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lunedì 19 luglio 2010

Dossier, calunnie e voti comprati la macchina del fango targata Cosentino


di ROBERTO SAVIANO

QUANDO si dà fastidio al governo o a chi comanda cosa succede in Italia? Quando un politico viene scelto al posto di un altro più potente ma indagato dall'antimafia cosa accade? Ora lo vediamo. In quel momento, infatti, si attiva una macchina fatta di dossier: giornalisti conniventi e politici faccendieri cercano attraverso media e ricatti di delegittimare i rivali. Così succede a chi non si allinea, fango, voci, raccolta dei vizi, sgretolamento delle virtù. Un mestiere in cui alcuni cronisti campani sono maestri, un meccanismo che in Campania è remunerativo più che altrove. Leggere le indagini di questi ultimi giorni prende allo stomaco, crea vertigine. Per questo tutti devono sapere e chi non reagisce sceglie, in qualche modo, di essere complice. Provate a leggere e capire quanto organizza Nicola Consentino insieme a Arcangelo Martino, Pasquale Lombardi, Flavio Carboni, Ernesto Sica. Con un aiuto fondamentale. Quello del Presidente della Corte di Appello di Salerno perché secondo i carabinieri "Umberto Marconi dà una consulenza giuridica a tutta l'operazione e connette le informazioni all'ambiente giornalistico e giudiziario". Il gruppo si organizza per cercare di delegittimare Stefano Caldoro candidato prescelto dopo che Nicola Cosentino è stato accusato dalla procura di Napoli di essere un politico e un imprenditore a disposizione del clan dei Casalesi e da questi costruito.

Berlusconi è informato - da quanto emerge nelle intercettazioni - di tutto. Attraverso Denis Verdini a Roma tutti sanno cosa sta facendo la banda del fango. Lasciano fare, per capire effettivamente se la diffamazione di Caldoro può oscurare le accuse di mafia a Cosentino. Tutto questo avviene inaspettatamente, essendo Caldoro un pupillo di Berlusconi, ma Cosentino è più potente più utile, e sa molte cose. Fino alla fine, il gruppo aspetta di convincere Berlusconi, che monitora e attende sino all'ultima ora disponibile per vedere se il piano viene realizzato o invece l'opinione pubblica ne resta indifferente.

Cosentino vuole assolutamente diventare presidente della Regione Campania, e chi gli è intorno sa che con Cosentino presidente della Regione gli affari sarebbero esponenziali e quindi il gruppo - secondo l'indagine dei Carabinieri di Roma - inizia a raccogliere informazioni su Caldoro . La prima cosa che colpisce è che l'elemento chiave sono i suoi presunti rapporti omosessuali. L'omosessualità che attribuiscono a Caldoro diventa strumento di delegittimazione. Ed è una dimostrazione dell'arretramento della cultura politica. Quale sarebbe il "reato" o lo scandalo nell'essere omosessuale? Cosentino e il suo gruppo contano invece sul fatto che legare la vicenda Marrazzo a quella di Caldoro può incidere sull'opinione pubblica. L'obiettivo è fare pressioni sul Pdl romano, poiché, evidentemente, il sospetto di essere gay pesa più dell'essere indagati dall'antimafia. Emerge dalle intercettazioni che questa è la trovata di Cosentino e infatti alcuni vengono investiti del compito di compilare un dossier su Caldoro e i presunti suoi amanti uomini. Il dossier stenta ad arrivare e Martino e Cosentino sono preoccupati. Temono che tutto possa essere solo una storia di voci. Da dire con la "bocca". Loro voglio carte, dossier, dettagli da poter usare:

Cosentino: Ma quell'amico la relazione l'ha portata no?
Martino: L'ho chiamato sta venendo.. detto tra me e te mi sono anche molto arrabbiato nicò perché sono scocciato
Cosentino: questo vuole piglià per il culo
Martino: ho detto con la bocca con la bocca si mangiano i maccheroni diceva totò
Cosentino: bravissimo bravissimo
Martino: (...) Porta la cazzo di relazione perché sennò la scrivo io e non ne parliamo più
Cosentino: bravo bravo bravo
Martino: Se sai scrivere se poi non sai scrivere io lo so fare perché non sono fesso sono pure un poco laureato come te io non so che cazzo faccia nella vita..
Cosentino: non lo so manco io
Martino: forse farà i pompini pure lui che ne so ci stanno tanta gente qua Caldoro coso.. tutti questi fanno questo. Tutti. I bocchini.
Cosentino: I bocchiniani
La battuta sul cognome di Italo Bocchino è scontata ma Martino riconosce a Cosentino il merito di aver descritto bene la corrente che gli si oppone nel Pdl Campania:
Martino: Ma tu mi.. assai quando dicesti quel gruppo di ricchioni, di frocetti, di frocetti
Cosentino: di frocetti ma io sono lungimirante...
Martino: È lo so no tu sta cosa te la porti appresso perché sei stato un grande
Cosentino: si si il fatto dei frocetti questo rimarà nella storia
Martino è entusiasta della trovata di Cosentino di mostrare che i suoi rivali siano gay ed è convinto di poter aver un consenso enorme dall'elettorato su questa vicenda:
Martino: io lo dirò nella prossima conferenza stampa che farò allo stadio San Paolo con te, ti porterò 70, 80 mila persone. Ma te lo giuro tu pensi che io scherzo nicò
Così si forma il gruppo, si affidano "indagini" per capire. I giornalisti sono "guaglioni è barbiere" ossia "ragazzi di barbiere" che lavorano per loro, i testimoni vengono definiti "cantatori" perché cantano storie e dettagli sulla vita privata del loro rivale. Così le informazioni vengono raccolte. Martino e Sica si sentono su questo.
Martino: si!
Sica: è abbastanza chiaro?
M: si è chiaro ma vedo solo...
S: questo è... queste sono diciamo...
M: solo date praticamente!
S: no è dove c'è la certificazione! Mo bisogna vedè diciamo... anche la fotocopia delle cose vabbuò?! E ciooè ... qua sembra....
M: Ma io vedo... vedo soltanto ...
S: le date e i... e i luoghi
M: ehehe... e i luoghi... luoghi..
S: eh!
M: eh poi non vedo più niente qua dice particolarmente etc etc
S: eh! è dice
M: poi basta non c'è più niente eheh! Non c'è un... un... unnnn....

Martino vorrebbe i nomi delle persone che Caldoro avrebbe incontrato, Sica gli ha procurato i nomi degli hotel e gli promette anche altri documenti. Poi svela il suo piano: terrorizzare Caldoro senza diffondere le notizie.

Sica: ... quello già sbanda perché sono veritiere voglio dire! Adesso tutto il resto veramente è contorno perché la ci sta proprio nome e cognome! Quindi basta che tu gli dici ma tu gli dici il 19 settembre sei andato la! Quello... poi dopo di che veramente .... mo bisognerebbe avere una copia... una cazzata perché queste sono leeee perché poi lì lui lì andava bimestralmente il vizio è pesante ehhhh

Caldoro diventa un problema vero per Cosentino, perché lui ha il potere elettorale e imprenditoriale ma Caldoro è più presentabile. Martino nell'intercettazione è chiaro. Bisogna eliminare la candidatura di Caldoro definito "culattone" nell'ottica tipica napoletana che chiama "ricchione" il gay povero e "culattone" il gay ricco.

Martino: "Qua la cosa importante è culattone... e domani dice: vabbuò togliamo a culattone adesso parliamo".
Cosentino: bravo bravo bravo.... d'accordissimo questo è l'obiettivo principale poi tutto il resto è...
La costruzione del dossier è partita. Parlano con Denis Verdini, cercano Berlusconi, li avvertono che girano queste voci. Martino e Cosentino non si fidano dei loro "contatti" con Berlusconi. Li definiscono tutti uomini con la "posta", con una taglia, una paura, un ricatto. Martino arriva persino a dare dello "stronzo" a Berlusconi perché non capisce chi ha il potere e chi è invece solo un "frocetto"
Martino: Sono tutti femminielli e frocetti capito
Cosentino: Davanti fanno eh bravo davanti fanno la cosa poi quando vanno di fronte al Cavaliere ognuno si vede la posta capito?
M: E quello il Cavaliere per questo è uno stronzo solo la gente come me può dire che è no stronzo
Non vengono stoppati. Sembra piuttosto che vogliano aspettare le reazioni dei loro elettori. Cosentino e Martino si sentono dopo aver ricevuto una nuova versione del dossier. Sono contenti del risultato.
Martino: allora lì ci sono tutte cose circostanziate definite e puntuali di date di dove va ma va fino all'altro ieri eh? Attenzione
Cosentino: Ah...
M: questo è metodico
C: addirittura
M: fino all'altro... si è metodico ma fino all'altro ieri, e l'ha sanno ovviamente con chi va tra i clienti è molto conosciuto. Chi si porta alti belli biondi. Coso... occhi azzurri eccetera (...)

Ogni volta che parlano dei presunti compagni di Caldoro sono sempre più precisi nella descrizione fisica e si trovano spesso riferimenti a "persone fonti". Il che fa pensare che siano loro stessi a "costruire" le persone per gli incontri.
Ma c'è di più, di peggio. C'è un passaggio in cui Cosentino chiede a Martino se c'è solo la vicenda dell'omosessualità o anche "l'altro". "L'altro" secondo i Carabinieri è il tentativo di fabbricare un'accusa di camorra. Così da pareggiare la partita. Camorra Cosentino, camorra Caldoro. Ma su di lui peserebbe anche il "sospetto" di essere gay. Prendi un vecchio pentito, fuori dai giochi e gli fai sparare qualche accusa, il tempo di finire sui giornali; poi magari i pm dimostrano che è falsa, ma intanto il fango ti è arrivato. Un vecchio gioco delle organizzazioni criminali che solo procure antimafia forti e integerrime riescono a sventare. La logica qui è la medesima dei quotidiani della loro area, ossia sostenere che niente è pulito, tutto è sporco, tutti si è uguali nei vizi e negli interessi. Dunque nessuno può fare la morale.
La macchina del fango vive di questo desiderio di mettere tutti sullo stesso piano: tutti corrotti, tutti viziosi. Un meccanismo che si riesce a bloccare quando non si contrappongono più santi a demoni, ma piuttosto quando si dimostra che pur nella contraddizione che è degli esseri umani, gli interessi sono diversi, le azioni sono diverse. E anche le debolezze sono diverse.

Cosentino: la relazione riguarda soltanto quell'aspetto là... o pure l'altro...
Martino: no l'altro c'è pure quello, però questo è una cosa che come fece quel Piero là
C: mm, si si
M: che poi è stato visto tutto dopo, qua lo si vede prima, e scusate questo lo fa tutti i giorni mo, e con queste date ovviamente appena esce ci sta chi le mette fuori
C: vabbè vabbè
M: ci fa il servizio anche ben probante e pulito (...)
M: io credo questa sia la svolta
C: È' finita..

Invece non è finita per niente. Il dossier non sortisce effetto. Allora Pasquale Lombardi geometra avellinese, faccendiere che ha relazioni con i poteri che contano, giudici, imprenditori, politici, e che vuole la candidatura di Cosentino, spinge per far uscire il dossier sulla stampa. Non alla loro stampa: sarebbe troppo chiaro il disegno. Propone di dare il dossier alla redazione di Repubblica a Napoli, sperando che venga pubblicata perché è contro il centrodestra. Ma il tentativo non riesce.

