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giovedì 16 dicembre 2010

I perdenti temono il cappio


LUCIA ANNUNZIATA

Non avevamo ancora visto una forza politica nascere all’insegna del caustico realismo di Benjamin Franklin. All’irritabile padre co-fondatore degli Stati Uniti è attribuito l’ironico invito rivolto, nel fatale anno rivoluzionario del 1776, ai suoi indecisi compagni d’azione: «If we do not hang together, we shall most assuredly hang separately». («Se non restiamo uniti, verosimilmente ci impiccheranno uno per uno»).

Altamente inusuale, dunque, ma davvero significativo, che proprio questa frase sia stata scelta ieri dal professor Buttiglione, per battezzare il Terzo Polo. Il tanto atteso e già numerose volte annunciato partito dei moderati nasce infatti su un terreno fertilizzato in ugual misura da frustrazione, paura e baldanza.

Il timore è quello di «essere impiccati uno a uno», appunto - ma la baldanza è quella di rispondere alla paura lanciando il cuore oltre l’ostacolo.

Guardando ieri la prima uscita pubblica di questa nuova area politica, quel tavolo intorno a cui erano riuniti volti e storie singolarmente lontane - da Adornato a Linda Lanzillotta, dalla Sbarbato a Fini e Casini passando per Paolo Guzzanti e Giorgio La Malfa, uomini e donne di sigle provvisorie e dimenticabili, Fli, Udc, Api, Mpa - non si poteva che mettere in conto fin da ora le future scissioni, o ricordare tutti i fallimenti che molti di quegli uomini e donne hanno già sperimentato nelle loro vite politiche. Quello riunito intorno al tavolo che simboleggiava ieri la unione dei moderati, era una sorta di piccolo gregge con l’aria ancora smarrita di chi è appena arrivato da tutt’altra direzione. Ma se pecorelle erano, avevano però il sorriso di chi ha scelto la soluzione più impervia e meno scontata: quella di farsi - davanti al lupo - leoni.

Il che ci porta, con un salto laterale, ma non illogico, alla sostanza delle cose. L’eterogenesi dei fini è una delle maggiori forze al lavoro nella politica; e la nascita del Terzo Polo ne è stata ieri la ulteriore prova. Una unione dei moderati, pensata, vagheggiata, vezzeggiata da mesi (se non da anni) ma considerata tutto sommato impossibile proprio per la diversità dei profili, delle storie, e degli elettorati, è nata alla fine nel giro di poche ore. Infiammata in ugual misura dalla paura di sparire e dalla frustrazione della sconfitta. In altre parole: tigna, rabbia, orgoglio, e stizza causate dalla bruciante sconfitta della sfiducia in Parlamento hanno potuto quello che mesi di convegni, contatti, progetti e pratiche politichesi varie non erano riuscite a realizzare. In questo consiste l’eterogenesi dei fini.

La fiducia incassata da Berlusconi potrebbe infatti accelerare oggi processi che finora erano sembrati impossibili o irrealistici. E il terzo polo potrebbe in effetti essere solo l’inizio di questa accelerazione, imprimendo un effetto domino all’intero arco della politica fuori dalle mura berlusconiane.

La neonata forza terzista fornisce intanto un approdo realistico ai tanti gruppi sparsi di moderati in cerca d’autore che da anni attraversano, per obbligo bipolare, il purgatorio di ideologie non affini. Non è dunque impossibile ipotizzare che abbastanza presto potrebbe arricchirsi di volti o di alleanze.

Al di là dell’area di Montezemolo - con cui il Terzo Polo nella forma attuale tesse un colloquio da tempo - l’effetto maggiore della aggregazione di ieri potrebbe essere avvertito soprattutto fra i cattolici del Pd che da anni lamentano una mancanza di identità. Questi cattolici del Pd non sono un unico blocco, per cui è impossibile per ora azzardarne un calcolo. Divisi essi stessi in varie sottoculture cattoliche, sono tuttavia da tempo alla ricerca di una via per affrancarsi da un Pd tornato molto ex Ds con Bersani. Ma i moderati del terzo Polo sono un alleato naturale anche per i Modem di Veltroni, e, persino, potrebbero costituire una sponda dialogante per lo stesso Vendola la cui identità politica ha caratteri religiosi ed emozionali lontani dalla cultura ex comunista.

La esistenza stessa di questa area politica potrebbe, insomma, introdurre nuove geometrie nella opposizione, e generare diverse identità. Ed è proprio in questo moltiplicarsi di percorsi la novità. Chiarimenti interni alle varie aree di voto, da tanto tempo necessari e sempre rimandati, potrebbero ora avvenire sotto la spinta della paura di sparire, o della voglia di contare. Insomma, la vittoria di Silvio Berlusconi due giorni fa in Parlamento invece di sbaragliare gli avversari potrebbe rivelarsi alla fine l’elemento che rivitalizza un panorama asfittico, timido, calcolatore, e dipendente, quale quello della nostra politica fin qui.

P.S. Giusto per informazione del terzo Polo, a futuro uso: a Benjamin Franklin si attribuisce anche la frase: «Traditore è il termine che usano i vincitori per impiccare i perdenti».

giovedì 9 dicembre 2010

Obama, sul web la vendetta della storia


LUCIA ANNUNZIATA

Un mortale duello fra due eroi di un nuovo mondo. L’arresto del fondatore di Wikileaks fa esplodere anche, fra le tante cose, un conflitto fra due eroi moderni, appunto, entrambi espressione della rivoluzione che il web ha operato nella politica e nella informazione, entrambi nati dentro e per buona parte grazie alla rete - Julian Assange e Barack Obama.

Del legame fra Julian e la Rete sappiamo, ovviamente, tutto. Ma pochi sembrano ricordare in questi giorni quanto intrecciata sia con Internet anche la presidenza Obama. Il «cambio» che portò due anni fa il candidato democratico a Washington nacque in effetti proprio dal web e fu proprio l’uso di questo nuovo strumento a certificarne la rottura con il passato. Quando Barack Obama si affacciò sulla scena delle primarie, il suo nome era quello di un brillante ma marginale politico.

Rispetto al sistema poderoso, oleato, iperistituzionalizzato della macchina da guerra dei Clinton la sua campagna elettorale apparve per molti lunghi mesi una sorta di speranzoso tentativo, destinato a dare i suoi frutti in un futuro distante. Nella sorpresa generale Obama vinse invece una elezione dopo l’altra nelle primarie, Stato dopo Stato, con una tattica che - poi gli analisti se ne sarebbero resi conto - combinava la riscoperta del più tradizionale strumento politico, il contatto a pelle con le persone, e il più innovativo degli strumenti di aggregazione, il web appunto.

Una squadra di giovani che fu descritta come «miracolosa» mise in piedi il più capillare network politico che avesse visto la rete: email inviate ogni giorno, possibilità di contattare il gruppo intorno al candidato quasi minuto per minuto, calendari e agenda aggiornati al momento. Se si ricorda, su rete venne lanciata una campagna di raccolta di contributi individuali dei sostenitori di Obama, che azzerò il senso stesso di quelle adunate per ricchi con cui fino ad allora si erano identificate le raccolte dei fondi. Tra Hillary che andava alle cene di New York per cercare donazioni, e Obama che raccoglieva su rete i suoi pochi ma valorosi spiccioli, la differenza divenne un marchio di novità e successo per il futuro presidente.

La rete provò alla fine di essere - se usata in maniera vasta e socializzata - il modo per riportare alla politica ampi strati di popolazione che da anni non votavano più: la vittoria di Obama, come ci dicono le statistiche, è stata dovuta in particolare al ritorno alle urne di giovani che vennero da lui convinti a votare proprio grazie alla novità del suo modo di far politica.

L’affetto e la gratitudine del nuovo Presidente per la rete si espressero, d’altra parte, appena eletto, quando, facendo sobbalzare il mondo, annunciò che lui avrebbe rinunziato a tutto ma non al suo «blackberry», confessandosi totalmente «dipendente» dalla posta su rete. Ancora oggi, del resto, quell’ampio network messo in piedi per le primarie funziona, e ancora oggi infatti se mai siete stati agganciati allora dalla campagna elettorale democratica, continuate a ricevere più volte ogni settimana annunci da parte di Obama che vi chiede questo e vi spiega quello e che vi invita a rimanere in contatto.

C’è dunque una sorta di «poetica vendetta» nel fatto che, tra le altre cose, al Presidente americano sia toccato ora fare la parte del «repressore» della rete. Che proprio contro di lui il web abbia sganciato, volendolo o no, una bomba destabilizzante quale è la pubblicazione dei documenti del Dipartimento di Stato. È in ogni caso molto significativo, e certo lacerante per coloro che lo sostengono, vedere ora Obama nel ruolo di chi chiede l’arresto di Assange che oggi è il simbolo della libertà di espressione, della efficacia della trasparenza, del potere della rete. Pagherà un prezzo molto alto il Presidente per questa sua posizione su Assange - perderà consenso presso la sua base elettorale più appassionata, più dinamica, più a lui vicina.

