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lunedì 6 dicembre 2010

Le rivelazioni matematiche di Assange


Le rivelazioni di Wikileaks hanno scosso il mondo, e continueranno a farlo. Gli stati del globo hanno fatto quadrato, stracciandosi le vesti e rivendicando il diritto alla segretezza. Come se la trasparenza non fosse un dovere, almeno per le sedicenti democrazie, che invece adottano sistematicamente un doppio standard basato sulla sottile distinzione fra «legalità» e «legittimità».

La distinzione, in Italia, ha sostenitori che arrivano fino alle più alte cariche dello Stato, dai Ministri dell’Interno ai Presidenti della Repubblica.

E non è certo un caso che molti di coloro che hanno ricoperto la prima carica, siano poi arrivati a ricoprire la seconda: da Segni e Cossiga, a Scalfaro e Napolitano.

Lo stesso Cossiga mi ha spiegato una volta la distinzione fra i due concetti, in questi termini: «La legittimità è ciò che attiene alla natura degli interessi costitutivi dello Stato, mentre la legalità riguarda soprattutto i metodi per realizzare i fini dello Stato. Non esiste servizio segreto che non sia illegale, ma l’illegalità del servizio è giustificata dalla concordanza dei suoi fini con la legittimità».

E’ chiaro che, da queste premesse, non possono che derivare comportamenti duplici delle istituzioni, che sistematicamente dicono in pubblico ciò che la legge e la decenza richiedono loro di dire, ma fanno poi in privato ciò che la prassi e gli interessi consigliano loro di fare.

Solo i governi rivoluzionari possono sognare di scardinare i fondamenti di questa doppia morale, salvo poi rientrare nei ranghi non appena possibile. Ad esempio, quando Trotsky divenne ministro degli Esteri del primo governo bolscevico, dichiarò che avrebbe divulgato i termini dei trattati segreti firmati dal governo zarista, e avrebbe chiuso il ministero in poche settimane. Ma niente di questo successe, ovviamente.

Wikileaks oppone alla realpolitik della doppiezza un’ideologia della trasparenza che, almeno per quanto riguarda il portavoce Julian Assange, affonda le sue radici nel pensiero scientifico in generale, e matematico in particolare. L’uomo più ricercato del mondo, accusato di «terrorismo» per aver confermato coi fatti che la verità è rivoluzionaria, ha infatti un passato di studente di matematica e fisica all’Università di Melbourne, dal 2003 al 2006.

E nel suo blog di qualche anno fa, intitolato IQ come acronimo di Interesting Questions, questo passato affiora in molti post. Ad esempio, quello del 12 luglio 2006 testimonia che Assange partecipò al convegno dell’Istituto Australiano di Fisica, e che l’anno prima rappresentò la sua università alla Competizione Nazionale Australiana di Fisica. Altri post affrontano invece problematiche di filosofia o sociologia della matematica, dall’uso dei numeri immaginari, all’influsso del pensiero maschile nello sviluppo della disciplina.

Il post più interessante è però forse quello del 29 agosto 2007, intitolato «Irrazionalità nelle discussioni», che nota: «Potete provare che da A segue B, da B segue C, … , da H segue I, da I segue L, e accorgervi che la Giustizia annuisce e concorda. Ma se poi, con un colpo di teatro, affermate che allora necessariamente da A segue L, la Giustizia si tira indietro e rifiuta l’assioma di transitività, nel caso che L stia per Libertà». In altre parole, quando la Logica non fa comodo, la si rifiuta senza farsi problemi.

Il post continua cosí: «Spesso ci tocca sentirci ribattere che, se crediamo X, allora ne segue una certa cosa. Oppure che, se crediamo X, questo porta a un’altra cosa. Ma tutto ciò non ha niente a che fare con la verità di X, e dimostra che le conseguenze sono trattate con più reverenza della Verità». In altre parole, invece di preoccuparsi di quale sia la Verità, ci si preoccupa di quali possano essere le sue conseguenze.

