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domenica 15 novembre 2009

Morì di fame in carcere, due indagati


di Maria Fiore


Due indagati nell’inchiesta su Sami Mbarca, il detenuto morto a Torre del Gallo dopo 45 giorni di sciopero della fame. La Procura ha iscritto nel registro il direttore del carcere, Jolanda Vitale, e Pasquale Alecci, il direttore sanitario.

Un atto dovuto, per chiarire le responsabilità e garantire la difesa a coloro che risultano coinvolti nelle indagini. Sulla morte del detenuto, che aveva ingaggiato uno sciopero della fame come protesta estrema contro una condanna per violenza sessuale ritenuta ingiusta, la Procura di Pavia aveva aperto un fascicolo per omicidio colposo a carico di ignoti. Alle carte dell’inchiesta, che tra pochi giorni saranno alimentate dai risultati della perizia disposta dal magistrato Roberto Valli, si era aggiunto l’e sposto-denuncia presentato dall’avvocato del tunisino, Aldo Egidi di Milano. L’esposto conteneva accuse verso la direttrice del carcere, il direttore sanitario e il medico psichiatra del San Matteo che aveva ritardato il trattamento sanitario obbligatorio. «Secondo quel medico non c’erano i presupposti per un Tso - commenta l’avvocato Egidi -. Noi siamo convinti che così è andata perduta la possibilità di salvare la vita al detenuto».

Il medico psichiatra, tuttavia, non risulta indagato. «Non so come stiano davvero le cose - precisa Egidi -. Prima di esprimermi voglio capire in che direzione si sta muovendo la Procura». Le ipotesi di responsabilità su quella morte riguardano, al momento, chi aveva l’obbligo della custodia e della cura: i vertici del carcere, da un lato, e il medico che si occupò del detenuto dal 17 luglio - giorno in cui il tunisino cominciò a rifiutare cibi e bevande - fino all’ingresso in ospedale, il 3 settembre. Sami Mbarka Ben Garci era morto al San Matteo due giorni dopo.

Qualche giorno prima, alla fine di agosto, è proprio Alecci, in qualità di direttore sanitario, a segnalare la vicenda al magistrato di sorveglianza. Il detenuto non mangia cibi solidi da quasi 40 giorni. Beve solo acqua e zucchero ed è dimagrito di 21 chili. Viene chiesto, a questo punto, il ricovero in una struttura adeguata, ma in attesa di una risposta del Ministero, il primo settembre il detenuto entra in ospedale. Viene visitato da uno psichiatra, che lo trova lucido e capace di intendere e volere. Per il medico, quindi, non esistono gli estremi per un Tso. Il detenuto torna in carcere e il 2 settembre il Ministero risponde, ritenendo non necessario il trasferimento del detenuto in un centro diagnostico terapeutico dell’amministrazione.

Il Ministero invita solo a tenere sotto controllo il detenuto. A questo il punto il magistrato dispone il ricovero in una struttura esterna all’amministrazione penitenziaria. Nel caso specifico, il Policlinico San Matteo, dove il detenuto entra il 3 settembre. C’è stato un ritardo nella segnalazione al magistrato e quindi nel ricovero? E’ quanto l’inchiesta dovrà accertare.

(15 novembre 2009)