Ma, oltre che una «poetica vendetta» della storia, in questo nuovo ruolo di Obama c’è tutto il racconto della inevitabilità del potere. La vicenda personale del Presidente americano, e non solo per quel che riguarda il web, sembra potersi racchiudere in fondo tutta in questo apologo: il potere ha le sue leggi e non importa quante promesse puoi fare prima, una volta conquistato è difficile gestirlo cambiandone la natura. Va detto con tristezza, non sarà Obama il primo profeta che il sistema ha divorato.

lunedì 29 novembre 2010

Ma il vero obiettivo è Obama


Se un complotto c’è, è nei confronti di Obama. Affascinati dal capire cosa pensano di noi i proconsoli americani nel mondo, eccitati dal poter sollevare il velo delle cortine delle opportunità pubbliche, un dato sembra acquisito.

Il rilascio di quasi due milioni di dispacci del Dipartimento di Stato da tutte le sue sedi nel mondo, è intanto e prima di tutto un gravissimo colpo per la amministrazione americana.

Ancor prima che nei contenuti, l’operazione di Wikileaks
mette alla berlina l’intero sistema di sicurezza degli Stati Uniti, lo attraversa, lo squaderna e lo mette in piazza dimostrandone tutta la fragilità. In questo senso, si potrebbe dire che Assange ha un suo precursore nel giovane tedesco che poco tempo prima della caduta del Muro di Berlino raggiunse Mosca con un piccolo aereo è atterrò sulla Piazza Rossa, svelando con un solo colpo d’ala la fragilità di un sistema che si vantava dei suoi scudi stellari e delle sue testate nucleari. Se non fosse che l’azione odierna del giovane Assange ha scopi e sbocchi che la pongono ben al di là del «disvelamento» della natura del potere.

L’operazione-verità di Wikileaks, cui va dato il benvenuto come a tutte le operazioni di trasparenza, ha tuttavia anche un sottotesto molto politico, ha un impatto laterale, senza capire il quale rischiamo di essere messi anche noi nel sacco
. C’è, insomma, una seconda lettura del rilascio di questi documenti, una sorta di eterogenesi dei fini, che suscita varie domande.

Intanto, le
dimensioni di questo ultimo rilascio sono molto diverse dal primo, quello sulla guerra in Iraq. In quel caso, Wikileaks gestì circa quattrocentomila testi, si disse. Un numero eccezionale, ma non impossibile da raccogliere se si considera il gran numero di soldati coinvolti nel conflitto, la facilità con cui tutti loro usano in questa guerra il computer, e l’intensità dei sentimenti contro la guerra che circolano al fronte. Non suscitò dunque meraviglia che nel giro di qualche anno tale mole di informazioni venisse raccolta e passata ad Assange. Questa volta invece si tratta di quasi due milioni di dispacci, provenienti da tutte le ambasciate americane nel mondo: come ha fatto Wikileaks a mettere insieme una raccolta di tali dimensioni? Con quanti uomini e donne, in quali tempi, da quali basi operative? Certo, sappiamo bene che la tecnologia è flessibile, che basta un computer da una panchina per lavorare; sappiamo anche che proprio i grandi Stati peccano di eccesso di sicurezza rispetto ai propri sistemi operativi e ai propri codici. Ma, anche così, il dubbio rimane: bastano davvero solo un pugno di volontari e tante gole profonde per catturare ben due milioni di messaggi da tutte le ambasciate del mondo? E come può continuare a gestire tale complessa operazione un uomo come Assange che è da parecchio tempo in fuga, proprio per non far bloccare il suo lavoro? E - a proposito - come mai questo uomo che sfida da solo l’opacità del potere, non si trova? C’è qualcosa di davvero formidabile nella capacità di questo giovane di non farsi trovare dai servizi di intelligence più importanti del mondo.

C’è insomma un lato incomprensibile in questa storia, o, se volete, un vero e proprio lato oscuro. Chi sta aiutando Assange? C’è solo la sua fede e quella di pochi volontari nella libertà di stampa a sostenerlo? O, sempre in nome della libertà di stampa non abbiamo noi stessi il diritto di chiedere a questo punto allo stesso Assange trasparenza sulle sue operazioni?

Certo non si può essere così ingenui da non vedere che l’imbarazzo creato all’amministrazione di Obama, rende molto popolare il creatore di Wikileaks presso molti nemici di Obama.
E se oltre che benvenuto Assange fosse stato anche aiutato da questi nemici?

Qui si apre una prateria di ipotesi, e tutte inquietanti.

Sappiamo, proprio dai dispacci che leggiamo su Wikileaks, che il mondo in questo momento è un luogo molto incerto.

Sappiamo che il potere degli Usa è in forte declino, e che è al centro di molti attacchi.

Sappiamo infine anche che lo stesso Obama è combattuto da potenti forze nel suo stesso Paese.

E’ davvero ridicolo dunque ipotizzare che Wikileaks possa essere diventato strumento involontario o volontario di queste tensioni? Staremo a vedere. Ma certo Assange stesso ci perdonerà questi dubbi, dal momento che essi sono solo l’applicazione a lui della stessa richiesta di trasparenza che la stampa libera rivolge a tutti.

martedì 2 novembre 2010

Obama tradito dalla crisi dei partiti


LUCIA ANNUNZIATA

L’unica indecisione sembra, alla vigilia, riguardare solo l’ampiezza dell’impatto.

Non è ancora chiaro se si tratterà di uno «tsunami» (copyright ex sindaco dem di New York, Ed Koch) o di «un’onda di proporzioni storiche» (copyright Istituto Gallup). Per il resto, che le elezioni di mediotermine segneranno un disastro per Obama non ne dubita nessuno. Nelle previsioni della vigilia, i repubblicani vincono circa cinquantacinque seggi alla Camera, superando ampiamente la quota trentanove che serve per avere la maggioranza, e vincono almeno venticinque delle trentasette poltrone senatoriali.

Conquistano inoltre una serie di governatorati oggi democratici negli Stati del centro del Paese, dalla Pennsylvania allo Iowa, luoghi chiave delle vittorie presidenziali, inclusa quella di solo due anni fa di Obama.

Val la pena dunque di cominciare a porsi da subito le domande che questo risultato metterà sul tavolo. Siamo di fronte all’inizio della fine del Presidente Fenomeno, del Presidente della Rinascita, del Presidente Nero? O il voto, questo «cambiamento di orientamenti epocale nell’elettorato Usa», è anche, secondo le parole sul Wall Street Journal di Rasmussen (direttore di uno degli istituti di sondaggio più attendibili del Paese), un sommovimento tellurico il cui impatto sarà avvertito dall’intero sistema politico? Domande autorizzate da due elementi senza i quali è impossibile capire il contesto in cui è maturata la sconfitta democratica. Il primo è l’estrema sfiducia dell’elettorato Usa nelle sue istituzioni. Il secondo è che il campo repubblicano, vittorioso per quanto sia, ha subito, a causa del movimento dei Tea Party, un totale spappolamento del suo assetto tradizionale.

Cominciamo dalla sconfitta di Obama, cui alla fine va apposto un solo nome: disoccupazione. Il profilo di chi oggi ha deciso di votare repubblicano è lo stesso ovunque: sono uomini, operai, bianchi. Sono del resto loro a costituire tradizionalmente il margine che assegna o meno la vittoria in ogni grande competizione elettorale. Sono gli stessi che, va ricordato, già nel 2008 erano incerti su Obama, dal momento che alle presidenziali avevano in prima istanza scelto Hillary sull’attuale Presidente.

Il lavoro è il primo motivo di scelta (al 38 per cento) indicato dai votanti tutti, sia quelli repubblicani (30 per cento) che democratici (40 per cento). Per capirci: la riforma sanitaria ha pesato nelle scelte elettorali solo per il 24 per cento e l’Afghanistan per il 4 per cento. I motivi di tanta preoccupazione sono ben illustrati dall’ultimo rapporto di Market Watch, del Wall Street Journal, che in ottobre ha riportato la fotografia del devastante impatto della crisi soprattutto fra gli operai, i blue-collar. Il tasso totale di disoccupazione del 9,6 per cento (che raggiunge il 17 per cento se vi si aggiunge la sottoccupazione) viene così distribuito nella società: il 4,5% colpisce i laureati, il 10,8% i diplomati e il 14,3% coloro che non hanno titoli di studio. I democratici dunque perdono proprio perché colpita è la loro base elettorale. Ogni altro merito, o demerito, che alla vigilia del voto, viene attribuito ad Obama, che abbia fatto bene o male la riforma sanitaria, che abbia usato pochi fondi dello Stato come stimolo all’economia o che non ne avrebbe dovuto usare affatto, che abbia punito troppo o troppo poco con le nuove regole, il capitale e il big business, sono tutti elementi validi ma che vengono infinitamente dopo la questione del lavoro.

Ma se la questione al centro di questa elezione è la crisi economica, la incertezza sul futuro, se il malumore è così ampio, al di là della momentanea «punizione» per Obama, se ne avvantaggeranno davvero i repubblicani? O c’è negli Usa un clima che in generale se punisce Obama non premia i repubblicani?

Come si diceva, sotto l’onda che sta arrivando nella Washington democratica opera un ulteriore motivo di tensione senza il quale è difficile capire l’intensità che ha colorato questa campagna elettorale. Questo elemento è una profonda sfiducia nei partiti di governo, che ha raggiunto in questo ultimo anno livelli massimi, che attraversa tutti gli schieramenti. Secondo l’istituto Rasmussen, «il 51% dei cittadini Usa vede i democratici come il partito del Grande Governo, mentre quasi la stessa percentuale vede i repubblicani come il partito del Grande Business. Questo significa - conclude il rapporto - che non ci sono più partiti che rappresentano il popolo americano».

