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sabato 31 dicembre 2011

Come ragiona la mente dei mercati




LUCA RICOLFI

Anche ieri, come ormai succede da diverse settimane, i mercati hanno mostrato di non aver fiducia nell’Italia. Per prestare denaro a lungo termine al nostro Stato pretendono 5 punti percentuali di interesse in più (il famigerato spread) che per prestarlo alla Germania, e quasi 2 punti in più che per prestarlo alla Spagna. Ancora pochi mesi fa il nostro spread con la Germania era inferiore a 2 punti, e i mercati preferivano prestare soldi all’Italia piuttosto che alla Spagna.
E’ comprensibile che il governo e i suoi sostenitori cerchino di convincerci che lo spread non è poi così importante, che la situazione non va drammatizzata, che se dopo l’insediamento di Monti e la nuova manovra le cose non sono migliorate (anzi sono peggiorate) la colpa non è dell’Italia ma delle autorità europee.
Pier Ferdinando Casini, ad esempio, ha dato la colpa alla Banca Centrale Europea, che ultimamente ha fortemente ridotto gli acquisti dei nostri titoli di Stato. Il presidente del Consiglio, per parte sua, ha chiamato in causa soprattutto il Consiglio Europeo dell’8-9 dicembre, colpevole di aver immesso troppo pochi quattrini nel fondo salva-Stati, e ha anch’egli menzionato la riduzione degli interventi della Bce a sostegno dei nostri titoli. Da più parti si continua a ripetere che la sfiducia dei mercati nell’Italia non ha riscontro nei fondamentali dell’economia, che sono molto migliori di quanto lo spread suggerirebbe.
So di avventurarmi su un terreno scivoloso, perché non ci sono abbastanza dati per valutare la plausibilità delle varie interpretazioni di quel che sta succedendo, ma vorrei egualmente porre alcune domande.
Domanda numero 1. Perché la sostituzione di Berlusconi con Monti, nonostante l’indubbia maggiore credibilità internazionale di quest’ultimo, si è accompagnata ad un aumento dello spread anziché a una sua diminuzione? Perché non si è realizzata la profezia delle opposizioni secondo cui la «discontinuità» politica rappresentata dalla rimozione di Berlusconi avrebbe ristabilito un po’ di fiducia sui mercati?
Certo si può dire che la credenza delle opposizioni era ingenua o strumentale, e che aveva perfettamente ragione Barack Obama quando diceva che i problemi dell’Italia non sarebbero certo svaniti d’incanto con la caduta di Berlusconi. E tuttavia un problema resta: perché le cose vanno peggio ora, visto che Monti è indubbiamente percepito da tutti i soggetti che contano (mercati e autorità europee) come più capace di Berlusconi di mantenere gli impegni presi?
Domanda numero 2. Se la ragione per cui il nostro spread non scende è davvero la riluttanza delle autorità europee a irrobustire il fondo salva-Stati, perché lo spread della Spagna oscilla senza una netta tendenza all’aumento o alla diminuzione, mentre il nostro mostra una chiara tendenza all’aumento? Perché fino a pochi mesi fa il nostro spread era migliore di quello spagnolo e ora è peggiore? Basta l’allentamento del sostegno della Bce a spiegare la svolta a nostro sfavore?
Domanda numero 3. Perché la situazione relativa di Italia e Spagna si è deteriorata drammaticamente nelle ultime quattro settimane, che hanno visto il nostro spread rispetto alla Spagna passare da 66 punti base a 174? Come mai questo deterioramento si è prodotto nel momento meno logico, ossia proprio quando, finalmente, un governo autorevole e nuovo di zecca varava una manovra di grande portata? Basta il comportamento delle banche spagnole, più manovrabili dal governo centrale, a spiegare la tenuta dei titoli di Stato iberici? O è il fatto di avere un’intera legislatura di fronte ad avvantaggiare il premier spagnolo, mentre il nostro presidente del Consiglio non sa se e quando i partiti che lo sostengono gli staccheranno la spina?
Non conosco la risposta a queste domande, ma un’ipotesi l’avrei. Più che un’ipotesi è un dubbio, o un tarlo. Detto nel modo più crudo, il tarlo è questo: non sarà che, ci piaccia o no, nei momenti di crisi la mente dei mercati funziona molto diversamente da come se la immaginano politici ed autorità europee?
Per essere più precisi. Non sarà che i mercati danno poca importanza all’entità degli aggiustamenti di bilancio (i saldi della manovra) e molta importanza alla sua composizione? Non sarà che, nella seconda metà di novembre, in Spagna e in Italia sono avvenuti due cambiamenti che i mercati giudicano in modo opposto?
In Spagna c’è stato un cambio di governo, da sinistra a destra, che promette di aggiustare il bilancio prevalentemente dal lato della spesa, alleggerendo vincoli e pressione fiscale sulle imprese. In Italia c’è stato un cambio di governo da destra a «non-destra» che, nonostante il contesto in cui operano le nostre imprese sia molto più sfavorevole di quello spagnolo, ha già dimostrato di puntare il grosso delle sue carte sull’aumento delle tasse (come succedeva con il precedente governo). E’ vero che la manovra Monti prevede sgravi fiscali sulle imprese per 2,5 miliardi, ma tali sgravi sono annullati dalle molte misure che aumentano i costi di produzione di lavoratori autonomi e imprese, come la maggiorazione delle aliquote contributive, le nuove imposte sugli immobili, gli aumenti del costo dell’energia.
Forse, se i mercati hanno punito l’Italia non è nonostante la manovra di Monti, ma - in un certo senso - a causa di essa. La credibilità di Monti, la sua serietà, il suo coraggio, non sono bastati per la semplice ragione che i mercati hanno colto l’impianto recessivo della manovra, nonché il carattere tuttora evanescente della cosiddetta «fase 2», quella che dovrebbe rilanciare la crescita. Spiace doverlo constatare, ma in fatto di crescita i mercati paiono credere poco agli annunci dei governi, e abbastanza alle previsioni dei grandi organismi internazionali, tipo Ocse o Fondo Monetario Internazionale.
E tali previsioni parlano chiaro: per la Spagna la crescita attesa del Pil nel 2011 è stabile a +0,8 e quella del 2012 resta positiva (+0,5). Per l’Italia la previsione 2011 è già stata ridotta di mezzo punto (da +1,1 a +0,6), mentre per il 2012 si prevede una contrazione del Pil, pari a -0,5 secondo l’Ocse e addirittura a -1,6 secondo il Centro Studi Confindustria.
Che sia per questo, perché hanno capito che in Italia - chiunque governi - la crescita è solo uno slogan, che i mercati continuano a non fidarsi di noi?

lunedì 12 dicembre 2011

Per tagliare bisogna studiare


LUCA RICOLFI

Ogni volta che un governo prova a tagliare la spesa pubblica - un mostro che ogni anno costa qualcosa come 700 miliardi di euro, più o meno la metà dell’intero prodotto nazionale - le reazioni sono immancabilmente due: la (comprensibile) protesta da parte degli interessi colpiti, e il biasimo nei confronti del governo.

Al governo si rimprovera di non essere capace di colpire i «veri» privilegiati, di non essere capace di individuare i «veri» sprechi, di non sapere intervenire sulle «vere» inefficienze. Parti sociali, gruppi di pressione e singoli cittadini più o meno indignati si uniscono in una sacra crociata contro i «tagli lineari», spesso dando ad intendere che, ove i tagli stessi non fossero lineari, coloro che protestano ne sarebbero esenti.

Tutto ciò, è importante sottolinearlo, succede indipendentemente dal colore politico del governo.

Di praticare tagli lineari, indiscriminati e quindi ingiusti, veniva accusato Padoa Schioppa, di tagli lineari veniva accusato Tremonti, di tagli lineari viene ora accusato Monti. I governi cambiano ma i tagli restano sempre lineari. Sembra proprio che nessun governo sia capace di procedere a tagli non lineari, ossia tagli mirati, selettivi, chirurgici. E anche per questo tutte le manovre, che le faccia la sinistra, che le faccia la destra, o che le faccia un governo tecnico, finiscono sempre per puntare più sugli aumenti delle tasse che sui tagli alla spesa.