Lombardi: Ma chest sai che bulemm fa? Piuttosto na cosa di chest potrebbe essere data a la Repubblica in una busta accussi, virit che succer', anche questo...(ma questo sai che vogliamo fare piuttosto una cosa di questa potrebbe essere data a la Repubblica in una busta così vedete che succede anche questo)

Ma a questo punto la banda del fango non può più sperare che la cosa sia risolta da Roma, anche perché la Cassazione respinge il ricorso di Nicola Cosentino. Sembrano nulle le possibilità di essere il prossimo Presidente della Regione Campania. Eppure ha la certezza dei voti, ha il piano degli affari, tutto gli sembra così vicino. Il pentito da usare contro Caldoro è Bruno Rossi ex boss della zona di Fuorigrotta che avrebbe dovuto parlare di una alleanza tra lui e Caldoro negli anni '90 contro Amato Lamberti. Martino riceve un sms:

"Dici a nicola che dovrebbe uscire il rapporto di Caldoro con i trans forse del problema ha parlato anche un pentito. Che fine abbiamo fatto siamo finiti in un mondo di froci. Povero Berlusconi."

Esce infatti l'articolo, vero e proprio capolavoro di intimidazione. Esce su un blog, www. campaniaelezioni. altervista. org. Un blog visto da pochissimi. Ma anche questa è una logica rodata e molto utilizzata in Campania. Di cronisti frustrati e licenziati ce ne sono tanti. Il blog ti mette al riparo dalle querele, al massimo viene chiusa la pagina, ma permette che la notizia arrivi agli addetti ai lavori. Così le redazioni dei giornali vengono a sapere informazioni private su Caldoro. Un articolo che pubblica esattamente il dossier voluto dalla banda del fango e che finge di essere a favore di Caldoro, dicendo che "è una valanga di sterco caduta a valle", fa riferimento al "sobrio" Caldoro scelto al posto di Cosentino. Finge di difenderlo ma diffonde il fango.

Appena esce il blog, Sica e Martino ricevono molte telefonate preoccupate. Fingono di non sapere niente. Martino riceve mentre è a cena davanti ad altri del partito la telefonata di Sica. È una messa in scena.
Sica: Mo mo stavo leggendo ho visto internet na cosa campagna elezioni per esempio ma pure un altro blog come si chiama elezioni. it (..) sul conto del candidato nostro una cosa incredibile dice: un marrazzo in campania, nuovo caso Marrazzo
Martino: Vabbè è un attacco di merda ma come si permettono

Recitano la parte dei "feriti dalla notizia" e chi è lì al tavolo ovviamente prende atto che loro non ne sapevano nulla. Ed invece il sindaco di Pontecagnano (e assessore regionale poi costretto alle dimissioni) Sica e Arcangelo Martino sanno tutto, sono loro gli artefici di quel dossier. Sperano che Annozero, avendo due campani, come Santoro e Ruotolo a gestire la trasmissione si occupi con maggior dettaglio della vicenda Caldoro, e sperano che pur di battere il Pdl, De Luca il candidato del centrosinistra sia disposto a riprendere le notizie del dossier. Guardano con piacere che si sta diffondendo in tutte le redazioni la notizia, anche se non esce su nessun grande giornale, tutti ne parlano e il vento della calunnia diventa tempesta, sperano Caldoro si ritiri terrorizzato, che la sua famiglia possa rompersi, vogliono minare il suo equilibrio. Fino alla fine sperano di poter vedere Caldoro inciampare così da dimostrare che Cosentino solo avrebbe potuto traghettare alla vittoria il Pdl. La notizia si diffonde ovunque e Sica e Martino iniziano ad accusare la "sinistra" di diffondere il dossier costruito da loro, addirittura dicono che è una "porcata". A leggere sembra che pensino di essere intercettati e quindi vogliono dare la colpa ad altri, o forse sono rimasti talmente impressionati dalla diffusione del dossier che pensano davvero che i "nemici" politici lo stiano sfruttando.

Martino: queste sono porcate ma secondo te è la sinistra che sta facendo sta cosa?
S: io penso di si sono..
M: La sinistra eh...
S: quelle porcate che si fanno proprio...
S: quelle porcate che fanno sotto elezioni sti delinquenti pensa un po' che oggi ho parlato con uno... questi verseranno ancora altro veleno sopra tutto diciamo il gruppo storico che si... monnezza solo su monnezza, un clima proprio mammamia
M: addirittura? Un clima proprio terribile che verrà fuori domani su Annozero
S: domani c'è Annozero, quello De Luca se lo mangia voglio dire non c'è partita.

Cosentino e co. Dopo che Caldoro viene designato come candidato, cercano in extremis di puntare su Lettieri che gli garantirebbe, a leggere le cose che dicono, le stesse condizioni di Cosentino. Ma neanche Lettieri verrà poi prescelto. A quel punto la banda del fango vuole portare i voti al centrosinistra per punire Caldoro: "Arcangelo dice che farà un pensiero su De Luca"... "Arcangelo gli dice che anche lui a questo punto è orientato a spostarsi a sinistra" sono le ultime intercettazioni. Dall'altra parte bassoliniani ostili a De Luca votano Caldoro. Tutto diventa una battaglia tra bande che comprano voti e non c'entra più nulla l'idea, la passione politica, il programma, il piano, la Campania diviene l'emblema di questo Paese. Il paese intero, governo in testa, ricattato da questo sistema. Cosentino ne esce apparentemente sconfitto quando l'informazione nazionale si occupa di lui costringendo i suoi a non candidarlo. Ma sa di avere sotto ricatto molti, sa di essere il politico che conta, con i voti, i soldi, le informazioni. Ma sembra che il suo potere continui a sopravvivere soprattutto nei dossier e nella capacità di egemonizzare con il suo ruolo il ciclo dei rifiuti: perdi Cosentino, la Campania torna a sommergersi di rifiuti. E questo il governo non può permetterselo, avendo sbandierato la finta soluzione dell'emergenza rifiuti.

Qualunque sia il tuo stile di vita, qualunque sia il tuo lavoro, qualunque sia il tuo pensiero, se ti poni contro certi poteri questi risponderanno sempre con un'unica strategia: delegittimare. Delegittimare il rivale agli occhi della pubblica opinione, cercare di renderlo nudo raccontando storie su di lui, descrivere comportamenti intimi per metterlo in difficoltà, così che le persone quando lo vedono comparire in pubblico possano tenere in mente le immagini raccontate e non considerarlo credibile. Un vecchio boss della Nuova Famiglia, Pasquale Galasso, alla domanda "Perché non uccidete magistrati?" rispose chiaramente: "Signor giudice noi preferiamo delegittimarli".

(17 luglio 2010)

lunedì 14 dicembre 2009

Spartacus, la madre di tutti i processi - per i Casalesi arriva la paura della fine


di ROBERTO SAVIANO


NEI prossimi tre giorni si chiuderà dopo undici anni il terzo e ultimo grado del Processo Spartacus. È un evento epocale che rischia di passare inosservato, sotto silenzio. Come un normale ingranaggio giudiziario che volge al termine. Il processo Spartacus è il più grande processo di mafia della storia della criminalità organizzata in Europa, paragonabile solo al Maxi Processo contro Cosa Nostra istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Un processo che ha visto complessivamente 1.300 indagati, seicentoventisei udienze complessive, 508 testimoni sentiti, più 24 collaboratori di giustizia, 90 faldoni di atti acquisiti. Una inchiesta-madre che ha generato decine di processi paralleli: omicidi, appalti, droga, truffe allo Stato. Questa sentenza che avverrà a Roma, alla Corte di Cassazione, potrebbe sancire un pezzo di storia non solo giudiziaria del sud ma dell'intero paese. Se la Corte dovesse confermare le condanne del secondo grado, sarebbe l'ultima parola: in terra casertana esiste un clan egemone, al tempo stesso feroce e imprenditoriale.

Un punto di non ritorno. Non si potrà più dire - come molti collegi difensivi dei clan hanno fatto negli ultimi anni - che non esiste la camorra. Che ci sono solo sottoculture della violenza, che i pentiti inventano storie per attaccare concorrenti politici o imprenditoriali. Il clan spera che possa essere annullata in Cassazione la sentenza di secondo grado. Se dovesse accadere, bisognerà rifare tutto da capo. Per un processo iniziato il primo luglio del 1998 e che arriva al terzo grado alla fine del 2009, significa rifare un lavoro enorme. I Casalesi sperano soprattutto nello scadere dei tempi di custodia cautelare. Qualora invece la Cassazione dovesse confermare, la leadership storica dei Casalesi avrebbe la sua condanna definitiva. Non ci sarebbero più istanze di remissione, cavilli, vizi di forma. È tutto lì. È storia.

Tre gradi di giudizio a sancire definitivamente con gli ergastoli qual è stato il modo in cui i Casalesi hanno assunto il potere e hanno interpretato il loro modo di dominare il territorio e il loro modo di fare impresa. Chiuso questo processo significherà potersi occupare del presente, e non più dei vent'anni scorsi di dominio camorrista. È solo l'inizio del contrasto, non la fine.
A partire da Francesco Schiavone. Il capo riconosciuto. Colui che in questi anni dal carcere ha atteso, gestito, controllato tutte le diatribe interne, avallato ogni decisione. Colui che ha cercato di non innescare guerre tra le diverse anime del clan, arrivando - nonostante il regime di carcere duro lo vieterebbe - persino a scrivere sulle prime pagine dei giornali locali dando indicazioni su come comportarsi. È lui che vedrebbe per sempre dietro le sbarre il suo destino. Francesco Schiavone detto Sandokan non avrebbe altra strada che collaborare con la giustizia. Ha cinquant'anni e non gli rimarrebbero che due alternative. Pentirsi o morire in galera. Il figlio Nicola si vede poco in paese, è sempre fuori, come si stesse preparando alla latitanza. Su di lui ancora non pendono mandati di cattura. Le informative lo indicano chiaramente come il reggente del clan, ma può ancora andare a parlare col padre, può ancora gestire gli affari. É lì, libero di farlo, nonostante le intercettazioni lo segnalino come colui che deve decidere al posto del padre.

Il clan ha gli occhi puntati sulla famiglia Schiavone. L'annuncio di Sandokan - pubblicato qualche mese fa e poi smentito - di voler allontanare i figli da Casal di Principe, era stato letto con ansia. Se il capofamiglia si pentisse, sarebbero i figli i primi a sparire. Quindi i fedelissimi di Sandokan guardano ogni loro allontanamento come possibile segno di tradimento del capo in carcere. Eppure se quello che in paese ormai tutti non chiamano più come l'eroe salgariano ma semplicemente "Ciccio o' barbonè" decidesse di collaborare, allora potrebbe non morire in galera. Allora potrebbe svelare decenni di storia imprenditoriale e politica italiana. I rapporti con le banche, i politici costruiti con i suoi voti, il ciclo del cemento in Emilia-Romagna e nel Lazio, gli appalti dell'alta velocità, la coca che alimenta le betoniere, i rifiuti tossici di mezzo paese dislocati dove sa solo lui. Sandokan pentito permetterebbe alla sua famiglia di poter vivere protetta e non sotto assedio come ora. Persino di andare incontro a un destino diverso, visto che i figli sembrano essere ormai sulla strada del padre: potere, galera e morte. Non solo Nicola Schiavone ma anche Emanuele, arrestato a Riccione per un panetto di hashish, usato per adescare le ragazzine. Lui, rampollo diciottenne di uno dei gruppi imprenditoriali più potenti d'Europa, capace addirittura di raggiungere, secondo le stime della Dda, un fatturato di trenta miliardi di euro, viene pizzicato come l'ultimo dei pusher in giro per le discoteche romagnole. Ai poliziotti che lo arrestano, dichiara: "Sono il figlio di Sandokan". Cerca di impaurirli e non ci riesce.