Spiega Matt Rasmussen nel rapporto: «In questo senso nemmeno i repubblicani vincono. La realtà è che nel 2010 i votanti stanno facendo quello che fecero nel 2006 e nel 2008: votano contro i partiti al potere. Il che è poi la continuazione di una tendenza che ha ormai venti anni. Nel 1992 Clinton fu eletto e perse il controllo del Congresso nel corso del suo mandato. Lo stesso avvenne nel 2000 a George Bush. Ora accade di nuovo, e per la terza volta di fila». C’è dunque in atto una critica più ampia al sistema di potere, «un fondamentale rifiuto di entrambi i partiti. Più precisamente, un rifiuto bipartisan delle élite politiche che hanno perso il contatto con la gente che dovrebbero rappresentare».

Questa tensione fra cittadini e politica ha rapidamente disfatto il consenso di Obama, ma ha anche spappolato il campo repubblicano, come si è visto nelle azioni e nei programmi dei nuovi candidati del Tea Party, nati per contestare tanto i democratici quanto le vecchie élite del mondo conservatore.

Sono, naturalmente, per ora, solo analisi. Ma se così fosse, staremmo raggiungendo in America ben prima che da noi l’acme di una sfiducia antipartiti che anche in Europa conosciamo bene. Che si tratti poi di una crisi, di una crescita o di un mutamento delle forme attuali della democrazia lo vedremo. Di certo, per dirla con l’istituto Gallup, le elezioni di oggi di Midterm, portano gli Stati Uniti in un territorio «di cui non si conoscono le mappe».

lunedì 2 agosto 2010

Il sogno infranto del Cavaliere


LUCIA ANNUNZIATA

Quel che avrebbe potuto essere. C’è una sorta di tristezza nella foga con cui Silvio Berlusconi sta provando in queste ore a rassicurare tutti sulla tenuta del suo governo.

Comprensibilmente. Qualunque sia l'analisi che se ne fa, e qualunque ne sarà lo sbocco, la rottura dentro il Pdl lascia come principale vittima sul terreno il sogno che il Premier aveva accarezzato nei primi mesi del suo terzo governo.

Quello di divenire l’uomo che dopo aver spaccato l'Italia l’avrebbe ricostruita, trasfigurandosi da leader di parte in Statista. Quello che avrebbe potuto essere, appunto. Per misurare il reale impatto nel governo della crisi di questi giorni, occorre riandare con la memoria agli straordinari inizi e successi della attuale legislatura. Nell’aprile del 2008 Silvio Berlusconi tornava a Palazzo Chigi in maniera inaspettata, dopo un brevissimo governo Prodi che aveva consegnato alle ceneri ogni futuro della sinistra. Tornava sull’onda della crisi della spazzatura, uomo del destino, uomo di popolo, santino di una Napoli che adora i Masaniello, e raccoglieva una maggioranza senza precedenti nelle legislature del dopoguerra. L'uomo del fare sembrò confermare la sua fama pochi mesi dopo l’elezione, con la sua reazione al terremoto dell’Aquila: subito in mezzo alla gente, risolutore, risanatore, affettuoso leader.

Agli occhi della sua maggioranza più che l’avvio di una legislatura, quel primo anno di Silvio Berlusconi sembrò l’inizio di un intero futuro. In quei mesi circolava nelle vene delle aule di governo una fiducia senza limiti, che poteva essere paragonata solo alla disperazione con cui il centro-sinistra si immergeva in una lenta autodistruzione che avrebbe portato alle dimissioni di Veltroni. Persino in quel centro-sinistra si immaginava che Berlusconi avrebbe governato per sempre: «Durerà venti anni» si sentiva dire dappertutto.

Se si vanno a rileggere oggi i giornali e i commentatori politici di allora, vi si troveranno gli scenari di quell’entusiasmo: si vedeva già Silvio al Quirinale, dopo una rapida riforma che avrebbe trasformato apposta per lui un sistema Parlamentare in uno Presidenziale; si parlava già persino di manovre per accorciare la Presidenza Napolitano, tanta era la convinzione e la impazienza del leader. Del resto, va ancora ricordato, è quello il clima in cui è nato il più singolare partito della storia moderna: il partito a leadership carismatica, unico possibile titolo per dimostrare la assoluta grandezza di un Premier che si fa votare con un applauso della assemblea nazionale.

Dentro i successi e la sicurezza di quel primo anno prese forma una convinzione più grande della stessa leadership, o, se volete, un sogno: che si fosse arrivati a una vera svolta nella storia, che l’Italia fosse pronta a diventare un nuovo Paese e che Silvio potesse diventare l’uomo che dopo averla divisa, sfondata, cambiata, poteva riunificarla.

Perché non immaginarlo, d’altra parte? Nel suo terzo governo (formalmente quarto, per via di un rimpasto nel 2005) Berlusconi riceve un consenso persino da quella élite del Paese che per lungo tempo si è tenuta lontana: direttori di giornali, imprenditori, artisti, intellettuali ammettono la sua potenza. Se si rilegge oggi la collezione di - ad esempio - «il Foglio», si capirà bene la ampiezza del sogno.

Il momento più alto di questa tendenza è raggiunto il 25 aprile del 2009, festa di sinistra cui di solito il Premier si è sempre sottratto. Per questo 2009 «il Giornale» invece annuncia: «Silvio ci sarà e sarà una prima volta storica». Effettivamente ci va e sceglie una location significativissima: il paesino di Onna, da poco devastato dal terremoto, teatro in passato di un eccidio nazista, patria della «leggendaria» (parole di Berlusconi) brigata partigiana Maiella. Vi pronuncia un discorso che ancora oggi è il più serio invito mai pronunciato dal premier alla riunificazione dell’Italia: «In quel momento - dice parlando della Resistenza - tanti Italiani di fedi diverse, di diverse culture, di diverse estrazioni si unirono per seguire lo stesso grande sogno, quello della libertà. Vi erano fra loro persone e gruppi molto diversi. Vi era chi pensava soltanto alla libertà, chi sognava di instaurare un ordine sociale e politico diverso, chi si considerava legato da un giuramento di fedeltà alla monarchia. Ma tutti seppero accantonare le differenze, anche le più profonde, per combattere insieme. I comunisti e i cattolici, i socialisti e i liberali, gli azionisti e i monarchici, di fronte a un dramma comune, scrissero, ciascuno per la loro parte, una grande pagina della nostra storia». Segue un elogio alla Costituzione, che suona ancora oggi sorprendente, se si pensa a tutte le polemiche successive: «Una pagina sulla quale si fonda la nostra Costituzione, sulla quale si fonda la nostra libertà. Fu nella stesura della Costituzione che la saggezza dei leader politici di allora, De Gasperi e Togliatti, Ruini e Terracini, Nenni, Pacciardi e Parri, riuscì ad incanalare verso un unico obiettivo le profonde divaricazioni di partenza. Benché frutto evidente di compromessi, la Costituzione repubblicana riuscì a conseguire due obiettivi nobili e fondamentali: garantire la libertà e creare le condizioni per uno sviluppo democratico del Paese».

Il discorso irrita i nemici acerrimi, spiazza tutti, e commuove i partigiani - i quali applaudono il premier, lo circondano quando scende dal palco e gli regalano il fazzoletto della Brigata Maiella. Circondato a quei vecchi eroi, con sulle spalle quel fazzoletto simbolo della resistenza, Berlusconi fa il giro del paese terremotato. Il giorno dopo il suo consenso è, secondo tutti i sondaggi, il più alto che abbia mai raccolto. Ma è anche l’ultimo momento di felicità del Premier. Il giorno dopo, il 26 aprile, si reca a Casoria alla festa di una ragazzina di 18 anni. Una decisione che segna simbolicamente una lunga discesa in un lungo anno, fra polemiche, scandali, divisioni, inchieste e dimissioni. Fino alla separazione di questi giorni.

Di quello che accadrà ora, dopo la crisi apertasi con Fini, è difficile dire. Silvio Berlusconi ha dimostrato in questi quindici anni di politica, di essere un uomo forte, astuto, cocciuto, cinico, abile, popolare. Ha dimostrato insomma di essere un vero politico, e infatti ha saputo più volte risorgere dalle sue difficoltà. I segni della sua popolarità sono ancora forti anche in queste ore, e se si andasse a votare presto rivincerebbe. Ma nemmeno una nuova vittoria potrebbe riportarlo indietro al tempo di cui abbiamo parlato. La crisi ha tolto al premier la sua onnipotenza, la sua intangibilità, il suo «magico». Un governo che in soli due anni arriva a schiantarsi su una crisi parlamentare, sia pur controllata, è infatti solo un governo come tanti altri. E di conseguenza, Silvio Berlusconi si è lui stesso ridimensionato a un politico come tutti gli altri. Il giocattolo che aveva nelle mani quando ha riattraversato la soglia di Palazzo Chigi per la terza volta si è definitivamente rotto.

lunedì 14 dicembre 2009

La sinistra a un bivio


14/12/2009
LUCIA ANNUNZIATA


Il volto insanguinato, sorpreso e spaventato del premier Silvio Berlusconi rimarrà un’icona nella storia di questa Repubblica. Chiunque lo abbia colpito non ha nessuna, e val la pena di ripetere, nessuna giustificazione. Né di quelle che si sono immediatamente sentite: che è stato lui, il premier, ad aizzare la folla, gridando pochi minuti prima «vergogna, vergogna» a chi lo fischiava - come sostiene Di Pietro -, né di quelle che ci potrà offrire la cronaca sullo squilibrio mentale dell’assalitore. Ieri sera a Piazza del Duomo è stata, in ogni caso, passata una soglia.