martedì 8 settembre 2009

Voghera, fuga-choc dal carcere. E' scappato un ergastolano



VOGHERA. Luciano Vella, esecutore materiale dell’omicidio di Michele Nicassio, ucciso a Milano nel 1988 su commissione di una coppia di ‘amanti diabolici’, è evaso dal carcere di Voghera.
Luciano Vella (che avrebbe finito di scontare la pena nel 2015) stava lavorando su un trattorino fuori dalle mura del carcere in uno spazio delimitato da una recinzione semplice, alta circa tre metri.
Da qualche mese, infatti, al detenuto era stata concessa dalla direzione del carcere la possibilità (tecnicamente diversa da una vera e propria ammissione al lavoro esterno) di lavorare come addetto alle pulizie in quell’area, proprio a ridosso delle mura del penitenziario, sottoposto a controlli saltuari da parte degli agenti. Vella avrebbe atteso un momento di allontanamento degli agenti per scavalcare la recinzione. In passato, l’uomo aveva ottenuto alcuni permessi per uscire dal carcere per motivi familiari.
Luciano Vella, 54, pluripregiudicato e collaboratore di giustizia, stava scontando l’ergastolo per l’omicidio di Michele Nicassio, assassinato nel 1988 a Milano su mandato della ex moglie della vittima, Antonietta Veglia, e del suo amante Carmelo Puglisi, perchè contrastava il loro rapporto.
Vella fu arrestato dopo il delitto (lo commise durante una permesso dal carcere dove si trovava per un precedente omicidio) che confessò dicendo di avere ucciso l'uomo per una lite per motivi di parcheggio.
In carcere, dieci anni dopo, rivelò ai magistrati la vera dinamica dell'omicidio ed ottenne alcuni benefici per la sua collaborazione, sia pur tardiva. Nicassio e la Veglia vennero arrestati: la donna, che era stata anche ospite al Costanzo Show per parlare della sua particolare attività imprenditoriale, gestiva tre locali sexy per scambisti.
(19 agosto 2009)

Fugge dalla porta principale del carcere


di Adriano Agatti


PAVIA. E’ evaso dal carcere di Torre del Gallo, ieri poco dopo le 11, mischiato tra i parenti dei detenuti con il figlio di quattro anni tra le braccia. Ma la fuga di Giancarlo Gallucci, un camorrista di 29 anni residente ad Acerra, è durata poche ore. La polizia lo ha infatti bloccato in un sottopassaggio della stazione ferroviaria di Bologna. Lui non ha opposto resistenza. Gli agenti della squadra mobile di Pavia e i colleghi della polizia penitenziaria hanno arrestato anche il cugino Massimo Paolillo, un napoletano di 39 anni. E’ accusato di concorso in evasione e ora dovrà essere interrogato dal magistrato. In pratica avrebbe favorito la rocambolesca fuga di Giancarlo Gallucci. Una vicenda ancora da chiarire soprattutto per il modo in cui il detenuto è riuscito a beffare gli agenti di polizia penitenziaria in servizio alle due salette usate per i colloqui tra detenuti e parenti. E’ stata già aperta un’inchiesta interna per stabilire l’esistenza di responsabilità da parte del personale.
Ecco la ricostruzione, minuto per minuto, della prima evasione da Torre del Gallo.
Giancarlo Gallucci è stato trasferito a Pavia una ventina di giorni fa dal carcere napoletano di Poggioreale. Il detenuto, rinchiuso in una cella del reparto di alta sicurezza, ha a disposizione sei visite al mese. E così ieri mattina arrivano a Pavia la moglie, il figlio di pochi anni accompagnati dal cugino Massimo Paolillo. Quest’ultimo parcheggia un’Alfa 156 scura nel piazzale davanti all’ingresso del carcere e resta al volante della vettura. La moglie ed il bimbo entrano per il colloquio con i parenti (sono autorizzati) di altri detenuti. La donna scambia qualche parola con il marito ma, dai pochi particolari emersi, sembra che quest’ultimo abbia accompagnato il bimbo in bagno. Esce al suono della campanella di fine colloquio e si mischia con i parenti di altri detenuti che stanno lasciando il carcere. La moglie, la cui posizione è ancora al vaglio degli investigatori della squadra mobile, rimane nella saletta. Intanto Giancarlo Gallucci si mischia ai parenti e riesce (con una buona dose di fortuna) a passare inosservato all’ingresso. Si nasconde il viso con il bimbo in spalla. Una fuga rocambolesca e, per certi versi, miracolosa. L’uomo sale sull’Alfa 156 del cugino: la fuga è iniziata così. Massimo Paolillo è al volante con Giancarlo Gallucci a fianco e il bimbo sul sedile posteriore.
I fuggitivi si dirigono verso Piacenza: forse hanno già un piano. Intanto all’interno del carcere scatta l’allarme. Gli agenti di polizia penitenziaria si accorgono che manca un detenuto: in pochi secondi c’è il caos. La moglie viene fermata ed interrogata. Intanto l’allarme è esteso all’esterno: vengono avvisati polizia e carabinieri. Scattano le ricerche in città e vengono subito esaminate le telecamere a circuito chiuso del carcere. Si vedono le immagini di Gallucci che esce con il bimbo e poi mentre sale sull’Alfa 156 del cugino. Indossa un paio di pantaloni bianchi ed anche una maglietta blu. La polizia non perde tempo: le ricerche vengono estese alle città vicine. E da Piacenza arriva l’informazione decisiva. Il detenuto viene notato mentre sale su un treno diretto a Bologna. La polizia, a questo punto, stringe il cerchio intorno all’evaso. E sono trascorse solo due ore dalla fuga: Gallucci ha i minuti contati. Il presunto camorrista scende dall’Alfa 156 ed entra nella stazione di Piacenza. Il cugino ritorna a Pavia con il figlio dell’evaso. Lo vuole riportare alla cugina rimasta a Torre del Gallo. Si rende conto che una volta nelle mani della polizia verrà arrestato. Ma non gli importa nulla. Il suo compito, secondo l’accusa, era quello di favorire la fuga. Ad ogni costo. Gli agenti della squadra mobile lo fermano vicino al carcere e lo interrogano. Dopo viene arrestato.
Intanto Giancarlo Gallucci sale sull’intercity diretto a Bologna. Vuole proseguire la fuga verso sud dove potrebbe trovare complicità per la latitanza. Non sapeva che la polizia lo sta aspettando. La stazione di Bologna è piena di agenti in borghese. Alcuni uomini della polfer notano un uomo identico alla descrizione dell’evaso: è un giovane che indossa pantaloni bianchi ed una maglietta blu. Lo bloccano, pistole in pugno, in mezzo alla gente. Ma lui non fa una piega: si lascia ammanettare senza reagire. E’ un criminale esperto, sa che sarebbe stato inutile. Giancarlo Gallucci viene subito accompagnato negli uffici della polizia ferroviaria. E finisce di nuovo in carcere, questa volta a Bologna. Ma è probabile un nuovo trasferimento in un istituto di massima sicurezza.
Intanto in carcere scatta l’inchiesta interna disposta dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Gli accertamenti dovranno stabilire eventuali responsabilità penali, qualora dovesse essere dimostrata la responsabilità di qualche agente.