È un fatto rilevante, perché una correzione di 20 miliardi fatta con 15, con 10, o con 5 miliardi di tasse in più ha effetti profondamente diversi sulla crescita, e quindi sul futuro di un paese. Se gli aumenti di tasse sono eccessivi e/o mal indirizzati, i rischi di recessione aumentano, e la correzione può non bastare. Si deve procedere a un’altra correzione, che a sua volta rischia di rendere ancora più difficile un ritorno alla crescita, in una spirale che può durare anni.

Ma perché è così difficile evitare tagli che sono o appaiono lineari, e quindi ingiusti?

Una ragione che spesso si dimentica è che, nella maggior parte degli ambiti di spesa, e in particolare nella sanità, nella scuola, nella giustizia, nei servizi pubblici locali, per disporre di un piano di tagli «non lineari» e ragionevoli, ci vogliono almeno un paio di anni di studi. Un partito, una forza politica, una coalizione che aspiri a governare un Paese, dovrebbe avere i cassetti pieni di decine e decine di piani operativi, frutto di studi accurati, analitici, dettagliati. Non basta sapere che nell’erogazione di un servizio ci sono 15-20 miliardi di sprechi (è il caso della sanità italiana) ma occorre sapere con estrema precisione dove gli sprechi si annidano: in quali regioni, in quali ospedali, in quali reparti, per quali prestazioni. Quel che occorrerebbe, in altre parole, non è solo una spending review, ossia una ricognizione generale delle inefficienze della Pubblica amministrazione come quella avviata a suo tempo dal governo Prodi (e colpevolmente congelata dal governo Berlusconi), ma una miriade di micro-analisi, una rete di piani di intervento, di progetti di trasformazione, supportati da anni di analisi particolari. Quando la politica «decide» qualcosa - riformare la sanità, dismettere parte del patrimonio pubblico, ridurre gli sprechi di un servizio - dovrebbe avere già i piani operativi pronti, come li hanno gli stati maggiori degli eserciti. Nessun Paese è privo di piani militari di difesa, nessun Paese rinuncia ad aggiornarli costantemente, perché in caso di attacco bisogna essere in grado di reagire subito, non c’è il tempo per riunirsi, studiare, discutere, dibattere, nominare commissioni. Invece le forze politiche, pur sapendo da almeno venti anni quali sono i problemi strutturali dell’Italia, sono del tutto prive di piani operativi (non hanno studiato!), tanto è vero che, quando decidono di intervenire su qualcosa, invariabilmente procedono nominando una commissione «per studiare il problema», come se il problema fosse sorto in quel momento. Ma quella commissione, di nuovo, non avrà tempo per studiare. E così la storia si ripete all’infinito.

Insomma, solo l’emergenza muove la politica, ma proprio la mancanza di piani operativi la rende incapace di fronteggiare efficacemente le emergenze. Così non siamo mai pronti, e rischiamo di perdere la guerra.

lunedì 26 settembre 2011

L'inganno dell'evasione fiscale


LUCA RICOLFI

Da un po’ di mesi a questa parte il tema dell’evasione fiscale è tornato alla ribalta. Ma è un ritorno strano. A differenza di un tempo, neanche poi tanto remoto, in cui la lotta all’evasione fiscale era una bandiera della sinistra, mentre la destra mostrava una certa indulgenza, oggi il tema dei miliardi (circa 130) sottratti ogni anno al fisco è diventato uno strumento di agitazione politica universale. Lo usa come sempre l’opposizione di sinistra, ma lo usa anche la Chiesa per impartirci lezioni di moralità, lo usano gli indignati di ogni colore politico, lo usa la destra di governo alla disperata ricerca di soldi per tappare le falle dei conti pubblici.

Accade così che, poco per volta, alle preoccupazioni per i sacrifici che la manovra ci impone, si mescoli e si sovrapponga un malessere sordo, una specie di risentimento, che alimenta un clima vagamente maccartista, di moderna caccia alle streghe. Gli evasori sono visti sempre più come la causa di tutti i nostri mali, la loro individuazione diventa una missione morale, e ci capita persino vedere un governo di destra - che ha sempre strizzato l’occhio all’evasione - accarezzare l’idea di fare gettito mediante la delazione.

Meno male, verrebbe da dire. Era ora, finalmente ci decidiamo a combattere questa piaga. Quando avremo vinto questa battaglia, l’Italia sarà finalmente un Paese civile e prospero.

E invece, su questa visione dei nostri problemi, vorrei insinuare qualche dubbio. Se quello che vogliamo è solo sentirci migliori del nostro vicino, la caccia alle streghe va benissimo. Ma se per caso il nostro sogno fosse anche di rimettere in carreggiata l’Italia, quella medesima caccia andrebbe reimpostata radicalmente. Perché l’evasione è un fenomeno che va innanzitutto spiegato e compreso, prima di combatterlo a testa bassa. Altrimenti la testa rischiamo di rompercela noi, anziché romperla (metaforicamente) agli evasori.

In Italia l’evasione fiscale ha due facce. La prima è quella che fa imbestialire i lavoratori dipendenti in regola: c’è chi potrebbe benissimo pagare le tasse, e non lo fa semplicemente perché vuole guadagnare di più. Questo tipo di evasione, da mancanza di spirito civico, si combatte con due strumenti: più controlli e aliquote ragionevoli. Se la si combatte solo con più controlli, il risultato è prevalentemente un aumento dei prezzi, come sa chiunque abbia a che fare con idraulici e ristoratori. Detto per inciso, è il ragionamento che - implicitamente fanno milioni di cittadini di fronte alla domanda: preferisci pagare 100 senza fattura o 140 con fattura?

C’è poi un secondo tipo di evasione fiscale, di sopravvivenza o di autodifesa. È l’evasione di quanti, se facessero interamente il loro dovere fiscale, andrebbero in perdita o dovrebbero lavorare a condizioni così poco remunerative da rendere preferibile chiudere l’attività. In questo caso quel che serve è innanzitutto una drastica riduzione delle aliquote che gravano sui produttori, altrimenti il risultato della lotta all’evasione è semplicemente la distruzione sistematica di posti di lavoro, un’eventualità che peraltro si sta già verificando: le regioni in cui Equitalia ha ottenuto i maggiori successi, sono le stesse in cui ci sono stati più fallimenti (vedi il dramma recente della Sardegna).

Immagino l’obiezione a questo ragionamento: «It’s the market, stupid!». Detto altrimenti: è un bene che nei periodi di crisi ci siano fallimenti, perché questo significa che il mercato riesce a far uscire le imprese meno efficienti, e a sostituirle con altre più dinamiche e competitive. Ma questa obiezione, che si basa sul concetto schumpeteriano di «distruzione creativa», vale solo se i regimi fiscali sono comparabili e ragionevoli. Oggi in Italia ci sono aziende in crisi che starebbero tranquillamente sul mercato se il nostro Ttr (Totale Tax Rate) fosse quello dei Paesi scandinavi, e simmetricamente ci sono floride aziende scandinave che uscirebbero dal mercato se le aliquote fossero quelle dell’Italia. Il mercato è un buon giudice dell’efficienza solo se le condizioni in cui le imprese operano sono comparabili. E in Italia le condizioni in cui le imprese sono costrette ad operare sono così sfavorevoli per tasse, adempimenti e infrastrutture, che la domanda vera non è «perché le imprese italiane arrancano?», bensì «perché ne sopravvivono ancora così tante?».

Ecco perché l’idea di risolvere i nostri problemi intensificando la lotta all’evasione fiscale andrebbe maneggiata con cura. Quello di far pagare gli evasori non è solo il sogno degli onesti, ma è l’ultima zattera con cui un ceto politico che non sa più che pesci pigliare cerca di salvare sé stesso e sfuggire alle proprie responsabilità. Incapaci di varare le riforme promesse, inadatti a prendere qualsiasi vera decisione, irresoluti a tutto, i nostri politici, di governo e di opposizione, hanno trovato nell’evasore fiscale il capro espiatorio con il quale distrarre l’opinione pubblica.

