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lunedì 29 novembre 2010

Appalti in famiglia, lite Democratica


Polemiche dopo l'incarico al marito della Finocchiaro. La difesa: "Ci colpiscono per il sostegno a Lombardo". Ma i giovani del partito chiedono chiarezza

Nessuno osi parlare di familismo perché lei minaccia sfracelli (e querele). Parliamo della capogruppo dei senatori Pd Anna Finocchiaro e della notizia dell’appalto per l’informatizzazione della Casa della salute di Giarre, in provincia di Catania, affidato dalla Regione al marito Melchiorre Fidelbo, di professione ginecologo, come stabilisce la convenzione firmata quattro mesi fa dal direttore generale della Asp 3 (l’azienda sanitaria) Giuseppe Calaciura.

La notizia sta facendo il giro delle redazioni e impazza sui siti internet e sui social network, coi relativi commenti tra il disilluso e l’arrabbiato dei navigatori. Trecentocinquanta mila euro tondi tondi, questa è la cifra tirata fuori dalle casse pubbliche, come compenso per il lavoro svolto dalla Solsamb, società di cui Fidelbo è amministratore delegato e che prima d’ora pare non brillasse per fatturati da capogiro. La presentazione del progetto (proposto dal Consorzio sanità digitale e ambiente di cui la Solsamb era una sorta di società collaterale) risale al 2007, ai tempi del governo Cuffaro, quando assessore alla Sanità era Roberto Lagalla, professore di diagnostica dell’Università di Palermo e da un paio d’anni rettore. E di sicuro c’è che non c’è stata gara d’appalto. Anzi la pratica ha viaggiato su un binario veloce. Il progetto infatti nel giro di pochi giorni passò dal tavolo dell’allora direttore generale dell’Asp 3 di Catania a quello dell’assessorato retto da Lagalla (che diede parere favorevole), per poi varcare il portone del Ministero della Salute e ottenere il relativo finanziamento ministeriale. Poi l’iter viene bloccato dalla riforma sanitaria voluta dalla giunta Lombardo. Le Case della salute, infatti, sono diventate presidi territoriali di assistenza e la Solsamb deve rifare il progetto (nel frattempo il Consorzio sanità digitale e ambiente riconosce la titolarità del progetto alla Solsamb che firma direttamente la convenzione con l’Asp 3 nel luglio 2010).

Una vicenda intricata e con più di un aspetto che non si comprende, come conferma, interpellato dal Fatto, l’assessore regionale alla sanità Massimo Russo, che parla di strumentalizzazioni politiche e abbozza una difesa d’ufficio della senatrice: “Che c’entra il familismo? Probabilmente la Finocchiaro nemmeno sapeva di questa storia”. È un po’ difficile da credere, visto che era pure presente all’inaugurazione del centro insieme al marito. Ma “era lì per accompagnare Livia Turco che da ministro ha fortemente voluto questo tipo di sistema sanitario decentrato”, ribatte l’assessore. Poi annuncia un’indagine interna e dice: “In questa vicenda voglio vederci chiaro, non capisco perché, come pare, non ci sia stata gara e come mai l’assessorato abbia autorizzato la pratica in tempo record. Lunedì chiederò una verifica per accertare quello che è successo”. Il direttore generale dell’Asp Giuseppe Calaciura si tira fuori da ogni responsabilità perché all’epoca in cui venne presentato il progetto per la prima volta non era direttore. Ma la convenzione l’ha firmata lui. Forse i funzionari che gli hanno istruito la pratica avrebbero potuto sbirciare un po’ meglio tra le righe e fargli presente la cosa. L’assessore Russo intanto garantisce che nessun servizio sarà affidato ai presìdi sanitari siciliani senza che ci sia una gara. Antonello Cracolici, presidente del gruppo Pd all’Assemblea regionale siciliana, commenta la vicenda nel suo blog e parla di “manganello mediatico contro chi nel Pd si è macchiato della colpa di sostenere il governo Lombardo”, dichiara guerra senza quartiere a chi riferisce la notizia senza discutere del merito.

Livio Gigliuto, segretario dei giovani democratici di Catania usa toni ben diversi: “In generale penso che fare chiarezza sia una cosa positiva, non so se sia il caso di questa vicenda di cui so solo quel che hanno scritto i giornali. Ci terrei però a dire che noi giovani democratici di Catania abbiamo sempre espresso la nostra totale contrarietà al sostegno della giunta Lombardo da parte del Pd. Un partito come il nostro deve sostenere solo persone limpide e non chi come Lombardo ha un modo clientelare di gestire potere e per di più è sospettato di aver frequentazioni con mafiosi”.