Questo episodio, secondo quanto si ascolta a Casal di Principe, ha innescato nelle famiglie di camorra del Casertano il commento che Giuseppina Nappa, la moglie di Sandokan, dovendosi occupare troppo degli affari giudiziari del marito, non ha educato bene i figli. Così le sono usciti "i figli drogati". L'immagine degli Schiavone continua a perdere credibilità presso le altre famiglie. Se venissero confermate le condanne, Nicola Schiavone, l'erede al trono, sarà sicuramente più debole. Sino ad ora ha avuto rispetto automatico, perché Sandokan era considerato re e poteva ancora uscire di galera. Ma dopo una condanna all'ergastolo definitiva, Francesco Schiavone finirà prima o poi per diventare un detenuto che porta lo stesso nome di tanti altri. Mentre chi è rimasto fuori e sino alla sentenza definitiva era viceré, ora vorrà essere re. E per divenire re, dovrà schiacciare i figli di Sandokan.
In attesa di questo verdetto solo una cosa è certa. Non calerà mai più il silenzio su quegli affari. O meglio: non lo faremo mai più calare. I boss di Casal di Principe hanno sperato che prima o poi l'attenzione tornasse confinata alla cronaca locale, alle pagine dei giornali di provincia. E quel che per loro è una speranza, per noi è un rischio sempre vivo.

Quel che ha fatto negli ultimi tempi il Ministro Maroni non si era mai visto negli anni precedenti e va riconosciuto. Il suo "Modello Caserta" è stato utile e necessario per segnalare per la prima volta la forte volontà dello Stato italiano di essere presente su quel territorio, di volerlo controllare, di volersene riappropriare. Questo è ancora più importante dei vari successi ottenuti dalle forze dell'ordine, dei singoli arresti effettuati. Ma la battaglia è lunghissima e ora si è davvero solo all'inizio. Non bisogna, infatti, farsi troppo fuorviare dagli arresti. Si tratta spesso degli scarti degli stessi clan, di frange isolate, persone che ormai hanno fatto quel che dovevano. É possibile farne a meno o rimpiazzarli con altri. O vecchi narcotrafficanti in pensione, o persino killer feroci ma strafatti come quelli del gruppo Setola, serviti in un certo momento per una strategia del terrore ma non rappresentativi di ciò che rimane ancora oggi la vera forza e l'anima del clan, che è l'anima economica; utile e più facile falciare ed arrestare il livello militare, molto più complicato fermare il livello economico e soprattutto svelare i nodi dove si intrecciano imprenditori legali e camorra.

Per il clan dei Casalesi sono lì ancora fuori a comandare Michele Zagaria e Antonio Iovine. Scorazzano da dodici anni tra l'Emilia Romagna, Roma, la Romania, gestiscono il business. É attraverso il business che il clan controlla il territorio casertano e arriva ovunque, sia in qualsiasi parte d'Italia e anche oltre, sia nelle sfere dell'economia che dovrebbe essere pulita, della finanza, della politica. È fondato sul business il suo dominio. Il ciclo del cemento, la gestione dei rifiuti, i centri commerciali, le sale bingo, gli alberghi e le fabbriche nell'est Europa. Tutto questo è ancora intatto.

Il nome di questo processo è Spartacus. Il nome dello schiavo che si ribellò a Roma. L'unico uomo che sia mai riuscito insieme a un manipolo di schiavi ad arrivare alle porte della capitale dell'impero, con il solo obiettivo di riacquistare la libertà. É cosa bizzarra per un processo, prendere il nome da un ribelle. Però a sud la vera ribellione è la legalità. La legalità contro l'impero, "la dittatura armata della camorra" come la chiamava don Peppino Diana.

Siamo convinti che oggi infrangere la pax casalese significhi preparare le condizioni perché ci possa essere maggiore libertà anche a Roma a Milano a Reggio Emilia. Addirittura a Bucarest o a Berlino. Per questo siamo sicuri di una cosa semplice: non ci sarà più quella che loro chiamavano pace, e che noi invece chiamiamo silenzio, non ci sarà più in paese quella che loro chiamavano serenità, e che noi invece chiamiamo omertà. Non permetteremo, fino a quando il meccanismo camorristico non sarà debellato, sconfitto, eliminato, che la luce si spenga su queste terre, che torni quell'ombra che copriva affari e dominio. E ascolteremo con indifferenza chi vorrà definire diffamante raccontare e scrivere libri sul potere criminale. Perché abbiamo invece la certezza che solo raccontando, analizzando, scrivendo, condividendo, si possa capire e far conoscere. E siamo oggi più che mai convinti che solo la conoscenza possa permettere un'azione davvero efficace. Fino a quando ci sarà sangue nelle vene e aria nei polmoni, noi andremo avanti. Qualunque sia il verdetto che verrà emesso e qualsiasi ne siano le conseguenze politiche e umane che raccontare di mafia oggi in Italia comporta.

(14 dicembre 2009)

lunedì 23 novembre 2009

Saviano risponde a Bondi.


di ROBERTO SAVIANO


Caro ministro Sandro Bondi, la ringrazio per la sua lettera e per l'attenzione data al mio lavoro: ho apprezzato il suo tono rispettoso e dialogante non scontato di questi tempi e quindi con lo stesso tono e attitudine al dialogo le voglio rispondere. Come credo sappia, ho spesso ribadito che certe questioni non possono né devono essere considerate appannaggio di una parte politica. Ho anche sempre inteso la mia battaglia come qualcosa di diverso da una certa idea di militanza che si riconosce integralmente in uno schieramento.

Ho sempre creduto che debbano appartenere a tutti i principi che anche lei nomina - la libertà, la giustizia, la dignità dell'uomo e io aggiungo anche il diritto alla felicità in qualsiasi tipo di società si trovi a vivere. E per questo ho sempre odiato la prevaricazione del potere, che esso assuma la forma di un sistema totalitario di qualsiasi colore, o, come ho potuto sperimentare sin da adolescente, sotto la forma del sistema camorristico.

Anch'io auspico che in Italia possa tornare un clima più civile e ho più volte teso la mano oltre gli steccati politici perché sono convinto che una divisione da contrada per cui reciprocamente ci si denigra e delegittima a blocchi, sia qualcosa che faccia male.
Eppure oggi il clima in questo paese è di tensione perché ognuno sa che, a seconda della posizione che intende assumere nei confronti del governo, potrà vedere la propria vita diffamata, potrà vedere ogni tipo di denigrazione avvenire nei confronti dei propri cari, potrà vedere ostacolate le proprie possibilità lavorative.

Qualche giorno fa la Germania mi ha onorato del premio Scholl, alla memoria dei due studenti dell'organizzazione cristiana Rosa Bianca, fratello e sorella, giustiziati dai nazisti con la decapitazione per la loro opposizione pacifica, per aver solo scritto dei volantini e aver invitato i tedeschi a non farsi imbavagliare.

Tutte le persone che ho incontrato lì alla premiazione, all'Università di Monaco, erano preoccupate per quanto accade oggi in Italia nel campo della libertà di stampa e del diritto. Non era un premio di pericolosi sovversivi o di chissà quali cospiratori anti-italiani. Tutt'altro. Raccoglieva cristiani tedeschi bavaresi che commemorano i loro martiri. Tutti seriamente preoccupati quello che sta accadendo in Italia e tutti pronti a chiedermi come faccio a tenere alla libertà d'espressione eppure a continuare a lavorare in Italia.
Non è un buon segnale e, in quanto scrittore non posso che raccogliere l'imbarazzo di essere accolto come una sorta di intellettuale di un paese dove la libertà d'espressione subisce un'eccezione. Il programma da lei apprezzato ha mostrato, in prima serata, il terrore causato dal regime comunista russo, e persecuzioni castriste agli scrittori cubani e l'inferno nell'Iran di Ahmedinejad.

Tutto andato in onda in una trasmissione come "Che tempo che fa", su una rete come RaiTre, così spesso tacciata di essere faziosa, ideologizzata, asservita alla sinistra che persino un boss come Sandokan si compiaceva di chiamarla "Telekabul". Questo a dimostrare, Ministro, quanto siano spesso pretestuose e false le accuse che vengono fatte contro chi invece si prefigge il compito di raccontare per bisogno - o dovere - di verità.

Però sono altrettanto convinto che a volte, proprio per semplice senso civile, non si possa stare zitti. Che bisogna prendere posizione al costo di schierarsi. E schierarsi non significa ideologicamente. La paura che questa legge possa colpire il paese sia per i suoi effetti pratici, sia per l'ingiustizia che ratifica, in me è assolutamente reale e per niente pretestuosa.
In questi anni, ossia da quando vivo sotto scorta, ho avuto modo di poter approfondire cosa significhi, tradotto nel funzionamento di uno stato democratico, il concetto di giustizia. Ho potuto capire che non tocca solo la difesa della legalità, ma che ciò che più lo sostiene e lo rende funzionante è la salvaguardia del diritto e dello stato di diritto.

Ho deciso di pubblicare quell'appello perché la legge sul processo breve mi pare un attacco pesante - non il primo, ma quello che ritengo essere finora il più incisivo - ai danni di un bene fondamentale per tutti i cittadini italiani, di destra o di sinistra, come ho scritto e come credo veramente. E le assicuro che lo rifarei domani, senza timore di essere ascritto a una parte e di poterne pagare le conseguenze.
Non vi è nulla in quel gesto che non corrisponda a ogni altra cosa che ho fatto o detto. Le mie posizioni sono queste e del resto non potrei comportarmi diversamente. Ciò che mi spinge a raccontare, in prima serata, dei truci omicidi di due giovani donne, la cui colpa era stata unicamente l'aver manifestato in piazza, in maniera pacifica.

Ciò che mi spinge a raccontare dei crimini del comunismo in Russia e dei soprusi delle multinazionali in Africa non è un "farsi impadronire dal demone della politicizzazione e della partitizzazione della cultura" bensì un altro demone. Quello che ha lo scopo di raccontare le verità o almeno provarci. Un'informazione scomoda per chi la da e per chi l'ascolta, la osserva, la legge. In Italia la deriva che lo stato di diritto sta prendendo è pericolosa perché ha tutte le caratteristiche dell'irreversibilità. È per questo che agisco in questo modo, perché è l'unico modo che conosco per essere scrittore, è questo l'unico modo che conosco di essere uomo.
La saluto con cordialità

(23 novembre 2009)

sabato 14 novembre 2009

Presidente ritiri quella norma del privilegio


SIGNOR Presidente del Consiglio, io non rappresento altro che me stesso, la mia parola, il mio mestiere di scrittore. Sono un cittadino. Le chiedo: ritiri la legge sul "processo breve" e lo faccia in nome della salvaguardia del diritto. Il rischio è che il diritto in Italia possa distruggersi, diventando uno strumento solo per i potenti, a partire da lei.

PER FIRMARE L'APPELLO

Con il "processo breve" saranno prescritti di fatto reati gravissimi e in particolare quelli dei colletti bianchi. Il sogno di una giustizia veloce è condiviso da tutti. Ma l'unico modo per accorciare i tempi è mettere i giudici, i consulenti, i tribunali nelle condizioni di velocizzare tutto. Non fermare i processi e cancellare così anche la speranza di chi da anni attende giustizia.