Ma è un grande inganno. Se la lotta all’evasione viene condotta unicamente per aumentare le entrate è inevitabile che essa produca effetti recessivi: disoccupazione (specie al Sud), aumenti di prezzo, contrazione dei consumi. Non solo, ma nulla assicura che l’obiettivo di far cassa venga raggiunto: quando la pressione fiscale sui produttori è già altissima (e quella italiana lo è: nessun Paese avanzato ha un Ttr più elevato), non è detto che il gettito che si recupera grazie a nuovi balzelli e più controlli superi il gettito che si perde a causa dei fallimenti e dei passaggi all’economia sommersa. Tanto più in un periodo come questo, in cui è già in corso una drammatica riduzione della base produttiva.

Se però ogni euro recuperato dall’evasione fosse destinato - per legge - a rendere meno difficile la vita a lavoratori e imprese, allora otterremmo almeno due risultati, uno economico e uno morale. Il risultato economico è che, poco per volta, i produttori di ricchezza che le tasse le pagano potrebbero finalmente rialzare la testa, consentendo all’Italia di tornare a crescere. Il secondo è che, con aliquote via via più ragionevoli, l’evasione fiscale non solo diverrebbe meno conveniente, ma perderebbe ogni giustificazione morale. Il «mostro» dell’evasione fiscale non ha un solo genitore, ma ne ha due. Ed è solo quando la mancanza di cultura civica (la madre) si sposa ad un fisco oppressivo (il padre) che il ragazzaccio diventa un mostro.

lunedì 29 agosto 2011

I mercati non sono stupidi


LUCA RICOLFI

I nostri politici pensano che i mercati siano stupidi? E che i cittadini siano completamente rassegnati a subire qualsiasi vessazione?

Direi proprio di sì. Nelle scorse settimane, scrivendo su questo giornale, ho avuto parole piuttosto dure sulle due manovre messe a punto dal ministro Giulio Tremonti, quella di luglio e la manovra bis di agosto.

Come la maggior parte degli studiosi, le ritenevo inique, insufficienti, sbilanciate dal lato delle entrate, moderatamente recessive, carenti di misure strutturali, del tutto disattente alle esigenze della crescita.

E purtroppo la mia previsione che i mercati non si sarebbero lasciati ingannare si è rivelata fondata: né la prima manovra, né quella aggiuntiva, sembrano aver convinto gli investitori della serietà delle intenzioni dell’Italia.

Ora, tuttavia, mettendo in fila le proposte alternative dei critici della manovra, proposte che vengono sia dalle opposizioni sia dall’interno della maggioranza (in particolare dalla Lega), non posso che riconoscere: uditi i critici, era meno peggio il menu confezionato da Tremonti.

Le contro-proposte, o contro-manovre, sono infatti largamente peggiorative. Quanto a quella del Partito democratico, è difficile non condividere il severo giudizio espresso nei giorni scorsi da Tito Boeri, sulle colonne di «Repubblica»: le misure proposte dal Pd sono ancora meno incisive di quelle di Tremonti, e inoltre hanno il grave difetto di spostare il baricentro della manovra ancor più dal lato delle entrate.

Quanto alle contro-proposte del soggetto politico più agguerrito, la Lega, la loro logica è fin troppo chiara. Qui i capisaldi sono tre.

Primo, impedire la distruzione di poltrone riservate ai politici locali: a ciò serve la rinuncia a sopprimere i Comuni sotto i 1000 abitanti, ma soprattutto la sostituzione della misura (semplice e immediatamente attuabile) della riduzione del numero di province, con la misura (complicatissima, e indefinitamente rinviabile) della loro soppressione totale mediante disegno di legge costituzionale.

Secondo, impedire che i tagli alle risorse degli Enti locali costringano gli amministratori a spendere meno. È questo l’obiettivo principale cui sono volte proposte come l’aumento dell’Iva e la «patrimoniale contro gli evasori». Una proposta contro natura, se si pensa che la retorica della Lega è sempre stata: riduciamo gli sprechi, dando meno risorse agli amministratori inefficienti (per lo più concentrati al Sud, ma non solo).

Terzo, lasciare intatto il nostro sistema pensionistico, tuttora ricco di privilegi (a partire da quello delle pensioni di anzianità), pur di non perdere consensi fra i propri elettori: una quota molto elevata dei pensionati è concentrata al Nord.

Questo è il tipo di nobili istanze su cui i politici si azzanneranno in Parlamento nei prossimi giorni e settimane. A nessuna forza politica pare venire in mente che, se l’Italia vuole uscire dalla crisi deve tassativamente tornare a crescere e che, se non cresce, è perché mancano le condizioni strutturali che promuovono l’attività economica: non solo le riforme a costo zero, ma una pressione fiscale sui produttori accettabile, molti meno adempimenti per lavoratori autonomi e imprese, una giustizia civile rapida, una burocrazia meno ubiqua ed opprimente. D’altronde la spudoratezza con cui le forze politiche eludono il problema della crescita ha la sua base nella immaturità dei cittadini-contribuenti. L’unico tema che sembra davvero appassionare i cittadini è chi dovrà pagare di più: il Nord o il Sud, i pensionati o i lavoratori, i dipendenti o gli autonomi, i ricchi o i poveri, gli evasori o gli onesti. Mentre il punto centrale per il futuro di tutti noi è un altro: non tanto se le misure saranno giuste, ma se saranno efficaci. Ed è su questo, solo su questo, che - temo - ci giudicheranno i mercati.

lunedì 18 luglio 2011

Rassegnati alle troppe tasse

LUCA RICOLFI

Quella che si apre oggi è una settimana importante per valutare le prospettive dell’Italia dopo la manovra-lampo approvata nei giorni scorsi. Non è detto che i mercati siano i migliori giudici della bontà delle nostre politiche, ma non v’è dubbio che - finché le utopie di chi sogna istituzioni economiche europee funzionanti non si saranno realizzate - è con i mercati che dovremo fare i conti.

Le previsioni degli osservatori, in proposito, non sono particolarmente ottimistiche. La manovra allestita in fretta e furia dal governo, e «responsabilmente» lasciata passare in tempi rapidissimi dalle opposizioni, non è piaciuta innanzitutto per la sua iniquità, ossia per la sua incapacità di distribuire in modo razionale e selettivo i sacrifici richiesti, con l’aggravante di avere ridotto al minimo quelli richiesti alla casta dei politici, un vero e proprio schiaffo in faccia ai cittadini. Ma non è piaciuta nemmeno sotto il profilo della sua capacità di calmare i mercati e rassicurare gli investitori, ricostituendo un po’ di fiducia nel sistema Italia.

Quasi tutti gli analisti hanno individuato tre punti deboli della manovra. Primo: è di entità risibile nel 2011-2012, mentre diventa draconiana solo nel 2013-2014, il che significa che i suoi effetti certi sono minimi, mentre gli effetti significativi non sono certi (gli impegni del 2013-2014 molto difficilmente potranno essere onorati, visto che non si sa nemmeno chi dovrà farlo: dalla fine del 2012 saremo in campagna elettorale). Secondo: una componente della manovra, quella fiscale, non solo è spostata avanti nel tempo, ma è di contenuto sconosciuto, in quanto affidata a una delega fiscale. Terzo: la manovra è troppo incisiva dal lato delle entrate (tasse), e lo è troppo poco dal lato delle uscite (spesa pubblica).

Di qui il timore che la manovra ottenga il doppio effetto di non convincere i mercati, con conseguente innalzamento del costo del nostro debito pubblico, e di azzoppare l’economia, già sufficientemente in difficoltà prima della manovra. Non sono particolarmente ottimista sulla reazione dei mercati, che non mi paiono così ingenui da non accorgersi del bluff di un pacchetto inflazionato di semplici intenzioni future. E’ questa preoccupazione che ha indotto non pochi osservatori, anche di sinistra come Eugenio Scalfari, a invocare un significativo anticipo di sacrifici al 2011-2012.