La conclusione del post sembra una dichiarazione preventiva di intenti per ciò che Assange avrebbe incominciato a fare di lí a poco: «Proprio quando ci sembra che ogni speranza sia persa, accade un miracolo. La gente dimostra di voler vedere dove punta l’ago della bussola, di aver fame di Verità. Ed ecco la Verità che la libera dalle manipolazioni, che le toglie l’anello dal naso. Siano benedetti i profeti della Verità, i suoi martiri, i Voltaire e i Galileo, i Gutenberg e gli Internet, i serial killer della delusione, quei brutali e ossessivi minatori della realtà, che distruggono ogni marcio edificio fino a ridurlo a rovine su cui seminare il seme del nuovo».

martedì 11 novembre 2008

Odifreddi: Così la scuola diventa un affare privato

PIER GIORGIO ODIFREDDI

Gli scioperi e le occupazioni che in questi giorni scuotono le scuole e le università italiane sono la reazione all'ormai famigerata legge 133 del 6 agosto 2008, che in realtà non è affatto una riforma dell'istruzione: piuttosto, contiene "disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria". Si tratta, cioè, di una legge di riordinamento economico che ha lo scopo principale di tagliare i costi e le spese dovunque, e affonda dunque la sua lama in tutti i tipi di servizi sociali.

Gli articoli che interessano l'istruzione e la ricerca sono pochi: sostanzialmente, il 15 sul costo dei libri scolastici, il 16 sulla facoltà di trasformazione in fondazioni delle università, il 17 sui progetti di ricerca di eccellenza, e il 64 sulle disposizioni in materia di organizzazione scolastica. E lo scopo, dichiarato espressamente nel comma 6 di quest'ultimo articolo, è di ottenere risparmi che vanno dal mezzo miliardo di euro per il 2009 ai 3 miliardi per il 2012.

Ora, poiché la scuola è uno dei servizi fondamentali che giustificano l'esistenza stessa dello Stato, insieme alla sanità, ai trasporti e alle comunicazioni, e i servizi per loro natura richiedono costi economici per poter offrire benefici sociali, è chiaro che mettere mano agli innegabili e gravissimi problemi che affliggono la scuola, badando soltanto e unicamente a risparmiare dal lato economico, significa fraintenderne le cause e rischiare di aggravarli invece di risolverli.

E invece è ormai evidente che la strategia del governo in questo campo si riduce a una e una sola azione: il taglio radicale dei finanziamenti alle scuole pubbliche di ogni ordine e grado, dalle elementari alle università, e il loro drastico ridimensionamento in termini di numero di classi, ore di lezione, indirizzi, sperimentazioni, piani di studio, insegnanti e personale non docente. Vanno in questa direzione, ad esempio, la reintroduzione del maestro unico (e trino, visto che il maestro generalista sarà affiancato dai due maestri di inglese e di religione), e il rapporto di uno a cinque fra le entrate e le uscite, cioè fra le assunzioni e i pensionamenti, dei docenti universitari.

Di fronte allo strangolamento economico della scuola e dell'università mi sono tornate in mente le parole che Piero Calamandrei pronunciò di fronte al Terzo Congresso dell'Adsn (Associazione a difesa della scuola nazionale) a Roma, l'11 febbraio 1950: data non casuale, essendo l'anniversario della firma dei Patti Lateranensi e dei benefici che lo Stato accordava, e continua ad accordare nonostante la congiuntura economica, alla Chiesa in generale e alle scuole cattoliche in particolare.

Rileggiamo dunque le sue parole, così antiche eppur così moderne: "Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli, ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza: in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora il partito dominante segue un'altra strada: comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, a impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole
Una manifestazione studentesca
davanti al ministero della Pubblica Istruzione
private. E allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare in queste scuole, perché in fondo sono migliori, si dice, di quelle di Stato. E magari si danno dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli, invece che alle scuole pubbliche, alle scuole private. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata.

Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in questo modo: rovinare le scuole di Stato, lasciare che vadano in malora, impoverire i loro bilanci, ignorare i loro bisogni, attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private, non controllarne la serietà, lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare, e dare alle scuole private denaro pubblico". C'è bisogno di aggiunger altro?

