Caro Direttore,
ho atteso invano che la segreteria provinciale dell’IdV spendesse una parola in difesa di Antonio Di Pietro e, salvo errori, sul suo quotidiano non ho letto niente.
Per paradosso le critiche, feroci, vengono dall’interno del partito e portano la firma di Luigi De Magistris, Sonia Alfano europarlamentari e Giulio Cavalli consigliere regionale.
A mio giudizio tre beneficati di Antonio Di Pietro.
Luigi De Magistris, relegato a giudice presso il tribunale penale di Napoli sarebbe rimasto nel cono d’ombra in cui era stato relegato, ingiustamente o meno non interessa.
Sonia Alfano sarebbe rimasta una oscura funzionaria della regione Sicilia e sindacalista. Vero è che dopo l’uccisione del padre Beppe da parte della Mafia si è data un gran daffare, motivo per il quale ha ricevuto minacce e le è stata assegnata la scorta. Senza, tuttavia, Antonio Di Pietro non sarebbe andata molto lontano.
Buon ultimo in ordine di tempo Giulio Cavalli, nato nel 1977, attore, scrittore, regista, uomo politico, assurto alla notorietà per le minacce di stampo mafioso reiteratamente ricevute in conseguenza della sua attività di denuncia, dinamicissimo (ha appena 33 anni), l’anno scorso viene eletto consigliere provinciale (3.836+528 preferenze). L’elezione a consigliere regionale lo proietta irresistibilmente verso la notorietà mediatica, presentando il suo libro “Nomi, cognomi e infami”, il più noto dei tre libri scritti fra il 2007 e il 2010.
Domanda: questi tre uomini politici sarebbero potuti essere candidati da altre formazioni politiche, il PD a esempio? Io non lo so, so che fanno parte dell’Italia dei Valori, mi sembra siano alquanto ingrati. E ciò accade nel momento in cui due sciagurati lasciano l’IdV per confluire nel gruppo misto della Camera e votano la fiducia a Berlusconi.
Scrivono una lettera aperta, ben nota, chiedono di partecipare al processo decisionale nel delineare i candidati dalla prossime politiche generali, pur sapendo bene che l’attuale, infame, legge elettorale obbliga i segretari partito a formare le liste c.d. “bloccate”. Iniziativa a mio giudizio improvvida che mette in grave difficoltà Antonio Di Pietro, fondatore del partito, che ha sventato attacchi furiosi reiterati, senza rendersi conto, forse, che un formazione politica così giovane ha ancora bisogno di una figura carismatica, non ancora emersa in alternativa a Di Pietro.
C’è di più. Danno (involontariamente?) man forte a Paolo Flores d’Arcais, direttore del mensile MICROMEGA, al quale sono abbonato, che per la seconda volta tenta di forzare la mano, senza riuscirci, ad Antonio Di Pietro, prefigurando sciagure se il partito non si spersonalizza. Per ultimo si inventa anche un sondaggio a risposte multiple, del tutto privo di validità scientifica e, udite udite, quando la risposte positive, scarse nelle prime 48 si impennano, si beve la frottola degli sms inviati agli iscritti (io, iscritto, non ho ricevuto nulla) per ‘alterare’ i risultati del sondaggio, il tutto ripreso da Repubblica (è notorio che a Eugenio Scalfari Antonio Di Pietro non piace, con una punta di arroganza intellettuale). Ciò accade in un panorama politico in cui solo il PD non reca il nome del leader nel simbolo, percorso da un quindicennio almeno di lotte intestine che lo impediscono.
Non so se la segreteria regionale ha speso parole in difesa, però ho letto argomentazioni significativi sul blog di Di Pietro e sul Fatto Quotidiano. Particolarmente significativo l’ultimo articolo di Bruno Tinti (Procuratore della Repubblica aggiunto di Torno, in pensione dal 2008), il quale ricorre al paradosso per dimostrare che in molte aree geografico/politiche è molto difficile fare scelte che prevedano la candidatura di persone di specchiata onestà e competenza.
Da eccellente P.M. specializzato nei reati finanziari, articola una analisi molto sofisticata.
Inizia così: “Nell’arcinota lettera che De Magistris, Alfano e Cavalli hanno scritto a Di Pietro c’è una frase che mi ha fatto pensare: “ … Chi spera che l’Idv torni un partito del 4 % per poterlo amministrare come meglio crede…” Delle insinuazioni sull’amministrazione del partito ho già scritto. Ma è la storia del 4 % che mi ha fatto riflettere. Dunque, Idv deve diventare un grande partito, 25, 30% e forse più. Sarebbe bellissimo, li facciamo tutti a strisce. Come si fa? Con tanti voti. E come si fa ad avere tanti voti? Qui cominciano i problemi.”
Prosegue parlando della sua novella esperienza di conferenziere, nel cui ambito incontra spessissimo una prima categoria di persone, che “sanno poco, esperienze professionali modeste, cultura approssimativa. In compenso grande attivismo, luoghi comuni, tono di voce elevato, slogan di una superficialità irritante. Riscuotono grande successo: parlano alle pance, non alle teste.”.
Poi ci sono “i professionisti della politica, gente che ne ha fatto un mestiere e che, in vari modi, spesso con promesse illecite o più direttamente con denaro, ha accumulato pacchetti di voti. Per loro un partito vale l’altro: esibiscono la loro dote e si offrono, come al mercato. Anche questi servono molto per raggiungere soglie di consenso elevate.”.
A questo punto trae una prima conclusione: “Non c’è dubbio che, imbarcando gli uni e gli altri, Idv potrebbe diventare un partito che “conta” e aspirare a posti di governo. Insomma potrebbe entrare nel giro grosso. La domanda è: poi, di questa gente, che cosa ne fa? Nella migliore delle ipotesi è inutile, nella peggiore (ma probabile) pericolosa.”.
A questo punto inizia la provocazione, secondo la quale se il partito tornasse vicino al 4% non sarebbe poi un male, potendosi schierare liberamente in base alla qualità dei provvedimenti varati in Parlamento.
Tutto risolto? Nemmeno per idea, perché se cambia la legge elettorale e si torna al sistema delle preferenze, le persone descritte andranno a nozze, egemonizzeranno qualsiasi partito.
Quindi, la scelta di una legge elettorale premiante l’onestà, la capacità dei candidati designati è la ‘quadratura del cerchio’?
Qui arriva la provocazione finale. “Magari c’è una terza soluzione. Che è stata immaginata da uno scrittore di fantascienza, Robert Heinlein. Possono votare e assumere incarichi pubblici di alto livello (si chiama elettorato attivo e passivo) solo le persone che hanno lavorato gratuitamente (e onestamente) per un certo numero di anni al servizio dello Stato. Gli altri, liberi di godersi la vita; ma non si impiccino di politica.”.
Cosa voleva significare in realtà Bruno Tinti? In soldoni, che l’affermazione “ … Chi spera che l’Idv torni un partito del 4 % per poterlo amministrare come meglio crede…” è semplicemente una sciocchezza. Piaccia a non piaccia.
Luigi Morsello, già direttore del carcere di Lodi, Idv Lodi