E’ stato violato il corpo del premier, e qualunque sia l’opinione sulla sua politica, questa violazione costituisce un attacco diretto, fisico, materiale, alla sua carica. In questo senso è un attacco alle istituzioni, e come tale va giudicato: un nuovo strappo dei molti che stanno disfacendo il corpo della Repubblica. In questo senso, è un passo senza ritorno - senza se e senza ma - che anticipa, fa intravedere quanto facilmente l’attuale infiammata situazione possa piegare verso lo scontro fisico.

Del resto è questa la preoccupazione che sembra motivare l’immediato richiamo del Presidente della Repubblica che ha fatto appello a «stroncare ogni impulso e spirale di violenza», usando quelle parole «spirale di violenza» che tante volte abbiamo già sentito negli anni più bui del Paese.

Lo schieramento politico tutto, il governo e l’opposizione, hanno la responsabilità nelle prossime ore di decidere che piega prenderanno ora gli eventi. Al di là della solidarietà, che consideriamo obbligatoria, la vera questione che va ora posta sul tavolo è se davvero la pratica dell’opposizione si sia tramutata in una campagna di odio.

Il premier lo ha sempre sostenuto in questi ultimi mesi e lo ha ripetuto proprio nel comizio milanese. Ora, dopo l’attacco, tutto sembra dargli ragione. Si avvarrà di questa prova per farsi forza nello scontro, per alzare di tono le polemiche, o vi troverà, come lo spavento nei suoi occhi raccontava, una sorta di buona ragione per rasserenare il clima prima che gli avvenimenti comincino a correre? Questa è la scelta che ha di fronte Silvio Berlusconi.

Peggiore è invece la posizione dell’opposizione. Comunque lo si guardi, anche se si dovesse trattare di una persona squilibrata, l’attacco è figlio di un clima di esasperazione dei conflitti? Il centrosinistra si sente in parte responsabile dell’attuale clima, pensa di aver sbagliato qualcosa, o, al contrario, scrollerà le spalle addossando anche questo episodio a Berlusconi, o derubricando l’intero episodio a un dettaglio?

Per l’opposizione, sono domande complicate perché sono già presenti, sia pur in altre forme, nel suo dibattito interno, e già si sono rivelate molto laceranti. Basta ricordare la tensione provocata la settimana scorsa dal semplice rifiuto di Bersani di aderire in forma ufficiale all’anti-Berlusconi day.

Ora che il pericolo di violenza si è materializzato, la discussione su come si combatte il governo dovrebbe invece assumere dei contorni ben più precisi: cambiare molte parole e moduli fin qui usati, rompere con ogni personalizzazione e concentrarsi completamente sugli aspetti politici dello scontro. Saprà o potrà farlo il Pd che già ora è incalzato da un settore politico come quello di Di Pietro, che dell’antiberlusconismo ha fatto la sua unica piattaforma?

Questa è la scelta di fronte a cui si trova il Partito democratico. E tuttavia non è una scelta impossibile. Silvio Berlusconi è oggi un avversario meno forte di quel che lui stesso sostiene. L’aggressore lo ha colpito proprio alla fine di un comizio che tutto è stato meno che un «predellino 2», cioè un rilancio e un rinnovamento della sua leadership. Anzi, il comizio di Milano è apparso soprattutto mirato a rassicurare un elettorato probabilmente confuso dalle tensioni interne.

Il nuovo segretario del Pd, proprio nel rifiuto di aggregarsi al No Berlusconi Day, ha già dato una prima indicazione della identità tutta politica che vuole dare all’organizzazione. Del resto, Bersani e buona parte dell’attuale gruppo dirigente del Partito democratico vengono direttamente dalle file di quel Pci che negli anni bui non temette di stare accanto al suo avversario storico, la Dc, per fermare il terrorismo. Ora non siamo affatto nell’emergenza di allora. Ma, oggi come allora, il perno della politica rimane il principio che la governabilità di un Paese dipende dall’assumersi responsabilità. Anche da parte di chi è all’opposizione.

giovedì 3 dicembre 2009

Obbligati a finire l'opera


3/12/2009
LUCIA ANNUNZIATA


Per capire la decisione di Obama sull’Afghanistan val la pena di ripassare alcuni numeri.
Nel 2000 i paesi occidentali producevano da soli il 55% della ricchezza mondiale - nel 2025 produrranno il 40%. In quella data, l’Asia ne produrrà il 38%, rispetto all’attuale 24. Un sostanziale pareggio. Demograficamente il rapporto fra Ovest ed Est si può raccontare in maniera ancora più spettacolare: nel 2025 la popolazione di America ed Europa insieme costituirà il 9% di quella mondiale (nel 19° secolo, all’apice della sua influenza, l’Europa da sola rappresentava il 22%, cioè quanto la Cina oggi), mentre l’Asia ospiterà il 50% dei cittadini del mondo. Come dire: in quindici anni una persona su due al mondo sarà asiatica.

Leggendo questi numeri, tratti da uno studio della influente Fondazione Notre Europe, di cui è oggi presidente l’ex ministro del Tesoro Tommaso Padoa-Schioppa, c’è una sola domanda cui rispondere: possono davvero Usa ed Europa non impegnarsi a fondo nella guerra in Afghanistan?

Il legame fra quel conflitto e la velocissima ridefinizione in corso dei rapporti di forza internazionali è forse poco apparente, ma fondamentale.

La guerra afghana non è stata iniziata dall’attuale Presidente americano e sicuramente quando è stata avviata era stata immaginata dall’allora presidente Bush nel contesto dell’attacco dell’11 settembre agli Usa. Ma fin da allora la discesa in campo di Washington aveva sullo sfondo l’Asia, e la Cina in particolare. A fronte della rapida crescita di quell’area del mondo, gli Stati Uniti si sono ritrovati in effetti privi di efficaci strumenti di intervento, proprio nella data che ha fatto da spartiacque fra un secolo e un altro.

La Nato, principale struttura del governo occidentale per quasi mezzo secolo, è stata costruita con in mente la minaccia sovietica della Guerra Fredda. Le alleanze mediorientali, un cesto misto di Israele più un gruppetto di Paesi arabi moderati, sono state tirate su con l’idea che Washington potesse agire, in quella area, via controllo remoto. Cioè tirando i fili da lontano, grazie alle molte leve di aiuti economici, interventi coperti, petrolio e lobbismo. Uno schema di lavoro diplomatico-militare applicato d’altra parte dagli Usa in molte altre aree del mondo, tutte quelle più o meno catalogate «in via di sviluppo».

Strumenti vecchi, dunque, per una visione vecchia del mondo. Mentre ancora in Occidente, guardando ai resti del Muro, ci si gingillava con il concetto di Fine della Storia, la Vecchia Talpa era in effetti già riemersa altrove. Senza farla troppo lunga, dal momento che questa è ormai cronaca sotto gli occhi di tutti, la globalizzazione ha espanso la ricchezza di paesi fino a poco prima «in via di sviluppo», ed ha avviato un capovolgimento in poco più di venti anni del rapporto di forze tra nazioni. La Cina, con il suo grande balzo verso il capitalismo, è stata uno dei motori della globalizzazione, come sappiamo. Si è trascinata dietro l’intera Asia, come sappiamo. Le domande poste da questa crescita hanno direttamente alzato la pressione intorno alle fonti energetiche, al potere di acquisto e alla supremazia produttiva dell’Occidente. In questo senso l’attacco terroristico iniziato contro di noi nel 2001 non è l’inizio delle guerre che oggi sono in corso, ma è il frutto e la rappresentazione del potenziale tellurico che c’è in questo cambiamento di rapporti di forza. Anche questo sappiamo.

Quello che meno sappiamo, da occidentali, da almeno un decennio, è come confrontarci con queste nuove richieste di questi nuovi poteri. Bush, dopo l’emergenza del 2001, ebbe una idea. Discutibile, come è stata, ma sicuramente una idea. Avanzare il fronte della presenza americana. Avanzarlo letteralmente - nel senso, cioè, di creare attraverso le invasioni di alcuni paesi nuove roccaforti di presenza Usa, piantate direttamente nel cuore dei nuovi equilibri. Il controllo dell’Iraq, dell’Afghanistan, del Pakistan, che direttamente o meno gli Usa si ritrovano, aggiunto alla solida alleanza con l’India, forma, se guardiamo alle carte geografiche, una lunga fascia di presidio diretto. Una sorta di cintura Gibaud, che abbraccia i paesi del petrolio, amici e nemici; ma, anche, fa da contenimento, sotto la pancia del Caucaso e della Cina.

Le guerre di Bush sono state molto criticate, e si sono rivelate certo meno efficaci e veloci di quel che il Presidente allora aveva promesso. Ma l’idea del «Contenimento» dell’Asia e della Cina in particolare è di sicuro oggi il punto numero uno dell’agenda mondiale. Contenimento nel senso di espansione di influenza, ma anche, e per ora soprattutto, nel senso di accesso alle fonti di energia. Questo è da dieci anni il nuovo potenziale conflitto nel mondo.