Ritiri la legge sul processo breve. Non è una questione di destra o sinistra. Non è una questione politica. Non è una questione ideologica. E' una questione di diritto. Non permetta che questa legge definisca una volta per sempre privilegio il diritto in Italia, non permetta che i processi diventino una macchina vuota dove si afferma il potere mentre chi non ha altro che il diritto per difendersi non avrà più speranze di giustizia.

ROBERTO SAVIANO

(14 novembre 2009)

domenica 1 novembre 2009

Il filmato-shock sconvolge il mondo, i vicoli restano indifferenti


di ROBERTO SAVIANO


Il killer è stato identificato. Diffondere il video è servito. Un omicidio rubricato nelle ultime pagine dei giornali locali quando è stato commesso, grazie al video diventa in mezzo mondo notizia da prima pagina, da aperture dei telegiornali. Il killer che credeva di averla scampata, come avviene per la parte maggiore delle esecuzioni di camorra, invece si trova ora a dover scappare.

Il paese si sconvolge, i giornali stranieri si domandano com'è possibile, qualche politico provocato dalle agenzie di stampa rilascia dichiarazioni. Ma a Napoli tutto sommato non accade molto. È arrivata la soffiata, non si sa bene come. Del resto i clan stessi non avevano piacere di questa nuova luce mediatica, e sono ben felici di poterla far spegnere subito. Però non sono arrivate denunce. Il quartiere non si è ribellato. Quelle immagini sono state una ferita solo per alcuni. A molti napoletani anzi ha dato fastidio quello sgomento del resto d'Italia, sentirsi addosso gli occhi sgranati che guardavano quel video. Scandalizzati davanti a una cosa che accade continuamente, che fa parte della quotidianità con cui loro devono convivere.

Vengono in mente le parole di un monologo capolavoro di Eduardo De Filippo, recitato in uno sceneggiato televisivo, "Peppino Girella", del 1963. La moglie di Andrea, il personaggio interpretato da Eduardo, risponde dinanzi ad ogni tragedia: "È cos'e nient" - è cosa da niente. È la voce classica di Napoli, di quel buon senso che fa accettare tutto e che è la forma di massima difesa e indolenza verso qualsiasi cambiamento. "Che vuoi fare: è cos'e nient", dice la moglie. E Eduardo risponde: "Pure questa è cos'e nient. È sempre cos'e nient. Tutte le situazioni le abbiamo sempre così risolte. È cos'e nient. Non teniamo che mangiare: è cos'e nient. Ci manca il necessario: è cos'e nient. Il padrone muore e io perdo il posto: è cos'e nient. Ci negano il diritto della vita: è cos'e nient'. Ci tolgono l'aria: è cos'è nient, che vvuò fa. Sempre cos'e nient. Quanto sei bella. Quanto eri bella. E guarda a me, guarda cosa sono diventato. A furia di dire è cos'e nient siamo diventati cos'e nient io e te. Chi ruba lavoro è come se rubasse danaro. Ma se onestamente non si può vivere, dimmi, dimmi "vabbuò è cos'e nient. Non piangere è cos'e niente. Se io esco e uccido a qualcuno è cos'e nient. E se io impazzisco e finisco al manicomio e ti chiedono perché vostro marito è impazzito tu devi dire: è impazzito per niente. È cos'e nient. È niente".

Quando in fondo non si può fare niente, tutto si riduce ad una logica di guardie e ladri, dove ciascuno fa quel che gli tocca, rispettando il proprio ruolo, senza illudersi che si possa andare oltre. Senza credere o richiedere che sia dallo stesso territorio che possa venire una richiesta di cambiamento. I camorristi fanno i camorristi, le forze dell'ordine fanno le forze dell'ordine, la popolazione fa esattamente ciò che si vede in quel video: ci convive, ci passa accanto per proteggersi. L'indifferenza è il rovescio della paura, istinto di autoconservazione non solo fisica. Non si può pretendere che chi ha solo quello per preservare una dimensione vivibile del proprio quotidiano, se ne privi senza che un segno forte di volontà di smantellare i meccanismi che lo avvelenano sia arrivato dal di fuori.
A Napoli si vendicano colpe commesse 10 anni, 15 anni fa: Mariano Bacioterracino viene ammazzato per uno di quegli omicidi, l'uccisione di Gennaro Moccia, che non si dimenticano anche se è passato un decennio. Semmai non ci si aspettava che sarebbe arrivata così tardi la vendetta. Ma qui tutto ha tempi lenti. Bacioterracino, come Giuseppe Setola, come forse anche il killer di Bacioterracino, sono tutti membri di camorra che la giustizia conosceva benissimo. Però i tempi dei processi li hanno rimessi in libertà, o sono stati errori di forma che hanno ridato questi uomini ai clan. I tribunali ti condannano con ritardo incredibile. È come se un bambino rompesse un lampadario e il padre gli desse uno schiaffo trent'anni dopo.

Ma mentre i tribunali sono distratti, la memoria della camorra è lunga e inesorabile. E quindi se non esistono garanzie di incolumità né nello spazio né nel tempo, diventa assai difficile sottrarsi alla percezione del pericolo continuo, dell'assedio. Persino chi è direttamente colpito sembra ormai rassegnato. "Uccidono tanta gente, hanno ucciso anche mio marito. Qual è il problema?", risponde la moglie di Bacioterracino alla domanda di un giornalista. Infastidita che qualcuno le faccia una domanda sull'esecuzione, le chieda cosa prova. Non vuole neanche partecipare all'appello per identificare il killer. "Io non chiedo niente, se lo vogliono dire, lo dicono loro. Come faccio a chiederlo?".

Quando si muore a Napoli, chiunque sia stato sui luoghi di morte sa che, a seconda di come reagiscono i familiari, dinanzi al cadavere si può capire molto. I familiari degli innocenti non sanno come reagire. Non riescono a credere che sia toccato proprio a loro. Restano increduli, pietrificati dall'orrore. Diversa è la reazione di chi quel genere di morte l'ha già messa in conto. Chi inizia a urlare, a strapparsi i capelli in un dolore da prefica, che seppur reale deve però celebrarsi in uno strazio per segnalare a chi ha ucciso: fermatevi. Questo è il massimo dolore possibile. Se hanno ammazzato il marito e l'hanno fatto in maniera pulita, c'è quasi da ringraziare. Non si toccheranno i parenti e non hanno fatto carneficine. Non è neanche arrabbiata la vedova: "E con chi devo essere arrabbiata? Non posso essere arrabbiata. Posso solo pregare per loro e basta. Come prego per mio marito, prego per loro. Io sono cattolica, vado in chiesa". Sembra essere tornati a vent'anni fa. Ci si giustifica dietro il dichiararsi religiosi come se la religione imponesse la rassegnazione, e il conforto dovesse coincidere con la resa.

Questo video ha fatto emergere tutte le contraddizioni del Paese. Ha avuto tutta l'attenzione mediatica, ma un'altra volta non ha suscitato il minimo dibattito politico. La criminalità fa notizia e fa scandalo, ancora più quando passa per un filmato vero, ma tutto questo rischia di rimanere fumo negli occhi se nessuno vuole affrontare i suoi risvolti meno crudeli e spettacolari che non sono soltanto di ordine pubblico. La politica non intende interrogarsi su se stessa e sui meccanismi che tengono in ostaggio almeno un terzo del Paese. Allora l'esecuzione in diretta mandata in onda serve a poco. Se non vuole rinnovarsi, prendendosi il rischio di dare spazio a quegli esponenti che a Sud non hanno mai smesso di avversare i poteri criminali e le loro coperture, come si fa a pretendere un cambiamento culturale? Come si fa a immaginare lo sgretolamento di quell'omertà che sembra tipica soltanto della gente del Meridione, quando il disinteresse della politica nazionale non fa altro che farle da eco e a darle ragione?

Omertà non è più soltanto tacere. Ormai è chiaro che omertà è soprattutto non voler sapere. Non sapere, non conoscere, non capire, non prendere posizione, non prendere parte. Questa è la nuova omertà. E con Eduardo De Filippo viene voglia di imprecare le sue frasi. Ci tolgono l'aria, ci negano il diritto alla vita, e noi a forza di ignorare e considerarla cosa da niente, diventiamo tutti niente.

(1 novembre 2009)

sabato 24 ottobre 2009

La camorra alla conquista dei partiti in Campania


ROBERTO SAVIANO


Quando un'organizzazione può decidere del destino di un partito controllandone le tessere, quando può pesare sulla presidenza di una Regione, quando può infiltrarsi con assoluta dimestichezza e altrettanta noncuranza in opposizione e maggioranza, quando può decidere le sorti di quasi sei milioni di cittadini, non ci troviamo di fronte a un'emergenza, a un'anomalia, a un "caso Campania". Ma al cospetto di una presa di potere già avvenuta della quale ora riusciamo semplicemente a mettere insieme alcuni segni e sintomi palesi.

Sembra persino riduttivo il ricorso alla tradizionale metafora del cancro: utile, forse, soprattutto per mostrare il meccanismo parassitario con cui avviene l'occupazione dello Stato democratico da parte di un sistema affaristico-politico-mafioso. Ora che le organizzazioni criminali decidono gli equilibri politici, è la politica ad essere chiamata a dare una risposta immediata e netta. Nicola Cosentino, attuale sottosegretario all'Economia e coordinatore del Pdl in Campania, fino a qualche giorno fa era l'indiscusso candidato alla presidenza della Regione. Nicola Cosentino, detto "o'mericano", è stato indicato da cinque pentiti come uomo organico agli interessi dei Casalesi: tra le deposizioni figurano quelle di Carmine Schiavone, cugino di Sandokan, nonché di Dario de Simone, altro ex capo ma soprattutto uno dei pentiti che si sono rivelati fra i più affidabili al processo Spartacus.

Per ora non ci sono cause pendenti sulla sua testa e le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sono al vaglio della magistratura. Nicola Cosentino si difende affermando di non poter essere accusato della sua nascita a Casal di Principe, né dei legami stretti anni fa da alcuni suoi familiari con esponenti del clan. Però da parte sua sono sempre mancate inequivocabili prese di distanza e questo, in un territorio come quello casertano, sarebbe già stato sufficiente per tenere sotto stretta sorveglianza la sua carriera politica. Invece l'ascesa di Cosentino non ha trovato ostacoli: da coordinatore provinciale a coordinatore regionale, da candidato alla Provincia di Caserta a sottosegretario dell'attuale governo. E solo ora che aspira alla carica di Governatore, finalmente qualcuno si sveglia e si chiede: chi è Nicola Cosentino? Perché solo ora si accorgono che non è idoneo come presidente di regione?

Perché si è permesso che l'unico sviluppo di questi territori fosse costruire mastodontici centri commerciali (tra cui il Centro Campania, uno dei più grandi al mondo) che sistematicamente andavano ad ingrassare gli affari dei clan. Come ha dichiarato il capo dell'antimafia di Napoli Cafiero de Raho "è stato accertato che sarebbe stato imposto non solo il pagamento di tangenti per 450 mila euro (per ogni lavoro ndr) ma anche l'affidamento di subappalti in favore di ditte segnalate da Pasquale Zagaria". Lo stesso è accaduto con Ikea, che come denunciato al Senato nel 2004 è sorto su un terreno già confiscato al capocamorra Magliulo Vincenzo, e viene dallo Stato ceduto ad una azienda legata ai clan. Nulla può muoversi se il cemento dei clan non benedice ogni lavoro.