Quanto al rischio che la manovra soffochi del tutto la crescita il mio pessimismo è invece totale, e discende da un fatto (incontestabile) e da un’opinione, ovviamente discutibilissima. Il fatto è che nessun Paese sviluppato ha una pressione fiscale sui produttori alta come la nostra (il Total Tax Rate è al 68,6%), una circostanza aggravata dagli elevatissimi costi dell’energia e dalla doppia zavorra degli adempimenti burocratici e dell’inefficienza della giustizia civile. L’opinione (discutibile, ma supportata da qualche evidenza empirica) è che il fardello che un Paese impone ai produttori lavoratori e imprese - sia di gran lunga la causa più importante del suo ristagno. Molto, ma molto più importante di tutti gli altri fattori che - sotto la voce riforme mancate vengono ritualmente elencati, e da cui a mio parere ci si aspetta troppo.

Vista da questa angolatura, quella della permanente mortificazione di chi produce ricchezza, la storia delle ultime settimane è semplicemente agghiacciante. Ancora a giugno si dibatteva di riduzione della pressione fiscale, di un possibile ritorno del Pdl allo spirito originario del 1994. Poi si è cominciato a dire che la pressione fiscale non poteva scendere, ma che si poteva redistribuire il carico, spostandolo dalle persone (Irpef) alle cose (Iva), con ben poca attenzione al fatto che la crescita non dipende genericamente dalle «persone» ma da chi genera ricchezza, ossia lavoratori e imprese. E infine, nei giorni scorsi, ci si è arresi al fatto che le tasse non solo non potranno essere diminuite, ma dovranno salire. Nel giro di un mese un micidiale 1-2-3 si è abbattuto sulle prospettive dell’economia italiana, di cui - a me sembra - si continua a sottovalutare il problema centrale: a queste condizioni ci vuole una dose spropositata di coraggio per operare in Italia, come del resto mostra al di là di ogni ragionevole dubbio il livello risibile degli investimenti diretti dall’estero.

Ed è sorprendente, almeno ai miei occhi, che una tale sottovalutazione della crucialità del problema delle tasse, e della drammaticità della situazione di chi cerca di stare sul mercato, non provenga solo dagli attori da cui ce lo aspettiamo, ossia sinistra, sindacati, pubblico impiego, ma anche da settori importanti dell’accademia e del mondo economico-finanziario. Io leggo tutti i giorni «Il Sole - 24 Ore», quotidiano vicino al mondo delle imprese, e sono perennemente stupito dalla profluvio di discorsi, inviti e ammonimenti a «fare le riforme» e dalla relativa rarità delle richieste di ridurre significativamente la pressione fiscale, quasi che uno strano cocktail di rassegnazione e senso di responsabilità nazionale avesse convinto gli stati maggiori dell’economia italiana che, per ora, su quel fronte nulla è possibile. E quando leggo che, di fronte a una manovra tutta sbilanciata dal lato delle entrate, la presidente degli industriali dichiara «abbiamo l’impressione che ci possa essere un aumento delle tasse», irresistibile mi si accende nella mente l’immagine di Titti, il canarino perennemente inseguito da Gatto Silvestro, che dice «oh, oh, mi è semblato di vedele un gatto».

Insomma, la mia sensazione è che spesso anche chi fatica, compete, e si batte ogni giorno per non far affondare la barca sia ormai da molti anni assuefatto a questo ceto politico, a questo Stato, e non percepisca fino in fondo il tasso di eroismo che oggi è richiesto in Italia a chi intende lavorare e produrre nella legalità, senza scorciatoie e protezioni politiche. Né mi sembra si possa escludere che la severità dei mercati nei confronti dell’Italia abbia anche qui una delle sue radici. Pensare che il debito pubblico si possa abbattere senza crescita, semplicemente azzerando il deficit, è già alquanto azzardato, ma pensare che la crescita possa ripartire con questo livello di pressione fiscale sui produttori lo è forse ancora di più. C’è solo da augurarsi che questa non sia la visione dei mercati, perché se lo fosse ben presto l’Italia potrebbe ritrovarsi nella tempesta.

domenica 3 luglio 2011

Carceri, la catastrofe umanitaria

LUCA RICOLFI

Credo che ben pochi italiani abbiano avuto notizia dello sciopero della fame di Marco Pannella, iniziato il 20 aprile scorso, dunque 75 giorni fa. Pannella e i Radicali protestano contro la situazione inumana delle carceri italiane, un problema che si protrae ormai da anni, e ogni estate assume tratti drammatici.

Nelle carceri italiane sono rinchiusi quasi 70 mila detenuti, a fronte di una capienza che non raggiunge i 45 mila posti. Molte strutture sono fatiscenti, i detenuti sono costretti a convivere in spazi angusti e sovraffollati, largamente al di sotto degli standard minimi europei (7 metri quadri a detenuto in cella singola, 4 in cella multipla), con servizi igienici e condizioni di accesso ai medesimi spesso umilianti. Il tasso di suicidio è circa 20 volte quello del resto della popolazione. Da anni e anni innumerevoli rapporti, ricerche, studi, resoconti di visitatori testimoniano quale inferno siano diventate tante carceri italiane (non tutte, per fortuna). E la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha già richiamato più volte l’Italia per le condizioni dei detenuti nelle carceri.

Nonostante tutto ciò il tema non è mai, non dico al centro, ma neppure alla periferia del dibattito politico. Semplicemente non se ne parla, salvo nei rarissimi momenti in cui il governo annuncia misure di svuotamento delle carceri o fantomatici piani di edilizia carceraria (i nuovi posti promessi sono sempre tantissimi, quelli effettivamente realizzati negli ultimi anni sono poche migliaia, circa un decimo del fabbisogno).

L’inerzia dei media, per una volta, accomuna tutti indistintamente: destra, centro e sinistra; televisione, giornali, Internet. Se tacessero anche i Radicali e alcune rare, isolatissime voci di singole personalità, il silenzio sarebbe totale. Come è possibile ?

Una spiegazione è che all’opinione pubblica italiana delle condizioni di vita dei detenuti semplicemente non importi un fico secco. O, se vogliamo essere più benevoli, che il problema delle carceri - pur essendo noto a molti - sia entrato nel novero dei fatti cui la gente si è abituata al punto da considerarli ormai alla stregua di eventi naturali. I politici rubano, i fiumi esondano, le scuole sono a rischio sismico, i napoletani non fanno la raccolta differenziata. E, naturalmente, le carceri scoppiano: del resto siamo in Italia, il Paese più bello del mondo.

Non so se le cose stiano così (sospetto che sì). Ma quale che sia l’atteggiamento prevalente nell’opinione pubblica, a me pare che una classe dirigente che ignori il problema dell’inferno carcerario non sia all’altezza del proprio ruolo. Ci permettiamo di criticare la violazione dei diritti umani in Cina, in Russia, in Libia, in Siria. Ci scandalizziamo ogni volta che un leader occidentale visita un Paese totalitario (con cui tuttavia ci piace commerciare) e omette di fare il suo bravo discorsetto sui diritti umani. Abbiamo avuto il coraggio (o la faccia tosta?) di entrare in guerra con la Libia «per evitare una catastrofe umanitaria», con il risultato di provocare e tenere in piedi una guerra civile che è già costata migliaia di morti. Però non vediamo la catastrofe umanitaria che noi stessi apparecchiamo e tolleriamo ogni giorno nelle nostre carceri, e che è lì, davanti ai nostri occhi, solo che ci degniamo di prestarvi attenzione.

No, c’è qualcosa che non va. L’eventuale indifferenza dell’opinione pubblica non assolve la classe dirigente, e quando dico classe dirigente non parlo solo dei politici, ma della sensibilità di tutti coloro che hanno responsabilità nelle imprese, nelle banche, nei sindacati, nelle associazioni, nei media, nelle università, nelle professioni.

Si possono avere i dubbi e le riserve più radicali sulle proposte di Pannella, e io stesso non condivido almeno la metà delle cose che dice e pensa, a partire dall’idea che la soluzione del problema del sovraffollamento carcerario sia una grande amnistia. Però non si può ignorare il problema che Pannella solleva, perché quella delle condizioni dei detenuti nelle carceri italiane è una questione di civiltà. Una questione che si può affrontare lungo linee libertarie (depenalizzazioni, indulti, amnistie, misure alternative al carcere), oppure lungo linee sicuritarie (ammodernamento delle carceri esistenti, costruzione di nuove carceri), o ancora con una miscela dei due approcci. E che tuttavia un Paese occidentale non può permettersi di rimuovere, o di vivere come qualcosa che non tocca la sua identità, la sua morale, la sua coscienza collettiva.