Obama non solo lo ha ereditato, ma rischia addirittura di esserne schiacciato: il ruolo che la Cina ha avuto e può avere nella crisi economica americana è oggi infatti il vero tallone d’Achille del presidente Usa.

Certo, Obama non è Bush. Non crede alla guerra come soluzione unica e finale. È arrivato al potere promettendo rispetto e parità nelle relazioni fra nazioni. Si è impegnato a farlo usando tutti gli strumenti che già conosciamo, e se possibile inventandosene di nuovi. Rapporti bilaterali, allargamento delle organizzazioni internazionali, dialogo fra culture. Ma la sua posizione di trattativa non può che passare anche attraverso la riaffermazione del potere militare del suo paese.

Per questo non può abbandonare l’Afghanistan, per questo non può che impegnarsi in un braccio di ferro con l’Iran, per questo non può che consolidare l’influenza Usa in Iraq - insomma, non può che finire quello che Bush ha iniziato. Nel mondo, come dicevamo, l’Occidente si avvia a essere minoranza. È importante - e questo vale anche per l’Europa - che essere minoranza non significhi anche diventare marginali.

martedì 27 ottobre 2009

Quel liberal nordista di Marino


27/10/2009
LUCIA ANNUNZIATA


Non solo il terzo risultato, il terzo posto. Piuttosto, l’identificarsi di una voce «liberal» all’interno del voto del centrosinistra di domenica.

Supercittadina, giovane, professionale, nordica. Insomma, un voto tipico del settore della modernità. Non dissimile da quello che in Usa è chiamato urban radical, che anche in elezioni sfortunate come quelle del 2004 ha costituito la roccaforte del consenso democratico, e che nel 2008 è stata una delle basi su cui si è innestato il consenso a Obama. Né lontano da quello della classe media dei nuovi professionisti il cui protagonismo negli Anni Novanta decretò il primo successo di Tony Blair.

Sono, mi rendo conto, affermazioni un po’ audaci, e forse affrettate. Ma in questo caso scomodiamo i «sacri» nomi di Obama e Blair non per incoronare un nuovo leader, ma per cercare di trovare termini di paragone per capire nuove tendenze. E se qualcosa di nuovo è emerso nelle primarie, è proprio il voto per Marino, che non appare affatto come un voto residuale, cioè di chi è finito in coda alla lista dei contendenti, bensì un voto «terzo», come ben appare dalle analisi possibili già ieri sera, su 2 milioni e poco più di schede scrutinate, pari a 7176 sezioni su un totale di circa diecimila.

Bersani ha avuto 1.081.532 preferenze, Franceschini tocca quota 697.759 (34,4%), Marino arriva a 249.784 voti (12,3%). Le schede bianche e nulle sono state 33.807 (1,6%). Bersani supera il 50% in tutte le regioni tranne Friuli, Toscana, Lazio, Sicilia e Valle d’Aosta. In nessuna, comunque, Franceschini risulta vincitore. Solo in Puglia supera di poco il 40%. La lista Marino che poi, forse, alla fine dello spoglio si assesterà - dicono gli analisti - intorno all’11 per cento nazionale, non solo ottiene più del previsto, ma in alcuni luoghi fa dei veri e propri exploit , quali il 16,55% in Liguria, il 17,88 in Piemonte e il 18,28 in Lazio.

La localizzazione, cioè il dove si è aggregato, è la prima chiave di identità di questo voto. Su «Termometropolitico.it», un sito molto stimato fatto da giovani studiosi di trend elettorali, era possibile ieri guardare sia in numeri che in immagini l’Italia che esce dalle primarie. A differenza degli altri due candidati il cui voto è molto più a macchia di leopardo (in particolare questo vale per Franceschini), il consenso dato a Marino va dal Nord al Sud in perfetta discesa. Insieme alle citate Piemonte e Liguria, il Trentino dà a Marino il 14,52%, il Veneto il 16,78, la Val d’Aosta il 16,80, la Lombardia il 15,74, la Toscana il 13,11% e il Lazio il 18,28 per cento. Da lì il consenso a Marino va giù seguendo la curva del Sud - toccando in Campania il 5,30, in Calabria il 4,30, in Puglia il 7,62. Alcuni di questi risultati al Sud si spiegano con la solidità con cui (nel bene e nel male) gli ex Ds o ex popolari ancora oggi fanno blocco nelle regioni del Sud. Ma non è del tutto vero: se si guarda ad esempio alle città, si vede come Bersani e Marino convivono perfettamente.

Ad esempio proprio a Milano, a Roma, e a Torino, il voto di Bersani che è ampio in tutte le periferie industriali delle città, tende poi a cedere spazio al voto di Marino mano mano che ci si avvicina ai centri storici.

Questo intreccio si ritrova ben rispecchiato nella disamina del voto sulla base dell’età. Scrive «Termometropolitico.it»: «Marino raggiunge o sfiora il 20% tra i giovanissimi, cioè dai 16 ai 24, per poi diminuire fino al 10 per cento scarso ottenuto tra gli elettori di mezza età e gli anziani. Franceschini è forte nell’elettorato giovanile ma debole nelle fasce centrali, per poi risalire leggermente tra gli ultra 65enni. Viceversa, Bersani soffre tra i votanti sotto i 25 anni, dove è scavalcato da Franceschini, e tocca il suo massimo tra i 45 e i 64 anni, cioè una fascia molto rappresentativa per l’elettorato democratico medio; una sua leggera flessione, invece, si registra nei più anziani».

Mettendo insieme tutti questi dati, è dunque evidente che quello di Marino è un elettorato molto diverso da quello che si raccoglie attorno a Bersani, e al quale dunque non sembra aver sottratto granché di consenso. Molte invece le sovrapposizioni, più o meno marginali, con la base di Franceschini, come abbiamo visto nella città e fra i giovanissimi.

Se la piattaforma dei due può spiegare il risultato finale, è evidente che la competizione che è avvenuta fra i due si è giocata sul ricambio, vigorosamente sostenuto da entrambi, e sui temi della laicità, sui quali invece i due si sono distanziati nettamente. Dovendo indicare lo spartiacque fra loro, possiamo con sicurezza indicarlo nel testamento biologico. Uno dei più controversi temi dei mesi recenti, di cui uno, Marino, è diventato il campione, e su cui l’altro, Franceschini, si è trovato a fare il mediatore fra le varie anime cattoliche.

Nel corso delle primarie, l’identità «laica» di Marino si è accentuata con lo scorrere della cronaca. Dalle unioni civili, all’adozione da parte dei single, fino alla battaglia contro l’omofobia, la sua si è definita come la più netta delle posizioni fra le tre in campo, sui temi dei diritti individuali.

Non pare dunque sbagliato dire che la mozione Marino ha aggregato il mondo delle identità e dell’intellighentia giovanile, femminile, urbana. Un mondo «liberal», come si diceva, che pur già essendo dentro il Pd non ha mai visto ben riflesso il proprio atteggiamento nelle tradizioni ex Ds e ex Popolari che vi sono rappresentate.

Non sappiamo - perché non ci sono gli strumenti di analisi - se questo voto ha allargato o no i confini della partecipazione, come sostengono i mariniani. E’ però credibile dire che questo consenso porta dentro il Pd un nuovo pezzo di piattaforma politica quale finora non era mai così distintamente emersa.

Sarà questa una complicazione, ulteriore, nella futura gestione? Possibile. Come anche è però possibile che questo voto «terzo» sia utile a scardinare il confronto a due che spesso ha bloccato il Pd, preso in mezzo fra le sue anime ex comunista e ex cattolica.