Secondo Gaetano Vassallo, il pentito dei rifiuti facente parte della fazione Bidognetti, Cosentino insieme a Luigi Cesaro, altro parlamentare Pdl assai potente, in zona controllava per il clan il consorzio Eco4, ossia la parte "semilegale" del business dell'immondizia che ha già chiesto il tributo di sangue di una vittima eccellente: Michele Orsi, uno dei fratelli che gestivano il consorzio, viene freddato a giugno dell'anno scorso in centro a Casal di Principe, poco prima che fosse chiamato a testimoniare a un processo. Il consorzio operava in tutto il basso casertano sino all'area di Mondragone dove sarebbe invece - sempre secondo il pentito Gaetano Vassallo - Cosimo Chianese, il fedelissimo di Mario Landolfi, ex uomo di An, a curare gli interessi del clan La Torre. Interessi che riguardano da un lato ciò che fa girare il danaro: tangenti e subappalti, nonché la prassi di sversare rifiuti tossici in discariche destinate a rifiuti urbani, finendo per rivestire di un osceno manto legale l'avvelenamento sistematico campano incominciato a partire dagli anni Novanta. Dall'altro lato assunzioni che garantiscono voti ossia stabilizzano il consenso e il potere politico.

Districare i piani è quasi impossibile, così come è impossibile trovare le differenze tra economia legale e economia criminale, distinguere il profilo di un costruttore legato ai clan ed un costruttore indipendente e pulito. Ed è impossibile distinguere fra destra e sinistra perché per i clan la sola differenza è quella che passa tra uomini avvicinabili, ovvero uomini "loro", e i pochi, troppo pochi e sempre troppo deboli esponenti politici che non lo sono. E, infine, è pura illusione pensare che possa esistere una gestione clientelare "vecchia maniera", ossia fondata certo su favori elargiti su larga scala, ma aliena dalla contaminazione con la camorra. Per quanto Clemente Mastella possa dichiarare: "Io non ho nessuna attinenza con i clan e vivo in una provincia dove questo fenomeno non c'è, o almeno non c'era fino a poco fa", sta di fatto che un filone dell'inchiesta sullo scandalo che ha investito lui, la sua famiglia e il suo partito sia ora al vaglio dell'Antimafia. I pubblici ministeri starebbero indagando sul business connesso alla tutela ambientale; si ipotizza il coinvolgimento oltre che degli stessi Casalesi anche del clan Belforte di Marcianise. Il tramite di queste operazioni sarebbe Nicola Ferraro, anch'egli nativo di Casal di Principe, consigliere regionale dell'Udeur, nonché segretario del partito in Campania. Di Ferraro, imprenditore nel settore dei rifiuti, va ricordato che alla sua azienda fu negato il certificato antimafia; ciò non gli ha impedito di fare carriera in politica. E questo è un fatto.

Di nuovo, non è l'aspetto folkloristico, la Porsche Cayenne comprata dal figlio di Mastella Pellegrino da un concessionario marcianisano attualmente detenuto al 416-bis, a dover attirare l'attenzione. L'aspetto più importante è vedere cos'è stato il sistema Mastella - un sistema che per trent'anni ha rappresentato la continuità della politica feudale meridionale - e che cosa è divenuto. Oggi, persino se le indagini giudiziarie dovessero dare esiti diversi, non si può fingere di non vedere che Ceppaloni confina con Casal di Principe o vi si sovrappone. E il nome di Casale qui non ha valenza solo simbolica, ma è richiamo preciso alla più potente, meglio organizzata e meglio diversificata organizzazione criminale della regione.

Per la camorra - abbiamo detto - destra e sinistra non esistono. Il Pd dovrebbe chiedersi, ad esempio, come è possibile che in un solo pomeriggio a Napoli aderiscano in seimila. Chi sono tutti quei nuovi iscritti, chi li ha raccolti, chi li ha mandati a fare incetta di tessere? Da chi è formata la base di un partito che a Napoli e provincia conta circa 60.000 tesserati, 10.000 in provincia di Caserta, 12.000 in quella di Salerno, 6.000 ciascuno nelle restanti province di Avellino e Benevento? Chiedersi se è normale che il solo casertano abbia più iscritti dell'intera Lombardia, se non sia curioso che in alcuni comuni alle recenti elezioni provinciali, i voti effettivamente espressi in favore del partito erano inferiori al numero delle tessere. Perché la dirigenza del Pd non è intervenuta subito su questo scandalo?

Che razza di militanti sono quelli che non vanno a votare, o meglio: vanno a votare solo laddove il loro voto serve? E quel che serve, probabilmente, è il voto alle primarie, soprattutto nella prima ipotesi che fosse accessibile solo ai membri tesserati. Questo è il sospetto sempre più forte, mentre altri fatti sono certezza. Come la morte di Gino Tommasino, consigliere comunale Pd di Castellammare di Stabia, ucciso nel febbraio dell'anno scorso da un commando di cui faceva parte anche un suo compagno di partito. O la presenza al matrimonio della nipote del ex boss Carmine Alfieri del sindaco di Pompei Claudio d'Alessio.

L'unica cosa da fare è azzerare tutto. Azzerare le dirigenze, interrompere i processi di selezione in corso, sia per la candidatura alla Regione che per le primarie del Pd, all'occorrenza invalidare i risultati. Non è più pensabile lasciare la politica in mano a chi la svende a interessi criminali o feudali. Non basta più affidare il risanamento di questa situazione all'azione del potere giudiziario. Non basterebbe neppure in un Paese in cui la magistratura non fosse al centro di polemiche e i tempi della giustizia non fossero lunghi come nel nostro. È la politica, solo la politica che deve assumersi la responsabilità dei danni che ha creato. Azzerare e non ricandidare più tutti quei politici divenuti potenti non sulle idee, non su carisma, non sui progetti ma sulle clientele, sul talento di riuscire a spartire posti e quindi ricevere voti.

Mentre la politica si disinteressava della mafia, la mafia si è interessata alla politica cooptandola sistematicamente. Ieri a Casapesenna, il paese di Michele Zagaria, è morto un uomo, un politico, il cui nome non è mai uscito dalle cronache locali. Si chiamava Antonio Cangiano, nel 1988 era vicesindaco e si rifiutò di far vincere un appalto a un'impresa legata al clan. Per questo gli tesero un agguato. Lo colpirono alla schiena, da dietro, in quattro, in piazza: non per ucciderlo ma solo per immobilizzarlo, paralizzarlo. Tonino Cangiano ha vissuto ventun'anni su una sedia a rotelle, ma non si è mai piegato. Non si è nemmeno perso d'animo quando tre anni fa coloro che riteneva responsabili di quel supplizio sono stati assolti per insufficienza di prove.

Se la politica, persino la peggiore, non vuole rassegnarsi ad essere mero simulacro, semplice stampella di un'altra gestione del potere, è ora che corra drasticamente ai ripari. Per mero istinto di sopravvivenza, ancora prima che per "questione morale". Non è impossibile. O testimonia l'immagine emblematica e reale di Tonino che negli anni aveva dovuto subire numerosi e dolorosi interventi terminati con l'amputazione delle gambe, un corpo dimezzato, ma il cui pensiero, la cui parola, la cui voglia di lottare continuava a prendersi ogni libertà di movimento. Un uomo senza gambe che cammina dritto e libero, questo è oggi il contrario di ciò che rappresentano il Sud e la Campania. È ciò da cui si dovrebbe finalmente ricominciare.

(24 ottobre 2009)

venerdì 16 ottobre 2009

Io, la mia scorta e il senso di solitudine


di ROBERTO SAVIANO


"LO VEDI, stanno iniziando ad abbandonarci. Lo sapevo". Così il mio caposcorta mi ha salutato ieri mattina. Il dolore per la protezione che cercano di farmi pesare, di farci pesare, era inevitabile. La sensazione di solitudine dei sette uomini che da tre anni mi proteggono mi ha commosso. Dopo le dichiarazioni del capo della mobile di Napoli che gettano discredito sul loro sacrificio, che mettono in dubbio le indagini della Dda di Napoli e dei Carabinieri, la sensazione che nella lotta ai clan si sia prodotta una frattura è forte.

Non credo sia salutare spaccare in due o in più parti un fronte che dovrebbe mostrarsi, e soprattutto sentirsi, coeso. Società civile, forze dell'ordine, magistratura. Ognuno con i suoi ruoli e compiti. Ma uniti. Purtroppo riscontro che non è così. So bene che non è lo Stato nel suo complesso, né le figure istituzionali che stanno al suo vertice a voler far mancare tale impegno unitario. Sono grato a chi mi ha difeso in questi anni: all'arma dei Carabinieri che in questi giorni ha mantenuto il silenzio per rispetto istituzionale ma mi ha fatto sentire un calore enorme dicendomi "noi ci saremo sempre".

Mi ha difeso l'Antimafia napoletana attraverso le dichiarazioni dei pm Federico Cafiero De Raho, Franco Roberti, Raffaele Cantone. Mi ha difeso il capo della Polizia Antonio Manganelli con le sue rassicurazioni e la netta smentita di ciò che era stato detto da un funzionario. Mi ha difeso il mio giornale. Mi hanno difeso i miei lettori.

Ma uno sgretolamento di questa compattezza è malgrado tutto avvenuto e un grande quotidiano se ne è fatto portavoce. Ciò che dico e scrivo è il risultato spesso di diversi soggetti, di cui le mie parole si fanno portavoce. Ma si cerca di rompere questa nostra alleanza, insinuando "tanti lavorano nell'ombra senza riconoscimento mentre tu invece...". Chi fa questo discorso ha un unico scopo, cercare di isolare, di interrompere il rapporto che ha permesso in questi anni di portare alla ribalta nazionale e internazionale molte inchieste e realtà costrette solo alla cronaca locale.

Sento di essere antipatico ad una parte di Napoli e ad una parte del Paese, per ciò che dico per come lo dico per lo spazio mediatico che cerco di ottenere. Sono fiero di essere antipatico a questa parte di campani, a questa parte di italiani e a molta parte dei loro politici di riferimento. Sono fiero di star antipatico a chi in questi giorni ha chiamato le radio, ha scritto sui social forum "finalmente qualcuno che sputa su questo buffone". Sono fiero di star antipatico a queste persone, sono fiero di sentire in loro bruciare lo stomaco quando mi vedono e ascoltano, quando si sentono messi in ombra. Non cercherò mai i loro favori, né la loro approvazione. Sono sempre stato fiero di essere antipatico a chi dice che la lotta alla criminalità è una storia che riguarda solo pochi gendarmi e qualche giudice, spesso lasciandoli soli.

Sono sempre stato fiero di essere antipatico a quella Napoli che si nasconde dietro i musei, i quadri, la musica in piazza, per far precipitare il decantato rinascimento napoletano in un medioevo napoletano saturo di monnezza e in mano alle imprenditorie criminali più spietate. Sono sempre stato antipatico a quella parte di Napoli che vota politici corrotti fingendo di credere che siano innocui simpaticoni che parlano in dialetto. Sono sempre stato fiero di risultare antipatico a chi dice: "Si uccidono tra di loro", perché contiamo troppe vittime innocenti per poter continuare a ripetere questa vuota cantilena.

Perché così permettiamo all'Italia e al resto del mondo di chiamarci razzisti e vigliacchi se non prestiamo soccorso a chi tragicamente intercetta proiettili non destinati a lui. Come è accaduto a Petru Birladeanu, il musicista ucciso il 26 maggio scorso nella stazione della metropolitana di Montesanto che non è stato soccorso non per vigliaccheria, ma per paura.
Sono sempre stato fiero di risultare antipatico a chi mal sopporta che vada in televisione o sulle copertine dei giornali, perché ho l'ambizione di credere che le mie parole possano cambiare le cose se arrivano a molti.