(10 novembre 2008)

lunedì 27 ottobre 2008

Piergiorgio Odifreddi: Un decalogo laico


Per una delle ironie della storia, il motto risorgimentale «Libera Chiesa in Libero Stato» viene considerato nell'Italia repubblicana un'espressione di anticlericalismo, invece che un'asserzione di laicismo. Naturalmente, quasi tutti i nostri politici concordano sul fatto che la Chiesa e il Vaticano debbano avere la massima libertà di parola e di azione, e che lo Stato non debba interferire né con l'una, né con l'altra. Ma quasi nessuno pensa, o almeno dice, che le stesse libertà le debba avere anche lo Stato, senza esser costretto a subire la pressione ufficiale e ufficiosa delle gerarchie ecclesiastiche, a legiferare in ossequio alle loro credenze, e a pagare di tasca propria per la propaganda e gli affari altrui.

Per affrontare concretamente la pratica di un comportamento laico nella quotidianità individuale e sociale, proviamo dunque a formulare un Decalogo Laico che isoli una serie limitata di «comandamenti» sui quali ci si potrà confrontare ed, eventualmente, chiamare a raccolta. «Comandamenti» che, a seconda dei casi, sono rivolti al laico come stimoli propositivi, o al clericale come moniti dissuasivi.

1. Non avrai altro Stato all'infuori di me

Il rapporto fra Stato e Chiesa deve tener conto del fatto che quest'ultima è indissolubilmente legata in matrimonio col Vaticano, e che il Papa è anche il capo di uno stato estero indipendente. Questo conflitto di interessi genera un'indebita confusione tra la religione e politica, che un laico (anche, e soprattutto, se credente) dovrebbe sapere e volere dirimere: in particolare, favorendo l'abrogazione dell'articolo 7 della Costituzione e del relativo Concordato, che limitano l'indipendenza e la sovranità dello Stato italiano in maniera ormai anacronistica, perpetuando il «giogo pretesco» (come lo chiamò Benedetto Croce) che Mussolini le impose l'11 febbraio 1929, e Togliatti le reimpose il 25 marzo 1947.

2. Non nominare il nome di Dio invano

Il precedente conflitto di interessi tende a far sì che, andando ben oltre i diritti sanciti dal Concordato, la Chiesa pretenda di dettare politiche allo Stato sulle questioni più disparate, ritenendosi l'unica interprete di valori etici universali. Anzitutto, un laico non può accettare un preteso monopolio della religione sull'etica: al contrario, rivendica da un lato l'assolutezza di alcuni principi etici basati sulla natura e sulla ragione umane, e dall'altro la relatività di altri princìpi etici basati sulle convenzioni e sulle consuetudini sociali. Inoltre, un laico non può neppure accettare un preteso monopolio religioso della Chiesa Cattolica sull'etica, a scapito delle altre confessioni cristiane (protestanti o ortodosse) e delle altre religioni (monoteiste e non).

3. Ricordati di rispettare il tuo ruolo istituzionale

Un politico che ricopra incarichi istituzionali rappresenta l'intero elettorato, nazionale o locale, e non deve dunque compiere atti pubblici che ledano la sensibilità di una parte di quell'elettorato e la dignità del suo ruolo. Ad esempio, un ministro o un assessore laici non devono prendere parte a funzioni religiose, seguendo l'esempio del cattolico De Gaulle, che rifiutava di fare la comunione in pubblico per questo motivo. In particolare, sono lesive del principio della laicità le partecipazioni alle funzioni religiose dei rappresentanti della nazione e degli enti locali, soprattutto se effettuate come prassi regolare.

4. Onora il credente e il non credente

Un laico rispetta le credenze altrui, e questo rispetto si manifesta in maniere complementari. Un laico non credente, infatti, rispetta qualunque fede e religione (non solo una), e non rifiuta un'istanza etica soltanto perché dedotta da princìpi religiosi: semplicemente, non ritiene quei princìpi probatori e rivendica il diritto di valutarne le conseguenze indipendentemente dalle premesse. Un laico credente, simmetricamente, rispetta la mancanza di fede degli agnostici e degli atei, e non pretende di affermare che solo chi crede ha un senso etico, e che «senza Dio tutto sarebbe permesso»: non fosse altro, perché la storia ha sistematicamente smentito entrambe le affermazioni.