giovedì 22 ottobre 2009

Anticorpi costituzionali


di Lucia Annunziata


Caro direttore, la bocciatura del Lodo Alfano non era scontata nè – fino all’ultimo, ammettiamolo - probabile. Il suo materializzarsi a dispetto di ogni previsione, è, di conseguenza, una sorta di canovaccio che racconta molto del detto, e ancor più del non detto, della politica attuale. Partirei proprio da qui: dalla sorpresa. Alla vigilia della decisione, era opinione comune di cronisti ed editorialisti, anche in ambienti di provata buona fede costituzionale, che una bocciatura avrebbe causato tale strappo dentro il sistema da essere impossibile, anzi sconsigliabile. Si immaginava così, alla meglio, un “compromesso”. Col senno del poi questa idea fa ridere: quale compromesso e’ possibile? La uguaglianza di fronte alla legge, c’è o non c’è. Proprio per questo oggi dobbiamo ricordarci la assuefazione al “meno peggio” di quelle ore: e’ la migliore indicazione di quanto in basso si sia assestata la nostra attesa nei confronti del rispetto dei principi costituzionali.
Questo è dunque il risultato numero uno della sentenza della Consulta: il rifiuto del Lodo Alfano raggiunto sulla base di un richiamo, netto e ripetuto, ai principi, ha rotto una pratica cui purtroppo cominciavamo tutti ad abituarci: la convinzione che persino sulla Costituzione si può mediare. Ci hanno abituato a questa idea anni di “aggiustatine”, il lavoro di una casta di mandarini, esperti in servizio permanente e effettivo della concordia istituzionale, funzionari delle ricuciture, nata e ingrassata all’ombra di “taglia e cuci” istituzionali, che ha operato ai bordi del significato letterale dei principi, in nome di salvarne lo spirito. Anni di leggi discutibili. Ricordate la Gasparri e tutte le sue “modifiche tecniche”? Non intendo riferirmi qui a persone specifiche, ma a un settore fra stato e politica, che in nome dell’equilibrio istituzionale, ha provato – e anche qui preferisco parlare di buona fede - a convincerci che nell’impossibilità di violarla, la Costituzione può però essere almeno circumnavigata. Su queste pagine pochi giorni fa Barbara Spinelli rifletteva giustamente sullo scarso senso dello Stato di questa nostra nazione. La decisione recente della Corte, come confermano le motivazioni depositate, ci dimostra però che lo Stato anche in Italia esiste - quando, e se, si vuole.
Il che ci porta alla conseguenza numero due. La Corte, respingendo in quanto incostituzionale una legge fatta dal Governo, mette il governo stesso in sospetto o in condizione - almeno su un punto - di incostituzionalità. Per un esecutivo è la posizione più grave in cui trovarsi. A fronte, ogni critica precedente, dal conflitto di interesse, ai sospetti di collusioni, agli scandali privati, impallidisce.
Anche questa è una novità. Dopo la bocciatura del Lodo Alfano il governo Berlusconi è entrato in una crisi strutturale, in cui lo Stato custode della Costituzione è da una parte e lo stato elettivo, quello del governo, dall’altra. In questo senso, la distanza attuale fra il Presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio non è certo la misura di un dissenso, nè di opinioni o sentimenti personali. Considerando che tutti i corpi che compongono lo Stato e la vita pubblica – dalle strutture di sicurezza agli ordini professionali – sono definiti dalla lealtà alla Costituzione, fra i due il più isolato è certo il presidente del Consiglio. Per la prima volta, così, il rapporto di forze non sembra più essere a favore dell’esecutivo. Nel momento in cui lo scontro si è istituzionalizzato, è uscito infatti anche dalla sfera tradizionale dei partiti. Togliendo al premier la possibilità di giocare la sua base elettorale come un maglio. Per questo l’area di governo tende a politicizzare il verdetto della Corte, e il ruolo del Presidente della Repubblica: sarebbe meno grave infatti per la attuale maggioranza dire di essere vittima di una congiura partitica piuttosto che ammettere di essere stata colta in flagrante violazione della Costituzione.
Esaminiamo il punto tre. Il disallineamento fra il governo e i valori (almeno uno di essi ) della Costituzione è crisi di tale gravità da bruciare tutte le soluzioni fin qui usate dal premier Berlusconi per ricucire molti strappi. Le soluzioni per il dopo-Lodo che ci vengono presentate sono infatti pannicelli caldi o rodomontate. Personaggi di buon senso della coalizione di governo, come Pisanu, o Fini, e in fondo lo stesso Bossi – chiedono di rilanciare le Riforme. In questo schema, si ragiona, in cambio di una riforma della giustizia che possa rassicurare il premier, si potrebbero fare riforme di interesse piu generale, come il federalismo e il presidenzialismo. Ma interventi di questo tipo, che modificano la Costituzione, anche ammesso che si arrivi a un accordo, richiedono anni. Il premier invece sembra tentato da “riformine” sulla giustizia, magari con lo spregiudicato uso (già se ne parla) di emendamenti dentro progetti di legge in discussione. O con un intervento ad hoc su un tema carissimo alla prima repubblica, il ritorno della immunità parlamentare. Ma sono anche queste forzature delle regole, che invece che risolvere aggraverebbero la lontananza del governo dai suoi critici istituzionali. Che dire poi della dichiarazione di mobilitare il popolo per fare le riforme? Mobilitare chi, su cosa, dove, solo per contare e contarsi? Per un governo già sospetto di voler forzare la Costituzione, sarebbe una decisione molto pericolosa da prendere.
Rimane la carta del tutto per tutto, la più semplice: azzerare tutto andando a elezioni anticipate. Ma la riluttanza della coalizione di governo a prendere questa strada è da sola una condanna di questa ipotesi. Insomma, Silvio Berlusconi non è forse mai stato vulnerabile come in questo momento. E mai come in questo momento ha poche strade ordinarie da percorrere. Cosa farà dunque? Il luogo più inquietante della nostra vita pubblica è oggi proprio dentro questo interrogativo.

mercoledì 14 ottobre 2009

I giornali e la politica fragile


14/10/2009
LUCIA ANNUNZIATA


Il punto è, ministro Frattini, se davvero la cultura cospiratoria, irrisolta, opaca con cui guardiamo alla nostra storia - che lei indica, nella sua lettera di ieri a questo quotidiano, come la radice di un giornalismo disfattista - non sia poi una cultura condivisa dalla nostra stessa classe dirigente. In altre parole, potremmo leggere l’equazione che lei scrive invertendo le parti.

Potremmo domandarci se una classe di governo che ha bisogno di incitare i propri giornalisti ad essere «positivi» non sia essa stessa la prima ad essere convinta di non potercela fare da sola. Cioè grazie esclusivamente alla chiara e indiscussa forza dei fatti.

Una persona come Lei, ministro, cui va l’apprezzamento di essere uomo profondamente internazionale, sa bene che buona parte della polemica del governo sulle malefatte dei giornalisti italiani vale solo se la si guarda dentro il perimetro delle Alpi. Tutti sappiamo infatti che la tensione fra governi e stampa esiste da sempre, a tutte le latitudini e al di qua di ogni colorazione ideologica.

Ricorderà di sicuro le bordate amiche (oltre che nemiche) sparate contro (e in alcuni casi seguite da affondamento) i vari governi di sinistra degli Anni Novanta. Ben prima del sesso orale nello Studio Ovale, Bill Clinton ha dovuto fronteggiare le accuse dello scandalo Withewater - che approdò dalla stampa a un’inchiesta in Congresso -, le accuse di finanziamenti illeciti, e il sospetto addirittura che insieme ad Hillary avesse avuto parte nel suicidio\/omicidio di un loro strettissimo amico, Vince Foster. Tony Blair ha dovuto leggere sui giornali delle droghe dei suoi figli, delle spese irrituali della moglie, e anche lui subire il sospetto della responsabilità nella strana morte di un professore che avrebbe potuto denunciare le sue bugie nella scelta di andare in guerra in Iraq.

Prodi e D’Alema negli stessi anni sono stati attaccati, a diverso titolo, per le tangenti Telecom, e\/o misfatti bancari. E tutti ricordano che parte di quegli attacchi vennero sferrati loro anche da gruppi come L’Espresso-Repubblica che oggi il premier considera suoi principali nemici.

I tanti scandali sessuali cui abbiamo assistito negli anni, sono forse il meno - per altro, colgo l’occasione per ricordare a tutti che la prima rete della nostra Tv di Stato, la Rai, ha portato in Italia dagli Usa la Monica Lewinsky appositamente per un’intervista, e che l’evento andò in fumo solo perché la stagista all’ultimo minuto abbandonò lo studio in quanto offesa dai titoli della trasmissione.

Gli esempi sono tanti. E li evoco per dire non solo che Silvio Berlusconi non è in una condizione unica, ma anche per ricordare che i governi citati - di «sinistra» ripeto - hanno reagito in parte come il nostro premier fa oggi: dicendo che i giornalisti sono un ostacolo al governare, che i giornalisti si sostituiscono alla politica, anzi che spesso fanno politica, e a volte la fanno anche per conto di altri. Basta un solo esempio, che non a caso scelgo dal mondo anglosassone: Tony Blair, dopo anni trascorsi a sedurre la stampa, nel suo memoriale finalmente confessa che «se solo non ci fossero stati i giornalisti...».

Sbagliano i politici a lamentarsi? No. Hanno ragione nel dire che se non ci fossero i giornali molte cose andrebbero diversamente. Lo sa bene Bill Clinton che nonostante tutto ha visto il suo ruolo storico e quello dei democratici americani appannato dall’affaire Lewinsky. Quell’affaire ha consegnato per otto anni l’America a una destra che ha vinto sottraendo ai liberal il concetto stesso di etica. Se i giornali non avessero parlato allora della Lewinsky in Usa, come oggi della D’Addario, il bilancio di quel governo e della successiva elezione di Bush, sarebbe stato di sicuro un altro. Come vede, ministro, anche senza citare il conflitto di interessi, il caso Italia non è un’eccezione. Potremmo finire qui. Ma val la pena di riprendere, anche, prima di concludere, il suo argomento più specifico. Lei dice: il giornalismo italiano è unico nel senso che è vittima di una sindrome peggiorativa di una malattia tipicamente italica - quella di una visione oscura, opaca, complottista e dunque di negativa autorappresentazione, della nostra storia. Su questo mi trova d’accordo: c’è questa sindrome, in Italia, ed è materia degna anche di grandi rotture politiche.
Un Paese che ha così tanti misteri, trame e scandali, un’Italia che ha più retroscena che scene, è di sicuro un Paese che confessa di essere nelle mani di tanti. Di mafia, potenze straniere, servizi, Opus Dei, massoneria; di tutti, e comunque, eccetto la propria classe dirigente. Una nazione con tale storia, su questo, ripeto, sono d’accordo con lei, non è una democrazia. E’ un Paese prigioniero. Val la pena di combattere dunque, apertamente, il complottismo come interpretazione storica del nostro passato. Ma, con ogni rispetto, questa interpretazione è la stessa cui il governo fa ricorso da sempre e in queste stesse ore, indicando nella stampa lo strumento di poteri forti, interessi oscuri, complotti internazionali.