Da Il Fatto Quotidiano del 28 novembre 2010

sabato 6 novembre 2010

I TORMENTI DEL PD SICILIANO



Da Catania altre accuse di rapporti con la mafia per leader dell’Mpa

di Giuseppe Giustolisi

Ruota intorno a una macchina la ricerca dei riscontri sul coinvolgimento del Governatore Raffaele Lombardo con Cosa Nostra siciliana. Secondo il pentito catanese Maurizio Avola, Lombardo era infatti in possesso di una Lancia Evoluzione a trazione integrale di colore blu. La stessa di cui era proprietario il pentito e che Avola un giorno stava per rubare, quando fu bloccato dal boss Marcello D’Agata, il quale gli disse che si trattava dell’auto un “amico”. Per i pm catanesi, però, le dichiarazioni di Avola, finora, non hanno trovato i necessari riscontri. Da accertamenti presso la casa automobilistica, infatti, risulterebbe che due sole macchine di quel tipo sono state immatricolate a Catania ed entrambe dopo l’arresto di Avola, avvenuto nel febbraio 1993. Non ci sta l’avvocato difensore di Maurizio Avola, Ugo Colonna, il quale al Fatto Quotidiano rilascia una dichiarazione che farà sicuramente rumore: “ Leggo da alcune notizie di stampa che Maurizio Avola non è stato ritenuto credibile dai Pm catanesi perché il tipo di auto che egli ha riferito essere stato in uso nel 1992 al presidente Raffaele Lombardo, sarebbe stata immatricolata a Catania soltanto dopo l’arresto del pentito. Avola ha riferito invece che a Catania nel 1992, circolavano almeno due auto Lancia Delta HF evoluzione, acquistate presso la concessionaria Lancia di Ognina (quartiere di Catania, ndr). E quella usata da Avola, personal-mente, venne più volte fermata dalla Polizia etnea in occasionali controlli. Avola stesso l’ha utilizzata il 10 settembre 1992 per recarsi a Prato, dopo avere eseguito l’omicidio dei fratelli Marchese. L’accertamento eseguito su delega dei Pm, pertanto, non è veridico o comunque non è esaustivo, basti pensare che la Lancia Delta avrebbe potuto essere stata immatricolata altrove e venduta a Catania”. Conclude con ironia il legale: “La vicenda mi fa venire in mente il commento che mi fece, una volta, un anziano Pubblico ministero, anch’egli catanese, di riconosciuta luciferina malizia: quando gli si toglie le castagne dal fuoco, ai Pm non dispiace essere ingannati”.

Le indagini della Procura

IN ATTESA che la Procura di Catania (dalle dichiarazioni di Maurizio Avola sono ormai trascorsi piu di tre anni senza che i pm siano giunti a una conclusione, a parte una vecchia richiesta di archiviazione respinta dal Gip un anno fa) stabilisca se i rapporti pericolosi del Governatore siciliano integrino il reato di concorso esterno in associazione mafiosi, i resti del Partito democratico siciliano sono divisi in due: da un lato i lombardiani, dall’altro gli antilombardiani. Da un lato, per esempio, una personalità come Anna Finocchiaro, che solo due anni fa sfidava Lombardo nella corsa alla Presidenza della Regione con queste parole: “Con lui in Regione si torna al medioevo”. Mentre oggi, a proposito dell’inchiesta per mafia contro il Governatore, si limita a dire che se, dagli atti, Lombardo dovesse risultare colpevole, il Pd dovrebbe uscire dal governo siciliano. Dall’altro lato, invece, troviamo personaggi come il deputato regionale siciliano Giovanni Barbagallo che dice al Fatto Quotidiano: “La Sicilia ha bisogno di un presidente che non sia delegittimato e non bisogna per forza attendere la verifica penale per condannare politicamente certe frequentazioni che fanno male alla nostra isola”.

Andando indietro nel tempo, nei meandri della politica siciliana, questa spaccatura altro non è che l’atavica distinzione tra quelli che credono (o sperano ) che il fronte progressista siciliano possa arrivare a governare con le proprie forze e quelli che invece ritengono che ci si possa arrivare solo attraverso la strada del ribaltone assieme a quelli che un tempo furono i presunti odiati dell’ex Balena bianca. Come dimenticare a questo proposito il grande ribaltone di fine anni Novanta che portò alla formazione di un governo di centrosinistra con a capo il diessino Angelo Capodicasa grazie ai voti dell’Udeur mastelliana? Era quello il governo con dentro due ex democristiani del calibro di Totò Cuffaro e Giuseppe Castiglione, poco dopo trasmigrati tra le pattuglie del centrodestra.