Si parla tanto di modernizzazione dell’Italia, della necessità di riforme che ci consentano di tornare a crescere. E tuttavia in questo gran parlare di riforme, cui io stesso non di rado prendo parte con i miei studi, forse si sta lasciando un po’ troppo in ombra un aspetto, e cioè che modernizzazione non significa solo modernizzazione economica, e che in Italia esiste anche un drammatico problema di modernizzazione civile. Un problema che ovviamente chiama in causa i comportamenti di ognuno, ma che è prima di tutto un problema di civiltà giuridica nei rapporti fra lo Stato e i singoli cittadini.

Oggi in Italia, di fronte allo Stato e ai suoi apparati, troppe volte il singolo cittadino è inerme, sottoposto a ogni tipo di vessazione, arbitrio, ricatto, abuso, negligenza, sordità. Sotto questo profilo, a 150 anni dall’Unità d’Italia siamo ancora sudditi, e non cittadini. E lo siamo ovunque, sia quando siamo ancora liberi e ci troviamo di fronte ad apparati che violano le regole e abusano del loro potere, sia quando incappiamo nelle maglie della giustizia e, fin dalla condizione di detenuti in attesa di giudizio, sperimentiamo l’inferno delle carceri italiane.

Perciò, non auto-inganniamoci. Lo sciopero della fame di Marco Pannella sembra parlare solo dei detenuti, ma parla anche di noi.

mercoledì 22 giugno 2011

L'opposizione neo-romantica


LUCA RICOLFI

A dieci giorni dai referendum, con un governo che ha ammesso la sconfitta e riconosciuto la propria crisi di consenso, è forse possibile cominciare a ragionare con serenità della «vittoria» referendaria e del suo significato.

Personalmente sono sbalordito dalla convergenza dei commenti di tanti osservatori, siano essi politici, giornalisti, intellettuali. Secondo la visione prevalente, la schiacciante vittoria dei quattro sì al referendum segnerebbe non solo la sconfitta del berlusconismo (e fin qui nulla da dire), ma una sorta di risveglio democratico degli italiani, anzi del «popolo» italiano. Per Barbara Spinelli, ad esempio, con la vittoria referendaria sarebbe nientemeno che «una filosofia politica a franare, come la terra che d’improvviso si stacca dalla montagna e scivola». Il voto del 13 giugno rappresenterebbe «il futuro che d'un tratto irrompe», perché «il popolo è uscito dai dogmi», «ha deciso di occuparsi lui dei beni pubblici, visto che il governo non ne ha cura». Sulla stessa lunghezza Roberto Saviano, per il quale «un popolo si è messo in marcia», e «quello che sta avvenendo è una sorta di mutazione dell’indifferenza», qualcosa che «ha un sapore rivoluzionario»; qualcosa che «sa di rivoluzione liberale così come la intendeva Gobetti». Né si sottrae alla tentazione di evocare il popolo il solitamente assai sobrio Massimo Mucchetti, che - dopo avere denunciato sul Corriere della Sera la demagogia dei referendum sull’acqua - ora riconosce nell’esito di quei medesimi referendum l’espressione della «cultura di un popolo», che prende congedo dai miti del pensiero unico liberista, e «manifesta la sua preoccupazione per l’influenza enorme che conserva l’industria finanziaria».

Se si tolgono alcune eccezioni, fra cui quelle di Luigi la Spina (La Stampa del 18 giugno) e Giuseppe De Rita (Corriere della Sera del 20 giugno), la chiave dei commenti è per lo più quella. Dopo un lungo letargo, gli italiani sarebbero finalmente tornanti alla politica, la società civile si sarebbe risvegliata, la domanda di partecipazione sarebbe risorta. E alla base di tanti ritorni, risvegli e risorgimenti ci sarebbe lei, la rete, con la sua straordinaria capacità di fare politica, animare le discussioni, alimentare la comunicazione, muovere le coscienze, suscitare rivoluzioni più o meno silenziose, più o meno cruente.

Ma ne siamo sicuri? Non c’è un tantino di overstatement in questa pioggia di analisi concordanti?

Non ho molti dubbi sul fatto che gli elettori si siano stancati di Berlusconi, se non altro perché non ho mai creduto al mito degli italiani incantati da lui (una mia vecchia stima del numero effettivo di fan del Cavaliere dava: 6% del corpo elettorale); perché era almeno un anno che tutti i sondaggi registravano l’inesorabile erosione della fiducia nel premier; perché, secondo i medesimi sondaggi, il sorpasso della sinistra nei confronti della destra si era già consumato nelle settimane prima del voto amministrativo.
Il congedo da Berlusconi era nell’aria, e credo sia non solo incontrovertibile, ma anche definitivo. Quello su cui ho dei dubbi è che un’opinione pubblica che fino a ieri veniva descritta come carente di spirito civico, apatica, anestetizzata, manipolata dai giornali e dalle tv, si sia improvvisamente trasformata in una comunità virtuosa di cittadini preoccupati del bene comune. I miei dubbi, lo confesso, in parte riposano su convinzioni (indimostrabili) sul carattere degli italiani, sulla lentezza dei processi di maturazione dello spirito civico, sui tempi lunghi che i cambiamenti culturali - quelli veri e profondi - richiedono per affermarsi. In parte, però, i miei dubbi riposano su semplici, elementari dati di fatto: i referendum su cui eravamo invitati a votare erano quattro, diversissimi fra loro nel contenuto, ma la percentuale di sì è risultata sostanzialmente la stessa, il 95%. Come è possibile se l’opinione pubblica è critica, informata, riflessiva, capace di valutare i pro e i contro delle varie scelte?

Qualcuno dice che è il meccanismo del quorum. Ma perché mai? Se non fosse stato essenzialmente un voto contro Berlusconi, avremmo avuto tantissimi sì sul legittimo impedimento (sacrosanti), tanti sì sul nucleare (comprensibilissimi, dopo Fukushima), ma sull’acqua e sui servizi pubblici locali avremmo avuto delle percentuali normali, quelle che si registrano sempre quando su un tema controverso discutono cittadini ben informati, secondo i principi della democrazia deliberativa lanciati da James Fishkin. Quando un tema è complesso e ci sono molti argomenti pro e molti contro, gli esiti sono del tipo 60-40, oppure 70-30, al limite 80-20. Ma mai 95-5. Se succede così, vuol dire che - per un complesso più o meno evidente di cause - il contesto della discussione è stato poco democratico: i media latitavano, i partiti non hanno saputo fare il loro mestiere, le informazioni erano insufficienti o unilaterali, la gente non aveva tempo o voglia di documentarsi, le pressioni di gruppo a conformarsi all’opinione della maggioranza erano soverchianti.
Sulle questioni importanti, sui problemi veri, le «percentuali bulgare» non sono mai un bel segnale, un segnale di vitalità della democrazia. E anche ammesso che le percentuali bulgare (95 a 5) si spieghino con il fatto che chi era per Berlusconi è stato a casa, resta il fatto che la maggioranza democratica che è andata a votare ha mostrato una sorprendente incapacità di distinguere, ragionare sulle cose, valutare i pro e i contro delle varie opzioni. Tutte capacità che, a mio parere, costituiscono il nucleo portante di una opinione pubblica democratica, informata, esigente con la politica e con sé stessa.

Spero di sbagliarmi, ma la mia sensazione è che quello cui stiamo assistendo sia sì un risveglio, ma non della democrazia e della partecipazione. Un risveglio dal sonno dell’era berlusconiana, che tuttavia sembra sospingerci in un nuovo sonno, quello di un’opposizione neo-romantica, in cui la gente esprime umori, sentimenti, emozioni, stati d’animo, credenze, convinzioni morali, ma non si preoccupa granché di valutare le conseguenze delle proprie scelte. Per dirla con Max Weber, una sorta di primato dell’etica della convinzione su quella della responsabilità.