5. Non uccidere la razionalità scientifica

La scienza ricerca la verità mediante dimostrazioni ed esperimenti, e non si sottomette a giudizi e tribunali che non accettino questo metodo. Questa sua caratteristica la rende più compatibile con certe religioni, ad esempio il buddismo, e meno con altre: soprattutto con il cattolicesimo, la cui ricerca della verità si affida invece alla rivelazione biblica e ai pronunciamenti dogmatici dei Concili e del Papa. Il motto «la scienza è laica» significa semplicemente che si può essere scienziati, credenti o no, solo se si accettano le regole del gioco scientifico, che richiedono di tenere la religione fuori dalla porta dei laboratori: altrimenti si abiura e, come dice il Galileo di Brecht, «si tradisce la propria professione».

6. Non commettere adulterio filosofico

Più delicato è il rapporto tra filosofia e religione. E' innegabile che ci siano stati e ci siano filosofi cattolici, ma rimane il fatto che «nessun servo può servire due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro» (Luca, XVI, 13). Un filosofo laico, dunque, dovrebbe scegliere con chiarezza se servire la filosofia o la teologia, e soprattutto evitare di fare i salti mortali per «servire Dio e mammona», come oggi va di moda fra gli «atei devoti».

7. Non rubare

Tra spiritualità e materialità della Chiesa esiste un innegabile conflitto di interessi, che si manifesta in maniera dirompente negli immensi benefici economici, concordatari e non, che essa riceve dallo Stato e dagli enti locali italiani. La legge di attuazione dell'otto per mille, ad esempio, assegna alla Chiesa non solo le quote ad essa esplicitamente destinate da circa il trenta per cento dei contribuenti, ma anche la quasi totalità delle quote non destinate: una furberia tremontiana che si configura come un vero e proprio furto, che un laico (anche, e soprattutto, se credente) dovrebbe denunciare come truffaldino, alla stregua di molti altri «finanziamenti illeciti» che assommano a miliardi di euro all'anno.

8. Non dire falsa testimonianza

Parte delle tensioni laiche nel rapporto con la Chiesa sono dovute all'esagerata cassa di risonanza che i media offrono alle sue istanze, unita a una loro diffusa mancanza di obiettività. L'Osservatorio Radicale ha fatto notare, ad esempio, che nei suoi primi tre anni di pontificato il Papa ha ricevuto dal Tg1 e dal Tg2 più copertura sia del Presidente del Consiglio che del Presidente della Repubblica, come ci aspetterebbe da una Televisione Vaticana: un laico dovrebbe invece chiedere e pretendere un opposto comportamento dalle televisioni e dai giornali nazionali.

9. Non desiderare la scuola d'altri

La Chiesa continua ancor oggi a pretendere che si attui la richiesta del restauratore De Maistre: «dateceli dai cinque ai dieci anni, e saranno nostri per tutta la vita». Un laico progressista, credente o no, dovrebbe invece invocare la libertà di insegnamento religioso negli oratori e nelle scuole private, ma la neutralità dell'insegnamento nella scuola pubblica: che si abolisca dunque l'anacronistica ora di religione, o che almeno la si muti in un'ora di religioni (al plurale), insegnata da docenti statali che non siano sottoposti a un benestare della Curia che umilia uno Stato sovrano, tanto quanto il benestare del governo alle nomine dei vescovi umiliava una Chiesa coatta.

10. Non desiderare l'università d'altri

Ricordando la polemica sull'opportunità di invitare il Papa a parlare alla Sapienza, un laico non avrebbe certamente nulla da obiettare a che egli aprisse da solo l'anno accademico di un'università cattolica (forse sì, invece, al fatto che essa fosse finanziata coi soldi dello Stato). E sarebbe comunque felice di sentirlo dibattere con altri sul rapporto tra fede e ragione, o tra religione e scienza, anche in un'università pubblica. Facciamoli allora questi dibattiti, a tutti i livelli e in tutte le sedi, comprese quelle vaticane e non solo in quelle statali, per affermare i princìpi dell'ascolto reciproco e della mancanza di preclusioni da entrambe le parti, come richiede appunto la laicità.

Ma soprattutto osserviamo questi “comandamenti”, per affermare e riaffermare che le chiese e le religioni non hanno il monopolio dell'etica, e che comportarsi «come se Dio non ci fosse» non significa affatto rinunciare al nostro essere uomini morali, ma è piuttosto l'unico vero modo di farsene carico completamente.

(27 ottobre 2008)