E serve l'attenzione per aggregare persone. Sarò sempre fiero di avere questo genere di avversari. I più disparati, uniti però dal desiderio che nulla cambi, che chi alza la testa e la voce resti isolato e venga spazzato via com'è successo già troppe volte. Che chi "opera" sulle vicende legate alla criminalità organizzata e all'illegalità in generale, continui a farlo, ma in silenzio, concedendo giusto quell'attenzione momentanea che sappia sempre un po' di folklore. E se percorriamo a ritroso gli ultimi trent'anni del nostro Paese, come non ricordare che Peppino Impastato, Giuseppe Fava e Giancarlo Siani - esposti molto più di me e che prima di me hanno detto verità ora alla portata di tutti - hanno pagato con la vita la loro solitudine. E la volontà di volerli ridurre, in vita, al silenzio.

Sono sempre stato fiero, invece, di essere stato vicino a un'altra parte di Napoli e del Sud. Quella che in questi anni ha approfittato della notorietà di qualcuno emerso dalle sue fila per dar voce al proprio malessere, al proprio impegno, alle proprie speranze. Molti di loro mi hanno accolto con diffidenza, una diffidenza che a volte ha lasciato il posto a stima, altre a critiche, ma leali e costruttive. Sono fiero che a starmi vicino siano stati i padri gesuiti che mi hanno accolto, le associazioni che operano sul territorio con cui abbiamo fatto fronte comune e tante, tantissime persone singole.

Sono fiero che a starmi vicino sia soprattutto chi, ferocemente deluso dal quindicennio bassoliniano, cerca risposte altrove, sapendo che dalla politica campana di entrambe le parti c'è poco da aspettarsi. Sono sempre stato fiero che vicino a me ci siano tutti quei campani che non ne possono più di morire di cancro e vedere che a governare siano arrivati politici che negli anni hanno sempre spartito i propri affari con le cosche. Facendo, loro sì, soldi e carriera con i rifiuti e col cemento, creando intorno a sé un consenso acquistato con biglietti da cento euro.

È stato doloroso vedere infrangersi un fronte unico, costruito in questi anni di costante impegno, che aveva permesso di mantenere alta l'attenzione sui fatti di camorra. È stato sconcertante vedere persone del tutto estranee alla mia vicenda esprimere giudizi sulla legittimità della mia scorta. La protezione si basa su notizie note e riservate che, deontologia vuole, non vengano rese pubbliche. Sono stato costretto a mostrare le ferite, a chiedere a chi ha indagato di poter rendere pubblico un documento in cui si parla esplicitamente di "condanna a morte". Cose che a un uomo non dovrebbero mai essere chieste.

Ho dovuto esibire le prove dell'inferno in cui vivo. Ho esibito, come richiesto, la giusta causa delle minacce. Sento profondamente incattivito il territorio, incarognito. Gli uni con gli altri pronti a ringhiarsi dietro le spalle. Molti hanno iniziato a esprimere la propria opinione non conoscendo fatti, non sapendo nulla. Vomitando bile, opinioni qualcuno addirittura ha detto "c'è una sentenza del Tribunale che si è espressa contro la scorta". I tribunali non decidono delle scorte, perché tante bugie, idiozie, falsità? Addirittura i sondaggi online che chiedevano se era giusto o meno darmi la scorta.

Quanto piacere hanno avuto i camorristi, il loro mondo, lì ad osservare questo sputare ognuno nel bicchiere dell'altro? Dal momento in cui mi è stata assegnata una protezione, della mia vita ha legittimamente e letteralmente deciso lo Stato Italiano. Non in mio nome, ma nel nome proprio: per difendere se stesso e i suoi principi fondamentali. Tutte le persone che lavorano con la parola e sono scortate in Italia, sono protette per difendere un principio costituzionale: la libertà di parola. Lo Stato impone la difesa a chi lotta quotidianamente in strada contro le organizzazioni criminali. Lo Stato impone la difesa a magistrati perché possano svolgere il loro lavoro sapendo che la loro incolumità fa una grande differenza.

Lo Stato impone la difesa a chi fa inchieste, a chi scrive, a chi racconta perché non può permettere che le organizzazioni criminali facciano censura. In questi anni, attaccarmi come diffamatore della mia terra, cercare di espormi sempre di più parlando della mia sicurezza, è un colpo inferto non a me, ma allo stato di salute della nostra democrazia e a tutte le persone che vivono la mia condizione. Sento questo odio silenzioso che monta intorno a me crea consenso in molte parti
Sta cercando il consenso di certa classe dirigente del Sud che con il solito cinismo bilioso considera qualunque tentativo di voler rendere se non migliore, almeno consapevole la propria terra, una strategia per fare soldi o carriera.

Ma mi viene chiesta anche l'adesione a un "codice deontologico", come ha detto il capo della Mobile di Napoli, il rispetto delle regole. Quali regole? Io non sono un poliziotto, né un carabiniere, né un magistrato. Le mie parole raccontano, non vogliono arrestare, semmai sognano di trasformare. E non avrò mai "bon ton" nei confronti delle organizzazioni criminali, non accetterò mai la vecchia logica del gioco delle parti fra guardie e ladri. I camorristi sanno che alcuni di loro verranno arrestati, le forze dell'ordine sanno in che modo gestire gli arresti che devono fare.

Lo hanno sempre detto a me, ora sono io a ribadirlo: a ognuno il suo ruolo. La battaglia che porto avanti come scrittore è un'altra. È fondata sul cambiamento culturale della percezione del fenomeno, non nel rubricarlo in qualche casellario giudiziario o considerarlo principalmente un problema di ordine pubblico.

Continuare a vivere in una situazione così è difficile, ma diviene impossibile se iniziano a frapporsi persone che tentano di indebolire ciò che sino a ieri era un'alleanza importante, giusta e necessaria. So che è molto difficile vivere la realtà campana, ma c'è qualcuno che ci riesce con tranquillità. Io non ho mai avuto detenuti che mi salutassero dalle celle, né me ne sarei mai vantato, anzi, pur facendo lo scrittore, ho ricevuto solo insulti. Qualcuno dice a Napoli che è riuscito a fare il poliziotto riuscendo a passeggiare liberamente con moglie e figli senza conseguenze. Buon per lui che ci sia riuscito. Io non sono riuscito a fare lo scrittore riuscendo a passeggiare liberamente con la mia famiglia. Un giorno ci riuscirò lo giuro.

martedì 14 aprile 2009

La ricostruzione a rischio clan ecco il partito del terremoto


di ROBERTO SAVIANO

L'AQUILA - "Non permetteremo che ci siano speculazioni, scrivilo. Dillo forte che qui non devono neanche pensarci di riempirci di cemento. Qui decideremo noi come ricostruire la nostra terra...". Al campo rugby mi dicono queste parole. Me le dicono sul muso. Naso vicino al naso, mi arriva l'alito. Le pronuncia un signore che poi mi abbraccia forte e mi ringrazia per essere lì. Ma la sua paura non è finita con il sisma.

La maledizione del terremoto non è soltanto quel minuto in cui la terra ha tremato, ma ciò che accadrà dopo. Gli interi quartieri da abbattere, i borghi da restaurare, gli alberghi da ricostruire, i soldi che arriveranno e rischieranno non solo di rimarginare le ferite, ma di avvelenare l'anima. La paura per gli abruzzesi è quella di vedersi spacciare come aiuto una speculazione senza limiti nata dalla ricostruzione.
Qui in Abruzzo mi è tornata alla mente la storia di un abruzzese illustre, Benedetto Croce, nato proprio a Pescasseroli che ebbe tutta la famiglia distrutta in un terremoto. "Eravamo a tavola per la cena io la mamma, mia sorella ed il babbo che si accingeva a prendere posto. Ad un tratto come alleggerito, vidi mio padre ondeggiare e subito in un baleno sprofondare nel pavimento stranamente apertosi, mia sorella schizzare in alto verso il tetto. Terrorizzato cercai con lo sguardo mia madre che raggiunsi sul balcone dove insieme precipitammo e io svenni". Benedetto Croce rimase sepolto fino al collo nelle pietre. Per molte ore il padre gli parlava, prima di spegnersi. Si racconta che il padre gli ripeteva una sola e continua raccomandazione "offri centomila lire a chi ti salva".

Gli abruzzesi sono stati salvati da un lavoro senza sosta che nega ogni luogo comune sull'italianità pigra o sull'indifferenza al dolore. Ma il prezzo da pagare per questa regione potrebbe essere altissimo, ben oltre le centomila lire del povero padre di Benedetto Croce. Il terrore di ciò che è accaduto all'Irpinia quasi trent'anni fa, gli sprechi, la corruzione, il monopolio politico e criminale della ricostruzione, non riesce a mitigare l'ansia di chi sa cosa è il cemento, cosa portano i soldi arrivati non per lo sviluppo ma per l'emergenza. Ciò che è tragedia per questa popolazione per qualcuno invece diviene occasione, miniera senza fondo, paradiso del profitto. Progettisti, geometri, ingegneri e architetti stanno per invadere l'Abruzzo attraverso uno strumento che sembra innocuo ma è proprio da lì che parte l'invasione di cemento: le schede di rilevazione dei danni patiti dalle case. In questi giorni saranno distribuite agli uffici tecnici comunali di tutti i capoluoghi d'Abruzzo. Centinaia di schede per migliaia di ispezioni. Chi avrà in mano quel foglio avrà la certezza di avere incarichi remunerati benissimo e alimentati da un sistema incredibile.

"Più il danno si fa grave in pratica, più guadagni", mi dice Antonello Caporale. Arrivo in Abruzzo con lui, è un giornalista che ha vissuto il terremoto dell'Irpinia, e la rabbia da terremotato non te la togli facilmente. Per comprendere ciò che rischia l'Abruzzo si deve partire proprio da lì, dal sisma di 29 anni fa, da un paese vicino Eboli. "Ad Auletta - dice il vicesindaco Carmine Cocozza - stiamo ancora liquidando le parcelle del terremoto. Ogni centomila euro di contributo statale l'onorario tecnico globale è di venticinquemila". Ad Auletta quest'anno il governo ha ripartito ancora somme per il completamento delle opere post sisma: 80 milioni di euro in tutto. "Il mio comune ne ha ricevuti due milioni e mezzo. Serviranno a realizzare le ultime case, a finanziare quel che è rimasto da fare". Difficile immaginare che dopo 29 anni ancora arrivino soldi per la ristrutturazione ma è ciò che spetta ai tecnici: il 25 per cento del contributo. Ci si arriva calcolando le tabelle professionali, naturalmente tutto è fatto a norma di legge. Costi di progettazione, di direzione lavori, oneri per la sicurezza, per il collaudatore. Si sale e si sale. Le visite sono innumerevoli. Il tecnico dichiara e timbra. Il comune provvede solo a saldare.

Il rischio della ricostruzione è proprio questo. Aumenta la perizia del danno, aumentano i soldi, gli appalti generano subappalti e ciclo del cemento, movimento terre, ruspe, e costruzioni attireranno l'avanguardia delle costruzioni in subappalto in Italia: i clan. Le famiglie di camorra, di mafia e di 'ndrangheta qui ci sono sempre state. E non solo perché nelle carceri abruzzesi c'è il gotha dei capi della camorra imprenditrice. Il rischio è proprio che le organizzazioni arrivino a spartirsi in tempo di crisi i grandi affari italiani. Ad esempio: alla 'ndrangheta l'Expo di Milano, e alla camorra la ricostruzione in subappalto d'Abruzzo.