E’ questa, a mio parere, l’eredità più negativa dell’era berlusconiana. Aver trasformato la politica in uno scontro di fazioni, in cui conta solo annientare l’avversario, e nulla valgono le idee, i contenuti, le proposte, i dettagli. E mi preoccupa molto che nel principale partito di opposizione, in nome della spallata a Berlusconi, tanti riformisti siano finiti in minoranza, schiacciati da un apparato sempre pronto a cambiare linea e parole d’ordine non appena le circostanze lo rendano conveniente. Può anche darsi che, passata l’euforia del momento, il Partito Democratico torni sui suoi passi, e - pagato pegno alla piazza - ricominci a parlare di liberalizzazioni, efficienza dei servizi, costi dell’energia, mercato del lavoro, senza tabù e senza schemi ideologici. Ma mi sembra più probabile che Bersani sia travolto dai fantasmi che ha evocato, e la deriva neo-romantica dell’opposizione prenda il sopravvento. In quel caso la soddisfazione di avere chiuso l’era berlusconiana ci consolerà per un po’, ma ben presto potremmo accorgerci che i problemi dell’Italia sono rimasti quelli di sempre, e non c’è ancora una classe politica all’altezza di essi.

mercoledì 1 giugno 2011

Il vincitore nascosto delle elezioni

LUCA RICOLFI

Berlusconi voleva politicizzare le elezioni amministrative, voleva farne una sorta di giudizio di Dio su di sé e sul governo. C'è riuscito perfettamente, e ha perso anche per questo. Sconfitta chiara, campale e logica. Su questo non ci sono molti dubbi.

I dubbi, invece, cominciano quando si cambia la domanda. Se anziché chiederci «chi ha perso?» proviamo a chiederci «chi ha vinto?», tutto si complica. Perché di vincitori ce ne sono fin troppi, e forse nessuno lo è fino in fondo. Vediamoli tutti, questi vincitori presunti.

Il primo a passare all’incasso è ovviamente il Partito democratico. Per Bersani e per i suoi è evidente che il vento è cambiato, che anche il Nord non si fida più del centro-destra, che il Paese è pronto a cambiare governo (e infatti ieri Bersani ha chiesto le dimissioni di Berlusconi).

E tuttavia il conto delle amministrazioni vinte, indubbiamente favorevole al Pd e ai suoi scalpitanti alleati (Di Pietro e Vendola), al momento non segnala un apprezzabile rafforzamento del partito di Bersani, la cui forza sembra tuttora abbondantemente al di sotto di quella che aveva nel 2008, ai tempi della corsa (quasi) solitaria di Veltroni.

Soddisfatti del risultato paiono anche i leader del Terzo polo, che molto avevano puntato su una sconfitta di Berlusconi, vista come precondizione per superare l’assetto bipolare del sistema politico uscito dalla seconda Repubblica. Anche qui, però, c'è un problema: è vero che, almeno rispetto alle Politiche del 2008, i due partiti maggiori - Pdl e Pd - si sono entrambi indeboliti a favore dei rispettivi alleati, ma i loro voti sono confluiti sulle liste civiche e sui partiti più arrabbiati, non certo sui partitini di Casini, Fini e Rutelli. La percentuale di consensi di Udc, Fli, Api uscita dalle urne è di poco superiore a quella della sola Udc nel 2008. Il che, a mio parere, indica una cosa soltanto, e cioè che a distanza di quasi mezzo secolo resta vera la spietata diagnosi di Giovanni Sartori, secondo cui il nostro sistema politico non era e non è un caso di «bipartitismo imperfetto» bensì un caso di «pluralismo polarizzato». Gli spiriti animali dei nostri politici spingono alla contrapposizione, alla frammentazione e all’estremismo, non certo al confronto fra due grandi partiti egemoni sui rispettivi alleati. Viste da questa prospettiva le elezioni del 2011 sembrano infrangere sia i sogni dei nostalgici della prima Repubblica, sia quelli dei vagheggiatori della seconda. A quanto pare gli italiani non si lasciano sedurre né dai due partiti maggiori, Pdl e Pd, né da chi vorrebbe superarli in nome di un «grande centro», rifugio dei moderati e delle persone assennate.

Resterebbe il cosiddetto «partito di Santoro», quello degli ospiti eccellenti della trasmissione Anno Zero. Partiti e leader di partito, come Di Pietro e Vendola. Agitatori come Beppe Grillo, che ha lanciato le liste Cinque Stelle (10% nella rossa Bologna!). Giornalisti come Marco Travaglio e i colleghi del Fatto quotidiano. Ma anche folle, piazze, categorie, territori in collegamento con il conduttore e gli ospiti in studio.

Il partito di Santoro non è solo il luogo di precipitazione dell’antiberlusconismo, ma è stato anche, in questi anni, la voce - una voce talora faziosa e unilaterale - delle mille realtà che l'informazione ufficiale tende a ignorare: penso, per fare l'esempio più clamoroso, alla protesta di un’intera regione, la Sardegna, vessata dallo zelo degli esattori del fisco (è un caso che, dopo 17 anni, il centrodestra abbia perso Cagliari?).

Sono dunque loro, Santoro e i suoi, i veri vincitori di questo passaggio elettorale?

A giudicare dai dati, mi sembra che si debba dire di sì. Se consideriamo i consensi ricevuti dalle liste di partito, le sole forze politiche che hanno sfondato sono quelle della protesta (Vendola e Grillo), una protesta fatta di populismo, idealismo, romanticismo anti-economico. Ed è forse non privo di significato che, fra le forze più tradizionali, a reggere non siano stati i partiti-cardine del sistema politico, gli assennati Pd e Pdl, ma i loro alleati più indisciplinati e riottosi, la Lega di Bossi e l'Italia dei valori di Di Pietro.

Così lo scenario che il voto ci consegna è più ricco di interrogativi che di certezze. Berlusconi ha perso, ma solo il partito di Santoro ha vinto. Questa è certamente una buona notizia per i molti nemici di Berlusconi, ma non è detto che lo sia per il centrosinistra. A mio parere, infatti, il ruolo storico del partito di Santoro è sempre stato duplice: avvicinare il momento dell’uscita dal berlusconismo, allontanare il momento in cui il centrosinistra saprà prendere in mano il destino dell’Italia; rendere più probabile la caduta del centrodestra, rendere più difficile la sua sostituzione con un governo di centrosinistra.

Oggi siamo a un bivio cruciale. La vittoria del centrosinistra rende più probabile la caduta del governo. La «gioiosa macchina» da guerra con cui ci stiamo preparando alla defenestrazione di Berlusconi rende più probabile l’eventualità che quella di oggi, alla lunga, si riveli una vittoria di Pirro. Perché domani, quando Berlusconi sarà uscito di scena, il gioco sarà diverso da quello del «ventennio» berlusconiano: non più uno scontro fra berlusconiani e anti-berlusconiani, ma il confronto fra una destra e una sinistra entrambe deberlusconizzate. E a quel punto quel che conterà non sarà (solo) chi ha buttato giù Berlusconi, ma chi ha le carte più in regola per prendere il timone della nave.

sabato 28 maggio 2011

Dissoluzione di due leadership

LUCA RICOLFI

Contrariamente a quanto pensano molti miei amici, non credo sia bene che le elezioni amministrative vengano trasformate in elezioni politiche. Quando si sceglie un sindaco, Berlusconi e Bersani non c’entrano nulla. E la qualità della nostra democrazia sarebbe assai migliore, la nostra vita politica assai più sana e civile, se tutti quanti la smettessimo di pensare ogni volta che «sono in gioco i destini del Paese», che «la partita è decisiva per il futuro dell’Italia», che se vincono «loro» è una catastrofe nazionale.

Preferirei vivere in un mondo a la Gertrude Stein, per cui «una rosa è una rosa è una rosa è una rosa», e dunque «un sindaco è un sindaco è un sindaco è un sindaco». La iper-politicizzazione delle campagne elettorali, trasformando la persona concreta del candidato in un simbolo astratto di un’idea generale, in un baluardo contro la vittoria dei barbari, produce l’importante effetto collaterale di rendere i cittadini indifferenti a ciò che il candidato effettivamente ha fatto o farà. E per questa via rende i politici, tutti i politici (i nostri e i loro), perfettamente immuni alle critiche: qualsiasi nefandezza abbia fatto o rischi di fare il nostro candidato, noi lo votiamo lo stesso, né mettiamo in discussione il suo operato, perché non possiamo permettere che vincano «gli altri».