(08 agosto 2007)

Sciopero della fame, muore detenuto



PAVIA. Quell’accusa gli pesava troppo. Più degli otto anni ai quali era stato condannato. Sami M.S., un tunisino di 42 anni, detenuto al carcere di Torre del Gallo era disposto a dimostrare la sua innocenza anche a costo della vita: ha smesso di mangiare e di bere pur di gridare al mondo che mai avrebbe consumato una violenza nell’ambito della sua famiglia.
Ma la scorsa settimana le sue condizioni - dopo un mese e mezzo di sciopero della fame - sono precipitate. E nella notte tra venerdì e sabato è morto in ospedale dove il magistrato di sorveglianza aveva disposto che fosse ricoverato d’urgenza. E contro la sua volontà.
Domenica e anche ieri sera i detenuti del carcere di Pavia hanno manifestato la loro solidarietà al compagno morto. Una protesta sonora, che varcasse le mura. Un battito ritmato e incessante delle stoviglie contro le sbarre delle celle.
Sami M. era detenuto a Torre del Gallo da tempo. Doveva scontare una pena legata allo spaccio di sostanze stupefacenti. Ma il prossimo anno avrebbe riacquistato la libertà, la sua pena si stava estinguendo.
Poi il colpo di grazia.
All’inizio dell’estate una nuova condanna, pesantissima. Non tanto per il cumulo degli anni, otto, ma perché lo macchiava di un reato infamante che lui negava di aver commesso. E così intorno alla metà del mese di luglio il tunisino ha cominciato a digiunare.
Ha rifiutato i pasti, l’acqua.
Sempre con quel pensiero fisso. Dimostrare che la condanna era ingiusta. Ci stava lavorando anche il suo avvocato, Aldo Egidi di Milano. Ma il 2 settembre le condizioni di salute dell’uomo sono peggiorate.
E’ stato trasferito al Pronto Soccorso del policlinico San Matteo e quindi in Psichiatria. Ma da troppo tempo il suo fisico era messo a dura prova. E nella notte tra venerdì e sabato - dopo l’ennesimo trasferimento, nella clinica di Chirurgia toracica - è avvenuto il tracollo sul quale farà luce l’autopsia.
(08 settembre 2009)