L'unica cosa da fare è la creazione di una commissione in grado di controllare la ricostruzione. Il presidente della Provincia Stefania Pezzopane e il sindaco de L'Aquila Massimo Cialente sono chiari: "Noi vogliamo essere controllati, vogliamo che ci siano commissioni di controllo...". Qui i rischi di infiltrazioni criminali sono molti. Da anni i clan di camorra costruiscono e investono. E per un bizzarro paradosso del destino proprio l'edificio dove è rinchiusa la maggior parte di boss investitori nel settore del cemento, ossia il carcere de L'Aquila (circa 80 in regime di 416 bis) è risultato il più intatto. Il più resistente.

I dati dimostrano che la presenza dell'invasione di camorra nel corso degli anni è enorme. Nel 2006 si scoprì che l'agguato al boss Vitale era stato deciso a tavolino a Villa Rosa di Martinsicuro, in Abruzzo. Il 10 settembre scorso Diego Leon Montoya Sanchez, il narcotrafficante inserito tra i dieci most wanted dell'Fbi aveva una base in Abruzzo. Nicola Del Villano, cassiere di una consorteria criminal-imprenditoriale degli Zagaria di Casapesenna era riuscito in più occasioni a sfuggire alla cattura e il suo rifugio era stato localizzato nel Parco nazionale d'Abruzzo, da dove si muoveva, liberamente. Gianluca Bidognetti si trovava qui in Abruzzo quando la madre decise di pentirsi.
L'Abruzzo è divenuto anche uno snodo per il traffico dei rifiuti, scelto dai clan per la scarsa densità abitativa di molte zone e la disponibilità di cave dismesse. L'inchiesta Ebano fatta dai carabinieri dimostrò che alla fine degli anni '90 vennero smaltite circa 60.000 tonnellate di rifiuti solidi urbani provenienti dalla Lombardia. Finiva tutto in terre abbandonate e cave dismesse in Abruzzo. Dietro tutto questo, ovviamente i clan di camorra.

Sino ad oggi L'Aquila non ha avuto grandi infiltrazioni. Proprio perché mancava la possibilità di grandi affari. Ma ora si apre una miniera per le imprese. La solidarietà per ora fa argine ad ogni tipo di pericolo. Al campo del Paganica Rugby mi mostrano i pacchi arrivati da tutte le squadre di rugby d'Italia e i letti allestiti da rugbisti e volontari. Qui il rugby è lo sport principale, anzi lo sport sacro. Ed è infatti la palla ovale che alcuni ragazzi si lanciano in passaggi ai lati delle tende, che mi passa sulla testa appena entro. Ed è dal rugby che in questo campo sono arrivati molti aiuti. La resistenza di queste persone è la malta che unisce volontari e cittadini. È quando ti rimane solo la vita e nient'altro che comprendi il privilegio di ogni respiro. Questo è quello che cercano di raccontarmi i sopravvissuti.

Il silenzio de L'Aquila spaventa. La città evacuata a ora di pranzo è immobile. Non capita mai di vedere una città così. Pericolante, piena di polvere. L'Aquila in queste ore è sola. I primi piani delle case quasi tutti hanno almeno una parte esplosa.
Avevo un'idea del tutto diversa di questo terremoto. Credevo avesse preso soltanto il borgo storico, o le frazioni più antiche. Non è così. Tutto è stato attraversato dalla scossa. Dovevo venire qui. E il motivo me lo ricordano subito: "Te lo sei ricordato che sei un aquilano..." mi dicono. L'Aquila fu una delle prime città anni fa a darmi la cittadinanza onoraria. E qui se lo ricordano e me lo ricordano, come un dovere: presidiare quello che sta accadendo, raccontarlo. Tenere memoria. Mi fermo davanti alla Casa dello studente. In questo terremoto sono morti giovani e anziani. Quelli che a letto si sono visti crollare il soffitto addosso o sprofondare nel vuoto e quelli che hanno cercato di scappare per le scale, l'ossatura più fragile del corpo d'un palazzo.

I vigili del fuoco mi fanno entrare ad Onna. Sono fortunato, mi riconoscono, e mi abbracciano. Sono sporchi di polvere e soprattutto fango. Non amano che si ficchino i giornalisti dappertutto : "Poi li devo andare a pescare che magari cade un soffitto e rimangono incastrati" mi dice un ingegnere romano Gianluca che mi fa un regalo che avrebbe fatto impazzire qualsiasi bambino, un elmetto rosso fuoco dei Vigili. Onna non esiste più. Il termine macerie è troppo usato. È come se non significasse più nulla. Mi segno sulla moleskine gli oggetti che vedo. Un lavabo finito a terra, un libro fotocopiato, un passeggino, ma soprattutto lampadari, lampadari, lampadari. In verità è quello che non vedi mai fuori da una casa. E invece qui vedi ovunque lampadari. I più fragili, gli oggetti che per primi hanno dato spesso inutilmente l'allarme del terremoto. È una vita ferma e crollata. Mi portano davanti la casa dove è morta una bambina. I vigili del fuoco sanno ogni cosa. "Questa casa vedi, era bella, sembrava ben fatta, invece era costruita su fondamente vecchie". Si è fatto poco per controllare...

La dignità estrema di queste persone me la raccontano i vigili del fuoco: "Nessuno ci chiede niente. È come se per loro bastasse essere rimasti in vita. Un vecchietto mi ha detto: mi puoi chiudere le finestre sennò entra la polvere. Io sono andato ho chiuso le finestre ma alla casa mancano tetto e due pareti. Qui alcuni non hanno ancora capito cosa è stato il terremoto".
Franco Arminio uno dei poeti più importanti di questo paese, il migliore che abbia mai raccontato il terremoto e ciò che ha generato scrive in una sua poesia: "Venticinque anni dopo il terremoto dei morti sarà rimasto poco. Dei vivi ancora meno". Siamo ancora in tempo perché in Abruzzo questo non accada. Non permettere che la speculazione vinca come sempre successo in passato è davvero l'unico omaggio vero, concreto, ai caduti di questo terremoto, uccisi non dalla terra che trema ma dal cemento.

14 APRILE 2009

venerdì 26 dicembre 2008

Io, Saviano e la passione per il Big Mac

IL CORRIERE DELLA SERA
di ALESSANDRO PIPERNO


Due cupi corazzati macchinoni di grossa cilindrata dall’aria circospetta mi attendono sotto casa. Un paio di uomini mi fanno accomodare con garbo riluttante nella vettura in testa al convoglio. All’interno il tepore ovattato di un ascensore è reso spigoloso da un uomo che bisbiglia nel microfono che gli spunta dal bavero della giacca.

L’impressione di irrealtà svanisce quando Roberto Saviano mi rivolge un suo tipico «E allora? » farcito dall’ironico incurvarsi del sopracciglio. E io — che sono smarrito come un bimbo rapito dai marziani — non trovo di meglio che replicare: «E allora, eccoci qua».

Non appena l’auto entra in uno stretto parcheggio ha inizio una danza il cui effetto è quello di teletrasportarci dentro al salone di un ristorante (preventivamente svuotato per noi). Non è la prima volta che mi accade di constatare la materna premura con cui la scorta tratta Saviano. Uomini posati la cui età oscilla tra i trentadue anni del più giovane (unico celibe e senza figli) e i cinquanta di quello seduto accanto a Saviano. Ragioni di sicurezza mi impediscono di dichiarare le generalità di quest’ultimo ma non di ricordare il suono della voce che sembra provenire dal fondo di una caverna rinfrescata da un umido effluvio di limoni. Mi parla di quanto sia complicato guidare un auto che pesa quattro volte più del normale. Nota che guardo la grande sacca dietro di lui da cui spunta un massiccio mitragliatore: «È uno Spas-12 perfetto per sedare le sommosse. Siamo ben equipaggiati. Se ci attaccano sappiamo come reagire». L’incubo è un altro: un’intercettazione parlava dell’acquisto di una cinquantina di chili di tritolo. Finché tutto quell’esplosivo non verrà fuori dormiranno un po’ meno tranquilli.

Un paio di estati fa trascorsi una settimana di vacanza con Saviano in una località balneare. Ricordo che non avevo tratto una forte impressione dalla scorta che gli avevano affidato. C’era un che di eccessivamente esaltato nel contegno di quei ragazzi. Tutto il contrario di questi qui. La cui professionalità sembra esprimersi nel modo dimesso, quasi ironico, di svolgere le mansioni. Sebbene il cameratismo s’incentri sulla condivisione di un destino che potrebbe rivelarsi tragico, il tono della discussione ostenta la leggerezza tipica di chi ha bisogno di esorcizzare.

«Quando uscì la notizia che volevano farci saltare in aria sulla Roma-Napoli» dice Saviano «la reazione dei ragazzi fu quella di correre ancora più forte. Da casello a casello in quarantacinque minuti».

«Più corri più li induci all’errore» chiarisce il mio vicino di sedia.

«Dopo quella cazzo di notizia mia moglie per la prima volta mi ha chiesto spiegazioni. Era terrorizzata ».

«Invece mia moglie ci scherzò su: "Insomma per Natale vi vogliono fare il pacco regalo"». «Una volta lessi che un killer era entrato in un locale e aveva chiesto: "Chi è che si chiama Gennaro?". Il tizio che rispose: "Io" si beccò una bella pallottola in fronte. All’epoca lavoravo con un giudice e gli dissi: "Senta, dotto’, se qualcuno ci chiede se c’è uno che si chiama Andrea, la prego, faccia rispondere me"».

Il ribollire d’una discussione così spiritosamente macabra non mi ha impedito di notare una stranezza. Un attimo dopo l’arrivo in tavola di vassoi colmi di diversi tipi di pasta, l’uomo dalla voce cavernosa ha afferrato il piatto di Saviano riempiendolo di un trittico di primi.

Frequento Saviano da un tempo sufficiente per sapere che il suo rapporto con il cibo è complicato come quello dei bambini. Accade che lui ti chiami e ti chieda di andarlo a trovare nella sua tana del momento: «Sono solo. Non mi va di rompere le palle ai ragazzi. Perché prima non passi da un cinese? Va bene anche un Big Mac». La stranezza non è in gusti gastronomici così corrivi. Semmai nel modo con cui Saviano tratta quella sbobba. Mangia con gli occhi più di quanto non faccia con la bocca. Si avventa sul cibo con aria famelica, ma si sazia subito. Si alza in piedi, inizia a parlare e a gesticolare come una marionetta. Ti racconta le abitudini sessuali di qual capomafia, l’ossessione per le ostriche di quel pentito. E lo fa per impressionarti, con aria di sfida, ma anche perché non può farne a meno.

L’ossessione di Saviano per l’universo malavitoso ha origini balzacchiane. Lui si interessa al caleidoscopio criminale con la dedizione di un moralista classico. Tale fissazione è così radicata da aver polarizzato ogni altro interesse: ecco perché Saviano è un ospite straordinario quando t’invita nel suo regno ma non è mai disposto a muovere le chiappe per venire a visitare il tuo. Ciò che non gli somiglia non lo interessa. Puoi condurre la discussione su qualsiasi terreno: sport, politica, sesso… Ma le sue idee su questi argomenti difficilmente superano la soglia del buonsenso. Ma se ti interessa il genio allora ti basta innescare la sua monomania. Intanto il resto finisce con l’annoiarlo. Le proposte sessuali che riceve tramite My space o Facebook—a prescindere dal sussulto di orgoglio che gli procurano —, o le attempate signore bene che gli si offrono, non lo avvincono più degli spring rolls o dei Big Mac. Non c’è uomo più immune da istinti edonisti di Roberto Saviano.