Purtroppo non viviamo in un mondo a la Gertrude Stein, bensì in un mondo in cui tutti politicizzano tutto. E queste elezioni amministrative non fanno eccezione. Berlusconi ha voluto politicizzarle, esattamente come una decina di anni prima aveva fatto D’Alema, allora presidente del Consiglio. E così come allora la sconfitta del centro-sinistra provocò le dimissioni di D’Alema, oggi l’esito di una semplice tornata amministrativa, e segnatamente di due ballottaggi (Milano e Napoli), rischia di produrre effetti politici molto rilevanti. Ma quali effetti?

Effetti sul Pdl e la Lega, innanzitutto. Se il centro-destra dovesse perdere Milano e Napoli, gli effetti sulla maggioranza di governo potrebbero essere molto incisivi. La guerra per bande in atto nel Pdl troverebbe nuovo alimento, le manovre per la successione a Berlusconi si moltiplicherebbero, l’attività legislativa subirebbe un ulteriore rallentamento. Quanto alla Lega, si farebbe più forte la tentazione di scendere dalla nave che affonda, prima che sia troppo tardi. Il partito di Bossi potrebbe partecipare con convinzione alle manovre (già in corso) per cambiare la legge elettorale, magari per tornare ai collegi uninominali del Mattarellum. Incassata una legge senza premio di maggioranza, Bossi tornerebbe ad accarezzare l’idea di correre da solo, trasformando le elezioni politiche in una prova di forza del Nord contro il resto del Paese, una sorta di Nord pride in salsa padana, o neo-separatista. Uno scenario meno fantapolitico di quanto potrebbe apparire, se solo si riflette su due circostanze. Primo, i dati delle tasse e degli sprechi mostrano che le ragioni del Nord sono fondatissime, per non dire sacrosante. Secondo, oggi la Lega è più forte di 15 anni fa, allorché - alle Politiche del 1996 - l’avventura della corsa solitaria la portò a incassare il 10% dei consensi, con un mucchio di candidati eletti in Parlamento.

E a sinistra?

Sono in molti a pensare che una eventuale vittoria della sinistra ai ballottaggi rafforzerebbe il Partito democratico, che finalmente vedrebbe aprirsi una possibilità concreta di battere Berlusconi - un Berlusconi umiliato e ammaccato - non già o non solo per via giudiziaria, ma in un scontro politico aperto, al termine di questa legislatura (nel 2013 o, più plausibilmente, già la primavera prossima). E’ possibile, ma esiste anche uno scenario meno roseo.

Se a dare la vittoria al centro-sinistra fossero i ballottaggi di Napoli e Milano, con annesso trionfo di De Magistris e Pisapia, il risultato sarebbe anche un rafforzamento delle forze politiche alla sinistra del Pd, ovvero Idv (Di Pietro) e Sel (Vendola). Ed è difficile pensare che, a quel punto, Vendola non riproporrebbe la propria candidatura a guidare il centro-sinistra alle prossime politiche. Con l’esito paradossale di trasformare un successo del centro-sinistra, tenacemente perseguito da Bersani con le sue aperture a Di Pietro e Vendola, in un indebolimento della leadership di Bersani stesso. Né si può dire che l’eventuale sfida di Vendola a Bersani, indipendentemente dalla forma che dovesse assumere (partito unico Pd-Sel, primarie del Pd aperte), sarebbe frutto di hybris, di irragionevole orgoglio, o di eccessiva considerazione di sé. Decine di ricerche e sondaggi mostrano che il baricentro dell’elettorato del Pd è più a sinistra, molto più a sinistra, di quello dei suoi dirigenti, e che in caso di separazione fra la sinistra assennata (riformisti del Pd, che guardano all’Udc di Casini) e quella più radicale (Idv, Sel, Verdi, partiti comunisti vari) sarebbe quest’ultima a raccogliere i maggiori consensi.

Vedremo come andrà a finire. Ma la mia impressione è che, se la sfida dei ballottaggi fosse vinta nettamente dal centro-sinistra, quello cui assisteremmo non sarebbe il sorpasso del Pd nei confronti del Pdl ma, semmai, la dissoluzione parallela di entrambe le leadership che finora sono riuscite a tenere insieme questi due partiti. Un processo che potrebbe durare abbastanza a lungo, e avere un’incidenza non da poco sulla fisionomia futura del nostro sistema politico.

venerdì 29 aprile 2011

Destra-sinistra le paralisi incrociate


LUCA RICOLFI

E’ tempo di elezioni, fra poco si vota a Milano, Torino, Bologna, Napoli e altre città. Perciò i sondaggi elettorali si moltiplicano, spesso su campioni nazionali. Il voto dei prossimi mesi è solo amministrativo, ma la curiosità per l’esito di una eventuale consultazione politica spinge a commissionare sondaggi nazionali. E’ il caso del sondaggio del Cise (il centro studi elettorali dell’Università Luiss), condotto nei giorni scorsi per «Il Sole 24 Ore».

Un sondaggio interessante, perché non limitato alle solite domande sulle scelte di voto e molto attento alle percezioni degli elettori: problemi sentiti come prioritari, immagine del centro-sinistra e del centro-destra, rispettive capacità di affrontare i problemi del Paese.

Il sondaggio riserva qualche sorpresa. Non per le percentuali di consenso ai vari partiti e coalizioni, che sono da molti mesi sempre le stesse: il centro-sinistra e il centro-destra valgono un po’ più del 40%, il Terzo polo (Casini-Fini-Rutelli) vale un po’ meno del 15%. Quel che colpisce, invece, è come gli elettori valutano i problemi dell’Italia, e quale fiducia hanno nella capacità delle forze politiche di risolverli. Per l’elettore italiano medio il problema numero 1 è il lavoro (55%), il problema numero 2 è lo sviluppo economico (10%), il problema numero 3 è l’immigrazione (9%), e tutto il resto - legalità e giustizia incluse - conta pochissimo. Ma quando agli intervistati viene chiesto chi sarebbe più capace di affrontare i due problemi principali dell’Italia, ossia lavoro e sviluppo economico, cominciano le sorprese. Secondo gli elettori italiani per affrontare il problema dell’occupazione funzionerebbe meglio il centro-sinistra (24,5% contro 13,1%), per affrontare quello dello sviluppo economico funzionerebbe meglio il centro-destra (24,6% contro 16,6%). In breve l’elettore percepisce il centro-sinistra come specializzato sui problemi occupazionali, il centro-destra come specializzato sui problemi della crescita. Come dobbiamo leggere questo risultato?

Fra gli studiosi prevale l’idea che, almeno per il futuro, occupazione e crescita economica siano strettamente legati: senza crescita non ci sarà nuova occupazione. Invece, a quanto pare, l’elettore sembra pensare che i due problemi siano distinti, tanto che per risolvere l’uno punta sul centro-sinistra, per risolvere l’altro sul centro-destra. E’ come se si credesse che possa esservi crescita senza nuova occupazione, o nuova occupazione senza crescita. Come se una parte degli italiani si preoccupasse solo dell’occupazione, l’altra solo della crescita economica.

Mi sembra preoccupante. Non perché, in certe circostanze, i due aspetti non possano andare ciascuno per suo conto. Nel passato è già successo, anche se a protagonisti invertiti: gli anni del primo centro-sinistra (1996-2001) non furono certo anni gloriosi per l’occupazione, e quelli del secondo centro-destra (2001-2006) non lo furono per la crescita. Quel che è preoccupante è che i due schieramenti politici siano visti entrambi in modo così unilaterale, per non dire monco. A quanto pare l’elettore italiano si aspetta che la sinistra al governo si occupi essenzialmente di creare posti di lavoro (primato dell’occupazione sulla crescita), la destra di aumentare la produttività (primato della crescita sull’occupazione).