Con una differenza, però. I giornalisti possono sbagliare, è parte del loro privilegio ma anche delle responsabilità che davanti alla legge si assumono. Ma un governo che si dichiara in battaglia contro forze oscure, confessa solo la propria fragilità.

lunedì 24 agosto 2009

Quei baffetti di Hitler anti Barack


24/8/2009
LUCIA ANNUNZIATA

Il manifesto tarocco di Barack Obama con i baffetti di Hitler è apparso già da alcuni mesi. Condannato, irriso, denunciato.

Eppure, il fantasma del Grande Dittatore non accenna ad andar via da questa vera e propria campagna elettorale innescatasi intorno alla riforma dell’assistenza sanitaria proposta dal Presidente americano.

In stile esercito della salvezza, il manipolo di seguaci dell’ottantaseienne e semidemente Lyndon LaRouche espone Obama-Hitler ogni giorno agli angoli delle strade.

Nelle ormai famose assemblee cittadine il grido di Obama-Hitler è inevitabile. La reintroduzione dell’eutanasia nazista contro i vecchi e i disabili nella riforma di Obama (i «Comitati della morte») è denunciata da eminenti repubblicani, come il senatore Chuck Grassley, che pure è parte della squadra bipartisan al lavoro sul testo della riforma, e la ex governatrice Sarah Palin. Di politiche di eutanasia nazional-autoritarie (ma senza nominare i Nazi) parlano tuttavia anche il democratico ex sindaco di New York Ed Koch e Camille Paglia, la saggista liberal-radical. L’ombra del Grande Dittatore, uscita dalla scatola della storia, semplicemente sembra rifiutare di ritornarvi.

Il fenomeno può essere preso molto o poco sul serio. Vi si può costruire sopra una teoria della cospirazione anti-Obama. O lo si può declassare al livello del solito folklore americano. Entrambe le tentazioni sono presenti nelle parole dei protagonisti della scena di Washington. Ma se si va al di là della cronaca, il richiamo al nazismo nella polemica americana è importante per una diversa ragione: l’evocazione di Hitler in questo Paese non è affatto una novità, è anzi una presenza costante del panorama emotivo-politico.

Non bisogna andare molto indietro nel tempo per ritrovare l’ombra del Führer. Negli anni di Bush il fotomontaggio del presidente in camicia con svastica è stata un’icona della protesta dei democratici e del mondo pacifista. L’ironia dell’odierna inversione di ruoli intorno a Hitler non può sfuggire. D’altra parte, fu proprio Bush a invocare Hitler per spiegare la natura di Saddam Hussein e la necessità della guerra in Iraq. Il capo del Terzo Reich è anche l’ispiratore di uno dei gruppi terroristi americani di maggiore pericolosità e continuità - i White Supremacist, alla cui influenza è stato attribuito il maggior attentato terroristico sul suolo americano prima dell’11 settembre, la bomba di Oklahoma City del 1995, in cui morirono 168 persone. Ancora più indietro: la simpatia del patriarca Kennedy per il fondatore della nuova Germania venne spesso usata per attaccare il presidente Kennedy.

Insomma, c’è un Hitler quasi per ogni stagione Usa. E proprio questa ubiquità del nazismo è un elemento rivelatore della formazione politica americana e della sua memoria. Perché questa permanenza? Perché proprio Hitler, e non - in un Paese così anticomunista - Stalin, i cui baffi, dopotutto, avrebbero forse fatto su Obama, accusato di essere un criptosocialista, miglior figura?

La prima risposta a questi interrogativi è molto facile: la lotta al nazismo è stato l’avvenimento definitorio del «Secolo americano». Un paese nato contro ogni intervento e interventismo europeo, in nome della fine di qualunque ingerenza imperialistica nei confronti della libertà dei popoli, trovò nell’opposizione al nazismo la forza e la ragione per intervenire in un conflitto mondiale e, alla fine, per reinventarsi come superpotenza. Includendo, in questo processo, la grande influenza intellettuale ebraica nella formazione dell’arena pubblica Usa.

Il nazismo come Male supremo è l’epitome della politica nella coscienza comune americana. Il brillante lavoro di Charlie Chaplin sul Grande Dittatore è forse il miglior testimonial di questo tipo di sensibilità. Tuttavia, questa onnipresente figura di Hitler non è sempre la stessa. In varie epoche e nelle varie polemiche il Male simbolizzato dal nazismo si presenta in forme diverse. Seguirne le diverse versioni diventa così un’utile mappa per capire cosa cova sotto le ceneri dei malumori di ieri e di oggi.

L’esempio da cui partire è proprio quello di cui abbiamo già parlato, cioè l’uso fattone, in questi ultimi anni, alternativamente, da democratici e repubblicani, contro Bush e contro Obama. Stesso Hitler, significati diversi.

Prendiamo un documento circolato molto nel 2004 , stilato dal professor Edward Jayne, ex attivista degli Anni Sessanta, in cui si elencavano ben 31 somiglianze fra Bush e Hitler. Il cuore del parallelismo era la guerra. «Come Hitler, Bush ha usato un pubblico disastro per tagliare le libertà civili: nel caso di Hitler fu l’incendio del Reichstag, nel caso di Bush l’11 settembre»; «Come Hitler, Bush è ossessionato dalla visione di un conflitto fra il Bene (il patriottismo Usa) e il Male (l’antiamericanismo)»; e, come Hitler, Bush «ha usato il meccanismo delle guerre “preventive”». Il razzismo si rivela alla fine la vera base di queste identiche concezioni: la distorsione del darwinismo, «nel caso di Hitler trattando la razza ariana come superiore su base evoluzionista, nel caso di Bush rifiutandone la scienza a favore di un creazionismo fondamentalista».

Per un Hitler perfetto da usare contro Bush, abbiamo oggi un altro Hitler la cui evocazione ci spiega i sentimenti profondi che albergano contro Obama in una parte della popolazione americana. L’equivalente del manifesto citato è un sito collettivo, «America vs Obama», e si intitola «Obama the black Hitler». L’Hitler che si evoca per il presidente attuale è quello che arriva al potere tramite la manipolazione delle emozioni, della verità e dei media. Queste alcune delle citazioni del Reich valide per Obama: «Solo colui che conquista i giovani ha in mano il futuro», «Io uso le emozioni per le masse e riservo la ragione per pochi», «Di’ una bugia, una bugia grande, continua a ripeterla, e alla fine ti crederanno».

Obama e Hitler, in questa interpretazione, condividono una visione dello Stato collettivista e autoritaria: «La salvezza individuale dipende dalla salvezza collettiva». Condividono dettagli della loro vita: «Hitler era vegetariano, pro aborto, un promotore dell’assistenza medica universale». Condividono la frode sulle loro origini miste: «Hitler aveva sangue ebreo, e Obama sangue arabo».

Ma alla fine, anche questa volta, è il razzismo che cementa le somiglianze: in questo caso, il comune odio contro gli ebrei. A Obama viene attribuito «l’arrivo di un secondo Olocausto», quello dell’Iran contro Israele, e una politica di «eliminazione degli indesiderabili». Dall’autoritarismo al dominio dello Stato, fino alla riforma medica, tutto alla fine si tiene. Con l’evocazione dell’eutanasia come sigillo finale di un percorso solo apparentemente irrazionale. Rivisitando l’ombra di Hitler, si capisce bene di quali sentimenti si nutra l’attuale tensione di base, dei vari movimenti e delle assemblee cittadine, nei confronti di Obama. E su cui molti rappresentanti repubblicani lavorano.

La prossima domanda è: questa tensione, così radicale nelle sue evocazioni, può anche diventare pericolosa? La traduzione in altre parole di questo interrogativo è se Obama rischia o no la vita - ma nessuno lo dice così direttamente. Questo è lo spettro vero che circola, ma tutti hanno il pudore di non dargli forma. Si evoca dunque Hitler. Metafora che, ogniqualvolta appare sulla scena americana, come abbiamo cercato di dimostrare, è comunque il segno che il termometro della discussione pubblica si alza.

1. Continua

lunedì 22 giugno 2009

NEDA LA PRIMA MARTIRE

22/6/2009
LUCIA ANNUNZIATA

Cade con un solo colpo al cuore, il sangue che sgorga prima dalla bocca poi dalle orecchie e dal naso, gli occhi rovesciati verso il cielo. Le è scivolato il velo dalla testa, le si è aperto l’abito nero che la ricopriva, rivelando blue jeans e scarpe da ginnastica. Il video dell’agonia di questa ragazza di Teheran, vittima dei soldati dell’esercito iraniano, sta facendo il giro del mondo su YouTube.

Ma prima di entrare nel significato di questa morte, vorrei condividere tutto quello che ho trovato sulla ragazza. Per darle intanto un nome, e per capire in che circostanza è morta. In assenza di giornalisti, persino queste semplici informazioni potrebbero andar perse. Potenti messaggi quelli che ci arrivano dai blog in Iran: «Sì, questa è la ragazza persiana colpita a morte da uno sparo, il suo nome è Neda e stava partecipando alla protesta contro Ahmadinejad e l’intero governo che pretende di essere musulmano mentre non ha alcun rispetto di cosa significhi lavorare per Dio, è davvero il più tirannico dei governi».

