finendo per diventare una vera spina nel fianco dell’apparato investigativo.

Lo stesso Di Landro, prima del «botto» dell’altra notte, era stato vittima di un sabotaggio alla propria auto di servizio. Ma altri «avvertimenti» erano stati riservati allo stesso procuratore Pignatone (lettera con proiettili), a diversi investigatori e a qualche giornalista particolarmente attivo. Una guerra sorda e sotterranea, dunque, che induce a intravedere una mutazione del Dna della mafia calabrese, un tempo abbastanza riluttante nel ricorrere alle «maniere forti alla siciliana». Una guerra che il sostituto procuratore nazionale Enzo Macrì definisce - con suggestiva metafora - «sciame intimidatorio».

Ma perché questa metamorfosi di una mafia che tradizionalmente ha sempre preferito risolvere le questioni al proprio interno, nel territorio, facendo appello al tradizionale sistema del «quieto vivere» silenzioso che fa ingrassare senza far male a nessuno? La risposta forse va ricercata nelle mutate condizioni ambientali che, da qualche tempo, non riescono più a garantire il tranquillo scorrere di una pace sociale capace di contemperare le esigenze di forze economiche, imprenditoriali, politiche, in una parola lobbistiche fino all’illegalità (mafia e massoneria deviata).

Non è casuale, perciò, che lo stesso procuratore Di Landro indichi nell’inizio della sua nuova gestione il punto di crisi da dove arriva l’ondata di violenza. In sostanza: la musica è cambiata. Intanto per l’innesto di forze nuove, sia magistrati che investigatori, giunte dalla Sicilia dopo la stagione dei successi conclusasi con la cattura di Bernardo Provenzano. E poi per la svolta impressa agli uffici della Procura generale, con la gestione Di Landro che è servita a interrompere una tradizionale «benevolenza» in sede di processi d’appello. Svolta concretizzatasi anche in modo non proprio tranquillo, se si pensa all’intervento del Consiglio superiore (il trasferimento del giudice Francesco Neri), che ha messo a soqquadro il tradizionale «andazzo» improntato alla gestione consociativa dei processi (persino con gli avvocati delle difese).

Ecco perché gli osservatori più attenti, nel commentare l’attentato della scorsa notte, sottolineano come «in Calabria ciò che accade non ha solo un movente mafioso», nel senso che non è solo la ’ndrangheta a muovere i fili. C’è una situazione di condizionamento ambientale, di collusione diffusa che può benissimo indurre a scelte cruente anche la più placida delle borghesie mafiose. Una magistratura attenta e sorda ai richiami delle sirene dai colletti bianchi può dare molto fastidio. Come dimostra una delle ultime indagini - a parte le maxiretate tra Reggio e Milano che hanno messo in crisi il brodo di coltura del riciclaggio dei soldi sporchi - che ha portato in cella Giovanni Zumbo, uno stimato commercialista, nonché perito del palazzo di giustizia col «vizietto» di riferire ai boss, i Pelle, tutte le indagini che i carabinieri stavano svolgendo. Un commercialista un po’ particolare, in contatto con militari ben accetti anche negli uffici dei servizi di sicurezza.