Ma sono entrambe prospettive fallimentari. Occupazione senza crescita, infatti, significa una cosa soltanto: più assistenzialismo, più posti di lavoro fasulli, peggiori conti pubblici. Crescita senza occupazione significa perseguire guadagni di efficienza e di competitività senza allargare la platea dei percettori di reddito, con conseguente probabile aggravamento delle disuguaglianze. Non possiamo permetterci di imboccare solo la prima strada (quella attribuita alla sinistra) o solo la seconda (quella attribuita alla destra), perché la nostra unica via di uscita è di imboccarle entrambe. L’Italia ha bisogno di tornare a crescere a un ritmo così sostenuto (almeno il 2%) da garantire sia un aumento dell’occupazione, un’occupazione fatta di posti veri, sia un aumento della produttività. Solo così avremo qualche speranza di ridurre il nostro debito pubblico, solo così avremo qualche possibilità di tornare ai livelli di benessere anteriori alla crisi del 2008-2009.

Da questo punto di vista quel che dobbiamo augurarci è che la percezione che gli elettori hanno delle due coalizioni di centro-sinistra e centro-destra siano errate. Perché una sinistra incapace di promuovere lo sviluppo economico e una destra incapace di rilanciare l’occupazione non potrebbero che condannare l’Italia a restare nelle secche in cui è incagliata da oltre un decennio. Mentre una classe dirigente che si facesse carico di entrambi i problemi, l’occupazione e lo sviluppo, avrebbe qualche possibilità di riportarci in mare aperto.

sabato 2 aprile 2011

Agli stranieri i nuovi posti di lavoro


LUCA RICOLFI

La situazione a Lampedusa si complica. Il mare grosso impedisce l’arrivo di nuovi migranti, ma anche il trasferimento sul continente delle migliaia di persone sbarcate nelle ultime settimane. Le navi che dovevano assicurare «in 48-60 ore» (parole di Berlusconi) lo sgombero dell’isola non riescono nemmeno ad attraccare, mentre i tunisini ammassati nella tendopoli pugliese di Manduria fuggono (o sono lasciati fuggire?) scavalcando esili reti di recinzione, o passando attraverso varchi lasciati aperti. Quanto alle Regioni che avevano dato la loro disponibilità a gestire i nuovi arrivati, una dopo l’altra fanno marcia indietro, o come minimo costellano di innumerevoli paletti e distinguo la loro volontà di accoglienza: sì ma solo i rifugiati politici, sì ma non nelle tendopoli, sì ma solo se nessun'altra regione si tira indietro.

Bruttissime figure, dunque, sono in arrivo per il governo in generale (l’ennesima promessa tradita) e per la Lega in particolare, pronta a fare la faccia feroce in campagna elettorale, ma impotente - come chiunque - al momento di affrontare il problema dell’immigrazione.
Già, ma qual è il problema? In questi giorni ho sentito
due versioni. Una dice: se l’Europa se ne lava le mani, e noi italiani non riusciamo a rimandarli indietro rapidamente, il segnale di impotenza che inviamo a tutti i disperati del Nord Africa avrà conseguenze catastrofiche, perché i 20 mila migranti di questi mesi (tanti ma non tantissimi) potrebbero rapidamente diventare 50 mila, 500 mila, 1 milione. Per non parlare dei problemi di legalità: uno Stato serio non può accettare che sul proprio territorio circolino o transitino migliaia di persone non identificate, non tutte alla ricerca di un lavoro con cui campare.

C’è anche
una seconda versione, che capita di ascoltare soprattutto in casa leghista: li vogliamo rimandare a casa perché in Italia c’è la crisi, manca il lavoro, e quel poco che c’è non basta nemmeno agli italiani. Insomma, i tunisini li vogliamo mandare via non perché siamo razzisti, ma perché c'è la disoccupazione. La prima versione del problema immigrati - un Paese ha diritto di limitare gli ingressi e far rispettare le leggi - pone un mucchio di problemi morali, giuridici, pratici, ma è comprensibile, al limite del puro buonsenso. Sulla seconda versione, che sottolinea la mancanza di lavoro, ho invece molti dubbi. Sembra logica anch’essa, ma lo è meno di quanto appaia a prima vista.

Giusto ieri l’Istat ha comunicato i dati definitivi sull’andamento dell’occupazione nel 2010, nonché i dati provvisori dei primi due mesi dell’anno. Ebbene, quei dati ci forniscono un quadro del mercato del lavoro tutt’altro che sorprendente per gli studiosi, ma in forte contrasto con molte credenze diffuse nel mondo della politica e dei media. Proviamo a sintetizzare. Nei primi tre anni della crisi, ossia fra la fine del 2007 e la fine del 2010, l’occupazione in Italia è diminuita di circa 400 mila unità (senza contare la cassa integrazione).
Quella variazione, tuttavia, è il saldo fra un crollo dell’occupazione degli italiani, che hanno perso quasi 1 milione di posti di lavoro, e un’esplosione dell’occupazione degli stranieri, che ne hanno conquistati quasi 600 mila. Nel 2007, prima della crisi e dopo quasi vent’anni di immigrazione, gli stranieri occupati in Italia erano circa 1 milione e mezzo, tre anni dopo erano diventati 2 milioni 145 mila, quasi il 40% in più. Un boom di posti di lavoro nel pieno della più grave crisi dal 1929.

Come è possibile? In parte lo sappiamo: gli italiani, pur non essendo molto più istruiti degli stranieri regolarmente residenti in Italia, non sono disposti a fare tutta una serie di lavori che gli stranieri invece accettano. Ma questa non è una novità. La novità è che durante la crisi l’occupazione straniera è esplosa, e continua a crescere a un ritmo elevatissimo. Anche nell’ultimo anno, con i primi timidi segnali di ripresa, gli italiani hanno perso qualcosa come 166 mila posti di lavoro, mentre gli stranieri ne hanno guadagnati ben 179 mila (+9,1%).
È possibile che una parte dei nuovi posti di lavoro siano state semplici regolarizzazioni, soprattutto relative a «badanti» già occupate. Ma questo meccanismo può spiegare solo una parte dell’aumento, visto che - nonostante la drammatica crisi dell’edilizia - l’occupazione degli stranieri maschi è aumentata di quasi il 30% in soli 3 anni, e continua ad aumentare anche in questi mesi.

La realtà, forse, è un’altra, più difficile da digerire per noi italiani. Nella crisi, il nostro sistema produttivo è diventato ancor meno capace di prima di generare posti accettabili per gli italiani. È per questo che gli immigrati regolari stanno lentamente, ma implacabilmente, diventando uno dei segmenti più dinamici e attivi della società italiana, come mostrano l’andamento del tasso di disoccupazione (in calo per gli stranieri ma non per gli italiani), il contributo al Pil, il valore delle rimesse verso i Paesi d’origine, il moltiplicarsi in ogni parte d’Italia delle partite Iva e delle micro-imprese gestite da immigrati: negozi, bar, officine, aziende di trasporti e di servizi. È triste ammetterlo, ma gli stranieri occupati in Italia sono diversi da noi non già perché «loro» sono meno istruiti e meno ricchi, ma perché somigliano a quel che noi stessi eravamo negli Anni 50: un popolo uscito da mille difficoltà e determinato a conquistarsi un futuro a colpi di sacrifici e duro lavoro.

Visto da questa angolatura il problema dell’immigrazione assume contorni un po’ diversi.
Sul versante del mercato del lavoro, il problema dell’Italia - per ora - non è di essere invasa dagli stranieri, ma di essere più adatta agli stranieri che agli italiani. Il nostro guaio non è che gli stranieri ci portano via i posti di lavoro, ma che ci ostiniamo a creare posti che né noi né i nostri figli sono disposti a occupare. Camerieri, pizzaioli, fattorini, autisti, badanti, muratori continuano a servire al sistema Italia. Molto meno ingegneri, tecnici specializzati, ricercatori, tutti mestieri per i quali - se si è davvero bravi - forse è meglio guardare alle opportunità che si creano negli altri Paesi avanzati che sulla scuola, la ricerca e la cultura hanno puntato più di noi.