Tra la Borsellino e Lumia

LA NOVITÀ di oggi, che si potrebbe anche interpretare come il gioco di prestigio di Lombardo, è che sul consociativismo siciliano del Terzo millennio s’è spaccata pure l’antimafia siciliana. Da un lato Rita Borsellino, nettamente contraria a un passaggio politico (ed etico) di questo tipo e dall’altra, il senatore Peppe Lumia, convinto sostenitore della convergenza Pd -Lombardo: “So che ci giochiamo la faccia, ma il Pd deve allargare il suo profilo riformista se no rimarrà spaccato fra una parte che persegue un radicalismo sterile e una parte clientelare”, ha affermato qualche settimana fa nel corso di un dibattito sulla legalità alla Festa democratica catanese. Dando modo a un consigliere comunale di antica militanza progressista presente in sala di dire: “Ma il clientelismo non è proprio lombardo?”. E su questo non dovrebbero esserci divergenze di opinione.

domenica 4 ottobre 2009

L’avvocato antimafia estromesso dal Pd

di Giuseppe Giustolisi

L’avvocato Beppe Arnone non ci sta e rilancia. Due mesi fa Arnone, consigliere comunale del Pd ad Agrigento e una delle figure storiche del centrosinistra siciliano, protagonista di tante battaglie antimafia, è stato messo fuori dal partito per decisione della Commissione regionale di garanzia e s’è rivolto al Tribunale civile di Agrigento per chiedere un provvedimento d’urgenza contro l’espulsione. Cosa che la dice lunga sullo stato del Pd siciliano, dove, se ci si vuole impegnare su certi fronti e contemporaneamente tener stretta la tessera, bisogna fare ricorso alle carte bollate. La vicenda ha inizio il 30 luglio 2009, quando la Commissione regionale di garanzia “straccia” la tessera di Beppe Arnone, accusandolo di aver violato la norma dello Statuto che non consente l’iscrizione ad un altro partito. “Ma quando mai?”, obietta il povero Arnone, “Io mi sono solo presentato con una mia lista alle elezioni per il Presidente della Provincia di Agrigento del 2008, in contrapposizione al candidato ufficiale e specificando che per il Consiglio gli elettori avrebbero dovuto votare Pd”. S’è trattato dunque di un fatto episodico che nulla c’entra con l’iscrizione ad un altro partito. Ma lo stato maggiore del Pd non ha voluto sentire ragioni e lo ha cacciato via. Prima di rivolgersi ai giudici, Arnone ha tentato la strada del ricorso interno, contestando al partito l’anomalia di un provvedimento preso in assenza di contraddittorio. Ma tra un rinvio e l’altro, dovuto all’assenza ora di uno, ora di un altro dei componenti, la Commissione di garanzia non s’è finora riunita per esaminare il caso. E intanto s’avvicina il 12 ottobre, termine ultimo per la presentazione delle liste per le primarie Pd, alle quali Arnone vorrebbe partecipare, a sostegno di Dario Franceschini. Se poi qualcuno sospettasse che tutta la querelle potrebbe anche essere legata all’attivismo antimafia dell’avvocato agrigentino, non farebbe peccato. Del resto è lo stesso legale di Arnone che non manca di sottolinearlo nel ricorso presentato in Tribunale, scrivendo di lui: “Da un lato ha mostrato una notevolissima e comprovata capacità di consenso e dall’altro si è intestato all’interno del Partito battaglie assai incisive, sollecitando lo scorso anno l’estromissione dalle liste elettorali del Partito per il Parlamento nazionale degli onorevoli Vladimiro Crisafulli e Angelo Capodicasa”. Ma perché? Secondo il ricorso, il primo era responsabile dello scandaloso rapporto con il capomafia di Enna Bevilacqua, intercettato da una videocamera della Polizia mentre era a colloquio con il Crisafulli in un albergo di Enna a discutere di appalti e assunzioni. L’Autorità Giudiziaria archiviò la posizione di Crisafulli ritenendo che lo scandaloso colloquio fosse ancora troppo embrionale per integrare gli “atti univoci diretti a…” che nel nostro Codice configurano il tentativo del delitto anche di concorso in associazione mafiosa. Ma, si legge ancora nel ricorso, “detta archiviazione, non toglieva una virgola alla gravità etica e politica dell’operato del Crisafulli che, per tali ragioni, non andava ricandidato. Al Capodicasa veniva invece attribuita la solare responsabilità nella sfacciata copertura politica fornita dal medesimo e dagli altri esponenti della sua corrente ai sindaci diessini arrestati per mafia in provincia di Agrigento”. Nell’atto viene citato in primo luogo l’onorevole Calogero Gueli, sindaco di Campobello di Licata, sodale di lungo corso dell’onorevole Capodicasa, “le cui attività di natura paramafiosa erano note già da tempo, ben prima dell’arresto suo, del figlio e del genero, avvenuti nel 2005” (i tre sono già stati condannati in primo grado, per 416 bis, a vent’anni complessivi di reclusione)”. Ce n’è abbastanza per considerare Arnone un tipo scomodo. O no?