Anni fa Mario Desiati, all’epoca segretario di redazione di Nuovi Argomenti nonché scout della Mondadori, mi fece leggere un racconto-reportage sulla malavita campana scritto da un certo Roberto Saviano. Poco più che ventenne aveva pubblicato qualche articolo molto tosto e documentato su Lo straniero e su Nazione indiana. A Mario sfuggì un commento tipo: «È una forza della natura ma anche un kamikaze. Bisogna tenerlo d’occhio». Non capii se alludesse al suo destino editoriale o alla sua incolumità. Come pensare che solo pochi anni dopo le due dimensioni—quella artistica e quella legata alla sicurezza—si sarebbero così inestricabilmente intrecciate? Il nostro incontro avvenne qualche settimana dopo, in occasione della presentazione del mio libro organizzata dai miei zii napoletani al Circolo Canottieri. Ed eccolo lì, dove non te lo aspetti, in fondo alla solenne club house con le finestre aperte su spicchi di cobalto. Eccolo lì, splendidamente inadeguato, con jeans da teddy boy, scarpe da ginnastica e occhi dipinti di fresco da qualche allievo di Luca Giordano. Eccolo lì, impantanato in tutta la sua goffaggine sociale. Sebbene Saviano fosse il prodotto di un milieu borghese, era evidente il suo disagio in un contesto mondano. Andammo a prenderci un caffé. Così entrai per la prima volta in contatto con l’arcipelago-Saviano. Camminammo un po’ per Piazzale dei Martiri, ci inerpicammo lungo Via dei mille. Non c’era cinema, né negozio, né ristorante che non custodisse un retroscena malavitoso. Come se il mondo che credevo di conoscere non fosse altro che la presentabile calcomania di un universo popolato di spettri. Capii subito che Saviano apparteneva a quel genere di scrittori per cui la bellezza dorme acquattata sotto spessi strati di immondizia.

Il fatto ragguardevole è che l’enorme risonanza planetaria che il lavoro di Saviano ha frattanto ottenuto non ha in alcun modo alterato il suo sguardo. Ora è certo più scaltro, più vanitoso, più navigato, più guardingo (chi non lo sarebbe al suo posto?), ma il suo sistema solare continua a girare intorno alla stella mefitica da cui è letteralmente tormentato. La sua mente è sollecitata dalla geometrica perfezione dalle strutture criminali. Una vocazione che gli ha consentito di tradurre la dietrologia in un efficacissimo strumento conoscitivo privato del quale si sentirebbe nudo e improtetto. L’ironia è che il suo desiderio di proteggersi abbia finito con il renderlo uno dei dead man walking più protetti del pianeta!

«Quando all’estero mi affidano una scorta» mi dice ridendo «la prima cosa che faccio è cercare di capire come sono organizzati. Il che mi aiuta a conferire un senso a quello che sta avvenendo, e a prevenire quel che sta per succedere ».

Finché la conversazione tra me e lui si fa più intima: «La fine di un amore. Ecco una cosa che non capisco. Contro la quale mi ribello. Forse perché lì il meccanismo mi sfugge. È come se d’un tratto tutto negasse ciò che hai impiegato del tempo ad accettare. L’esatto contrario del mondo criminale. Fatto di slealtà e tradimenti, ma obbediente a regole precise. Non trovi che la sfera affettiva sia quella che riservi le sorprese peggiori?».

Il desiderio di essere amato, la competizione, la richiesta continua di protezione e di riconoscimenti, la suscettibilità. Tutto questo fa di Saviano un suddito onorario del regno di Edipo. «Mia madre è una donna bella con un carattere da colonnello che si è ammorbidito con gli anni. La mia vita è stata il tentativo di dimostrarle che ero meglio di quello che sembravo. Temo mi considerasse una specie di intellettuale inconcludente ».

Be’, converrete con me che l’encomiabile zelo con cui Roberto Saviano ha voluto dimostrare a una madre così potente di valere qualcosa ha dato frutti fin troppo spettacolari. E tuttavia la mia esperienza personale mi suggerisce che Saviano non si sia emancipato dai riti di quel legame originario. Qualche tempo fa Saviano mi chiese cosa pensassi di un suo articolo. Gli dissi che non era la cosa migliore che avesse scritto. Capii dal tono della voce che quel responso da me pronunciato con tanta leggerezza aveva alterato in modo irreparabile la piega del suo umore.

Casa Saviano. Un vero ossimoro. Da che lo conosco questo è il quarto rifugio in cui mi invita, e d’altra parte ci tiene a dirmi che si tratta di una sistemazione temporanea. A dispetto delle precedenti dimore almeno questa non è angusta né squallida, sebbene egualmente impersonale. Una romantica soffitta all’ultimo piano di un vecchio palazzo. «Che ne dici se apriamo un panettone che mi ha regalato un pasticciere devoto? ».

Non mi stupisce che gli facciano regali votivi. Più di una volta mi è accaduto di constatare il fervore che la vista di Saviano suscita nel prossimo. Quella volta in cui una mamma volle che Saviano toccasse la testa del suo bambino.

Scene del genere mi suscitano ripugnanza, ma anche un fosco divertimento. Le assimilo all’idolatrica devozione a Padre Pio o al culto postumo di Pasolini. Qualcosa di irrimediabilmente italiano che non mi piace. Curioso il modo in cui Saviano assimila il culto di cui è fatto oggetto. Con divertimento direi. Ma anche con una serietà che ti lascia sbigottito. È come se lui intravedesse una relazione tra l’ardore religioso che anima gli altri e la sua percezione di essere in pericolo. Non ho mai conosciuto, per ovvie ragioni, un mio quasi coetaneo che dovesse affrontare quotidianamente l’idea della propria fine. Certe volte sembra quasi che morire è il minimo che la gente si aspetti da lui. Sebbene Saviano abbia un’idea letteraria della propria morte, non ne sottovaluta i lati truculenti tanto meno quelli comici. «Certo, l’idea che un’esplosione mi stacchi una gamba mi fa orrore».

Ricordo quando Saviano mi disse che i casalesi lo volevano eliminare. Era l’autunno del 2006. La notizia stava per divampare. E lui non trovò di meglio che mettersi a piangere di infantile disperazione. Da allora però il suo contegno è cambiato. Il suo umore si è adattato al vertiginoso binario d’una montagna russa impazzita. Ogni tanto annuncia (via sms) che ha un brutto presentimento. Lo chiami e lui non risponde. Altre volte ti spiega con tristezza, come se la cosa non lo riguardasse, che è inutile farsi illusioni, tanto quelli «non dimenticano». Sicché dalla sua enciclopedia dell’orrore stipata di atti criminosi tira fuori un paio di storie istruttive: «Ale, si tratta di persone dotate di una pazienza infinita. Quando tutti si saranno stancati di questa storia, loro agiranno. Te l’ho detto, per i casalesi tutto è cinema. L’happy end è il mio cadavere ».

Il panettone è squisito. Ha il colore giusto: un giallo paglierino dato dall’eccesso di burro. Ma Saviano lo maltratta, piluccando pezzettini di pan di spagna dopo averli separati da uvette e canditi. Ci mettiamo nel piccolo soggiorno. E lui fa la solita fatica a sistemarsi. Si stira, si alza, si risiede. Sembra che stia cercando la soluzione più scomoda per sedersi. Il suo fisico è snodato come quello di una burattino. Fumiamo sigari all’anice e lui mi fa: «Che ne pensi di questa roba del Partito democratico?».

«Delle lezioni di moralità che dovresti impartire ai nuovi dirigenti?».

«Esattamente».

Gli dico che raramente ho sentito una cazzata più ridicola, tendenziosa, demagogica. Gli chiedo se non gli costi essere diventato un’entità politica così influente. Se la responsabilità a cui è tenuto, quel modo di misurare le parole che lo ha reso un’icona bipartisan, non sia una negazione dello spirito kamikaze di Gomorra.

«Se mi abbandonassi, ora che ne ho il potere, a una serie di dichiarazioni di pancia, metterei in pericolo tutto quello che ho raccontato. Ma la responsabilità non inquina la mia operatività. L’articolo in cui fornivo gli indirizzi dei mandanti e degli esecutori degli omicidi dei sei africani mi sembra che rispettasse lo spirito di Gomorra ».

Per dire come il suo libro abbia infettato i miei pensieri gli dico come fino a poco tempo fa quando m’imbattevo nel termine Gomorra pensassi alla Bibbia oppure alla Recherche mentre oggi invece mi ritrovi subito scaraventato a Casal di Principe ma anche in quel fucsia genialmente pop dei cartelloni pubblicitari del film di Garrone. Ride. E continua: «Io sono contro l’economia criminale che considero la vera gorgone del capitalismo contemporaneo. Questa è la mia sola passione politica. E la letteratura naturalmente. Anche se lo sai, m’interessano gli scrittori che usano il sangue al posto dell’inchiostro: Junger, Nizan, Cendrars, Céline».

Il dato affascinante è che una frase come questa che, pronunciata da qualsiasi altro, suonerebbe pretenziosa, sulla bocca di Saviano prenda un suono così vivido. La cosa che gli invidio (almeno dal punto di vista professionale) è l’essersi conquistato sul campo il diritto alla retorica. Sapete com’è: i millenni che ci separano da Omero ci hanno fatto dimenticare, per una questione di buon gusto e per un’idea tutta moderna di autenticità, quanto la retorica sia nutriente per la nostra vita spirituale. Ebbene, tutto quello che Saviano ha fatto fin qui sembra essere al servizio di una strategia: poter pronunciare certe impronunciabili frasi, ingaggiare, con l’aiuto della scorta, un’omerica battaglia contro un branco di assassini. Sapete, l’intercalare che precede tutte le sue proposizioni è «paradossalmente ». Un avverbio che suona come una specie di auto-definizione o come una preventiva richiesta di scuse per l’improbabilità di ciò che sta per narrare.

Ma quando ricaccia fuori la solita solfa degli scrittori che sarebbero tutti «pavidi», perdo le staffe. E gli chiedo se non attribuisca al termine «coraggio» un’accezione un po’ troppo hollywoodiana: «Insomma certe volte si direbbe che dovendo scegliere tra Charles Bronson e Gustave Flaubert getteresti dalla torre quest’ultimo senza pensarci un attimo. In fondo la paralisi nevrotica in cui Kafka viveva gli ha consentito di cogliere la condizione umana in un modo assai più efficace dei tuoi Junger o Nizan del piffero».

«Be’ allora pensa al coraggio di Primo Levi». E anche qui ci troviamo decisamente in disaccordo. Se c’è una cosa che mi tocca della tragedia di Levi è che lui non se l’è andata a cercare. Ce l’hanno trascinato…

Lascio casa Saviano con il senso di vacuità (certo incongruo) di chi abbandona un uomo solo. Il destino è sempre determinato dalle tue scelte, mai dal caso. Parola di Jean-Paul Sartre. Le scale, l’ascensore, l’androne dell’elegante stabile ottocentesco parlano con gli odori e le luci del Natale incipiente. È tardi e fa un freddo orribile. L’eco dei miei passi mi percuote i timpani. L’idea di uscire da quel portone per un attimo (un secondo appena) mi fa rabbrividire. Non ha senso vivere così.

Alessandro Piperno
24 dicembre 2008