Questa è la disperata testimonianza del medico che ha assistito la ragazza nei suoi ultimi momenti; testimonianza subito cancellata, ma ritrovabile come il link sul blog cui è stata inviata: «I “Basij” hanno sparato e ucciso una giovane donna in Teheran, il 20 giugno mentre protestava. Alle ore 19:05. Posto: Carekar Ave., all’angolo con la strada Khosravi e la strada Salelhi. La giovane donna era accanto al padre ed è stata sparata da un Basij che si nascondeva sul tetto di una casa civile. Ha avuto una vista perfetta della ragazza, e dunque non avrebbe potuto mancarla. Ha sparato diritto al cuore. Sono un dottore e mi sono precipitato immediatamente a cercare di salvarla. Ma l’impatto del proiettile è stato così forte che è esploso nel suo petto e la vittima è morta in meno di due minuti. Il video è stato girato da un amico che mi stava accanto. Per favore, fatelo sapere al mondo».

Sì, qui siamo infatti, il mondo che guarda questa rivolta iraniana, per molti versi come tutte le altre rivolte, e per certi versi assolutamente unica. Un tiratore scelto prende la mira su una ragazza accanto al padre e con freddezza le spappola il cuore. E’ qui tutta la storia della rivolta iraniana in corso. Il regime di Teheran spara a freddo a una donna, alle donne. Confessando tutta la sua debolezza ma anche la natura della paura che corre nelle vene dell’establishment religioso iraniano.

La novità che ci svela è questa. Ahmadinejad ha lanciato un attacco alle donne. Ieri è stata arrestata Faezeh Rafsanjani, la figlia dell’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani. Faezeh, ex deputata, attivista, editore della rivista «Donna», forse la più famosa delle tante donne che animano l’attuale rivolta popolare. Ma una seconda umiliazione è nascosta in questo attacco a lei: arrestare una figlia vuol dire in Iran portare vergogna sull’intera famiglia. Il messaggio va dunque a tutti i padri della nazione: se non tenete a posto le vostre donne, non ci fermeremo davanti a nessuno. E qui parliamo di ben altro che un signor nessuno.

Rafsanjani, infatti, oltre a essere uno dei principali sostenitori di Hossein Mousavi, è anche uno degli uomini più ricchi dell’Iran. Forbes lo ha incluso nella lista degli uomini più ricchi del mondo, è dunque forse il più ricco del suo Paese, grazie alla sua partecipazione in molte imprese, incluse quelle petrolifere. Una potenza che gli ha guadagnato il nomignolo di Akbar Shah. La famiglia Rafsanjani possiede inoltre interessi nel commercio con l’estero, ampi possedimenti di terra, e la più vasta rete di università private, conosciuta come Islamic Azad University, 300 campus in tutto il Paese e circa 3 milioni di iscritti. Attaccare un uomo così potente, che da solo gioca un ruolo decisivo, arrestandone la figlia è un’intimidazione ridicola. Ma rivelatrice del timore che anima il governo di Ahmadinejad.

Questa provocazione è infatti direttamente proporzionale al peso acquisito da mogli e figlie di politici nella campagna elettorale prima e negli avvenimenti della rivolta oggi. La moglie di Mousavi, Zahra, è scesa in campo a fianco del marito, per la parità fra uomini e donne, sfoggiando colorati veli al posto di quello nero. Va ricordato anche un episodio di aggressione, forse meno noto ma non meno significativo, nei confronti della vedova di Mohammed Ali Rajai, il primo ministro assassinato nei primi anni della rivoluzione Khomeinista. La vedova si è recata a Qom, la città Santa, per sollecitare l’appoggio dei Mullah al movimento riformatore, e in risposta è stata arrestata.

E torniamo così alla uccisione della ragazza, l’assassinio da parte di un occupato della Santa Rivoluzione di una donna è il segno di tutto quello che è cambiato in Iran. Con quell’uccisione viene dissacrata una donna per tutte. La donna. L’oggetto (è il caso di dirlo) sacro dell’Islam, il luogo della custodia, il simbolo e il metro della purezza degli umani. Inattaccabile. Almeno finora. Ma che una rivolta animata dal senso di libertà e dei diritti, democratici e individuali abbia fra i suoi martiri una giovane in jeans senza velo è la perfetta metafora di quel che sta succedendo in Iran.

venerdì 17 aprile 2009

I moderati


14/4/2009
LUCIA ANNUNZIATA

Dal buio in fondo al tunnel della sconfitta della sinistra, si avanza un nuovo soldato: il moderato. Il termine è aleggiato intorno a Dario Franceschini e al suo Pd per la tregua istituzionale scelta nel periodo del terremoto; è stato imbracciato da un politico mite per eccellenza, Enrico Letta, che nel suo nuovo libro in uscita, Costruire una cattedrale, lo usa in maniera tutt’altro che timida. E - se possiamo presumere che i media ancora rispecchiano il paese - forse non è un caso che sia stato ritirato fuori dal nuovo direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli per declinare la identità del suo giornale nel saluto ai lettori.

Che si tratti di tendenza, speranza, o anche soltanto di un semplice augurio, l’idea ha preso forma, in maniera conscia o inconscia, durante la settimana di lutto che abbiamo alle spalle: che si sia davvero di fronte a un tempo di nuova moderazione?

Già solo la domanda è un segno. I moderati sono spariti da anni dall’orizzonte della nostra politica, trascinati via dal disfacimento della Dc, divenuti sinonimo di trasformismo, debolezza, ambiguità nella corsa iperidentitaria del bipolarimo tra destra e sinistra. In questi ultimi anni il loro posto è stato preso infatti, e con un po’ di imbarazzo per la non perfetta simmetria, dai Centristi.

Ma moderato, almeno come se ne sente parlare in questi abbozzi di discussione, non è affatto il centro. Nel dire questo, prendo in prestito proprio una definizione di Enrico Letta: «L’elettorato non è bipolare, ma tripolare: diviso non tra destra e sinistra ma tra progressisti, moderati e populisti». Questa è, come si vede, una riscrittura radicale delle definizioni che usiamo oggi: non più destra, non più sinistra, e nemmeno centro. Si parla di una nuova geometria in cui sotto il termine «populista» si allineano parti della destra, della sinistra e delle terre di mezzo attuali. Per dirla ancora con Enrico Letta: «Si tratta di unire progressisti e moderati, in un patto che non potrà includere né la Lega da una parte, né Di Pietro e i comunisti dall’altra».

Se questa idea andrà avanti o no non lo sappiamo. E’ interessante invece cogliere gli elementi da cui nasce questo ragionare, che sembra tentare molti nel centro sinistra di oggi.

Il terremoto ha segnato una svolta significativa del Pd. E’ troppo parlare di unità nazionale. Ma certo il nuovo segretario del partito dei democratici si è preso una bella responsabilità: quella di rompere la prigione berlusconismo-antiberlusconismo. E non certo per «tradire» o fare «inciuci». Tanto è vero che, in piena emergenza terremoto, ha piazzato alla Camera una formidabile manovra parlamentare che si è infilata dentro le contraddizioni del governo e ha permesso l’affossamento delle misure più «populiste» (quelle della Lega) sugli immigrati. Mi piace pensare, dunque, che la rottura dello schema «sì o no a Berlusconi» sia il merito di uno sguardo che si è alzato dalla quotidianità.

Il tremito che ha scosso l’Abruzzo - come sempre accade nel cortocircuito che lega catastrofi e politica - è stato nel nostro paese un momento quasi catartico di risveglio: la materializzazione dello sfascio, della fragilità, della insicurezza su cui poggiano i nostri piedi, è stata la stessa che la crisi economica filtra nella nostra coscienza. Il tremore della terra è diventato il segno di tempi più duri per tutti, la scoperta, il sapore dei tempi in cui viviamo. La cautela, l’attenzione con cui il Pd si è mosso, sono state - credo - non un consenso al premier Berlusconi, ma una presa d’atto di questo nuovo mondo.

Vorrei ricordare qui un dettaglio, andato perso la scorsa settimana nella travolgente cronaca del dolore, ma non sfuggito a chi fa politica, specialmente nel centro sinistra. Stanno emergendo segni sempre più consistenti di nuove reazioni popolari alla crisi. Penso ai sequestri di manager, alle ribellioni, agli attacchi e a tutte quelle azioni che l’economista francese Jean-Paul Fitoussi ha già definito, senza giri di parole, «una rivolta popolare non coordinata, spontanea. E molto pericolosa». Che nasce stavolta da una dimensione «intellettuale» della crisi economica: la sensazione, cito ancora Fitoussi, che «la gente ha avuto di essere stata presa in giro». «Le fondamenta della democrazia sono in pericolo», non esita a dire il francese, e con lui molti intellettuali italiani oggi, nello schieramento di centro destra come in quello di centro sinistra. Se questa è la dimensione della crisi che ci viene addosso, forse la «moderazione» è un’illusione. Ma è certo un buon luogo da cui tirare un respiro, riflettere, e contare fino a tre prima di lanciarsi nel vuoto.